lunedì 3 dicembre 2012

CONVERGE - All We Love We Leave Behind


Informazioni
Gruppo: Converge
Titolo: All We Love We Leave Behind
Anno: 2012
Provenienza: Salem, Massachussets, USA
Etichetta: Epitaph Records
Contatti: convergecult.com
Autore: Istrice

Tracklist
1. Aimless Arrow
2. Trespasses
3. Tender Abuse
4. Sadness Comes Home
5. Empty On The Inside
6. Sparrow’s Fall
7. Glacial Pace
8. Vicious Muse
9. Veins And Veils
10. Coral Blue
11. Shame In The Way
12. Precipice
13. All We Love We Leave Behind
14. Predatory Glow

DURATA: 38:32

Ci sono casi, nemmeno così sporadici, in cui l'aver composto una pietra miliare diventa una scarpa di cemento nel mare musicale. Perchè ti rechi al negozio di dischi ascoltando "Jane Doe".
Compri ed osservi nelle tue mani il disco incartato e ancora canticchi e pensi a "Jane Doe".
Torni a casa e "no, non lo metto nello stereo della macchina, voglio ascoltarmelo per bene in cuffia" e allora magari ascolti qualche pezzo di "Jane Doe" pure al ritorno.
E magari in camera hai pure appeso il poster di "Jane Doe", e la graziosa signorina, che Bannon aveva raffigurato in copertina, col suo sguardo ti scruta, e ti ricorda ancora una volta come un capolavoro, nel prosieguo del tempo, diventi anche un fardello non indifferente.
Perchè se "You Fail Me" era riuscito a cambiare qualche carta per risultare diverso, "No Heroes", per bello che fosse (e lo è per davvero), godeva invece di luce riflessa, mentre il più recente "Axe To Fall" si è rivelato un tentativo riuscito a metà di percorrere nuove strade sonore.
Fermo restando che ciascuno dei lavori sopra menzionati, preso singolarmente, cagherebbe in testa con facilità alla maggior parte della produzione dell'ultimo decennio.
E perchè la vocina nella testa ti sussurra che comunque sia i tempi di "Jane Doe" sono lontani, per i Converge e per te, che con dieci anni in meno sulle spalle eri stato travolto dalla sua follia disperata, dalla sua urgenza. "All We Love We Leave Behind" è il disco della presa di coscienza, della consapevolezza, la consapevolezza che dal passato non si può fuggire. "All We Love We Leave Behind" non è un disco innovativo, non è il disco del radicale cambiamento.
"All We Love We Leave Behind" è un disco dei Converge, duro, emozionante, violento, a tratti impenetrabile.
E tuttavia, con classe cristallina, San Jacob da Salem e compagni riescono forse per la prima volta a gettare nel fuoco dell'Orodruin il loro personalissimo anello del potere, guardando indietro con ritrovata lucidità a ciò che hanno amato ed amano, lasciandoselo alle spalle, dimenticandosi in parte delle angosce e dei tormenti che permeavano i loro più celebrati lavori, componendo un'opera in cui si ha costantemente la percezione di un mood più che altro nostalgico, quasi malinconico.
Sono "frecce senza mira" questi Converge, violenza senza reale ragione, capaci nel mentre di mettere in scena grande pathos, sono i soliti Converge, ed al tempo stesso i nuovi Converge.
"Aimless Arrow", brano non a caso scelto come opener e come singolo di lancio, racconta di sacrifici e di sopravvivenza, di come l'indole sia ancora intatta, ma anche del fatto che la medesima indole ormai porti solo "sadness in those who choose to care".
Consapevolezza. Ad inizio brano Kurt Ballou (chitarra) pennella con garbo per dar modo a Jacob Bannon, autore di una prova notevole anche in clean, di narrarci la sua visione, creando un punto di incontro ed un punto di inizio, fino al climax finale in cui la violenza prende il sopravvento.
Il disco scorre veloce, ma pregno, "Trespasser" è la mazzata nei denti da esibire in sede live, "Tender Abuse" è un tuffo nel passato, in cui Bannon alterna meravigliosamente scream e clean, e Koller scandisce ritmi allucinati su cui Ballou scatena un riff viscerale che si dilata in un finale amarcord da mozzare il fiato.
Hardcore e sludge vengono nuovamente fusi con una capacità ineguagliabile, i Fab Four del Massachussets non fanno mancare certo gli episodi da minuto e mezzo di cataclisma sonoro ("Sparrows Fall"), né episodi più lunghi e riflessivi, a tratti melodici ("Glacial Pace", "Coral Blue"), lungo il percorso che porta l'ascoltatore a "Precipice", brano post, strumentale, che conduce dolcemente alla titletrack, manifesto di questa incarnazione dei Converge, melodica, struggente, malinconica, canzone per le persone perdute durante il proprio cammino.
"Thank you for loving me and bringing light to my eyes, all we love we leave behind". L'emozione prima del grido finale, "Predatory Glow", brano conclusivo, dalle ritmiche pesanti e scandite, che si chiude con una significativa richiesta, di far sapere ai posteri che comunque sia i Converge hanno sempre dato tutto ciò che avevano.
Nessun dubbio a riguardo, dopo un ventennio sulle scene chiedere più di così sarebbe stato da ipocriti.

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VAGRANT GOD - Vagrant God


Informazioni
Gruppo: Vagrant God
Titolo: Vagrant God
Anno: 2012
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Secret Quarters
Contatti: facebook.com/vagrantgod
Autore: Mourning

Tracklist
1. Perfect Innocence
2. Stigma
3. Ocean Bed
4. To The Garden
5. In My Failings
6. The Pathos Weavers
7. Insignia
8. Birds Of Leaving
9. Mentor

DURATA: 45:31

Il monicker Vagrant God ai più attenti conoscitori della scena doom porterà subito alla mente il brano dei Funeral, band norvegese che nel 2007 pubblicò quello che a tutt'ora reputo il loro capolavoro, parlo di "From These Wounds".
Quel pezzo aveva come autore il signor Kjetil Ottersen, allora membro di quella formazione così come del progetto Fallen, chi sono allora i Vagrant God? Oltre al già citato troviamo la cantante Cecilie Langlie e Tom Simonsen, compagni di Kjetil anche in quegli Omit che nel 2011 ci regalarono "Repose" e a loro volta questi due musicisti furono già coinvolti insieme nei Mandylion e diedero vita agli Havnatt recensiti dal sottoscritto con la più recente uscita di "Havdøgn".
A completare la line-up vi è Shaun Taylor-Steels, drummer con trascorsi in act quali Anathema, My Dying Bride e Solstice che non è però contemplato nei crediti dell'album in quanto abbiamo a che fare con una re-release.
La prima esperienza omonima di questo progetto fu pubblicata infatti ben cinque anni or sono esclusivamente in cd-r e con due strumentali che non sono stati reinseriti in tracklist ("Vagrancy Theme" e "Solace"), è quindi un ritorno alle origini di un sodalizio che ha dimostrato di saper comporre ottima musica e gestire le forti doti personali dei componenti, facendole divenire un punto di forza dei propri album.
Il platter è un lavoro particolare e dato che il modus operandi con il quale fu data forma all'opera è precedente rispetto agli altri dischi enunciati vi renderete conto sin da subito come l'ascolto delle canzoni in esso racchiuse abbia in più di una circostanza delle linee di contatto evidenti con ciò che in seguito proporranno.
Si ha una maggiore fruibilità rispetto alle ambientazioni e al sound degli Omit dilatato e grevemente melancolico, allo stesso tempo è possibile individuare il dna originario di quella realtà in episodi come la doppietta che vede succedersi "To The Garden" e "In My Failings" che corrispondono anche alle vette più alte scalate e raggiunte dal disco.
"Vagrant God" è decisamente moderno e dalle caratteristiche alternative/nu spiccate, noterete in più di una circostanza la presenza di passaggi e suoni di quello stampo, non prendetelo però sottogamba perché con episodi come "Perfect Innocence", "Ocean Bed" e "The Pathos Weavers", pur possedendo canzoni immediate dalla forte carica melodica e con una rifinitura dei synth dolciastra ma elegante e soltanto in alcuni frangenti probabilmente la musica diviene fin troppo catchy, ascoltate "Birds Of Leaving" per capire, o stranamente Amorphis in "Insignia", riesce a essere struggente, aulico e portatore sano di un' emotività varia guidata dalla splendida voce di Cecilie, suadente, ammaliante e affascinante come poche sue colleghe possono vantarsi d'essere.
Qualche difettuccio qua e là tocca riscontrarlo, il più evidente risiede nella prestazione vocale di Tom che preferisce graffiare e affrontare le sue sortite con un'impostazione roca non sempre efficacissima.
Quanto resta ancora da dire però torna a far acquisire punti ai Vagrant God, la produzione è veramente ben fatta, chissà quant'è stato impegnativo ridare luce alle canzoni e chissà com'erano le versioni originali.
E scrivendo scrivendo non mi sono accorto che son già arrivato per la terza volta alla traccia conclusiva "Mentor".
Qualcuno potrà lamentare la mancanza delle pachidermiche espansioni atmosferiche care agli Omit, alcuni potranno criticare la scelta di infilare una "Birds Of Leaving" lievemente fuori contesto e forse sin troppo "radio friendly" rispetto alle altre, quello che vi consiglio però è di non trattare e ascoltare "Vagrant God" con la coscienza di ciò che è stato il seguito, prendetelo per ciò che è, un "fresh start" per una band che sta riprendendo in mano le redini di un progetto che sembrava essere stato archiviato.
Ovviamente il suggerimento vale per coloro che hanno avuto esperienze dirette con la musica del trio, ai rimanenti non posso far altro che segnalare anche Omit e Havnatt fra gli act da seguire, sono la riprova che il trio Ottersen, Langlie, Simonsen non ne sbaglia una.

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THORNAFIRE - Eclipse Nox Coagula


Informazioni
Gruppo: Thornafire
Titolo: Eclipse Nox Coagula
Anno: 2012
Provenienza: Cile
Etichetta: Ibex Moon/Australis Records
Contatti: facebook.com/thornafire
Autore: Mourning

Tracklist
1. Carnaval Caos
2. Malefactor Manifiesto
3. Ruptura
4. Vulgar Medium Ectoplasma
5. Inmortal Agonía
6. Desintegración
7. Sumisión
8. Disarmónica Tensión
9. Final
10. Soluto

DURATA: 39:30

I Thornafire sono fra le band cilene più in vista dell'ultima decade, il trio guidato dal chitarrista e founder Victor Mac-Namara è giunto al terzo album, lo sappiamo che questo dovrebbe essere il momento della verità, la realizzazione di ciò che in precedenza si è prodotto, vi saranno riusciti? "Eclipse Nox Coagula" è senza ombra di dubbio il loro disco più vario, la commistione bastarda di death e thrash sporcati dalle striature annerite black non sono una novità e i musicisti in questione non pretendono d'inventare nulla, abbiamo in apertura una tripletta mozzafiato composta da "Carnaval Caos", "Malefactor Manifiesto" e "Ruptura" che non lascia spazio a sorprese fra scorribande in velocità scandite dalla batteria di Juan Pablo Donoso e la voce maligna del cantante e bassista Christian Argandoña che recita i testi in lingua madre, di nomi in testa ve ne gireranno parecchi, l'importanza è che i pezzi svolgono il proprio dovere.
A dire il vero ci sono delle occasioni in cui sembra vi sia anche troppa carne al fuoco, le combinazioni fra i vari stili e il continuo mutare in corsa pur sprigionando un impatto notevole, tende a far perdere lievemente il filo del discorso, si passa da situazioni nelle quali la melodia acquista una consistenza considerevole, ascoltate come si amalgama nella thrashatissima "Desintegración" e nella più articolata "Disarmónica Tensión", ad altre nelle quali l'incedere allenta la presa per aumentare la tensione rendedola morbosa come avviene in "Vulgar Medium Ectoplasma", "Immortal Agonía" (conclusa da una delicata acustica) e "Final".
I Thornafire il mestiere lo conoscono e pure bene, inutile dirvi che ritengo siano le migliori canzoni del platter siano quelle incentrate sull'espressione più naturale e "nera" della ferocia, "Ruptura" e "Sumisión", che in sé contengono la cifra stilistica odierna del trio cileno.
"Eclipse Nox Coagula" si spegne con il breve strumentale "Soluto" e nel rimetterlo su le luci e le ombre di una proposta ancora in fase di sviluppo e in piena ricerca dei propri equilibri persistono nell'apparire, nonostante ciò i Thornafire riescono a piazzare sempre quei due o tre colpi che ti fanno venir voglia d'ascoltarli e questo li salva nuovamente.
Quello che accade a Victor e soci assomiglia in parte a ciò che ha limitato gli ultimi Krisiun, il voler diversificare aggiungendo e modellando il songwriting in modo che avesse un approccio maggiormente dinamico e movimentato, mi auguro quindi il prossimo lavoro sia più "concentrato" e diretto, si perderà un po' dell'eclettismo del quale sono dotati, probabilmente però il risultato ne godrà i benefici.
Consiglio agli amanti del death in genere di far girare almeno un paio di volte quest'album nel lettore, non accantonatelo troppo presto perché sulla lunga è capace di dire la sua.

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ALUNAH - White Hoarhaund


Informazioni
Gruppo: Alunah
Titolo: White Hoarhound
Anno: 2012
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Psychedoomelic Records
Contatti: facebook.com/alunah.doom
Autore: Mourning

Tracklist
1. Demeter's Grief
2. White Hoarhound
3. Belial's Fjord
4. The Offering
5. Chester Midsummer Watch Parade
6. Oak Ritual I
7. Oak Ritual II

DURATA: 47:37

Il primo cd degli Alunah, intitolato "Call Of Avernus", arrivò nelle mie mani dopo aver fatto una gran brutta fine, le Poste Italiane infatti lo pressarono, triturarono, forse ci giocarono a pallone chi lo sa, fatto sta che ciò che mi giunse era una sorta di poltiglia e così la definii al tempo della recensione, talmente ridotta male da costringermi all'uso dell'mp3 per ascoltare tale lavoro.
Sono passati due anni da quell'uscita e il gruppo si propone di farmi tornare l'acquolina in bocca con il secondo partorito "White Hoarhound" e la cosa bella è che ci è riuscito.
La band ha mantenuto la stessa line-up con Sophie Day al microfono, Jake Mason e Gaz Imber rispettivamente alla batteria e al basso, quest'ultimo suona anche nei General, altra realtà inglese da tenere d'occhio, e David Day nel ruolo di chitarrista.
Così com'è stabile la forma fisica, lo è anche quella compositiva, infatti il nuovo album non si distacca in maniera evidente da quanto offertoci nel recente passato, bensì consolida e fornisce riprova delle ottime sensazioni che i pezzi del debutto avevano lasciato.
La differenza sostanziale, se sia poi in negativo o in positivo sarete voi a deciderlo, la si riscontra nell'ascolto prolungato dell'album.
Se il primo capitolo filava liscio e avvolgente per la sua natura caratteriale particolarmente istintiva, inutile dire che entrambi vivano e dimostrino di essere "figli d'altri" ma con gran gusto nelle scelte applicate nel songwriting, il platter odierno rappresenta la maturazione e l'evoluzione che definirei ovvia, forse la più plausibile, con un ritorno prominente alla fascia doom come riferimento principale.
Noterete questo gradito rifugiarsi in quel territorio in più di un'occasione, d'altro canto però perde un po' di fascino a causa di una carica meno dirompente e che sembra rifiutarsi di scavare i solchi monolitici e arroventati tanto cari agli Electric Wizard antecedentemente riscontrabili nel loro sound.
Ora, parlare di "White Hourhound" come lo si farebbe di un disco brutto o insufficiente non è neanche lontanamente pensabile, qui i pezzi ci sono eccome, la titletrack e la successiva "Belial's Fjord" sono incantevoli, dalle dinamiche ottimamente elaborate e con una Soph decisamente sopra le righe.
La cantante ha acquisito padronanza e soprattutto convinzione dei propri mezzi, è molto più piena, consistente la sua prova e lo si percepisce specialmente in questi brani dall'aspetto emotivo così fluttuante nei quali è libera di fornire una propria impronta.
Non so che aria respirino a Birmingham o comunque in Inghilterra in genere, sta di fatto che è alquanto complicato, non dico sia impossibile, trovare un act proveniente dalla terra d'Albione che suoni questo genere e sbagli completamente un album, ce l'hanno nel dna e mentre rifletto continuo a far scorrere e riscorrere le tracce.
Come potrei affermare che canzoni quali "The Offering" e "Oak Ritual II" non rientrino nei miei ascolti? Mentirei, saranno anche ancorate a certi cliché ormai saldamente riscontrabili in moltissime release, ciò nonostante suonano alla grande.
Altro punto a favore del combo è la capacità di saper scrivere dei veri e propri brani, mi è capitato infatti di far caso a una caratteristica non strana però divenuta ospite abituale, forse troppo, all'interno di questo mondo.
In quest'ultimo periodo in particolare si sta notevolmente sfruttando l'escamotage della jam-session ampliata, alle volte anche a dismisura, per coprire in alcuni casi la mancanza d'idee adatte a confezionare una vera e propria forma canzone.
Non è che mi dispiaccia lasciarmi trasportare da episodi "totally free", non vorrei divenisse però una sorta di paraculata tesa a portare avanti chissà quale visione artistica strampalata.
Jammare è stupendo per chi suona e un'esperienza spesso unica per chi ne riceve i frutti ed è per questo che non lo si può ridurre a un utilizzo del tipo "giriamoci continuamente attorno e usiamo la psichedelia", pensiero adatto a sviare l'attenzione su una papabile mancanza d'idee.
Gli Alunah fortunatamente non lasciano nulla al caso e il complesso strumentale si pone sempre e comunque portando con sé riscontri positivi ai quali vanno sommati i valori del pregevole missaggio di Greg Chandler, che ha curato anche quello di "Call Of Avernus", e il lavoro in chiave di mastering di Tony Reed (St. Vitus e Trippy Wicked).
Istinto vs Maturità? Che la terza produzione sia quella del botto definitivo? Di certo saremo pronti ad accoglierla, continueremo a seguire gli Alunah dei quali consiglio l'acquisto a tutti gli adoratori dello stoner/doom, musica così fa sempre piacere ritrovarserla in casa.

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NETRA - Sørbyen


Informazioni
Gruppo: Netra
Titolo: Sørbyen
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Hypnotic Dirge Records
Contatti: facebook.com/pages/netra/115486751822328 - myspace.com/emlazh
Autore: Insanity

Tracklist
1. A Dance With The Asphalt
2. Crawling
3. Soerbyen
4. A Kill For A Hug
5. Streetlamp Obsession
6. Emlazh
7. Wish She Could Vanish
8. My Ill-Posed Life
9. It's Kicking In
10. Concrete Ocean
11. Strange Bliss At Dusk
12. I Shall Slay The Monkeys

DURATA: 01:10:13

Del progetto Netra parlò già il nostro Mourning in occasione dell'uscita del primo lavoro sulla lunga distanza, il 2012 vede una nuova release di questa one man band francese ancora una volta sotto Hypnotic Dirge; "Sørbyen", questo il titolo del disco, riprende e prosegue il percorso iniziato prima con i due demo e poi con il full fatto principalmente di Black Metal, Trip Hop e di quella "melancolia urbana" che dava il nome al precedente album e che sembra essere il concept su cui è fondato il sound.
Nei settanta minuti di musica offerti la propsota risulta variegata, alternando momenti atmosferici e grigi a parti che strizzano l'occhio al Depressive senza scadere nei clichè che hanno reso questo sottogenere una pagliacciata, ma anzi sfruttandone gli elementi buoni quali un riffing che in queste fasi si fa semplice e minimale, spesso accompagnato da arpeggi in brani come "Wish She Could Vanish" e "Concrete Ocean" (probabilmente la più vicina allo stile DSBM insieme alla prima, nera metà "I Shall Slay The Monkeys").
Il lato elettronico è evidente ma non invadente, ci troviamo in molte occasioni di fronte a beat lenti e dai suoni vagamente retrò uniti ad un lavoro di basso assolutamente encomiabile, "Emzlah" (ripresa dal primo demo) e "A Kill For A Hug" sono due tra i migliori esempi di questa caratteristica, quest'ultima con un finale di archi in stile film di qualche decennio fa che porta alla mente il nome Portishead.
Non mancano divagazioni in altri generi, "Strange Bliss At Dusk" ha una base non troppo lontana da quelle Industrial/EBM, mentre "My Ill-Posed Life" tira in ballo sonorità quasi New Wave e l'opener "A Dance With The Asphalt" ha un che di Jazz nelle sue prime battute; il meglio della proposta viene però con tracce che riescono senza alcuna fatica a immergere l'ascoltatore nella silenziosa notte di una strada illuminata solo da lampioni, "Streetlamp Obsession" (un titolo, un programma) e "Crawling" sarebbero adattissime per una passeggiata di mezzanotte in solitudine; le malinconiche vocals, quasi sempre in clean, e i synth che sembrano rappresentare le uniche luci di una città sprofondata nelle tenebre riescono ad ammaliare e trasportare in una dimensione parallela che prende la forma di una metropoli decadente e vuota, seppur allo stesso tempo piena di vita.
Con questo "Sørbyen" Netra procede quindi per la sua strada personale: è curioso come un genere che ha da sempre fatto della natura e del distaccamento dalla società moderna due punti di forza riesca a trovare vita anche in ciò che ha sempre rifiutato e in qualche modo continua a rifiutare, è come se questo Black Metal fosse forzatamente inserito in un contesto cittadino di cui non sente di fare parte ma le cui caratteristiche hanno comunque influenzato la sua difficile esistenza.
Per quanto mi riguarda questa è una delle uscite più interessanti dell'anno, non capita così spesso di ascoltare un lavoro tanto sentito e per nulla banale; progetto da tenere d'occhio, ha il potenziale per regalarci altre perle di questo calibro.

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BLACK MOOR - Lethal Waters


Informazioni
Gruppo: Black Moor
Titolo: Lethal Waters
Anno: 2012
Provenienza: Canada
Etichetta: Diminished Fifth Records
Contatti: facebook.com/blackmoormain
Autore: Mourning

Tracklist
1. Hellraiser
2. Thunderhead
3. Lost In The Shadows
4. Midnight Warrior
5. Into Eternity
6. Night Danger
7. Hatred's Maze
8. Lethal Waters
9. Frozen Tombs

DURATA: 37:40

Vincere facile? A parole cosa semplice, con i fatti? Beh, tutt'altra storia. La battuta in questione la si potrebbe usare ascoltando i Black Moor, l'act canadese giunto al secondo disco dopo il debutto "The Conquering" del 2009, che presentava ancora una formazione acerba, ha migliorato la propria proposta, è altresì vero che è rimasta saldamente ancorato a quelle basi-mattone che sembrano offrire l'ennesima formazione figlia dei Maiden e della N.W.O.B.H.M; qualche spruzzata di proto heavy/thrash alla Megadeth a sostenere e ciò che si ottiene è "Lethal Waters".
Nove brani dal piglio particolarmente catchy, l'esecuzione è ben più che piacevole, in più di una circostanza ci si diverte ad ascoltare canzoni come "Hellraiser", "Midnight Warrior" e "Hatred's Maze", lo è altrettanto imbattersi in episodi tipo "Thunderhead", la titletrack e "Lost In The Shadows", canzone regina di un platter molto nella media. quest'ultima non si discosta particolarmente dalle altre in quanto a esposizione, in fin dei conti diciamolo pure, il comandamento "rispetta e onora la Vergine Di Ferro" non viene praticamente mai disatteso.
La derivazione sin troppo evidente dai grandi blocca un po', ti fa pensare che questa nuova generazione di act quali Striker, Enforcer, Skull Fist, Cauldron e compagnia bella, per quanto valide sarà sempre e comunque una seconda o terza scelta, il che è anche giusto dato che è naturale seguire il corso degli eventi per come si è realizzato.
È quindi doveroso affidarsi a coloro che hanno creato il genere prima di dare possibilità a tali band di girare nello stereo, o altresì per chi non avvezzo sfruttare tali conoscenze per guardare indietro. D'altro canto è davvero facile ascoltare "Lethal Waters", magari lo scream inserito in "Night Danger" ce lo saremmo potuti risparmiare, con tutta probabilità la prestazione di Erick "Hammerfist" Hanlin non è fra le più personali e identificative pur dimostrando di saper stare sul pezzo, però la passione trasuda e per quanto non fili proprio tutto liscio lo stereo non lo rifiuta di certo.
I Black Moor sono ancora alla ricerca di se stessi, sono una formazione "standard" che si attiene agli "standard" di un mondo heavy che oggigiorno pretende qualcosa in più. Fra glorie del passato che rientrano, si veda l'ottimo come-back degli Angel Witch con "As Above, So Below", e le tante nuove leve che premono per farsi strada, ì musicisti canadesi devono forzatamente cambiare registro, cercando d'insaporire la propria proposta con uno scatto di personalità.
Non si chiede la Luna ma quel passo che li conduca fuori dalla situazione di stallo da "sei politico" nella quale sembrano essere arenati, in bocca al lupo ragazzi!

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CARBID! - Breaking Walls


Informazioni
Gruppo: Carbid!
Titolo: Breaking Walls
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Akasa Records
Contatti: facebook.com/CARBID.rocks - carbid-rock.com
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Creatures Of The Light
2. Green Hill
3. Dark Night
4. Never Regret
5. Over And Out
6. Angry Nature
7. Pirates!
8. Rock Forever
9. Fight For Your Right [cover Beastie Boys]
10. Sin City [cover AC/DC]
11. Rebel Yell [cover Billy Idol]
12. Stand Up And Shout [cover Dio]
13. Bark At The Moon [cover Ozzy Osbourne]

DURATA: 50:13

Il Metal vive sempre più spesso un paradosso che offre parecchio su cui riflettere: perchè un gran numero di coloro che si affacciano a questo mondo tende a snobbare le forme più classiche di tale genere, puntando poi esclusivamente sulle frange più estreme? Non lo so. So però per certo che la passione per l'Heavy Metal in senso stretto è ancora presente nel cuore di alcuni e fortunatamente abbiamo tutt'oggi la possibilità di avere sottomano prodotti di questo tipo.
I Carbid! sono un gruppo tedesco formato nel 1999 ma la cui prima prova arriva solo quest'anno sotto forma di un full intitolato "Breaking Walls".
In virtù della premessa fatta, immagino che avrete già dedotto in quale sfera si possa inserire la proposta del quartetto teutonico e nomi come Judas Priest, Iron Maiden, Saxon, Running Wild e Accept non faranno dunque fatica a venire a galla durante l'ascolto di pezzi come "Creatures Of The Light" (ragazzi, la "somiglianza" del riff iniziale con quello celeberrimo di "2 Minutes To Midnight" non è un po' troppo accentuata?) e "Over And Out".
Purtroppo però, nonostante la compattezza del riffing, l'energia necessaria a far esplodere il potenziale della proposta non c'è quasi mai. Perchè? Perchè episodi quali "Green Hill", "Dark Night" e "Never Regret", pur strizzando anche l'occhio a una certa venatura Speed, vengono mal supportati da una prova vocale che pare spenta, poco dinamica, quasi timida e raramente all'altezza del compito affidatole.
Certo, "Angry Nature" e "Rock Forever" offrono buonissimi spunti che vengono irrorati con il giusto quantitativo di adrenalina e di attitudine grezzamente stradaiola ma tutto ciò non è sufficiente per risollevare le sorti di un disco letteralmente martoriato da una sin troppo negativa prestazione al microfono.
Troppo spesso i Carbid!, fermo restando che sono evidenti l'impegno e la passione insiti nel progetto, sembrano accontentarsi, sembrano essere incapaci di osare qualcosa in più, senza rendersi probabilmente conto delle evidenti carenze di un lavoro dai risvolti eccessivamente approssimativi.
Una nota di merito va tributata al grande spazio lasciato al basso che, per la gioia del sottoscritto, si ritaglia spesso momenti propri andando ad arricchire trame che, forse anche a causa della mancanza di una seconda chitarra, faticano un poco a reggersi da sole.
Anche una certa ingenuità nel songwriting, a volte un po' scontato ("Pirates!" è emblematica a tal senso), fa la sua parte in tale circolo vizioso.
E qui potrei sommariamente terminare la mia analisi se non fosse che la chiusura di "Breaking Walls" è affidata a ben cinque bonus track, nientemeno che cinque cover.
E vi assicuro che per me è quasi imbarazzante svelarvi che i Carbid! se la cavano meglio con tali brani che con la produzione propria.
Complice forse una maggior consapevolezza e sicurezza, la versione della classica "Fight For Your Right" dei Beastie Boys è davvero ottima, eseguita con la giusta carica e la perfetta dose di aggressività. Buone anche le reinterpretazioni di "Sin City", uno degli innumerevoli cavalli di battaglia degli AC/DC, e di "Rebel Yell" (irrobustita in maniera splendida), anche se occorre dire che, da parte del cantante, cimentarsi nel coverizzare Bon Scott e il "morrisoniano" Billy Idol è stata una mossa decisamente azzardata; stesso discorso per quanto riguarda la successiva "Stand Up And Shout" di cui le indimenticabili e compiante doti di Ronnie James Dio rendono compito arduo la riproposizione.
Chiude definitivamente il disco una versione senza infamia e senza lode di "Bark At The Moon" del sempreverde Ozzy. Tirando le somme di questa lunga disamina, dunque, non posso che ammettere, con sommo dispiacere, quanto la proposta dei ragazzi tedeschi sia ancora acerba e difettosa.
Allo stesso modo, non posso esimermi dal dire che gli spunti interessanti ci sono.
Sicuramente, se lavoreranno sulle doti vocali e sugli spigoli di ingenuità, possiamo attenderci qualcosa di migliore dal futuro dei Carbid!, in bocca al lupo!

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ZORNDYKE - On Mayor Altar's Edge


Informazioni
Gruppo: Zorndyke
Titolo: On Mayor Altar's Edge
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Baphomet In Steel
Contatti: myspace.com/zorndykedm - facebook.com/pages/ZORNDYKE/53181357269
Autore: Akh.

Tracklist
1. Meine Schwarze Flügeln
2. Sledgehammer Murderer
3. Lunch For The Worms
4. Hordes Of The Primordial Chaos
5. Headshot
6. Chamber Of Bones
7. Tenochtitlán Claims Blood / On Mayor Altar's Edge
8. Decomposing Alive

DURATA: 42:06

Dite la verità, quanti anni avete? Quanti veramente hanno vissuto la prima ondata del Death Metal, quello sporco, lurido, infamato, assolutamente da evitare e perennemente satanico o cimiteriale? Ognuno di voi farà i conti con la propria risposta.

La cosa sicura è che i veneti Zorndyke di quel Death Metal sono ebbri e "On Mayor Altar's Edge" sta qua a dimostrare al mondo intero che vi è ancora gente che adora vermi, teschi macilenti e sangue raggrumato ed è proprio per questa vena putrescente che la Baphomet In Steel, etichetta amante delle sonorità old school, non ha perso tempo a far uscire il loro secondo cd.

Gli amanti di Excidium, Schizo, Krashing (a breve ve li faremo conoscere) o vecchie tape di contrabbando potrebbero fermarsi, se invece adorate tecnicismi e suoni pulitini, scappate veloci, il combo di Cittadella è rozzo, bestiale, carico come un becchino invasato che attende solamente di scavarvi la fossa.
Qua è il regno delle ombre e del fetore, le contaminazioni dello stile sono evitate maniacalmente, qua si parla di pennate morbose (ma senza indicare il famoso Angelo, troppo moderno per questi lidi), ritmiche incidenti che fanno perno sulla cassa o sulla doppia nei casi necessari dove c'è da spingere sul pedale dell'acceleratore o sulla percussione delle pelli in maniera selvaggia e animalesca del nostro Necro Incinerator.

Le ritmiche sono marcescenti e vecchia scuola, quindi niente girigogoli o melodie ruffiane come ci dimostra l'iniziale "Meine Schwarze Flügeln" o la seguente "Sledgehammer Murderer" dal ritmo più sostenuto, ma vi si trova tanta voglia di devastare senza guardarsi in giro, alla maniera degli anni '80, magari tirando fuori il dito medio giusto per gradire. La voce di Abyssal Howl varia spesso tonalità passando da un growl cavernoso ad un appoggio in frequenze medie, donando spessore alle metriche e ai vari brani che sanno trovare differenti tipologie di soluzioni fino al finale di "Lunch For The Worms" che fra biascicamenti e rigurgiti appare scanzonato ed irrispettoso, nella sua anarchia goliardica.

Generalmente si respira una pessima aria in cui i ricordi di antiche cassette e band fangose e ributtanti fanno capolino, e in questo caso mi faccio pienamente coinvolgere da una "Hordes Of The Primordial Chaos" che mi intriga e riporta indietro di più di venti anni, anche grazie alle variazioni di tempo che la trasformano in uno dei brani che più ho apprezzato di questo lavoro per la sua carica pestilenziale e caotica.

Non ci sono invenzioni, però chi se ne fotte, sono quegli stacchi degeneratamente ficcanti che ammorbano lo stereo e le orecchie, per dar poi sfogo a ritmiche che qualche demente o ignorantino dei giorni nostri potrebbe definire "thrash" come nel caso di "Headshot", ma la differenza sta nella pesantezza sconsacrata e nelle "melodie" marcescenti e olezzose che provengono dagli abissi di Bloodthrist e Summoned.

Altra valanga belluina ci giunge addosso tramite "Chamber Of Bones" in cui parti serrate si alternano a un riff insinuante e malvagio, su cui poter scaricare una voce primitiva e catacombale, da cui fa capolino il basso, in uno dei suoi pochi appoggi (una maggiore presenza di questo strumento avrebbe acuito l'aria cimiteriale dei vari brani), ma forse questo è dovuto alle sonorità secche e taglienti scelte per il suono delle chitarre, fatto sta che comunque parliamo di un altro brano su cui i defender del primordiale verbo mortale potranno godere, smembrando ed eiaculando sangue raffermo.

La chiusura viene affidata a quello che potrebbe divenire un vero cavallo di battaglia del gruppo "Tenochtitlán Claims Blood / On Mayor Altar's Edge" in cui tutti gli ingredienti disgustosi e sacrileghi vengo rilegati assieme per redarre un brano che sarà il giusto finale in sede live, facendo scapocciare ed esaltare i peggiori necrometallari in circolazione, la botta reale viene messa a fuoco da una "Decomposing Alive" dai tratti quasi punkeggianti, influenza che finora era solamente velata da certi arrangiamenti che qui esplode feroce e primitiva nella sua irruente anticonvenzionalità.

Se siete amanti del Creepshow e la vostra carne cade a brandelli, se le vostre orecchie o ciò che ne rimane non possono far a meno del Death Metal fetido e mortifero, se avete fermato l'orologio e vi disgusta quel metallo da fighetti raffinati che spesso vi confonde le idee su cosa sia oggi il metallo estremo, avrete trovato nei Zorndyke cinque compagni di merende, che fra un corpo trafugato e macabri rituali potranno darvi ciò che volete a dispetto della vostra iniziale risposta ovvero: Morte.

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EISWERK - Die Ruhe Vor Dem Sturm


Informazioni
Gruppo: Eiswerk
Titolo: Die Ruhe Vor Dem Sturm
Anno: 2011
Provenienza: Schlagenhofen, Bavaria, Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: eiswerkofficial.com
Autore: Bosj

Tracklist
1. Der Bestimmung Entgegen
2. Die Ruhe Vor Dem Sturm
3. Bis Zum Ende
4. Trollfeuernacht
5. Rachefeldzug
6. Adlerherz
7. Vor Den Toren
8. Zum Altern Thorvald
9. Todesschrei
10. Blutsee - Die Jagd Teil 1
11. Blutsee - Die Wahrheit Teil 2
12. Sonnenuntergang
13. Das Letzte Abendmahl
14. Weltenklang

DURATA: 45:36

È stato molto divertente scoprire dell'esistenza degli Eiswerk: sembra di fare un viaggio in altri tempi, ad un'epoca in cui il metal era suonato perché non era altro che una passione, un'urgenza artistica, senza nessuna velleità da rockstar o la sbruffonaggine che oggi è con molti gruppi inclusa nel prezzo del biglietto.
I sei giovinastri bavaresi sono invece disponibilissimi, non vedono l'ora di suonare, di diffondere la propria musica e di divertirsi lungo il tragitto, tutto con grande umiltà; dalla pagina Facebook iperattiva, al canale di Youtube dove questo loro primo lungo demo è interamente ascoltabile, tutto lascia intendere la passione ardente per la musica e la genuinità d'intenti.
I ragazzi hanno messo in piedi tutti da soli (il disco è rigorosamente autoprodotto) un progetto davvero fuori di testa: immaginate l'approccio musicale dei Finntroll, mischiatelo alla follia dei Trollfest e buttate nel calderone soluzioni sonore che non vi sareste mai e poi mai aspettati e forse avrete una lontana idea di cosa troverete in "Die Ruhe Vor Dem Sturm". Forse.
L'album, per quanto venga dichiarato demo, è in realtà più che sufficiente per essere considerato già di per sé vero e proprio full lenght di debutto: tredici brani più intro iniziale per oltre tre quarti d'ora di musica sono abbastanza esplicativi relativamente alla verve compositiva degli Eiswerk. Soprattutto, all'interno del platter non troverete un brano uguale al successivo: anche nei momenti più classicamente heavy, dove il riffing granitico vuole imporsi quale protagonista ("Todesschrei") incontrerete assurdi stop and go, mini assoli di batteria, improbabili assoli di chitarra, cose dell'altro mondo.
Un pezzo come "Trollfeuernacht" non può non lasciare il segno: cambi di tempo, trombette e casino di vario genere con tastiere in primo piano sono sintomo di fortissimo disagio sociale, e per questo una meraviglia.
"Adlerherz" gareggia sicuramente per la posizione di brano più improbabile: tra tastiere, xilofoni, chitarre che si rincorrono, scacciapensieri (sì, proprio lo scacciapensieri) e chi più ne ha ne metta, l'operato dei Tedeschi non può non divertire, pur con le sue pecche e i suoi limiti.
L'autoproduzione non è particolarmente pulita, anzi tende ad essere pastosa e alle volte sacrifica gli strumenti tradizionali, soprattutto le chitarre, che a loro volta non sono proprio pregevolissime, suonando molto zanzarose e poco corpose, la maggior parte delle volte più cacofoniche che piacevoli. Il discorso è che, per quanto la cosa normalmente significherebbe la piena insufficienza di un album, nel caso degli Eiswerk e del loro lavoro un aspetto del genere passa in secondo piano, tanti elementi spuntano da un momento all'altro, nella più totale follia delle registrazioni.
Chiunque sia in cerca di suoni convenzionali e "di scuola" è avvisato: stia alla larga. Per affrontare un disco di questo genere sono fondamentali e necessarie una grande apertura alle contaminazioni (anche totalmente fuori contesto) e tanta, tantissima ironia.
Ad oggi, il secondo lavoro dei ragazzi bavaresi è prossimo al completamento, speriamo levighino le imperfezioni e smussino gli angoli del loro operato, perché se questa è davvero "La Calma Prima Della Tempesta", ne vedremo delle belle.

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NOCTIFERUM - Serenades Of The Impure


Informazioni
Gruppo: Noctiferum
Titolo: Serenades Of The Impure
Anno: 2009
Provenienza: Vienna, Austria
Etichetta: The Oath
Contatti: facebook.com/Noctiferum
Autore: Bosj

Tracklist
1. When The Shadows
2. Magnum Innominandum
3. Serenade Of The Impure
4. Darkest Sanctum
5. The Orb Of Parasites
6. De Mysteriis Dom Sathanas

DURATA: 38:40

Se siete nostri affezionati lettori saprete che Aristocrazia si interessa solo e soltanto alla musica, lasciando nella più totale indifferenza trovate commerciali di qualsivoglia genere, compilation e ristampe in primo luogo; tuttavia questa volta trattiamo proprio di una ristampa, contravvenendo alla regola con l'eccezione che la conferma.
"Serenades Of The Impure" è infatti un demo datato febbraio 2009, registrato tra il 2007 e il 2008 e composto addirittura nel 2006. I motivi per cui ne parliamo oggi sono presto detti: i Noctiferum, band di Vienna brillantemente dedita a un black metal fortemente influenzato dalla scuola svedese del fu Jon Nödtveidt, rilasciarono questa manciata di tracce, ad oggi ancora l'unica prova materiale delle capacità del gruppo, esclusivamente su nastro. Successivamente all'interno della formazione si sono avvicendati diversi cambi di lineup ed oggi, con i lavori per il primo disco in stato fortemente avanzato, la nostrana The Oath ha deciso di rendere finalmente reperibile su supporto ottico "Serenades Of The Impure".
Alle cinque tracce originariamente presenti su cassetta, se ne è così aggiunta una sesta intitolata "De Mysteriis Dom Sathanas", di cui credo sia superflua qualsiasi spiegazione.
Venendo invece al succo del lavoro dei Noctiferum, come accennato è facile individuare nelle composizioni la matrice scandinava che ha reso famosi i Dissection prima e, soprattutto, i Watain e tutta l'orda di black "spirituale" poi, tanto per fare qualche facile riferimento. La titletrack è manifesto dell'ideologia degli austriaci: "I will not bow before your king / All my strenght for the malicious One".
Se la novità non è certo di casa in questi brani, né a livello musicale né a livello concettuale, è pur vero che, anche cercando con il lanternino, la mancanza di spunti particolarmente originali è la sola ed unica pecca che può essere mossa alla formazione di Vienna. Dal punto di vista formale il disco è ineccepibile: composto bene, suonato bene, prodotto bene, curato in tutti i suoi dettagli, dall'artwork completamente rinnovato alle evocative immagini interne, ai suoni perfettamente in grado di rivaleggiare con le produzioni dei nomi di punta della scena, cui il trio austriaco, e musicalmente e professionalmente, non ha assolutamente nulla da invidiare.
Batteria triggerata dove necessario e sempre senza esagerare, chitarre piene e corpose, cantato sporco e lugubre perfettamente congeniale alle strutture sonore al di sotto, atmosfera impeccabile nel suo complesso. Un lavoro che ha tutte le carte in regola per essere apprezzato dai fruitori della scena. Nell'attesa dello sforzo sulla lunga distanza, che come detto, stando alle dichiarazioni del gruppo, dovrebbe essere in dirittura d'arrivo, lode a The Oath per aver reso di nuovo disponibile questo piccolo ma corposo lavoro che merita più di un'attenzione.

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JOHN 3:16 - Visions Of The Hereafter

Informazioni
Gruppo: John 3:16
Titolo: Visions Of The Hereafter
Anno: 2012
Provenienza: Ginevra, Svizzera
Etichetta: Alrealon Musique
Contatti: alrealon.co.uk/john316.html
Autore: Bosj

Tracklist
1. The Ninth Circle
2. Throne Of God / Angel Of The Lord
3. Abyss Of Hell / Clouds Of Fire
4. Ascent Of The Blessed (To The Heavenly Paradise)
5. God's Holy Fire
6. Star Of The Sea / Guardian Angel
7. The Inner Life Of God / The Father, The Son And The Holy Spirit
8. Through Fire And Through Water
9. Fall Of The Damned (Into Hell)

DURATA: 49:39

Lo avevamo lasciato qualche mese fa in compagnia di FluiD, lo ritroviamo ora, ad autunno inoltrato, in un personalissimo lavoro tutto suo: Philippe Gerber, dopo anni di presenza sulla scena con i suoi Heat From A Deadstar, decide di abbandonare Londra in favore della più intima Ginevra e dare alle stampe il suo primo full lenght solista.
Il concept, nella sua titolazione completa, lascia spazio a pochi dubbi: "Visions Of The Hereafter; Visions Of Heaven, Hell And Purgatory" è un insieme di composizioni che vertono sulle sensazioni immaginifiche delle idee di Paradiso, Inferno e Purgatorio.
Ad introdurci all'ascolto, una raffigurazione di ciascuno dei tre (non)luoghi ad opera di William Schaff, talentuoso illustratore autore nientemeno che degli artwork di Godspeed You! Black Emperor e Okkervil River; le tre situazioni ritratte in copertina sono infatti riprese nel dettaglio man mano che apriamo il pregevole digipak in cui il disco vero e proprio trova posto.
Inseritolo nel lettore, fin dalle prime note di "The Ninth Circle" balza all'orecchio come Gerber abbia ampliato il ventaglio della propria offerta rispetto a quanto udito solo qualche tempo addietro: John 3:16 è infatti in grado di regalare molto più delle distorsioni drone-oriented e del cupo rumorismo di matrice dark ambient. Per quanto queste peculiarità rimangano a tutt'oggi parte integrante del materiale presentato ("Ascent Of The Blessed..."), non si tratta che di una parte di quanto l'artista ha deciso di mettere su disco. Dimenticate Köner, dimenticate Lundvall: Philippe Gerber mantiene lungo il proprio percorso compositivo un'attitudine fortemente post-rock ("The Inner Life Of God...") perfettamente integrata nella base dark ambient, la qual cosa rende il suo debutto estremamente godibile ed accessibile anche e soprattutto per coloro i quali non vanno a braccetto con le interminabili sessioni di feedback che sono solitamente marchio distintivo di questa corrente.
A questo non mancano lievissime spruzzate di scuola Fennesz, che si fermano sempre un passo prima di diventare qualcosa di più di un leggero rimando al glitch o all'ambient più luminoso e sereno ("Through Fire And Through Water"), così come qualche passaggio più rockeggiante, se mi si passa il termine, à la Hammock ("Fall Of The Damned..."); volendo, si potrebbe continuare con il gioco dei rimandi all'infinito o quasi, poichè il platter che lo svizzero ha dato alle stampe tramite Alrealon Musique è incredibilmente sfaccettato e "consapevole", vive di vita propria pur seguendo diverse scuole di pensiero.
Una prova matura e godibile, mai eccessiva, sempre delicata. Pregevole.

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CRIPTUM


Informazioni
Autore: Akh.

Formazione
Midgard - Batteria, Seconda Voce, Effetti
Derr Heilige - Voce, Chitarra


Oggi Aristocrazia è in compagnia di Derr Heilige per conoscere il mondo dei Criptum.

Salve D.H., potresti spiegare cosa si muove dietro al vostro monicker e come siete nati?

Derr Heilige: Ciao, il gruppo nasce nel 2006 a Perugia da un'idea di Midgard e Xyx (batterista ed ex bassista), l'idea era di mettere su un gruppo black metal primitivo e minimale con testi colmi d'odio e disprezzo. Il nome è stato scelto da Midgard e credo stia a significare qualcosa di nascosto, criptico e personale [ride].


So che ti sei entrato nel gruppo in seguito, cosa ti ha spinto a far parte della band, che tipo si sensazioni ha permesso la tua integrazione?

Sì, nel 2007 sono venuto a conoscenza di questo progetto tramite Zalbesiael (il vecchio chitarrista) e Xyx ed ho insistito per poter assistere ad una prova. Fin dal primo momento si sono create una sintonia e una amicizia che s'è poi consolidata negli anni, così sono entrato in pianta stabile nella band. Ai tempi avevo un mio progetto dal nome Mete Infallibili basato su sonorità molto diverse da quelle dei Criptum, questo ha fatto sì che le due cose si fondessero col mio ingresso nella band e piano piano la personalità dei Criptum come la si conosce ora è nata.


Beh.. conosciamo bene i Mete Infallibili, ho avuto modo di poterli trattare, se infatti ci può essere un punto in comune fra le due realtà affermerei di ritrovarla nella tua tipica impronta vocale. Trovi difficile interpretare due gruppi? Quali sono le tue ispirazioni vocali o chi ha la tua stima all'interno della scena musicale?

Sì e alcuni riff presenti nel disco "Monolite" erano originalmente stati creati per M.I. Ora come ora la personalità di Criptum è fin troppo imponente e non riesco a dividere me stesso... Trovo molto difficile dare spazio ad altri progetti, anche se provo in determinati momenti a cambiare aria e creare qualcosa di totalmente differente da Criptum. La voce la imposto a seconda della musica, se è potente e vittoriosa serve una voce altrettanto potente, se la musica è lenta, morbosa e oscura allora la voce sarà molto diversa. In ambito B.M. posso dirti che le voci di Nocturno Culto e di Apollyon mi hanno sempre affascinato. La voce può anche variare molto in base ai periodi, agli stati d'animo e al luogo dove viene registrata.


In effetti se c'è un retaggio nel vostro suono, potrei indicare una certa reminiscenza norvegese, ma saputa poi destare e rielaborare in una chiave assolutamente italica. Cosa mi puoi dire in proposito?

Credo sia esatto, ho sempre amato la scena Norvegese, soprattutto i gruppi più folkeggianti, nel corso degli anni ho cercato però di creare musica che rappresentasse e rispecchiasse il luogo dove vivo. Mi succede da sempre, addirittura da quando ero bambino. Succedeva che cercavo di donare una colonna sonora ai luoghi ma tutto rimaneva nella mia testa. Mi ha sempre affascinato quest'idea. La musica che facciamo è quindi interamente ispirata dalla nostra regione, l'Umbria, ed al centro Italia. Non potrebbe essere altrimenti... È musica genuina, rurale e animalesca.


Quindi il vostro recente esordio "Monolite" ha le radici nel vostro territorio?

Assolutamente. Musica e testi sono il frutto di menti che vivono l'Umbria... Gioie e guai, visioni romantiche e visioni violente, paesaggi e disagi. È un po' come se un vecchio gruppo folk di contadini ubriachi e malinconici a tratti si mettesse a suonare black metal.


[risata] Fantastica descrizione! Ciò si percepisce nel vostro modo di suonare. Infatti sotto una coltre di ispida violenza dai connotati orgogliosi e ruvidi, spaccati disagiati e squarci melanconici, come accade in certe vostre introduzioni, a mio avviso si evince una sensibilità rupestre che potrebbe svilupparsi in maniera più approfondita e che potrebbe divenire un'altra arma personalizzante del vostro suono. Che ne dici in proposito?

Tutto questo si vedrà ancora di più nel prossimo disco.


A che punto siete?

Il prossimo disco sarà ancora più improntato a questo riguardo. Abbiamo undici o dodici pezzi pronti, dobbiamo solo iniziare a registrarli, stiamo prendendo tutto con molta calma, ma presto inizieremo. È questione di giorni.


Ottimo! Senti ho una curiosità da chiederti: cosa volevate simboleggiare con il video di "Il Destino Di Dio"? Io trovo in messaggio indubbiamente criptico, ma avvincente (www.youtube.com/watch?v=pYyDPyHl5zU).

Nulla di criptico in realtà, anche se capisco che così potrebbe apparire. È una parte della nostra realtà, è una serie di immagini quasi deliranti viste direttamente dai nostri occhi, è come trovare una cassa piena di foto della vita di uno sconosciuto che vive lontano. Ecco, questa cassa ci viene brutalmente scaraventata in viso, abbiamo un attimo di stordimento e tutte queste foto ci cadono addosso. Un delirio visivo che va dritto al punto, pur essendo avvolto dal caos. Forse per gli Umbri che vivono come noi quel video risulterà di facile comprensione... O forse no. Non saprei.


Certo che quel vaso nero mi ha messo proprio curiosità, che valore istintivo vi ha donato? Lo avete perfino inserito nella copertina...

Quel vaso è un simbolo con molteplici significati per il nostro percorso, io interpreto la sua distruzione all'inizio del video come un esorcismo o come la fine di un'era buia e tempestosa. Era forse l'urna che racchiudeva i primi anni del gruppo e che ora viene distrutta per simboleggiare la fine di un ciclo e l'inizio di un altro. Però è anche un elemento che stacca dal "concept" del disco, non saprei dirti di più. Non è una cosa usuale per noi, in quanto non siamo un gruppo che si attacca troppo a simboli o filosofeggi, preferiamo dire le cose dirette e istintivamente, pur mantenendo un alone di silenzio e mistero, un po' come degli esseri selvaggi. Questo viene fuori direttamente dai nostri caratteri.


Mi pare una risposta sufficientemente esaustiva. Quindi vi sentite molto silvestri come tipi, o è una chiave risolutiva al disprezzo sociale che provate (nei testi mi pare si rimarchi questo fattore)?

Sì, io da sempre preferisco starmene da solo o con i pochi ma buoni nel selvaggio, piuttosto che in mezzo al caos delle città e di tutto lo schifo che si accumula quando si si raduna troppa gente. Non che io sia totalmente asociale, anzi, è solo che preferisco di gran lunga bere una cassa di birra con gli amici tra i boschi, anche nei punti scomodi da raggiungere, allo stare in un posto affollato; solitamente il 98% delle persone non lo reputo all'altezza o non mi incuriosisce proprio. Ho una cerchia di amici e persone che continuano ogni volta a sorprendermi però. In più sin da piccolissimo, addirittura quando ero ancora in grembo a mia madre, sono stato portato sulle Alpi, cosa che poi è diventata una vera e propria passione. Solitamente proprio per trovare l'ispirazione vado a fare camminate sia di giorno che in notturna. È una cosa che mi esalta come una droga. Molti riff dei Criptum o di altri miei progetti nascono da questi momenti. Anche la città però dona alcuni spunti "artistici", pur se quasi sempre negativi nel mio caso.


Cosa ti continua a far credere in Criptum? E cosa significa per te questa band?

In primis la necessità che avrò sempre di sfogare la miriade di idee che ogni giorno mi si presentano in testa, non potrei mai stare fermo troppo a lungo, credo di poter parlare anche per Midgard. Poi anche la passione che ho per il black metal oramai da molto tempo. E l'amicizia.


Paradossalmente quindi il Black Metal dei Criptum affonda in esigue ma solide basi positive, il nichilismo è una conseguenza di quanto esposto prima?

Non mi definirei un nichilista, anzi. Bensì un'anima in pena che arranca, devasta e disprezza tutto ciò che c'è di marcio attorno a lui. E mentre crepa per fare questo scala un'altissima montagna. Ogni giorno è una fottuta sfida! L'oscurità io la trovo solo nella Notte. Il guaio vero viene dall'essere umano che non conosce a fondo se stesso e quindi agisce male creando disordini. Ecco, in tutto quello che il mondo oggi ti sputa in faccia e ti fa passare come buono e sano io non mi ci rivedo, quindi sono fiero di ammettere che per la società gente come me è il male e che risponderò con il male alla società. Tutto questo si rispecchia nella nostra musica, filtrando due personalità abbastanza differenti ma comunque simili.


Capisco. Quindi nella vita di tutti i giorni come vi muovete e che altri progetti o affinità avete oltre Criptum?

Conduciamo una vita normale e abbastanza ordinaria se si tolgono le passioni musicali, forse il guaio è solo nella nostra testa o forse siamo degli "artistoidi" illusi e fautori del fallimento di noi stessi, non lo so. Negli anni mi sono evoluto molto ed ogni disastro alla fine è stato un'esperienza costruttiva, ma ho anche perso molta energia... Oltre a Criptum Midgard suona in altre due band, ti citerò i Maerormid perché sono una band che personalmente ammiro molto, ne parliamo spesso e c'è una fitta rete di pensiero dietro a ogni loro singola mossa. Io ora mi sto concentrando sui nuovi brani dei Criptum e sto organizzando alcune cose basilari della mia vita.


Visto che hai incominciato, chi consiglieresti di ascoltare delle tue parti ai nostri lettori e per quale motivo?

Non ci sono molte band purtroppo, comunque ti consiglio i Maerormid; Firbholg perché sono degli amici e fanno ottima musica, ora sto aspettando il nuovo album; Holongaar, anche se ancora non hanno rilasciato nulla, solo qualche canzone su Youtube ma molto valida; e infine A Monumental Black Statue, band nella quale ho militato e ora sta uscendo il secondo album. Ci sono inoltre alcuni gruppi appena nati ma non hanno ancora rilasciato nulla quindi non li segnalo.


OK! Preso nota... Prima di lasciarti andare, dacci un parere libero e senza peli sulla lingua: secondo te davvero la "scena italica" deve soffrire di complessi di esterofilia? A mio avviso negli ultimi anni sono usciti molti lavori interessanti e gruppi con una motivazione sorprendente, come stanno le cose?

Io la vedo come te, negli ultimi anni ci sono state ottime uscite e una sorta di "stile Italiano" si è venuto a creare, è ancora prestissimo per cantar vittoria e ci vogliono più gruppi motivati e sfrontati ma si potrebbe arrivare a qualcosa. Personalmente penso che la cosa dell'esterofilia non cesserà mai di esistere, si estende in ogni ambito e genere musicale, per l'Italiano medio è sempre migliore chi viene da fuori. Solo perché viene da fuori. Io non sono neanche capace di provare a pensare una cosa simile, mi spiace per il gregge di pecorelle a testa bassa, ma non sono uno di voi. Quello che consiglio ai gruppi Italiani è di non darsi limiti, ascoltare molta musica, molti generi differenti e osare! Non abbiamo un cazzo da invidiare alla scena estera, anzi potrebbe solo essere ingrandita la voragine che poi ci inghiottirà grazie alle invidie da pecorella.


Sicuramente non ti nascondi dietro un dito e questo lo percepiamo chiaramente grazie ai vostri pezzi arrembanti e sfrontati. A chi consiglieresti dunque di ascoltare "Monolite"? Infine saluta i lettori come preferisci, a te la chiusura.

A gente arrogante, fiera, intelligente, sobria e di classe nella sua ubriachezza molesta e con un cinico senso dell'umorismo. Grazie a te e ad Aristocrazia per lo spazio dedicatoci. Alla prossima!
Expecto Solem, cur sine Sole sileo!

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domenica 2 dicembre 2012

BENEATH - Enslaved By Fear


Informazioni
Gruppo: Beneath
Titolo: Enslaved By Fear
Anno: 2012
Provenienza: Islanda
Etichetta: Unique Leader
Contatti: facebook.com/beneathdeathmetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. As Gods Walk The Earth
2. Lies Of The Dead
3. Enslaved By Fear
4. No One Above
5. Heretics
6. Bloodlust
7. Writhe
8. Monolith
9. Sacrificial Ritual

DURATA: 41:12

L'Islanda è una terra stupenda e di certo non nota per il rilievo storico delle sue band death metal, quante ve ne ricordate provenienti da quell'isola? I Sororicide? Gli Angist? Gli Ophidian I? E poi? Poche, realmente poche, a esse però si aggiunge quella che si può ritenere una sorpresa e una graditissima new entry nel panorama della brutalità, non a caso finita nel roster della label statunitense Unique Leader, loro sono i Beneath.
Non è altrettanto un caso che proprio membri di formazioni citate siano al loro interno, troviamo Gísli Sigmundsson (ex Sororicide) dietro al microfono, il chitarrista degli Ophidian I ed ex Charger Unnar Sigurðsson, a essi si uniscono in quest'avventura Gísli Rúnar Guðmundsson dei Diabolus (brutal death) al basso, Ragnar Sverrisson, l'uomo addetto a frantumare le pelli (artista che ha militato e milita in realtà quali Atrum, Fortíð, Withered e Diabolus) e l'altro chitarrista Jóhann Ingi Sigurðsson, ex della band thrash/death Charger come Unnar; in pratica abbiamo a che fare con musicisti navigati e alquanto preparati.
I Beneath sono una macchina da guerra che avanza imperterrita travolgendo rovinosamente ciò che le si para contro, non è però di futili "slammate" che si discute. Il modo di porsi è un adeguato bilanciamento fra musica dal gusto retrò, con una fortissima influenza della componente death statunitense di gente come Morbid Angel e Monstrosity quanto di quella di stampo mitteleuropeo che conduce a Hate (non le ultime paccottiglie) e Decapitated, e una produzione moderna, affinata ma che stranamente rivela una sottile patina di "sporco" che preserva la disumanità contenuta nei pezzi. Sono quindi botte da orbi e non appare nessuna barriera di plastica a toglierci il maledettissimo piacere di riceverle in pieno volto.
"Enslaved By Fear" è un album che molte band invidierebbero, sa essere costantemente minaccioso con delle canzoni che sono vere e proprie raffiche d'odio riversate contro: il trittico iniziale composto da "As Gods Walk The Earth", "Lies Of The Dead" e la titletrack, quest'ultima decisamente più varia e disposta in maniera da farvi "infartare" a furia di seguirla, stenderebbe un bisonte! L'andazzo è questo più o meno per tutta la sua durata, canzoni come "No One Above", "Bloodlust", "Writhe" e "Sacrificial Ritual" non tirano di certo il piede indietro, citando i Fallen Fucking Angels di "Stopper": "se c'è lo stopper non passi". Gli islandesi però oltre all'abilità d'abbattere muri esibiscono un'inaspettata capacità nell'immettere nel sound una componente atmosferica massiccia, ciò avviene nell'episodio più breve e in quello più esteso del platter cioè la strumentale "Heretics" e "Monolith", a sprazzi anche "Enslaved By Fear" possedeva tale caratteristica; sembrano inviare un messaggio del tipo: "state calmi, dopo ve le suoniamo nuovamente".
I Beneath sono ben al di sopra della media, sono ben al di fuori dello stantio revival, sono una band che ha molto da dire, tanto da offrire al momento e dalla quale adesso ci si attende la riprova che l'aver partorito questo gioiellino non sia stato solo un fuoco di paglia.
Il death metal è ciò che amate? "Enslaved By Fear" entra in collezione. Odiate la visione iper-tecnica e fredda del genere? "Enslaved By Fear" entra in collezione. Se ancora non si fosse capito, 'sto disco è da comprare.

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WITHIN DESTRUCTION - From The Depths


Informazioni
Gruppo: Within Destruction
Titolo: From The Depths
Anno: 2012
Provenienza: Slovenia
Etichetta: Noisehead Records
Contatti: facebook.com/pages/Within-Destruction/148516011832284
Autore: Mourning

Tracklist
1. King Of Serpents
2. Demise
3. This Misery
4. Cardiomyopathy
5. The Price Of Heresy
6. As I Drown
7. While She Was Dying
8. God Of The Soulless
9. Danse Macabre

DURATA: 41:32

Quando parliamo di melodic death/metalcore siamo stati così mal abituati dalle ultime annate ricche di produzioni dall'atteggiamento sfacciatamente pop-emo da criticare frequentemente anche coloro che onestamente si affacciano in questo panorama producendo dischi degni d'esser ascoltati.
Ho letto spesso recensioni su portali esteri che pompano più di quelli nostrani proposte al limite col ridicolo, magari seguendo ordini di scuderia. Non che in Italia non accada, però "otto" e "nove" regalati a metalcorer che ormai han detto tutto ciò che avevano da dire in passato, gente come As I Lay Dying e Caliban (entrambe realtà sorrette da colossi del mercato discografico), ti fanno pensare, ancor di più nel momento in cui esce un dischetto come "From The Depths" che miscela proprio quelle due correnti, evitando però i contagi maligni causati dall'evoluzione della seconda.
La formazione slovena dei Within Destruction è giovane, prende spunto proprio dagli statunitensi As I Lay Dying, il monicker infatti è il titolo di una loro canzone contenuta nel terzo lavoro "An Ocean Beetween Us" del 2007, ma escludendo questo particolare è tutt'altra storia quella con la quale abbiamo la fortuna di confrontarci.
Quali sono le motivazioni che mi fanno pensare sia così? Il sound è molto più pesante e scuro, le inflessioni melodiche classicamente legate allo sviluppo del sound di Gothenburg post 2000 sono tutt'altro che inclini a offrire appoggio a qualsivoglia divagazione ultracatchy, quindi non aspettatevi ritornelli in voce pulita, coretti da strapazzo e robe similari. L'unica voce che ascolterete è quella di Rok Rupnik che in maniera particolarmente intelligente si pone con un growl profondo e uno scream acido sui pezzi, appesantendone e scandendone con efficacia la loro durata.
"From The Depths" è un ottimo compromesso fra una mazzata death atmosferica, una arrembante svedese di vecchio stampo e le inserzioni "core": nella prima categoria si potrebbero inserire brani come l'opener "King Of Serpents", "While She Was Dying" e "As I Drown"; nella seconda "The Price Of Heresy" e "God Of The Soulless"; nella terza infine "Demise" e "This Misery". Ognuna di esse potrebbe a sua volta rientrare nelle altre categorie grazie al fatto d'aver elaborato un songwriting molto prestante ma altrettanto malleabile.
I cambi di tempo e d'approccio allo stile sono molteplici, non disorientanti per chi ascolta e soprattutto graditi all'orecchio, i Within Destruction si rivelano essere alquanto preparati, derivativi quanto volete ma preparati. Un paio di fraseggi lievemente anneriti non vi proiettino in testa chissà quale deriva black, a dir il vero quasi del tutto inesistente, il genere viene tirato in causa in maniera rara e per lo più circoscritta, a voi capire dove e quando.
A chi consigliare un album simile? Sicuramente a coloro che senza riserve hanno continuato imperterriti a dare credito alle uscite di stampo melodico, non sarebbe però male se gli appassionati dell'aura anni Novanta provassero a entrare in contatto con "From The Depths", in più di un'occasione il platter gode di un feeling gelido mortifero quanto tagliente non lontano dal rimembrare quei fasti. Teniamo in considerazione la prestazione strumentale della compagine balcanica ben al di sopra della media e una produzione adeguata a fornire la dovuta potenza ai brani e il risultato ottenuto è "From The Depths".
Glielo dedicherete un po' del vostro tempo? Che ne dite? Se siete stati capaci di sorbirvi le ultime prove degli In Flames, 'sti ragazzi vi ripagherebbero della tortura alla quale la vostra passione/fede vi ha consciamente sottoposto.

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THE FACELESS - Autotheism


Informazioni
Gruppo: The Faceless
Titolo: Autotheism
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Sumerian Records
Contatti: facebook.com/thefaceless
Autore: Mourning

Tracklist
1. Autotheist Movement I: Create
2. Autotheist Movement II: Emancipate
3. Autotheist Movement III: Deconsecrate
4. Accelerated Evolution
5. The Eidolon Reality
6. Ten Billion Years
7. Hail Science
8. Hymn Of Sanity
9. In Solitude

DURATA: 41:02

Avevo archiviato gli americani The Faceless quattro anni fa dopo aver ascoltato "Planetary Duality" che a tratti mi divertiva e a tratti mi uccideva la palle, uno di quei dischi capaci di farti godere per accelerazioni brutali e sviluppi melodici interessantissimi e triturarti le parti basse infilando dei "piri-piri" evitabilissimi. In fin dei conti mi è rimasto qualcosa in mente, quindi del buono in quel lavoro lo trovai.
Ritornano oggi a farsi sentire e la prima cosa da far notare è che la formazione è cambiata, al il trio reggente consolidatosi nel tempo formato da Michael Keene (chitarra, voce, synth e programming), Lyle Cooper (batteria) e Evan Brewer (basso) si sono uniti Geoffrey Ficco (Voce) e Wes Hauch (chitarra), ed è questo il quintetto che ha dato vita al terzo album "Autotheism".
Cosa mi attendevo? Ero alquanto dubbioso, la mia preoccupazione principale era quella d'incrociare ancora una volta la classica formazione intenta più a "masturbare" lo strumento che dedicarsi a comporre buona musica. Il fatto di avere in corpo una elevata dose di scetticismo mi ha tenuto a distanza da esaltazioni di sorta, quando ho inserito il cd nel lettore, e con mio immenso e gradito stupore mi son ritrovato a dovermi confrontare con tutt'altra storia, ne sono rimasto soddisfatto sin dal primo ascolto e di ascolti ne ho accumulati un bel po' per poter provare a descrivere ciò che il platter rappresenta.
Non vi racconterò favole, non vi parlerò di miracoli o chissà quali invenzioni rivoluzionarie perché, parliamoci chiaro, oggi più che mai è veramente complicato, se non impossibile, apportare in quest'arte qualcosa di veramente innovativo. Quello su cui posso però mettere la mano sul fuoco è che concetti come "avanguardismo", "esplorazione", "perizia tecnica" e "passione" siano stati fusi in una prestazione di poco superiore ai quaranta minuti di durata che talvolta nel suo esagerare raggiunge un misticismo inaspettato e non risente di nessun tipo di problema nello sviluppare sia la brutalità più affine al mondo death, sia ampie e stupende divagazioni in ambito progressivo che non si risparmiano reminiscenze di stampo seventies. Come non amare poi quelle strutture jazzy che sembrano voler arrotondare e favorire il fluire del fiume sonoro? Qualsiasi collocazione stilistica che abbia dei paletti precisi, quindi tutte quelle che i puristi prendono come riferimento, sono inutili, non riuscirebbero infatti a contenere la continua esplosione d'influenze che confluisce in "Autotheism".
I meccanismi strumentali e vocali girano alla perfezione, che i The Faceless aumentino o diminuiscano i giri del motore poco importa, riescono sempre e comunque a indovinare la soluzione che permetterà loro di alzare la testa e farti pensare "prendi e porta a casa". Sono totalmente coscienti delle proprie potenzialità e sfoderano un trittico d'apertura composto dalla trilogia a titolo "Autotheist Movement" (Create, Emancipate, Deconsecrate, che in sé contiene quella che è l'odierna incarnazione del suono: un ibrido che sfrutta il blastato così come l'eleganza di un guitarworking al limite con lo shredding in più di una circostanza; che ci delizia con atmosfere languide e rilassate cui se ne contrappongono altre roboanti e terremotanti; che non esita nelle improvvisate extra-metal, si veda ad esempio il sax di Sergio Flores all'interno del terzo movimento; e inoltre sfrutta un connubio vocale growl/clean non in contrasto ma alleato più che mai nell'esaltare le due facce di una composizione cangiante, alla quale viene donata anche la piacevole presenza di un'ugola femminile nel secondo capitolo, quella di Tara Keene,.
Le acque scorrono limpide, cristalline e prive d'intoppi, loro decidono quando animarle, loro impongono la quiete quando è necessaria. E il resto? L'ho detto e lo ripeto, non c'è un singolo secondo che non valga la pena d'esser ascoltato, "Accelerated Evolution" e "The Eidolon Reality" sono ciò che ci si attende da una formazione "extreme" odierna capace di sfuggire al cliché rivalutando lo stesso, è innegabile che quanto udirete vi rimanderà ad altri nomi noti e non li chiamerò in causa perché sono sin troppo evidenti, allo stesso tempo potrete negare che questi pezzi suonino talmente bene e siano in possesso di un carattere dominante che deriva dalla grande organizzazione donata a un songwriting stellare? Non credo vi siano molti dubbi a riguardo e per dirla tutta i The Faceless non hanno neanche bisogno di andare a manetta per dimostrare di esser bravi facendo i fighi, "Ten Billion Years" con le sue cadenze allentate vi pone la risposta su di un lucido piatto d'argento.
Con "Hail The Science" ci imbattiamo in un intermezzo che francamente reputo inutile, mentre la successiva "Hymn Of Sanity" mena con maggior cattiveria seppur racchiusa in una confezione "mini" data la durata striminzita, appena un minuto e mezzo. Tocca quindi a "In Solitude" riaccendere il faro, lo fa con leggiadria, con una calma apparente nella quale l'acustica e l'ambiente soffuso fanno da cornice alla voce pulita, di lì a poco il brano si animerà fornendo nel ritornello (i ritornelli sono una delle chiavi di volta delle canzoni, sempre indovinati) la sua principale attrazione, batteria che martella a tutto spiano e le due voci (pulita e growl) che si sovrappongono, la chiusura di questo spettacolo è uno spettacolo.
"Autotheism" è stato composto, suonato, interpretato e prodotto in maniera esemplare, i The Faceless hanno letteralmente surclassato ogni mio dubbio e in altrettanto modo hanno reso quelle poche speranze che avevo di poter avere fra le mani un disco che non mi annoiasse non una semplice aspettativa campata sul nulla, bensì una realtà tangibile.
A chi consigliare l'acquisto di "Autotheism"? Non è death metal, non è prog, è arte quindi a tutti coloro che ne amano questo tipo.

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NARROW HOUSE - A Key To Panngrieb


Informazioni
Gruppo: Narrow House
Titolo: A Key To Panngrieb
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Solitude Productions
Contatti: facebook.com/pages/Narrow-House/223922504285246
Autore: Mourning

Tracklist
1. Последнее Пристанище
2. Псевдорятунок
3. Стеклянный Бог
4. Под Маской Этой

DURATA: 45:28

Nuove band doom nascono ogni giorno e la Solitude Productions sembra essere sempre pronta a dar loro spazio, il roster dei russi è in piena e continua espansione, fra le ultime scoperte possiamo citare anche gli ucraini Narrow House.
Lo stile in cui si cimentano i quattro ragazzi di Kiev è il funeral, la rappresentazione è però meno oppressiva e claustrofobica di quella originaria di formazioni come i Thergothon, si avvicina per lo più alla corrente atmosferico/malinconica degli Shape Of Despair, attingendo in parte da act quali gli Evoken durante il quartetto di tracce proposto, tre delle quali dalla durata particolarmente estesa e coerentemente adeguate allo sviluppo delle cadenze grevi e ampie delle quali si nutrono. Contrariamente a quanto ci si attende, in "A Key To Panngrieb" si riscontra una flebile presenza di luce, una speranza che seppur fioca e quasi al collasso continua a resistere emanando un calore che contrasta con la natura impervia e oscura che classicamente regna in tali lavori.
Le composizioni sono strutturate in maniera elementare, la semplicità alle volte è disarmante, i cicli si ripetono e ripetono facendo spazio a melodie che li attraversano. Sia le chitarre che le incursioni a tappeto dei synth alimentano la lenta e costante avanzata, di tanto in tanto s'intrufola un violoncello a infoltire l'ambiente di grigiore, la voce frequentemente ringhiante e tendente a un growl strisciante nei momenti più intensi si risolleva diventando quasi gracchiante. Tristezza e disperazione vengono diffuse dalle note che imperterrite proseguono un tragitto che si ripete costante.
I quarantacinque minuti di "A Key To Panngrieb" sono un monoblocco che avanza come fosse trattenuto impercettibilmente da un'ancora che lo costringe a sforzi disumani, non c'è l'abisso ad attenderlo, sembra più il tentativo di afferrare un qualcosa che non si arriva nemmeno a sfiorare a rendere cupa e mesta l'atmosfera.
Infine sia la produzione che offre un buono sfogo alla strumentazione in toto che la parte grafica dotata di una cover alquanto surreale si pongono a favore della costruzione di tale tipologia di scenario, quale sarà il significato di quell'occhio con una serratura annessa?
Le stagioni più consone per affrontare l'ascolto di album simili sono ormai giunte, anche se sono sicuro che gli amanti del genere non avranno rinunciato a percorrere queste lande neanche durante la calda estate che ha segnato ancora una volta la nostra Penisola, a loro in primis consiglio l'ascolto dei Narrow House, gli ucraini ne hanno ancora di strada da fare ma come primo lavoro non c'è male.

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RADIATION SICKNESS - Reflections Of A Psychotic Past


Informazioni
Gruppo: Radiation Sickness
Titolo: Reflections Of A Psychotic Past
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Abyss Records
Contatti: facebook.com/RadiationDoug
Autore: Mourning

Tracklist
1. Reflections Of A Psychotic Past
2. Demented Love Song II - Death Did We Part
3. Tripping In The Seas Of Madness
4. I Stand For Nothing
5. Graveside View
6. The Place Where People Die
7. Erif Ti Pu
8. The Other Me
9. Disfigured Retard
10. Ruthless
11. Man Made Production
12. No Future
13. Escape To Insanity
14. Malignant Existence
15. No Chance Of Hope
16. For No Apparent Motive
17. Sealed Away
18. Demented Love Song
19. Bounds Of Reality

DURATA: 37:18

I motivi per i quali una band decida d'interrompere l'attività per due decadi e poi di botto rinascere e finalmente debuttare possono essere molteplici: alle volte è soltanto la voglia di suonare, altre di portare a conclusione discorsi intrapresi e mai realmente realizzati, altre ancora il pensiero che sia il momento giusto. Quale fra queste ragioni, o una differente, possa aver spinto i Radiation Sickness al ritorno in vita poco importa, finalmente dopo aver prodotto due demo, due ep e due split sino al 1990, è stato sfornato un primo album che mette a disposizione il nuovo materiale e parte del vecchio ri-registrato. Le tracce a partire dalla numero otto sino alla diciannove appartengono originariamente al secondo ep "The Other Me - A Journey Into Insanity", vediamo com'è messa la situazione.
La line up adesso è composta da Doug Palmer alla voce, Tom Ball alle chitarre e backing vocals, Mike Herald a percuotere le pelli e Byron Holton al basso. I ragazzi hanno deciso di non guardare avanti per nessun motivo, proposta retrò, attitudine retrò, da dove si erano interrotti hanno ripreso, tanto che fare una distinzione netta tra il materiale prodotto odiernamente e ciò che rappresenta il passato "riverniciato" per l'occasione è inutile, unica soluzione e via.
La pressione, l'istintività genuina, elementare e alle volte anche un po' scontatella dei brani in più di un'occasione sembrano voler dire "noi siamo qui a suonare ciò che ci piace, nulla di più". I nomi che ruotano come influenza da tirare in ballo per la parte più death sono Napalm Death, Autopsy (è chiaro il riferimento a "Tripping In The Seas Of Madness") ma non essendo il death l'unico territorio esplorato, troviamo in tracklist più di un brano che potrebbe venir in parte, e più, fuori da monicker quali D.R.I. e Cryptic Slaughter, cito "Demented Love Song". Nella seconda parte però più di un titolo possiede quel tipo d'impronta, così come ne emerge una stranamente rockeggiante in stile Stooges che si fa strada fra una serie di riff e ripartenze spietate in "Escape To Insanity".
Probabilmente siamo fuori tempo massimo. In che senso? Rilasciato vent'anni fa, "Reflections Of A Psychotic Past" avrebbe goduto di una maggior esposizione, in questo momento invece pare di essere dinanzi all'ennesima più che discreta "operazione nostalgia" che metti nello stereo godendotela ma dalla quale vieni attratto all'istante per poi dimenticartene poco dopo, data l'innumerevole quantità di proposte similari che circolano nell'ambito del revival.
Certo qui non è proprio di revival che si parla, la data anagrafica di nascita gioca a favore dei Radiation Sickness, il risultato godereccio seppur di poco sopra la media è invece solo un assaggio di ciò che in futuro potrebbero realizzare, staremo quindi a vedere cosa saranno capaci di proporre.
Per ora consiglio il possibile acquisto di "Reflections Of A Psychotic Past" esclusivamente ai fruitori ossessivo-compulsivi di album di stampo similare, i rimanenti mettano a disposizione l'udito e ponderino sul da farsi.

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CHRONOCIDE / FIFTEEN DEAD - Split 12"



Informazioni
Gruppo: Chronocide / Fifteen Dead
Titolo: Split 12"
Anno: 2012
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Le Crépuscule Du Soir Productions
Contatti: Chronicide - Fifteen Dead
Autore: Mourning

Tracklist
Chronocide
1.Carrion Dawn For The Vultures
2. Milgram's 36
3. Le Mano Negra
4. Pathos Unknown
5. The Whore And The Preacher
6. Pillar Of Salt
Fifteen Dead
7.False Conviction
8. Humanity Suffers
9. Introversion
10. Fuck Trve Cvlt
11. In Closing

DURATA: 42:02

La label francese Le Crépuscule Du Soir mi ha sorpreso, mentre solitamente venivo investito da act di natura black, atmosferica o musica che affonda in meandri drone e sludge, stavolta ho avuto un piacevole quanto inaspettato incontro con lo split che vede partecipi le realtà britanniche dei Chronocide e Fifteen Dead.
Appena intrapreso l'ascolto vengo colpito da un sound familiare ma distante da ciò che erano le mie attese, è infatti una proposta annerita a risuonare nello stereo, però possiede una matrice fortemente affine a territori grind e nomi papabili da menzionare potrebbero essere in primis gli Anaal Nathrakh, Napalm Death, Insect Warfare e Pig Destroyer. Per intenderci compromessi zero, violenza come se la regalassero ma con quell'alone nero e uno screaming acido seppur stranamente poco tagliente.
I sei pezzi scorrono in fretta tra una scapocciata e l'altra, non ci sono momenti particolarmente brillanti, sono una serie di riff robusti e ritmiche ben calibrate tra il cadenzato e accelerazioni spaccaschiena che tengono saldamente in mano le redini della situazione. Dovessi citare un brano piuttosto che un altro probabilmente direi "Pathos The Unknown" per il modo in cui viene combinato il growl e risucchiato verso lo scream e la tempesta sonora in essa espressa e "Pillar Of Salt" per il lento e malignissimo deflagrare.
Sotto a chi tocca ed è il turno dei Fifteen Dead farsi avanti, in questo caso le note assumono una connotazione maggiormente hardcore e crust-oriented, qui gente come Fukpig e Skytsistem si combinano con i già tirati in ballo Anaal Nathrakh, i Darkthrone e l'essenza prima di qualche passaggio alla Venom. I riferimenti però potrebbero essere tanti, forse troppi e quindi concentriamoci sulle bordate che vengono sferrate sin da subito in "False Conviction".
Il brano, inizialmente ingannevole con il piano e una chitarra melancolica ad aprire le danze, sfodera la sua massiccia dose di cattiveria nei minuti successivi che conducono all'incalzare di una "Humanity Suffers" dalle chitarre splettratissime. Un animo old school è messo in bella mostra in "Introversion", canzone fornita di dilatazioni e affondi degni dell'era proto-doom. Per ridarsi un tono slanciandosi in velocità servono invece le vampate di "Fuck Trve Cult", la chiusura poi è affidata a "In Closing", un noise/drone poco intrigante ma in fin dei conti adeguato a portare a termine lo "split".
Due band non proprio note che hanno del potenziale, un 12" che si lascia ascoltare con degli spunti interessanti qua e là ad animarne il percorso e un'etichetta che si cimenta in uscite al di fuori del suo solito raggio d'azione: credo proprio che per questi e altri motivi che vi verranno in mente approcciandovi ai Chronocide e ai Fifteen Dead vi consiglierò di approfondire la questione. Doveste riscontrare doti d'interesse l'acquisto avrà trovato il suo perché.

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BLUENECK - Epilogue

Informazioni
Gruppo: Blueneck
Titolo: Epilogue
Anno: 2012
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Denovali Records
Contatti: facebook.com/BlueneckUK
Autore: Mourning

Tracklist
1. Apogee
2. Carina
3. (eta carinae)
4. Colonization: Incident 1
5. Colonization: Incident 2
6. Symbiosis Part 1
7. Symbiosis Part 2
8. Suppression

DURATA: 30:32

I Blueneck sono una formazione che sa come navigare nel mondo post, le tre uscite ufficiali (il debut autoprodotto "Scars Of The Midwest" e gli album per Denovali "The Fallen Host" e "Repetitions") ci hanno consegnato una band capace di esplorare i meandri della melanconia in maniera viscerale. Eletti fra i tanti proprio per la capacità di affondarvi dentro e non farsi dominare da essa, la loro musica ha rappresentato quello strato emotivo riuscendo a far sì che agitazione e calma apparente legassero come pochi son riusciti a fare sinora.
Chi sono oggi i Blueneck? Bella domanda. Sono ancora una band sotto Denovali, sono ancora quei ragazzi di Bristol brillantemente abili nel dipingere le pareti dell'animo di un "blue" intenso, stavolta però la via intrapresa per arrivare a quel risultato è diversa.
Il quarto capitolo intitolato "Epilogue" è in tutto e per tutto una colonna sonora, che sia un film, la vostra vita o un viaggio in macchina poco importa, le dimensioni note vengono annullate, la bocca di Duncan Attwood rimane cucita, è solo la musica a proferire parola.
Che il cantante abbia avuto voce in capitolo e forte credo lo si possa dire con tranquillità, l'aver avuto la possibilità di lavorare in qualità di solista alla colonna sonora di un film indipendente ha sicuramente messo in moto gli ingranaggi e l'innegabile predisposizione dei britannici alla creazione di soundscapes affascinanti sia nei tratti minimali che nelle sequenze lievemente più accese e tumultuose ha fatto sì che l'idea venisse tramutata in un disco di otto tracce che espressamente vi chiede di azzerare il mondo intorno a voi.
Una volta inserito nel lettore provate a chiudere gli occhi e a farvi guidare dalle melodie, spesso tenui e ossequiosamente intrise di quel grigio perla che fa della melanconia un sentimento non per forza negativo. È una carezza che rimane a metà, della quale si attende lo scivolare conclusivo sul volto, la visione di un tramonto in riva al mare in un giornata di novembre, fredda eppure così incantevole da non riuscire a distogliere lo sguardo da quell'immagine che si sta componendo. "Epilogue" continua e continua a proporsi in sembianze perennemente difformi, il rock qui è esclusivamente un orpello al servizio di una catena di eventi atmosferici che ne utilizza gli strumenti per alimentarsi, e quando non ne sente il bisogno li priva della vita in attesa di una resurrezione che scaturisca in un respiro nuovo e motivante. Non è un'ombra che agguanta e ammanta, vi è l'esistenza di una luce, seppur fioca, che illumina e rasserena.
I trenta minuti di questa "soundtrack" potrei descriverveli come una via di mezzo fra la dark-ambient e la forma sentimentale che porta il marchio Mono, potrebbero essere apprezzati da un fan di Burzum quanto da uno che segue i Tangerine Dream. Direte voi perché? È musica distante anni luce, cos'hanno in comune questi artisti con i Blueneck? Dobbiamo tenere in conto che l'arte nelle sue forme più disparate, anche all'interno di un preciso insieme come quello denominato "Musica", ha di per sé una qualità stupenda, non così comune, e fondamentale per chi vuole eccellere: il saper comunicare, è quella che fa la differenza.
Il comunicare ciò che si è attraversato in questo caso, in ogni singola emissione sonora che si produce, sotto questo punto di vista i signori citati erano, sono e rimarranno dei maestri, amati o odiati che siano; a essi personalmente mi piacerebbe poter aggiungere questi ragazzi. Se il livello delle prove a venire, strumentali o meno, rimanesse tale, il condizionale non sarebbe più un obbligo, bravi.

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