domenica 23 settembre 2012

SEXCREMENT - Sloppy Seconds


Informazioni
Gruppo: Sexcrement
Titolo: Sloppy Seconds
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Comatose Music
Contatti: facebook.com/sexcrement
Autore: Mourning

Tracklist
1. Heard It Through The Rape Vine
2. Chemical Handcuffs
3. Well Hungover
4. Heels Up
5. Trucker Bombed
6. Assisted Living Lapdance
7. Obesetiality
8. Ride Johnny Ride

DURATA: 35:55

Ignoranza e divertimento, son tornati i Sexcrement. La formazione del Massachusetts si rifà viva a distanza di cinque anni dal debutto "Genitales From The Porno Potty" e due dall'ep "XXX Bargain Bin Vol 1" con il secondo "Sloppy Seconds" ed è proprio dal mini che ripartono, riprendendone i brani allora inediti ("Well Hungover" e "Assisted Living Lapdance") adesso inseriti in una scaletta che non fa gridare al miracolo ma tiene particolarmente allegri.
La proposta è di quelle rodate e arcinote, alle orecchie giunge una più che discreta mistura di death metal marchiato groove con spruzzate di thrash e l'impronta hardcore che nel corso degli anni ha caratterizzato le uscite dei Dying Fetus primordiali, dei troppo sottovalutati Internal Bleeding e gente come gli Skinless. Le coordinate sono quindi riconoscibilissime e la risultante un prodotto affidabile pur non facendo gridare al miracolo e possedendo alcuni brani interessanti e goderecci.
Oltre agli episodi citati infatti si può tenere conto anche della traccia d'apertura "Heard It Through The Rape Vine" e di "Obesetiality" che regalano quella "scapocciatona" salutare, priva di ritorsioni cervellotiche e che va presa per ciò che è, un diversivo in musica privo di troppe pretese.
"Sloppy Seconds" formalmente non ha nulla da rimproverarsi, la prestazione strumentale è perfettamente fedele ai canoni dello stile e la professionalità di musicisti membri attivi ed ex di realtà quali Goratory, Dysentery, Parasitic Extipartion e Terminally Your Aborted Ghost non è neanche da mettere in discussione, mentre vocalmente parlando Adam Mason è probabilmente meno forzato e incattivito nelle lacerazioni d'ugola dei tempi andati ma si pone sui pezzi egregiamente.
I Sexcrement una volta premuto il tasto "play" portano a termine il loro dovere evitando intoppi, magari non rientreranno fra le prime scelte all'interno della rotazione degli ascolti quotidiani, però ogni qualvolta li inserirete nello stereo e alzarete il volume per sfruttarne al meglio le doti di compagnia avrete una mezzora e più di piacere assicurato.

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FALLING LEAVES - Mournful Cry For A Dying Sun


Informazioni
Gruppo: Falling Leaves
Titolo: Mournful Cry For A Dying Sun
Anno: 2012
Provenienza: Giordania
Etichetta: Endless Winter
Contatti: facebook.com/pages/Falling-Leaves/116237335059959
Autore: Mourning

Tracklist
1. Reaching My Last Haven
2. Blight
3. Trapped Within
4. Silence Again (Silence Pt. II)
5. Vanished Serenity
6. Memories Will Never Fade
7. Celestial
8. Dying Sun (Outro)

DURATA: 47:04

La Giordania non è patria del metal per antonomasia, di sicuro neppure una delle terre dalle quali ricordo provenire act doom e affini rilevanti, a meno che non si parli dei solitari e piacevoli Bilocate. Trovarsi quindi fra le mani un disco di una band che si cimenta nel genere e giunge da quelle zone sapeva molto di terno al lotto, il problema era: diverrà una vincita o la solita schedina da buttare? I Falling Leaves sono attivi da appena un triennio, un solo demo omonimo pubblicato nel 2010, il successivo accordo con la Endless Winter e la pubblicazione di "Mournful Cry Of Dying Sun" in questo 2012, passi importanti e repentini.
La label di Gennady si è rivelata una fonte dalla quale attingere e rinfrescarsi per gli amanti delle atmosfere doom a 360 gradi, questo in effetti mi forniva di base un minimo di fiducia nel lavoro della formazione, fiducia che è stata confermata dal platter contenente quasi cinquanta minuti di gothic doom/death con evidente influenza del panorama musicale europeo degli albori di act quali My Dying Bride e Paradise Lost, dediti a fornire le basi sulle quali espandere e apportare modifiche in futuro.
Già perché "Mournful Cry Of A Dying Sun" per quanto sia un album piacevole, dalle atmosfere melancoliche e perlacee intense, rafforzate dalle incursioni sognanti e cullanti del violino a cura di Olof Göthlin dei Draconian ("Blight" e "Silence Again") e Pete Johansen dei The Sins Of Thy Beloved ("Trapped Within" e "Memories Will Never Fade"), capace di attrarre per l'elegante combinazione vocale clean-growl che vede il cantante Abdul-Aziz Assaf coadiuvato in più tracce da colleghi illustri quali sono Pim Blankestein degli Officium Triste ("Blight"), Paul Kur dei Novembers Doom e These Are They ("Vanished Serenity") e Josep Brunet degli Helevorn ("Reaching My Last Heaven"), perde parte del suo fascino a causa di una composizione sicuramente matura per la conoscenza approfondita del genere e per il modo in cui impronta l'uso delle soluzioni stilistiche a esso coniugate, ma che al tempo stesso mette in mostra un legame sin troppo profondo con i grandi nomi che ne han fatto la storia. I due citati all'inizio sono una minima parte di quelli che potranno venirvi in mente.
Parliamoci chiaro, la derivazione non è reato ed è difficile pensare che un qualsiasi disco di un qualsiasi filone musicale non ne subisca "il danno", ascoltando però pezzi come "Vanished Serenity", "Silence Again (Silence Pt. II)", "Celestial" e sommando a esse la delicata e carezzevole chiusura acustica affidata ai due minuti e poco più di "Dying Sun" si ha la certezza d'avere a che fare con una compagine delle doti innate nella quale i meccanismi ruotano alla perfezione, ciò che manca è quella personalità e i guest non aiutano, anzi gambizzano la formazione; perché se da un lato apportano una maggiore qualità con le loro prestazioni praticamente perfette, dall'altro non fanno altro che rimarcare e spingere nelle direzioni a loro più affini il sound. Siccome però "non mi permetto" di chiedere con veemenza a un debutto di suonare obbligatoriamente originale, reputo i Falling Leaves una di quelle "promesse" che attende e pretende di essere mantenuta.
Non vi consiglio l'acquisto diretto, anche se sono quasi certo che ogni amante di questo affascinante scenario musicale si troverebbe a proprio agio con un ascolto simile, non escludo pertanto che il voler possedere "Mournful Cry Of A Dying Sun" divenga uno sviluppo naturale dell'incontro con la loro proposta e personalmente non potrei che rassicurarvi sul fatto che i vostri soldi sarebbero comunque stati più che ben spesi.

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VORPAL NOMAD - Hyperborea


Informazioni
Gruppo: Vorpal Nomad
Titolo: Hyperborea
Anno: 2012
Provenienza: Colombia
Etichetta: Metalodic Records
Contatti: facebook.com/vorpalnomad
Autore: Mourning

Tracklist
1. Hyperborea
2. Skull Island
3. The Brotherhood
4. Final Cry For Freedom
5. Last Hero On Earth
6. The Mad Hatter
7. Vorpal Nomad
8. As The Otherworld Falls Dawn
9. Jack O Lantern

DURATA: 41:51

I Vorpal Nomad sono una band power colombiana sorta per volontà del talentuoso chitarrista Nicolas Waldo e del cantante/grafico Felipe Machado Franco, di quest'ultimo ricorderete il nome legato alle cover, layout e illustrazioni di artisti quali Blind Guardian, Iron Savior, Ayreon, Iced Earth e l'accoppiata (sì due, perché una non bastava) Rhapsody Of Fire e Luca Turilli's Rhapsody.
La line-up viene completata dall'altro chitarrista Andrés Parada e Daniel Pinzón al basso, compagni d'avventura di Nicolas anche nel suo progetto solista omonimo, e dal batterista Christian Gaitan invece collega di Felipe nei Thunderblast. Diciamo che hanno deciso di giocarsela parecchio "in casa" puntando su uomini di fiducia.
Le produzioni si erano per ora limitate all'ep rilasciato nel 2010 "The Spirit Machine" e ai due singoli usciti nel corso del 2011, "Jack O Lantern" e "Skull Island", entrambi pezzi facenti parte della tracklist del debutto "Hyperborea".
Il sound dei sudamericani è decisamente lontano da qualsiasi atmosfera proveniente dalle proprie lande, il rimando più evidente è legato a influenze di stampo teutonico, band come i già citati Blind Guardian, Iron Savior e in aggiunta i Persuader, alle quali si potrebbero aggiungere compagini quali Gamma Ray e Freedom Call, che stranamente si trovano a confrontarsi con una produzione ruvida e che in alcune circostanze non garantisce al basso la giusta dimensione, sembra essere un po' spento rispetto al resto della strumentazione.
La proposta non è di certo innovativa (power e innovazione? no comment), mantenendosi però costantemente viva e intrigante in primis grazie alla più che discreta composizione. Il songwriting calca la mano sui classici cliché del genere, con ritornelli che cercano d'entrarti in testa riuscendoci pure, si veda quello di "Final Cry For Freedom", e qualche lieve scivolone nel "baratro" dell'easy listening esagerato, come avviene in "Last Hero On Earth". Lo zoccolo duro che consegna a "Hyperborea" le chiavi di una valutazione ben oltre la più sicura e scolastica delle sufficienze è rappresentato invece da canzoni quali l'incalzante "Skull Island", l'accattivante "Brotherhood" dotata di piacevoli tastiere che evitano di invadere il territorio rimanendo nelle retrovie, l'esaltante quanto autocelebrativa "Vorpal Nomad" (dal vivo dovrebbe proprio rendere alla grande), l'epica e interessante per comprendere quale sia il livello tecnico in dote alla formazione "As The Otherworld Falls Dawn" e la conclusiva trascinante "Jack O Lantern".
Qualche neo però c'è, come ho detto in precedenza la produzione non è perfetta ed è strano che l'aver affidato il lavoro all'esperienza di Piet Sielck, mastermind degli Iron Savior ed ex Savage Circus, non abbia prodotto il risultato sperato, così come non comprendo l'inserimento di una "The Mad Hatter" (il cappellaio matto di "Alice Nel Paese Delle meraviglie") in un concept incentrato su Hyperborea, il pezzo musicalmente è gradevole ma... la terra sulla quale si è volutamente incentrato il lavoro ha una collocazione precisa, i greci la immaginavano più a nord della Tracia, nell'era moderna si è presa in considerazione la possibilità che fosse una landa polare estesa dall'attuale Groenlandia fino alla Kamčatka (chi conquista a Risiko 'sta cavolo di penisola solitamente vince, chissà perché?), coniugandola spesso e volentieri a filoni letterari occultisti. Non è un caso venga citata da autori come il maestro di Providence H.P. Lovecraft e Miguel Serrano, ha una "storia" ricca di fascino ma cosa ha a che fare quel personaggio? Divagazione estemporanea? Sarà... però è proprio riuscita male.
Basta tirarla per le lunghe, vi piace il power metal? Ne avete le scatole piene di elfi, folletti, draghi e "pirilì pirulà"? Allora i Vorpal Nomad e "Hyperborea" dovrebbero fare al caso vostro.

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lunedì 17 settembre 2012

NOCTURNAL VOMIT - Cursed Relics


Informazioni
Gruppo: Nocturnal Vomit
Titolo: Cursed Relics
Anno: 2012
Provenienza: Grecia
Etichetta: Kill Yourself Productions
Contatti: facebook.com/pages/Nocturnal-Vomit/185003871551356
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro ('H APXH TOY TEΛOYΣ)
2. Sacrosanct
3. Cursed Relics Of The Past
4. Moon Of Amorphous Vociferation
5. Unearthing The Foul Manna
6. Herald Of Doom (The Sinister Aeon)
7. Functions Of Abominations
8. H ZΩH EN TAΦΟ

DURATA: 46:33

I Nocturnal Vomit ce l'hanno fatta ed era ora mi vien da dire. La formazione greca nata nel 1999 ha pubblicato demo, ep, split, una raccolta dal titolo "Divine Profanation" e finalmente nel 2012 dopo tredici anni il primo album "Cursed Relics", sarà valsa la pena d'aspettar tanto? Sì, ne sono convinto e credo ne converrete anche voi dopo l'ascolto.
È death metal old school malsano, nero, ribollente d'odio e furore quello riversato nelle otto tracce, le influenze evidenti di maestri del genere come Asphyx, Pentacle, Sadistic Intent e Mortem sarebbero già di per sé una garanzia almeno per ciò che concerne l'impatto e la gamma di soluzioni che si potrebbero riscontrare all'interno del platter.
Aggiungete a questo ricco e succulento piatto dedito a condurvi nell'aldilà più tetro la prestazione del cantante Thomas Vomit, similarmente riconducibile a quella del più noto Martin Van Drunen e in parte anche a Wannes Gubbels, sempre della stessa scuola si tratta, e avrete un quadro generale della situazione che vi permetterà di inoltrarvi nell'ascolto di "Cursed Relics" con la voglia e l'intenzione di farvi conquistare da un'opera maligna nella quale le melodie funeste e i toni cupi dominano la scena.
La titletrack è probabilmente il pezzo più rappresentativo del lavoro, è perfetta nel suo equilibrio disarmante e macerante di atmosfere dilatate, scanalature asfissianti e accelerazioni improvvise in blast-beat, la parte centrale si anima disperatamente divenendo dilaniante, a lei si uniscono due scudieri d'alto rango quali sono "Sacrosanct" e "Herald Of Doom (The Sinister Aeon)", brani che supportano e alimentano quella sensazione visceralmente macabra che pervade l'ascolto.
La produzione del resto non avrebbe potuto che allinearsi a tale persecutorio e ostile atteggiamento sonoro fornendo calore e ponendosi chiaramente con riluttanza nei confronti di qualsiasi tipo di sterile digitalizzazione.
"Cursed Relics" è l'acquisto adatto per coloro che si nutrono di pane e death metal da sempre e i Nocturnal Vomit dopo l'exploit degli anni passati targato Dead Congregation, si promettono e ci promettono di allietare le nostre anime dannate in egual maniera.
Mi auguro vivamente che dopo aver dato il via alle operazioni i tessalonicesi non decidano di prendersi una lunga vacanza come fatto sinora dagli ateniesi, sono ormai quattro anni che attendiamo il successore di "Graves Of The Archangels", speriamo quindi di non doverne aspettarne altrettanti (o più) per il secondo lavoro con su stampato il monicker Nocturnal Vomit.

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MUNRUTHEL - Epoch Of Aquarius


Informazioni
Gruppo: Munruthel
Titolo: Epoch Of Aquarius
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Svarga Music / Gardarika Musikk
Contatti: facebook.com/MunruthelBand
Autore: Mourning

Tracklist
1. On The Verge Of The Worlds (Prologue)
2. The Raven Croak
3. In Leaves' Whisper Or In Bursts Of The Thunder…
4. Epoch Of Aquarius
5. I Was Confided By Dawns...
6. Echo Of The Forgotten Battles
7. On The Verge Of The Worlds (Epilogue)
8. Black Sun [cover Dead Can Dance]
9. Tomhet [cover Burzum]

DURATA: 1:01:36

L'ucraino Munruthel l'abbiamo già incontrato sul nostro cammino un paio di volte: recensendo la ristampa di "Oriana's Tales", in veste di batterista nei Thunderkraft di "Totentanz" e chi segue la scena black/folk non potrà non ricordarne la presenza in line-up in quelli che furono i Nokturnal Mortum d'inizio carriera, è dunque un artista navigato, con tanta esperienza sulle spalle e che col suo progetto solista omonimo nel 2011 ha pubblicato il quarto lavoro "The Dark Saga".
Questa volta però tratteremo ancora del suo passato, è infatti della ristampa del terzo album "Epoch Of Aquarius", rilasciato nel 2006 per Oskorei Records in sole mille copie digipak, che scrivo, ringraziando la Svarga Music per l'aver dato nuovamente vita a quest'opera.
È probabilmente il disco più completo, epico, folkloristicamente interessante ed emotivamente coinvolgente composto dall'artista, all'interno delle sette tracce che ne assemblano la tracklist vi sono l'essenza, le voglie, il trasporto e il vissuto musicale di un Munruthel ormai maturo e cosciente delle proprie possibilità, adeguatamente uomo d'armi e delicato sognatore come dimostra in apertura il prologo "On The Verge Of The Worlds".
Atmosfere leggendarie, ancestrali solcano la successiva "Raven Croak" dipinta su di una tela che non rinnega l'oscurità di sentieri lastricati doom, stupendo il modo con il quale la voce pulita e il growl/scream di Vadislav s'intersecano spadroneggiando in una scena multiforme che solcherà sul concludersi terreni che intrigheranno gli amanti delle soluzioni sinfoniche.
L'immobilismo non è parte della natura di Munruthel e la successiva "In Leaves’ Whisper Or In Bursts Of The Thunder…", scattante e dotata di una carica heavy metal dirompente, si fa strada come un coltello nel burro, gl'interventi in clean e la vena solistica ispirata coadiuvati dall'operato dei synth a supporto la rendono una delle canzoni più interessanti del lotto, è impeto puro.
 Continua a mischiare le carte in tavola, è così che ama giocare la partita, "Epoch Of Aquarius" è un pezzo lento nel quale le tastiere sono una presenza incessante, dov'è un'accesa e accorata passione a dar voce prima in forma urlata graffiante e successivamente in una pulita alle parole interpretate dall'ucraino con un cambio d'umore in corsa che ne inasprirà il sound sul finire, mentre in "I Was Confined By Dawns" strumentale che nella sua istintività ci offre una completa visione di quale sia il temperamento artistico di Munruthel, è un costante e dilagante convivere di melodie pregne d'epico sentore e martellanti esecuzioni di basso e batteria.
"Echo Of The Forgotten Battles" mostra in maniera più ampia e completa il lato folk, l'intro di flauto, l'utilizzo dell'acustica, l'impostazione dei synth e il narrato sono tesi ad aumentare la teatralità di una traccia altamente evocativa e di lì a poco si giunge alla fine del platter con l'epilogo.
Nel secondo capitolo a titolo "On The Verge Of The Worlds" inizialmente è il piano a fare la sua comparsa in chiave di solista, verrà poi accompagnato dal resto della strumentazione integrandosi, in un secondo momento sarà il flauto a prenderne il posto sino alla decisa esplosione e lo scemare conclusivo di un "Epoch Of Aquarius" che ha lasciato il segno.
Concludersi poi si fa per dire, la copia promozionale in aggiunta ai sette episodi dell'album offre la possibilità di godersi due cover: la prima è "Black Sun" dei Dead Can Dance di "Aion" presente nella versione cd jewelcase, prodotta però dalla russa Gardarika Musikk, interpretata e immersa in quella che è la natura Munruthel ed è così che dovrebbero essere intraprese certe avventure; la seconda è "Tomhet" del Burzum di "Hvis Lyset Tar Oss" non particolarmente dissimile dall'originale ma molto piacevole, quest'ultima contenuta nella stampa in digipak targata Svarga Music.
Molto bello è il lavoro di grafica approntato per questa nuova versione, la vecchia cover è stata inglobata all'interno dell'artwork curato da Al.Ex (Mayhem Project) e il risultato, a parte una vivacità di colori più netta, rispecchia al meglio la vitalità della prestazione di Munruthel.
La ristampa di "Epoch Of Aquarius" è l'occasione per accaparrarsi un disco che avrebbe meritato ben altro trattamento già in passato, è la volta buona, non lasciatevela sfuggire.

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MAGLOR - Call Of The Forest


Informazioni
Gruppo: Maglor
Titolo: Call Of The Forest
Anno: 2012
Provenienza: Canada
Etichetta: Sound Of The Land Records
Contatti: myspace.com/maglorofficial
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Meeting Of Land And Water
2. Skoger Av Døden
3. Summoned
4. Under The Night Sky
5. Endless I Wander
6. Call Of The Forest

DURATA: 50:21

Le lande sconfinate del Nord America amano il black/folk e le atmosfere sognanti e cinematografiche, non lo scopriamo certo da ora ed è il Canada a stupire ancora offrendoci in pasto i Maglor.
Il trio formato da Beren Tol Galen, Draendil e Luthien (Tolkien a go go) è sorto nel 2002, non so quali siano stati i motivi che li abbiano portati a posticipare l'uscita di una prima release sino a questo 2012 con nessun demo o ep alle spalle, sono andati dritto per dritto in direzione full-length ed è "Call Of The Forest" ciò di cui mi ritrovo a scrivere.
Cinquanta minuti liberi, svolazzanti, infoltiti da strumentazione folk e ampiamente incentrati su di uno sviluppo che cura la fase atmosferica e si estende su basi eteree e ancestrali, in più di un frangente i Maglor sembrano possedere una connessione intensa fra il sound austriaco dei Summoning e quello scandinavo primordiale, la crudezza però di quelle terre innevate viene assorbita e levigata dalla stupefacente capacità di estrarre melancolia e profondità dagli ambienti creati.
L'evocativo intro "The Meeting Of Land And Water" così come il breve strumentale "Under The Sky" grazie alla loro suadente flemma e a una prova prettamente folk nella quale l'aspetto black viene allontanato, incidono chiaramente sulla forma dell'orma che segna il passaggio dei minuti intrisi di grigiore perlaceo.
Se con i brani di breve durata i Maglor se la cavano decisamente bene, è con quelli più corposi e dinamicamente vari che danno vita allo scheletro portante di "Call Of The Forest", dimostrando di essere in gran spolvero.
L'apertura dei giochi vera e propria con "Skoger Av Døden" ("Foresta Della Morte" in norvegese) forgia metallo nero lucido e affascinante, sono le alture e i flussi d'aria gelida a contrastare la sensazione di calore espressa dalla chitarra nelle frazioni più stridenti, fra esse s'infiltra quel crescendo folkloristico e rituale che collega uomo e natura, un legame scandito dalle percussioni a tratti tribali, dalla coralità maestosa che accompagna lo scream classicamente black e dalle linee in clean esortanti e invitanti a immergersi in quello spazio che pare essere ancora incontaminato.
Pur mettendo in luce un equilibrio lucido fra le due correnti sonore entrambe dominanti, "Summoned", il pezzo più esteso, calca la mano sul lavoro offerto dalla sei corde che si propone spesso in divagazioni soliste approcciando lo stile con maggior irruenza e impatto, il pezzo perde un po' della contemplazione silvestre ma aggiunge peso e sostanza, è più carnale e non durerà comunque molto tale andazzo dato che con "Endless I Wander" sia i synth dalla sfacciata voluttuosità epica che il clima circoscritto all'interno dei tredici minuti valorizzeranno per lo più la possibilità d'immaginare e affrontare l'ascolto supportati mentalmente da una raffigurazione vivida del paesaggio.
Il riffato sia nelle fasi splettrate melodiche quanto nelle aperture acustiche d'accompagnamento è posto a servizio di tale fantastica escursione che sembra non avere fine.
La fine del viaggio tinteggiato da sfumature che dal bianco passano al grigio sino a immergersi nel nero è nelle mani della titletrack, il trio per l'ultima volta affronta la natura prendendola di fianco, mostrandosi amico e assorbendone gli influssi, la musica passa da sonorità fascinosamente elegiache ad altre magnifiche per la sensazione di vuoto temporale che innestano, sembra di essere bloccati in un'era ormai dispersa nella quale però vegeta e si nutre sotto i propri occhi una presenza tutt'altro che benevola, biecamente aumenta nell'attimo in cui la voce esprime il suo pensiero riportando ancora a sé ricordi del periodo black nineties.
L'album è ben confezionato, la cover del digipak incarna alla perfezione ciò che le note esprimono, suonato e prodotto ben più che degnamente, i Maglor sono solo alla prima uscita con "Call Of The Forest" ma diventano sin da ora una formazione da seguire e tenere in alta considerazione.
È un debutto con i fiocchi che ogni amante del black atmosferico e a tinte folk dovrebbe quantomeno ascoltare, suggerisco comunque di contattare la band o l'etichetta per farne vostra una copia nella speranza non debba trascorrere un'altra decade prima di poter avere fra le mani un suo successore. Veramente bravi.

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HELLS PARISH - Hells Parish


Informazioni
Gruppo: Hells Parish
Titolo: Hells Parish
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: hellsparishband.bandcamp.com
Autore: ticino1

Tracklist
1. Repent
2. End Of Days
3. Hellscape
4. Iron Curtain
5. Death Returns

DURATA: 23:21

"tags: groove metal metal new wave of american heavy metal Portland"... cosa pensare quando si leggono definizioni del genere? Fidarsi? Andare oltre? Fortunatamente ho sentito il gruppo prima di arrivare sul suo sito di Bandcamp, sito che vale comunque la pena di spulciare ogni tanto, malgrado, almeno a casa mia, gli ascolti non manchino. Metal-Archives sembra aver perduto il suo fascino presso le nuove formazioni. Sempre meno inseriscono i loro dati in questa enciclopedia del Web-2.0 e preferiscono limitarsi alle loro apparizioni nelle reti sociali abituali.

Lasciamo stare le considerazioni sul perché e sul per come la gente usi internet, piuttosto mettiamo sotto la lente d'ingrandimento questo lavoretto di un quartetto sicuramente sconosciuto ai più.

Sul tappetino all'entrata della casa in cui vivono gli Hells Parish c'è scritto "Amon Amarth", non so perché. Che vogliano tirarci in inganno? Nell'atrio troviamo quadri che ci raccontano una storia di "groove doomico", sempre di tocco svedese; ci accompagnano fino al salotto dove incontriamo la signora di casa, Assolina Melodica, che ci accoglie cortesemente con un coro da consumare in compagnia. La cucina, così ci pare, è un poco più moderna del resto e promette una serata luculliana davanti a un buon bicchiere di vino, in tranquillità. La voce rauca del padrone di casa ci chiama a radunarci in sala da pranzo; in tavola ritroviamo quei cori, mi ricorda un poco il menu di Lemmy, che sembrano a volte ripetersi. Il vino d'accompagnamento non mi pare molto adatto al piatto servito; il bouquet è troppo scontato e la scelta delle uve mi appare un poco scialba. In giardino la decorazione non potrebbe essere più strana; alcuni tocchi orientali distraggono l'osservatore dalle zolle di fiori molto curate.

Beh, la serata dagli Hell's Parish non è quella che sarei aspettato ma infine ho mangiato bene e non posso lamentarmi troppo, anche se mancava un pochino la fantasia necessaria per sorprendermi. Penso che accetterò il prossimo invito per verificare se avranno imparato qualcosa...

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ECHANCRURE - Discours Sur Le Colonialisme

Informazioni
Gruppo: Echancrure
Titolo: Discours Sur Le Colonialisme
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Nihil Interit Records
Contatti: echancrure.franceserv.com
Autore: Insanity

Tracklist
1. Discours Sur Le Colonialisme

DURATA: 20:21

Quante volte sentiamo parlare di avanguardia ormai? Per qualsiasi trovata più o meno personale vedo gente che grida al miracolo, volano parole come "geniale" e "capolavoro", si discute di sperimentazioni mai sentite e novità assolute. Poi si arriva in qualche modo ad ascoltare un progetto come Echancrure, ed è qui che ci si chiede quando sia giusto parlare di avanguardia.
Non troppo tempo fa ho avuto il piacere di recensire "Paysage. Octobre." e ricordo ancora chiaramente quanto mi colpì positivamente, cosa aspettarsi quindi da questo nuovo lavoro? Il titolo, "Discours Sur Le Colonialisme", incuriosisce non poco, e andando a cercare qualche informazione ho scoperto che è un lavoro basato su "Discorso Sul Colonialismo" di Aimé Césaire, scrittore e politico francese deceduto pochi anni fa. Che questa sia la base dell'unica traccia che compone il disco è evidente, la quasi totalità delle parti vocali è fatta di spoken word in francese, lingua che purtroppo non conosco. Ma oltre alla voce, cosa troviamo? Difficile dirlo, è una creatura molto particolare fatta di Jazz, Industrial, Noise, Trip Hop e che altro? Sicuramente qualcosa mi sfugge, c'è veramente tanta, tanta roba: i beat di batteria che prendono spunto dall'ultimo dei generi citati e conditi con una buona dose di follia, il pianoforte e il sassofono che creano il caos, i synth da un lato distorti e dall'altro cristallini, le poche parti di chitarra che si avvicinano al Post-Rock, la parte rappata poco prima del finale. È un collage di piccoli pezzi presi in prestito da un numero indefinito di stili che nei venti minuti del disco fanno ognuno la propria parte per stupire l'ascoltatore ed accompagnare le parole di questo discorso che in chiusura vengono ben accolte dall'applauso del pubblico.
Riprendendo ciò che ho detto in apertura: è giusto parlare di avanguardia in questo caso? Probabilmente sì, se così non fosse dovremmo togliere l'etichetta "sperimentale" a un buon 90% dei lavori che ce l'hanno addosso (spesso un po' per caso). Le influenze Black Metal citate nell'altra recensione sono ormai perse, ciò non toglie che il lavoro di Echancrure possa risultare interessante a chi è alla ricerca di qualcosa di davvero particolare. Ascolto consigliatissimo.

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DSW - Dust Storm Warning

Informazioni
Gruppo: DSW
Titolo: Dust Storm Warning
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Acid Cosmonaut Records
Contatti: Streaming - Facebook
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Outrun
2. Space Cubeship
3. 666.1.333
4. Dune
5. Lonely Coyote
6. Sherpa
7. Monkey Woman
8. Trippin the Drill
9. Rise
10. Wasteland
11. Requiem

DURATA: 56:55

Quando si parla di gente come Kyuss, Unida, Stonehelm, Fu Manchu, Nebula, Hawkwind, Colour Haze, Monster Magnet, Fatso Jetson, The Atomic Bitchwax e Dozer c'è ben poco da fare: chiunque ami lo Stoner si ritroverà immediatamente gli occhi (e i boxer) bagnati.
Ebbene sì, ancora una volta parliamo di questa corrente musicale che raramente delude le aspettative dei suoi sostenitori e ancora una volta parliamo di un gruppo nostrano che fa il suo debutto ufficiale all'interno della scena, chiamando un po' in causa tutti i nomi citati in apertura.
I DSW sono un quartetto leccese che quest'anno, grazie al supporto della neonata label Acid Cosmonaut Records, sforna, dopo un EP autoprodotto, il primo full, "Dust Storm Warning".
I riferimenti a cui i nostri attingono a piene mani sono palesi e pezzi come "Outrun" e "Trippin The Drill" ce lo dimostrano senza perdersi in convenevoli: l'aria secca del deserto, un groove potente e un energico carico di distorsioni "fuzzy" sono ciò che troviamo all'interno di un disco strepitoso che, per le orecchie di un tossicodipendente di queste sonorità come è il sottoscritto, è oro purissimo.
Scorrendo la tracklist ci imbattiamo in episodi che ripassano ogni sfumatura di questo filone musicale e quindi, se "Space Cubeship" e "Requiem" sono tracce ipnotiche e stordenti come un autoarticolato ricolmo di peyote che ci colpisce sulla nuca, "666.1.333" e "Monkey Woman" si distendono su un tappeto sonoro molto più settantiano in cui lo spettro dei Black Sabbath si aggira compiaciuto.
"Dune", "Sherpa" e "Wasteland" (il cui ordine, insieme alle lettere iniziali e alle figure del booklet, mi fa pensare ad un accorgimento, nemmeno troppo velato, per ottenere ancora una volta la sigla DSW) sono jam session strumentali indolenti e ricolme di quell'alone di perdizione totale che ben conosciamo; è la sensazione di viaggiare all'infinito in un cosmo inebriante in cui Anima e Corpo perdono contatto, un cosmo in cui siamo sempre più leggeri, portati alla deriva da correnti astrali e fumi che forse ci renderanno in grado, come dei novelli oracoli, di approdare a stati di coscienza superiori.
Non siamo ancora del tutto soddisfatti?
E allora, a mettere a tacere quel piccolo esserino esigente e stracciacazzo che abbiamo nel cervello, ci pensano la lunga "Lonely Coyote" e "Rise" con magnifiche fasi psichedeliche (in cui, in alcuni frangenti arpeggiati, ho percepito alcune reminiscenze Led Zeppelin) affiancate ad una solida intelaiatura puramente desertica.
Le prestazioni strumentali sono eccelse e l'asso nella manica di "Dust Storm Warning" è rappresentato dalla superlativa prova vocale di Wolf Lombardi che, fondendo in maniera splendida gli aspetti migliori degli stili propri a John Garcia, James Hetfield e Phil Anselmo, offre davvero la spolverata di qualità che tramuta un ottimo album in un disco da non perdere.
Come se non bastasse, non posso esimermi dal testimoniare che il booklet e il packaging sono molto ben curati e interessanti... dove voglio arrivare già lo sapete, non fatemelo ripetere per l'ennesima volta!
Diverrebbe ormai totalmente inutile un mio ulteriore dilungarmi sulla bontà di "Dust Storm Warning" e credo che chiunque si ritenga appassionato di tali sonorità avrebbe già dovuto pervenire qualche riga fa alla mia stessa conclusione: non ci sono scuse che tengano, questo è un album da non lasciarsi scappare, è una perla strepitosa.
E i DSW sono un gruppo da seguire molto attentamente!

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HATESWORN - Transcend Moral Limitations To Evoke Pure Negativity Until All Is Dead


Informazioni
Gruppo: Hatesworn
Titolo: Transcend Moral Limitations To Evoke Pure Negativity Until All Is Dead
Anno: 2012
Etichetta: Bergstolz
Contatti: non disponibili
Autore: ticino1

Tracklist
1. IX - Introduction
2. VIII - Distant Solitude
3. VII - Between Melancholy and Madness
4. VI - Long Gone
5. V - The End Of A Life
6. IV - The Great White Light
7. III - Hate Burning Deep In My Heart
8. II - Hatesworn
9. I - Hatecult
10. Golden Gate
11. Outro

DURATA: 72:44

L'Engadina, regione dell'est svizzero al confine con l'Italia, non è solamente piena di storia e cultura ma offre pure paesaggi gradevoli in estate e gelidi in inverno che attirano turisti. Da qualche anno è anche il caposaldo di S. che con Wacht e Hatesworn tiene alta la bandiera del black nel suo paese.

Qualcuno si ricorderà dell'intervista che gli feci in cui parlò di quest'uscita. Come già lui disse allora, qui troverete tutte le canzoni rimasterizzate dei primi demo accompagnate da due piste nuove. Il materiale edito è ordinato in modo cronologicamente inverso e le canzoni in senso contrario a quello apparso sui dischi originali (i pignoli affermeranno che già lì fossero "rovesciati"...). Ignoro il motivo di questa scelta ma sono certo che il senso di déjà-vu provocato solitamente da raccolte è così molto ridotto. La copertina, otticamente e tecnicamente ben realizzata, contiene le minime informazioni necessarie e il classico "vaffanculo" a tutti come saluto finale ed estremo.

Non perderò tempo per descrivervi i lavori conosciuti di cui due, "I - Hatecult" e "II - Long Gone", li potete leggere sulla nostra piattaforma. Per completezza desidero solo osservare che le tre piste originariamente contenute su "III - Distant Solitude" sono sì intrise di tristezza e depressione, ma vivono di una finezza che è propria della nebbia mattutina che, candida e leggera, si muove, ondeggiando, attorno alle foglie proprio da lei bagnate degli alberi, scorre come un'immagine eterea sui prati ancora striminziti del mattino autunnale. Sento anche un progresso di maturazione che rispecchia forse l'evoluzione personale dell'artista.

Le due nuove canzoni, incise nel 2011, vivono di una presenza in sordina, sia voluta o casuale non lo so, dettata da una voce che pare giungere dall'aldilà e di una batteria quieta che prevale. Parti solistiche di chitarra, quasi psichedeliche, sono una novità nel costrutto della discografia degli Hatesworn. L'insieme pare evaporare lentamente dalla depressione all'ambient tramite l'allucinazione presentata da alcuni gruppi prog-rock del lontano passato.

Penso che non vi farà male ascoltare questo lavoro per rendervi conto di quanto potenziale si trovi nel progetto alpino.

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HATESWORN - Transcend Moral Limitations To Evoke Pure Negativity Until All Is Dead (german version)


Informationen
Künstler: Hatesworn
Titel: Transcend Moral Limitations To Evoke Pure Negativity Until All Is Dead
Jahr: 2012
Label: Bergstolz
Kontakt: -
Verfasser: ticino1

Tracklist
1. IX - Introduction
2. VIII - Distant Solitude
3. VII - Between Melancholy And Madness
4. VI - Long Gone
5. V - The End Of A Life
6. IV - The Great White Light
7. III - Hate Burning Deep In My Heart
8. II - Hatesworn
9. I - Hatecult
10. Golden Gate
11. Outro

SPIELZEIT: 72:44

Das Engadin, Region im Osten der Schweiz an der Grenze mit Italien, ist nicht nur geschichtsträchtig und kulturell interessant, es bietet auch Landschaften, schöne im Sommer und eisige im Winter, die den Tourismus ankurbeln. Seit einiger Zeit es ist auch den Stützpunkt von S., der mit Wacht und Hatesworn die Black Metal Flagge hoch hält.
Einige von Euch werden sich an das Interview mit ihm, in dem er das Erscheinen dieser Platte ankündigte, erinnern. Wie er schon damals sagte, darauf findet Ihr nun alle überarbeiteten Songs der ersten Demos und zwei neue Lieder.
Sie sind chronologisch verkehrt angeordnet im Vergleich zu den Originalen.
Ich kenne den Grund nicht, ich weiss nur, dass auf dieser Weise ein zu starkes Gefühl von Déjà-vu verhindert wird. Das Cover ist optisch und technisch sehr schön gestaltet, im Booklet sind die notwendigsten Infos enthalten und ein klassischer "Fuck You All!" als extremes Schlusswort. Ich werde keine Zeit verplempern in dem ich Euch die bekannten Demos "I - Hate Cult" und "II - Long Gone", die ich bereits reviewte, beschreibe. Als Ergänzung möchte ich lediglich bemerken, dass die Songs von "III - Distant Solitude" voll Trauer und Depression sind, sie leben aber von einer Finesse die typisch für den Morgennebel ist; sie schleicht sanft und langsam über die Wiesen und hinterlässt zarte Tröpfchen auf den Halmen. Ich höre auch eine willkommen Evolution und Reife; diese ist vielleicht mit der Persönlichen Weiterentwicklung des Künstlers verbunden.
Die zwei neuen Songs aus dem Jahre 2012 scheinen mir diskret ihren Dasein führen zu wollen. Ob das so gewollt ist oder nicht, entzieht sich meines Wissens. Die Stimme hört sich so an, als ob sie aus dem Jenseits hallen würde während das Schlagzeug prominent ist. Die Gitarrensolos, fast psychedelisch, sind ein Novum im Konstrukt der Hatesworn Diskographie.
Das Ganze scheint sich vom depressiven Teil zu lösen und nach mehr Ambience zu streben, dies dank halluzinativen Ausschweifungen die typisch für einigen Prog-Rock Bands der fernen Vergangenheit waren. Ich denke, dass es Euch wirklich nicht schaden wird, diesem Werk eine Chance zu geben, damit es Euch klar wird, wie viel Potential im Projekt aus den Alpen steckt.

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ANIMVS INFIRMVS - Nell'Odio


Informazioni
Gruppo: Animvs Infirmvs
Titolo: Nell'Odio...
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Mother Death Productions
Contatti: Myspace - Facebook - motherdeathproductions[at]hotmail.it
Autore: Akh.

Tracklist
1. Nell'Odio
2. Kalashnikov
3. Spedizione Punitiva
4. Divina Terra
5. Smarrito nel Buio
6. Lifeless [cover Darkthrone]

DURATA: 31:15

Nel 2012 e.v. a volte mi capita di chiedermi cosa sia oggi il metallo estremo a livello sotterraneo, non sempre mi giunge la comprensione, non sempre sono aiutato da gruppi, label e orde di nuovi "metallari" a trovare la risposta. Ringrazio quindi alcune fortuite occasioni in cui improvvisamente l'imbattersi in suoni viscerali, imperfetti, anacronistici spesso mi riattizza sensazioni che si sprigionavano alcuni lustri fa nei miei ascolti in vinile o cassetta.

In questa fascia posso da ora in poi annoverare pure il demo degli Animvs Infirmvs che grazie alla schietta Mother Death Productions viene ristampato in copia limitata (cinquanta pezzi) con l'aggiunta della cover dei Darkthrone già edita nel tributo italico alla seminale band norvegese.

La proposta è un concentrato di belluina furia Black Metal, che si riappoggia ad uno stile che cavalcava imperante nella primissima parte degli anni Novanta in tutto e per tutto. Parlando di influenze devo riferirmi perciò alla prima fascia della corrente scandinava con i già citati Darkthrone, Immortal e Gorgoroth, per il lato guerrafondaio agli austriaci Endstille, ma propenderei ad associare anche il più puro spirito underground italico degli anni '90, quello fatto di sale prove più o meno insonorizzate, polvere e umidità data dall'accumulo di energie e sudore che si trasformavano in pure odi al metallo maledetto e marcescente, dove gli istinti più viscerali prendevano forma senza chiedersene il come o il perché, ma venivano convogliati in conati di odio e distruzione.

Tutto il demo a partire dall'iniziale "Nell’Odio" fino a "Smarrito Nel Buio" semina terrore e odora di quel gelo genuino di una volta, la produzione in presa diretta acuisce maggiormente lo spirito cristallizzato in questi cinque brani intransigenti e devoti alla Nera Bandiera. Anche i piccoli stacchi arpeggiati (come in "Kalashnikov") o i sulfurei rallentamenti vengono utilizzati come armi di una "Spedizione Punitiva", atta semplicemente all’annichilimento. Niente fronzoli, le imperfezioni tecniche e di registrazione sono solamente un'altra lama con cui giungere alla frontiera e vedere il sangue del nemico riverso a terra.

Qui domina il vecchio cuore B.M., quello sporco, violento, sgarbato, che non guarda in faccia a nessuno, orgogliosamente fiero di se stesso; nessuna invenzione, nessuna mediazione, se non con la Madre Morte.

Pure fucking underground!

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THE KILIMANJARO DARKJAZZ ENSEMBLE / THE MOUNT FUJI DOOMJAZZ CORPORATION



Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Dope Fiend

Formazione
Jason Kohnen- Upright, Basso, Piano
Gideon Kiers - Sequencing, Beats, Batteria
Hilary Jeffrey - Trombone, Oscillators, Rhodes
Charlotte Cegarra - Voce, FX, Piano, Xylofono, Flauto
Eelco Bosman - Chitarra
Nina Hitz - Violoncello
Sarah Anderson - Violino


Un combo che si divide in due facce, una realtà particolare che assume due forme diverse ma non poi così distanti fra loro divenendo, a seconda dei casi e delle release, The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble o The Mount Fuji Doomjazz Corporation, vediamo di conoscere meglio chi si cela dietro le quinte grazie al fondatore Jason Köhnen.

Benvenuto su Aristocrazia Webzine Jason, come stai?

Jason: Sto bene, grazie.


Iniziamo col parlare del perché uno stesso gruppo di artisti decida di dar vita a due band così particolari imperniate sulle stesse menti, come sono nati i due progetti e come avete scelto i monicker?

Gideon e io abbiamo deciso di avviare questo progetto già nel 1999/2000 con il proposito di fare musica insieme, influenzati dal cinema. Abbiamo pensato che sarebbe stato interessante creare oscuri suoni jazz per film muti, allo stesso modo in cui la maggior parte dei vecchi film muti sono accompagnati da organo/pianoforte o un ensemble classico. Abbiamo preso le parole "dark" e "jazz" e le abbiamo messe insieme creando così il termine "darkjazz" nel 1999 e abbiamo aggiunto "Kilimanjaro" perché pensiamo che ci crei attorno un'aura misteriosa. "Ensemble" ci sembrava una buona aggiunta in riferimento al nostro progetto condiviso.


Se non ho compreso male la differenza di base fra i TKDE e i TMFDJC sta nell'animo e nella concezione di struttura musicale: il primo è un progetto studiato a tutti gli effetti, l'altro è basato sul concetto di "libera espressione" o jam?

Vero. TKDE è un progetto da studio/compositivo, mentre TMFDJC è improvvisato e non lineare.


Quali sono le difficoltà nel portare avanti in contemporanea due strade e due modi d'intendere un'area musicale tendenzialmente similare?

Nessuna, i due progetti si correlano tra loro e si alimentano a vicenda in una sorta di simbiosi musicale. Volevamo più libertà dal vivo, quindi abbiamo creato TMFDJC per compensare i limiti strutturali che abbiamo nei live con TKDE a causa delle attuali composizioni. Convivono bene insieme.


Il sound cinematografico di molti dei vostri brani ha alle spalle una passione forte verso quelle forme d'arte? Quali sono i registi e i film che potrebbero avervi ispirato durante la stesura di un vostro pezzo o alimentato inconsciamente una jam?

Ci sono tanti registi che ammiriamo, quindi è difficile individuarne uno in particolare. L'ispirazione varia anche fonte di tanto in tanto. A un certo punto possono essere i film di Harryhausen che mi ispirano a scrivere brani come "Caravan" o altre volte posso trarre ispirazione da Picasso e scrivere un brano come "Guernican Perspectives", è un impulso del momento e che segue diversi filoni.


Vi hanno mai proposto di scrivere una colonna sonora per un corto/lungometraggio?

Nulla di concreto al momento.


Come nasce un vostro pezzo in studio? E' un parto collaborativo o ognuno ha un proprio settore specifico d'azione e poi si convogliano le idee?

Dipende. Non vi è alcuna struttura stereotipata o approccio. È qualcosa che davvero può accadere in una moltitudine di modi a seconda di chi, come o perché una certa traccia viene scritta. È sempre un mistero anche per noi.


Il mercato musicale odierno continua a "fabbricare" ad hoc nicchie su nicchie definendole sottogeneri, quale consiglio dareste a un ragazzo che volesse iniziare ad ascoltare il vostro "mondo"? Ci sono degli album di artisti che vi hanno aiutato nella crescita come musicisti e ascoltatori che potrebbero esser d'aiuto per entrare in contatto pienamente con la vostra forma d'arte?

È una vergogna che il termine "darkjazz" stia diventando un genere. Quando abbiamo iniziato a fare questa musica nel 1999, ho cercato su Google la parola ma non esisteva. Oggi è diventato un genere e, ad essere onesti, non sentiamo di farne parte. A volte la gente pensa che abbiamo creato il nome della band partendo da un genere già esistente. il che è un po' frustrante. Ciò che ci ha influenzato per il nostro sound è difficile da definire: così come per i registi amiamo molte cose diverse. Parlando per me stesso, penso che il fantasy degli anni '60 e '70, lo sci-fi e le colonne sonore spaghetti western mi abbiano ispirato. Musicalmente potrei dire che Miles Davis, Ennio Morricone, John Coltrane, Black Sabbath. Amon Tobin, Saint Vitus, Mogwai e Billie Holiday sono gli artisti che compongono le mie influenze.


Gli ultimi dischi che hai comprato e film che hai guardato?

Come album i vari "Regression" di Nate Young e quelli dei Damage Control Riddim. Come film "Neds" e "Tyrannosaur".


Avete mai avuto in mente di dar forma ai pezzi tramite l'uso d'immagini che ne trasmettano il significato? Vi è già capitato di usare l'aspetto visuale nei live?

Abbiamo discusso e programmato questo discorso per anni, il problema è soltanto logistico e finanziario. Tutto ciò impone un sacco di lavoro in più rispetto al fare musica in studio e c'è una moltitudine di altre cose legate a una produzione cinematografica.


Cos'è l'arte e, nello specifico, la musica per voi?

Per me è espressione e libertà.


Il vostro collettivo è fuori dagli schemi, ci sono altri artisti poco conosciuti che ritenete di valore e che per questa qualità ormai sempre più rara sono poco conosciuti?

Mi piacciono molto gli album di Nate Young ma credo che sia molto più noto per il suo lavoro con i Wolf Eyes.


Quanto conta, oltre alla bravura, l'avere la fortuna e trovare chi crede in progetti come il vostro?

È sempre bene avere la fortuna dalla tua parte, avremmo potuto osare un po' di più di tanto in tanto. Se c'è poca fortuna, basta continuare a fare ciò che deve essere fatto e questo significa fare musica.


Come vedreste le figure di Mike Patton, John Zorn e Diamanda Galas in qualità di possibili guest in un vostro lavoro?

Preferirei lavorare con altre persone che siano più separate dalla nostra musica, come ad esempio i musicisti dell'Africa occidentale. Personalmente mi piacerebbe fare un brano con Wino.


Vi è mai balenata l'idea di dar vita a uno split TKDE/TMFDJC?

Non proprio. Comunque è un'ottima idea!


Dopo "From The Stairwell" e "Egor" cosa dobbiamo attenderci?

Tutto è possibile, come sempre. Il futuro sarà ancora diverso, non vogliamo rimanere bloccati in questo stile "film noir" per troppo tempo perchè c'è troppa gente che sta iniziando a fare la stessa cosa.


Siamo giunti alla conclusione, ancora un ultimo messaggio diretto ai nostri lettori e chiudiamo.

In un universo parallelo la musica potrebbe non esistere.

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THE KILIMANJARO DARKJAZZ ENSEMBLE / THE MOUNT FUJI DOOMJAZZ CORPORATION (english version)



Information
Author: Mourning

Line Up
Jason Kohnen - Upright, Bass, Piano
Gideon Kiers - Sequencing, Beats, Drums
Hilary Jeffrey - Trombone, Oscillators, Rhodes
Charlotte Cegarra - Vocals, FX, Piano, Xylophone, Flute
Eelco Bosman - Guitar
Nina Hitz - Cello
Sarah Anderson - Violin


A band divided into two sides, a particular reality which takes two different forms, but not so far apart, becoming, as the case and releases, The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble or The Mount Fuji Doomjazz Corporation, let's having a clearer picture of who behind these scenes thanks to the founder Jason Köhnen.

Welcome to Aristocrazia Webzine, Jason how are you?

Jason: I'm fine, thanks.


Let's start by talking about why a group of artists decided to create two bands so special that revolve around the same minds, how did this two project born and how did you choose the monicker?

Gideon and me decided to start this project back in 1999/2000, just as a concept to make music together influenced by film. We thought it would be interesting to create some dark jazzy sounds for existing silent films, as most old silent films are accompanied by organ/piano or a classical ensemble. We took the words "dark" and "jazz" and put them together hence creating the term "darkjazz" back in 1999, we added "Kilimanjaro" because we think it has a mysterious ring to it. "Ensemble" seemed a good addition for reference of us being together.


If I don't have misunderstood, the basic difference between TKDE and TMFDJC is in the soul and the understanding of musical structure, the first is a studied project, the other is based on the concept of "free expression" or jamming?

Correct. TKDE is studio/compositional, and TMFDJC is improv and non linear.

What are the difficulties in carrying on simultaneously two paths and two ways of understanding a similar musical field?

None, they correlate to each other and feed off each other in a certain musical symbiosis. We had the urge to have more freedom live, so we created TMFDJC to compensate for the structural limitations we have with TKDE due to the existing compositions performed live. They work well together.


The cinematic sound of many of your songs has behind it a strong passion toward those forms of art? What are the producers and the films that may have inspired you during the writing of your songs or unconsciously fueled a jam session?

There are so many producers we admire, so its hard to pinpoint a certain favorite. Inspiration switches from time to time aswell. At one point i can be really into Harryhausen films which will inspire me to write tracks like "Caravan", or later i can get inspiration from Picasso and write a track like "Guernican Perspectives", its a spur of the moment thing and it comes in different waves.


There has never been proposed to you to write a soundtrack for a short/feature film?

Nothing concrete at the moment.


How does one of your songs in studio born? It's a collaborative delivery or everyone has their own specific field of action and then you convey together all ideas?

It varies. There is no formulaic structure or approach. It really can happen in multitudes of ways depending on who, how or why a certain track gets written. Its always a mystery for us aswell.


The music industry today continues to "create" ad hoc niches of niches, defining it subgenres, what advice would you give to a guy who wanted to start listening to your "world"? There are albums by artists who have helped you in your growth, as musicians and listeners, which could be of help to get fully in touch with your art form?

Its a shame the word "darkjazz" is becoming a genre. When we started making this sound back in 1999 i Googled the word, but it didn't exist. Today its becoming a genre and to be honest we don't feel part of this at all. Sometimes people think we have created our band name to an existing genre which is a bit frustrating. Stuff we listened to as influence to our sound is hard to pin point, as with film producers there are so many bits and pieces you love. Speaking for myself i think 60/70s Fantasy/Sci-Fi/Spaghetti Western soundtracks subconsciously inspired me the most. Miles Davis, Ennio Morricone, John Coltrane, Black Sabbath. Amon Tobin, Saint Vitus, Mogwai and Billie Holiday are the musicians that are part of my TKDE musical influence.


The last albums you bought and movies you watched?

Albums: Nate Young's "Regression" series and the ones of Damage Control Riddim. Movies: "Neds" and "Tyrannosar".


Have you ever had the idea to give shape to the songs through the use of images that transmit their meaning? Have you already used the visual appearance in concert?

We have been discussing/planning our own visuals for years, its just not coming together logistically and financially. Its a lot of work compared to making music in a studio, theres multitudes of other stuff which comes along with a film production.


What is the art and, specifically, the music for you?

Personally expression and liberty.


Your projects is outside the box, there are other lesser known artists that you think having value and due to this quality, now increasingly rare, are not well known?

I really like the Nate Young albums, but i think he's pretty well known for his work with Wolf Eyes.


How is important, than the skill, the luck and finding someone who believes in projects like yours?

Its always good to have luck on your side, we could have used a bit more now and then. If theres less luck in the game you just proceed to do what has to be done, and thats making music.


How would you see the figures of Mike Patton, John Zorn and Diamanda Galas as a possible guest in one of your work?

I'd prefer to work with other people who are more separated from our music like West African musicians. Personally i'd love to do a track with Wino.


Have you ever had the idea of creating a split TKDE/TMFDJC?

Not really. Good idea though!


After "From The Stairwell" and "Egor" what should we expect by you?

Its all open, as it always is. It will be different again, we don't want to get stuck in this "film noir" style too much as its starting to get a bit worn out because theres too many people starting to do the same thing.


We concluded, one last message to our readers and we close.

In a parallel universe music could be non-existent.

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domenica 16 settembre 2012

SAINT OF DISGRACE - For My Pain

Informazioni
Gruppo: Saint Of Disgrace
Titolo: For My Pain
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Inverse Records
Contatti: facebook.com/pages/Saint-of-Disgrace/191433247629969
Autore: Mourning

Tracklist
1. Blood Of A Saint
2. For My Pain
3. Epica

DURATA: 11:28

I Saint Of Disgrace sono un giovane combo finnico che si cimenta con un death dalla forte impronta melodica, la lezione impartita prima dalla scuola svedese e poi da quella nazionale si percepisce a più riprese nel singolo apripista "For My Pain", prodotto dalla Inverse Records.
Appena undici minuti di musica nei quali il sestetto dotato di doppia voce, al growl maschile Kaius Kettunen mentre quella pulita femminile è affidata alla tastierista Vilja Uusitalo, racchiude tre pezzi che ne evidenziano le doti. Mettiamo in chiaro che siamo di fronte a scelte ormai arcinote, però la composizione è alquanto gradevole per l'impatto diretto e schietto sul quale è improntata l'opener "Blood Of Saint", per l'atteggiamento catchy e la fruibilità nei ritornelli della successiva e melancolica "Epica", mentre la titletrack si contraddistingue per una scelta groovy imponente e atmosfere più cupe e pressanti. Soprattutto in questi ultimi due episodi citati è possibile apprezzare l'operato dei synth in bella mostra ma dosati in maniera da non ostacolare la prestazione delle chitarre.
Per quel poco che si ha a disposizione, i Saint Of Disgrace mettono sul piatto una discreta grinta, un songwriting piacevole e sprazzi di lucidità particolarmente evidenti nei frangenti in cui è la melodia a farsi strada nelle canzoni, nulla di sconosciuto ma realizzato con cognizione di causa.
Certo è ancora presto per dire come faranno e quanto riusciranno a ritagliarsi uno spazio all'interno di un panorama sovraffollato e spesso osteggiato dalle label, queste ultime immettono sul mercato sempre più prodotti al limite col pop o scadentissimo metalcore celato tramite etichette inventate ad hoc, il che non facilita di sicuro la vita a chi cerca di alzare la testa.
Per ora abbiamo "For My Pain" che è un biglietto da visita invitante, coloro che amano e seguono la scena melodica moderna diano un ascolto.

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GODHATECODE - Weltenschmerz


Informazioni
Gruppo: GodHateCode
Titolo: Weltenschmerz
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Noisehead Records
Contatti: facebook.com/GodHateCode
Autore: Mourning

Tracklist
1. Ich Bin Krieg
2. Feine Gaben
3. Beuteschema Überdruss
 4. Der Wert
5.  Schöne Freude
6. Prügelknabe
7. Im Leben Nicht
8. Für Gott Und Gold
9. Das Etwas
10. Värdighetens Avgrund
11. Todessog

DURATA: 38:08

I GodHateCode, per chi se li fosse persi, sono una di quelle band dalle quali si ci attendeva tantissimo in passato. Il debutto "Aeons" rilasciato nel 2008 era supportato dalle credenziali fornite da una line-up di spessore che vedeva presenti a quel tempo il batterista ex Grave Per Ekegren, il chitarrista di Disbelief, In Slumber e Zombie Inc Wolfgang Rothbauer, il cantante Armin Schweiger (membro dei Distaste e degli Afgrund) e il bassista degli Avulsed Tana; peccato che il risultato non mantenne le aspettative, rivelando un disco scialbo, rozzo sì ma davvero poco interessante.
Sono trascorsi quattro anni, Tana ha lasciato la band e al suo posto è entrato Philippe Seil che insieme a Lukas Haidinger alla seconda chitarra ha permesso di riunire il trio dei Distaste. I GodHateCode sono quindi un quintetto, c'è però da chiedersi: il nuovo lavoro "Weltenschmerz" sarà migliore del precedente?
Decisamente meno ansioso e curioso d'ascoltare, mi ritrovo piacevolmente assorbito dal platter che segnala senza mezzi termini una avvenuta maturazione e decisa presa di posizione del combo austriaco: zero fronzoli, composizioni che la buttano in violenza e cattiveria senza pensarci su più di tanto, non manca il citazionismo che porta alla mente più e più act, insomma tutto fa brodo.
È un death/grind solido che non disdegna l'influenza di musica maggiormente malevola, ad esempio in più di un'occasione i Morbid Angel vi faranno visita, in altre potrete notare similarità con il sound Behemoth, non dimenticando ovviamente la parte che include gente come Dying Fetus e Napalm Death. Ci si diverte davvero con le botte ricevute dall'opener "Ich Bin Krieg", "Der Wert" e "Für Gott Und Gold" ma la sorpresa la tengono stretta sino all'ultimo e ha per titolo "Todessog".
Dopo aver fato scorrere le prime dieci tracce ero convinto che anche l'ultima avrebbe scaricato con furia la sua dose di randellate, portando a termine "Weltenschmerz" così come era iniziato, invece il registro cambia totalmente. La canzone molla la presa assumendo una forma atmosferica dalla carica scura e buia di stampo svedese, nella quale il sound è sorretto dai synth impostati in modo da rafforzare l'impatto della scelta allentata, diversa ma comunque ben accetta.
I GodHateCode di oggi sembrano un'altra band, hanno probabilmente trovato la via a loro più adatta, il cantato di Armin, per lo più interpretato in lingua madre, alterna un'aggressività sporca e graffiante all'utilizzo di un growl adeguato a dare profondità alle sezioni nelle quali è l'animo death metal a dominare la scena, mentre la produzione finalmente fa il suo dovere, dando la possibilità alla strumentazione di farsi udire con distinta potenza.
Le pecche risiedono, come avrete capito, nella mancanza di un paio di pezzi fuoriclasse, abbiamo una tracklist compatta, con una "Prügelknabe" un po' troppo standard sul finire ma nessuna caduta di stile evidente. Questa situazione perciò mi porta a dire che "Weltenschmerz" è un buon album e nulla più, chiamato in causa vi darà la sveglia che vi serve, evitate però di avere alte pretese e pensate piuttosto a godervi la musica.

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PATHOGEN - Gryphon


Informazioni
Gruppo: Pathogen
Titolo: Gryphon
Anno: 2012
Provenienza: Filippine
Etichetta: The Northern Cold Productions
Contatti: myspace.com/pathogenonline
Autore: Mourning

Tracklist
1. Psychological Subversion
2. Another Destructive Century [cover Intoxication Of Violence]
3. Incestous Necrophilia
4. Ode To The Macabre [rough mix]
5. Sa Landas Ng Diablo
6. Lust Of Evil
7. Thresholds Of Pandemonium
8. Blood Orgy

DURATA: 37:38

Il piacere di supportare alcune band sta nel sapere che i musicisti che le compongono rispecchiano in tutto e per tutto la musica che producono, i filippini Pathogen sono fra queste. Sono ragazzi semplici, gente che suona, si diverte e ama la brutalità pura e schietta come la si componeva e suonava negli anni Novanta. Non è la prima volta che scrivo di loro, i più attenti, o comunque chi ci segue da un po', avrà avuto modo di leggere le recensioni di "Miscreants Of Bloodlusting Aberrations" e "Lust Of Evil".
La formazione è di quelle prolifiche e mai dome, tant'è che un altro lavoro demo dal titolo "Gryphon" è stato rilasciato in questo 2012, scegliendo ancora una volta il formato tape per la distribuzione.
Il platter è diviso in due sezioni ben distinte, il lato A raccoglie i due brani nuovi "Psychological Subversion" e "Incestous Necrophilia", che battono il piede sui soliti territori, il death brutale di stampo statunitense è la fonte principale dalla quale attingono e i nomi da tirare in ballo sarebbero bene o male sempre gli stessi delle altre volte. "Another Destructive Century" è una cover brutalizzata e inserita in maniera ottimale nel contesto della formazione punk-hardcore loro connazionale Intoxication Of Violence, a quanto pare pioniera del genere in patria data l'attività perdurante dal 1984. La prima parte si conclude con una versione "rough mix" di "Ode To Macabre", pezzo contenuto sia nel terzo disco "Forged In The Crucible Of Death" che nella successiva demo "Barbaric Desolation", dalla registrazione ancora più asciutta e marcescente, del resto è questo che ci attendiamo e vogliamo da una produzione targata Pathogen.
Il lato B racchiude una compatta e scatenata esibizione live, sono altre quattro le tracce inserite in tracklist, "Sa Landas Ng Diablo" e "Lust Of Evil" del penultimo sforzo compositivo, seguite da "Thresholds Of Pandemonium" e "Blood Orgy" che riporta indietro le lancette di un lustro sino all'uscita dell'album di debutto "Blasphemous Cremation".
L'audio non è male, si percepisce l'energia che i filippini trasmettono e da ciò che si sente non si risparmiano per nulla, insomma quello che vorremmo arrivasse anche dai live delle grandi band che alle volte sono talmente ritoccati da farti chiedere se non hai per caso sbagliato a inserire il disco. Siamo sicuri che sia dal vivo?
I Pathogen sono una sicurezza, non possiedono i guizzi delle grandi corazzate death metal, hanno però una costanza d'intento e un'attitudine ferrea tale da far sì che i loro "compiti" vengano sempre svolti con riguardo e rispetto per ciò che amano. Con quale risultato? Semplice, "Gryphon" è la riprova che nel loro mantenersi stabili non ne sbagliano una e se avete amato i lavori prodotti in passato questo non sarà di certo l'eccezione.

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FINDUMONDE - Licanthropia


Informazioni
Gruppo: FinDuMonde
Titolo: Licantropia
Anno: 2012
Provenienza: Argentina
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/FINDUMONDEARG
Autore: Mourning

Tracklist
1. Lycanthropus
2. Ataque Sorpresivo
3. Carne
4. La Condena
5. Balas De Plata
6. Espiritu Errante
7. Medium
8. Fenix

DURATA: 21:48

Decidi di giocartela in velocità? Devi saper randellare con fottuto ossesso, devi trovare il modo di non rendere la proposta monotona, devi possedere grinta da vendere, tre semplici regole da rispettare per non appiattire una sequenza di pezzi che rischierebbe di divenire una rottura di palle immensa.
I FinDuMonde, band argentina al debutto diretto con "Licantropia", tali direttive le hanno prese in parola e hanno racchiuso in poco più di una ventina di minuti otto brani decisamente accattivanti. Sono mazzate senza troppe pretese che combinano la veracità dei Brujeria, il groove di certe soluzioni Pantera, la mole stilistica dei Napalm Death e qualche strana variante sul riff che conduce a nomi attuali come quello dei Gojira, vi pare poco? Assolutamente non lo è.
Il platter è ben congeniato, lo sviluppo delle canzoni è arrembante e lascia spazio a un paio di brevi rallentamenti, peraltro indovinati. La voce di Christian Rodriguez si applica nell'imbastardire la prova con un growl astioso e a quanto pare particolarmente malleabile, dato che asseconda sempre con la dovuta carica e peso l'episodio che va a interpretare.
Lo stesso discorso lo si può fare per la sezione ritmica composta da Edu Turco e Pablo Ternavasio, rispettivamente batteria e basso, i due musicisti sono una macchina perfettamente oliata che a getto continuo riversa violenza addensando e fortificando il lavoro devastante della chitarra a cura di Sebastián Barrionuevo.
Soffermarsi su quale sia il brano migliore di "Licantropia" è davvero inutile, è un mordi e fuggi che va consumato in dose unica ed è talmente adrenalinico che la conseguenza naturale di tale eccitazione potrebbe essere il tasto "repeat" premuto un paio di volte di seguito.
Non è un capolavoro ma è ciò che serve per farti svoltare la giornata urlando un bel "vaffa" in tutte le direzioni possibili e immaginabili. Con questo si può tranquillamente dire ai FinDuMonde: ragazzi, ci siamo proprio!

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DISEASED OBLIVION / TUNNELS OF TYPHON - Split



Informazioni
Gruppo: Disease Oblivion / Tunnels Of Typhon
Titolo: Split
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Despondent Depreciation Records
Contatti: myspace.com/diseasedoblivion - myspace.com/564870922
Autore: Mourning

Tracklist
Lato A: Diseased Oblivion - "Nascent Decay"
1. Nascent Decay
2. Blackhole Funeral III: The Vacant Earth
3. Invalid Existance
4. Veil Of Displesasure
5. Frozen In Abyssmal Anguish

Lato B: Tunnels Of Typhon - "Anoint Us Through Punishment"
1. Into The Tunnels Of Depravity And Death
2. Anoint Us Through Punishment
3. Of Slime...
4. Brutal Bondage
5. Sadomasochistic Rites

Quanto sono belle da ascoltare le tape? Il fruscio, quel suono caldo e i ricordi che tiran fuori dal cassetto... Stavo facendo girare nel lettore "mc" lo split fra Diseased Oblivion e Tunnels Of Typhon, due band statunitensi, la prima doom/black mentre la seconda black con una attitudine molto cruda e di cui abbiamo anche già avuto modo di scrivere con l'uscita del disco "Into The Very Depths Of Human Depraviity", e ciò che mi ha impressionato è come ogni volta che metta nel "mangiacassette" roba così marcia il risultato sia sempre uno sballo.
Sì, fatemi fare un po' l'adolescente, è davvero esaltante andare in giro con le cuffie e percepire il continuo ruotare delle testine e quando i Diseased Oblivion prendono piede il nero ricopre tutto.
Il duo composto da Drew (chitarra, basso, basso) e Styv dei Reclusa (batteria, tastiere, noise) è fautore di una prova assolutamente monocromatica, dai solchi profondi, per non dire abissali, creati dalla pressione dei bassi e dai riverberi di un riffing in bilico fra la scena doom funerea, l'aura suicidal e una componente dronica che se venisse filtrata attraverso un lungo percorso d'agonia strisciante e d'intense sensazioni condurrebbe senza alcun dubbio a una claustrofobia incessante.
Pezzi come "Nascent Decay", "Veil Of Displeasure" e "Frozen In Abyssmal Anguish" stringono la gola facendo a mala pena respirare, in una morsa vendicativa e alienante che si conclude con l'entrata in scena dei colleghi Tunnels Of Typhon, un altro duo quello di Hag e Wretch che di certo non scherza.
L'atteggiamento rude e primordiale di questi musicisti non prevede assolutamente l'uso di fronzoli o partiture ritmiche neanche lontanamente definibili complesse, troviamo in tracklist due canzoni note ("Into The Tunnels Of Depravity And Death" e la successiva "Anoint Us Through Punishment"), presenti anche nel full ma lo dico tranquillamente, l'ascolto di tale sporcizia e grezzume, seppur in parte melodico, effettuato con il supporto analogico acquisisce una malevolenza di livello superiore. Il principio viene rimarcato in "Brutal Bondage", episodio al quale è stato applicato un missaggio differente e che si palesa all'orecchio per un sound maggiormente "ovattato" e disturbante, la concezione di black dei Tunnels Of Typhon potrebbe riscuotere consensi sia fra coloro che ascoltano abitualmente USBM che fra i seguaci di produzioni di stampo finnico legate alle radici più bastarde del genere, i nomi sono sicuro vi verranno in mente senza troppi problemi.
Non so se questo split sia ancora reperibile dato che ne vennero pubblicate esclusivamente cento copie, vi dovesse però capitare sott'occhio e vi piacessero le creature malate e prive di riguardo verso tutto ciò che è odierno, allora dovreste provare a farlo vostro.

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NECROVATION - Necrovation


Informazioni
Gruppo: Necrovation
Titolo: Necrovation
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Agonia Records
Contatti: facebook.com/necrovationdeathmetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Necrovorus Insurrection
2. Dark Lead Dead
3. Pulse Of Towering Madness
4. Commander Of Remains
5. New Depths
6. Sepulchreal
7. Resurrectionist
8. The Transition
9. Ill Mouth Madness (The Many)

DURATA: 46:40

I Necrovation fanno parte di quella schiera di band che ti fanno veramente credere alla non morte del death old school.
Mentre molti act della vecchia scuola vanno a puttane e per quanto sia criticabile un movimento revival che il più delle volte si limita a entusiasmare i cuori grazie a prestazioni poco più che scolastiche e in alcuni casi anche con lavori di buona caratura ma sin troppo figli d'altri, c'è chi come questi musicisti, i Karnarium e gli ancor più recenti Morbus Chron, il gene dei primordi non solo l'ha accolto a braccia aperte ma l'ha fatto proprio.
Il quartetto composto da Seb (voce e chitarra), Fredrick Almström (chitarra), Anton (basso) e Bünger (batteria) ha modificato la sua malevola esposizione nel corso dei quattro anni trascorsi dal debutto "Breed Deadness Blood", inframezzati dall'uscita dell'ep "Gloria Mortus" nel 2010, aumentando in maniera esponenziale il peso della matrice death nazionale a sfavore degli influssi statunitensi maggiormente presenti in passato. Vi è oltretutto una maturità compositiva acquisita che ha permesso loro di sfruttare una quantità gradevole e ben innestata di spunti di natura heavy, mantenendo intatte le virate sia in ambito di confine con il black che con l'attitudine più groove ed 'n'roll in svariate circostanze, questo platter omonimo è completo sotto tutti i punti di vista.
 Se Entombed e Dismember sono la coppia più amata degli anni Novanta svedesi, almeno per ciò che concerne il revival del passato, sono presenti anche le figure Repugnant, Edge Of Sanity nella prima veste e Merciless a rafforzare l'intelaiatura maligna di una prova macinaossa che sfodera un riffing spettacolare e sfaccettato in brani quali "Dark Lead Dead" e "Commander Of Remains", in "Sepulchreal" si può apprezzare appieno l'operato del basso di Anton, il groove-atmosferico emerge invece da "Resurrectionist" e la stravagante strumentale "The Transition" inserisce un lato acustico e sinfonico.
 Non c'è un pezzo che non valga la pena ascoltare, i rimanenti episodi, chi per un motivo chi per un altro, riescono comunque a mantenersi vivi dentro l'orecchio nel tempo, si fanno ricordare proprio perché ci si rende conto che gli svedesi stavolta, molto più che nel capitolo precedente, sono stati attenti a curare il songwriting permettendo ai pezzi di avere ognuno una propria caratteristica guida tanto da renderli essenziali nello svolgimento della tracklist.

Di certo non posso negarmi il piacere egocentrico dell'opener "Necrovorus Insurrection", stilisticamente elegante nella sua crudezza, né tantomeno l'oscurità funesta della conclusiva "Ill Mouth Madness (The Many)", così come non posso negare i complimenti alla prestazione vocale di Seb che grezzo e ruvido si scaglia sulle tracce accrescendone la cattiveria di per sé già notevole.
Volete parlare di sound retrò? È ovvio che "Necrovation" sia un successore naturale di quella stirpe di band che ci fece arrapare come lupi che ululano alla luna piena. Masterpiece? No, quelli sono già stati scritti e composti negli anni addietro, non per questo si può negare che i Necrovation siano una formazione da considerare di fascia "A" fra quelle sorte fra il finire degli anni Novanta e il post 2000.
Per questi e un altro migliaio di motivi che solo l'ascolto potrà giustificare, vi suggerisco vivamente di far vostro "Necrovation", finiamola con le parole e passiamo ai fatti.

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