Informazioni
Gruppo: Manowar
Titolo: The Lord Of Steel
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Magic Circle Music
Contatti: facebook.com/manowar - manowar.com
Autore: Akh.
Tracklist
1. The Lord Of Steel
2. Manowarriors
3. Born In A Grave
4. Righteous Glory
5. Touch The Sky
6. Black List
7. Expendable
8. El Gringo
9. Annihilation
10. Hail, Kill And Die
11. The Kingdom Of Steel [traccia bonus per la versione CD]
DURATA: 55:00
 I Manowar si amano o si odiano, in quanti forum musicali ci sono stati scontri con post infuocati a difenderli o denigrarli? Molti, a volte troppi. Di tutto ciò i quattro paladini del Metallo, i fratelli di sangue (e qualcuno direbbe "...di braghette...") hanno saputo fare buon viso a cattivo gioco, lavorando come fabbri sulla spada, battendo, battendo e battendo ancora sulla spada e dopo... battendo, battendo e ancora battendo il ferro caldo.
Ecco i Manowar sono questi, prendere o lasciare, ma a prescindere dalla vostra risposta andiamo a vedere a che punto è questa infernale spada a cui è stato aggiunto il titolo "originale" di "The Lord Of Steel". Undici brani ci vengono scaricati addosso con la gentilezza tipica dei puri e duri, forse dopo le critiche alle lungaggini del precedente "Gods Of War" qua si apre subito a suon di randello, privi di fronzoli e immediatamente proiettati nel mondo metallico di Conan il Cimmero, dove si ribadiscono concetti come: sangue, metallo, morte; se non altro da loro si sa cosa aspettarsi...
L'iniziale "The Lord Of Steel" dico immediatamente che è il pezzo che meno mi piace del disco (senza considerare la traccia bonus), una sorta di brano Hard Rock iper ispessito da placche virulente di metallo (ciò che definisco canzone da "motociclista", un po' alla "Louder Than Hell" giusto per intenderci) che mi fa istantaneamente pensare al peggio, riportandomi alla mente tutte le loro cavalcate classiche con un certo disappunto di mancato impegno.
Basta poco però per farmi rialzare la testa ciondolante; il trio seguente mi lascia senza parole: "Manowarriors", "Born In A Grave", "Righteous Glory" sono semplicemente all'altezza di quelle perle sacre tipiche dei loro primi quattro album, che seppero farmi urlare da ragazzino quando ancora la diatriba sui Brothers Of Metal era esclusivamente cartacea.
La produzione è ben equilibrata, potente, scarna, efficace; stranamente il basso suona come mai da basso, certo pastoso, grosso, in evidenza ma ricordandoci che è un quattro corde in maniera da sposarsi al meglio al suono della chitarra di Logan, anch'essa pastosa e vagamente cartonata nella fase ritmica pur girando perfettamente nel suo insieme, con un suono minimale acustico della batteria e i vocalizzi del perenne e mai domo Eric Adams, indubbiamente uno dei cantanti più apprezzati e inossidabili al mondo.
Sempre lui, che considero l'arma in più del combo americano, torna a interpretare ed emozionare magistralmente alcuni frangenti, come nel caso della seduttiva power ballad "Righteous Glory", che mi ha saputo ricordare la superba "Mountains" per certi accordi dell'epoca d'oro, in cui sfugge un lieve tocco zeppeliniano a metà brano, mantenendo comunque inalterato il valore di futuro evergreen. Sono presenti anche suoni lievi e arrangiamenti di flauti e piano a rendere ancor più suggestivo il tutto, cosa che avviene anche per la calzante "Born In A Grave" (sentite un po' gli accordi introduttivi e ditemi se non vi ricorda chi Abbath ha saccheggiato negli ultimi album) che mi "ingarzullisce" non poco nel suo refrain da cantare a squarciagola e tenendo il tempo in maniera esaltata e incontrollata grazie ad un rifferama robusto di indubbia efficacia.
Oramai il disco è lanciato e "Touch The Sky", "Black List" ed "Expendable" hanno oramai la strada spianata, il voltaggio rimane alto e la propensione a calarsi come un'orda bellica agli ordini del sacro verbo del Metal è ai massimi livelli; così i richiami al blood, al metal e a tutto il resto (Valhalla incluso) esalteranno le legioni di fanatici in giro per il mondo che non rimarranno indifferenti a questi nuovi inni dei signori dell'acciaio, la cui volontà di regalarci un album maggiormente sobrio e dannatamente classico è un'intezione mantenuta.
"El Gringo" spiazza per il titolo e per la sua funzione da tema principale del film omonimo, non sono uno che guarda film quindi non lanciatemi anatemi, ma è difficile davvero immaginarsi (e francamente fa anche un po' schifo...) i Manowar in mutandine di pelle, martelli e scarponcini di finta renna in mezzo alle lande assolate del Messico fra cactus, sparatorie e tequila, ma se togliamo questa immagine il tutto rimane all'interno del mondo sonoro dei newyorchesi e ben ci sta nel suo insieme nonostante la perplessità iniziale.
Con le seguenti "Annihilation" e "Hail, Kill And Die" (altro brano da cantare scuotendo la testa energicamente) si chiude in bellezza la versione scaricabile del lavoro, due canzoni che non si discostano minimamente dal contesto generale, Logan come in precedenza si esibisce in lead d'effetto e che ben si applicano al guitar air, tanto che anche mia figlia dopo aver sentito e risentito "The Lord Of Steel" ha detto: "Ma lo sai che i Manowar mi piacciono proprio! Non so perchè fai tutti quei versi...". È giovane e ancora non capisce... mi vien da sorridere al pensiero.
La nota stonata arriva a mio avviso dal brano bonus, sicuramente il più melenso e infarcito di tastiere (che a onor del vero erano presenti anche in precedenza ma con tutt'altro approccio), veramente fuori luogo dopo una cavalcata vigorosa come quella appena intrapresa. Chissà, forse si è voluta concedere la caramellina a chi predilige suoni maggiomente sinfonizzati o "rapsodiani", comunque per me avrebbero potuto tranquillamente lasciarla fuori e non mi sarei lamentato.
Se l'ordine ufficiale quindi era di mantenere le linee e conquistare nuove frontiere, direi che Di Maio & Co. ci sono riusciti alla grande, certo ribadiamo che l'originalità non è pervenuta, si riciclano perpetuamente. Mi chiedo il motivo per cui ci debba essere almeno un testo che compia un autoplagio dell'intera discografia della band, ma poi rivedo negli occhi le bandiere di stati improbabili con il logo dei nostri guerrieri di pelle e mi dico: sicuramente qualcuno crede davvero nell'essere fratelli del metallo sotto la loro etichetta e quindi perché cancellare la fede e l'incanto che si ricreano quando i Cavalieri Del Metal ci rimandano a vibrazioni pacchiane, tracotanti, inverosimili ma cosi enfatizzate, convinte, esaltanti da portarci in lidi aggreganti in cui si è dediti alla conquista di un mondo senza remore o timori di farsi male?
Chi li detesta continuerà a detestarli sempre di più, chi li odia visceralmente avrà di che continuare a lamentarsi su forum, blog, mail, cell, ipad, carta igienica, ecc... Chi invece li adora indubbiamente li adorerà, adorerà anche questi nuovi dieci inni alla grandezza del metallo, sicuramente dieci pezzi che andranno ad ampliare i loro classici e la loro storia.
Il fabbro nel frattempo continua a battere, battere e ancora battere il suo metallo... il suo acciaio...
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Gruppo: Wintersun
Titolo: Time I
Anno: 2012
Provenienza: Helsinki, Finlandia
Etichetta: Nuclear Blast
Contatti: wintersun.fi - facebook.com/wintersun
Autore: Insanity
Tracklist
1. When Time Fades Away
2. Sons Of Winter And Stars
3. Land Of Snow And Sorrow
4. Darkness And Frost
5. Time
DURATA: 40:07
 Che sia uno degli album più attesi dell'anno (o forse dovremmo dire degli ultimi anni?) è fuori discussione, se ne è parlato tanto e finalmente è tra noi: mi riferisco a "Time I", prima parte dell'ambizioso secondo disco dei Wintersun di Jari Mäenpää che non ha certo bisogno di presentazioni. La storia ci insegna che non sempre i lunghi tempi di lavoro portano a risultati di qualità, d'altro canto il debutto conquistò il cuore di numerosi ascoltatori, cosa aspettarsi quindi?
In questo clima di paura mista a curiosità ci accingiamo all'ascolto del disco ed è con "When Time Fades Away" che si aprono le danze, un'intro strumentale che non lascia alcun dubbio su ciò che ci aspetta: un sound maestosamente sontuoso in cui fanno capolino influenze dall'estremo oriente nella strumentazione e nella scelta di alcune melodie, l'impressione è quella di ascoltare la soundtrack di qualche colossal hollywoodiano, l'atmosfera si fa a dir poco epica. E finalmente arriviamo alla lunga "Sons Of Winter And Stars", un brano che nei suoi tredici minuti mantiene le promesse con il mix Power/Melodic Death che rese celebre il debutto, condito da sinfonie che possono ricordare in qualche modo i nostrani Rhapsody per pomposità ed imponenza; forte di melodie orecchiabili e ben strutturate e di linee vocali che specialmente nella seconda metà offrono prestazioni sopra le righe, questa risulterà la traccia migliore del lavoro. A seguire troviamo "Land Of Snow And Sorrow" che si muove su ritmi meno sostenuti, vuole essere un brano evocativo ed atmosferico (seppur meno maestoso del precedente) ma purtroppo riesce nell'intento solo a metà, l'attenzione in alcuni passaggi si perde e i continui alti e bassi emotivi non aiutano. Facciamo una pausa con i due minuti sinfonici di "Darkness And Frost", non se ne capisce l'utilità dato che in fondo sono passati poco più di venti minuti dall'intro e manca solo un'altra traccia alla fine dell'album e a questo punto il pensiero che potrebbe balenare è proprio che mancando così poco e avendo ascoltato finora una traccia buona ed una appena sufficiente non ci saranno molte altre occasioni di migliorare il bilancio. La realtà è che la conclusiva "Time", pur offrendo momenti su cui c'è ben poco da ridire, risulta un ascolto pesante in quanto non aggiunge niente, l'interpretazione vocale di Mäenpää, ottima in tutto il lavoro, salva in parte la baracca ma gli ultimi minuti, ancora orchestrali e dal sapore orientale, ci conducono verso un finale che lascia un po' l'amaro in bocca. Siamo giunti quindi alla fine del primo tempo di "Time", in attesa del secondo tiriamo qualche somma: formalmente il disco ha tutte le carte in regola per essere un capolavoro del genere, si sente che c'è molto lavoro dietro, tuttavia ci sono troppe cose che non vanno. Forse i tempi esageratamente lunghi hanno danneggiato il processo di creazione, forse Jari è stato troppo ambizioso e ha voluto strafare, forse ha messo dentro fin troppe idee, sta di fatto che l'album non offre quanto ci si aspetta; non dirò che è un brutto lavoro nè che non vale niente, piuttosto che la delusione deriva dal confronto sia con "Wintersun" (che in fondo tolte le orchestrazioni ha lo stesso lo stile, specialmente per quanto riguarda le chitarre e i loro intrecci con le tastiere), sia con ciò che avrebbe dovuto e voluto essere. La produzione di cellofan inoltre non aiuta, ne risentono soprattutto la batteria, per niente incisiva, e in alcune fasi le chitarre; tolto questo, il lavoro al mixaggio è più che buono, sicuramente unire così tanti strati in modo da valorizzare ogni singolo strumento non deve essere stato un lavoro semplice. In attesa di "Time II" e sperando che non dovremo aspettare altri cinque anni, questo è ciò che i Wintersun ci offrono: un ascolto per farsi un'idea lo consiglio a chiunque sia anche solo minimamente interessato (d'altronde l'uscita di questo disco è un evento quasi storico), in particolar modo chi apprezza il Metal (molto) sinfonico qua troverà pane per i propri denti.
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Gruppo: Humangled
Titolo: Odd Ethics
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Abyss Records
Contatti: facebook.com/Humangled
Autore: Mourning
Tracklist
1. Needles Of The Blind
2. Skinned, To Feel All
3. Smells Acrid
4. Deny Your Creed
DURATA: 14:50
I toscani Humangled li avevamo lasciati nel 2010 dopo averli intervistati e averne recensito il debutto "Fractal", troverete i link di riferimento per entrambi gli articoli all'interno delle liste di competenza.
A distanza di due anni si ripresentano con una line up rinnovata per i tre quinti, sono infatti rimasti i due founder Andrew Goreds (voce) e Luke Scurb (chitarra), vi è adesso la presenza di un secondo chitarrista, Vhell Miscarriage, e una sezione ritmica che vede Frank Nichols (basso) e Valdester (batteria) ricoprire i ruoli che appartenevano in passato a Tat0 e Raffaele Pezzella, sarà dunque cambiato qualcosa anche a livello di sound? I quindici minuti scarsi dell'ep "Odd Ethics" dicono proprio di sì.
La natura legata a nomi della vecchia guardia non è stata corrotta, abbiamo sempre a che fare con una formazione che ama il periodo a cavallo fra il finire degli anni Ottanta e i primi Novanta ma che pur seguendo quella filosofia per quanto concerne la cattiveria e la gestione delle influenze, molteplici e riconoscibili, dai Carcass agli Autopsy, passando per territori nostrani, attingendo magari inconsapevolmente dai grandi act del black/thrash italico come gli Schizo, non si negano di "progredire" pur rimanendo lontani dalle virate tecniche di gente come gli Atheist.
È una serie di strutture semplici quelle che da vita ai brani, ma che allinea le note in modo da fornire quella sensazione che mi porta a considerare utilizzare il termine progressione legato alla loro musica elementare e che coniuga di buon gusto questi due aspetti esaltando le parti più nere e morbose, pezzi quali "Skinned, To Feel All" e "Smells Acrid" racchiudono nella loro esecuzione tale pensiero, e riuscendo a oltrepassare la schematica compositiva recintata con il marchio "old school".
Gli Humangled sanno essere pesanti e pestilenziali nell'opener "Needles Of The Blind" quanto minimalisti e inaspettatamente altalenanti in "Deny Your Creed", brano che allenta e stringe la presa in più di una circostanza.
La crescita e il voler anche solo tentare d'andare oltre ciò che si è elaborato in antecedenza sono apprezzabili e il supporto logistico dietro il banco del mixer, del quale ancora una volta è stato incaricato Dan Swano, assicura un suono pieno e una professionalità difficile da mettere in discussione che ne appoggia in pieno l'intento.
Serviva una ennesima rivoluzione per rinfrescare il sound? Probabilmente sì e se il risultato è "Odd Ethics" ben vengano tali scelte.
Auguriamoci che il successore del solido, ma un po' standard, "Fractal" circoli presto nelle nostre orecchie, prendano quest'ep quale punto di partenza per costruirne le basi e nel prossimo futuro avremo di sicuro tutt'altra storia con la quale poterci confrontare.
I lavori sono ancora in corso e procedono nella direzione corretta, in bocca al lupo!
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Festival: Occult Black Death Night
Data: 27/10/2012
Luogo: United Club, Torino
Autore: Dope Fiend
Scaletta
Le Mèpris
Black Flame
Mortuary Drape
Ancora una volta Torino, ancora una volta lo United Club, il quale si dimostra davvero attivissimo nel promuovere serate estreme all'interno del circolo underground e non. Piove, qualcuno si lamenta del freddo, stanotte avverrà il cambio tra l'ora legale e quella solare ma nonostante tutto l'entrata del locale è gremita da parecchi gruppi di persone: croci rovesciate, giubbotti di pelle, anfibi militari e felpe varie non lasciano alcun dubbio sul fatto che la componente primaria della serata sarà il Black Metal.
Noi arriviamo con qualche minuto di anticipo rispetto all'orario di inizio previsto ma, alla fine, ci vorrà comunque più di un'ora prima che la giostra musicale prenda il via. Tra una sigaretta fumata sotto la pioggia, gite e chiacchiere nella zona di acquisto dischi, qualche bevanda alcolica ingurgitata, battute di humour nero (per rimanere in tema con l'evento) che ci dovrebbero far guadagnare come minimo un paio di querele a testa e altre similari amenità, arriva il momento tanto atteso: il palco è pronto ad accogliere il primo gruppo, i Le Mépris.

Il gruppo mi è pressochè sconosciuto anche se riconosco alcuni musicisti facenti parte di altre compagini più o meno note del circolo metallico piemontese. Apprendo poi che, in realtà, gli strumentisti che ruotano attorno al frontman Silentium non sono altro che session perchè il progetto è una one-man band. Particolari di poco conto, passiamo alla musica. Le Mépris propone un Black Metal che si destreggia molto bene tra la vecchia e classica scuola norvegese, momenti di melodia di ispirazione quasi Dissection e un'aggressiva venatura irriverentemente Punk che, in più di un'occasione, ricalca le orme delle ultime uscite di casa Darkthrone. Il sound è prepotente, tagliente, incisivo (nonostante qualche lievissimo problema di suono che viene velocemente corretto da parte dei tecnici addetti) e una rabbia nera e feroce trasuda dalle note che vengono sputate dalle casse, tanto che alla fine dell'esibizione mi ritroverò tra le mani il bicchiere di plastica da cui stavo bevendo completamente stritolato, senza che prima me ne fossi minimamente reso conto.
Devo però fare un appunto sul cantante, Silentium: non so se per compiacere la schiera femminile di fronte allo stage, non so se per pura ironia o che altro ma certe mossette da rockstar/ballerina che ho visto eseguire, in tutta onestà, mi hanno fatto cadere e gonfiare tutto ciò che di pendente un uomo può avere. Solitamente non mi piace giudicare queste cose ma francamente quanto ho visto mi è risultato del tutto fuori luogo se paragonato al contesto. Poco male, l'esibizione nel suo insieme mi ha soddisfatto e sono sicuro che la proposta di Le Mépris potrà soddisfare coloro che amano cibarsi di questo tipo di Black Metal imbastardito.

Veloce cambio sul palco: giusto il tempo di uscire qualche minuto all'aria aperta, rientrare, risalire le scale dello United ed è giunto il momento dei Black Flame. È trascorso poco più di un anno da quando, all'alba dell'uscita dell'ultima fatica, "Septem", ho visto dal vivo il gruppo in occasione del Torino Black Metal pt. I e sono ben contento di avere la possibilità di replicare. Il quartetto non delude le mie aspettative e inizia fin da subito a tritare senza pietà l'uditorio con il suo Black/Death violento e battagliero. La presenza sul palco, sebbene non particolarmente movimentata, è ottima e le bordate scaricate dalla voce aggressiva di Cardinale Italo Martire non lasciano attimi di respiro.
La scaletta di brani eseguita attinge un po' da tutto il repertorio della band e pezzi come "Conquering Purity", "The Curse Ov The Flesh", "Imperivm" e "The Morbid Breed" scatenano tutto l'odio e la rabbia compressi all'interno di quei pochi metri quadrati offerti dalla sala in cui si svolge il concerto. L'energia nera che viene riversata sul pubblico trova il suo perfetto riscontro nella risposta agitata di quest'ultimo che, tra masse di capelli smosse e corna levate al cielo, dimostra di apprezzare moltissimo ciò che vede e sente. Ennesima prestazione da brividi per i Black Flame che riconfermano (semmai ce ne fosse stato bisogno) il loro enorme valore anche in sede live.

Approfittando del fatto che la sala non sembra eccessivamente stracolma di gente, scendiamo a prendere un'altra boccata d'aria prima dell'ultimo avvicendamento sul palco. A quanto pare una consistente parte degli astanti è giunta per vedere i Mortuary Drape, gruppo ormai storico della scena italica e piemontese in particolare. L'entrata dei cinque demoni alessandrini viene anticipata dal posizionamento di incenso, di un candelabro e di un leggio laddove sarà la postazione del cantante Wildness Perversion. La formula ormai ben collaudata della band, a base di un Black/Death condito da inflessioni melodiche oscure e occulte, è conosciuta pressochè da tutti coloro che sono presenti alla serata e, pertanto, le sferzate più aggressive dei pezzi suonati non faticano a scatenare un nutrito mosh tra le fila degli spettatori, tanto che ho dovuto più di una volta ricorrere a spintoni e gomitate per evitare di venire appiattito contro il muro.
L'esibizione dei signori sul palco è assolutamente impeccabile: l'imponente presenza scenica del frontman e il dinamismo degli strumentisti infuocano ancor di più una platea già enormemente esaltata dall'esecuzione di brani quali "Mortality", "Primordial", "Malediction", "Obsessed By Necromancy" e "Madness". Da evidenziare sicuramente la prestazione di SC dietro al basso a sei corde, strumento che ha sempre avuto un'enorme rilevanza all'interno del sound dei Mortuary Drape, che anche in questa occasione non si fa pregare per scudisciare l'atmosfera in maniera precisissima. Nemmeno il piccolo inconveniente di una pelle rotta della batteria riesce a funestare un'esibizione da manuale, semplicemente strepitosa; del resto, citando il commento di Wildness Perversion sull'accaduto "è un bene, si vede che pesta forte".
Dopo la consueta arraffata al banco dei dischi, usciamo dal locale sotto la pioggia, stanchi e affamati... già, affamati: è mai possibile che dei poveri coglioni che escono da un concerto alle due di notte, non riescano a trovare nelle vicinanze nemmeno un fottuto kebabbaro ancora aperto? Il viaggio di ritorno a casa è caratterizzato dai nostri (deliranti) discorsi che prevedono il rovesciamento del Governo al fine di promulgare leggi che vietino la chiusura notturna dei luoghi di ristoro e dalle nostre bestemmie per la fame.
Le orecchie fischiano, il cuore è nero, il sangue ribolle, lo Spirito è stato saziato!
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Festival: The Devilish Triumph Tour
Data: 25/10/2012
Luogo: The Theatre, Rozzano (MI)
Autore: Bosj
Scaletta
Velnias
Obscurity
Helrunar
Kampfar
Non posso negarlo: il timore nel recarmi al Theatre di Rozzano per un concerto black metal era molto, moltissimo. Il piccolo locale, inaugurato da pochi mesi, non mi aveva fatto un'impressione particolarmente positiva relativamente alla qualità dell'impianto e del suono in generale in occasione di una (costosa) data neofolk qualche settimana addietro, e il pensiero di come potesse essere rovinato il non semplice suono distorto tipico del nostro genere preferito mi allarmava alquanto. Una volta arrivato, ho seriamente detestato scoprire quanto avessi ragione.
Andiamo però con ordine: giunti sul luogo verso le 20:45, io e il mio compare (che ringrazio espressamente per l'aiuto che mi ha dato, a lui dovete le fotografie che corredano il pezzo), facciamo il nostro ingresso nel locale situato nel pieno della zona industriale di Rozzano (i magazzini riadattati con un'acustica pessima oggi vanno per la maggiore, che volete farci) e c'è giusto il tempo di fare qualche rapido, seppur non proprio economicissimo, acquisto alla bancarella della WhiteWolf Records, mentre i Velnias hanno appena iniziato a scaldare gli strumenti.
Al loro secondo passaggio dalle nostre parti in poco più di sei mesi, non posso non confermare quanto detto su di loro nella precedente occasione, in supporto agli Agalloch lo scorso aprile: in un locale piccolo e dalla pessima acustica, la proposta dell'ora quartetto di Boulder (Colorado) finisce con l'essere profondamente incomprensibile. Gli spazi, l'atmosfera, le dilatazioni del pur lo-fi "Sovereign Nocturnal" e del suo fresco seguito "RuneEater" vengono impietosamente inghiottiti dai quattro muri del Theatre, risputando un informe pastone che lascia percepire ciò che i quattro farebbero in condizioni più favorevoli (e farebbero belle cose, ci tengo a precisare), ma non ci permette di apprezzarlo in loco. I monolitici riff che strutturano brani da dieci minuti e più si confondono, regalando sprazzi di ciò che potrebbero rappresentare con un impianto meritevole. E anche la seconda volta l'esibizione dei Velnias finisce lasciandomi più voglia di vedere un concerto di questo gruppo di quanta ne avessi al mio arrivo.

Breve cambio palco, e ad arrabattarsi sul minuscolo stage del Theatre per tentare di offrire la miglior performance possibile sono i validi Obscurity, band tedesca la cui fatica del 2010 "Tenkterra" potete trovare recensita dall'onnipresente Mourning su queste stesse pagine. Non mi posso dire uno dei più ferventi sostenitori del combo teutonico, in bilico tra un black/death quadrato e un'attitudine amon-amarthiana dedita alla predicazione dell'ideologia vichinga, ma è pur vero che i cinque, capitanati dal massiccio frontman Agalaz (la cui capacità dal vivo è degna di un plauso), hanno offerto al pubblico ciò per cui era venuto, senza risparmiarsi e con grande umiltà, stringendosi tutti e cinque negli striminziti spazi a loro disposizione. Purtroppo delle quattro della serata, a causa della proposta più battagliera e violenta di tutte, gli Obscurity sono stati la band più penalizzata dal luogo e dall'attrezzatura a disposizione, il che ha significato, nello specifico, lottare per distinguere una chitarra dall'altra, a volte addirittura per sentire il rullante. Il repertorio del quintetto, che non conosce grande varietà, non ha poi aiutato nell'impresa di identificare un pezzo rispetto all'altro. Discreti, ma penalizzati.

Siamo già al turno degli Helrunar. Delle presenze della serata, la band di Skald Draugir è quella che conosco meno, e che conseguentemente sono più curioso di incontrare. Rispetto ai precedenti conterranei, i quattro teutonici (di cui, scopro in seguito, due sono session member) segnano un netto stacco. La loro musica è molto più emotiva ed atmosferica, lontana dall'incedente belligeranza che ci ha accompagnati fino a poco prima. Siamo qui in terre più vicine a quanto ascoltato con i Velnias, sebbene la matrice musicale sia profondamente europea, anzi, affondi abbondantemente le sue radici nella scena black tedesca. Nonostante il palco minuscolo, nonostante lo spazio angusto, nonostante l'acustica inclemente, i brani di "Sól", "Frostnacht" e delle altre produzioni della band (tra cui figurava, se non ho capito male, un'ultima traccia risalente addirittura alla prima demo, ma ero distratto e ho colto solo la seconda metà della frase del frontman) non possono che essere definiti accattivanti, suonati e cantati con grande perizia e capacità interpretativa. Più che meritevoli.

Ultimo, breve soundcheck ed ecco spuntare Ole, Jon, Ask e l'irrefrenabile Dolk, per dare ai blackster affamati il loro main event. I Kampfar, come nota lo stesso Dolk, sono al solo quarto passaggio in Italia, ma nei festival estivi europei sono una presenza costante, ed avendoli visti anche poco più di due mesi fa sul palco del Brutal Assault la scaletta non mi sorprende, sebbene mi soddisfi appieno: si parte con la bellissima "Mare", con Ask impegnatissimo dietro le pelli e alle prese con il secondo microfono, per continuare con pezzi presi da tutta la produzione lungo ormai quindici anni della band norvegese. Da "Inferno" a "Huldreland", all'anthemica "Norse", all'immancabile bis di "Ravenheart", c'è di che bearsi nell'ora e mezza di esibizione dei quattro, con un Dolk (come sempre) esagitatissimo e sinceramente grato a tutti i presenti, continuamente profuso in ringraziamenti nei confronti della piccola, ma "dedicata" folla.

Un frontman d'alta scuola, con la giusta dose di follia (le sue sputacchiate all'indietro, da tanto il palco era minuscolo, atterravano regolarmente sui piatti e sui tom di Ask, per sua somma gioia), che non ha perso l'umiltà. Come sempre, incurante della stagione, del luogo e di qualsiasi altro fattore, al momento del rientro per gli encor, è il momento di sfoggiare petto nudo, per mostrare il tatuaggio col logo della band e quanto per lui significhino i Kampfar. A giudicare dalla risposta ricevuta, il coinvolgimento del pubblico non era in discussione. Alla fine, scendendo dal palco, la band non manca di ringraziare per l'ennesima volta il ristretto, ma felice zoccolo duro di fan che, speriamo, ha fatto sì che il black norvegese dei Kampfar non si fermi alla sua quarta discesa italica, bensì vada molto oltre.
Per il momento, la carovana del Devilish Triumph Tour ha altre terre da conquistare.
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Gruppo: Across The Rubicon
Titolo: Elegy
Anno: 2007
Etichetta: Rage In Eden
Provenienza: Polonia
Autore: Istrice
Tracklist
1. Soldat Inconnu
2. Shadows and Dust
3. Dogs of War
4. State of Fear
5. The World in Flames
6. Strength and Honour
7. The Rage
8. Death Smiles to Us All
9. The Culture War
10. We Shall Remember
DURATA: 43:31
 Trattasi di un progetto senza dubbio interessante per gli amanti della musica marziale quello nato dal sodalizio fra due colossi del martial polacco, Marcin Bachtiak (in arte Cold Fusion) e Robert Marciniak (in arte Rukkanor), collaborazione che nasce come lavorativa (i due sono co-proprietari dell'etichetta Rage In Eden, ex-War Office Propaganda), ma che con Elegy diventa compositiva.
Una premessa, dimenticatevi fin da subito delle atmosfere malinconiche e nostalgiche di "Occupatria" e/o del retrogusto mediorientale di "Deora", poiché "Elegy", primogenito del combo, non è niente di tutto ciò, "Elegy" è un cd marziale fino al midollo.
È un canto di soldati che ci accoglie prima che si scateni il conflitto più completo e che i tamburi entrino prepotentemente in scena. L'atmosfera che si respira in apertura è greve, le percussioni vengono contaminate con l'industrial più aggressivo e con un vasto campionario di samples di battaglia, brevi inserti neoclassici donano al brano un senso di epicità. Il risultato è un amalgama sonora estremamente ricca e stratificata, di grande impatto.
Bisogna aspettare i brani successivi per trovare melodie più articolate, senza che l'album tuttavia venga mai meno alle premesse esposte nell'opener "Soldat Inconnu", che potrebbe fare da manifesto a tutto il movimento.
Le ritmiche cupe e violente accompagnano gli astanti per tutta la durata del disco, in "State Of Fear" organo e fiati opprimenti e maestosi allo stesso tempo creano un senso di inquietudine degno del titolo, prima del violento attacco di "World In Flames", brano in cui gli ascoltatori vengono definitivamente proiettati nel mezzo di una vera e propria guerra tradotta in musica, trascinati da un climax sonoro ben architettato dal duo.
In "The Culture War" un canto gregoriano, appena udibile in prima istanza e poi più in evidenza, arricchisce ulteriormente il panorama sonoro del disco ed aiuta a far passare in secondo piano un paio di passaggi meno ispirati incontrati lungo il percorso che porta alla traccia in questione, penultima dell'album.
Nel suo complesso "Elegy", grazie alla durata non eccessiva ed alla notevole varietà di ritmi, percussioni e samples, decisamente superiore alla media se rapportata a quella di altre produzioni appartenenti al medesimo ambito musicale, riesce comunque a non risultare mai ripetitivo né tedioso, anzi regala più di un momento di totale epicità e di grande coinvolgimento.
"Elegy" ci svela una nuova veste che i due polacchi possono indossare con disinvoltura, diversa rispetto ai lidi navigati fino al momento della sua uscita dai suoi fondatori, una veste che strizza l'occhio al martial più duro a là Karjalan Sissit, senza però disdegnare momenti di magniloquenza degni di Erdmann (e della sua celebre creatura, i Triarii).
Un combo che con "Elegy" mostrava le sue grandi potenzialità, da seguire con attenzione. Buona, buonissima la prima, consigliato a grandi e piccini.
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Gruppo: XII Boar
Titolo: Split Tongue, Cloven Hoof
Anno: 2012
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: xiiboar.com - facebook.com/xiiboar - band[at]xiiboar.com
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Smokin Bones
2. Hellspeed Viper
3. Slamhound
4. Triclops
DURATA: 19:44
 Se c'è una scena nel mondo Metal che è sempre attiva e pullulante di ottimi progetti che producono ancor più ottimi dischi, è quella Doom. Mi sarebbe alquanto difficile fare una stima, seppure approssimativa, dell'enorme numero di band dedite a questo tipo di stile (e suoi derivati) con cui sono venuto in contatto nel recente passato.
Come ultimi in ordine di tempo, posso annoverare a detta schiera i britannici XII Boar, trio formato nel 2010 e giunto quest'anno, dopo un EP del 2011, alla seconda prova discografica, un altro EP intitolato "Split Tongue, Cloven Hoof".
Il dubbio di non avere a che fare con dei novellini viene subito instillato dal fatto che i musicisti che compongono il gruppo siano in forza anche ad altre compagini meno recenti, tra cui, su tutte, svettano i Witchsorrow e viene poi confermato già dalle prime battute che Tommy Hardrocks (chitarra e voce), Adam "Bad-Dog" Williams (basso) e David Wilbraham (batteria) ci presentano.
"Smokin Bones" e "Slamhound" ci mostrano immediatamente la nerboruta muscolatura dello Stoner Rock allo stato quintessenziale, una situazione in cui la figura di John Garcia e dei suoi Kyuss (unita ad un'inequivocabile e rozzissima andatura tipicamente Motorhead) non può che aleggiare compiaciuta, tra vampate di desertica aria ardente e un dinamismo prepotente e stradaiolo, sfacciatamente Rock e adrenalinico.
"Hellspeed Viper" espone invece una visione del classicismo più Hardcore, più aggressiva e violenta, un percorso che non si fa pregare per immergerci anche in massicce colate Doom degne dei migliori esordi dei Cathedral mentre "Triclops" ingloba al suo interno una serpeggiante venatura Sludge che per colpire a fondo si avvale della stessa influenza Doom, sebbene, in questo caso, venga resa particolarmente acida ed esacerbata da una sezione ritmica quantomai quadrata e marziale.
Un amante di tali sonorità come il sottoscritto potrebbe forse chiedere qualcosa in più? Direi proprio di no.
Ci tengo ancora a inserire una piccola nota a margine: il disco che mi è pervenuto era accompagnato da un foglio di presentazione con una piccola biografia degli XII Boar... e fin qui nulla di speciale, è qualcosa che succede spesso. Ciò che invece ha attirato la mia attenzione (oltre al fatto che la firma in calce fosse in originale) è l'enorme umiltà e la genuina gratitudine con cui David Wilbraham si rivolgeva al lettore, ringraziandolo profusamente per il tempo impiegato nell'ascolto di "Split Tongue, Cloven Hoof".
Ora, posso immaginare che a qualcuno non freghi un cazzo di tutto ciò ma, personalmente, trovo sia immensamente apprezzabile un (ormai raro) atteggiamento tanto discreto e passionale che sicuramente dona maggior spessore alla considerazione di cui la mera proposta musicale poteva già godere di per sè.
Basta, per farla breve, questo è un EP che consiglio caldamente a chiunque sia un appassionato del genere e ne consiglio ancor più caldamente l'acquisto: il Dodicesimo Cinghiale potrebbe forse aver pietà di voi la prossima volta che vi farà visita.
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Informazioni
Gruppo: Australasia
Titolo. Sin4tr4
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Golden Morning Sounds
Contatti: australasiamusic.com - facebook.com/australasiamusic
Autore: Bosj
Tracklist
1. Antenna
2. Spine
3. Apnea
4. Scenario
5. Satellite
6. Retina
7. Fragile
DURATA: 22:18
 Fermi tutti. Fate un respiro profondo. Rilassatevi. E buttatevi a pesce nel mondo degli Australasia. Un mondo di spazi aperti, suoni caldi, momenti intimi, immagini vivide e ariose. Un mondo in cui il post-rock dei Mogwai e dei God Is An Astronaut, eternamente presenti seppur non citati tra le maggiori influenze del gruppo ("Spine"), si confonde con lo sludge dei Pelican (ma va'?) e degli Isis, in cui il verbo di Alcest viene predicato nella sua miglior forma, quella delle chitarre lanciate vorticosamente in melodie che nello shoegaze trovano la loro forma più profonda. Un mondo in cui i maggiori difetti di tutte queste sfaccettature musicali, da certe lungaggini degli Isis a certe altre scelte smielate e poco incisive del Neige sentito negli ultimi tempi, non trovano spazio, perché il duo nostrano ha qualcosa da dire (o meglio, da suonare, stante l'assenza di cantato), non procede per inerzia, ma anzi sta ancora cercando il modo migliore per esprimersi.
Certo, l'affermazione e la consacrazione sono ancora lontane, c'è tutto un percorso di autodeterminazione da seguire, per ritagliare, rifinire e crearsi una propria pelle; oggi Gian e Rico sono pesantemente debitori di tutti i nomi di cui sopra, però, mantenendo le premesse, è un debito che verrà presto ripagato. E soprattutto, nonostante i pesantissimi rimandi, gli Australasia riescono nella spesso difficile impresa di non suonare uguali a nessuno, pur prendendo quel po' da tutti quanti.
In sette brevi tracce abbiamo di fronte il vasto campionario di cui la band è in possesso: di nuovo, dal più puro post-rock si passa alle sfuriate in blast beat ("Antenna"), da una cavalcata degna degli Explosions In The Sky spunta un imprevedibile synth a chiudere il tutto ("Spine", ancora una volta), per poi lasciare posto al brano successivo ("Apnea") di nuovo in melodico crescendo con sommessi vocalizzi femminili di matrice neanche troppo velatamente trip-hop.
Se state aspettando il prossimo full dei Klimt1918, se amate il post-rock più classico, se apprezzate le contaminazioni che questo ha avuto negli anni grazie a gente come Steve Von Till, se volete ascoltare della buona musica punto e basta, premiate la prima uscita della neonata Golden Morning Sounds e lanciatevi in questi ventidue minuti di emozioni.
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Informazioni
Gruppo: Hellbringer
Titolo: Dominion Of Darkness
Anno: 2012
Etichetta: High Roller Records
Contatti: facebook.com/Hellbringeraus
Autore: ticino1
Tracklist
1. Dominion Of Darkness
2. Sermon Of Death
3. Deceiver's Chamber
4. Necromancer's Return
5. Bell Of The Antichrist
6. Satanic Destructor
7. Hellbringer
8. The Rites Of Evil
9. Demon's Blood
DURATA: 40:43
 Quante volte vi siete sentiti dire di lasciarvi andare? L'oscurità giunge, di nero tutto tinge e voi... ora che fare? Sì, dura è la vita per chi non finge, chi non sa dare, non sa dare ragione ai falsi e all'ignominia...
E ALLORA FESTEGGIAMO!
I Portatori d'Inferno hanno un lungo viaggio dietro di sé; l'Australia non è dietro l'angolo. Che volete farci? Io sono un enorme adulatore del thrash nero australiano, non lo nego, e raramente posso scartare un gruppo che porta violenza, forza ed epicità, caratteristiche per i prodotti d’esportazione di quel paese.
Gli Hellbringer non fanno eccezione e sembrano entrare a casa vostra con la cassa di birra, tenendo in mano una bottiglia da offrirvi sulla soglia. La copertina, bisogna dirlo, non è una delle più espressive e convincenti ma non sempre è l’abito a fare il monaco del Diavolo.
I ragazzi di Canberra pare si siano trovati bene in Germania presso la Iron Pegasus e ora sono passati all'High Roller Records per incidere il loro secondo disco, questa volta un LP, che proprio ora sta molestando il mio vicinato consumatore di musica popolare.
L'oscurità domina davvero, in particolare quella degli anni passati, e rende molto onore ai maestri Destroyer 666, arcipreti malefici degli Antipodi, senza però rinunciare a sfiorare tanti altri classici della metà Anni Ottanta. Privo di timore alcuno delle conseguenze che potrebbero seguire, il trio getta il cuore oltre la trincea, respingendo un'ondata di musica leggera ed elegantemente ingannando i gruppi da classifica che tendevano una mossa machiavellica sul fianco quasi scoperto. Le magnifiche scale thrash sferzano il campo rendendo impossibile l'avanzata di zombi tecnologici, mentre i pochi superstiti della falange metalcore recitano le ultime preghiere...
Metal? Festa? Divertimento? Zero innovazione? Questo cercate voi, fanatici di musica nera pesante? Aprite le orecchie, le birre, mettete il braccio attorno alla vita delle vostre donzelle e scuotete quel capo, ormai inutile per il pensiero; voi non lo sapete ma l'anima l’avete già venduta tempo addietro al demone del metallo, quello vero!
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Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Dope Fiend
Formazione
Jason McIntyre - Chitarra
Bruno Muenzler - Basso
Lance Strickland - Chitarra
Brent Smith - Batteria
Jayson Ramsay - Voce
Dopo una pausa durata quattro anni il motore degli statunitensi Suture ha ripreso a girare, vediamo cos'è successo in questo periodo di fermo e quali sono i loro progetti per il futuro.
Benvenuti sul nostro sito, come va?
Jason: Tutto bene, grazie per avermelo chiesto.
Iniziamo col presentare la band ai nostri lettori, chi sono i Suture, come sono nati e cosa ci hanno offerto sinora?
I Suture sono nati nel 1998 grazie a cinque ragazzi che avevano in comune l'amore e la passione per il death metal. La nostra line-up era composta da me (Jason McIntyre, chitarra), Bruno Muenzler (basso), Lance Strickland (chitarra), Brent Smith (batteria) e Jayson Ramsay (voce). Abbiamo suonato ovunque potessimo: feste private, live locali, spettacoli in giro per il paese e festival. Non abbiamo mai rifiutato un concerto, a quel tempo. Salivamo sul furgone, guidavamo ed era fantastico suonare in luoghi diversi e soddisfare tutti i tipi di persone. Abbiamo registrato il nostro primo demo con Chad Kelly della Underworld Records ed è abbastanza curioso il fatto che abbia contribuito alla ristampa del nostro ultimo album. Erano quelle che ritenevamo fossero le nostre due migliori canzoni, "Blood Soaked" e "Still Inside". Questo demo è stato inviato dappertutto e ci ha veramente aiutato a farci conoscere. Il demo ci ha anche aperto un sacco di porte con gli organizzatori dei festival e delle serate fuori città. Abbiamo avuto modo di suonare a eventi come il Gathering Of The Sick in New Mexico, il '99 Ohio Death Fest e il November To Dismember in Texas che aveva come headliner Danzig e Morbid Angel, fu una favola. Non molto tempo dopo che abbiamo registrato il nostro primo album "Carnivorous Urge To Kill" (che, con l'aiuto di Chad, verrà ristampato e rilasciato entro la fine dell'anno), le cose hanno iniziato ad andare bene e abbiamo pubblicato una compilation attraverso la Amputated Vein e uno split con Leukorrhea e Lehavoth grazie a The Spew Records. Poi nel 2006 dopo i vari cambi in line-up che ci hanno lasciati in tre, abbiamo rilasciato "Skeletal Vortex" attraverso Unmatched Brutality Records. Non molto tempo dopo ci siamo sciolti, il che ci porta ad oggi, con la nostra ristampa di "Skeletal Vortex" attraverso SFC Records.
La formazione se non erro adesso comprende Lance Strickland alla chitarra e Brent Smith dietro le pelli, come li avete reclutati? Erano musicisti che avevate già incontrato e con i quali avete condiviso esperienze musicali?
Lance e Brent sono rispettivamente il chitarrista e il batterista originali dei Suture e hanno suonato nella versione originale di "Carnivore Urge To Kill". Non avrebbe avuto senso non riaverli in line-up.
Ho avuto modo di apprezzare entrambi i vostri dischi, l'ultimo, "Skeletal Vortex" del 2008, grazie alla ristampa della SFC Records che l'ha anche remissato e rimasterizzato. Si prevede lo stesso discorso per il debutto "Carnivorous Urge To Kill"?
Sì, siamo proprio ora in fase di rifinitura. Ho già una etichetta in mente per rilasciarlo, ma non c'è ancora nulla di sicuro, al momento. È stato completamente ri-registrato, con qualche traccia extra e una copertina nuova. Siamo entusiasti. "Carnivore Urge To Kill" avrà finalmente la produzione che meritava fin dall'inizio.
Come siete entrati in contatto con la SFC? Saranno loro a supportarvi nel prossimo futuro per un'eventuale terza release?
La SFC ci ha contattato inizialmente per la ristampa del disco dal momento che nessuno poteva ottenerne le copie dalla Unmatched Brutality Records. La produzione della versione originale era buona ma sembrava sottile. Ho chiesto alla SFC se voleva far uscire "Skeletal Vortex", quindi ho voluto remixare l'album, addensarlo un po'. Una volta Chad e io avevamo iniziato a remixarlo e a rielaborare dei brani in cui avevamo incontrato alcuni problemi con le chitarre ma non siamo riusciti a ottenere il suono che volevamo. Le volevo più pesanti, con un tono più massiccio, più simile a quello ottenuto quando suono live. L'unica soluzione era quella di ri-registrare le chitarre. Così abbiamo iniziato a rifare le chitarre da zero. Abbiamo rimaneggiato tutto il disco traccia per traccia, strumento per strumento. È stato un processo lungo, ci sono voluti più di sei mesi. Se si confrontano i due dischi si sente sicuramente la differenza ma ne è valsa la pena. Come ho detto in precedenza, ho in mente una etichetta a cui far rilasciare "Carnivore Urge To Kill" e la annunceremo presto.
Quattro anni di fermo, i Suture erano in pausa? Cos'è che li ha tenuti in stop sinora?
Ognuno è andato un po' per la sua strada, quindi non aveva senso mantenere il gruppo attivo. Ci siamo riuniti per la registrazione della riedizione di "Carnivore Urge To Kill". Ci siamo resi conto di come quella registrazione originale fosse terribile, per non dire altro ma questo è ciò che succede quando non si ha un budget sufficiente per la registrazione. Ora abbiamo una possibilità di redenzione.
Siete musicisti impegnati nella scena death/estrema da tempo, l'anno passato ho avuto anche il piacere di recensire il concept album degli Excommunicated "Skeleton Key", quali sono le motivazioni che dopo tanta "militanza" vi fanno appassionare a questo mondo?
Ho ascoltato musica estrema/death metal da quando avevo quindici anni, ora ne ho trentasette. Quindi direi che è un po' di tempo [ride]. È difficile descrivere da dove provenga la mia passione per questo stile di musica, ce l'ho nel sangue, mi piace creare canzoni e registrarle. È una sensazione incredibile potersi sedere ed ascoltare le canzoni che hai scritto.
Siete stati spalleggiati da etichette di settore che della brutalità fanno la loro dote di rilievo: Unmatched Brutality Records, Deepsend Records, Amputated Vein e la nostrana The Spew di Clod "The Ripper" DeRosa. Quanto è importante trovare gente che creda nel progetto che presentate? Lo chiedo perché oggi più che mai vengo spesso sorpreso da autoproduzioni di una qualità sbalorditiva ma che vengono ignorate dalle label e me ne domando la ragione.
Beh, non credo che oggi sia strettamente necessario avere un'etichetta alle spalle, soprattutto con Internet. Voglio dire, ora è possibile far girare la propria musica in tutto il mondo solo postando gli mp3 in rete. Se si dispone di un sito web, si possono vendere i propri dischi attraverso di esso e se ne ottiene il 100% dei profitti. È possibile avere contatti con altre band e promotori per facilitare l'organizzazione di concerti.
I Suture hanno mosso i primi passi sul finire degli anni Novanta, rispetto a quel periodo quali sono le differenze sostanziali che riscontrate fra quella scena death metal e quella odierna?
Le band death metal odierne suonano meccanicamente, secondo me, sono tutte super prodotte e sembrano tutte uguali ma sono sicuro che, se fosse stato possibile, sarebbe successa la stessa cosa con le band degli anni passati. Questa però è solo la mia opinione.
Cosa vi manca e cosa invece no delle decadi passate? Il metal oggi ha ancora bisogno di apprendere dal passato o deve solo guardare avanti per cercare nuove strade da battere? C'è sempre una costante diatriba fra chi vorrebbe tenere alta la bandiera dell'old school e coloro che provano a "mischiare" (spesso e volentieri non troppo bene) per dare nuovi punti di riferimento agli ascoltatori, qual è il vostro pensiero in proposito?
Io sono old school in tutto e per tutto, non sento nulla nelle band odierne che sia migliore delle prime due ondate death metal con cui sono cresciuto. Voglio dire, puoi onestamente mostrarmi un album degli ultimi anni che sia migliore di "Human" dei Death, di "Blessed Are The Sick" dei Morbid Angel o di "Consuming Impulse" dei Pestilence? Direi di no.
Quali sono i vostri capisaldi musicali? Ci sono formazioni che per voi sono un riferimento imprescindibile come ascolto e acquisto? Per intenderci quelle che siete sicuri non sbaglierebbero un album neanche se volessero.
Come ho già detto, le band death metal dell'inizio degli anni '90, in particolare le loro prime uscite, hanno avuto una grande influenza su di me. Death, Morbid Angel, Cannibal Corpse, Pestilence, Napalm Death, Suffocation e Deicide, solo per citarne alcune. Sono stati i primi, hanno fissato lo standard. Per quanto riguarda le band che mi sento di dire che non potrebbero mai fare un disco brutto, direi Napalm Death e Cannibal Corpse, i quali hanno sempre tirato fuori grandi dischi, nessun compromesso, ancora oggi brutali e aggressivi come sempre.
Avete già ripreso le attività in ambito live?
No, nessun concerto per i Suture. Stiamo lavorando duramente alla ristampa di "Carnivore Urge To Kill" e nient'altro. Non ci sono piani per eventuali concerti o altro nuovo materiale.
C'è stata un'esperienza legata a un festival o una data nella quale eravate headliner che ricordate con maggior piacere, magari ci sono degli aneddoti che vorreste condividere con i nostri lettori?
Lo spettacolo più memorabile è stato il festival November To Dismember in Texas, in cui abbiamo avuto modo di condividere il palco con tanti gruppi fantastici come Morbid Angel, S.O.D. e Danzig per citarne alcuni. In particolare mi ricordo quando ero nella zona ristorazione seduto proprio di fronte al camerino di Trey dei Morbid Angel e pensavo a quanto fosse meraviglioso questo! E, come se non bastasse, quando una volta finito di mangiare, sono sceso per le scale, Glenn Danzig mi passò vicino per andare a mangiare a sua volta. Roba da impazzire!
Cosa bolle nella pentola dei Suture? Cosa dobbiamo attenderci a breve termine?
Oltre alla ristampa di "Carnivore Urge To Kill", che ci auguriamo possa uscire all'inizio del prossimo anno, stiamo lavorando con Underworld Records (Excommunicated, Killgasm), per rilasciare un EP chiamato "Prolific Inhuman Deformity", consistente in quattro canzoni che abbiamo registrato nel 2002 con Eric Park che ora è il batterista dei Devourment. Questo dovrebbe uscire entro la fine di quest'anno. Non ci sono ulteriori piani.
Un ultima battuta al volo per salutare o inviare un messaggio a chi ci segue, a voi la parola.
Grazie per l'intervista e, per tutti coloro che non hanno una copia di "Skeletal Vortex", andare a prenderlo! Se amate il death metal old school non rimarrete delusi!
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Information
Author: Mourning
Translation: Dope Fiend
Line-up
Jason McIntyre - Guitar
Bruno Muenzler - Bass
Lance Strickland - Guitar
Brent Smith - Drums
Jayson Ramsay - Vocals
Welcome on our website, how are you?
Jason: I'm great. thanks for asking.
Let's start introducing your band to our readers, who are Suture, how were they born and what did they do up to now?
Suture was formed in 1998 by five guys who had a love and passion for death metal. Our line up was me (Jason McIntyre, guitar), Bruno Muenzler (bass), Lance Strickland (guitar), Brent Smith (drums) and Jayson Ramsay (vocals). We played every where we could, house parties, local club shows, out of state shows and festivals all over. We never turned down a gig back then. We would all load up in a van, hit the road and have an awesome time playing in different places and meeting all kinds of different people. We recorded our first demo with Chad Kelly of Underworld Records, which is pretty ironic since he helped in the re-recording our last album. It consisted of what we thought were our two best songs, "Blood Soaked" and "Still Inside". That demo was sent out all over the place and it really helped get our name out. The demo also opened up a lot of doors for us with festival organizers and clubs outta town. We got to play some really cool events like Gathering Of The Sick Fest in New Mexico, The '99 Ohio Death Fest and Texas November To Dismember Fest which had headliners like Danzig and Morbid Angel, it was a blast. Not long after that we recorded our first full length "Carnivorous Urge To Kill" (which we are in the process, with the help of Chad, re-recording it for release later this year), things started to pick up for us after the release, we released a demo compilation cd through Amputated Vein and a split cd with Leukorrhea and Lehavoth on The Spew records. Then in 2006 after several member changes, leaving us as a three piece, we released the original "Skeletal Vortex" cd through Unmatched Brutality Records. Not long after that we split, which brings us to now. With our re-release of "Skeletal Vortex" through SFC Records.
If I'm right, now you have Lance Strickland at the guitar and Brent Smith at the drums, how did you choose them? Did you already know them or maybe you played together?
Lance and Brent are the original guitar player and drummer for Suture and were on the original release of "Carnivorous Urge To Kill". It only made sense to have them back.
I had the pleasure of listening to both your works, the last "Skeletal Vortex" thanks to S.F.C. Records which re-mixed and re-released it, will you make the same with "Carnivorous Urge To Kill"?
Yes, we are in the process of finishing it up as we speak. I already have a label in mind to release it, but I will keep that quite as of now. Totally re-recorded with a few surprises extra tracks and a new cover art. We are excited. "Carnivorous Urge To Kill", will finally have the production it deserved from the beginning.
How did you get in contact with SFC? Will they be the ones who will release a possible third album?
SFC contacted us originally about re-releasing the cd since no one could get a hold of Unmatched Brutality Records to get copies for their distro's. The production of the original release was good but sounded thin. I told SFC if they wanted to release "Skeletal Vortex" then I wanted to remix the cd, thicken it up a bit. Once Chad and I started remixing and getting into the tracks we ran into some problems with the guitars, we couldn't get them the way I wanted them. I wanted a more heavier, beefier tone. More like the guitar sound I write with and play live with. The only solution was to re-record the guitars. So we started the guitars from scratch. The whole re-tooling of the cd track by track, instrument by instrument, was a lengthy process, took about six months on and off. If you compare the two side by side you would definitely hear the difference and agree that re-recording it was well worth the time and effort. As I stated above I have a label in mind to release the "Carnivorous Urge To Kill" cd which we will announce soon.
Four years of break, were you on hold? What stopped you until now?
Everyone kinda went their own way, so it didn't make sense to keep the band going. We are only together right now for the recording of the "Carnivorous Urge To Kill" re-release. We all felt like that original recording was god awful to say the least. But that's what happens when you have no recording budget. Now we get a chance at redemption.
You have been into the death/extreme for a long time, last year I had the pleasure of reviewing Excommunicated' concept album "Skeleton Key", which are the reasons that keep your passion for this world alive?
I have been listening to extreme music/death metal since I was about fifteen, now Im thirty-seven. So its been quit a long time. It is hard to describe where my passion for this style of music comes from, its just in my blood, I love creating songs and recording. It is an awesome feeling to sit back and listen to songs you've written.
You have been signed by many brutal sounds based labels: Unmatched Brutality Records, Deepsend Records, Amputated Vein and the Italian The Spew of Clod "The Ripper" DeRosa. How much is it important to find someone who believes in your projects? I ask this because today I listen to many self-produced works which are really good but still are ignored by the labels and I ask myself why.
Well, I do not feel like its completely necessary to have a label these days, especially with the internet, I mean now you can get your music all over the world by just posting mp3s on the net. You have a web site that you manage and can sell your own cd's through it, were you get 100% of the profits. You can have contact with other bands and promoters to help set up shows and tours.
Suture made their first steps in late Nineties, which are the main differences between those times and the modern Death Metal scene?
Death metal bands these days sound to mechanical if you ask me, to precise to over produced, plus everyone sounds the same these days. But Im sure people would same the same thing about bands from back then as well. That's just my opinion.
What do you miss about the past decades? Does Metal still need to learn from the past or does it need to look forward and find new ways? There is always a debate between the old school fans and the ones who try to "mix" more genres (often no really in a good way) to make something new, what do you think about this?
I'm old school through and through, I do not hear any bands these days putting out any thing better than the first two waves of death metal bands I grew up with. I mean can you honestly show me an album these days better than "Human" by Death, or "Blessed Are The Sick" by Morbid Angel or "Consuming Impulse" by Pestilence? I would say no.
Which are your musical cornerstones? Are there any bands which you consider fundamental? I mean, the ones that in your opinion will never make a bad album.
Like I stated earlier the early 90's death metal bands specifically their first few releases were a huge influence on me. Death, Morbid Angel, Cannibal Corpse, Pestilence, Napalm Death, Suffocation and Deicide just to name a few. They were the first, they set the standard. As far as bands that I feel could never make a bad record, I'd have to say Napalm Death and Cannibal Corpse, they have consistently put out great records, no compromise, still as brutal and aggressive as they have ever been.
Did you already start again playing live?
No live shows for Suture. We are strictly working on the re-release of "Carnivorous Urge To Kill" and that is it. No plans for any shows or anything new material.
Is there a live show of yours (festival or a date in which you were headliner) which you'd like to talk about, maybe with some anecdote which you want to share with us?
The most memorable show was the Texas metal fest November to Dismember, we got to share the bill with so many awesome bands, Morbid Angel, S.O.D., Danzig, to name a few. Specifically I remember eating up stairs in the band catering area sitting right across the room from Trey from Morbid Angel and thinking, how fucking cool is this! And if that wasn't awesome enough, when I was done eating and walking down stairs, Glenn Danzig walked right passed me going up to eat. Mind blowing.
Which are your plans for the future of Suture? What can we expect in the next future?
Besides the re-release of "Carnivorous Urge To Kill", which we hope will be out early next year, we are working with Underworld Records (Excommunicated, Killgasm), to release an ep called "Prolific Inhuman Deformity", which consists of four songs we recorded in 2002 with Eric Park, who is now playing drums with Devourment. That should be out before the end of this year. After that we have no plans.
We are at the end of the interview, you can leave a last message for our readers.
Thank you for the interview and for everyone out there that has not picked up a copy of "Skeletal Vortex" go get it! If you love heavy old school death metal you will not be disappointed!
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Informazioni
Gruppo: General
Titolo: Where Are Your Gods Now?
Anno: 2012
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Catacomb Records
Contatti: facebook.com/generalHQ
Autore: Mourning
Tracklist
1. Better Dead
2. Make Or Breakdown
3. Bullet Train
4. Out Of The Sky
5. Blood Of the Pig
6. Hell In Your Eyes
7. Feel The Same
8. Monkey City
9. Hydrogen
DURATA: 56:27
L'Inghilterra ha sfornato e continua a sfornare band d'interesse e la Catacomb Records, label nota ad Aristocrazia per aver prodotto gli Alunah di "Call To Avernus" (ora in giro con il secondo "White Hoarhound"), ha tirato fuori un altro gioiellino: dalla zona di Coventry spuntano i General.
La formazione è di quelle che si affacciano nella scena "rock" con una proposta rocciosa, "heavy", che si poggia su basi stoner metal capaci sia d'infliggere delle belle botte d'adrenalina alcolica (si vedano "Make Or Breakdown" e "Bullet Train") che di mutare in corsa spogliandosi di quel tipo di carico, immergendosi in un'altra dimensione, introspettiva, sognante seppur decisamente lontana dal raccontare storielle felici.
In "Out Of The Sky", ballad nella quale aleggia un alone di tristezza e il grigiore è persistente ("it's brutal and it's tragic like a fatal lullaby"), i General evitano di scivolare in panorami melensi mantenendo il fattore emotivo brillante, nella sua delicatezza infatti il pezzo riflette una capacità espressiva da rocker non di poco conto e l'atmosfera è intensa anche nei momenti spogli di "elettricità", nei quali è l'acustica a fare da guida.
Ciò che fa di "Where Are Your Gods Now?" un album appetibile sia per gli amanti delle sonorità più "ruvide" che per coloro che preferiscono un approccio "moderato" è il modo con il quale la band riesce a far convivere la sua anima più scura con un atteggiamento che in più di un'occasione diviene di facile presa eppure mai in maniera esagerata, soprattutto nell'impostazione dei ritornelli.
Certo non mancano episodi più vari come "Blood Of The Pig" che chiama in causa anche un'aggiunta di psichedelia o brani più grevi e profondi, si veda "Hell In Your Eyes" nel quale la deriva doom per sensazioni e scelte stilistiche è lì a un passo; si torna poi a scapocciare con "Feel The Same", energica e godereccia, ci si lascia trasportare da un'accattivante "Monkey City" giungendo alla più estesa e conclusiva "Hydrogen" che riallenta la corda immettendo un po' di feeling "fluttuante" in una canzone che mostra ancora una volta quanto gli inglesi ci sappiano fare anche quando il passo è meno serrato, imponendosi per la maniera con la quale gestiscono dodici minuti ricchi di piglio, coinvolgenti, ai quali viene data una natura passionale.
Non vi dirò che "Where Are Your Gods Now?" vi cambierà la vita, non posso neanche negare che mi siano girati parecchi nomi in testa ascoltandolo, quindi la derivazione da act anni Novanta quanto da altri più odierni c'è, allo stesso modo devo riconoscere che l'operato svolto in fase di produzione e mastering da due signori che conosciamo un po' tutti come Gregg Chandler (Moss, Alunah, Serpentcult) e Billy Anderson (Acid King, Cathedral, Orange Goblin, EyehateGod) è praticamente impeccabile e si sposa con la proposta dei General veramente alla grande.
Vi suggerisco vivamente di dare una chance a questa nuova realtà britannica, dopo un paio di giri nell'orecchio potrebbe scapparci di sicuro l'acquisto, del resto un disco simile lo meriterebbe.
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Informazioni
Gruppo: Pÿlon
Titolo: The Harrowing Of Hell
Anno: 2012
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Quam Libet Records
Contatti: pylon-doom.net
Autore: Mourning
Tracklist
Side Sorrow
1. Gethsemani
2. Psalm 139 a
3. The Stream Of Forgetfulness
4. Psalm 139 b
Side Doom
1. Returnal Etern
2. You Have Been Warned
3. Paranoid [cover Black Sabbath]
DURATA: 41:12
I doomster svizzeri Pÿlon tagliano il traguardo della quinta release ufficiale, la terza di cui Aristocrazia si prende cura, è infatti stato da poco rilasciato "The Harrowing Of Hell" e stavolta il formato scelto per dar vita al lavoro è unicamente vinilico: l'avevano annunciato e promesso, hanno mantenuto l'impegno.
La formazione del cantante e chitarrista Matt Brand per l'occasione è divenuta un quartetto, oltre al fedelissimo compagno d'avventure Jan Thomas al basso e alle tastiere e al batterista Andrea J.C. Tinner, si è unito a sostenere la causa anche Andy La Morte alla seconda chitarra.
La proposta del combo elvetico si mantiene su lidi classici e altamente devoti ad alimentare atmosfere melancoliche, grigie, altamente espressive ed evocative. Le tematiche religiose sulle quali il platter ruota non saranno poi così complicate da individuare oltre che nell'intro strumentale "Gethsemani", l'uliveto in cui la figura di Cristo subì il tradimento di Giuda, anche nelle tracce a titolo "Psalm 139" che attingono direttamente per feeling e integrità testuale dal "sacro"; è evidente però il cambio di voce in corsa che si noterà fra la prima parte e la seconda. Se la "a" vede sgorgare in sé una prestazione pulita a opera di Matt, per alcuni versi affine alle ambientazioni musicali create da maestri come i Count Raven, la "b" differisce per toni e spessore, l'ugola di Jordan Cutajar dei Nomad Son, graffiante e istintiva, confluisce nelle melodie eleganti affilandole; l'assolo di Ian Arkley dei Seventh Angel e My Silent Wake è una piccola perla incastonata lì dove deve, l'orchestrazione e l'innesto dei guest sono ancora una volta armi vincenti per la musica dei Pÿlon. Questo aspetto viene rimarcato anche in "The Stream Of Forgetfulness", nella quale è sempre Jordan a detenere lo status di uomo dietro il microfono.
"Returnal Etern" e "You Have Been "Warned" sviscerano invece il concetto di "Harrowing Of Hell", termine d'uso nell'inglese arcaico che dovrebbe identificare il periodo trascorso da Gesù negli Inferi fra la caduta in croce e la resurrezione, con la seguente liberazione delle anime intrappolate in quel regno dall'inizio dei tempi; sembra che tracce di tale evento si possano leggere anche nei vangeli apocrifi di Nicodemo. Qui la raffigurazione sonora diviene più severa e avvilente, che il terreno di quel regno non sia il più adatto a identificare sensazioni positive a rigor di logica non fa una piega e il testo del secondo brano ha del minaccioso:
Now you’ve died, finished are your days on this earth, in this life You passed away, standing here in front of the one, you denied You refused to love It’s too late to pray Too late to ask why Too late to return Too late to run away You have been warned I’ve been there, I saw this empty place Desolation and pain, cries and suffering You have heard when still alive That there is a God who loves you You are alone For all eternity Begging HIM To let you out
Una divinità non poi così misericordiosa che dinanzi a un diniego prospetta una solitudine eterna? Nel bene o nel male le parole di Matt pongono dei punti sui quali riflettere.
Siamo giunti alla fine di "The Harrowing Of Hell" e le note sabbathiane dell'immortale "Paranoid", resa decisamente più quieta e allungata, un po' Cathedral vecchio stile, chiudono un platter sentito, pregno della personalità e del carisma dei Pÿlon che ancora una volta riescono a imprimere nel sound la passione e l'impegno rivolti a ciò che fa realmente parte della loro vita.
Rimangono da segnalare ancora un paio d'incursioni soliste di Reino Meir dei Sin Starlett nei primi tre pezzi della tracklist, di Arkley che si ripresenta in "You Have Been Warned" e la cover "dantesca" scelta per rappresentare al meglio questo viaggio nell'oltretomba.
Detto ciò e preferendo non aggiungere altro, vi suggerisco di ascoltare attentamente l'album, nel caso abbiate avuto in passato esperienze positive a contatto con la loro musica, potreste ponderarne l'acquisto con il fattore vinile come ulteriore motivazione da tenere in considerazione.
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Informazioni
Gruppo: Walking Dead Suicide
Titolo: Rise Of Resistance
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Inverse Records
Contatti: facebook.com/pages/Walking-Dead-Suicide/163433873722206
Autore: Mourning
Tracklist
1. Sekhmet (The Powerful One)
2. Broken
3. Resistance
4. Final Season
5. Sea Of The Drowned
6. World After
7. In My Funeral
DURATA: 43:16
Il proverbio "chi troppo vuole nulla stringe" credo sia conosciuto da tutti e alle volte capita proprio di poterlo usare dopo aver avuto a che fare con un disco che ti potrebbe dare tantissimo e invece ti lascia con qualche perplessità.
È stato ciò che mi è successo con il debutto dei finnici Walking Dead Suicide, una formazione che potenzialmente è interessante, varia, amante del rischio e del non fossilizzarsi. A conti fatti però è ancora lontana dal possedere una forma cangiante che fornisca quella brillantezza ai buoni intenti espressi in "Rise Of Resistance".
Le sette tracce contenute nel disco, per ciò che concerne l'esecuzione, non si fanno disprezzare, i quattro musicisti sanno dove mettere le mani sullo strumento e chi per un verso chi per un altro fanno percepire la loro presenza, tant'è che la sezione ritmica di VH e PJ (rispettivamente basso e batteria) sia nei momenti battenti che in quelli nei quali si preferisce un approccio più soft e dinamico è rispettabilissima; stesso discorso vale per l'impostazione del riffing e delle melodie a cura di MH e l'impostazione vocale di MV che funesto e collerico s'inquadra all'interno di in uno schema death metal tutt'altro che old style.
La proposta è infatti di quelle che gli old schooler probabilmente riterranno "contestabile", il suo cambiare volutamente percorso attraversando territori melodici, dilatandosi atmosfericamente, supportata da un'aura scura ma piuttosto melancolica, tanto da avvicinarsi a soluzioni affini al sound doom ed echi Meshuggah, potrebbe scoraggiare coloro che puntano su ascolti più decisi, profondi e "retrò".
D'altro canto brani come l'opener "Sekhmet (The Powerful One)", "World After" e la successiva "In My Funeral" (quest'ultima particolarmente catchy in alcuni frangenti a causa dell'apparire della voce in clean e di un ritornello dalla facile presa) attestano che le qualità e i momenti di coesione totale nell'operato messo in atto dai Walking Dead Suicide ci sono e fanno ben sperare per il futuro.
Un po' di fretta, forse è questa che ha giocato a sfavore di "Rise Of Resistance", sì le basi del platter erano i quattro pezzi contenuti nel demo rilasciato antecedentemente "I - Within The Ruins Of My Sanity", che però era stato prodotto un anno prima e come capita sin troppo di frequente odiernamente, in un mercato peraltro continuamente inondato da uscite di discreto valore, ci si ritrova fra le mani un platter senza infamia né lode, un'ennesima partenza insomma, più concreta se vogliamo ma pur sempre non lontana da quel sei o sei e mezzo che mantiene a galla ed evidenzia il bisogna di lavoro, e sodo, per definire e rinforzare un'identità che necessita di una direzione non per forza univoca però quanto meno esente da sbalzi che la rendano "scollata".
I Walking Dead Suicide sono acerbi e la maturazione non è così fuori portata, attendiamo quindi avvenga tale passaggio di stato, in questo momento vi suggerisco di dare un ascolto a "Rise Of Resistance" e segnarvi il monicker, il futuro ci darà conferma o meno del valore della band.
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Informazioni
Gruppo: Eagle Twin
Titolo: The Feather Tipped The Serpent's Scale
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Southern Lord Recordings
Contatti: facebook.com/pages/Eagle-Twin/504666459558726
Autore: Mourning
Tracklist
1. Ballad Of Job Cain Part I
2. Ballad Of Job Cain Part II
3. Lorca (Adan)
4. Snake Hymn
5. HornSnakeHorns
6. It Came To Pass The Snakes Became Mighty Antlers
7. Epilogue, Crow's Theology
DURATA: 1:08:47
Da sempre esiste una gerarchia volenti o nolenti, in qualsiasi lavoro o forma d'arte vi è chi ricopre il ruolo di leader, chi di sottoposto e chi di semplice manovalanza, però in alcuni casi non è vero che tutti sono indispensabili . Pensate all'inutilità di dischi fotocopia o prodotti alla meno peggio, questi non rientrano neanche nel settore degli "operai" che svolgono dignitosamente il proprio compito quindi perché supportarli? Al giorno d'oggi è comunque più facile imbattersi nelle ultime due categorie che trovarsi di fronte album al limite col capolavoro o capolavori veri e propri, rispetto al numero abnorme d'uscite parliamo di una percentuale veramente bassa e in questa ristretta cerchia può essere inserita la seconda fatica degli statunitensi Eagle Twin.
La Southern Lord di Mr. Greg Anderson, tra le altre cose compagno d'avventura di Gentry Densley (chitarra e voce) negli Ascend, ha rilasciato sul finire del mese di agosto "The Feather Tipped The Serpent's Scale", il secondo capitolo che farà innamorare di sé gli adoratori di quello stoner/doom che approfitta dell'intensità abissale dello sludge e non si nega esplorazioni in ambito drone.
Le composizioni con le quali dovrete confrontarvi suonano come una caustica e inebriante miscela di Om, Earth, Melvins e ovviamente non può essere assente il costante e portante asse sabbathiano a supporto, immaginatevi quindi uno scontro imperterrito tra sensazioni carnali e mistiche.
Il loro sound per vocazione tende a essere fortemente incline al portare alla mente delle figure precise, in questo caso la concentrazione e la devozione tematica rivolta alla figura dell'animale che per la religione cristiana fu causa della prima vera sconfitta subita dall'uomo, il serpente, vengono sviscerate di brano in brano tramite un'esecuzione che varia dal fluido a una forma liquida e "free" che chiaramente denota una voglia di jammare costante. In altri frangenti invece la viscosità, la densità della proposta diviene così spessa e grumosa da far pensare a un ribollire scuro condito da una serie di "rumori" atmosferici a completarne il quadro, potrete notare tali aspetti soprattutto negli episodi di lunga durata quindi l'esempio più adatto è rappresentato dalla combinata "Ballad Of Job Cain" le cui due parti vanno vissute come un'esperienza unica; è affascinante il modo in cui il batterista Tyler Smith si conquista spazio offrendo anche delle fasi di sfogo solistiche.
Trovare una fase discendente in quanto a capacità di attrarre è complicato, "The Feather Tipped The Serpent's Scale" è ammaliante, suggestivo per il modo di narrare, con la voce roca, graffiata, sgraziata, molto Tom Waits per certi versi e che in parte sembra levitare in altra dimensione di Gentry che ammorba l'ascoltatore, lo attira inglobandolo in una storia che si sta raccontando e di passo in passo acquisisce nuovi elementi, non disdegnando qualche fase in up-tempo nello strumentale "It Came To Pass The Snakes Became Mighty Antlers". E quanto sono disarmantemente incantevoli quelle chitarre downtuned nella conclusiva "Epilogue, Crow's Theology"? Tanto, davvero tanto.
Il punto cardine della discussione qui non è cosa fai, ma come lo fai, gli Eagle Twin non inventano nulla, sono forse fra le formazioni che più è rimasta fedele a ciò che era la scelta musicale fatta dalla label alla quale appartengono agli esordi, cioè creare musica che fosse atmosferica, ritualistica, oscura e maligna, ogni punto viene rispettato nei termini e nei modi più incisivi e decisivi sia per impatto che per effetto.
Possiamo dunque dire che questo secondo album sia un capolavoro? Se non lo è, stavolta poco ci è mancato. Per coloro che rimasero affascinati dal debutto "The Unkindness Of Crows" il platter è un acquisto imprescindibile, attendiamo quindi il terzo disco, quello della maturità conclamata e confermata per poter parlare di "opera superba", mi auguro di poterlo apostrofare senza tentennamenti usando quella "parolina magica", magari con la "C" maiuscola, che fa sobbalzare i più.
Intanto per chi non avesse ancora compreso: "The Feather Tipped The Serpent's Scale" è da comprare, non ci sono "se" e "ma" che tengano.
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Gruppo: Collapse Under The Empire
Titolo: Fragments Of A Prayer
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Final Tune Records
Contatti: facebook.com/collapseundertheempire
Autore: Mourning
Tracklist
1. Fragments Of A Prayer
2. Breaking The Light
3. In The Cold
4. 180 Seconds
5. Closer
6. Distance
7. Opening Sky
8. The Beyond
9. When The Day Fades Away
10. The Great Silence
DURATA: 47:00
I Collapse Under The Empire dal 2008 a questa parte sono attivissimi, il duo tedesco senza pause ha continuato a produrre musica rilasciando singoli, pezzi per compilation, ep e album. Aristocrazia stessa si era imbattuta nel progetto di Chris Burda e Martin Grimm nel 2010, ebbi in quell'anno l'occasione di conoscere la musica da loro prodotta con lo split "Black Moon Empire" pubblicato dalla Oxide Tones e che al tempo li vedeva condividere quei trenta minuti scarsi con i russi Mooncake.
Il 2012 è per loro un anno di cambiamenti, di crescita e di nuove avventure, hanno deciso infatti di dar vita a una label tramite la quale distribuire i propri lavori, la Final Tune Records, hanno inoltre rilasciato il quarto full "Fragments Of A Prayer" del quale scriverò in questa recensione e sono pronti per dar vita alla seconda parte di quel concept che avevano intrapreso con la pubblicazione di "Shoulders & Giants", il cui titolo, a quanto sembra confermato dai musicisti, dovrebbe essere "Sacrifice & Isolation" e dovrebbe veder luce nel 2013.
Il post-rock è un ambiente ormai saturo, le uscite sono molteplici, lo stile ha delle linee e dei confini delineati in maniera evidente, il duo riuscirà ancora una volta a conquistare gli ascoltatori?
Non è che la minestra sia gustosa perché preparata, condita e rifinita chissà in quale arcana maniera, "Fragments Of A Prayer" conferma le doti dei Collapse Under The Empire, ne dimostra la maturazione che li ha condotti a una visione sempre più da colonna sonora cinematografica e da soundscape variabile in corsa. Si tratta di armi non innovative ma che se coniugate con la dovuta accortezza rendono un album sognante, cullante, capace di accompagnare ed esprimersi nel medesimo istante, di comunicare con chi ascolta tramite note che possono essere soffici e delicate come in episodi onirici quali "Breaking The Light", "Opening Sky" e "The Beyond" oppure più buie e desolanti come avviene nei capitoli "In The Cold", "When The Day Fades Away" o ancora vivaci e irrequiete, si vedano canzoni come il singolo "Closer" del quale inoltre vi consiglio di guardare il video in stile cortometraggio davvero ben fatto.
L'elettronica pronta a farsi coinvolgere da chitarre che pulsano e si schiariscono, synth eterei, l'assenza di voce, una costante fondamentale per la loro esposizione che elimina la presenza umana facendo sì che siano solo gli spazi e le atmosfere ricreate a fornire l'impronta del trademark emotivo-compositivo che di release in release ha reso riconoscibile il sound dei Collapse Under The Empire, sono le qualità che ancora una volta si possono riscontrare all'interno di "Fragments Of A Prayer".
I lavori sono ancora in corso, il livello della prestazione di Chris e Martin è sempre alto, anche se si è un po' ancorato sugli standard che caratterizzavano il platter precedente, il già citato "Shoulders & Giants"; l'unica differenza a mio modo di vedere è racchiusa nell'atteggiamento con il quale esprimono le emozioni, che nella seconda parte della tracklist si alleggeriscono più di quanto solitamente ci abbiano abituato.
Date loro il tempo di guadagnarsi per l'ennesima volta la vostra fiducia, "Fragments Of A Prayer" necessita di un bel po' di giri nello stereo prima che di recepirlo appieno, quindi fate con calma, svisceratelo e godetevi la sua compagnia. Entrati in connessione con il cammino sonoro dei Collapse Unde The Empire avrete il vostro compenso. Per i fan dei tedeschi acquisto da fare a scatola chiusa, nessuna delusione nei paraggi.
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Gruppo: Southwicked
Titolo: Death's Crown
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A
Etichetta: Abyss Records
Contatti: facebook.com/southwicked
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro (The Massacre Begins)
2. Death's Crown
3. Craving For Blood
4. Killing Spree
5. The Phantom Prince
6. Graveyard Of Bones
7. Charming Karma
8. Green River Killing Fields
9. The Only Living Witness
DURATA: 39:44
Quando si ha a che fare con dei mali si pensa sempre che il minore sia il migliore, alla fine dei conti però ci si accorge che sempre di una situazione del cavolo si tratta. Perché iniziare a scrivere dei Southwicked con questa "bella" premessa? Perché per la serie "a volte ritornano", lo speri pure e rimani un po' così, è rientrato nella scena death dopo vicissitudini varie e un arresto alle spalle Mr. Allen West, meglio noto a chiunque come ex ascia solista degli Obituary.
Nuova avventura, nuova formazione con membri dei belgi Shattered Skull (band che ha debuttato nel 2011 con "The Infinite Massacre"), troviamo alla voce Sven Poets e Stef Mikolajczyk alla chitarra ritmica, il bassista invece è Rock Rollain dei Kult Of Thorn ed ex dell'act death/black Lustmord mentre il batterista è Marco Vevren, ma una volta inserito nel lettore "Death's Crown" è storia vecchia quella che giunge all'orecchio, parere negativo? Nì.
Che Allen fosse una componente fondamentale del sound Obituary lo sappiamo tutti, l'axeman però in quest'occasione non ha fatto altro che riprendere e alimentare il progetto con un'ispirazione diretta, devota e sin troppo incentrata proprio su quello stile.
Le differenze con la realtà madre sono sparute e la più evidente, forse l'unica realmente rilevante, consiste nel cantato dato che il growl di Sven è più profondo e gutturale rispetto a quello di John Tardy; per il resto tra profonde escursioni groove e un riffing che è impossibile negare rimembri il periodo nineties, non raggiungendone però le vette qualitative, abbiamo un paio di episodi alquanto piacevoli come "Craving For Blood" e "Graveyard Of Bones" che non bastano però a salvare in toto la prova.
Eppure "Death's Crown" pur rasentando in più occasioni uno stato di mediocrità per la propria incapacità di uscire dallo schema del già sentito, in certi momenti anche i Six Feet Under dei primi due album si fanno vivi, ha il pregio di non farmi pensare alle puttanate create dalla band di Tampa, che fortunatamente sembra aver cacciato Santolla.
Le pochissime volte nelle quali appare la solistica, come avviene ad esempio in "Killing Spree", annunciata anticipatamente dal quel "fischiare", sono valanghe di memorie che tornano a galla, giustamente chiunque potrebbe dire, "ok, metti uno dei primi cinque lavori degli Obituary e fai prima", ovvio che sia così, ma pensando a ciò che è adesso quella band queste piccole cose danno comunque un senso alla prestazione insita nel platter.
In definitiva, non ci strapperemo i capelli per questo primo step dei Southwicked però qualcosa di buono lo si trova, devo anche consigliare a chi possa interessare l'ascolto di "Death's Crown"? Non credo ve ne sia il bisogno.
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Gruppo: Synapses
Titolo: Expiation
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Deepsend Records
Contatti: myspace.com/synapsesnet
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Iron Stream
2. No Ruins Left Behind
3. Rapture Of Terror
4. Assault Of The Weak
5. Under The Vault Of The Hands Of Gods
6. Tower Of Flesh
7. Wearing Your Body
8. Blood In My Dreams
9. Deformed Trunk
10. The Curse Of Extintion
DURATA: 39:46
L'Italia e il death metal è un po' che hanno ritrovato un feeling comune, sembra che che adesso più che mai si sia creata una dimensione nelle quale le band nostrane riescono a dar filo da torcere, e alle volte mazzolare a dovere, anche chi viene da paesi dalla tradizione più "nobile". La lista di act di valore si è di molto allungata e ai tanti che già conosciamo e apprezziamo possiamo aggiungere anche il monicker bresciano Synapses, act che ha debuttato per Deepsend Records in questo 2012 con l'album "Expiation".
Il quartetto composto da Giovanni Canedoli (voce), Alessio Fassoli (chitarra), Giordano Savoldi (basso) e Riccardo Fanara (batteria) sfodera una prestazione che miscela con discreta sapienza tecnica e brutalità. La proposta si affida ai cardini del technical moderno per ciò che riguarda la dinamicità e le varianti complesse e intricate, puntando su un'aggressione disarmonica veloce e dirompente, non priva di pecche ma capace di raggiungere lo scopo.
I pezzi si scatenano dando vita a un vortice compatto, pesante e irruente, costantemente scandito da scatti nevrotici e un'atmosfera dalle tinte scure che cala a mo' di sipario. Se da un lato ciò suppongo sia combaciante con le intenzioni dei quattro di infilare brani spaccaschiena come l'opener "The Iron Stream", "Rapture Of Terror" e "Assault Of The Weak" (mentre sono apprezzabili comunque anche "Under The Vault Of The Hands Of God" e la più lenta e martoriante "The Curse Of Extinction"), dall'altro la situazione attrae come una calamità la chiusura a riccio, il platter soffre in parte la sua omogeneità d'intento che diviene così l'arma a doppio taglio alla quale va sommata a fare "danno" una produzione non perfetta. La batteria di Fanara vivace e più volte arrembante nelle sue scorribande in velocità infatti non possiede profondità e questo ne mortifica la violenza, peccato.
I Synapses promettono bene, l'originalità non sta certo di casa qui e nessuno chiede che sia così al primo tentativo, ci sono però sia le qualità tecniche che le conoscenze per affrontare una futura prova con altra testa e maturità. "Expiation" nella sua forma così acerba e ruvida non dispiacerà sicuramente agli sfegatati del genere ed è a loro che consiglio vivamente di dedicare un po' di tempo all'ascolto.
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