Informazioni
Gruppo: 深山 (Deep Mountains)
Titolo: 深山 (Deep Mountains)
Anno: 2010
Provenienza: Tai'An, Cina
Etichetta: Pest Productions
Contatti: pestproductions.bandcamp.com/album/deep-mountains
Autore: LordPist
Tracklit
1. 序曲•思雨 (Overture – Desiderare La Pioggia)
2. 山魂 (L'Anima Della Montagna)
3. 远山 (Monti Lontani)
4. 松林赋 (Ode Ai Pini)
5. 夜之蔓延 (L'Estendersi Della Notte)
6. 天葬 (Sepoltura Celeste) [traccia bonus]
DURATA 44:21
Tra i nomi più in vista del panorama metal degli ultimi quindici anni, è difficile non menzionare gli Agalloch. Formazione insolitamente nordamericana per l'epoca e gli stili di riferimento, che ha man mano esteso la propria influenza in tutto il mondo e in più di un genere. Sono tanti i progetti che per un motivo o per un altro hanno da ringraziare il quartetto di Portland, Oregon: vengono in mente The Morningside, Gallowbraid, Fen e tantissimi altri.
Il caso più curioso è secondo me la band cinese 深山 (shēnshān, che usa come nome internazionale Deep Mountains), originaria dello Shandong e attualmente sotto contratto con la più grande etichetta metal indipendente in Cina, la Pest Productions. Gli 深山 hanno pubblicato il loro primo EP, omonimo, nel 2010, e hanno rapidamente raccolto giudizi positivi sulla propria opera. Ciò che rende particolare la proposta è il ritorno a una corrente di pensiero riconoscibilmente cinese quale è il taoismo, come se quest'ultimo fosse rientrato nel discorso locale usando come veicolo uno strumento straniero come il black metal.
La città in cui si è formato il gruppo è Tai'an, nota per la sua vicinanza al monte Tai, una delle montagne sacre della religione taoista. La copertina del disco è il dipinto di un paesaggio montuoso con la tecnica tradizionale a inchiostro nero, il nome della band è scritto in corsivo proprio alla maniera delle opere di calligrafia sui rotoli tradizionali. Anche gli 深山 propongono un black metal molto variegato, con elementi folk, rallentamenti, influenze post-rock, a dimostrazione che hanno ascoltato bene le loro controparti straniere. I testi sono tutti cantati in cinese e pongono l'accento sugli scenari naturali dell'area, come in questi versi tratti da 松林賦 ("Ode Ai Pini"): "归鸟唱晚,夜风微寒,泰山北麓,松林黑暗,魂游山间,不觉影单" ("Gli uccelli cantano fino a sera, il vento notturno [soffia] freddo, sul versante settentrionale del monte Tai, all'ombra del bosco di pini, l'anima viaggia attraverso la montagna, non consapevole della solitudine").
Per quanto l'influenza del sound agallochiano (e derivati) sia innegabile ed evidente, siamo tuttavia di fronte a uno dei dischi più interessanti della crescente scena black metal cinese. La maggiore influenza locale, invece, è probabilmente Zuriaake, il nome all'origine del suono black metal cinese (decisamente più vicino al depressive). La differenza, in questo caso, è che il paesaggio è più portatore di grandeur spirituale che teatro di dolorose riflessioni (che comunque non mancano). Pur trattandosi del primo EP — ascoltabile e acquistabile su Bandcamp — "深山" è un lavoro già abbastanza maturo e personale, che lascia presagire buone cose per il futuro.
Il gruppo è attualmente al lavoro sul primo LP che, stando alla Pest Productions, dovrebbe essere pubblicato nella seconda metà di quest'anno, naturalmente saremo pronti a parlarvene non appena sarà possibile.
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Information
Artist: 深山 (Deep Mountains)
Title: 深山 (Deep Mountains)
Year: 2010
Origin: Tai'An, China
Label: Pest Productions
Contact: pestproductions.bandcamp.com/album/deep-mountains
Author: LordPist
Tracklist
1. 01.序曲•思雨 (Intro – Yearning For The Rain)
2. 02.山魂 (Mountain Soul)
3. 03.远山 (Distant Mountains)
4. 04.松林赋 (Ode To Pines)
5. 05.夜之蔓延 (Diffuse Of Night)
6. 06.天葬 (Celestial Burial) [bonus track]
RUNNING TIME 44:21
In the last fifteen years, you would be hard pushed not to mention Agalloch as one of the most relevant metal acts. This unusually North American band — for the time it formed and genres it was related to — has seen its influence spreading all over the world and in more than one specific style. There are many projects that, for different reasons, owe something to this Portland, OR, based quartet: The Morningside, Gallowbraid and many more spring to mind.
I believe the most curious case is the Chinese band 深山 (known abroad as Deep Mountains), hailing from Shandong province and currently signed to the biggest independent metal label in China, Pest Productions. 深山 released their first eponymous EP in 2010, quickly receiving receiving critical acclaim. What makes this project peculiar is their returning to a definitely Chinese school of thought — namely Taoism — as if it got back to being part of the Chinese discourse again by means of a foreign tool like black metal.
The band formed in Tai'An, known for its vicinity to Mount Tai, one of Taoism's sacred mountains. The album cover shows a mountainous scenery, painted in the traditional black ink style, the band name is written in a form highly resembling Chinese calligraphy. Deep Mountains play a well-varied form of black metal, with folk elements, slower parts, post-rock influences, all of which clearly show their knowledge of the foreign influences. All lyrics are written in Chinese and highlight the natural landscape of the area, as in 松林賦 ("Ode To Pines"): "归鸟唱晚,夜风微寒,泰山北麓,松林黑暗,魂游山间,不觉影单" ("Birds sing until dusk, the night wind [blows] cold, on the Northern slope of Mount Tai, in the shadow of the pine woods, the soul travels through the mountain, unaware of loneliness").
Although Agalloch's influence is undeniable and remains clear throughout, here we have one of the most interesting albums in the rising Chinese black metal scene. The major local influence is arguably Zuriaake, the founding name of the whole black metal sound around here (even though more on the "depressive" side). The main difference here is that landscape is more of a vehicle for spiritual grandeur than a theatre for painful reflections (still to be found anyway). Despite it being their first EP — available for listening and buying on Bandcamp — this work is indeed personal and mature, indicating great promise for their future.
The band is currently working on the first LP which, according to Pest Productions, will be released in the second half of this year. Naturally, we will be there to review it as soon as possible.
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Gruppo: Salome
Titolo: Terminal
Anno: 2010
Provenienza: Virginia, U.S.A.
Etichetta: Profound Lore
Contatti: non disponibili
Autore: Istrice
Tracklist
1. The Message
2. Terminal
3. Master Failure
4. Epidemic
5. An Accident Of History
6. The Witness
7. The Unbelievers
DURATA: 66:06
 Ho sempre avuto un debole per le band che annoverano al loro interno gentil pulzelle. Di più, hanno sempre avuto un ascendente irresistibile sul sottoscritto le frontgirl più estreme, quelle in grado con la loro dolce ugola di trapanarti i timpani. Potete immaginare il gaudio e la curiosità quando, ormai un lustro fa, venni a conoscenza dell'ingresso nella line-up degli Agoraphobic Nosebleed di tale Kat Katz, minuscola cantante semisconosciuta proveniente dalla Virginia, già militante in un altrettanto ignoto progetto di nome Salome. Sciolti i segugi ed effettuate le doverose ricerche scopro che: A) i Salome sono una band sludge con all'attivo un full ("Salome") di pregevole fattura; B) la biondina è istruttrice yoga, è vegana, è piccina piccina ed in generale è lontana anni luce dagli stereotipi estetici legati a certi ambienti musicali; C) ciò nonostante ha uno scream che ti pettina, viscerale, acuto, per certi versi femmineo, ma al tempo stesso disumanamente violento.
Una meraviglia insomma. Roba da patrimonio dell'umanità. Roba da campagna del WWF "Proteggiamo gli ultimi esemplari di Kat Katz dal rischio di estinzione". Campagna riuscita a metà a dire il vero, perché se la collaborazione con gli ANb prosegue ancora oggi, i Salome hanno avuto vita troppo breve, essendosi sciolti poco tempo dopo l'uscita del disco oggetto di questo articolo, secondo full della loro carriera, l'unico prodotto da una etichetta discografica di livello, la Profound Lore nella fattispecie.
L'originale band nata in Virginia, un terzetto composto da voce, chitarra e batteria, suona uno sludge/doom pesantissimo, dai ritmi dilatati e contaminato dalla noise più fastidiosa. Due minuti e mezzo di rumori di fondo accolgono l'ascoltatore, "The Message" contiene tutto ciò che troveremo proseguendo, riff enormi, urla strazianti della Katz, inserti noise, cambi di tempo, ed in generale un songwriting vario ed ispirato che non fa mai pesare la lunghezza dei brani. Ad essere sinceri i diciassette minuti di riverberi distorti di "An Accident Of History" avrebbero potuto anche essere dieci, o magari ancora meglio cinque, però si può sorvolare.
Tutto l'album trasuda disagio e dolore emotivo, trasferiti all'ascoltatore mediante un muro sonoro gigantesco senza soluzione di continuità, ma tra le canzoni più ispirate non si possono non citare "Master Failure", traccia in cui Kat esprime tutto il suo male di vivere, mostrando la lapalissiana verità secondo cui ad ogni tentativo può seguire solo un fallimento, essendo la vita sofferenza, e la titletrack "Terminal", brano dall'intensità senza eguali in cui ad un meraviglioso riffing in downtempo viene alternato un inserto centrale più sciolto e potente, reso ancor più disturbante dal canto malato e volutamente fuori ritmo della Katz.
Il disco si snoda per oltre un'ora, granitico, monumentale, e si chiude con "The Unbelievers", pezzo in cui il tempo stesso sembra fermarsi e ripartire con la musica, tra costanti rallentamenti e accelerazioni, rumori e frequenze si compenetrano con il ruggito della chitarra, mentre la Katz prosegue il suo sermone di morte e depressione fra urla strazianti e growl dall'oltretomba, finché il riff portante ed ossessionato non viene travolto da un'ultima ondata di noise. Il cerchio si chiude, l'orecchio maciullato viene ricondotto al punto di partenza. Ed è un vero dispiacere che la band abbia conosciuto una morte prematura, ma forse, visto il contenuto ed il senso di "Terminal", in qualche misura è giusto così.
P.S. Nel 2013 uscirà il nuovo disco dei sopra citati Agoraphobic Nosebleed, in cui Kat Katz milita tuttora. In una recente intervista hanno dichiarato che il lavoro sarà diverso dal solito e consisterà in quattro dischi, uno per ogni membro della band, in cui ciascuno svolgerà di volta in volta un ruolo da protagonista. Chissà che nel disco dedicato a Kat Katz non si possa ritrovare qualcosa di affine a quanto proposto dai Salome. Sarebbe una gradita sorpresa.
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Gruppo: Project Armageddon
Titolo: Departure / Tides Of Doom
Anno: 2010-2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Shattered Man Records / Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Project-Armageddon/115542915136006
Autore: Mourning
Tracklist Departure
1. Plague For Shattered Man
2. Psyko-Sonic
3. The Reckoning Of Ages Pt. I
4. The Reckoning Of Ages Pt. II
5. Steward Of Shame
6. Lament For The Leper King
7. Time's Fortune
8. Static Transmission
9. Departure
DURATA: 45:11
Tracklist Tides Of Doom
1. Into The Sun
2. Call To Piety
3. Sanctimonious
4. Conflict
5. Tides Of Doom
6. Upon Solace's Shores
7. Fallow Fields
8. Paths Of Darkness
DURATA: 50:21
Per un motivo o un altro non tutti i progetti musicali che popolano il mondo possono arrivare al nostro orecchio, sono troppi, impossibili da seguire e volenti o nolenti c'è sempre qualche chicca che ci scappa, ma si possono recuperare? Alcune sì, altre le incrocierò con una botta di culo, altre ancora rimarranno a noi sconosciute.
Dei Project Armageddon non avevo mai sentito parlare, il trio di Houston (Texas) formato da Alexis Hollada (voce e basso), Brandon Johnson (chitarra) e Raymond Matthews (batteria) mi era sconosciuto sino all'attimo in cui ne ascoltai un paio di brani nell'universo ormai andato a farsi benedire denominato Myspace.
 Contattarli lì sarebbe stato uno spreco di tempo, quindi tramite "Faccialibro" e grazie alla disponibilità di Brandon e soci nel rispondermi e inviare il materiale, posso oggi scrivervi di entrambi i loro lavori, i due sinora pubblicati: "Departure" e "Tides Of Doom". La band è una realtà piacevolmente legata al sound doom retrò e per retrò intendo proprio il proto-sound, abbiamo pertanto una natura molto settantiana che non sfora oltre i primi anni Ottanta come stile, le basi fondamentali sono riconducibili, oltre ovviamente ai monumentali Black Sabbath, all'hard-rock blues e stoner/doom di gente come Blue Cheer Mountain, Saint Vitus, Pentagram e Trouble, ai quali si potrebbero sommare alcune creature oscure del filone N.W.O.B.H.M. e data l'impostazione vocale di Alexis, in qualche frangente sostanzialmente epic nell'imporsi sul pezzo, i nomi potrebbero aumentare quanto il piacere nell'ascoltare le tracce del debutto targato 2010.
A esempio "Plague For Shattered Man" suona talmente come un classico che ti fa dubitare della sua data di nascita, inoltre in qualche occasione ho notato un'affinità con un'altra compagine adoratrice dei Sabbath, i Soundgarden, precisamente quelli di "Outshined", parlo più che altro in termini di feeling e non di precisa collocazione sonora, anche i ragazzi di Seattle erano decisamente al di fuori degli anni Novanta con quella proposta.
I tre legano al fattore doomish una sapiente vena melodica malinconica grazie a toni blues che affascinano e in tal senso l'album ci regala due ottimi pezzi come "Psyko-Sonic" e "The Reckoning Of Ages Pt.II" intervallati dalla "Pt.I" acustica e "tribaleggiante", dal flavour riconducibile a quel gran trippone che è "Planet Caravan", vi sembra poco? Fibrillazione e goduria insieme, e intanto si è giunti a metà disco con "Steward Of Shame" che ci offre una visione maggiormente metallizzata almeno nella fase iniziale, infatti dopo il terzo minuto si rientra in quell'abito oscuro, lento e decadente che tanto ci aggrada.
Non ci sono sorprese nella musica dei Project Armageddon, sembra di avere a che fare con un amico di vecchia data, una persona che conosci da troppo tempo e di cui apprezzi sempre e comunque la compagnia.
Si prosegue col secondo strumentale del lotto "Lament For The Leper King", dotato di un ammaliante operato del riffing che ti si stampa in testa, seguito da "Time's Fortune" dove si palesa una gradita intromissione di stampo epico ad arricchire la proposta, per arrivare a un finale che non sarebbe potuto essere diverso, infatti la breve "Static Transmission" e la conclusiva titletrack omaggiano pienamente le radici tipiche dello stile. A due anni di distanza da "Departure" viene rilasciato "Tides Of Doom", non ci sono stati cambi in line-up, i Project Armageddon saranno quindi riusciti a mantenere gli standard del loro lavoro così alti e affascinanti? Scopriamolo.
Una volta inserito il cd, la prima nota positiva riguarda la produzione, se quella di "Departure" era soddisfacente e polverosa, adesso si ha una definizione più netta e spessa dei suoni, già dall'opener "Into The Sun" veniamo accolti da un peso strumentale decisamente rafforzato, mentre per quanto riguarda le coordinate del sound, la fedeltà d'intento è innegabile, ascoltate "Sanctimonious" e ditemi voi chi dobbiamo ringraziare.
Apprezzo in egual maniera chi tenta di stravolgere la propria natura rischiando e coloro che in forma coerente perseguono il tragitto dando una forma sempre più vivida e intrigante alle proprie prestazioni di album in album. Alexis, Brandon e Raymond in questa circostanza hanno virato ancor più in territorio doomico ed è con grandissimo piacere che posso affermare di aver avuto all'orecchio momenti d'una intensità indescrivibile, che solo band come a esempio i Count Raven sono capaci di trasmettere.
È da evidenziare anche come il numero dei brani totali sia diminuito di un'unità mentre la lunghezza invece sia aumentata, in "Tides Of Doom" troviamo tre colossi oltre gli otto minuti: la titletrack, "Fallow Fields" e "Paths Of Darkness" che per costruzione e stile potrebbero tranquillamente far pensare a una band venuta fuori grazie al supporto di una etichetta come la Doom-Dealer, in pratica pensate a roba in stile Orchid e avrete fatto centro.
L'ennesima constatazione positiva da rivolgere nei confronti di "Tides Of Doom" è rivolta alla modalità con la quale sono state inserite le tre canzoni strumentali "Call To Piety", "Conflict" e "Upon Solace's Shores", il primo e il terzo episodio sono incentrati sulla crescita dell'impatto tramite soluzioni non elettrizzate, mentre la seconda si allinea all'esecuzione e alle vibrazioni prodotte dalle tracce nel quale appara la voce, che non interrompe il flusso di sensazioni che girano intorno all'area "destino".
Entusiasmo e doom allo stato puro, questo è ciò che sono i Project Armageddon, una band che mi sento di consigliare agli appassionati del panorama classico e pertanto i due dischi, "Departure" e "Tides Of Doom", non sfigureranno all'interno delle collezioni che andate arricchendo di giorno in giorno, non lasciatevi scappare l'occasione, fateli vostri.
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Gruppo: Briargh
Titolo: Un Antiguo Trono Olvidado
Anno: 2010
Provenienza: Santander, Cantabria, Spagna
Etichetta: Lower Silesian Stronghold
Contatti: briargh.com
Autore: Bosj
Tracklist
1. Ucieda
2. Cantàbrico
3. Yrostos
4. Thor
5. Berkjv
6. Two Ravens [bonus track]
DURATA: 29:13
Siamo in tema di ristampe: la polacca Lower Silesian Stronghold si è occupata in questo 2012 di riportare alla disponibilità dei blackster più incalliti un ep del 2010, precedentemente disponibile nella sola edizione autoprodotta, del progetto Briargh: "Un Antiguo Trono Olvidado", "Un Antico Trono Dimenticato".
Per i disinformati, Briargh è uno dei numerosi progetti del solo Javier Sixto, attivissimo blackster spagnolo che tra formazioni a più elementi e one-man-band ha o ha avuto le mani in pasta in non meno di una ventina di gruppi.
Il monicker in questione, appartenente alla seconda categoria, è forse uno dei principali impegni del musicista, vista la continuità e varietà di materiale edito, tra full, uscite minori e collaborazioni di vario genere e tipo.
Come accennato, "Un Antiguo Trono Olvidado" è un ep, una release solitamente "secondaria", ma non per questo degna di scarso interesse.
Le sole sei tracce del lavoro (cinque in origine, in questa ristampa arricchite da una bonus track) sono esemplificative della varietà compositiva di cui è capace Sixto. Si parte dalla lunga "Ucieda", opener che da sola occupa quasi un terzo del disco e assurge a ruolo di manifesto, esplicando fin dal principio quasi tutto ciò che seguirà nei brani a venire, con i suoi otto minuti e oltre inneggianti al suolo cantabrico, terra natìa del musicista.
I suoi mid-tempo sono arricchiti da inserti acustici, occasionali flauti dell'onnipresente scuola "temnozor-iana" che riescono a fermarsi un attimo prima di scadere nel solito "piri piri" ostentato e senza senso, mantenendo una loro credibilità e un ruolo mai troppo stucchevole.
Si prosegue sulla via del folklore locale con "Cantàbrico", altro mid-tempo, stavolta di estrazione più classica e corposa, per poi tornare su lidi acustici ed interamente strumentali con "Yrostos", e sbucare infine in territori piuttosto arditi e stridenti con "Thor" e i suoi assoli heavy, in cui i flauti suonano quasi in contrasto con l'atmosfera generale del brano e la voce appena sporcata.
A seguire, un'outro breve e druidica, a cappella e con una percussione di quando in quando, e la conclusiva bonus track, nuovamente black metal di stampo tradizionale.
Diverse idee, una buona esecuzione e un'atmosfera variegata fanno di Briargh un nome adatto a chi cerca un po' di folklorismo etnico nei binari canonici del black metal, ma proprio questi ultimi ne fanno anche una produzione estremamente di nicchia.
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Gruppo: The Extinct Dreams
Titolo: Shining From Beyond
Anno: 2010
Provenienza: Russia
Etichetta: Stygian Productions
Contatti: myspace.com/theextinctdreams
Autore: Mourning
Tracklist
1. Сияние (брахмаджйоти)
2. По ту сторону
3. Трансценденция
4. Крик отчаяния (развоплощение)
DURATA: 39:14
La Russia partorisce formazioni doom con assiduità, star dietro a tutto ciò che gira in quel panorama nazionale è divertente, sfiancante e non sempre fruttuoso. Alle volte però ti accorgi che band lasciate in disparte dopo un primo disco che ti aveva fatto pensare "what a hell?" hanno trovato la propria strada e, pur non essendo diventate chissà che, adesso riescono a trasmettere qualcosa.
I The Extinct Dreams dopo un "Ars Moriendi" (2008) imbarazzante, due anni fa rilasciarono un album di quattro tracce intitolato "Shining From Beyond"; uso il nome in inglese dato che per il resto non ho avuto appigli, la tracklist infatti è in cirillico, i testi sono in lingua madre e anche se ciò dovrebbe essere d'aiuto per caratterizzare un minimo la proposta, di certo non mi offre la possibilità di addentrarmi appieno nel loro mondo.
Funeral doom melodico, fortemente influenzato dalle correnti ambient, è un ricircolo continuo d'atmosfere pregne di grigio e sfumature che abbracciano il nero, le quali percorrono in lungo e largo i due pezzi mastodontici che per comodità chiamerò "2" e "4", bui, grevi e carichi di drammaticità.
Le tastiere tessono trame eteree poste a supporto, il growl animalesco di tanto in tanto trova come contraltare la presenza di voce femminile, l'impostazione e le schematiche del songwriting non sono trascendentali ma efficaci, nei frangenti enormemente cupi potrebbero anche ricordarvi creature australiane come i Mournful Congregation, mentre l'aspetto melodico edulcorato da sezioni acustiche e da interventi esplicitamente ambient che determinano un distacco dalle sensazioni terrene proietta l'altro lato della medaglia, ci rendono difatti partecipi dei notevoli passi in avanti compiuti.
I The Extinct Dreams riescono a stuzzicare l'interesse con "Shining From Beyond", certo la voce pulita non è proprio il massimo e non sembra incidere granché nel contesto, probabilmente in questi ultimi anni sono state rilasciate tante di quelle uscito di questo genere che fra déjà vu e una latenza di personalità, problema comunissimo del resto, qualche momento di stanca si presenta all'orecchio. Finalmente però il loro operato suona come qualcosa di definito, di voluto e realizzato con un criterio preciso.
Consiglio l'ascolto di quest'album a coloro che possiedono un fervido innamoramento per il filone più melodico del funeral, è un lavoro gradevole e sintomo che c'è speranza di ascoltare da loro produzioni ben più degne in futuro.
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Gruppo: <0>>0<
Titolo: Kaleidoscopic Black Depression
Anno: 2010
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/00/336116306534
Autore: M1
Tracklist
1. Nebular Death
2. Black Stellar Depression
3. Abysmall Travel
4. Fourth Dimension Of My Broken Mind
5. Cosmic Overload
6. Escape From Life On Earth
DURATA: 37:01
 Sul finire dell'anno torno a occuparmi di una demo (in realtà del 2010), dopo Ak-11 e Rise Of Malice è il turno del progetto di <0>>0< che porta il nome dello stesso factotum e prende le mosse dal black metal più grezzo e sporco (non per nulla la breve presentazione in mio possesso cita la scena francese come influenza primigenia), muovendosi verso atmosfere cosmiche anche grazie al contributo di synth gelidi.
"Kaleidoscopic Black Depression" racchiude le primissime composizioni della one-man band che per generare questo senso di depressione si affida a un vero caleidoscopio di sonorità. "Nebular Death" valorizza la semplicità come principio cardine del black metal, con lo scream filtrato a lacerare le nostre orecchie che si adagia su un contesto sonoro lo-fi, mentre i rallentamenti centrali "omaggiano" il maestro Burzum. "Black Stellar Depression" invece sposta le coordinate del metallo nero in direzione di quel post rock / shoegaze molto in voga oggi, fatto di bordate di feedback e sensazioni prettamente sognanti ma <0>>0< rifugge qualunque velleità "commerciale" o di facile presa, tanto che la prova vocale resta sprezzante e l'atmosfera annerita. Terzo giro e terzo "pezzettino" di vetro con diversa sfumatura che si rivela al mio occhio, "Abysmall Travel" è una traccia ambient / noise molto semplice che sinceramente non mi ha convinto molto, l'ho trovata infatti eccessivamente minimale e spoglia in proporzione alla sua durata (otto minuti), piuttosto oscura e misteriosa quindi poco in linea con le sensazioni di sofferenza e malessere espresse in precedenza; c'è da dire però che queste sonorità così "pure" mi risultano parecchio ostiche.
Nonostante "Fourth Dimension Of My Broken Mind" mi porti alla mente per qualche istante iniziale i primissimi Dimmu Borgir, non voglio fuorviarvi con le associazioni mentali del mio cervello. Il nome adatto a orientarvi potrebbe infatti essere quello di ColdWorld per i caratteri di gelo e malinconia impressi, pur non avendo a che fare con una copia, o peggio un plagio, di quel gioiellino che risponde al nome di "Melancholie²", date anche le tastiere meno presenti in primo piano. Ovviamente <0>>0< non si trova ancora su quei livelli, però "Kaleidoscopic Black Depression" è un biglietto da visita interessante, che lascia aperte strade diverse per il futuro ma tutte quante degne di essere tenute in considerazione. Inoltre il Nostro sembra maneggiare bene la materia sonora, rendendo ogni elemento funzionale all'affresco complessivo, ad esempio l'approccio lo-fi non è una mera ostentazione "fumosa" e la batteria, per quanto mostri un po' la corda nei frangenti più accelerati come la cruda "Escape From Life On Earth" (è stata registrata con un solo microfono), viene saggiamente tenuta in seconda piano.
Non so quindi quale sarà il preciso percorso futuro di <0>>0<, ciò nonostante sono certo varrà la pena non perdere di vista il ragazzo e la sua produzione musicale, sperando di poter recuperare in formato fisico le prossime uscite.
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Gruppo: Infernal
Titolo: The Infernal Return
Anno: 2010
Provenienza: Svezia
Etichetta: Goathorned Productions
Contatti: myspace.com/officialinfernal
Autore: Akh.
Tracklist
1. The Darkside Call
2. Of The Seven Gates
3. Godforsaken (With Hate I Burn)
DURATA: 8:40
 Chi sono gli Infernal? O forse meglio, chi è David Parland? The Satanic Death Cult... is coming!
Inutile negare che il soggetto in questione faccia parte integrante della storia del metallo estremo proveniente dalla Svezia; Necrophobic e Dark Funeral sono indubbiamente due acts che non possono passare inosservati, armate che ogni amante di queste sonorità conosce a menadito; quindi è strano sapere con certezza che spesso venga ignorata o peggio ancora bistrattata la sua ultima incarnazione, nel caso specifico questo "The Infernal Return" che esce dopo più di un lustro di silenzio.
Se l’esordio degli Infernal era votato ad un proseguimento delle prime sonorità D.F., con il successivo mini tali suoni si mischiavano a forti influenze Death Metal e questo 7" ne conferma la direzione stringendo maggiormente l’occhiolino ai sopra citati Necrophobic, grazie anche ad un suono scuro e pastoso, rinverdendo in chiave contemporanea il celeberrimo Stoccolma Sound.
Secondo me "Of The Seven Gates" rende benissimo l'idea, una scarica tipicamente svedese dove una melodia oscurante unita ad asprezza vengono miscelate da tempi vari (da parti più veloci e stacchi dal bpm più moderato) classicamente Necrophobic, il tutto preceduto dalla breve introduzione chitarristica "The Darkside Call" che ci fa percepire come il riffing di mister Parland abbia fatto scuola a più di un blackster.
La seguente "Godforsaken (With Hate I Burn)" è un brano molto più cadenzato che gioca maggiormente con le tipiche sdoppiature chitarristiche armonizzate, pezzo quasi al limite del Melodic D.M., molto convincenti la parte vocale ed il lavoro di batteria, che pur restando su regimi standard crea una prova convincente e sufficientemente articolata.
Certo otto minuti non consolano appieno la nostra fame, però nello Space del gruppo si parla di undici nuovi brani per il full pronti, mi auguro quindi non si facciano attendere altri infiniti anni. Intanto prendiamo questo dischetto e verifichiamo che sotto la cenere il Satanic Death Metal degli Infernal continua a covare odio e malignità; in attesa... rendiamo grazia a questo Infernale Ritorno.
Culto!
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Gruppo: Vacillation
Titolo: Sadistic Nature Of Mankind
Anno: 2010
Provenienza: Houston, Texas, USA
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/Vacillation
Autore: Bosj
Tracklist:
1. The Sadistic Nature of Mankind
2. Eye Of Hate
3. The Vast Cosmos
4. Skulls Of A Thousand
DURATA: 20:46
 Pur con ritardo, parliamo oggi dei Vacillation, o meglio del loro primo EP datato 2010, cui ne è già seguito uno nei mesi estivi dell'anno corrente. Il gruppo, dalle calde terre texane, è formato da quattro giovani musicisti di Houston e dedica i propri sforzi artistici al verbo death metallico di stampo mediamente melodico, ma mai troppo.
Le quattro tracce sono quanto di più classico possiate aspettarvi: Adrian Socaciu al chitarrone dal riffing monolitico, Josh Ellis fornisce un growl convinto e deciso, Garrett Healy imbastisce blast beating a catinelle, e il basso di Nick Cooper è spesso come un muro, a scandire il tutto. Gli assoli e le linee di chitarra, di volta in volta, puntano più sul tecnicismo ("The Vast Cosmos") oppure sulla melodia ("Eye Of Hate"), tuttavia nel complesso denotano sempre una piacevolissima capacità compositiva, così come tutti gli altri elementi dei brani: mai prolissi, ma nemmeno raffazzonati, i ragazzi sanno il fatto loro e hanno le idee chiare.
Anche dal punto di vista lirico, questa breve release lascia intendere una certa attenzione per la stesura dei testi, decisamente corposi e dalle tematiche variegate, che, come si può intuire dai titoli, spaziano dall'animo umano, all'odio, agli sterminati spazi cosmici.
La pecca più vistosa del cd-r dunque esula totalmente dall'ambito della musica scritta e suonata, ricadendo nel novero dei "problemi tecnici": "The Sadistic Nature Of Mankind" soffre purtroppo di una produzione piuttosto sotto la media, che spesso costringe i suoni, su tutti la voce e subito dietro la batteria, in spazi a loro non proprio congeniali, per non dire inadatti. Il più che pregevole operato di Ellis, quindi, risulta soffocato nell'economia generale, eccessivamente sommerso dall'incedere delle chitarre, impedendo ai pezzi di delinearsi correttamente durante l'ascolto secondo quella che dovrebbe essere la loro effettiva conformazione.
Raschiando la superficie formale, tuttavia, il vero contenuto della musica dei Vacillation è un'incoraggiante prova compositiva e strumentistica, che mi auguro veda presto il traguardo di una degna distribuzione.
Per il momento, è doveroso segnalare come sia "The Sadistic Nature Of Mankind" sia il suo successore, "Corridors To A New World", siano gratuitamente scaricabili tramite link sulla pagina Facebook del gruppo, in attesa che qualcuno li noti.
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Informazioni
Gruppo: Mystical Crisis
Titolo: Ligurian Beasts
Anno: 2010
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/mysticalcrisis
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Insomnia Noctis
2. Mystical Crisis
3. Sabbath Rite
4. Penumbra Ouverture
5. Ghostorm
6. Freezing Moon
DURATA: 22:11
Per la seconda settimana di fila mi ritrovo a parlarvi di un gruppo nostrano che proviene dalle terre liguri e, più precisamente, dalla provincia di Savona: è il turno dei Mystical Crisis e della loro prima prova in studio, il demo "Ligurian Beasts", datata 2010.
Formato nel 2008, dopo i vari e consueti avvicendamenti in line-up, il combo, per la registrazione di questo demo, si è stabilizzato con Vlaad in qualità di tastierista, Metheus alla chitarra (che abbiamo già incontrato la settimana scorsa come ascia dei Perceverance), Lord Krisis nel ruolo di cantante/bassista e Edgecrusher dietro le pelli (il quale lascerà poi la band nel marzo del 2011).
"Insomnia Noctis", una breve introduzione sinfonica e decadente, avvia le danze, seguita da "Mystical Crisis" che, come "Ghostorm" (forse il pezzo migliore del disco), ci presenta un Black Metal che aderisce per diversi aspetti alla corrente Symphonic, tirando in ballo l'aura maestosa degli Emperor di "In The Nightside Eclipse" (senza, ovviamente, nemmeno sfiorare le vette di quell'immortale capolavoro) e le atmosfere mistiche dei primi Limbonic Art. "Sabbath Rite" e "Penumbra Ouverture" sono invece tracce molto più morbose e oscure che potrebbero richiamare un po' gli Anorexia Nervosa e i primissimi Cradle Of Filth, farcite anche con qualche lieve influenza Death che mette fuori il capo qui e là, sempre accompagnate da un buon lavoro di tastiere, equilibrato e non invasivo.
In chiusura i nostri inseriscono una cover della celebre "Freezing Moon", una discreta reinterpretazione eseguita con qualche tocco di personalità e in cui è stata riposta la giusta attenzione nell'evitare di alterare troppo l'alone malefico e primordiale di cui è impregnato il brano originale.
La vera pecca di "Ligurian Beasts" è la produzione che, soprattutto nei primi pezzi, è davvero rozza e non ben livellata.
Non fraintendetemi, non sono di certo il modernista che si masturba davanti alle produzioni pompate con i lustrini ma, in questo caso, un lavoro leggermente più accurato a tal proposito avrebbe indubbiamente giovato al risultato finale.
Non bisogna però tralasciare il fatto che il disco in questione sia un demo autoprodotto e, in quanto tale, soggetto ad imperfezioni di vario tipo che, con il tempo, potranno essere livellate ed eliminate. In ogni caso, "Ligurian Beasts" è un biglietto da visita onesto e sentito per i Mystical Crisis, una prima prova che ha tutte le carte in regola per instillare nell'ascoltatore la curiosità e l'interesse nell'esaminare la prossime uscite.
Vi consiglio dunque di tenere un occhio vigile e puntato sui movimenti sotterranei della piccola Liguria!
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Gruppo: Oprich
Titolo: Север Вольный [North The Boundless]
Anno: 2010
Provenienza: Rybinsk, Russia
Etichetta: Casus Belli Musica
Contatti: oprich-band.com
Autore: Bosj
Tracklist
1. Приходи, Зима [Let Hiems Come)
2. Гнев [Wrath]
3. Нехристи [Non-X-tians]
4. Сечей раскали клинок [Make Burning Hot The Blade Of Battles]
5. Предки [Ancestors]
6. Купала [Midsummer]
7. Дорога [A Road]
8. Прощальная
DURATA: 39:38
 Dal mezzo del nulla, nelle profondità delle terre di Madre Russia, arrivano gli Oprich, sestetto dedito, manco a dirlo, al folk di estrazione "etnica", quello che se non tutto certamente molto deve ai soliti Temnozor' e Nokturnal Mortum (che russi non sono, d'accordo, ma ci siamo capiti). Ora, rispetto a questi due nomi altisonanti è bene fare una precisazione: la formazione di Rybinsk è molto lontana dalla malvagità congenita di "Lunar Poetry" e dal profondo intimismo di "Folkstorm Of The Azure Nights", per sposare un verbo più semplice e alle volte "battagliero", che, tocca dirlo, oggi "tira". Qualcuno ha detto Arkona?
La scelta di posizionamento del combo poi non è necessariamente negativa: inquadrata la formazione per quello che è, ossia un onesto act che fa dei flauti suonati dall'immancabile pulzella (Rada, questo il suo nome, che si occupa anche di un discreto quantitativo di strumenti tradizionali, quali zhaleyka e sopilka) e del cantato pulito in lingua madre i propri fondamenti, gli amanti del genere non tarderanno a farsi contagiare dall'atmosfera ancestrale e folkloristica di questo debutto sulla lunga distanza.
Prati verdi, corsi d'acqua limpidi e freddi, battaglie da tempo dimenticate, notti d'estate e quant'altro sono ciò che gli Oprich offrono, il tutto perfettamente corredato da un booklet dettagliato e curato in ogni singolo aspetto, dalle note di produzione, alle fotografie, alle immancabili greche runiche disseminate qua e là. E se come me avete problemi con l'alfabeto cirillico, non preoccupatevi, perchè la band fornisce anche, all'interno, le traduzioni di titoli, testi e credits. Insomma, un prodotto finito con tutti i crismi.
La pecca più grande, volendo essere pignoli, è la poca incisività del riffing chitarristico: elemento di secondo piano per la gran parte della durata del lavoro, quando a farla da padroni sono i tradizionalismi sovietici, le sei corde non sono tuttavia in grado di lasciare il segno nei momenti in cui tentano di imporsi sul sound generale, proponendosi come veicolo di epiche cavalcate, ma mancando di spunti personali e finendo con il risultare troppo di contorno anche quando vorrebbero essere protagoniste. Questo detto, è pur vero che il metallaro in cerca di riffing di qualità in primo piano non andrebbe mai a ficcare il naso in casa Oprich, prediligendo mete ben diverse.
Per tutti coloro che sognano Masha Ahripova vestita di pelli d'orso, o che sono semplicemente affascinati dal lore della steppa russa, al contrario, ecco un nome di possibile interesse.
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Gruppo: Night Heir
Titolo: Wind In My Dream Mist In My House
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: nightheir.bandcamp.com
Autore: Advent
Tracklist
I. Weeping Of The Boughs
II. The Night Heir
III. No Sympathy From Demanding Idols
IV. Indigo Woman
V. Böcklin
VI. Temples Of Muir (Every Tree A Cross)
VII. Plaintive Orion
VIII. I Seek Myself
IX. I See Myself
X. DawnMan Outroduction
DURATA: 34:58
 I Night Heir sono nati nella città di Portland, Oregon, territorio degli Agalloch che già per la location la dice lunga sulla particolarità del loro stile musicale, inizialmente come one-man-band poi consolidatasi come duo.
"Wind In My Dream Mist In My House" è un'opera impossibile da catalogare, frutto del lavoro di un’unica mente che si è fatta affiancare da persone preparate. A grandi linee mi sento di definirla come una uscita "post", dicendo tutto e niente allo stesso tempo. Incoraggio però chi di post-metal/core/rock non ne vuole sapere ad abbandonare i pregiudizi. Anche se l’album inizia con un blues rarefatto, distorto e sperimentale che chiama in causa i Bohren & Der Club Of Gore insieme ai Mare canadesi (i quali hanno fatto tremare la terra con una demo), lo stile per quanto riguarda song-writing e produzione ricorda da vicino i primi Today Is The Day ma soprattutto il doom post-core dei già citati Mare. Ogni pezzo è legato a quello che lo precede in una unione indissolubile, l’ascolto è spontaneo e inarrestabile come un flusso d’acqua. La spartanità dei Mare viene arricchita da sfondi di synth, tastiere, campane e sonagli che sbattono tra di loro, da flash post-punk alla Swans, da quel nichilismo privato della fredda componente industrial. In alcuni frangenti viene evocato il doom progressivo e oscuro dei Neurosis per alcune scelte strumentali e vocali. In questa magica cassetta ci sono anche influenze neo-folk, consiglio però di prendere con le pinze questa definizione, l’umore dei Tenhi si sente. L'etichetta post-black che gli è stata affibbiata è secondo me inopportuna, semplicemente perché dei riff molto stretti e delle percussioni simil-tupatupa non bastano per essere black metal né tantomeno post-black; pezzettini della loro musica potrebbero essere lontanamente assimilabili ad alcune sonorità black-gaze. "WIMDMIMH" non è figlioccio di nessuno. Il sottofondo d’avant-garde post-punk ha influenze noise rock mantenendosi lontano anni luce dai Sonic Youth, più pesanti invece le caratteristiche sludge e stoner che si adeguano con disarmante semplicità al contesto sonoro. Il cantante ha uno stile lamentoso che nei bassi ricorda Ozzy dei primi due Black Sabbath sebbene sia più soffocato dagli strumenti, in scream si avvicina ai toni dei Today Is The Day privati dei picchi di Steve Austin, spesso fastidiosi e che laceravano ogni volta i timpani. Certo, sono venuti dopo gli Have A Nice Life, ma se con "Deathconsciousness" ci siamo trovati tutti ad urlare al miracolo sapendo cosa fosse quello che stavamo ascoltando, i Night Heir ci lasciano con l'amaro in bocca di non poter descrivere questa dannata cassetta da tre fottutissimi dollari (per chi vuole il formato fisico dell'opera), scaricabile sul loro bandcamp.
La band è una rivelazione e l’album in questione un capolavoro, punto. La paura è che sia un fuoco di paglia, che dopo non resti che la morte artistica. Il blog ufficiale della band però ci rassicura, stanno registrando il nuovo album, e non sono in due a farlo.
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Gruppo: Zerstörer
Titolo: Panzerfaust Justice
Anno: 2010
Provenienza: Germania
Etichetta: Ashen Production
Contatti: myspace.com/zerstoererpanzermetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. Lost In The Trench
2. The Punisher
3. Sociopathic Killer
4. Of War, Hate, Eternal Death
5. Panzerfaust Justice
6. .01 Kt Bringer Of Pain
7. Atomic Humiliation
8. War Campaign
9. Goatworship Kommando
DURATA: 35:45
I tedeschi Zerstörer sono una di quelle band affidabili, coerenti, di sicuro non un cavallo da gara importante ma più probabilmente un mulo da soma, quelli ai quali affidi un carico pesante perché sai che ne reggeranno il peso in quanto hanno una solida base muscolare e la forza per portarlo avanti, mancando però dello spirito d'iniziativa e della furia dei prima citati.
Perché questo paragone? Perché chi conosce questa realtà teutonica, e in passato avesse ascoltato anche soltanto qualche pezzo della discografia, se fosse un amante del periodo eighties/nineties del thrash teutonico e dello stile primorde scandinavo prendendo uno qualsiasi dei tre album sinora pubblicati si potrebbe ritenere soddisfatto dal prodotto semplice, adrenalinico e grezzo come dovuto.
La proposta è una via di mezzo fra i Sodom, Venom, Hellhammer e i Darkthrone, si può inserire nella lista anche un pizzico di Gospel Of The Horns, diciamo che in fin dei conti è roba "zozza" per chi non cerca nessun tipo di "riguardo" o "carineria" sonora ed emotiva che sembrano andare per la maggiore in questi anni.
Sono quindi le scorribande veloci, arrembanti, prive di fronzoli di brani come "Sociopathic Killer", ".01 Kt Bringer Of Pain" e "Atomic Humiliation", quelli nei quali la deriva thrash è più evidente, a tenere meglio botta; la parte black, per quanto sia predominante nel platter, alle volte un po' per la produzione e l'esecuzione al limite col "caotico", un po' per le soluzioni talvolta sin troppo scontate, non esalta particolarmente ma neanche disturba.
L'ascolto in pratica fila via liscio e nel caso aveste voglia di fare un paio di giri di testa l'idea non sarebbe neanche cattiva.
"Panzerfaust Justice" è bilanciato, pregi e difetti si equiparano per un album che, nonostante sia incastrato nel mondo delle sufficienze e dei "ci attendiamo di più" ripetuti nel tempo, possiede quella quantità di marciume che gli old schooler di certo apprezzeranno ed è a loro che suggerisco di dare una possibilità agli Zerstörer, i rimanenti potranno pure evitarseli.
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Gruppo: Graveyard Dirt
Titolo: For Grace Or Damnation
Anno: 2010
Provenienza: Stranorlar, Irlanda
Etichetta: Ashen Productions
Contatti: myspace.com/graveyarddirt
Autore: Bosj
Tracklist
1. By Wind And Time
2. Daylights Wrath
3. These Hands Defiled
4. Enslaved By Grief
5. The Search for Solitude
6. Silence Awakes
7. Solace
8. A New Day Fire
DURATA: 62:05
 Arriviamo in clamoroso ritardo a parlare dei Graveyard Dirt, formazione irlandese attiva dalla prima metà degli anni Novanta, che dopo un demo sparì dai radar fino al 2007, anno in cui fece uscire un primo ep "di rinascita", seguito finalmente da un full lenght di debutto, anno domini 2010... che sembra non curarsi dello scorrere del tempo.
Il genere proposto dai sei musicisti è un doom/death di stampo classico, che più classico non si può e deve tutto alla scuola anglosassone, appunto, di una ventina d'anni fa (i vari inizi di My Dying Bride, Paradise Lost, eccetera, tanto per cambiare), o al massimo qualcosa sulla scia di formazioni americane quali i Winter o i primi Novembers Doom, riletti però in chiave europea.
Ottima la produzione, ottima la preparazione "formale" del gruppo, ottima la scrittura dei pezzi che ovviamente, interludio strumentale ed intro esclusa, viaggiano tutti tra i sette e i tredici minuti, in down-tempo e con il riffing di chitarra portante a tenere in piedi tutta la struttura. Non è un caso che il maggior compositore della formazione, Kieran O'Toole, sia un addetto alla sei corde.
Dal punto di vista lirico, le tematiche sono quelle care al genere: struggimento romantico, "mal de vivre", dolore, oscurità. Le immagini testuali, molto suggestive ed evocative, ricordano anche l'operato di un certo Johan Ericson di casa Draconian.
Insomma, gli ingredienti di un disco "classico" ci sono tutti. Ad alcuni, bisogna dirlo, potrà odorare un po' di stantio, di già sentito, ma "For Grace Or Damnation" è tutto fuorchè un brutto disco; ponderato e finemente lavorato in ogni suo aspetto, dal booklet alla resa dell'ultima nota, siamo al cospetto della testimonianza di una formazione che certi suoni li ha vissuti in prima persona, ma per qualche motivo è riuscita ad uscire dall'ombra e a versare il proprio tributo alla scena solo con quindici anni di ritardo. Con tutto ciò che la situazione comporta, nel male, ma anche e soprattutto nel bene.
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Gruppo: Krieg
Titolo: Dead Sound Walking
Anno: 2010
Provenienza: Monza, Lombardia, Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/kriegband
Autore: Bosj
Tracklist
1. Sexess
2. Skin Seller
3. Unfaithful
4. Second Line
5. After The Sin
6. Divination
7. Black Book
8. Immortality
9. God That Could
10. Dark Art
11. Cult
DURATA: 42:34
 Due anni dopo la sua uscita, il debutto dei lombardi Krieg torna ad essere promosso attraverso la critica specializzata dalla nostrana Necroagency; ecco spiegata la presenza in aggiornamento di un disco datato 2010.
Questi undici pezzi sono tuttavia ancora oggi l'unica testimonianza lasciataci incisa dalla band. In attesa di future produzioni del combo brianzolo, veniamo a "Dead Sound Walking": sul web se ne legge in tutte le salse, tra chi lo elogia, chi lo demolisce, chi ne parla distrattamente e chissà cos'altro. Premesso che il disco è liberamente scaricabile dalla pagina della band, e che quindi la migliore cosa da farsi è come sempre ascoltare il materiale in prima persona, dico anche io la mia riguardo questi quaranta minuti di musica.
Prima di tutto, questo NON è un disco di thrash metal classico: niente Bay Area, niente old school teutonica. Il quartetto è invece autore di una proposta molto più moderna, le cui origini sono ben radicate negli anni '90 (l'età anagrafica dei musicisti li descrive come figli di quegli anni, quindi non c'è di che stupirsi), nel groove ("Dark Art"), nelle distorsioni fredde e spesse come un muro di cemento ("Sexess"), nei mid-tempos ("Skin Seller") e (qualcuno griderà aiuto) nel nu-metal ("Immortality"). Pochi gli assoli ("Cult"), molte le strizzatine d'occhio invece al rifferama grosso e dilatato à la Sepultura post-"Arise", ai primi Korn e, ovviamente, agli immancabili Pantera. Ancora, rare le cavalcate ad altissima velocità all'interno dei pezzi, in favore come accennato di mid-tempos quando non addirittura rallentamenti con tanto di passaggi in cantato pulito ("Skin Seller", di nuovo, "Immortality", di nuovo). Se un'obiezione si può muovere al combo, è quella di non essere particolarmente variegato nelle proprie soluzioni: raggiunto il terzo brano, l'album ha già esibito tutte le sue carte, e da quel punto alla fine sarà solo un rimescolare lo stesso mazzo.
I suoni, d'altro canto, sono ottimi, frutto dello sforzo congiunto di registrazione, masterizzazione e mixaggio tra il Canada di Glenn Fricker e la Florida di James Murphy, anche se non posso fare a meno di notare come i volumi della voce siano estremamente bassi, quasi soverchiati dai riverberi delle chitarre, cosa usuale per le distorsioni stoner di scuola Kyuss e desertica in generale, inaspettata invece in ambito thrash e nu.
I fratelli Cristian e Friedrich Gscheidel (rispettivamente voce e basso e chitarra), Gaetano Isaia (chitarra) e Walter Valli (batteria) hanno confezionato insomma un prodotto completo e a tutto tondo, che non mancherà di far storcere il naso a tutti i puristi e agli aficionados di certo sound thrash metal. Tutti gli altri, soprattutto coloro che sono affezionati a certi suoni e che non si sentono in obbligo di criticare una corrente musicale solo perchè "moderna" (pur non essendo più tanto nuova, anzi), magari non troveranno in "Dead Sound Walking" il disco perfetto, né una particolare freschezza, ma potranno godersi undici brani di onesta passione.
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Gruppi: Mortualia / Nychts
Titolo: Nebelstern Des Nichts
Anno: 2010
Provenienza: Finlandia, Svizzera
Etichetta: Nebelstern
Contatti: nebelstern-records.ch
Autore: ticino1
Tracklist
1. Nebelstern Des Nichts
DURATA: 40:25
Innanzi tutto tengo a precisare che quest’opera non è uno split ma il frutto della collaborazione fra Mortualia, con Shatraug per essere precisi, e Nychts. Forse è stata possibile grazie al mondo del WWW. Sì, oggi alcune cose sono molto più semplici da realizzare. È un compito arduo scrivere riguardo questo pezzo tanto lungo; non conosco nessuno dei due gruppi e tenterò allora di rendere al meglio l’idea del suo contenuto.
Dalla Finlandia arrivano gli ingredienti più oscuri e depressivi, il Vallese, la patria dei Samaël tanto per intenderci, fornisce le spezie atmosferiche alla traccia. Già il primo ascolto dimostra una chiara equità nella partecipazione degli artisti. Non sono ancora riuscito a definire se si tratti di una fusione da cui fanno capolino i due oppure di un altalenare fra loro. Il ritmo semi-lento e ossessivo è accompagnato da una varietà di strumenti, suoni e campioni musicali che raccontano una storia spaziale epica e profondamente triste, decorata da linee leggermente melodiche. Si potrebbe discutere sul fatto se questi quaranta minuti si fossero potuti suddividere in diversi movimenti o capitoli per semplificarne la comprensione all’ascolto. Se per un musicista è difficile gestire la composizione di un tale lavoro, ancora più ardua ne è la digestione per il pubblico. Mi sembra che dal ventesimo minuto avvenga un cambio netto di rotta; la voce è diversa e i sentimenti offerti dal tono delle note sono degli altri. Se prima ci si sentiva come soldati durante una marcia dura e penosa, qui l’adrenalina sale e inizia una fuga o un inseguimento esasperati che portano al nulla, nuovamente all’oscurità assoluta, al vuoto. Soggettivamente vedo scorrere davanti ai miei occhi prima la fatica necessaria per conquistare lo spazio che, dopo una lunga evoluzione, porta a una rapida espansione nelle galassie grazie a nuove cognizioni tecniche e a una dispersione imposta dall’infinità dell’universo.
Sì, quest’opera è veramente difficile da descrivere ma è la testimonianza della qualità compositiva di questi signori che mostrano un grande ingegno nel produrre atmosfere e sensazioni da pelle d’oca. È sempre difficoltoso affermare la necessità o definire la superiorità di una tale composizione; ognuno riceve sensazioni diverse e le note possono essere ascoltate e interpretate in maniera differenza dai singoli. Dal canto mio acquisterò questo disco.
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Gruppo: Patronymicon
Titolo: Coldborn
Anno: 2010
Provenienza: Svezia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/patronymicon
Autore: Mourning
Tracklist
1. Coldborn
2. I Failed You
3. The Carving
4. Propatronymicon
DURATA: 15:33
I Patronymicon sono un act black metal svedese nato per volontà di N. Sadist nel 2008. Stranamente gli Archivi Metallici non sono granché d'aiuto, ho infatti notato l'assenza del demo "Coldborn", release primogenita contenente quattro brani per un quarto d'ora di musica che in una parola potremmo definire "ortodossa".
Atmosfere gelide, riff taglienti, scorribande veloci, ficcanti, orchestrate in modo da concentrare gli sfoghi di pura violenza solo in alcuni tratti per sfoggiarli al meglio, non per questo rinunciando a quelle forme più diluite e malsane dal retrogusto dolce che permettono all'odio di galleggiare, si veda "Propatronymicon".
Per quanto conducano all'orecchio sonorità e soluzioni note e volutamente scrutanti con riluttanza la visione odierna di ciò che potrebbe esser definito black metal, hanno dalla loro quell'essenza nineties che attirerà a sè i "nostalgici", gli impenitenti adoratori di un modo di suonare e cingersi all'oscurità che di anno in anno ha subito una violenta commercializzazione e un imbastardimento non poi gradito in alcune forme.
Per chi non ha mai smesso di credere e omaggiare i propri ideali immettendoli nel flusso di ascolti primordi del genere, gruppi come i Patronymicon sono più che un semplice diversivo, evitando di calcare la mano sul piano dei cliché o clonare i Darkthrone, come avviene in moltissimi casi, riescono a guadagnarsi qualche punto aggiuntivo.
Nel 2011 è stato rilasciato il debutto "Prime Omega" che con curiosità spero d'inserire nel lettore al più presto, chissà che in futuro non arrivi anche uno scritto che ne approfondisca il discorso confermandovi o meno la mia buona impressione su questa creatura scandinava, vedremo.
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Gruppo: Cenere Muto
Titolo: Giambattista Vico
Anno: 2010
Provenienza: Italia
Etichetta: DNA Collective / Frohike
Contatti: thyminstrel.altervista.org/homecm1.html - dnanetlabel.altervista.org - frohikerecords.com - ceneremuto.bandcamp.com/album/giambattista-vico
Autore: Akh.
Tracklist
I - 1298: Crede'Io Ch'Eo Credette Ch'Io Credessi
2. II - 1349-1353: Summertime (G.Gershwin, I.Gershwin, DB.Heyward)
3. III - 1525: Venezia
4. IV - 1864: Deaf
5. V - 1920: Architexture Delle Lingue
DURATA: 33:42
Edito in formato fisico da Frohike Records (C40 tape, confezione fatta a mano con materiale riciclato, limitato a 70 copie) e distribuito in free download da D.N.A. Collective e Frohike Records. Mi piace iniziare questa visione ai Cenere Muto con questa premessa posta in evidenza sul loro Bandcamp; il perchè è semplice: Libertà, Improvvisazione, Creatività, questa è la sintesi assoluta di "Giambattista Vico".
Come altre forme d’Arte esposte da A. ed E. ci troviamo di fronte ad un’espressione che prende forma dal nulla, se non da un’idea non preconcetta di fare musica, lasciandosi alle spalle stereotipi e clichè. Se ancora si avverte l’influenza teatrale che da sempre contraddistingue i lavori del duo, stavolta dobbiamo ammettere che è solo l’espressività del non schema a fornirci quest’immagine, per darci in pasto cinque brani che sanno fortemente di jazz ("Deaf" ne è una controprova indubbia), contemporaneità e analisi subconscia, in quanto a parte "Architexture Delle Lingue" (brano originariamente affiliato al progetto U.L.S., ma che solamente qui ha potuto esplodere in tutta la sua motivazione) la destrutturazione del veicolo brano è solamente un vestibolo fra la società e gli artisti in questione, passando attraverso la causale letteraria.
Ci troviamo quindi di fronte a frammenti, foto musicali, inadatte a chi non sa indossare abiti leggeri o che non può permettersi dubbi visionari ("Crede'Io Ch'Eo Credette Ch'Io Credessi" mi pare dar subito voce forte in tal senso), per passare ai suoni rivisitati di "1349-1353: Summertime" ma elegantemente contemporanei di Gershwin & Co. in cui nonostante le forti critiche in altri lidi espressi lasciano posto a respiri e ovattate riflessioni su cui farsi semplicemente trasportare, senza l’ansia dell’ansia. Molto suadente anche l’atmosfera generale di "Venezia" che a tratti mi ha riportato alla mente il verbo musicale dei fiorentini Zeph (senza il loro isterismo comunque), un brano che si fa veramente godere per tutti gli otto minuti di lunghezza, in cui sono il frame personalizzato e la visione interiore ad uscire prepotentemente in suoni lievi ed intimi, con alcuni accenni quasi soft rock negli arrangiamenti ritmici, ma che ricreano una tensione affascinante e struggente, quasi come vedere la laguna con gli occhi romantici di un giovane ribelle.
Come accennato "Architexture Delle Lingue" è il brano che più si distacca dal resto in cui gli inserimenti "modernizzanti" si fanno più incisivi, basti vedere la data appresso al titolo per comprendere che l’evoluzione di questo suono è stata calcolata in base ad un’espressiva ben precisa, per quanto sempre libera di crescere indipendentemente. I suoni diventano disarmonici, duri e a tratti nervosi, il tessuto musicale s’incanala in una più precisa connotazione strutturale o comunque meglio identificativa, qui ovviamenti anche i più elastici viaggiatori sperimentatori avranno di che godere grazie ai forti cambi espressivi ed ai contrasti marcati che questo pezzo ha in seno; la percezione di pesantezza aumenta con il passare dei minuti, regalandoci uno spaccato asincrono con il resto del lavoro, ma che ben evidenzia lo stato attuale delle nostre catene artistiche, nevrotiche, acide e frenetiche.
Farei i complimenti alle due etichette per quanto prodotto; "Giambattista Vico" non è di facile assimilazione, chi si diletta con musica mainstream ne stia ampiamente alla larga, perchè potrebbe essere un’esperienza scardinante, dolorosa, mal digeribile; bisogna sapersi integrare con questi suoni per poterne apprezzare la natura non viceversa.
Cenere Muto non è sicuramente silenzio, almeno in questo caso.
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Gruppo: Lago
Titolo: Marianas
Anno: 2010
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Pale Horse Recordings
Contatti: myspace.com/lagoaz
Autore: Mourning
Tracklist
1. Marianas
2. Youma
3. Arbitrary Conflict
4. Center Of A Wounded Nation
5. Headless / Heartless
DURATA: 20:42
 I Lago sono una formazione statunitense dedita a un death metal claustrofobico e malsano, il primo nome che viene in mente ascoltano l'unico lavoro sinora pubblicato, l'ep "Marianas", è quello dei Morbid Angel che furono al quale si accodano per atmosfere e sonorità quelli di Immolation e Incantation. Capirete quindi che non si vada per il sottile, non è musica per educande e soprattutto le sonorità di "moda" sono praticamente inesistenti.
Questo antipasto di cinque pezzi prodotto nel 2010 contiene poco più di venti minuti che potrebbero esser stati tirati fuori chissà da quale cantina e proposti di getto: il tipo di riffing, il drumming, le soluzioni alla voce, forse quella scream è un tantino da migliorare in quanto stridula sì ma poco convincente come avviene a esempio in "Arbitrary Conflict", riportano volutamente le lancette del tempo indietro.
Il songwriting è discretamente elaborato, le ridondanze presenti e la tipologia di suoni utilizzati permettono a brani come "Center Of A Wounded Nation" di entrare in testa con prepotenza e anche nelle aperture solistiche possiamo riscontrare una preparazione e un'impostazione degne del genere proposto.
Peccato invece per quanto concerne la produzione che con una maggiore inclinazione al retrò, mantenendosi magari un po' più sporca, avrebbe fatto guadagnare dei punti extra sotto l'aspetto del marciume e della blasfemia. Del resto è anche vero che quest'ultimo tassello non rispecchia dei testi che non hanno nulla di antireligioso ma per lo più una visione personale su questioni legate alla vita umana in genere e che le parti devote a un approccio più tecnico ne avrebbero risentito, quindi accontentiamoci.
Un buon lavoro lontano dallo standard medio, con i suoi difettucci e qualche perplessità da sviare, mette i Lago nella condizione di farsi ascoltare e piacere da chi segue il death metal con passione. Se siete fra questi date una chance a "Marianas" sperando non passi troppo tempo per avere nelle orecchie qualcosa di "fresco".
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Gruppo: Desdemonia
Titolo: Existence
Anno: 2010
Provenienza: Lussemburgo
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/desdemoniaband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Symbiosis
2. Overload
3. Forever
4. Deep Down
5. Silence
6. Existence
7. Dare To Fail
8. My Enemy
9. Lay Down Your Crown
10. Angel
DURATA: 48:04
 Il Lussemburgo oltre a essere uno staterello alquanto piccolo, non è di sicuro fra i più grandi esportatori di metal.
I Desdemonia sono una delle realtà che si dibatte per venir fuori da quella scena underground, attivi ormai dal 1994 e con due album in discografia, l'omonimo rilasciato nel 1998 e "Paralyzed" del 2001, tornano a farsi sentire a ben nove anni di distanza nel 2010 con "Existence".
La formazione ha dalla sua anche l'aver mantenuto dal 1998 a oggi una line-up unica, è definibile come operaia seria e dedita con passione al proprio stile tanto che con quest'ultimo platter pur non allontanandosi mai da canoni ben distinti e già in uso nella scena death (con la svedese e parte dell'est europea in primis) sono capaci di offrire una prova dignitosa e pienamente sufficiente.
Le canzoni più interessanti sono quelle impreziosite da discreti cambi di tempo e dalle tessiture melodiche come "Forever" e "Silence", dalle atmosfere che esprimono un sentore di malvagio ad esempio in "Symbiosis" che spicca anche per la bella l'apertura in clean delle chitarre, qualità che a sprazzi vengono confermate in altri episodi, si vedano "Overload", "Existence" e "Lay Down Your Crown".
Strumentalmente i Desdemonia hanno ben poco da farsi perdonare, la prova in tal senso è solida, ben eseguita e supportata da una produzione limpida che favorisce soprattutto le basi, con un sound di batteria e basso molto robusto e fortemente incentrato a rafforzare l'onda groove dei pezzi.
Altra nota positiva è la prestazione convincente, come in passato del resto, del cantante Tom Dosser che gestisce in maniera ben calibrata e piacevole le linee variegandole con l'utilizzo sia del growl che di fasi maggiormente "urlate".
Ciò che penalizza questi musicisti è la forma canzone, il ripetersi di soluzioni e una "standardizzazione" che se da un lato assicura loro un "compito" ben fatto e privo di sbavature, dall'altro non permette ancora una volta di spiccare il volo, cosa che ritengo un peccato dato che la dedizione e la volontà di portare avanti il progetto meriterebbero e le capacità non sembrano essere assenti.
"Existence" è in pratica l'ennesima riprova che i Desdemonia suonano ciò che piace loro, che la semplicità è ciò che apprezzano e che il death metal è anche questo.
In effetti in un panorama dove la tecnica da "pipparoli" aumenta a dismisura e le band compongono manco fossero direttori d'orchestra, metter su un disco simile non può che far piacere, avrà forse vita limitata rispetto ad altre opere ma dimostra quanto ancora si possa essere genuini e realistici all'interno di una scena inondata da "game boy acts".
Date loro un ascolto.
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