lunedì 26 agosto 2013

BRUTAL ASSAULT 2013


Informazioni
Festival: Brutal Assault 2013
Data: 07/08/2013 - 10/08/2013
Luogo: Fort Josefov, Jaromer, Repubblica Ceca
Autore: Istrice

Day One - Il Viaggio Della Speranza (mercoledì 7 agosto 2013)

Premessa: il nostro verso il Brutal Assault non è stato un viaggio, è stata un'Odissea. La decisione di visitare Berlino e Dresda in sequenza nei giorni che precedevano il festival, e soprattutto le decine di ore passate in coda, a quaranta gradi, senza aria condizionata, sulle autostrade tedesche, totalmente imbottigliate a causa di rotture del cemento dovute al caldo eccezionale registrato quest'estate nella germania centro-settentrionale e a una grottesca sequenza di incidenti che hanno minato il nostro cammino (come se tutti i tedeschi avessero deciso di schiantarsi nei giorni dei nostri spostamenti), ci porta in dono la totale distruzione fisica e psicologica ancor prima dell'inizio dei concerti, già di loro impegnativi. Arriviamo nella ridente Jaromer sotto un sole di fuoco nel primo pomeriggio, ancora una volta il viaggio è durato tre ore in più del previsto, causa blocco lungo una delle principali arterie della rete autostradale ceca, e ci appropinquiamo, memori del calvario dell'anno passato, alla trafila d'ingresso. Con nostra somma sorpresa però scopriamo che gli annunci propagandistici degli ultimi mesi, in cui gli organizzatori assicuravano una maggiore efficienza, erano stati ben motivati, difatti in meno di dieci minuti otteniamo i nostri braccialetti e in un'oretta siamo già in zona campeggio con le tende montate. Un enorme complimento agli organizzatori per lo step in avanti compiuto quest'anno.

Dopo esserci rosolati attendendo che il sole lasciasse strada alla sera, ci dirigiamo per la prima volta verso l'area concerti. Pochi i cambiamenti dall'anno precedente: stessi stand, stesso cibo (sempre più che discreto per un festival metal), stessa carenza di bancarelle di merchandising, molte distro locali con poco o nulla di interessante e prezzi esorbitanti per i pochi oggetti meritevoli. Riforniti di cibo, ci spostiamo nella sempre comoda zona rialzata, da cui si dominano entrambi i palchi e ci si può sedere in tutta tranquillità a mangiare un boccone senza perdersi necessariamente le esibizioni in corso. E dire che forse sarebbe stato meglio il contrario in questo caso: i Malignant Tumour, band locale capitanata da una sorta di Lemmy dei poveri, propongono un orripilante incrocio fra thrash, rock 'n' roll e crust decisamente lontano dai nostri gusti; ma anche decisamente lontando dal buon gusto in senso lato.

Arriva il momento degli headliner del pre-fest, ovvero i sempreverdi Testament. Capitanati da un Chuck Billy sempre più pachidermico nelle sue forme, i thrasher propongono una scaletta fortemente incentrata sui lavori più recenti, senza far però mancare al pubblico qualche pezzo storico ("Burnt Offerings", "Into The Pit" e l'apprezzatissima "The New Order"). Sebbene non siano decisamente cosa mia e il vecchio Billy non riesca più a tenere botta per l'intero concerto (e vorrei vedere, con quel che ha passato), devo dire che nel complesso lo spettacolo si rivela assolutamente godibile. Billy, Skolnick e soci salutano il pubblico, e noi pure.


Day Two - Bambini Selvaggi (giovedì 8 agosto 2013)


Giovedì mattina si apre fra le bestemmie del campeggio contro i nostri vicini di tenda, che pensano bene di svegliare tutti alle sei e mezza mettendo a cannone nello stereo un pezzo bielorusso la cui tamarraggine non conosce confini; tanto che andremo a domandare cosa fosse per poterne godere anche noi nuovamente, precisamente "Otdihaem Horosho" di tale Syava, per chi volesse tentare la sorte. Attendiamo il mezzodì per recarci in zona concerti, il tempo di vedere sul palco i Decrepit Birth e di mangiare un boccone, in attesa che arrivino le due e mezza, orario in cui, sotto una canicola feroce, si esibiscono i Novembers Doom. Nonostante il clima sia il meno adatto possibile per godere della proposta degli americani, l'esibizione è di tale livello da lasciare gli astanti senza fiato, fra cavalcate death e bordate doom, sempre accompagnate dalle strofe ora in growl ora in pulito di Paul Kuhr, che dimostra di essere un frontman dotato di grande carisma. Con la finale "Rain", i nostri sottolineano i cambiamenti climatici previsti per il giorno successivo, "i Novembers Doom portano la pioggia", e così sarà veramente.


Approfittiamo del vuoto pomeridiano per farci una doccia ristoratrice e torniamo a distruggerci i timpani con i Dying Fetus. Il rapporto fra il numero di strumenti e il casino che il trio riesce a erigere sul palco lascia sempre ammutoliti, la band del Maryland snocciola brutallo di qualità come se nulla fosse, travolgendo gli ascoltatori coi loro feroci cambi di ritmo. Prestazione maiuscola.


Balzati a piè pari gli inutili Ensiferum, ci aggiriamo disinteressati vicino al palco su cui a breve si esibiranno i Gojira, che si riveleranno (per noi) inattesi vincitori della prima giornata. Sto ancora convenendo con Bosj circa il fatto che i Gojira siano "bravissimi per carità, ma non so dal vivo quanto possano rendere, potrebbero essere noiosi", quando i francesi attaccano a suonare. Signore e signori, le mazzate. Il quartetto si rivela una macchina da guerra, suoni cristallini e potenti, il groove ti entra nel sangue e in men che non si dica ti trovi catapultato nel pit a dimenarti come uno scemo sui riff penetranti di Duplantier. Con una spettacolare "Backbone" e una devastante "L'Enfant Sauvage" (traccia che dà il titolo al neonato album) i transalpini trascinano la folla, a mio avviso la più vasta dopo quella presente ai Behemoth l'ultimo giorno, un vero plebiscito, meritatissimo peraltro; applausi per loro, mal di collo per noi. "The Haviest Matter Of The Universe" tiene fede al titolo, privandoci delle ultime energie, mentre il finale dilatato di "The Gift Of Guilt" diventa il congedo del quartetto dal suo pubblico, dopo aver dimostrato come una band tutto sommato giovane come loro possa a pieno merito riservarsi uno spazio da headliner in un importante festival europeo, lasciandosi dietro gruppi con molta più storia sulle spalle. Gruppi come quello che seguirà ad esempio, e di cui tuttavia non ci frega un benemerito, ragion per cui sfruttiamo il concerto degli Anthrax per andare a cibarci.

Da qui in poi la serata sarà una sequenza di fallimenti musicali: a partire dagli irriconoscibili Fear Factory guidati dal patetico Burton Bell che si presenta ubriaco sul palco e non azzecca una nota che sia una (non che da sobrio sappia fare di meglio in realtà), che fanno venire le lacrime agli occhi a Bosj, fan dai tempi che furono; passando per gli Entombed, con pessimi suoni, pessima prestazione, pessima scaletta; finendo con i Voivod e il loro thrash prog-wannabe. Intristiti da un finale di serata decisamente sottotono, rientriamo al campo base, nessuno ha voglia di aspettare le due del mattino per vedere i Marduk, peraltro già incrociati altre volte nei festival degli anni precedenti.


Day Three - "Bleed, It Says, Bleed You Will" (venerdì 9 agosto 2013)


Venerdì si preannuncia come una giornata decisamente più ricca e interessante, e sarà in effetti foriera di bei momenti (e di qualche prevedibile oscenità). Ci rechiamo ai palchi per puro patriottismo fin dall'inizio, per assistere alla solida prestazione dei nostri Antropofagus, convincenti sebbene mutilati nei suoni da un soundcheck superficiale; problema purtroppo comune a tutte le band di inizio giornata. La prima metà del giorno sarà ondivaga: qualcuno si ferma per i sempre solidi Obscura, formazione giovane, ma già matura per fare il salto di qualità; qualcuno per i blackster francesi Glorior Belli, qualcuno per gli Hypnos, band death metal padrona di casa. Ci si ritrova tutti per gli Hate, gruppo polacco oggi erroneamente additato come "copia" dei Behemoth, nonostante a onor del vero gli stessi Hate proponessero quel death metal veloce e vagamente black da prima che Nergal e soci svoltassero verso una proposta simile. Fieri nella loro rivendicazione di originalità, nonostante la somiglianza nel look e in generale nel simbolismo esoterico con i cugini più famosi sia a tratti imbarazzante, il quartetto si mostra in buona forma e macina death metal di buonissima fattura, tanto da spingere alcuni di noi, meno preparati in materia, a riapprofondire l'argomento una volta rientrati in terra italica.


L'entrata in scena degli Orphaned Land coincide con l'entrata in scena delle nuvole. Il cielo si fa nero e l'atmosfera mediorientale non basta a trattenere le persone sotto il palco quando si scatena il nubifragio. Il gruppo israeliano è stoico e prosegue nella sua esibizione, sebbene sotto il palco rimangano pochi fan imperterriti; noi, meno stoici, riusciamo a seguirne alcuni spezzoni dai tendoni e torniamo per il finale quando il cielo sembra voler lasciare tregua al festival.

Se il clima meteo non cambia per l'intera giornata, cambia quello musicale nel momento in cui iniziano i Malevolent Creation. Il quintetto da Buffalo pesca a destra e a manca dalla sua infinita produzione musicale, snocciolando violenza per tre quarti d'ora. Compatti e convincenti. Ennesimo scarto cromatico e arriviamo ad Alcest, decisamente più in forma rispetto all'anno passato, e poi ai Fields Of The Nephilim, per Pist uno degli eventi più sentiti dell'intero evento. Il gothic rock-metal dei britannici male si sposa con l'intero festival e nel complesso il concerto appare poco trascinante. E poi arrivano i maestri.


Guadagnamo terreno verso il palco, Bosj è poco convinto, a lui queste cose dispari non piacciono. Sobri come sempre, i Meshuggah attaccano con "Swarm", pezzo di riscaldamento per settare al meglio i suoni. Da inesistenti le chitarre diventano due macigni, e quando Haake stacca il tempo di "Combustion" l'intero Brutal collassa sotto le distorsioni degli svedesi. Messo da parte il "fanboysmo", Bosj può tranquillamente confermare che gli 'Shuggah sono veramente "andati enormi", spiegando musica al resto dell'umanità. "Demiurge" è monumentale e "Bleed", col suo incedere maestoso e disumano, scatena un pogo selvaggio. Alla mia sinistra Bosj non riesce a star fermo, travolto dallo spessore musicale dell'armata di Umea. Spettacolare la chiusura affidata all'accoppiata "In Death – Is Life" e "In Death – Is Death", tratta direttamente dal masterpiece "Catch 33", accoppiata che manda in pappa il cervello degli astanti. Colossali, come sempre.

Messa da parte l'esaltazione, è già tempo di resettare il cervello, consci del fatto che dopo uno show del genere nulla potranno fare gli In Flames per non deluderci. Perchè noi agli In Flames s'è voluto bene veramente, s'è voluto bene fino a "Come Clarity", disco troppo -core, ma ancora ben scritto, gli s'è dato il beneficio del dubbio con "A Sense Of Purpose", tuttavia ormai è per puro masochismo che ci fermiamo ad assistere allo scempio che Fridèn e la sua combriccola mettono in atto. Colpevoli di un non giustificato ritardo, e con un atteggiamento da rockstar che poco si addice alla band, il quintetto da il via allo show con l'orrenda "Sounds From A Playground Fading". La scaletta è brutta, però non pessima, un paio di carichi da novanta vengono calati. "The Quiet Place", "System", "The Hive" e "Trigger" farebbero la loro porca figura, non fosse che l'appiattimento musicale della band è ormai totale, il sound s'è addolcito a livelli diabetici e gli stessi pezzi d'annata ne escono distrutti. Lacrime per noi.

Prendiamo fiato con gli Amorphis, la classica formazione senza soprese, solida e coinvolgente, sai precisamente cosa ti offre, niente di più, niente di meno. Non riesco a dilungarmi sul concerto dei finlandesi, perché ciò che li segue sarà nuovamente tanto clamoroso da oscurare ciò che c'è stato nel mezzo. Incazzati come vipere per il ritardo causato dagli In Flames, arrivano sul palco i Carcass. Tra uno sfottò e un non troppo velato insulto agli headliner di serata, i britannici radono al suolo le eventuali macerie lasciate ancora in piedi dai Meshuggah un paio d'ore prima: i volumi alle stelle e una intensità senza precedenti annichiliscono la piazza. Andando a pescare avanti e indietro nella loro produzione, il gruppo tiene la seconda lezione di serata su come dipanare gli ani, in maniera sicuramente diversa dagli insegnanti della lezione di inizio serata, ma con altrettanta chiarezza. Giusto nel caso ci fosse qualche zucca più dura non in grado di comprendere le equazioni ritmiche degli altri, i Carcass vanno dritto per dritto, prendendo a badilate in faccia riff dopo riff l'uditorio. È un vero dispiacere sentirli attaccare "Heartwork", consci del fatto che sarà l'ultimo pezzo in scaletta. Ammutoliti, ma con l'animo in pace per aver visto due esibizioni da manuale, rientriamo nelle tende. Solo il solerte Pist, con cuor di leone, attenderà le tre del mattino per vedere i Cult Of Luna. Congratulazioni a lui.


Day Four - Demoni Della Caduta E Semidei Decaduti (sabato 10 agosto 2013)

La mattina di sabato vede spuntare un pallido sole dopo l'acqua del giorno precedente, l'aria è frizzante e se non altro pioggia e vento si sono portati via la cappa d'umidità che di solito regna sovrana nella bassa cecoslovacca. La giornata stenta a decollare, a pranzo ci fermiamo a guardare un po' di metalcore, giusto per onor di firma: War From A Harlot's Mouth e We Butter The Bread With Butter. Buoni i primi, che con le loro 7-strings dimostrano di saper fare tanto baccano; pessimi i secondi, che al di là del nome simpatico non hanno nessuna particolare ragione d'esistere.


La gente che conta inizia ad apparire sul palco nel mezzo pomeriggio, i primi saranno i Primordial, interessantissimo gruppo proveniente, come hanno avuto modo di sottolineare più e più volte, "dalla Repubblica d'Irlanda". L'intensità emotiva sprigionata dal quintetto ha pochi eguali oggi ed è la vera cifra stilistica della loro proposta. La scaletta è brevissima, ma di grande impatto: "No Grave Deep Enough", "The Coffin Ships", "Bloodied Yet Unbowed" e la solita clamorosa "Empire Falls". Per l'ennesima volta ci emozioniamo, per l'ennesima volta ci ripromettiamo di cercare un evento in cui possano avere più tempo a disposizione, per l'ennesima volta restiamo meravigliati e ammirati dalla capacità di tenere il palco della band e di Nemtheanga di utilizzare le proprie corde vocali. Peccato abbiano sempre posizioni stronze alle tre del pomeriggio.


Saltati i Vomitory per problemi con i trasporti (recupereranno la notte), attendiamo l'arrivo dei Leprous, formazione norvegese che supporta Ihsahn negli eventi live e che per l'occasione si ritaglia trenta minuti sul palco prima dell'ingresso in scena del carismatico personaggio che al secolo fa Vegard Sverre Tveitan. Il rock progressivo dei "Lebbrosi" male calza al Brutal Assault, la gente segue poco interessata l'evento, nonostante la proposta sia fuor di dubbio pregevole, fino all'entrata in scena dell'atteso protagonista del pomeriggio. Nonostante sia passata molta acqua sotto i ponti, e Ihsahn suoni tutt'altra cosa rispetto ai tempi degli Emperor, la schiera di irriducibili è ancora nutritissima. L'ora di musica avant ci riempe a poco a poco le palle, ma resistiamo per quasi l'intero show in adorazione, più per il personaggio che per la musica in sé. Bello e dannato.


Dopo aver sfruttato il vuoto cosmico composto da Trivium e Clawfinger per farci una sacrosanta doccia, ci rechiamo nella zona del palco piccolo per l'inizio dei Solefald. Il duo norvegese, accompagnato da una schiera nutritissima di musicisti, dà fondo a tutta la sua follia, mettendo in piedi siparietti irriverenti, balzando avanti e indietro nella loro variegata carriera musicale, coinvolgendo il pubblico come nessun altro è stato in grado di fare al festival, e in generale regalando una immagine totalmente diversa, ma non per questo meno entusiasmante, di cosa possa essere il metal nel 2013. Mi vedo costretto a citare "Backpack Baba", durante la quale — su esplicita richiesta di Cornelius e Lazare — l'intera folla si scatena in una danza surreale, un momento di ballo anarchico e collettivo che fa crollare l'Obscure Stage. Sicuramente l'ensemble intellettualmente più carismatico dell'intero evento.


Scappiamo dal buggigattolo per arrivare ai palchi principali in tempo per l'inizio dei Behemoth. Folla oceanica per loro, incredibile che fenomeno mediatico siano diventati dalle sfortune di Nergal. Questa volta tuttavia le gesta dei polacchi saranno tutt'altro che memorabili: il leader appare ulteriormente dimagrito e debolissimo di forma, senza voce, in costante difficoltà fisica. I pezzi sono rallentati, molli, senza mordente. "Demigod", brano che adoro, lascia l'amaro in bocca; il ritornello di "Conquer All" viene completamente stravolto nel suo ritmo per dare modo e tempo a Nergal di sopravvivere; "At The Left Hand Of God" viene praticamente cantata con una sorta di pulito da Nergal che non riesce più a growlare. Nemmeno il pezzo inedito proposto convince, e lascia anzi piuttosto perplessi in vista del disco in uscita a fine anno.

Stendiamo il proverbiale velo ed aspettiamo che Akerfeldt ci tiri su d'animo. Il gregge di "troll" travestiti da musicisti si presenta sul palco in tenuta settantiana e attacca un pezzo dall'ultimo disco "Heritage", totalmente "out of context "e prosegue perculando pubblico e band esibitesi nei giorni precedenti. "Non capisco perchè a un festival chiamato Brutal Assault debbano chiamare gli In Flames, ve lo suoniamo noi il brutal", e via con una masturbazione strumentale di dieci minuti. Salvo poi sparare una "Deliverance" al fulmicotone da far rizzare i peli. Segue una assurda e inedita versione di "Demon Of The Fall" totalmente acustica (peraltro meravigliosa nella sua nuova veste), e la "trollata" prosegue con i tecnici del festival, i quali, alla segnalazione del tempo a disposizione in scadenza, si vedono rispondere in maniera beata "tranquilli, solo un pezzo ancora". Un pezzo, ovviamente, da dodici minuti. "Blackwater Park" spazza via tutto ciò che c'è stato prima, e riconcilia la band col pubblico che comunque, va detto, aveva preso con filosofia la commedia chiamata Opeth, ridendosela di gusto per le stravaganze del gruppo. "Il sole cala per sempre su Blackwater Park", e con la netta percezione che con un solo pezzo la formazione di Stoccolma sia stata in grado di raccontare molte più storie di quanto alcune band riescano in una intera carriera, ci inchiniamo di fronte a una delle realtà più eclettiche attualmente in circolazione.

Chiudono la nostra serata i Borknagar, siamo lontani dal palco e non riusciamo a comprendere chi sia il membro mancante, ma francamente siamo interessati il giusto, preoccupati più che altro delle condizioni di un nostro compare che sta vomitando l'anima, non per ubriachezza sia chiaro, ma per una indigestione allucinante e che ovviamente non riusciamo a contattare al telefono. Pezzi come "Genuine Pulse", "Ruins Of The Future" e "Ad Noctum" non ci lasciano comunque indifferenti e fanno da colonna sonora ai nostri tentativi di contattare il ragazzo disperso, che ritroveremo solo in tenda in tarda serata.

Provati dalle fatiche di quattro giorni di musica, ci rintaniamo per recuperare qualche ora di sonno, solo Pist (e chi altrimenti) aspetta che sia notte fonda per i Saturnus, ma ha vita facile (si fa per dire): il giorno dopo lo attende un volo per Indianapolis, all'inseguimento della sua amata; noialtri stronzi invece ce la dovremo guidare fino a casa.

Nota finale: un sentito ringraziamento e un saluto agli altri due membri della spedizione, Mahssimoh a.k.a. Polifemore, che ha fornito il supporto fotografico, e Guglio, che ha riempito il baule della macchina con un bagaglio delle proporzioni di un sarcofago.

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IT CAME FROM OUTER SPACE #16

J.S. BACH - The Art Of Fugue

Informazioni
Gruppo: J.S. Bach, eseguito da Wolfgang Rübsam
Titolo: The Art Of Fugue
Anno: 1993
Etichetta: Naxos
Autore: ticino1

Incontrai le fughe di Bach alle scuole medie e ne fui immediatamente impressionato. Il secondo contrappunto mi tocca ancora oggi, in particolare per la sua gravità, ampiezza e compattezza. Wolfgang Rübsam è un organista tedesco affermato e, anche se non sarà dotato del virtuosismo di Glenn Gould, interpreta gli spartiti in un modo che posso immaginare sia conforme all'idea originale di Bach. Le note scorrono pacate e non invadono l'udito, lasciando tempo all'ascoltatore per registrarle e digerirle. La Naxos è stata una delle prime etichette a produrre CD classici digitali al 100% (DDD) in grande stile, coprendo Brahms, Mozart, Vivaldi e altri ancora con delle confezioni box pratiche ed economiche. I puristi della musica classica avranno urlato "scandalo!", dopo avere storto il naso; come hanno osato collegare queste sonorità al digitale? Dopo tanti anni possiedo ancora parecchi di questi CD e, quando ne sento il bisogno, ripesco qualche registrazione per staccarmi dal mondo metallico o semplicemente per meditare un poco.




LED ZEPPELIN - Led Zeppelin II

Informazioni
Gruppo: Led Zeppelin
Titolo: Led Zeppelin II
Anno: 1969
Etichetta: Atlantic Records
Autore: Dope Fiend

Il Blues che diventa Rock, Rock duro, durissimo per il periodo. Un decennio tormentato e rivoluzionario che muore per lasciare il posto a un decennio che marcherà indelebilmente (anche grazie all'eredità di questo disco) la storia della musica. Quattro ragazzi poco più che ventenni che sfoderano il loro lato più creativo, oscuro e suadente, gli stessi ragazzi che diventeranno presto delle leggende. Dai ritmi indiavolati di "Ramble On" alla toccante intimità di "Thank You", dalle piroette strumentali di "The Lemon Song" e "Moby Dick" all'inconfondibile dinamismo della celeberrima "Whole Lotta Love"... un album monumentale, un capolavoro, uno degli episodi più belli della storia della musica.




A.A.V.V. - Fivelandia 2-3

Informazioni
Gruppo: Vari
Titolo: Fivelandia 2-3
Anno: 1984-1985
Etichetta: Five Record
Autore: Mourning

Vi starete sicuramente chiedendo cosa cavolo mi sia iniettato in endovena per tirare in ballo le canzoni dei cartoni animati di "Fivelandia", eppure se ci pensate su un attimo sono forse la prima forma di musica alla quale ci si affeziona da piccoli. Queste due cassette contenenti tantissime sigle d'apertura mi hanno accompagnato in tenerà età, grazie a opere ilari come "Pollon" ("sembra talco ma non è, serve a darti l'allegria!") oppure al sensuale, non saprei in quale altro modo definirlo, trio di ladre protagonista di "Occhi Di Gatto"; all'impacciata trasformazione che vedeva la piccola Yū divenire la più effervescente Creamy o ancora alle fantasmagoriche avventure di Nanà, Leonetto e Bobolo di "Nanà Supergirl".

A quella età ho scoperto tantissimi altri personaggi, poi divenuti veri e proprie icone all'interno dei miei ricordi (se iniziassi a menzionare i vari Jeeg, Mazinga e compagnia bella chi la finirebbe più...) e che una volta concluso l'episodio in tv continuavano a farmi compagnia attraverso quelle brevi sigle, che ancora oggi chiacchierando con gli amici ci fanno ridere, sognare un po' e mettere momentaneamente di lato i problemi quotidiani. Ingenuità e divertimento allo stato puro.



BURIAL - Burial

Informazioni
Gruppo: Burial
Titolo: Burial
Anno: 2006
Etichetta: Hyperdub
Autore: Istrice

Luci lontane, l'alba ancora non fa capolino nell'oscurità, mentre la upper-Londra dorme nei quartieri meridionali qualcuno ancora balla, qualcuno si gode il suo Southern Comfort riscaldandosi il corpo, qualcuno semplicemente ascolta. È un ritmo primitivo che li accomuna, il ritmo di una città notturna e inesplorata, misteriosa, ma dotata di un fascino ancestrale. L'uomo bianco senza volto si addentra in un campo fino ad allora in totale possesso dei fratelli, moderno Chet Baker, e con sensibilità sopraffina taglia, sfronda, minimalizza, dando vita a una creatura elettronica destinata nel corso di pochi anni a influenzare l'intero orizzonte musicale, ben oltre i confini del proprio genere. Un disco la cui importanza storica non può essere sopravvalutata.

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SUMMONING - Old Mornings Dawn


Informazioni
Gruppo: Summoning
Titolo: Old Mornings Dawn
Anno: 2013
Provenienza: Austria
Etichetta: Napalm Records
Contatti: facebook.com/SummoningBand
Autore: Akh.

Tracklist
1. Evernight
2. Flamminer
3. Old Mornings Dawn
4. The White Tower
5. Caradhras
6. Of Pale White Morns And Darkened Eves
7. The Wandering Fire
8. Earthshine

DURATA: 1:06:38

I Summoning già da due decenni sono il più fulgido riferimento per tutti gli amanti del mondo tolkieniano o fantasy in ambito Black Metal. Fin dal loro esordio primitivo e ruvido "Lugburz", titolo che mi intrigò già dalla sua uscita, il concept dello storico duo si è mosso unicamente fra le lande oscure della Terra di Mezzo, creandosi con il passare del tempo legioni intere di orchetti seguaci, fedeli alle orchestrazioni sinfoniche che vagavano fra tempi agitati, luoghi misteriosi o battaglie senza mercé. C'è da evidenziare inoltre come i nostri siano stati sempre una pedina atipica nello scacchiere di quella promettentissima scena austriaca della metà degli anni '90 che poi forse ha un po' deluso le attese. Per questi motivi la notizia di un nuovo album ha immediatamente scaldato migliaia di cuori neri e noi in redazione ci siamo preparati a trattare "Old Mornings Dawn".

Venendo ai nostri giorni, il passaggio di un lustro dal precedente capitolo non ha minimamente modificato i tratti somatici del gruppo, restituendoci Protector e Silenius in forma smagliante sin dall'eterea introduzione "Evernight", in cui il bisbiglio sommesso nella notte di un'elfa che mormora minacce e moniti che giungono dall'Est ci dimostra quanto ancora ci sia da scandagliare fra le leggende di J.R.R. Tolkien. Una volta entrati nel loro universo e calati fra le lande del Gorgoroth, non vi è modo di uscire dall'incantamento dei Summoning: "Flammifer" possiede le massime caratteristiche del progetto, tastiere oscure e sognanti, percussioni tribali e ossessive, mentre le urla distinguibili del duo svolgono quell'effetto di contrasto tipico di una sfida al mondo luminoso dei Valar, di cui il ricordo echeggia nei richiami delle grandi aquile e nel nome della Fiamma dell'Ovest.

Gli arrangiamenti sono molto in linea con una certa ricerca musicale medievale, nella quale vengono sovrapposti giri melodici e ritmici sui temi principali in maniera da creare una ragnatela di colori ammaliatrice e unica, come accade anche in "Old Mornings Dawn". Qualcuno potrebbe affermare che i Summoning giochino sempre con le medesime soluzioni e scale, ma è solamente l'orecchio di un profano e miscredente a cadere in questo errore, poiché la loro Arte è da considerarsi assolutamente in altra maniera e ad essere precisi ci sono veramente mille arrangiamenti in queste note senza tempo che suonano inediti e che riescono a dare nuovo respiro alle trame delle due anime incatenate al destino dell'Unico Anello. Succede nella sopracitata intro o nei cori imponenti di "Old Mornings Dawn" e nel suo stacco recitato, tuttavia potrei nominare pure il nuovo spirito vocale trasmessoci nella conclusiva "Earthshine", in cui traspare una vena maggiormente "pulita". Il tutto suona epico ai massimi livelli: i fiati, le chiarine e i tappeti di tastiera per paradosso portano a picchi ascendenti straordinari e ci indicano quanto questo progetto sia oramai un polo indiscutibile e unico per questa sezione del metallo nero, mentre le moltitudini di seguaci che vorrebbero ripercorrerne le orme finiscono con le ossa schiantate sui basamenti della loro Torre.

Anche la produzione percorre un sentiero inedito: da una parte mantiene fede a tutti gli stilemi degli austriaci, dall'altra riesce a sviscerare una forza quasi tridimensionale dei suoni, come se l'uscita della trilogia di P. Jackson avesse illustrato le possibilità per la tecnologia di ampliare i dettagli, pur mantenendo inalterato il mistero e la forza della proposta. Ci troviamo quindi di fronte a suoni che rispecchiano i sintetizzatori anni Novanta, sfruttandone il massimo potenziale, con un grandissimo risultato fonico in cui non si perde neanche una briciolo del pathos magico che da sempre fuoriesce in questa sede. Anche le chitarre hanno modificato il proprio impasto, mantenendo altissima la qualità, si veda "The White Tower".

Proseguendo nell'ascolto, come non farsi rapire dagli accenni orientaleggianti di "Caradhras", nella quale si percepisce come l'anima della montagna si sia fatta irretire dalla lunga esposizione a levante; le cornamuse e le percussioni invece giocano assieme, intrecciandosi con la linea di chitarra e con l'alternarsi di pianoforte e suggestivi cori in un incedere mastodontico dotato di una prova vocale isterica e scevra da fronzoli, tanto da riportarmi alla mente quei demo sepolti negli scantinati più di quattro lustri fa. Sovente vengono miscelate soluzioni differenti di batteria e situazioni tribali, creando un insieme vincente fra ambientazioni e durezza di suono, cosa che viene ribadita da "A Pale White...", dove viene inserita una linea di batteria senza altri arricchimenti per fare sfogare tutta la violenza degli scream infernali degli Spettri dell'Anello, in quello che si potrà definire l'ennesimo "classico" della band. Anche gli intrecci e le orchestrazioni dei Summoning sono e rimangono di un livello altissimo in ogni istante di questo ascolto.

La cosa che maggiormente continua a farmi riflettere è come questo album, al pari della loro grandissima discografia, sembri essere realizzato per illustrarci un viaggio, utilizzando quindi sia soluzioni di sottofondo che indicandoci dettagli di bellezza infinitesimale. Questo succede pure nella meravigliosa "The Wandering Fire", dove è veramente facilissimo farsi trasportare dall'odio dell'Unico Occhio e dal suo progetto incatenante e librarsi in maniera trascendente; andatevi ad ascoltare il pezzo dedicato all'Anello e percepirete come non abbia eguali in tutta la produzione targata Summoning, risultando appunto "Unico". Infine la melanconica "Earthshine" chiude questa ora abbondante di scorribande, scontri leggendari, corse nei passi del Cirith Ungol e nei sogni ambiziosi di stregoni e sovrintendenti, su cui il padrone del Witch King domina sprezzante, sognando il momento in cui le sue nubi copriranno lo scintillio di Arda.

"Old Mornings Dawn" dimostra così di essere l'ennesimo colpo vincente di Silenius e Protector all'interno di una discografia impressionante per qualità e bellezza, dirvi che andrà di diritto nella mia personale Top 5 di fine anno è certo, come sicure sono le vestigia di Tolkien in mano a questi austriaci, che risaltano in un mondo musicale apatico e talvolta noioso, inserendosi in uno spazio al di fuori dal tempo. Tutto ciò che i Summoning ci hanno sempre dimostrato e regalato è una imponenza sonora senza eguali, intrecciando in maniera personale un pantheon non semplice e ricchissimo di sfaccettature, in cui il duello fra la Luce e le Ombre non è questione di anni, ma di Ere, dove sogni e incubi si alternano senza riposo nel ricordo di Vecchie Albe.

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EVILDEAD - Annihilation Of Civilization


Informazioni
Gruppo: Evildead
Titolo: Annihilation Of Civilization
Anno: 1989
Etichetta: Steamhammer
Contatti: Evildead, Box 3182, Alhambra, Ca. 91803 U.S.A.
Autore: ticino1

Tracklist
1. F.C.I. / The Awakening
2. Annihilation Of Civilization
3. Living Good
4. Future Shock
5. Holy Trials
6. Gone Shooting
7. Parricide
8. Unauthorized Exploitation

DURATA: 36:50

La copertina data al nuovo lavoro degli Evildead dal grande Ed Repka rispecchia le realtà dei nostri giorni. Le testate dei giornali non servono a rassicurare il pubblico. La guerra in Afghanistan sta finendo, il disarmo nucleare pare ancora essere lontano e la paura di catastrofi tecnologiche è onnipresente; sarà Bush, il nuovo presidente statunitense, in grado di portare un poco di calma a livello internazionale? Sarà il metal a salvare il Mondo?

La Steamhammer pare avere la manina d'oro nella scelta dei suoi gruppi in scuderia. Gli Evildead ci gratificano con il loro primo LP, dopo averci sollazzati con una demo e l'EP uscito l'anno scorso. Quelle due registrazioni ci offrirono un thrash aggressivo e di alto livello tecnico, grazie anche, ma non solo, alle qualità di Juan Garcia. Questi è indubbiamente uno dei migliori chitarristi metal sul mercato odierno.

Il 33 giri ci viene servito in una copertina apribile a libro che presenta all'interno tutti i testi sulla sinistra, mentre sulla destra ci sono la foto del gruppo, la lista dei membri e, cosa molto simpatica, quella dei roadie. Senza di loro una formazione sarebbe persa durante le tournée.

Poso la puntina nel solco per sentire l'introduzione, corta, intitolata "F.C.I.", preludio dell'inferno che sarà "The Awakening". La scala orientale d'entrata serve solo a mitigare la mitragliata che segue. Rabbia, violenza... tutti ingredienti di quello che potrebbe essere thrashcore dei più incazzati. Non ci sono dubbi: gli Evildead continuano a scavare nella vena scoperta agli inizî. La formazione intreccia una buona quantità di scale nella trama delle canzoni. Alcune sono annichilenti, come il passaggio spaccacollo a meno di un minuto di "Living Good" che, purtroppo, dura poco e appare in una sola occasione. A volte l'effetto è più importante del divertimento. Situazioni per pogare e per fare casino ne scoprirete a bizzeffe su questo lavoro, non temete. Vedo già una massa di thrasher spaccarsi le ossa a vicenda nel pozzo e corpi che si lanciano intrepidi dal palco. Un punto che trovo sia molto rilevante è la totale dominanza della tecnica nell'uso di tutti gli strumenti, tecnica che viene investita in violenza e non in seghe a manici e pelli. Altri punti forti del disco sono sicuramente "Holy Trial", pezzo molto complesso e variato con assoli da lacrime, e "Future Shock", che convince non grazie alla sua velocità ma piuttosto per il gioco fra le due chitarre.

M'infastidisce la produzione, molto moscia, che credo sarà un punto tanto criticato dagli ascoltatori. Non riesco a comprendere come possa succedere un "incidente" tale. Cacey McMakin non è un nome sconosciuto nell'ambiente metal, poiché ha già lavorato con gruppi come i Nuclear Assault e conosce perciò questo tipo di suono.

"Annihilation Of Civilization" è un album che troverà parecchi amici e offrirà tanto divertimento e una scarica di violenza gratuita! Tenete d'occhio le locandine dei vostri locali abituali per non perdere un'eventuale presenza live di questi statunitensi.

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A MILLION MILES - What's Left Behind


Informazioni
Gruppo: A Million Miles
Titolo: What's Left Behind
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Abandon
Contatti: facebook.com/AMillionMilesOfficial
Autore: Mourning

Tracklist
1. Death And Beyond
2. Broken
3. When Skies Fall Down
4. Seperation
5. Letter For You
6. Hold
7. A Million Miles
8. What's Left Behind
9. Dusk
10. Walk All Night
11. The End

DURATA: 44:08

I tedeschi A Million Miles: una promessa sulla quale puntare o una meteora già abbattutasi? Dopo un paio di messaggi su Facebook con la cantante Mona, ho ricevuto una copia del debutto "What's Left Behind", ma cercando informazioni anche sulla pagina di Metal Archives li ho trovati segnalati come sciolti. Che sarà successo?

Il quintetto di Amburgo ha presentato una prima prova heavy-alternative robusta, eppure parecchio melodica, varia e ruvida quanto accattivante e orecchiabile. In più di un'occasione si nota come le due facce della stessa medaglia riescano a convivere, grazie al buon riffing a cui hanno dato vita le asce Willow e Shi e alla prestazione ritmica massiccia, alle volte anche grassa, del duo composto da Finbar e Philipp, rispettivamente preposti a fornire le linee di basso e a percuotere le pelli; mentre Mona, in virtù di un'impostazione vocale a metà fra un Phil Anselmo d'annata e Sandra Nasic dei Guano Apes, dona ai brani quell'appeal e quel carisma che servono per farsi apprezzare.

Questi musicisti dimostrano di saperci fare sin da subito, per merito dell'apertura affidata a una delle canzoni più riuscite del disco: "Death And Beyond" è un concentrato d'adrenalina e alta fruibilità a cavallo fra moderno e passato che ben identifica il modo di vivere la musica da parte degli A Million Miles; in seguito episodi come "When Skies Fall Down" e "Hold" si allineano a questa scia. A completare il disegno giungono "Letter Of You", caratterizzata da un sound più southern, la strumentale "Dusk" e la seducente "Walk All Night", dal vissuto duale, vivace e scura, dotata di armonie di chitarra affascinanti quanto allentata e malinconica nella fase di mezzo, in cui si staglia l'assolo.

L'album è stato prodotto in maniera brillante, i suoni sono veramente ottimi, tuttavia per coloro i quali il metal vive ed esiste esclusivamente nella forma old school, sarà difficile scendere a compromessi con le divagazioni pulite, e a tratti di facile presa, offerte dai tedeschi. Sarebbe però altrettanto errato non dar loro neanche la possibilità di arrivare al vostro orecchio, quindi prima di scartarli ascoltateli.

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FAKE HEROES - Divide And Rule


Informazioni
Gruppo: Fake Heroes
Titolo: Divide And Rule
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Antstreet Records
Contatti: facebook.com/fakeheroes.band
Autore: Mourning

Tracklist
1. Jiddu
2. FH
3. Anthill
4. Beyond This Glass
5. Between Sounds And Noises
6. Stealing
7. Wise Man
8. Don't Believe Them
9. Reflection
10. Sense Of Gratitude
11. Need Of Light

DURATA: 43:03

Basta poco per dar vita a un grande album, basta pochissimo per rimanere bloccati nel purgatorio della mediocrità; è un passo breve quello che conduce da un lato o dall'altro di tale linea di demarcazione qualitativa e al giorno d'oggi le due sponde vantano un numero di frequentatori altamente elevato e interscambiabile. Ciò che voglio dire è che molte volte, soprattutto quando si parla di prime prove, giocarsela sul cosiddetto "sicuro" può divenire più rischioso di quanto si immagini. Questo è il caso dei Fake Heroes di "Divide And Rule" ("Divide Et Impera" inglesizzato).

Il quintetto pescarese ha confezionato un debutto piacevole e decisamente ben composto. Tutto sembra girare a dovere, partendo dalla scelta dell'impostazione melodica per i brani e passando per le brevi, ma interessanti, divagazioni ipnotiche che di tanto in tanto si percepiscono. È un binomio rock-metal che convive in maniera gradevole e mai eccessiva, tuttavia palesemente "schiavo" di nature compositive ben più note (Alter Bridge e Tool fra i tanti) che lo incatenano limandone i valori. Il peso esagerato della derivazione è purtroppo da tenere in considerazione. Non posso affermare che l'album sia brutto, né che non si lasci ascoltare; è però chiaro quanto, pur avendo apprezzato brani come "Anthill", "Beyond This Glass", "Stealing", "Wise Man" e "Need Of Light, la proposta francamente fruibilissima e di buona compagnia non riesca in alcun modo a staccarsi dalla mediocrità prima chiamata in causa. A dire il vero, la forma curata sotto ogni aspetto aiuta, seppure non permetta comunque a "Divide And Rule" di prendere il volo all'interno di un mercato discografico sempre più colmo d'uscite altrettanto valide.

"Divide And Rule" si guadagna una sufficienza e pone le basi su cui poter lavorare per migliorare, ampliare e, mi auguro, provare a mettere un po' di sostanza propria in un secondo album che potrebbe, in un prossimo futuro non lontano, consegnarci i Fake Heroes in grado di dire la loro a tutti gli effetti. Li si attende al varco.

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MESMERIZE - Paintropy


Informazioni
Gruppo: Mesmerize
Titolo: Paintropy
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18
Contatti: facebook.com/mesmerizemetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. It Happened Tomorrow
2. 2.0.3.6.
3. A Desperate Way Out
4. Monkey In Sunday Best
5. Midnight Oil / Within Without
6. One Door Away
7. Paintropy
8. Shadows At The Edge Of Perception
9. Mrs. Judas
10. You Know I Know
11. Masterplan
12. Promises [cover The Cranberries]

DURATA: 53:04

I lombardi Mesmerize sono una formazione che ha raggiunto nel corso degli anni la propria stabilità e ha trovato la via adeguata per far sì che l'eleganza e la genuina frenesia dell'heavy classico potessero convivere con la ruvidità e le attrattive istintive delle sezioni thrash. Ce l'hanno dimostrato in passato e continuano a farlo a distanza di quindici anni dal debutto "Tales Of Wonder" con "Paintropy", disco che è senza dubbio la loro produzione maggiormente evoluta e completa.

L'album in questione mette in evidenza il grandissimo lavoro svolto dalla sezione ritmica, composta da Andrea Tito al basso e Andrea Garavaglia alla batteria, sin dall'attacco di "It Happened Tomorrow" ed è proprio il caso di chiamarlo così; il duo da inoltre riprova del suo valore in episodi arcigni quali "Monkey In Sunday Best" e "Paintropy", con cui la band pressa l'ascoltatore, mettendolo all'angolo, come accade anche nella più strana "A Desperate Way Out", dotata di uno stile contaminato un po' dai Nevermore e un po' dagli Iron Maiden. I Mesmerize hanno reso la versatilità parte della loro esperienza musicale: l'ottimo e vario operato del chitarrista Piero Paravidino in "2.0.3.6." e l'abilità nel calcare la mano con cattiveria sul versante thrash in maniera costante, così come nel concedersi a situazioni dalla solidità degna del power più roccioso (si veda la fiera "One Door Away"), potrebbe far pensare a un misto fra i già nominati e molto "ingombranti" musicisti di Seattle e i Jag Panzer di Harry "The Tyrant" Conklin.

Che si tratti di andare veloci e far male in "Shadows At The Edge Of Perception", inscurire i toni in "You Know I Know" o permettere al lato più orecchiabile di prendere il sopravvento nella piacevolissima "Mr. Judas" e nella azzeccatissima rivisitazione in chiave personale di "Promises" (canzone dei Cranberries di "Bury The Hatchet"), il risultato finale è sempre di ottima fattura, grazie a una prestazione strumentale priva di sbavature, all'ennesima valida prova di Folco Orlandini (che molti ricorderanno anche dietro al microfono dei Time Machine di "Act II - Galileo") e a una produzione che, pur garantendo loro pulizia e aggressività moderne, non ne annienta la comunicatività, appiettando i suoni nello stile "adorato" dalla Nuclear Blast; quella sì che è una vera e propria piaga.

Mi auguro vivamente che "Paintropy" sdogani definitivamente il nome Mesmerize, l'ora era già arrivata con "Stainless", questo album dovrebbe quindi continuare ad allargare e rendere più accessibile lo spiraglio aperto a quel tempo. In Italia abbiamo band che non hanno nulla da temere in confronto a quelle straniere, però dobbiamo dar loro il sostegno che meritano: perché non inserire anche i Mesmerize nella vostra lista ideale? Ascoltate, ponderate e per ciò che mi riguarda:comprate questo disco.

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WALKING CORPSE SYNDROME - Alive In Desolation


Informazioni
Gruppo: Walking Corpse Syndrome
Titolo: Alive In Desolation
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/walking.corpse.syndrome
Autore: Mourning

Tracklist
1. Minion
2. The Individualist
3. Walking Sacrifice
4. Pushing The Grey
5. Choke
6. Forsaken
7. Captive
8. Inhumanity

DURATA: 32:06

I Walking Corpse Syndrome sono una di quelle formazioni per cui vale ancora l'aggettivo "alternativo", poiché il sound del sestetto proveniente dal Montana ha acquisito una identità tale da evitare dispersioni o passaggi a vuoto nei brani, pur continuando a battere diversi territori sonori. Nel 2010 vi avevo presentato il loro secondo album "Narcissist", il 2013 invece porta il terzo lavoro intitolato "Alive In Desolation" che, oltre a un paio di novità a livello compositivo, ne fa segnalare alcune nella formazione, dato che mancano all'appello sia il cantante Michael Phlegm sia la tastierista Meredeath LaChryma.

Il cambio dietro al microfono non fa registrare nessun tipo di carenza o problema, Leif Winterrowd se la cava decisamente bene nell'alternare growl e fasi in scream. Le atmosfere gotiche e decadenti sono state decisamente messe di lato, la band difatti preferisce puntare su situazioni orrifiche e malsane (riscontrabili in "Pushing The Grey" e "Captive"), divenendo più aggressiva sino a sfiorare — o addirittura toccare — la spigolosità del death; si vedano la canzone d'apertura "Minion", particolarmente cattiva, la più equilibrata "Walking Sacrifice" e "Choke". Esistono comunque punti di contatto col passato, ma solo in sparuti casi, tramite le intrusioni del violino a cura del "professore" William Sludge in "Forsaken" e nella conclusiva "Inhumanity".

"Alive In Desolation" è un bel dischetto, si lascia ascoltare piacevolmente e si raggiunge la fine, con i Walking Corpse Syndrome che ripetono in coro in maniera ossessiva "False idol! False icon! False idol!", in un batter d'occhio, grazie a una durata contenuta che massimizza la fruibilità della prova, rendendola ancora più accessibile, ma tutt'altro che orecchiabile. Per questo album vale lo stesso discorso fatto per "Narcissist": gli amanti del metal inquadrato in precisi schemi d'appartenenza difficilmente se ne interesseranno; i restanti al contrario si troveranno a confrontarsi con una formazione ormai pienamente matura e che ha confezionato una terza uscita di buonissimo spessore. Non sottovalutatela.

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UR - Ur


Informazioni
Gruppo: Ur
Titolo: Ur
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/ur.doom.band
Autore: Mourning

Tracklist
1. Aurochs
2. Condor
3. Megaloceros

DURATA: 41:08

Gli Ur sono una nuova realtà appartenente all'ambito sludge-doom atmosferico proveniente dalla Germania che nasce dalla passione di altre due realtà già passate su Aristocrazia: parlo dei Chakrun e dei Seas Of Stone, recensite dal sottoscritto al tempo dello split condiviso. Il nome della band deriva da un gigantesco tipo di bestiame ormai estinto (dalla copertina non avrei escluso Uri, la divinità longobarda della neve e della caccia) e che a quanto pare, data la mole e il carattere tutt'altro che docile, sembra sposarsi bene col suono di questi musicisti.

Le movenze scelte per i tre capitoli del loro omonimo debutto sono lente, maceranti, psichedeliche e lugubri. La sensazione è pari a quella di chi raschia costantemente il fondo, circondato da un nero avvolgente e vigoroso che assume una connotazione più decisa e minacciosa nell'attimo in cui fa il suo ingresso il growl profondo, come nella prima traccia "Aurochs". Nella successiva "Condor" invece l'inquietante forma di epicità presente si tramuterà in agonia e disperazione dovute alla pesantezza pachidermica aggiuntiva, innestata dalla cattiveria e dalla dissestante flemma di stampo doom-death. Questa discesa perpetua è interrotta da un'improvvisa e dilaniante quiete post-metal, nella quale la strumentazione mantiene un profilo basso e crea un'atmosfera malinconica, nell'attesa del ritorno di quel sentore epico precedentemente evidenziatosi. A chiudere il trittico giunge "Megaloceros", canzone strumentale che — mantenendo la presa emotiva scura e alimentando l'incubo sinora raffigurato dalle sue sorelle — pone la parola fine al disco, lasciando un retrogusto di malsano che rimarrà in circolo per molto tempo dopo lo scoccare dell'ultima nota.

La produzione è più che buona, la strumentazione è distinguibile in toto e il basso, soprattutto, viene più volte messo in evidenza, dando alle corde pulsanti l'importanza che meritano.

"Ur" è tragicamente affascinante, un interessante segnale inviatoci da una formazione che potrebbe far breccia nel cuore degli appassionati fruitori di questo mondo particolare e a suo modo strettamente elitario. A essi consiglio caldamente non solo l'ascolto, ma l'acquisto dell'album, mentre agli Ur auguro vivamente di non rimanere autoprodotti ancora per molto, speriamo che un'etichetta attenta dia loro fiducia. In bocca al lupo ragazzi!utatela.

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MISTY MORNING - Saint Shroom


Informazioni
Gruppo: Misty Morning
Titolo: Saint Shroom
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Doomanoid Records
Contatti: mistymorning.it - facebook.com/pages/Misty-Morning/28047488767
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Saint Shroom
2. Jellotron

DURATA: 22:14

Per una serie di motivi che al lettore non interesseranno minimamente, la recensione di "Saint Shroom" arriva con due anni di ritardo rispetto alla data di uscita di questo maxi singolo, presentato sotto forma di 12", rilasciato dalla britannica Doomanoid Records. Il gruppo in questione sono i nostrani Misty Morning che, dopo un buon EP datato 2008, "Martian Pope", hanno sfornato nel 2011 il disco qui trattato, apripista per l'album di debutto e linea di raccordo tra il passato e ciò che allora era il presente della band.

"Saint Shroom" si apre con un'introduzione scura, a breve soppiantata da un Heavy Rock robusto con un sottofondo di sintetizzatori e movenze elettroniche settantiane (non faticherete a ritrovare echi di un album come "Sabbath Bloody Sabbath"). Il ritmo pian piano rallenta fino a sfociare in un Doom tenebroso, contornato da digressioni astrali e accompagnato dalla versatile voce di El Brujo Luke, la quale nei momenti più ruvidi pare un incrocio tra Phil Anselmo, Zakk Wylde e Lee Dorrian. Il brano si dipana con maestria tra influenze molteplici e umori cangianti, rappresentando infine un affresco sfumato da molti colori che, nell'insieme, formano un'immagine decisamente interessante. Cambia un po' il registro con "Jellotron", episodio risalente al 2009. Quest'altra faccia dei Misty Morning è infatti votata maggiormente a un Doom granitico e muscolare che prende i Cathedral come indiscutibile pietra di paragone. Vengono comunque mantenuti alcuni punti di contatto con la materia più psichedelica e progressiva sviscerata dalla precedente "Saint Shroom", dimostrando così come il processo di evoluzione e personalizzazione dello stile fosse già iniziato ben prima dell'entrata di Rejetto (colui che si occupa ora della parte elettronica) nel 2010. Va comunque annotato come, nel complesso, "Jellotron" si dimostri lievemente più compatta ed efficace della traccia che la precede.

Non abbiamo ancora alcuna notizia certa riguardante l'uscita del debutto a cui il presente "Saint Shroom" avrebbe dovuto fare da apripista, ma siamo certi che in casa Misty Morning non si stiano girando i pollici e quindi resteremo sintonizzati. Nell'attesa, godiamoci quanto fatto finora dal quartetto nostrano... e che il Santo Fungo sia con tutti noi!

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RED CAT PROMOTION (Alice)


Informazioni
Autore: Mourning

Foto: Lorenzo Desiati

Ogni tanto mi capita di divagare: intervistare le band è sempre interessante, ma è anche giusto dare spazio a chi si muove dietro le quinte producendole, promuovendole e sudando sette camicie per ottenere ciò che meritano. Non è la prima volta che lo faccio e oggi vedrò di approfondire l'argomentocon Alice Cortella, titolare della Red Cat Promotion.

Ciao Alice e benvenuta su Aristocrazia, come stai?

Alice: Ciao Gabriele! Come dico sempre "stanca, ma felice", quindi direi assolutamente bene!


Come faccio con i gruppi, ti chiedo di presentarti ai nostri lettori: qual è la tua storia all'interno del mondo della musica? Come e quando ti sei appassionata in maniera tale da volerne fare parte? Quali sono gli artisti e i dischi che ti hanno segnato indelebilmente in qualità d'ascoltatrice?

La passione per la musica ce l'ho da sempre, come spesso accade ai musicisti, anche se io non faccio parte di questa categoria. Fortunatamente ho avuto dei genitori a loro volta appassionati, quindi sono cresciuta fra i dischi dei Rolling Stones, Pink Floyd, De Andrè e Battisti per citarne alcuni. Sicuramente questi artisti sono rimasti nel mio cuore e mi hanno seguito dall'infanzia fino a oggi. Ma ci sono due episodi della mia vita legati alla musica che ricordo con emozione e che di certo mi hanno influenzato molto. Il primo risale a quando avevo circa quattordici o quindi anni (quindi circa a metà anni '90): ero di passaggio a San Marino con mia madre e ricordo che comprai tantissime cassette (lì costavano molto meno!), fra cui "Nevermind" dei Nirvana, senza avere la minima idea di chi fossero. Fu ovviamente uno shock e li ascoltai più o meno per un anno intero! Il secondo è legato a "Ok Computer" dei Radiohead, un inaspettato e in seguito graditissimo regalo di compleanno! Da quel momento in poi non ho mai smesso di cercare nuovi artisti e album che mi potessero emozionare come allora!


Toglimi la curiosità sul nome dell'agenzia: perché Red Cat?

Ovviamente perché a casa ho un bellissimo gatto rosso che adoro!


Qual è stato il motivo principale che ti ha fatto gettare nella mischia e quali erano le aspettative che nutrivi per questa nuova avventura?

Ho deciso di aprire Red Cat perché la musica è sempre stata una delle mie più grandi passioni, a fianco della pittura e del cinema: avevo già avuto un'esperienza come dipendente di un'agenzia di management e volevo fortemente proseguire su questa strada. Quindi ho pensato che la soluzione più naturale fosse di tentare di aprire una mia agenzia e ti assicuro che in partenza avevo diverse preoccupazioni: perché partivo senza budget, senza un nome conosciuto ed era forse un sogno troppo grande per sperare che diventasse davvero reale. Tuttora mi emoziono ogni volta che una band decide di affidarsi a Red Cat, anche se siamo di certo cresciuti e siamo in gradi di dare molte più garanzie. A dire il vero mi stupisco ogni mattina quando vengo in ufficio, realizzando ogni volta che Red Cat esiste davvero, e la felicità che mi dà questo lavoro compensa tutte le difficoltà che inevitabilmente si devono affrontare.


Promotion ed etichetta ti terranno un bel po' occupata. Quanto è difficile gestire entrambe le cose? Ma la Red Cat è solo Alice Cortella o hai uno staff che ti da una mano?

Inizialmente Red Cat era nata come semplice ufficio stampa. L'etichetta è venuta in seguito, un po' per caso se vuoi, ma mi sta dando davvero tante soddisfazioni! Il lavoro è tantissimo, perché cerchiamo di seguire la band sotto ogni aspetto: dalla stampa di un disco alla Siae, passando per la ricerca di un'etichetta, l'immagine e ovviamente la promozione. So che molte agenzie ed etichette in Italia, soprattutto nell'underground, sono gestite da persone che ci lavorano part-time o addirittura solo nel tempo libero! Io lo faccio a tempo pieno ed anche di più, se si considera che spesso non ci sono pause pranzo, né weekend e che passo in ufficio dalle dieci alle dodici ore al giorno... e a volte non basta nemmeno! Ma sono fermamente convinta che per riuscire in un progetto così ambizioso (e per fare le cose per bene) bisogna dedicarcisi al 150%. Ho un paio di ragazzi che mi aiutano con l'ufficio stampa e con lo scouting e mia mamma mi dà una mano con la contabilità: per ora non mi posso ancora permettere un team fisso, tutta colpa delle tasse [sorride]. Però cerco di sfruttare al meglio le collaborazioni instaurate in questi anni, anche con altri uffici stampa: credo molto nella cooperazione, è il solo modo per far lavorare un po' tutti quanti.


In quale modo scegli una band sulla quale puntare e successivamente in che modo si svolge la promozione del materiale?

Per quanto riguarda l'ufficio stampa, i parametri sono molto semplici, ma imprescindibili: una buona produzione, un progetto interessante (non uso la parola originale, perché personalmente la riservo solo per pochissimi "eletti"), serietà e determinazione. Per l'etichetta si aggiunge anche il mio gusto personale. La promozione dipende sempre da caso a caso e il nostro obbiettivo primario è quello di promuovere prima di tutto il gruppo e non solo il loro album.


Quali sono i veicoli promozionali più utili al momento?

Sicuramente YouTube è una delle finestre più importanti per una band. Poi ci sono i vari social network, Facebook in primis, e in generale tutto ciò che nasce sul web, come i recenti Spotify e Deezer. Di contro posso dire che in Internet è molto difficile distinguersi fra le migliaia di band che cercano un proprio spazio, ma di certo in questo caso la differenza viene fatta sia dalla qualità che dalla quantità di ciò che si propone: l'immagine della band assume un ruolo primario e anche il numero di "follower" o articoli pubblicati. Certo non bisogna lasciare nulla al caso ed è fondamentale programmare ogni news e ogni evento riguardante il gruppo con anticipo e cognizione.


In passato (e non solo) uno dei più grossi dubbi dei lettori di fanzine e webzine è stato legato al fatto che figure poco chiare avessero la libertà di sfruttare la loro presenza e/o pressione per garantirsi voti e spazi all'interno delle varie riviste e siti di settore. Pensi sia cambiata questa logica del malaffare o sia una pratica ancora attuata?

Assolutamente non è cambiato nulla, soprattutto in ambienti più mainstream. Ci sono "luoghi" dove l'underground non entrerà mai (includo anche band conosciute a livello nazionale, che però non fanno "pop") e l'esempio più lampante sono sicuramente le radio nazionali.


Fra i nomi ai quali hai fatto promozione ultimamente spiccano gli Extrema e i Death SS, due realtà importanti del nostro panorama musicale che però hanno sempre subito delle dure contestazioni. Secondo te perché l'italiano non è mai contento e davanti a formazioni di pari livello, o decisamente più scadenti, ma estere, tende a supportare ciò che viene prodotto al di fuori dei nostri confini?

Riallacciandomi anche alla domanda precedente, uno dei motivi è proprio per il fatto che le band estere sono supportate da nomi molto grossi, che riescono a entrare nei circuiti (tv, radio, magazine) che per noi comuni mortali sono off limits. Inoltre c'è la convinzione che il metal "made in Italy" non interessi il grande pubblico, forse perché chi ha in mano ancora oggi il potere in ambito musicale si è sempre e da sempre occupato di altri generi. In realtà il metal come il rock offrono una vastissima scena, non solo di band, ma soprattutto di appassionati, di conseguenza a parer mio non è il pubblico che mancherebbe, quanto chi possa permettere che band come gli Extrema e i Death SS abbiano più spazio.


Il mondo dell'arte in genere è in crisi, una crisi che si prolunga di anno in anno, eppure la musica nello specifico è piena di appassionati che continuano a comprare gli originali. Allora a chi dobbiamo imputare questa decadenza dei valori? Le tonnellate di mp3 e lo streaming stanno uccidendo la mentalità d'acquisto?

In parte sicuramente, anche se come dici tu gli appassionati continuano ad acquistare dischi. Rispondendoti da addetta ai lavori, ti posso dire che le vendite sono sempre più in calo e che questo ha cambiato in modo drastico anche la discografia, che sopravviveva proprio grazie alle vendite. Di fatto i dischi si vendono quasi unicamente ai concerti e anche questi sono sempre più difficili da organizzare. Il motivo? Qui ti rispondo da ascoltatrice: la maggior parte degli artisti che mi vengono proposti dai media non mi interessano e per scovare una band che mi piaccia dovrei vagare a caso per ore su Internet. Per questo i dischi vengono venduti di più ai concerti: perché l'ascoltatore sa già di cosa si tratta e se gli piace o meno. Una differenza sostanziale col passato, di cui non si parla quasi mai, è che fino a qualche anno fa fare un disco costava tantissimo: dalle registrazioni alla stampa ecc.. Di conseguenza ce n'erano anche molti di meno! Oggi tanti registrano in casa, stampano a casa e nonostante ciò l'attenzione e lo spazio che riesce ad avere un disco autoprodotto è paragonabile a quella di un disco professionale. Certo anche lo streaming e il download sono aspetti che hanno aumentato la crisi delle vendite. Ma come dicevo qui sopra, una grossa responsabilità ce l'hanno anche i media, proponendo spesso musica "imposta" più che voluta.


Le band sopravvivono grazie ai concerti e al merchandising venduto in quelle serate, però quando un disco viene stampato in edizione limitata, il più delle volte parlando con amici e conoscenti sento lamentele in quanto non si è riusciti a reperirlo. Come devono fare le formazioni se spesso non vengono supportate o peggio ancora vengono abbandonate a se stesse?

Al giorno d'oggi bisogna capire che pubblicare un disco è un investimento che raramente ti porta a guadagnare qualcosa. Questo è sicuramente un punto a mio favore, perché so già che le band che hanno davvero intenzione di farlo sono mosse essenzialmente dalla passione per la musica e che credono realmente nel loro progetto. Quanti gruppi ho visto nascere e poi sciogliersi dopo solo un anno o due! Pubblicare un disco non costa poco, ma nemmeno molto se si pensa ai prezzi di qualche anno fa. E le etichette dal canto loro non hanno un budget o prospettive sufficienti per finanziare interamente un progetto, per il discorso delle vendite già affrontato poco fa.


I negozi di dischi sono destinati a scomparire del tutto? Non c'è speranza per loro? Il buon vecchio ascolto e acquisto raccomandato dal negoziante non ha più senso di esistere?

Cerco di essere ottimista e dico che ci sarà, presto o tardi, un nuovo cambiamento che riporterà al disco il suo giusto valore. Per esempio ora stanno tornando di moda i vinili: sempre più artisti stampano su questo formato e da non molto si trovano anche in grandi store come Media Word. Io naturalmente ne sono più che felice!


Che ne pensi del settore delle autoproduzioni? Hai notato quanto negli ultimi anni siano diventate professionali e concorrenziali rispetto a molti dei prodotti rilasciati da formazioni in possesso di un contratto con etichette prestigiose?

Se si parla si autoproduzione in senso di "promozione di se stessi", ti posso dare ragione. Le band stanno piano piano imparando come muoversi nell'universo musicale anche da sole, benché non sia facile sia perché richiede molto tempo, ma soprattutto una certa dose di esperienza. Se la tua domanda invece si riferisce all'autoproduzione in fase di registrazione, ti confesso che fra tutti gli album e le demo registrate in casa o da qualche amico che ho ascoltato, mi è capitato solo una volta di trovare una band che avesse una produzione più che sufficiente. La qualità delle registrazioni deve essere assolutamente alta: c'è già così tanta concorrenza in giro, che per lo meno sotto questo punto di vista il disco deve essere inattaccabile.


Un altro aspetto che il più delle volte ho avuto modo di discutere con vari artisti è stata quella sorta di mancanza di fiducia nel lavoro svolto dalle etichette. Perché credi si sia venuta a creare questo tipo di diffidenza nei confronti degli addetti al settore?

Questa diffidenza è più che giustificata a parer mio. Non sono solita difendere il mio settore, anzi! Io stessa fatico molto a trovare dei collaboratori seri e onesti, sia in Italia che all'estero. Uno dei motivi principali per il quale spesso le etichette non svolgono il loro lavoro a pieno è sempre dovuto al calo di vendite e quindi alla crisi che ha toccato molto anche noi. Di conseguenza spesso non c'è abbastanza personale, oppure mancano proprio lo spirito e la voglia di lavorare, perché è molto più difficile ora ottenere dei risultati concreti. Poi esistono anche i veri e propri truffatori, soprattutto in ambito di booking, che prendono letteralmente in giro le band! Per me è diverso, prima di tutto perché ho aperto Red Cat da non molto e sono ancora "una entusiasta"! Poi sono realmente appassionata di musica: c'è chi lo fa come farebbe qualsiasi altro lavoro oppure ci sono i musicisti che si mettono a fare loro stessi i manager (e in questi casi scattano anche invidie e rimorsi). Infine cerco sempre di non promettere mai più di quello che sono sicura di ottenere per una band: se poi verranno risultati migliori, sarà una bella sorpresa per tutti! Comunque io consiglio sempre ai miei gruppi di provare a contattare qualche gruppo che abbia già lavorato con la casa discografica o l'agenzia d'interesse e raccoglierne i pareri: il passaparola è una grande cosa, specialmente in questi casi!


La S.I.A.E. è una piaga biblica che perseguita l'arte. Per quanto si dovranno ancora subire le angherie di questa struttura che grava sulle sorti di autori ed editori?

La S.I.A.E. è uno spauracchio: se la studi bene, trovi il modo di fartela anche un po' amica! Scherzi a parte, il principio fondamentale di tutelare gli autori è giustissimo, peccato che venga applicato male e solo per alcuni nomi grossi. Vale la pena iscriversi in S.I.A.E., depositare i brani e richiedere i bollini? Io lascio sempre la decisione ai miei gruppi, ma personalmente propendo per il sì. Con qualche escamotage si riescono a contenere le spese e sì è comunque tutelati. Per esempio l'iscrizione la può fare solo un membro della band inizialmente, magari sottoscrivendo un accordo privato con gli altri componenti del gruppo che regoli le ripartizioni dei proventi ricevuti dall'ente.


Nel cantiere della Red Cat i lavori in corso cosa ci consegneranno?

Abbiamo stretto da poco una partnership esclusiva con una delle maggiori etichette finlandesi, per la quale cureremo la promozione e la distribuzione qui in Italia. Un paio di band e un Dvd live con cd di un gruppo abbastanza noto in uscita per settembre, ma i nomi sono ancora top secret!


Cerca di esporre a un nuovo acquirente, e descrivi con almeno un aggettivo, ogni gruppo da te promosso.

Accidenti, ma queste domande diventano sempre più difficili! Per brevità ti elenco solo le band della nostra etichetta e di cui abbiamo curato il management nell'ultimo anno.
- Acid Brani: genuini;
- Johnny Freak: rock e poesia;
- Fake Heroes: modern rock intelligente;
- Giacomo Castellano: IL chitarrista!;
- Il Silenzio Del Mare: compaesani d'elite;
- Signs Preyer: disgraziatamente bravi;
- Sixty Mile Ahead: aggrediscono l'anima;
- Burn Of Black: thrash metal fatto bene;
- La Jeunesse Dore'e: viaggio fra parole e suoni;
- Aemaet: anima dark e un cuore da scoprire;
- Celeb Car Crash: dovevano nascere in America e avrebbero avuto la copertina di Rolling Stone!



Se oggi dovessi mettere una band sotto contratto, su quale punteresti e perché?

Non aspiro a lavorare con grandi gruppi, ma a far diventare le mie band grandi!


Cosa fa Alice Cortella quando non è impegnata sul lavoro? Quali sono le tue altre passioni e interessi?

In primis arte e cinema. Ho una laurea come restauratrice e non ho mai smesso di dipingere. Anche ora che il tempo è poco, cerco di ritagliare sempre un momento per questa mia passione e sto dando tuttora lezioni di disegno da privata. Mio marito colleziona pellicole cinematografiche: abbiamo la casa invasa di film e la televisione è stata meravigliosamente soppiantata da uno schermo e un proiettore: quindi la sera si fa cinema! Mi piace anche molto lavorare con i videoclip: dalla sceneggiatura alla scenografia, montaggio e post produzione. Infine cucinare, il buon vino e naturalmente i miei gatti!


Qual è il rapporto per te fra musica ed Arte? Cosa credi che sia necessario per l'Uomo dell'Arte? L'Uomo ha più necessità di Sogni o di Arte?

L'Arte comprende i libri, il cinema, i dipinti e naturalmente anche i dischi. L'Uomo ha bisogno dell'Arte per evadere dalla realtà, ne fa il suo Sogno, ma allo stesso tempo diventa per lui una forma di comunicazione, spesso l'unica: c'è chi è bravissimo con le parole, altri hanno bisogno di altri mezzi, fra cui la musica. Così, credo, nasca un artista.


Siamo arrivati in fondo alla chiacchierata, ti ringrazio per il tempo condiviso in nostra compagnia e ti lascio ancora una volta la parola. Chiudi come meglio credi...

E io ringrazio tutto lo staff di Aristocrazia che mi ha concesso questo spazio e un "grazie" personale a te Gabriele! Le ultime parole le rivolgo ai musicisti e non: osate sempre, non abbiate paura di provarci, perché a volte i sogni si avverano e io ne sono la prova vivente!

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lunedì 19 agosto 2013

ABORYM - Dirty


Informazioni
Gruppo: Aborym
Titolo: Dirty
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Agonia Records
Contatti: aborym.it
Autore: M1

Tracklist
1. Irreversible Crisis
2. Across The Universe
3. Dirty
4. Bleedthrough
5. Raped By Daddy
6. I Don't Know
7. The Factory Of Death
8. Helter Skelter Youth
9. Face The Reptile
10. The Day The Sun Stopped Shining

DURATA: 49:15

Tracklist Disco Bonus
1. Fire Walk With Us [nuova versione]
2. Roma Divina Urbs [nuova versione]
3. Hallowed Be Thy Name [cover Iron Maiden]
4. Comfortably Numb [cover Pink Floyd]
5. Hurt [cover Nine Inch Nails]
6. Need For Limited Loss

DURATA: 38:27

"Dirty" rappresenta il secondo disco della terza incarnazione degli Aborym, che vede Bård G. "Faust" Eithun e Paolo Pieri (noto anche come Hell:I0:Kabbalus) affiancare il leader Malfeitor Fabban, giunto invece al sesto album. Personalmente ho accolto con parecchia tensione queste nuove tracce, dopo che avevo fallito nel trovare la chiave di lettura per entrare in sintonia con "Psychogrotesque"; a mio avviso progetto ambizioso, dotato di soluzioni interessanti, ma troppo diluite in relazione agli elevatissimi standard del gruppo.

A uno sguardo, o meglio ascolto, distratto e superficiale i dieci brani in questione possono apparire "semplice" industrial black metal ricco di elettronica, però scavando in profondità emergono tutto lo spessore e la capacità compositiva e di arrangiamento che gli Aborym hanno sviluppato nel corso del tempo. La band ha optato per un approccio meno "estremo": rispetto al precedente album concettuale che si presentava come un unico flusso malato, comunque suddiviso in parti, ha preferito rifinire ogni singolo pezzo nella maniera più accurata possibile, rendendolo autosufficiente e in grado di reggersi anche al di fuori del contesto generale. Si percepisce infatti come ciascuna canzone possieda una forte personalità che la distingue dalle altre, pur costituendo un'opera coesa, e in ciò noto una certa affinità col superbo "Generator".

Lo screaming aspro e severo di Fabban, le bordate chitarristiche di Paolo Pieri (poderose in "Irreversible Crisis") e la batteria sempre precisa di Faust, in grado di risultare sia inumana e cinica che "terrena" all'occorrenza, formano la spina dorsale di "Dirty", sulla quale si innesta tutto il lavoro di campionamenti, effettistica e tastiere, opera dei due citati, che cesella e dona sensazioni multiformi. In "Across The Universe" ad esempio emerge un senso di sospensione "cosmica" ed eterea, come in un viaggio spaziale allucinato; mentre "Raped By Daddy", in linea col riferimento al film di David Lynch "Fuoco Cammina Con Me" ("Fire Walk With Me"), prequel della serie di culto "I Segreti Di Twin Peaks", è permeata da un'atmosfera orrifica morbosa e misteriosa, in un continuum di tensione smorzato soltanto dalla tragicità dei sintetizzatori. Se le ritmiche EBM che talvolta compaiono e la violenza cibernetica non sono di certo una novità, così come i pregevolissimi assoli, anche di tastiera, che si accodano a quelli chitarristici realizzati in passato (ricordate quello splendido di "The Triumph"?), lo stesso non può dirsi per l'uso sorprendente della voce pulita in "I Don't Know" e "Face The Reptile", modulata su tonalità che nella mia testa rimandano a Steve Sylvester e ai Death SS!

Un aspetto che ritengo rilevante per apprezzare appieno "Dirty" è la possibilità di goderne come opera completa, comprensiva della copertina e del libretto coi testi. Aspetto lirico e visuale sono profondamente legati, poiché l'immagine frontale dalle tonalità giallo acido rappresenta la tristemente famosa fabbrica dell'Ilva di Taranto, raccontata come "The Factory Of Death" che da anni fa respirare ai cittadini diossina e bugie per il profitto economico di pochi. Nel complesso affiora ancora una volta una visione del mondo cinica, amara (vedi la triste chiusura di "The Day The Sun Stopped Shining"), dove la speranza è assente e il decadimento del corpo e dello spirito in fase decisamente avanzata.

Per ritrovare gli Aborym che osano, irritano e sconvolgono le consuetudini, bisogna inserire nel lettore cd il secondo disco della versione digipak che contiene quasi altri quaranta minuti di musica. L'incipit è noto: si tratta proprio di "Fire Walk With Us!". Il celebre cavallo di battaglia è riproposto in una nuova veste dai suoni rifiniti e con alcuni passaggi vocali che non mi convincono quando si allontanano troppo dall'originale; da quanto ho potuto vedere dai video presenti su Youtube relativi al concerto tenuto al Brutal Assault, questa variante verrà proposta nelle future date dal vivo. Anche la trionfale "Roma Divina Urbs" ha subito un rimodernamento, che soffre degli stessi problemi citati, in quanto perde una parte dell'aura magica in favore di suoni più precisi e troppo sintetici. Personalmente aborro questo genere di operazioni, va da sé però che serve comunque una buona dose di coraggio per mettere mano a canzoni che per i fan di lungo corso come il sottoscritto sono dei veri e propri inni intoccabili. Specularmente a questa accoppiata, sul finire della scaletta, si trova un brano nuovo di zecca, una sorta di "Aborym & friends": "Need For Limited Loss" difatti è stata scritta da Alberto Penzin (ex) dei seminali Schizo, ma si avvale del contributo di ben tredici musicisti-fan per scatenare la furia di un industrial black metal ricco di elementi e dalla struttura cangiante. Per concludere la disamina mancano soltanto le tre cover: "Comfortably Numb" è offerta in una chiave eterea e sognante, in linea con l'originale dei Pink Floyd, con un ruolo centrale per i sintetizzatori e la voce; anche "Hurt" dei Nine Inch Nails non subisce stravolgimenti esagerati. Il vero e proprio carico da novanta arriva con "Hallowed Be Thy Name": gli Iron Maiden sono presi, rigirati, ammorbati, contaminati in un vortice elettronico scioccante che sfocia nella techno e che disgusterà la gran parte di voi lettori, specie ai primi ascolti! Io sinceramente dopo un attimo di spiazzamento ora la apprezzo molto...

Alla resa dei conti "Dirty" può essere considerato una sorta di disco di maniera (utilizzando un'accezione neutra del termine), gli Aborym hanno preferito osare poco, per puntare piuttosto sulla centralità della forma canzone; ciò non toglie tuttavia che la qualità dell'album sia oggettivamente più che buona e che il lavoro di cesellatura e congiunzione di tutti gli elementi (musicali e non, ospiti compresi) sia ancora una volta eccezionale. Il gusto individuale infine determinerà il grado di apprezzamento, nel mio caso è in risalita dopo l'enigmatico "Psychogrotesque".

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DOGS FOR BREAKFAST - The Sun Left These Places

Informazioni
Gruppo: Dogs For Breakfast
Titolo: The Sun Left These Places
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Subsound Records
Contatti: facebook.com/pages/Dogs-For-Breakfast/137811169031
Autore: Mourning

Tracklist
1. January 21
2. Cypress Grove blues
3. Father Sea
4. The Lady
5. Vision
6. Last Run
7. Tsaatan
8. Red Flowers
9. Pull The Plug
10. The Chariot Of Death

DURATA: 49:52

I cuneesi Dogs For Breakfast si rifanno vivi ripartendo dalla solida collaborazione con l'etichetta Subsound Records per regalarci l'atteso debutto intitolato "The Sun Left These Places", a tre anni di distanza dall'ep "Rose Lane Was Tucker's Girlfriend", che li vedeva supportati dietro al mixer da Giulio "Ragno" Favero (Zu, Il Teatro Degli Orrori, One Dimensional Man) e al quale partecipò anche Luca T. Mai (Zu e Mombu). Stavolta in fase di missaggio c'è Massimiliano "Mano" Moccia, coadiuvato in due tracce da Gionata Mirai (Il Teatro Degli Orrori e Super Elastic Bubble Plastic).

Il trio piemontese è di quelli che hanno fatto il botto. L'album è una ruvida collisione di più stili amalgamati in maniera tale da disorientare e ossessionare l'ascoltatore: il post-hardcore dei maestri Neurosis e le visioni legate all'ultima versione dei Cult Of Luna vengono sporcati da una coltre che si avvale di caratteristiche dei panorami noise, sludge, psichedelici per aumentare la sua valenza decadente e incatenante. L'esempio lampante è racchiuso nella disturbata e altalenante immagine sonora inglobata in "Vision". I Dogs For Breakfast sono oltranzisti retrò: il calore delle scelte totalmente analogiche fa ribollire come un magma l'ondata "core" che trapela di traccia in traccia. Pezzi come "January 21", "Pull The Plug" e "The Chariot Of Death" ti ustionano con la pesantezza delle chitarre; altri brani, tipo la trilogia infernale posta in fase centrale-prefinale formata da "Last Run", "Tsaatan" e "Red Flowers", invece alimentano un flusso ambientale sulfureo e intossicante apocalittico. Del resto il titolo del disco, "The Sun Left These Places", non è che lasci poi molto spazio alla luce e al sentore di speranza che a essa solitamente viene riconosciuta. Speranza che viene peraltro ulteriormente tramortita e gettata di lato dalla loro versione del classico Delta Blues "Cypress Grove Blues" di Skip James, rivoluzionato e reso affine al mondo lisergico e riottoso della band.

Chiamatelo disagio, chiamatela espressione di accecata frustrazione, usate e nominate le sensazioni emanate da questi ragazzi come meglio credete: ciò che non muterà sarà la voglia di mettere nel lettore il disco e calarvisi dimenticando di possedere dei freni inibitori. Pertanto ve ne consiglio caldamente l'acquisto: è di quelli che valgono.

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MAMONT - Passing Through The Mastery Door


Informazioni
Gruppo: Mamont
Titolo: Passing Through The Mastery Door
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Ozium Records
Contatti: facebook.com/mamontsweden
Autore: Mourning

Tracklist
1. Mammuten
2. Jag Sår Ett Frö
3. Creatures
4. Blind Man (Part III)
5. Stonehill Universe
6. The Secret Of The Owl
7. Woods
8. Satans Fasoner

DURATA: 42:29

Il 2013 si è ormai lasciato alle spalle la sua prima metà e io vi scrivo di un disco dell'anno passato? Eppure si sa, uno guarda avanti, ma poi si accorge, girandosi un po', che si è perso sempre qualcosa per strada e onestamente non potevo evitare di presentarvi gli svedesi Mamont. Se siete famelici di stoner, e "fuzz" e "space" sono parole che soltanto a sentirle nominare andate in brodo di giuggiole, allora il quartetto proveniente da Nyköping diventerà di sicuro un vostro fedele compagno. I musicisti, dopo aver dato alle stampe un ep omonimo di tre pezzi nel 2011, hanno pubblicato il debutto "Passing Through The Mastery Door".

L'album è di quelli che ti conquistano ed eccitano continuamente, un lavoro che sa di Svezia, con artisti quali Truckfighter e Dozer rintracciabili innegabilmente fra le influenze, ma che gode anche del genuino, affascinante e inossidabile fascino degli anni Settanta emanato dal sound Black Sabbath e Mountain. Inoltre fa un utilizzo a dir poco inebriante della visione psichedelica odierna dei maestri tedeschi Colour Haze, un quadro che solo a raccontarlo ti stordisce e inebria. Calore e dispersione, viaggio e sogno sono sensazioni e situazioni che si vanno incrociando e unificando.

Una volta messi a proprio agio dall'apertura totalmente strumentale affidata a "Mammuten", canzone lenta e fortemente incentrata sull'atmosfera, si viene proiettati attraverso nebulose cosmiche da "Jag Sår Ett Frö", col contributo della voce ossessiva di Karl Adolfsson. Di lì a breve tutto può accadere e quindi come si districheranno i Mamont? Punteranno ancor più sull'effetto "stoner" oppure, visto che con "Creatures" e "Blind Man" la natura settantiana classica viene fuori in maniera prorompente e l'atteggiamento bluesy si mostra con maggior vigore e intensità, successivamente si porranno a metà fra le due immagini paesaggistico-sonore inviate alla nostra mente? Niente di tutto questo, gli scandinavi con "Stonehill Universe" accelerano inaspettatamente il passo, aggiungendo toni desertici spiccati e adrenalina "a go go", aspetti che entrano a far parte della scena in corso, rincarando la volontà di mettere in mostra il lato più duro anche nella sostanziosa "The Secret Of The Owl".

Una volta alzati i giri al motore era comunque prevedibile un attimo di pausa e il secondo pezzo strumentale "Woods" casca come si suol dire a fagiolo, offrendo quel frangente che serve a rilassare e recuperare le energie spese: la sua natura silvestre pretende l'esibizione acustica da parte delle chitarre, con l'armonica a bocca e l'accompagnamento delle percussioni a rendere l'ambiente privo di collegamenti urbani. Come dicevo però è solo una parentesi, alquanto piacevole, che tale rimane, dato che con "Satans Fasoner" il movimento fuzz torna più vivo e pulsante che mai, conducendoci per mano alla conclusione di "Passing Through The Mastery Door".

I Mamont viaggiano su altissimi livelli, questo è lo stoner che da amante del genere ritengo imperdibile, è una di quelle band non solo da prendere in considerazione, bensì da acquistare senza perdersi in domande. Le parole contano poco e una volta che avrete inserito il disco e sarà entrato in circolo, vedrete quanto rapidamente aprirete il portafoglio e collocherete il cd nello scaffale insieme ai vostri ascolti preferiti. Adesso però mi dirigo verso il frigo, prendo un'altra birra e premo nuovamente "play"; se voi non l'aveste ancora fatto, affrettatevi!

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