domenica 28 ottobre 2012

SKARAB - Skarab


Informazioni
Gruppo: Skarab
Titolo: Skarab
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Zeitgeister Music
Contatti: facebook.com/skarab.band
Autore: Mourning

Tracklist
1. Heat
2. Sculpting In Time
3. Horus
4. Island Of Birdmen
5. Sunset
6. The Body Of A Graveyard
7. The Rabbi Of The Weeds
8. Stone Torches
9. I Am The Winding Stair
10. Unarmed Sailor

DURATA: 43:32

Come venire sorpresi di continuo? La famiglia Zeitgeister n'è capace, ogni band appartenente a questo nutrito roster, che ruota intorno a un collettivo di musicisti solido e legato da ottimi rapporti d'amicizia, sembra avere infatti sempre qualcosa d'inaspettato da offrire.
All'inizio del 2012 avevamo chiacchierato con Tim Steffens che nel raccontarci qualcosa di più sul mondo dei Klabautamann aveva svelato le prime notizie riguardanti il progetto Skarab, progetto che non è rimasto tale ma è divenuto adesso una realtà a tutti gli effetti e che vede nelle sue fila oltre a Tim alla chitarra, Christian Kolf alla voce (nome notissimo per chi segue le vicende della label tedesca date le sue prestazioni in progetti quali Island, Owl, Slon, Valborg e Woburn House, alquanto importanti nella riuscita complessiva di molti dei dischi da loro prodotti), Gabor Schary al basso e Richard Nagel dietro le pelli.
Cosa suoneranno questi Skarab? E qui nasce il primo problema, dovete però tenere conto della mia affermazione con valore positivo, quello che "Skarab" in tre quarti d'ora emana è una vibrazione instabile, una quantità di emozioni racchiuse in un sound gelido, quasi distaccato ma che con il mondo delle produzioni Zeitgeister mantiene un palese punto di contatto: è ibrido.
La natura del metal racchiuso nei dieci brani è di difficile classificazione perché se vi dicessi che percepisco Katatonia e Nevermore, oppure Arcturus e Ved Buens Ende nelle atmosfere e qualcosa del cantato, se asserissi che i Tool sembrano trovare spazio in una collisione sonora che in alcuni momenti ricorda non a caso certe soluzioni dei Valborg più intimi, ricercati e una scia doom progressiva pare prendere forma nelle situazioni in cui il suono aumenta sfrenatamente quella sensazione di tristezza quasi angosciante, non pensereste sia davvero troppo? Eppure è così, il troppo con questi artisti difficilmente stroppia.
La bellezza insita nelle canzoni sta nel fatto che non hanno alcun bisogno di svincolarsi da ritmiche impostate per espandere o far collassare la situazione ambientale. Nessuno scatto in velocità o indurimento del sound privo di senso, risultano comunque robuste, definite, potrete notare che di molle e lasciato a sé stesso non vi è nulla. La sezione strumentale e quella vocale vanno di pari passo assecondandosi nell'influire sull'ambiente circostante, il rafforzarsi o il flettersi su se stesse sono dinamiche che potrete notare a più riprese e particolarmente ben sfoggiate in capitoli quali "Sculpting In Time", "Sunset", "The Rabbi Of The Weeds", "Stone Torches" (c'è un po' di Anselmo in questo pezzo, a voi capire a cosa mi stia riferendo) e "I Am The Winding Stair", non poi così facili da digerire dopo un solo paio di giri nello stereo.
Gli Skarab hanno bisogno di tempo, dovrete starci un po' dietro approfondendo la conoscenza, sfruttando i testi per calarvi al meglio nella loro esecuzione e interpretazione, riuscirete così a scardinare l'opposizione di uno "Skarab" volutamente distante da tutto ciò che è considerabile commerciale e non per questo alla portata di chiunque ascolti musica estrema e avantgarde.
Io l'avrò compreso? Forse, sicuramente ho tentato di entrarvi in contatto e voi che farete? Provare non vi costa proprio niente.

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LUSTRE - They Awoke To The Scent Of Spring


Informazioni
Gruppo: Lustre
Titolo: They Awoke To The Scent Of Spring
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: De Tenebrarum Principio
Contatti: facebook.com/lustresweden
Autore: Mourning

Tracklist
1. Part 1
2. Part 2
3. Part 3
4. Part 4

DURATA: 40:14

Il progetto Lustre, one man band svedese il cui titolare è Nachtzeit, è ospite fisso di Aristocrazia ormai da tempo, il "listone" delle recensioni vanta la presenza di tre capitoli antecedenti a quest'ultimo "They Awoke To The Scent Of Spring", terzo capitolo in formato full.
L'album in questione rappresenta e conferma l'evoluzione di ciò che il musicista scandinavo ha prodotto nel recente passato, è impossibile non riconoscere lo strano marchio "solare" che Lustre sembra possedere naturalmente.
L'ambient/black da lui composto, pur attingendo dall'esperienza di Burzum e barcamenandosi in creazioni atmosferiche non lontane dal rimembrare l'aura dei Summoning dell'era di mezzo, si candida per ottenere quel titolo "personale" che è tanto difficile da assegnare odiernamente. Possiede infatti dei tratti distinguibili, molti dei quali risiedenti nell'impostazione dei synth, accompagnamento mai ingombrante e dal tocco carezzevole, frequentemente sognante e nell'utilizzo di soluzioni melodiche adatte a far trasparire quella sorta di luminosità che in maniera piacevole viene contrastata dalla sparuta comparsa del supporto vocale raschiato e serpeggiante.
Nachtzeit era probabilmente lungimirante al tempo della stesura dei brani, il platter infatti venne completato nell'autunno del 2010, la stagione è il crocevia per il grande sonno, quell'inverno che avvolge e immobilizza, che consegna il mondo al freddo e ai colori più tenui. L'ispirazione quindi per il risveglio, anche del proprio io, nella stagione primaverile con annesse sensazioni di temperatura in crescendo viene valorizzata da quelli che sembrano essere in tutto e per tutto quattro cantici. Tralasciate la paternità "religiosa del termine" per concentrarvi più che altro sulla solennità con la quale le note e l'esposizione del sound dei Lustre innescano quella reazione naturale che permette all'ambiente intorno a noi di rifiorire, mantenendo però un contatto non poi così flebile con quel riposo temporaneo che ne aveva ingabbiato la vivace esplosione.
L'immaginario e la proposta di "They Awoke To The Scent Of Spring" sono talmente leggiadri in alcuni passaggi che non si distanziano poi molto per tale atteggiamento da prestazioni post-rock dalla tendenza gioviale, quest'ultimo non è obbiettivamente aggettivo consono all'essenza del lavoro che però è capace di rilassare e far viaggiare con i suoi ipnotici riff di chitarra che si ripropongono ammaliando e la melancolia insinuante che diviene una compagna di viaggio assidua.
A coloro che hanno gradito gli episodi discografici già rilasciati, non credo servano altre forme d'incitamento che conducano all'ascolto di "They Awoke To The Scent Of Spring", il disco è ciò che ci si attende da un artista qual è lo svedese, un songwriter ormai maturo e conscio d'avere una propria visione del genere che fa la differenza.

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MINUS THE BEAR - Infinity Overhead

Informazioni
Gruppo: Minus The Bear
Titolo: Infinity Overhead
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Big Scary Monsters
Autore: Mourning

Tracklist
1. Steel And Blood
2. Lies And Eyes
3. Diamond Lightning
4. Toska
5. Listing
6. Heaven Is A Ghost Town
7. Empty Party Rooms
8. Zeros
9. Lonely Gun
10. Cold Company

DURATA: 41:45

Ogni tanto mi rilasso, via il metallo per fare spazio ad altre sonorità, in questi giorni è stata la volta dei Minus The Bear. La formazione di Seattle ormai veterana della scena "alternative", non saprei catalogarli fra indie, electro e math-rock, ha avuto un'evoluzione costante dove "Infinity Overhead" si pone come il quinto mattone in una discografia priva di passi falsi.
Per quanto il sound di questa nuova opera non rappresenti un passo definito e sostanziale verso un futuro ancora una volta differente da ciò che è stato, è possibile notare nuovamente come la band punti sempre e voglia di andare oltre dando maggior spazio alla voce o alle chitarre o alla ricerca compositiva nel complesso. La cinquina di dischi ha di per sé il carattere e la forma che i Minus The Bear volevano farle possedere, quali sono quindi le note positive in questo nuovo capitolo?
Iniziamo con la variante atmosferica, vi accorgerete di come vi sia un chiaroscuro andante che pervade, illumina o adombra la scaletta, l'opener "Steel And Blood" e "Lies And Eyes" rilasciano vibrazioni positive, abbastanza allegre da rilassare e preparare a une lenta e carezzevole discesa che assume le sembianze di un velo di malinconia già a partire dalla successiva triste "Diamond Lightning". La dose viene rincarata con la struggente "Heaven Is A Ghost Town" dal ritornello intensissimo, per fortuna a equilibrare questa sensazione di melancolia dirompente si hanno anche momenti più "free", come quelli contenuti in una "Lonely Gun" condita da un'attitudine retrò disco intrigante e la più movimentata "Cold Company" che sul finire del platter riaccende gli animi iniettando un po' di grinta nelle chitarre e un paio di assoli che allontanano il torpore.
Strumentalmente la situazione fila liscia come l'olio, nulla da poter recriminare, ottima la prestazione del batterista Erin Tate e del cantante Jake Snider, più in primo piano rispetto ad altri frangenti del recente passato; altrettanto pratica e di qualità la produzione a cura dell'ex membro Matt Bayles, uno che dietro la consolle ha offerto dei gran servigi al mondo rock e metal, lo ricorderete in album quali "Down The Upside" dei Soundgarden, "Blood Mountain" dei Mastodon, "Oceanic" degli Isis e "We Are The Romans" dei Botch, quest'ultima formazione vede nella propria line-up Dave Knudson, chitarrista proprio dei Minus The Bear.
Finora si è citato il buono, adesso c'è da mettere in evidenza anche qualche piccola ma significativa pecca, è strano da dirsi ma gli statunitensi stavolta sembrano avere il freno a mano tirato. L'esplorazione è stata alquanto ridotta, sembra che siano in fase d'assestamento dopo "Omni", staranno forse provando a registrare il sound, qualcosa però non quadra dato che "Toska" e "Zeros" insolitamente pare che vaghino leggermente sconnesse dal gruppo; stessa sensazione che si riceve dalla prova delle due chitarre di Jack e Dave in alcune, a dir il vero poche, circostanze meno brillanti del solito.
Che il mutare dei Minus The Bear sia ancora in corso lo si poteva sospettare, come del resto è possibile incappare in una fase di "stanca", certo che se tutte le band non in forma smagliante tirassero fuori dal cilindro un disco del calibro di "Infinity Overhead" ci eviteremmo chissà quante uscite ridicole di anno in anno.
Underground sì ma di classe, per i fan del combo di Seattle questo platter finisce di diritto nella lista acquisti; a coloro invece che sono appassionati delle miscele sonore affini a quella proposta dai The Minus Bear, consiglio un ascolto attento e poi dipenderà dal portafogli dire sì o no.

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FETUS STENCH - Stillbirth


Informazioni
Gruppo: Fetus Stench
Titolo: Stillbirth
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Abyss Records
Contatti: facebook.com/fetusstench
Autore: Mourning

Tracklist
1. Meat Grinder Flesh Obliteration
2. Stillborn Son
3. Brennkommando
4. The Outer Island
5. Severe Suffering
6. Necrosis
7. Bashed, Defaced And Disfigured
8. Descending Into The Realm Of The Dead
9. By Butchery Divorced

DURATA: 37:37

La Svezia che non suona volutamente svedese, parlo dei Fetus Stench, formazione nella quale milita l'odierno drummer dei norvegesi Blood Red Throne Emil Wiksten e dove ritroviamo nomi noto dell'underground scandinavo come Bullen e Björte che fanno entrambi parte della realtà thrash Inferior, con il primo presente anche nella line-up dei The Law (sempre una band thrash), mentre del solo Illern non conosco il passato (a quanto sembra pare fosse parte degli splittati Anti Christian Death Squad).
Il gruppo ha orientato lo sguardo oltreoceano attingendo per lo più dalla brutalità made in U.S.A. per dare sostanza al debutto "Stillbirth": Morbid Angel, Cannibal Corpse, in parte Suffocation e nei frangenti maggiormente inclini al thrash la malevola figura del signor Phil Fasciana e dei suoi Malevolent Creation echeggiano e riecheggiano all'interno di una prestazione che non si perde dietro fronzoli, non è ricercata, basa altresì la propria esistenza sul martellare, disintegrare e spaccare tutto ciò che si pone contro.
L'impianto ritmico imposto da Emil e Bullen è di quelli che mantengono la pressione alta e costante, il batterista si lancia in continui blastati sfruttando i mid-tempo per dare profondità, le chitarre di Illern e Björte infilano un riff dietro l'altro come se fossero rimaste piacevolmente fossilizzate negli anni Novanta e il secondo, anche uomo dietro al microfono, si staglia sui pezzi con un growl viscoso e brutale.
Nulla di nuovo direte? E chi lo cerca? I Fetus Stench randellano e piallano che è un piacere, brani come "Breenkommando", "The Outer Island", "Bashed, Defaced And Disfigured" bastano e avanzano a rendere l'idea.
Il concetto è semplice quanto desiderato, gli svedesi vi stanno chiedendo: volete death metal puro e senza pretese? Se la risposta dovesse essere sì, "Stillbirth" dovrà finire in collezione; in caso di seghe mentali, ripensamenti o frasi del tipo "è troppo standard/derivativo", vorrei ricordare che siamo nel 2012 e il 1995 (anno ultimo d'eccellenza dell'old school) è ormai bello che andato!

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WHALES AND AURORA - The Shipwreck


Informazioni
Gruppo: Whales And Aurora
Titolo: The Shipwreck
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Slow Burn Records
Contatti: facebook.com/pages/Whales-and-Aurora/49885757625
Autore: Mourning

Tracklist
1. Refused Recounting Words
2. Achieving The Unavoidable
3. The Aground Hard-ship
4. Abandoned Among Echoes
5. Awakened By The Aurora
6. A New Awareness
7. Floating On Calm Waters

DURATA: 42:53

Il post metal è diventato per il sottoscritto uno di quei generi che o amo da impazzire o odio profondamente, ciò è scaturito da una continua esposizione a prestazioni musicali che frequentemente si limitavano a ricalcare le orme già impresse da grandi nomi quali sono Neurosis, Isis e Cult Of Luna.
In Italia come stiamo messi? Siamo messi bene, di certo non mancano le band che danno prepotentemente spallate per farsi conoscere e apprezzare, chi non c'invidia act come i Lento, gli Ufomammut e perché non citare formazioni in ascesa come i Sunpocrisy e Quiet In The Cave? A questa schiera si aggiunge un quintetto vicentino che si è fatto attendere ma che è adesso pronto a dire la propria con il debutto "The Shipwreck", loro sono i Whales And Aurora.
Collera, rabbia, solitudine, alienazione, fuga dal mondo, rivalsa, è un impianto emotivo instabile, cantilenante per non dire altalenante quello che si scatena roboante all'interno dei brani. La prestazione strumentale sembra volersi posizionare in due distinti e separati modi per dare vita a queste sensazioni. La prima parte del lavoro sfrutta le canzoni nelle quali vi è la componente vocale ottimamente curata per impostazione ed esecuzione da Alberto Brunello, forse leggermente similare a quella di Klas Rydberg in certe inclinazioni, per fornire un corpo e un peso evidenti alle movenze più astiose e cupe, lasciando che l'angoscia esploda in una riottosa e volitiva presa di coscienza. A tal proposito "Refused Recounting Words", "Achieving The Unavoidable", lo strumentale ambient dissestante "The Aground Hard-Ship" e "Abandoned Among Echoes" ne sono la furente e avvilente rappresentazione, con l'ultima che vede già il tiro modificarsi.
È un gioco di contrasti quello che rende affascinante il trascorrere dei minuti che ci conducono alla seconda metà del platter, in cui la sinfonia prende veramente altra piega. Con l'entrata delle note delicate, sognanti, un po' floydiane del secondo pezzo strumentale, "Awakened By The Aurora", l'atmosfera sinora ricoperta da fitte nubi lascia intravedere, seppur in maniera sparuta, spiragli che permettono lievi infiltrazioni di luce. Sembra di assistere alla quiete dopo la tempesta e la sensazione viene rimarcata nella successiva "A New Awareness" dove si ha la netta impressione che il meccanismo azionato dalla musica produttore di un grigiore insistente sia stato adesso sostituito da uno nel quale vi è una concentrazione di bianco non più indifferente. La robustezza della canzone serve non più a liberarsi, a sfogarsi ma a dimostrare che si è raggiunto l'obbiettivo prefissato, la presa di coscienza che conduce alla schiarita accompagnata dalla coda, ancora una volta unicamente affidata alla sezione strumentale, "Floating On Calm Waters".
Gli Whales And Aurora han fatto centro al primo colpo, era facile? Assolutamente no. Preventivato? Ma quando mai.
I vicentini si candidano prepotentemente a divenire una delle band di punta della scena nel nostro stivale, cosa fare quindi se non consigliarvi l'acquisto di "The Shipwreck".
Giacomo Leopardi scrisse: "così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare", chi dice che lo stesso non vi accada in loro compagnia? Per avere una risposta le uniche azioni possibili da mettere in atto sono ascoltare e lasciarsi andare.

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MYRAH - My Deliverance


Informazioni
Gruppo: Myrath
Titolo: My Deliverance
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Inverse Records
Contatti: facebook.com/pages/Myrah/14958369660
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. Illusions
3. Sorrow & Tears
4. The Light Of A New Day
5. My Deliverance
6. A New Dawn
7. As Memories Fade Away
8. Desolation
9. An Angels Requiem
10. The Shadow

DURATA: 54:41

Gli svedesi Myrah, seppur siano in giro dal 2005 con due ep ("Desolation" e "Death & Despair") e l'album "Six Feet Down" a rappresentarne la discografia, non li avevo mai sentiti nominare, il momento è arrivato con l'uscita del secondo lavoro intitolato "My Deliverance".
Il sound della formazione attinge a piene mani dai lavori di passaggio di gente come Paradise Lost ("Draconian Times"), Sentenced (da "Crimson" in poi) e dalle ultime produzioni degli Amorphis con Tomi Joutsen dei Sinisthra alla voce. È quindi l'asse Inghilterra - Finlandia che tiene in piedi il lavoro, sia per temi che per emozioni, legate soprattutto a una melancolia dolciastra palesata a più riprese.
È notevole l'impegno profuso dai musicisti per dar vita a un platter che possiede più di una canzone papabile candidata al ruolo di "hit" della tracklist come "Sorrow & Tears", "My Deliverance" e "As Memories Fade Away", ciò nonostante risulti alquanto derivativo. Non è neanche lontanamente celata questa cosa infatti, ci sono dei momenti in cui pare proprio d'essere in compagnia dei nomi tutelari citati, altri nei quali emergono lievi reminiscenze dei Katatonia e dei My Dying Bride.
"My Deliverance" ha il pregio di non mostrare la corda, non annoia, esprime con naturalezza e una semplicità disarmante quell'aura "gotica" priva sì del misticismo e delle profonde scanalature doom, arricchita però da un equilibrato vissuto che fa delle chitarre di Patrik Essman (anche cantante) e Tobias Lepistö quanto dell'innesto dei synth di Josefin Berg armi alla pari. Migliaia di formazioni female-fronted forse, troppo impegnate a incentrare la propria esibizione sulla bellezza della cantante, dovrebbero riflettere su tale punto, l'eccesso di plastica insieme a gorgheggi o al power-pop fa male alla salute della musica.
Il disco è orecchiabile, si lascia ascoltare portando con sé talvolta attimi più struggenti, talvolta solo la voglia di canticchiarvi appresso. La voce calda di Patrik Essman è un mezzo di connessione alquanto piacevole da udire, si presta a essere una spalla sulla quale poggiarsi nei frangenti in cui si necessita di staccare la spina, inserendo nello stereo un album che sia "catchy" ma non sfori mai in territori estranei alla componente rock/metal.
Ovviamente i detrattori potranno trovare mille e più scuse per demolirlo tirando in causa la poca cattiveria, l'assenza di ambientazioni soffocanti, funeree e chissà quant'altro, nessuno obbliga qualcuno a inserirlo nel lettore. Pertanto consiglio di dare una chance ai Myrah a coloro che con passione mettono e rimettono nello stereo i platter dai quali gli svedesi han tratto ispirazione, sono certo che troverete in "My Deliverance" un buon compagno di viaggio.

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TAPHEPHOBIA - Taphephobia

Informazioni
Gruppo: Taphephobia
Titolo: Taphephobia
Anno: 2012
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Greytone
Contatti: facebook.com/pages/Taphephobia/196425420397858
Autore: Mourning

Tracklist
1. Cult
2. Butterflies With Needles
3. Middle Of The Night
4. Entering The Woods - Green River
5. The Garden Of Fire
6. When It`s Dark Enough

DURATA: 43:16

Ketil Soraker per coloro che ascoltano abitualmente dark-ambient non è un nome sconosciuto, alcuni lo ricorderanno di sicuro in qualità di ex membro dei Northaunt, oggi probabilmente come il fondatore del progetto Taphephobia.
L'immaginario sonoro e i paesaggi realizzati nelle sue opere sono l'incarnazione di un animo che tramite "landscape" continui e vari manifesta una gamma emotiva cupa e grigia, quanto lucida e dalla flebile speranza. Quello prodotto quest'anno è il quarto lavoro, omonimo, il frutto di una crescita compositiva intrapresa con "House Of Memories", proseguita in "Anomie" e definita in "Access To World Of Pain".
Nel mondo di "Taphephobia" la pioggia può interpretare un ruolo malinconico e desolante quanto di conforto a un vuoto che sembra espandersi a dismisura, del resto più che in altri generi qui è l'evolversi personale delle emozioni che permette d'incanalare al proprio interno ciò che si recepisce di tale musica.
Il connubio fra natura, occultismo e la figura umana che si pone nel mezzo a mo' di tramite pare più volte echeggiare fra le note cicliche rimbombanti in una dimensione atemporale, interrotte solamente da frazioni nelle quali appare la voce di Soraker, spesso solo poche parole, tese ad aumentare il fattore "evocativo" del pezzo.
Esclusivamente nella prima traccia "Cult" si menziona in una breve citazione l'aspetto della follia rituale espressa da Ketil tramite il ricordo di un dialogo che vedeva quale interlocutore principale il serial killer Gerard John Schaefer Jr, personaggio fra le altre cose "ammirato" da un signore che di nome faceva Ted Bundy, insomma un tipo proprio raccomandabile.
"Taphephobia" oscilla costantemente in bilico tra il disperdersi, il diradarsi di un disegno ormai logoro, ingrigito e un dipinto notturno inquieto persino nei momenti in cui il suo essere nero dovrebbe eliminare qualsiasi via di scampo e quindi condurre alla resa. Parlo della conclusiva "When It's Dark Enough", l'album in questa circostanza elimina quel sottile appiglio che riconduce alla vita affidando le redini della situazione a suoni e discese che non permettono appelli, è altrettanto desolante e sconfortante l'atmosfera che divampa in "Entering The Woods - Green River".
Inutile perdersi in chiacchiere, quando ci si trova dinanzi a un lavoro simile si sente il bisogno di ascoltarlo e approfondirlo per tentare almeno di comprendere quanto e come poterlo fare proprio, è questo ciò che vi consiglio, passate e ripassate la musica dei Taphephobia nel lettore prima di lanciarvi in un giudizio finale.
In seconda battuta, qualunque sia la vostra decisione, sono comunque sicuro che anche fosse un solo frammento di ciò che Ketil ha posizionato all'interno delle canzoni a rimanervi in testa, la curiosità potrebbe tornare a farvi visita, provate.

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lunedì 22 ottobre 2012

NAGLFAR - Téras


Informazioni
Gruppo: Naglfar
Titolo: Téras
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Century Media Records
Contatti: myspace.com/naglfar - facebook.com/naglfarofficial - naglfar.net
Autore: Akh.

Tracklist
1. Téras
2. Pale Horse
3. III: Death Dimension Phantasma
4. The Monolith
5. An Extension Of His Arm And Will
6. Bring Out Your Dead
7. Come, Perdition
8. Invoc(H)ate
9. The Dying Flame Of Existence

DURATA: 44:37

Passati alcuni anni di lontananza (cinque per l'esattezza), ecco ritornare a minacciarci il vascello scandinavo dei Naglfar. Dopo un'anticipazione fatta dal singolo "An Extension Of His Arm And Will", esce il lavoro sulla lunga distanza. Sono un ascoltatore della band dal loro lontano esordio "Vittra", album che considero un capolavoro di B.M. melodico (se non fosse per una batteria un po' lenta lo considererei il loro must assoluto) e dico che il precedente "Harvest" mi avevo deluso assai, attendevo quindi la riprova con questa uscita.

L'attacco è spiazzante, la titletrack è un breve brano atmosferico, carico di pathos, dove appare il primo degli esperimenti, ovvero un coro pulito a invocare il ritornello, sicuramente avvincente ma che può lasciare con un dubbio sul procedere del disco l'ascoltatore datato. Le melodie del duo Norman/ Johansson sono ottime, veramente un chiodo che si staglia nel cervello nel caso dell'opener, ma dai Naglfar questo è più che lecito aspettarselo, in sostanza un pezzo che dal vivo sicuramente sortirà grandi effetti.

E dopo? "Pale Horse" parte in sesta come nella miglior tradizione, sicuramente costruita nella maniera tipica e non potrà che andare a far parte del repertorio dei classici assieme a "When Autumn Storms Come", "I Am Vengeance" o "A Swarm Of Plagues". La cosa che si evidenzia immediatamente è il cambio di metriche utilizzate dal buon Olivius che si concede maggior respiro e forse anche espressività; va sottolineato pure l'utilizzo non invadente di tastiere che rendono molto nell'insieme e che appunto mi riportano alla mente il disco sopra citato ("Vittra"), quindi un pezzo feroce e "fast & furious" che farà godere tutti i seguaci.

Altro esperimento che già si intravede è il tentativo di proporre non solamente parti antemiche e al fulmicotone ma di inserire anche tempi più cadenzati e monolitici come già effettuato nella "Mietitura" pur con risultati che ho mal digerito. La seguente "III: Death Dimension Phantasma" infatti è un'alternanza dei due aspetti uniti assieme, mentre in "The Monolith" i ritmi scendono bruscamente bensì stavolta con buoni risultati rispetto al passato. Certo, ancora si paga un dazio al genio dei Dissection, i nostri però lo hanno sempre pagato con classe e senza nascondersi.

A mio avviso il combo cerca proprio di allargare i propri orizzonti inserendo variazioni di tempo nel proprio repertorio, che in sede live risultava essere un po' troppo tirato e per gli ascoltatori poco fruibile sulle lunghe distanze, arricchendosi quindi di arrangiamenti accattivanti (quali le tastiere) e ritmi da scapocciamento, per arrivare a colpire come una folgore la platea nelle parti più violente.

"An Extension Of His Arm And Will" è un'altra canzone che potrebbe rientrare fra i classici, il ritmo delle doppia cassa è il tappeto ideale per le sue melodie midtime, non si inventa niente beninteso, ma ad un classico non si chiedono invenzioni. Lo stesso potrebbe valere per il riffing tagliente e un po' old school di "Bring Out Your Dead" che però non mi ha fatto certamente strappare i capelli, forse la sufficienza la porta a casa (qui l'headbanging è veramente ricercato e voluto nel ritmo) ma il dubbio rimane. Nonostante i ritmi più serrati unirei al voto pure "Come, Perdition" poichè per il sottoscritto non possiede grandi colpi di coda, ad eccezione dello stacco funebre con tanto di campane e lievi chorus su cui poi esibire una buona chiusura con tanto di pennata "thrashosa", prima di ricalasi a pestare sull'acceleratore. A volte visto nell'insieme generale il riffing pare più brutale del solito, facendo apparire un vago alone Marduk (solamente per lo spirito intrinseco).

"Invoc(H)ate" al pari di "Pale Horse" ci dona i Naglfar che tutti abbiamo imparato a osannare, qua la cervicale entra in crisi per cercare di star dietro alle melodie e a un bpm indiavolato: ecco, qui gli ingredienti girano tutti in maniera omogenea e l'apprezzamento sale notevolmente per la giusta commistione. Il finale è dedicato alla canzone più lunga del cd, "The Dying Flame Of Existence", in cui si cerca di tirare le somme sulle sperimentazioni effettuate, purtroppo di nuovo si alternano cose interessanti e lievi momenti insipidi, fino al ritorno e al ricongiungimento con il brano posto in apertura di disco e il suo incipit accattivante e dalle tinte epiche che entrano dentro e non escono più: quante volte mi sono canticchiato la melodia e il suo coro!

Sicuramente non è il miglior lavoro del gruppo, a mio avviso il trio Kristoffer, Andreas, Marcus ancora deve sfornare il capolavoro assoluto, ma è indubbiamente due passi avanti a quel "Harvest" che proprio non mi è sceso per niente. Almeno in questo caso gli esperimenti sono quasi del tutto riusciti, pur mancando ancora un po' di rodaggio nelle parti rallentate. La stoffa i nostri la possiedono e in abbondanza, quindi se volete completare la collezione o se volete avvicinarvi al gruppo in maniera più intrigante "Téras" è più che adatto. Nel frattempo mi rimetto la titletrack e faccio l'invasato, attendendo che il vascello dei dannati di Hel mi componga il vero capolavoro del Ragnarok.

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ANAAL NATHRAKH - Vanitas


Informazioni
Gruppo: Anaal Nathrakh
Titolo: Vanitas
Anno: 2012
Etichetta: Candlelight Records
Provenienza: Birmingham, U.K.
Contatti: facebook.com/Anaalnathrakhofficial
Autore: Istrice

Tracklist
1. The Blood-Dimmed Tide
2. Forging Towards The Sunset
3. To Spite The Face
4. Todos Somos Humanos
5. In Coelo Quies, Tout Finis Ici Bas
6. You Can’t Save Me, So Stop Fucking Trying
7. Make Glorious The Embrace of Saturn
8. Feeding The Beast
9. Of Fire, And Fucking Pigs
10. A Metaphor For The Dead

DURATA: 38:07

"It's the most disgusting thing I've ever heard.". Così si leggeva sulla bacheca personale Facebook di Mick Kenney (a.k.a. Irrumator) mentre ultimava il mixaggio della sua più recente creatura, "Vanitas". Un modo poco convenzionale di fare pubblicità al proprio disco magari, ma se il soggetto in questione è il leader maximo degli Anaal Nathrakh allora tutto assume una nuova dimensione e prospettiva. E ancora una volta il duo inglese non delude le (personalmente alte) aspettative, al contrario mette in scena forse l'album più completo e maturo della loro già scintillante discografia.

Si alza il sipario e dopo il breve incipit ritualistico veniamo assaliti frontalmente da tutta la violenza sonora di cui sono capaci, V.I.T.R.I.O.L., autore di un'ennesima prova canora di grande spessore, ci vomita addosso la bile che ha accumulato in questo breve anno e mezzo che ha separato "Vanitas" dal suo predecessore "Passion", mentre Irrumator martella un riff da antologia. E' solo l'inizio, nemmeno il tempo di riprendere fiato e veniamo coinvolti in una nuova guerra sonora, "Forging Towards The Sunset" travolge l'ascoltatore salvo poi aprirsi in perfetto stile Anaal Nathrakh in un refrain melodico accompagnato dal clean di V.I.T.R.I.O.L., un brano che sembra nato per essere suonato in sede live, pronto a seminare panico nei peggiori moshpit del globo.

Mick Kenney dimostra di aver raggiunto la maturità più completa nel songwriting, i brani scorrono via veloci ed intensi, più elaborati nelle ritmiche rispetto alle precedenti produzioni. In un'atmosfera dalle tinte industrial sfuriate black si alternano al grind più selvaggio, a breakdown degni del miglior -core, a momenti dal sapore fortemente punk hc, e quando la nociva e memorabile "Make Glorious The Embrace of Saturn" giunge al termine si resta quasi straniti dal potente e lento riffing di "Feeding The Beast", degno dei migliori doomster di turno. Ma è questione di pochi minuti, giusto per spezzare il ritmo, e l'apparato uditivo viene disintegrato in un attimo dall'attacco di "Of Fire, And Fucking Pigs", brano superlativo, dotato di un riffing di quelli che ti si stampano in testa, di quelli che fra qualche annetto canticchieremo ai nipoti davanti al camino. Ci avviciniamo alla fine, giusto il tempo di sentire V.I.T.R.I.O.L. cimentarsi con l'italiano nella traccia di chiusura (latino, spagnolo, tedesco e francese oltre alla madrelingua non bastavano) ed Irrumator accompagnarci all'uscita con un riff melodico ed accattivante.

Giusto il tempo di premere "play" una seconda (o una terza, quarta, quinta) volta.
La sensazione è che "Vanitas" sia una sorta di summa perfetta (ed anche qualcosa in più) di tutto ciò che gli Anaal sono stati nelle precedenti edizioni, un moderno crossover di violenza musicale, e se qualche oldschooler dovesse trovare indigesto il risultato finale allora eviti di leggere la conclusione e si metta il cuore in pace, perchè è così che si dovrebbe fare metal nel ventunesimo secolo.

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TANKARD - A Girl Called Cerveza


Informazioni
Gruppo: Tankard
Titolo: A Girl Called Cerveza
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Nuclear Blast
Contatti: tankard.info
Autore: ticino1

Tracklist
1. Rapid Fire (A Tyrant's Elegy)
2. A Girl Called Cerveza
3. Witchhunt 2.0
4. Masters Of Farces
5. The Metal Lady Boy
6. Not One Day Dead (But One Day Mad)
7. Son Of A Fridge
8. Fandom At Random
9. Metal Magnolia
10. Running On Fumes

DURATA: 50:14

Chiunque affermasse di non conoscere Gerre e i suoi amici, mentirebbe spudoratamente!

Dopo quest'ampia presentazione dei Tankard, desidero passare alla discussione dedicata all'ennesimo disco di questi signori che, durante esattamente trent'anni, non solo si sono dedicati alla prosa alcolica, ma sono anche grandissimi tifosi dell'Eintracht Francoforte. La squadra li ha addirittura ospitati nel suo stadio per suonare il suo inno davanti a spalti gremiti.

"Vol(l)ume 14" ha mostrato una truppa affiatata con qualche tocco di stanchezza, forse dovuto all'età. Non fraintendetemi; molti pezzi erano davvero forti ma mancava un qualcosa per convincere l'ascoltatore medio come me. "A Girl Called Cerveza" invece mi pare davvero solido, la scaletta copre tutti i gusti e soddisfa tutte le fantasie, anche le più perverse, di quel manipolo di esseri senza pudore chiamati thrashers. "Rapid Fire" è il titolo della prima traccia e, nomen est omen, quello che dà l'abbrivo a una valanga di granate metalliche degne dei vecchi tempi. Siamo lontani dalla linearità di "Zombie Attack" ma molto vicini all'energia sprigionata da spaccaossa come per esempio lo erano i D.R.I. A volte ho la netta sensazione che i ragazzi si siano lasciati trascinare di nascosto dalla voglia di rinnovare il loro stile; scale un poco in stile Bay Area accompagnate da un assolo da capogiro adornano "Not One Day Dead" e "Son Of A Fridge" si apre al vostro ascolto con quella che è la finta di una ballata. La produzione rende il tutto ancora più solido e ti spacca la faccia con ganci che paiono essere sferrati da Muhammad Ali. Tutti i fan che s'interessassero ai testi avranno di che divertirsi a spulciare canzoni come "The Metal Lady Boy", le cui parole sono, come potrebbe essere altrimenti, basate su fatti reali.

I Tankard non sono mai stati davvero considerati dal mondo metallico come parte integrante dei grandi nel thrash teutonico dominato dalla triade Kreator – Sodom – Destruction. È un peccato, soprattutto perché il quartetto ha sempre tenuto alto lo stendardo del metallo anche nei Novanta, anni davvero duri e grami per la nostra musica. Questo disco parla a loro favore, ne conferma la salute ed è certamente al 100% certificato con sigillo di qualità "Tankard". "A Girl Called Cerveza" è un grande lavoro pieno di thrash degno di questo nome: pesante, sostenuto e che, per dirla alla buona, spacca il culo di brutto!

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MULM - The End Of Greatness

Informazioni
Gruppo: Mulm
Titolo: The End Of Greatness
Anno: 2012
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Cyclic Law
Contatti: facebook.com/pages/Mulm/208002925896289
Autore: Mourning

Tracklist
1. Mørke
2. Night Water Reflection
3. Away
4. Hope
5. Leave Unseen
6. The End Of Greatness

DURATA: 48:45

Devo iniziare a scrivere questo testo utilizzando toni polemici, le nostre Poste riescono in missioni impossibili e misteriose come farmi giungere le copie di Mulm e Taphephobia con il pacchetto aperto e il primo con la cover danneggiata.
Si vede che qualche pirla, e sottolineo pirla, ha pensato ci fosse qualcosa di suo gradimento e poi se n'è pentito, meglio così, tuttavia un vaffanculo sincero va al signore in questione, non lo leggerà ma è giusto indirizzarglielo e come si usa dire: i prossimi stipendi tutti in medicine devono finire... e ora via con la musica.
"The End Of Greatness" dei Mulm è un album che raccoglie in sè la genialità di più artisti scandinavi noti a coloro che amano la dark-ambient e filoni affini, parlo di Taphephobia, Northaunt e Avsky che collaborando hanno dato vita a una prova minimale, gelida e infinitamente suggestiva. Al contrario di quanto però si possa pensare, la componente "dark", e quindi l'oscurità che solitamente avvolge questo tipo di release, è sostituita da una decadenza in espansione ma che si mantiene su un monocromatico grigio.
Sembra che la natura non voglia né vivere né morire rinchiudendosi in un limbo che non permette azione, pietrifica riducendo l'evolversi della musica, caratterizzata da fluidi, eterei e glaciali soundscape che le spazzate di vento e i suoni al limite col "drone" depressivo incanalano in una composizione che si snoda al pari di una traccia unica. Tale fotografia cristallizzata nel tempo viene di pari passo accompagnata dallo sguardo di chi ha curato la parte grafica del lavoro, il booklet ritrae immagini incastonate, immobili e definitive, non vi è speranza di un possibile mutamento o di un'ulteriore degradazione, la linea d'avanzamento è piatta e rifiuta il valore negativo.
Che sia un sonno improvviso e duraturo? Magari non perenne però depuratore, a favore di un Terra ormai devastata da un'umanità corrotta e irrispettosa, il vento unica forma attiva, solenne nel suo segnare il passaggio quasi con toni epici, potrebbe essere interpretato come lo spazzino dedito a ripulire l'area prima di un possibile e non sicuro cambio di stato emotivo, perché anche nel grigiore imperante di "The End Of Greatness", proprio nella titletrack, si percepiscono avvisaglie di ripresa, non istantanee ma che potrebbero avere un peso nel corso di un'età a venire. Ipnotico, rilassante quanto destabilizzante, il lavoro dei Mulm è estremo, annulla qualsiasi calore emesso, sia esso di natura emotiva o meno, lasciando che sia l'algido clima del nord a regnare.
Se questo è ciò che amate, volete o desiderate ascoltare inserendo nel lettore un album del genere, "The End Of Greatness" fa sicuramente per voi, dovreste comprarlo sperando di trovarne ancora una copia dato che la tiratura è stata limitata a sole cinquecento unità.

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NORDLAND - Nordland


Informazioni
Gruppo: Nordland
Titolo: Nordland
Anno: 2012
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Glorious North Productions
Contatti: facebook.com/pages/Nordland/407362792653859
Autore: Mourning

Tracklist
1. Vorscara
2. Thule
3. Morth
4. Messenger Of The Vortex Winds
5. Lords Of The Great Dwelling
6. Nordland
7. Nord Uliima


DURATA: 01:02:30


Nordland è il monicker usato dal britannico Vorh per la sua one man band, "Nordland" è anche il titolo del debutto discografico composto da questo musicista.
Il platter è stato rilasciato originariamente nel 2011 in cd-r, in questo 2012 gli è stata data una forma professionale grazie al supporto della Glorious North Productions che ha deciso di produrlo e fornirlo di una veste grafica adeguata, bella la cover e l'interno del booklet che inneggiano sia alla maestosità che al senso di libertà che le terre del nord sprigionano. Musicalmente è alla Scandinavia che si guarda, se la figura di Quorthon e i suoi Bathory a rigor di logica potrebbe essere la prima tirata in causa, e in parte è presente nei momenti più epici e malinconici, le realtà che sembrano popolare l'ambientazione innevata e solenne delle canzoni conducono a nomi di spicco del panorama norvegese: gli Immortal e gli Enslaved.
Vorh si dimostra un abile songwriter riuscendo a districarsi in brani dalla medio/lunga durata utilizzando costruzioni mai troppo complesse ma che tengono ben lontana la noia.
I cali di tensione non sono mai eccessivi e l'equilibrio fra lo scatenarsi della furia in battaglia scandita da vere e proprie raffiche repentine, si veda ciò che avviene in "Thule" dal drumming incalzante e irruento, e le dilatazioni evocative e dallo sviluppo melodico intriganti e ben realizzate nella cupa e minacciosa opener "Vorscara" e in "Messenger Of The Vortex Winds", fra le atmosfere desolanti di "Morth" e quelle ancestrali robuste e severe di "Lords Of The Great Dwelling" permette di giungere alla titletrack carichi e concentrati. Siete pronti a lasciarvi trasportare nelle terre del nord da un pezzo che in sé ne raccoglie il fervore e lo spirito fiero? Lasciatevi andare, una volta conclusosi l'outro strumentale "Nord Uliima" condurrà a conclusione le danze con una distinta ma grave quiete.
Non dico che il lavoro svolto in "Nordland" sia perfetto, è però apprezzabile la scelta di puntare su una produzione decisamente più pulita rispetto agli standard che di solito si riscontra in questo tipo di release, c'è qualche "ronzio" piacevolmente incastrato nel sound che fornisce quella sensazione di "ruvido" senza però intaccare la prova strumentale.
C'è da rilevare inoltre l'ottima impostazione e la qualità del drumming, nel caso si trattasse di una drum-machine posso ritenerla fra le più "reali" e piacevoli che abbia avuto modo d'ascoltare e nel complesso la prestazione di Vorh, sì anche dal punto di vista vocale, mantiene una propria dignità costante, nessuna caduta di stile né concessione a trovate che possano corrompere un'ambientazione volutamente al di fuori dal tempo e richiamante per questo l'aura black degli anni Novanta.
È uno di quei casi nel quale sono certo di poter affermare che è buona la prima e augurandogli un cammino in ascesa, vi suggerisco di prestare orecchio a questo debutto, sarebbe un peccato farlo passare inosservato.

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ARC OF ASCENT - The Higher Key


Informazioni
Gruppo: Arc Of Ascent
Titolo: The Higher Key
Anno: 2012
Provenienza: Nuova Zelanda
Etichetta: Astral Projection
Contatti: facebook.com/arcofascent
Autore: Mourning

Tracklist
1. Celestial Altar
2. Land Of Tides
3. Search For Liberation
4. Redemption
5. Elemental Kingdom
6. Through The Rays Of Infinity

DURATA: 43:08

Ci sono lavori che attendi, vuoi la conferma che il primo album non è stata un'illusione, sai che la band è di quelle che può fare bene e non vedi l'ora di averli fra le mani. I neozelandesi Arc Of Ascent mi avevano causato non poche polluzioni con il rilascio di "Circle Of The Sun", ho letteralmente consumato il platter, l'ho ascoltato, sviscerato e ne sono rimasto estasiato quindi la notizia del successore pronto non poteva che farmi scattare sugli attenti.
È arrivato, finalmente è arrivato fra le mie mani "The Higher Key", il timore d'inserirlo nello stereo ed essere deluso anche solo in parte era grande, ho guardato per un po' l'artwork, ancora una volta profondamente spirituale nel contenuto ma orientato anche figurativamente a qualcosa di meno astrale e celestiale a favore di una ritualità maggiormente tribale e carnale, poi mi son dovuto decidere, era ora di fare il passo, apro il cassettino, premo il tasto "play" e: meraviglia!
Dieci secondi di "Celestial Altar" bastano per cancellare, rimuovere e fanculizzare qualsiasi ombra di dubbio sul fatto che mi sarei ritrovato per l'ennesima volta dinanzi a un gran disco, neanche il cambio di chitarrista ha inciso negativamente, infatti l'ascia che produce riff stupendi di matrice sabbathiana/desertica non è più Matt Cole Baker, è Sandy Schaare adesso il titolare della sei corde, non so da dove provenga questo musicista ma la sostanza non è cambiata.
La natura del sound si è mantenuta splendidamente legata a quelle radici che fanno di Black Sabbath con i Kyuss a seguito la loro ragione di vita, che non si stancano mai di venerare come il proprio credo formazioni quali Monster Magnet, Cathedral, sino a giungere alle derive "stupefacenti" dei viaggi di Hawkwind e del kraut-rock fluttuante che ne incorniciano l'esistenza.
Stesso identico numero di brani in scaletta, sono sei come quelli che davano vita a "Circle Of The Sun", anche il minutaggio è similare, quest'ultimo è di poco più breve e le emozioni come la navigazione all'interno dei sensi orientati ad assorbire ed essere piacevolmente frastornati dall'acidità psichedelica condita dal gusto melodico inebriante di "Land Of Tides", il muoversi in terreni oscuri e mistici perdendovisi alla ricerca della chiave di volta in "Search Of Liberation", lo sprofondare in lande doom di "Redemption" che potreste immaginare come un pezzo più rock degli Electric Wizard strafatti, l'elementare formula dell'immediata e bastarda "Elemental Kingdom", abbellita dall'assolo dai contorni orientaleggianti e la distesa sconfinata della quale "Through The Rays Of Infinity" si fa carico, emanano una vibrazione costante e indomita.
Un'esplorazione che alterna escursioni in abissi apocalittici ad altre nelle quali raggiunge vette celestiali, suoni ipnotici, ritornello che ti si stampa a fuoco nel cervello e al contrario della "quiete cosmica" trasmessa, l'effetto su di me è stato opposto, mi ha messo su tanta di quell'adrenalina che avrei potuto spostare un camion a testate.
Sinceramente non so decidermi fra quale dei due album sia meglio, gli orgasmi ad ogni passaggio nel lettore sono stati molteplici e aggiungere che le prestazioni dei singoli siano decisive è quanto meno ovvio ma dovuto, non si può in nessun modo evitare di rendere omaggio alla voce e al basso di Craig Williamson e a un batterista, John Strange, che al momento si colloca fra i migliori in assoluto all'interno della scena.
Basta tirarla per le lunghe, gli Arc Of Ascent sono una stella luminosa e "The Higher Key" la riprova che hanno intenzione di brillare a lungo, l'acquisto di un platter simile è un obbligo morale nei confronti del vostro amore per l'arte stoner/doom, come tale va rispettato, comprate, comprate, comprate "The Higher Key"!

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AVVEN - Kastalija


Informazioni
Gruppo: Avven
Titolo: Kastalija
Anno: 2011
Provenienza: Slovenia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/avvenband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Zmaji
2. Ros
3. Nuala
4. Vvile
5. Ibo
6. Tarak
7. Hej Ti!
8. sPain
9. L.78
10. Tornach

DURATA: 36:54

Oggigiorno trovarsi fra le mani un lavoro autoprodotto è sempre più spesso sinonimo di qualità, sembra strano a pensarci, le band solitamente non dispongono di mezzi e supporti che si potrebbero ottenere con un contratto discografico a seguito, eppure in molte occasioni è capitato (e mi auguro continuerà a capitare) di aver a che fare con album composti, eseguiti e prodotti con una notevole professionalità e pronti a rivaleggiare privi di timore con uscite maggiormente pubblicizzate ma non per questo più valide.
Il folk in genere non è fra i miei ascolti assidui, ogni tanto una divagazione ci sta anche per distendere l'atmosfera e mollare la presa, il disco degli sloveni Avven intitolato "Kastalija" è stato così una sorpresa inaspettata e particolarmente gradita.
Sette elementi che a quanto pare avevano già registrato il platter nel 2009, a tre anni di distanza dal debutto "Panta Rhei" che mi son promesso di recuperare, e che era stato anticipato dai singoli "Ros", canzone allegra condita dalla presenza del piano, della delicata voce di Morrigan e dei cori dirompenti, "Zmaj", pezzo folk-rock orecchiabilissimo con flauti e trombe a render ancor più vivace l'ambiente e "Vvile", che se fosse stata cantata da una donna per impostazione la si sarebbe potuta lontanamente accostare a qualcosa dei Nightwish. Tutti e tre gli episodi fanno parte della tracklist di questo loro secondo lavoro.
Che amino divertire e divertirsi è fuor di dubbio così com'è fuor di dubbio che la scuola tedesca di gente come gli In Extremo e Subway To Sally sia presente nel dna delle tracce coinvolgenti e fresche quali "Ibo", adattissima a uno scatenato ballare, capace di ritagliarsi spazi minuti nei quali il sound acquista pathos e un'emotività più intensa come avviene con la ballad "Nuala" o di indurirsi divenendo più spessa in "Tarak" e "Hej Ti".
Nelle ultime canzoni "Kastalija" acquista un po' di sound latino in "sPain", ascoltate le trombe e capirete, mentre in "L.78" sono la fisarmonica e un simpatico richiamo agli Ensiferum, quel "lai lai lai" che si staglia poco prima del finale li riporta alla mente, a farsi spazio, infine "Tornach" è una chiusura più classica, unico pezzo che abbandona la lingua madre per abbracciare idioma gaelico/britannico gradevole e pone il suggello di qualità a una prestazione priva di scivoloni e cafonate da osteria di quarta serie ormai sempre più in voga.
Per gli ascoltatori navigati gli Avven potrebbero essere una buona realtà sulla quale scommettere in previsione futura, le carte poste in tavola fanno pendere per una possibile crescita e maturazione del progetto e un album come "Kastalija" si pone a garanzia in tal senso.
La festa può avere inizio, la colonna sonora è a portata di mano, date loro una possibilità e provate a passare insieme dei piacevoli momenti.

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PERCEVERANCE - Persistence In Time

Informazioni
Gruppo: Perceverance
Titolo: Persistence In Time
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/perceverancesv - perceverance[at]hotmail.it
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Gambling With The Death
2. Soldiers Of Tomorrow
3. Chaosgeddon
4. The Evil Of A Time To Come

DURATA: 22:30

I Perceverance sono un quartetto savonese formato da musicisti non proprio inesperti e la cui opera prima è un demo dal titolo "Persistence In Time".
Non vi tedierò con i particolari di come io sia venuto in possesso di questo disco ma vi posso riferire come il tutto sia stato frutto di un incontro che definire fortuito sarebbe decisamente un eufemismo.
Bando alle ciance: i Perceverance si presentano a noi con quattro tracce che sono indubbiamente devote al Thrash d'annata e dunque, fatta questa premessa, non vi stupirete nell'ascoltare una "Gambling With The Death" che pesca a piene mani dalla Bay Area, mettendo un accento marcato sull'influenza dei Metallica (mi sembra scontato dire che parlo del periodo in cui i signori di Frisco erano ancora una band con i coglioni e non soltanto un manipolo di troie da baraccone) e, in particolare, di Mr. Hetfield per quanto riguarda l'apporto vocale.
Molto piacevole, oltretutto, la lieve inflessione Heavy che serpeggia in "Soldiers Of Tomorrow" (è solamente mio il problema di udito che mi spinge a sentire i WASP nell'introduzione del pezzo?) che, tuttavia, si tramuta presto in un episodio che richiama in maniera inequivocabile l'incedere tipico che è sempre stato il marchio di fabbrica dei Megadeth.
Stiamo però parlando di Thrash, giusto? E allora non possono mancare tracce come "Chaosgeddon" e "The Evil Of A Time To Come" in cui emerge sfrenato l'impianto sonoro del Thrash più ruvido, solidi assalti che in alcuni frangenti non disdegnano di strizzare l'occhio al modo tedesco di intendere il genere e che si distendono bene in fasi arpeggiate e soliste davvero di ottima fattura.
Ciò che più ho apprezzato in questa prova è l'assenza di "frociaggini" moderniste e porcherie similari: qualcuno di voi potrà obbiettare che il revival Thrash è ormai un fenomeno consolidato ma, nonostante non sia una scena che seguo così attivamente, ritengo che qualche buona cosa ne sia uscita con gli anni e, a mio parere, i Perceverance possono essere considerati in questo numero.
"Persistence In Time", per quanto non foriera di originalità, è una piccola prova di passione e, in tutta onestà, credo che chiunque tra voi si diletti spesso con sonorità Thrash almeno una possibilità a questo prodotto nostrano dovrebbe concederla.

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SECRETS OF THE MOON + BETHLEHEM + DORDEDUH (06/10/2012 @ Alte Kaserne, Zurigo)


Informazioni
Gruppi: Dordeduh, Bethlehem, Secrets Of The Moon
Data: 06/10/2012
Luogo: Alte Kaserne, Zurigo (Svizzera)
Autore: ticino1

È un bel sabato, caldo, quasi estivo, uno di quelli che ti spinge a uscire, piuttosto che chiuderti in un locale per un concerto. La scaletta, molto varia, non ammette discussioni ed è un argomento più che valido per saltare nel treno diretto a Zurigo per una serata che promette miracoli. In redazione ho sentito pareri controversi riguardo i rumeni Dordeduh, gruppo che, come apprenderò in sala, ruota attorno a un membro dei Negura Bunget. Ho rinunciato di proposito all'ascolto del loro disco per potermi poi tuffare a freddo nell'atmosfera live.

Arrivato sul posto, la prima domanda che pongo a una ragazza incolonnata davanti all'entrata è "Dimmi solo che aspettano tutti davanti alla cassa...". La risposta è netta: "Sì, cazzo d'organizzazione... l'ultima volta andava meglio". Ok, m'incolonno pure io, non prima d'avere barato su qualche posizione e tengo pronto il mio biglietto per la simpatica signorina che mi ornerà il braccio col timbro d'accesso. Per celebrare i prezzi esosi della birra pagati l'ultima volta che visitai il locale, più di 7 Euro per una bottiglietta da tre decilitri, approfitto delle qualità della mia borsa foto e del mio gilè di pelle per contrabbandare una bottiglietta di Coca-Cola condita con Whisky (o viceversa...). Un conoscente, parlando di bevande e prezzi, mi dice con soddisfazione che questa volta offrono delle lattine da mezzo litro a poco più di 4 Euro cadauna... pare che il comitato d'organizzazione sia riuscito a convincere la direzione del locale a migliorare le condizioni di vendita.


Il palco è pronto per i Dordeduh; asse da percussione, strumenti a fiato esotici... la curiosità aumenta. Il ritardo che si accumula e le continue discussioni fra i tecnici del suono sono sospette e preoccupanti. Con una proroga di quasi mezz'ora, i rumeni iniziano a suonare e mi sorprendono subito con un'atmosfera densa e indiscutibile talento strumentale. La bionda polistrumentista, bisogna dirlo, non è solo capace ma anche molto piacevole all'occhio. Il tempo a disposizione è poco, se paragonato alla durata superiore all'ora del disco uscito quest'anno, ma l'esecuzione non lascia rimpiangere nulla; i musicisti mostrano di sapere il fatto loro e di padroneggiare tutti gli strumenti. A volte mi pare addirittura di assistere a un concerto jazz, tanto è evidente di trovarsi dinanzi a persone che hanno studiato la materia. Il tecnico di scena è tanto fissato sulle sue scariche di fumo sul palco che gli si chiede cortesemente di lasciare stare, altrimenti "non vediamo più nulla qui". Il gruppo convince in pieno, così che non esito ad accaparrarmi il CD.


Molti presenti sono venuti proprio per loro, i Bethlehem. Nella formazione troviamo ancora solo Jürgen Bartsch, bassista, a rappresentare l'ultimo bastione dei membri originali. I tedeschi suonano oggi l'ultima data della tournée e lodano la scelta del trio che la compone. La presenza in scena è sobria, tanto quanto la musica presentata. Nessun senso di positività o di gioia, Bethlehem è sinonimo di oscurità, disperazione perversa. La prima cosa che penso è "Altro che Suicidal Black Metal...". La scaletta presentata offre una buona scelta di pezzi che onorano, ricevendo urla d'approvazione dal pubblico, anche le prime mitiche registrazioni. Alcuni problemi tecnici, come la chitarra che per qualche momento perde la sua voce, non disturbano gli esperti musicisti che continuano imperterriti sul loro cammino. Rogier Droog, monolito del metallo nero in generale, presta con la sua presenza carismatica il tocco plateale necessario per rappresentare un tale gruppo. Bella prestazione.


Le stelle della serata sembrano essere i sassoni Secrets Of The Moon che celebrano con questa serie di concerti il loro quinto album. La platea ha subito un lifting e si mostra ringiovanita di qualche anno. Sì, i tedeschi paiono entrare nel quadro ideale per il metallaro moderno "under 25". Alcuni conoscono addirittura i testi e li cantano con i loro eroi. "Lucifer Speaks" è solo uno dei pezzi che provoca gioia generale fra i presenti. L'esile ragazza al basso non è solo carina ma sa definitivamente il fatto suo e pare non avere problemi a presentarsi con una formazione altrimenti puramente mascolina. Il concerto è, per i miei gusti, ottimo ma troppo professionale in senso negativo. Mi manca un poco l'unicità che dica "siamo i Secrets Of The Moon, siamo i soli e veri". Non posso godermi la rappresentazione fino all'ultima canzone, comunque sono soddisfatto; è stata una bella serata con buone formazioni che si sono spaccate il culo per noi.

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HAIDUK - Spellbook


Informazioni
Gruppo: Haiduk
Titolo: Spellbook
Anno: 2012
Provenienza: Calgary, Alberta, Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: haiduk.ca
Autore: Bosj

Tracklist
1. Lich
2. Stormcall
3. Black Wind
4. Maelstrom
5. Forcefield
6. Hex
7. Tremor
8. Fire Wield
9. Lightning
10. Vortex

DURATA: 32:50

Dal cuore del Canada, da Calgary, principale città dell'Alberta, emerge la creatura Haiduk, oscura e ribollente entità dedicata a un death venato di melodia e sfumature thrashy. La mente dietro tutto questo, il chitarrista e cantante (nonché autore di tutto il resto, trattandosi di una one man band) Luka Milojica, ha le idee ben chiare: laddove molte, moltissime uscite di death melodico scadono nella mediocrità, nella mancanza di personalità e nei suoni piatti che fecero la sfortuna della scena sul finire degli anni '90, il canadese sbaraglia completamente la concorrenza, confezionando un album dalla viva personalità e da una solidità strutturale indiscutibile.

"Spellbook", full lenght di debutto e seguito del demo "Plagueswept" datato 2010, è un concept album in dieci brani che, come evincibile dai titoli di disco e brani, parla di magia nera e incantesimi: ogni brano è dedicato a una diversa formula magica e nel dettagliato booklet, anziché il testo del pezzo, si trova un'ampia e dettagliata descrizione dell'incantesimo stesso, fornendo all'album un'interessante e decisamente poco comune impostazione enciclopedica.

Dal punto di vista musicale, Milojica, che si definisce primamente chitarrista, lascia facilmente intravedere le sue origini di axeman strutturando le composizioni qui presenti in modo tale che il loro fulcro sia sempre rinvenibile nel massiccio, monolitico riffing che permea l'intero lavoro. Questo, se da un lato comporta una poca se non nulla varietà nella forma canzone delle dieci diverse tracce (riff, riff, riff e ancora riff), dall'altro mette in luce tutte le abilità compositive del canadese, in grado di inanellare pezzi molto compatti, brevi e d'impatto, senza allontanarsi dal solco del componimento death/thrash di facile assimilazione. Momenti come l'attacco di "Maelstrom" non potranno che farvi saltellare in giro per la stanza, garantito. Aggiungiamo poi una produzione ottima e funzionale, in grado di donare spessore a ogni singola plettrata, e il gioco è fatto: drum machine di supporto a cavalcate violentissime e al fulmicotone dietro ogni angolo, growl bestiale mai invadente (di nuovo, per lasciare visibilità alle chitarre), ritmi sempre alti e intrattenimento assicurato, a dimostrazione che il death metal può dire molto in tutte le sue forme, anche quelle più accessibili, se il materiale è scritto a mestiere.

Ciò che "Spellbook" non è: un album vario.
Ciò che "Spellbook" è: un lavoro personale e ottimamente caratterizzato, esempio di come si dovrebbe comporre, suonare e produrre un disco.

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MONADS - Intellectus Iudicat Veritatem


Informazioni
Gruppo: Monads
Titolo: Intellectus Iudicat Veritatem
Anno: 2011 (ristampa 2012)
Provenienza: Belgio
Etichetta: Autoprodotto (ristampa Ordo MCM)
Contatti: Facebook - Bandcamp Ordo MCM
Autore: Insanity

Tracklist
1. The Stars Are Screaming
2. Broken Gates To Nowhere
3. Within The Circle Of Seraphs
4. The Obsolete Presence
5. Absent As In These Veins

DURATA: 54:25

Sono una sorta di supergruppo i Monads, i membri all'interno di questo act fanno o hanno fatto parte di realtà più o meno conosciute quali Trancelike Void, Sanctus Nex, Omega Centauri e non solo. Tutte band giovani che in poco tempo hanno già dato alla luce lavori spesso molto godibili, il disco di cui parleremo, "Intellectus Iudicat Veritatem", segue la medesima linea distaccandosi (non del tutto) dal Black Metal dei monicker citati per approdare in territori più doomeggianti.
Le cinque tracce che compongono il disco, come nella miglior tradizione del genere, raggiungono durate comprese tra i sei e i tredici minuti per un totale di quasi un'ora di musica. Il Funeral dei Monads trae ispirazione da gente come Evoken e specialmente Mournful Congregation, tecnicamente niente di particolarmente innovativo ma in più di un'occasione la personalità del quintetto belga viene messa in mostra. L'opener "The Stars Are Screaming" apre le danze su tonalità grigiastre per poi appesantirsi con accelerazioni quasi Death che culminano in un'apertura in cui arpeggi e chitarra solista donano una boccata d'aria dopo la tensione iniziale, una luce che seppur fioca e pallida riesce a diradare la nebbia soffocante mantenendosi viva anche in "Broken Gates To Nowhere", brano che nella sua parte centrale porta alla mente sonorità Post-Rock. Il sound è in generale relativamente arioso, sono poche le occasioni in cui si fa più scuro e le parti arpeggiate donano un'atmosfera vagamente sognante al tutto, in "The Obsolete Presence" ad esempio si intrecciano benissimo con i riff dando vita a picchi emotivi non indifferenti. Il disco regala sorprese fino alla fine, gli ultimi tre minuti di "Absent As In The Veins" riprendono il Post-Rock sopra citato per poi trovarci in pochi secondi travolti da una sfuriata puramente Black/Death.
Tra riff che spesso e volentieri emanano sogni e speranze, una sezione ritmica varia e in poche occasioni opprimente e una voce lontana dal growl catacombale tipico del genere, i Monads risultano un ascolto molto gradevole e leggero rispetto allo standard Funeral, chi ha amato i Mournful Congregation di "The Monad Of Creation" (sarà casuale l'assonanza tra questo titolo e il monicker dei belgi?) probabilmente apprezzerà anche questo disco. Da tenere d'occhio, attendiamo le prossime mosse.

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WYRM - Rune Rider


Informazioni
Gruppo: Wyrm
Titolo: Rune Rider
Anno: 2012
Provenienza: Boemia, Repubblica Ceca
Etichetta: Murderous Productions
Contatti: wyrm.cz
Autore: Bosj

Tracklist
1. Necrotoxic
2. The Fallen
3. Night Stalker
4. Rune Rider
5. Ballet For The Antichrist
6. Fucked In The Grave
7. Cave Canem
8. With Hate In Their Eyes
9. ... And Cursed Be The Land I Walk Upon

DURATA: 38:21

Alla scoperta dell'underground europeo, questa volta facciamo sosta in Boemia, occupandoci di un act attivo da ben quindici anni: dal centro del continente, ecco i cechi Wyrm giungere al traguardo del terzo full lenght per la conterranea Murderous Productions.
Per quanto non possa che ammettere la mia ignoranza relativamente alla scena ceca, non credo sia per questo motivo che fatico davvero ad impostare questo articolo: non riesco a trovare dei riferimenti adatti per inquadrare la proposta del gruppo. Sicuramente la band suona black metal (o almeno tale è l'intento), sicuramente il suono è molto moderno, spesse volte ai limiti del black'n'roll, ma... Manca qualcosa. Questo "Rune Rider" è un disco terribilmente piatto. Non c'è assolutamente nulla fuori posto, sia chiaro, il vero problema è anzi l'opposto: non c'è assolutamente nulla che ti rimanga impresso. L'ascolto del lavoro dei quattro ragazzi boemi, (anzi, tre ragazzi e una ragazza) risulta ostico a causa di una vera e propria mancanza di mordente, un'assenza di spunti personali che ne mina l'appeal in profondità. I riff di chitarra sono sempre le stesse tre note che si rincorrono, sempre alla stessa velocità, nella più totale prevedibilità, salvo di quando in quando uno sparuto assolo (!), in verità abbastanza estemporaneo rispetto al contesto. La batteria, anche quando dovrebbe spingere sull'acceleratore, resta ancorata su mid-tempos banalotti, privi di quella carica maligna di cui il metallo nero dovrebbe farsi veicolo. Mormo, dietro al microfono, non riesce a sua volta ad imporsi come protagonista con il suo scream esageratamente monotono. Insomma, "Rune Rider" è un album che ha già detto tutto nei primi quaranta secondi, un lavoro che finisce esattamente come parte, senza sorprese lungo tutti i suoi quasi quaranta minuti, tolto forse l'excursus punk "Fucked In The Grave", brano da un minuto e mezzo che lascia intravedere quanto a fondo il verbo dei "nuovi" Darkthrone abbia attecchito, anche nel pieno della Repubblica Ceca.
Colpevole di questa generale mancanza di emozioni è, purtroppo, una produzione molle, incapace di donare spessore al suono, di diversificarne i diversi toni e strumenti.
Dispiace sempre non poter elogiare il lavoro di una formazione, purtroppo però ci sono casi in cui, se si è in cerca di buona musica, è necessario volgere lo sguardo altrove.

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AVVEN


Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Dope Fiend

Formazione
Galvin - Chitarra
Anam - Voce, Chitarra
Ierlath - Basso
Aillan - Batteria, Percussioni
Morrigan - Violino
Anej I. - Flauto
Peter Dimnik - Tastiere


Sono sloveni, giovani e hanno voglia di divertire e animare le nostre giornate con la loro musica. Parlo degli Avven, realtà del panorama folk della quale abbiamo parlato relativamente all'ultimo lavoro intitolato "Kastalija" (la recensione è inserita nel listone), vediamo di conoscerli meglio.

Benvenuti su Aristocrazia Webzine, come state? L'estate calda e perfetta per i live è iniziata anche per voi? Siete già in giro?

Anam: Ciao! Stiamo benissimo! Siamo lieti di avere la possibilità di parlare di noi su Aristocrazia Webzine. Abbiamo fatto un tour europeo circa tre mesi fa. Durante l'estate suoneremo in alcuni festival in Slovenia ma, come tu hai detto, i festival estivi semplicemente spaccano, ci piace suonare lì.


Raccontiamo ai nostri lettori chi sono gli Avven, come sono nati e quali sono gli avvenimenti fondamentali della vostra storia come band?

Gasper: Gli Avven sono nati ufficialmente nel 2004. Il gruppo era formato da Anam (cantante, chitarrista), Ierlath (bassista) e me. È stato il primo progetto musicale per tutti noi, dopodiché anche altri membri si sono uniti alla ciurma. Un altro fatto interessante è che, fin dall'inizio, la band si è concentrata soltanto sulla creazione di musica propria, così nel 2006 abbiamo pubblicato il nostro album di debutto "Panta Rhei", che ci ha fatto conoscere nel nostro panorama nazionale. Abbiamo suonato concerti e avorato molto sul disco successivo e, infine, ad aprile 2011 il nostro secondo album, "Kastalija", è uscito. "Kastalija" ha apportato alcune modifiche importanti nel panorama musicale sloveno. Abbiamo anche avuto qualche cambio di line-up nel corso degli anni ma posso dire che la formazione attuale è veramente stabile.


Una cosa che mi son sempre chiesto è come si faccia a far convivere molte teste all'interno di una band, è già complicato quando si ha a che fare con formazioni "tipo" di tre o quattro elementi. Voi siete in sette, come gestite le situazioni che ruotano intorno a ciò che sono gli Avven e a ciò che è la vita di ogni giorno? Non è intricato?

Anam: Organizzare il nostro programma di prove a volte è complicato, sì, ma in realtà negli ultimi anni tutti abbiamo compreso che gli Avven sono una priorità, oltre alle cose che non possono aspettare (i nostri posti di lavoro e le famiglie). Non trovo quindi la situazione così difficile. Recentemente abbiamo iniziato a preparare il materiale per il nostro prossimo album e stiamo lavorando su base quasi quotidiana. Questo ci infonde tanta energia. E anche scrivere nuove canzoni è molto semplice, dal momento che a tutti noi piace mischiare cose diverse in un unico pezzo.


Il vostro secondo disco "Kastalija" era già pronto nel 2009, giusto? Cosa ha portato a una pubblicazione ritardata di ben due anni? E perché farlo anticipare da ben tre singoli?

Gasper: Il mastering è stato effettivamente completato nel 2010. La produzione audio è stata molto prima ma il problema era sempre la parte finanziaria e volevamo anche un qualche tipo di label che ci aiutasse con la promozione. Dal momento che questo non è stato possibile in Slovenia e che il disco è stato registrato completamente in lingua slovena, alla fine l'abbiamo autoprodotto. Abbiamo anche voluto rilasciare tre singoli prima dell'uscita ufficiale del nuovo album per la stessa ragione. Abbiamo dovuto lavorare da soli alla promozione dell'album e l'unico modo possibile per noi era di utilizzare i singoli.


Il platter passa da influenze più rock ad altre più classiche del metal sinfonico sino a quelle che riportano alla scena folk-metal, la quale sembra acquisire fan giorno dopo giorno. Quali band ritenete i vostri punti di riferimento come visione del vostro sound e quali sono gli ascolti che avrebbero potuto influire sulla stesura dei pezzi?

Anam: Come ho detto, a tutti noi piacciono diversi stili di musica e per questo si possono trovare molte influenze diverse. Penso che le band principali siano Metallica, System Of A Down, Nightwish, In Extremo e Pendulum. Alcuni dei membri della band ascoltano anche un sacco di musica folk di diverse culture. Recentemente abbiamo profuso tutto il nostro impegno nella realizzazione di un nuovo suono moderno per il nostro prossimo album che sarà, credo, sorprendente per tutti i nostri fan. Ci saranno ancora gli stessi aspetti melodici ma saranno diverse le modalità di produzione e inoltre si distaccherà molto dal precedente "Kastalija". Ci piace sorprendere noi stessi e il nostro pubblico, offrendo qualcosa di fresco.


Non posso negare di esser un fruitore occasionale del genere, non un patito e devo dire che molte volte metto su album come il vostro per allontanarmi dal settore estremo e rilassarmi, mi regalano un sorriso e allentano la pressione, con brani quali "Zmaj" e "Ibo" ad esempio mi son veramente divertito. Quale è il modo in cui componete? E quali sono le caratteristiche fondamentali per rendere "vero" un pezzo di questo stile? Ho percepito, anche a detta di molti amici più esperti di me come ascolti di questo tipo, un appiattimento e una sorta di derivazione estrema nell'interpretazione di molti nuovi gruppi, come si rimane personali e genuini?

Gasper: Questa è questione complessa e richiede una risposta molto semplice [ride]. Beh, penso che basti scrivere canzoni che sgorgano direttamente dal cuore. Se si forza questo processo, non succede nulla di buono. Voglio dire, è necessario spingere nel senso della disciplina, continuare a lavorare costantemente ma non bisogna forzare il songwriting. Ogni canzone ha bisogno del suo tempo. Per quanto riguarda il nostro processo di composizione, di solito uno dei membri porta un'idea in sala prove e gli altri membri cercano di completare il suo lavoro. Siamo in grado di sentire se la parte musicale costruita è buona ma non la metteremo nella canzone perché, per noi, deve essere grande, non soltanto buona.


Da cosa traggono spunto i vostri testi e perché avete invertito la rotta in "Tornach" presentando come chiusura una canzone dal testo in inglese con la prima parte, se non erro, in gaelico?

Anam: I testi sono ispirati dal mondo della fantasia. Pura fantasia. Alcuni dicono che siano basati sulla mitologia ma, in realtà, non è così. In alcuni casi la mitologia è solo la fonte che alimenta la fantasia. Mi piace anche sperimentare con i testi ed è per questo che ne ho inseriti alcuni basati sulla lingua gaelica. Ripeto però, è fantasia, non si trova nei libri, accendete la vostra immaginazione!


In quasi tutti i pezzi dell'album vi è la partecipazione di uno o più guest, come sono nate tali collaborazioni? E come riuscite poi in sede live a coinvolgere gli artisti che hanno supportato il vostro operato in studio?

Gasper: Quando stavamo componendo i pezzi per "Kastalija" sapevamo che per alcune parti avremmo avuto bisogno di alcuni extra, di strumenti specifici. La maggior parte dei musicisti ospiti su "Kastalija" sono in realtà nostri amici. Ci è piaciuto molto lavorare con loro, dal momento che sono tutti anche grandi musicisti. Parlando di performance live, per alcuni concerti speciali potremmo anche suonare con alcuni ospiti ma, a dir la verità, non riteniamo necessario avere live lo stesso suono dell'album. Ci sono altre cose più importanti ai concerti.


Questa tipologia di musica è fatta per essere vissuta appieno "on stage", quanto e come vi siete mossi in questi anni? Qual è stato il miglior concerto e il peggiore al quale avete preso parte?

Anam: Adoriamo suonare live. Abbiamo suonato circa centocinquanta concerti dall'uscita del nostro primo album. Non è tanto ma fino al 2012 abbiamo praticamente suonato solo in Slovenia, un paese piccolo. La migliore esperienza live per me è stata sicuramente a Lubiana in Congress Square. Abbiamo suonato di fronte a diecimila persone, un grande successo. Non riesco a ricordare il peggior concerto. Anche se suoniamo davanti a cinquanta persone, non significa che il concerto sia andato male. Una volta abbiamo suonato un live e il tendone della location era vuoto. Non scherzo, vuoto [ride] ma ci abbiamo messo tutto il nostro impegno e, alla fine, le poche persone che erano presenti urlavano così tanto che abbiamo dovuto suonare un altro pezzo [ride di nuovo]. Una grande esperienza.


Slovenia = Metalcamp: se non erro sarete presenti nel bill di quello che è divenuto un festival prestigioso e molto frequentato. Sono davvero questi i posti nei quali giocarsi il tutto per tutto? Parlo in questi termini perchè sembra esserci un calo frequente di presenze in altri tipi di eventi o perlomeno in Italia pare proprio essere così.

Galvin: Beh, non suoniamo il tipico folk metal e possiamo suonare anche in molti diversi festival rock in tutta la Slovenia. La nostra musica ha anche avuto qualche passaggio radiofonico nelle radio slovene. E abbiamo un pubblico misto di metallari, amanti del rock e anche di persone che ascoltano pop. Ciò di cui tu parli, però, è un problema per le band metal più estreme, per loro è tutto o niente. Per le band metal slovene la situazione è estremamente difficile, in quanto il pubblico metallaro in Slovenia è piccolo, dopotutto. Firmare per un'etichetta e avere una diffusione internazionale è l'unica opzione.


Quali sono le vostre posizioni su temi quali file-sharing, "pay to play" e "dematerilizzazione" dei dischi, quindi vendita unicamente in mp3? Sono sintomi che riflettono il malessere di una società in un periodo di decadimento culturale e artistico?

Anam: Questi sono tempi difficili per l'industria musicale, dal momento che non si è ancora adattata ai cambiamenti della tecnologia. A causa di Internet la gente ha smesso di acquistare i CD, è vero ma dobbiamo capire che Internet ha anche offerto numerose nuove opzioni. Diversi social network e siti di video aiutano band, anche più piccole, ad autopromuoversi individualmente. Quindi credo che sia diventato molto più facile crescere, svilupparsi e lentamente guadagnarsi un buon numero di sostenitori, dal momento che è possibile raggiungere i fan gratuitamente. Non resta che adattarsi un po' di più e trovare nuovi metodi. Non si può fermare il progresso della tecnologia, questo è un dato di fatto.


Vi viene offerta la possibilità di organizzare un piccolo festival con cinque o sei formazioni a vostra scelta, quali sarebbero le possibili candidate e perché?

Anam: Uhhh, organizzerei un grande festival con Avven e Metallica, System Of A Down, Linkin Park, Nightwish, Pendulum e In Extremo. Perché? Perché queste sono le band che di recente sono diventate le nostre più grandi influenza musicali, considerando produzione e songwriting.


Torniamo a "Kastalija", diamo ai nostri lettori cinque buoni motivi per cui dovrebbero inserirlo nei loro ascolti e possedimenti.

Gasper: "Kastalija" ha: 1) anima, 2) potenza, 3) energia, 4) bellezza, 5) è uno dei migliori album recenti e abbiamo bisogno di dimostrarlo anche a voi! [ride]


I progetti futuri in casa Avven quali sono? C'è già in lavorazione il terzo lavoro?

Gasper: Sì! Attualmente stiamo lavorando al nostro terzo album, il quale uscirà nel 2013. Questo disco sarà sicuramente una sorpresa! Crediamo molto nel nostro nuovo materiale, lavorare insieme negli ultimi mesi è stato davvero emozionante e non vediamo l'ora di presentate le nostre nuove creazioni al pubblico!


E con questa si conclude la nostra intervista, ancora una volta vi passo la parola per un saluto o un messaggio diretto a coloro che seguono il nostro sito.

Anam: Siamo lieti di invitare tutti a visitare il nostro sito ufficiale: www.avven.com. Ci potete anche contattare sulla nostra pagina Facebook: www.facebook.com/avvenband. Continuate a scoprire nuova musica e rimanete sintonizzati sugli Avven!

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