Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Insanity
Formazione
Morbid M. - Basso
Markiz - Chitarra
Balrog - Voce
Matys - Chitarra
Michał - Batteria
I polacchi Iugulatus (dovrei ancora chiamarli così?) sono fra noi, sembra ci sia una rivoluzione in corso nel mondo di questa band, quindi vediamo di comprendere cosa sta accadendo.
Benvenuti su Aristocrazia Webzine, come state?
Markiz: Tutto bene, grazie, fa molto freddo qua in Polonia, abbiamo cambiato nome da Iugulatus in Architect Of Disease, e stiamo lavorando duro sul nuovo materiale.
Intanto vorrei cercare di capire come stanno le cose, gli Iugulatus esistono ancora o c'è stato il cambio di nome? È una notizia vera? Se sì, quali sono i motivi che hanno condotto a questa decisione?
Sì, abbiamo cambiato nome, ora siamo gli Architect Of Disease. Balrog, il nostro precedente cantante, ha lasciato gli Iugulatus, e abbiamo cambiato il nostro stile con il suo sostituto, queste sono le due ragioni principali. Inoltre anche il nostro batterista Wojtass ha lasciato la band, ma ha registrato la batteria per il nuovo materiale; stiamo appena iniziando come Architect Of Disease, ma la band è ancora basata sugli Iugulatus, con tre componenti della formazione originale, stiamo cercando un'etichetta al momento per il nostro nuovo materiale, già registrato e mixato.
Visto che ho avuto modo di ascoltare la vostra musica sia nello split con Deep Desolation e Primal sia con i vostri due album, parliamo un po' di come nacque la band?
Quando la mia precedente band, War, prese una pausa, io e Balrog formammo gli Iugulatus a fine 2007, iniziammo come un trio con Grimskullcrusher alla batteria, partimmo con le idee che successivamente finirono nel debutto "Call Of The Horned God"; poi Morbid M. si unì alla band come bassista, e a metà 2008 Wojtass entrò come batterista, con queste persone registrammo il nostro primo album "Call Of The Horned God". La nostra formazione definitiva si completò con il secondo chitarrista, Matys, e con queste persone registrammo "Satanic Pride" nel 2012 e lo split con Deep Desolation e Primal ancora prima. Io, Matys e Morbid M. andiamo avanti negli Architect Of Disease ora.
Ho notato che le canzoni inserite in "Chapel Of Fear" erano contenute in una prima versione di "Satanic Pride", ma non in quella che ho avuto modo di recensire. Cos'è successo a quei pezzi? Anche il numero delle tracce è sceso da sei a cinque, come mai questa scelta?
È ancora un casino, durante le sessioni per "Satanic Pride" registrammo molto materiale, ma alcune tracce non erano adatte, per cui decidemmo di pubblicarle nello split "Chapel Of Fear" del 2011, ripensandoci penso siano tra le migliori che abbiamo mai creato! Le canzoni su "Satanic Pride" sono simili, creano monoliti death/black.
Qual è stato il motivo per cui l'uscita di "Satanic Pride" è slittata? L'album non era già pronto nel 2011?
Lo split fu pubblicato nel 2011, per cui decidemmo di pubblicare l'album successivo nel 2012, quando sistemammo le ultime questioni rimaste in sospeso con l'etichetta.
La vostra musica è priva di fronzoli, punta su un'accoppiata Black/Death che mira all'obbiettivo e vi si schianta contro. Le coordinate stilistiche future rimarranno similari o dobbiamo attenderci qualche improvvisa svolta nel songwriting?
La nostra musica è cambiata con il cambio di cantante, è ancora black, ma meno death metal, invece è più oscura e imprevedibile. Il debutto degli Architect Of Disease (che è già stato registrato) richiama il passato dei vecchi Iugulatus, ma è più cupo e con un'atmosfera più densa. Le nuove tracce scritte con il nuovo batterista porteranno musica più strana ed energica, però sempre fondata sul black metal.
La scena metal polacca è in assoluto fra le più attive e floride, qual è il vostro pensiero su di essa? Oltre ai nomi noti che fanno da portabandiera, quali sono secondo voi le realtà meritevoli e quali di queste hanno raccolto poco rispetto a ciò che avrebbero meritato?
Ci sono alcune band locali interessanti come Primal, Slain, Persecutor, Deathlust, Death Denied, Deep Desolation, Doomster Reich, Chordata, tutte tranne i Primal rappresentano la zona di Lodz, ognuna di queste band rappresenta una faccia del metal, meritano un ascolto! Grazie dell'interesse.
L'intervista si conclude qui, invito ancora una volta i lettori a dare un ascolto agli Iugulatus / Architect Of Disease.
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Information
Author: Mourning
Translation: Insanity
Line-up
Morbid M. - Bass
Markiz - Guitars
Balrog - Vocals
Matys - Guitars
Michał - Drums
The polish band Iugulatus (should I still call them with this name?) are among us, it seems that there is a revolution in progress in this band so let's find out what's happening.
Welcome on Aristocrazia Webzine, how are you?
Markiz: All good, thanks, it is very cold here in Poland now, we the band, changed the name of Iugulatus onto Architect Of Disease, and we work hard upon new stuff.
First of all I'd like tu understand what's going on, do Iugulatus still exist or did you change your monicker? Is it a real news? If so, which are the reasons that lead you to this decision?
Yes, we changed name, so we are Architect Of Disease now. Balrog, our previous vocalist left Iugulatus, and we slightly changed our style with new vocalist, these are two main reasons of name changing. On top of that our drummer Wojtass left the band as well, but he recorded drums on the new material, what is to hit the surface with Architect Of Disease monicker, but still that band is on the foundations of Iugulatus, with three people from original line-up on the board, we are looking for a label at the moment to release our new material, already recorded and mastered.
Since I had the chance to listen to your music in the split with deep desolation and primal and in your first and second albums, let's talk about how the band was born, please tell us your story.
When my previous band, War, was put on hold, I, with Balrog formed Iugulatus in late 2007, we started as a three piece with Grimskullcrusher on drums, we started with ideas what ended up on our debut album "Call Of The Horned God", then Morbid M, bass player joined the band, and in the middle of 2008 Wojtass took drumming duties, with these people we recorded our debut album "Call Of The Horned God" our final line up was completed with second guitarist, Matys, with these people we recorded our follow up album "Satanic Pride" released in 2012 and split record with Deep Desolation and Primal beforehand. Myself, Matys and Morbid M we still go on in Architect Of Disease now.
I noticed that the songs in "Chapel Of Fear" were also in the first version of "Satanic Pride" but not in the one that I reviewed, what happened to those songs? Also the number of tracks changed from six to five, why?
It is messy again in here, during "Satanic Pride" session we recorded plenty of material, but few tracks didn't fit into whole concept, so we decided to release them on three-band split "Chapel Of Fear" released in 2011, looking back I think they are ones of our best we managed to create! Songs finally released on "Satanic Pride" album they are more the same, they create death/black monolith so to speak.
Why did you have to postpone the release of "Satanic Pride"? Wasn't it ready in 2011?
Split record was released in 2011, so we decided to release follow up album in year 2012, when we sorted out issues with our current label.
Your music has no frills, it's a pure black/death assault that blasts straight towards its target, will your style remain the same in the future or maybe you'll make some changes in your songwriting?
Our music is changed after the vocalist change, it is black metal still, but less death metal, instead it is more gloomy and unpredictable. Debut album for Architect Of Disease (which is already recorded) calls out old Iugulatus past, but it is more dark and dense atmosphere. New songs written with our new drummer bring much more weird and energetic music but all the time rooted in black metal genre.
The Polish metal scene is one of the most active, what do you think about it? Besides the famous names, which are the bands that you like and the ones who deserved more that what they got?
There are few interesting local bands like Primal, Slain, Persecutor, Deathlust, Death Denied, Deep Desolation, Doomster Reich, Chordata, all of them except Primal represent Lodz area, every of these bands represents different face of metal art, they worthy to check them out! Thanks for your interest.
The interview is finished, I recommend once again our readers to check out Iugulatus/Architect Of Disease's music.
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Gruppo: Masterstroke
Titolo: Broken
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Dynamic Arts Records
Contatti: facebook.com/Masterstrokefinland
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Eye
2. I Condemn You
3. Seed Of Chaos
4. Broken
5. As We Crawl
6. Reborn In Flames
7. My Last Day
8. Before The End
DURATA: 35:50
La realtà finnica dei Masterstroke per un motivo o l'altro non è sinora riuscita a dimostrare il proprio valore, nonostante in oltre una decade vanti in discografia tre album ("Apocalypse" del 2006, "Sleep" del 2007 e "As Days Grow Darker" del 2009), preceduti da altrettanti demo ("Facing The Truth" del 2002, "Children Of The War" del 2003 e "Rainy Days" del 2004), e un dvd live intitolato "Masterstroke Live At YO". Ora torna a farsi viva con il quarto lavoro "Broken": i quattro anni d'assenza dalla scena avranno giovato?
Finalmente sembra si sia trovata una via da seguire, il power dall'atteggiamento progressivo, fornito anche di frizioni al limite col thrash in alcune situazioni, adesso è sicuro e accattivante. La prestazione strumentale possiede quell'appeal e quella voglia che parevano mancare in passato, a causa dei ripetuti cliché spesso espressi in maniera sterile. Non è che stavolta i ragazzi inventino chissà cosa, tuttavia il songwriting è ben più fluido, la prova vocale di Niko Rauhala appassionata e ruvida quanto serve e l'apporto delle tastiere a opera di Jussi Kulomaa infoltisce gradevolmente le sezioni atmosferiche in brani quali "I Condemn You" e "Broken". Lo scatto in avanti insomma c'è stato.
I rimandi a Nevermore, Mercenary ed Evergrey disseminati qui e là non sono poi così celati, del resto è altrettanto vero che i Masterstroke hanno acquisito una piena coscienza delle proprie possibilità e sfoderano una forma canzone convincente sia nei frangenti più classici — come avviene in "Seed Of Chaos" e in "Reborn In Flames" (quest'ultima dai toni quasi epici) — sia quando le trame si fanno più intricate e scure, come nel caso di "As We Crawl" e "My Last Day".
I lati positivi si rivelano quindi molteplici e a quelli già elencati vanno sicuramente addizionate anche la più che discreta intensità creata dal comparto melodico e una durata complessiva del disco non troppo estesa, che permette ai pezzi di venire assimilati senza problemi, evitando quella maledetta voglia di strafare che ossessivamente sembra aver preso piede nel metal. Perché odiernamente si devono produrre dischi che a volte superano l'ora di musica, dato che il più delle volte ciò si rivela gambizzante?
Bentornati, è giusto asserire che questi finnici si sono rimessi in gioco con valide motivazioni a loro supporto e il risultato è un "Broken" che si fa ascoltare e riascoltare.
L'album è dedicato a coloro che amano uno stile raffinato, ma che al tempo stesso non le manda a dire, se quindi negli anni passati avete avuto interesse per le uscite delle formazioni che lo hanno influenzato, dovreste quantomeno provare a farlo giungere al vostro orecchio. Il resto, ci fosse, verrà da sé.
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Gruppo: Corsair
Titolo: Corsair
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Shadow Kingdom Records
Contatti: facebook.com/ourcorsair
Autore: Mourning
Tracklist
1. Agathyrsi
2. Chaemera
3. Falconer
4. Gryphon Wing
5. Path Of The Chosen Arrow
6. Mach
7. Of King And Cowards
8. The Desert
DURATA: 37:42
Il bello della musica è che in sua compagnia puoi continuamente viaggiare indietro e avanti nel tempo, proiettandoti in mondi ormai obliati dalle sabbie dei millenni trascorsi o che immaginiamo nella loro forma più adatta. Le note sono il mezzo di trasporto, le emozioni in esse incastonate il valore che le rende uniche e così è stato quando ho avuto il piacere di ascoltare per la prima volta l'omonimo debutto degli statunitensi Corsair. Ne sono rimasto sin da subito affascinato.
Il quartetto di Charlottesville in Virginia — composto da Paul Sebring (chitarra e voce), Jordan Brunk (basso e voce), Marie Landragin (chitarra e voce) e Aaron Lipscombe (batteria) — ha rilasciato un album che definire "vero" è il minimo. In ogni singola esecuzione infatti si percepiscono la passione e la voglia di dare vita a quell'heavy/rock che ha nei Thin Lizzy la gemma di maggior splendore, che adotta soluzioni progressive in parte figlie dei Genesis (ascoltate l'apertura affidata alla strumentale "Agathyrsi" e ve ne renderete subito conto), e in parte dei King Crimson ("Gryphon Wing" in tal senso non mente) e che odiernamente trova degna, per non dire ottima, rappresentazione nei rodatissimi Slough Feg del signor Mike Scalzi.
Con "Corsair" mi sono ritrovato scaraventato in un mondo musicale che affonda le sue radici negli anni Settanta e che ti fa sognare iniettando dosi di psichedelia e creando atmosfere languide; è davvero facile lasciarsi trasportare da "Path Of The Chosen Arrow", stupenda nel miscelare riff capaci di imprimere una vivacità irruenta e aprirsi ad ambientazioni dolciastre con il ritornello a fare da splendida cornice d'unione per le due anime, o dalla stupefacente ed estraniante "The Desert", nella quale spicca il canto fanciullesco di Marie.
Ho fra le mani un debutto talmente bello che mettersi a cercare il possibile pelo nell'uovo sarebbe da stupidi oltre che un'inutile perdita di tempo, dove ogni singolo aspetto è curato in maniera da esaltare le qualità e la visione elegantemente retrò del gruppo. Prendete a esempio la produzione cruda che si pone a favore del calore emanato dalla strumentazione, tanto da rendere ancor più seducente l'ascolto, è perfetta.
L'unica cosa veramente sensata da fare è accendere lo stereo, tirare fuori il disco dalla custodia e premere "play" un numero infinito di volte.
Acquistare i Corsair è quindi una priorità? Per come la vedo io, dopo averlo ascoltato lo diverrà e questo la dice lunga sulla validità del lavoro svolto da questa giovane band, non perdetevi l'occasione di entrarvi in contatto.
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Gruppo: Denied
Titolo: Let Them Burn
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Sliptrick Records
Contatti: facebook.com/deniedworld
Autore: Mourning
Tracklist
1. Judas Kiss
2. Dead Messiah
3. Garden Of Stone
4. Constant Rage
5. Until The End Of Time
6. Lesser Son
7. Seven Times Your Sin
8. Nothing Is Sacred
9. The Black Room
10. In Hell
DURATA: 37:42
Gli svedesi Denied con calma giungono alla terza uscita, quella della maturità, pronti a dimostrare di essere realmente cresciuti, confermando quanto di buono dimostrato con i precedenti album "7 Times Your Sin" e "New Army For The Old Revolution".
La formazione guidata dal chitarrista Andreas "Andy" Carlsson ha pubblicato un "Let Them Burn" molto, ma molto bello, c'è tutto quello che si cerca in un'uscita di stampo heavy/thrash, fra cui i pezzi che pestano scatenati su ritmiche up-tempo e si fanno largo sfruttando i muscoli, in questa categoria sono inseribili l'opener "Judas Kiss", "Constant Rage", "Seven Times Your Sin" e "In Hell".
Di nomi in testa ve ne verranno davvero tanti ascoltando il disco, tuttavia nulla che sia definibile "happy", a esempio i sottovalutatissimi Morgana Lefay, Nocturnal Rites, Judas Priest e qualcosa dei Candlemass (magari vocalmente più quelli con Mats Leven che altri), credetemi qui di "happy" con ritornelli a cantilena e riff da canzoncina da sigla per cartone animato non c'è davvero nulla.
Il sound è scuro anche quando le melodie prendono il largo in "Dead Messiah". La semi-ballata "Constant Rage" è una canzone tutt'altro che leggerina e melensa, mantiene una dose di toni grevi che la rendono maggiormente affascinante; il groove insito in episodi quali "Lesser Son" e "The Black Room" non fa altro che aumentare il peso già sostanzioso di una scaletta che non solo non possiede momenti di vuoto, ma che a ciò che ha presentato sinora somma anche un'atmosfera quasi epica nella stupenda "Until The End Of Time" e in "Nothing Is Sacred", nella quale spicca il ritornello.
Gli ingranaggi sono ben oliati e girano in modo da far funzionare l'intero complesso, se la sezione ritmica delle chitarre di Carlsson e Vowden è sempre piacevolissima, Chris (ex di Abnormity, Absurd, Expulsion, Hydrogen, Mouthpeace e Stressfest) con gli spazi ritagliati per le esecuzioni solistiche aggiunge con bravura quell'orpello che adorna degnamente le canzoni.
Johan Fahlberg (Jaded Heart, ex Scudiero e Insania) dietro al microfono si difende bene, è abile nell'addolcirsi quando serve senza però scadere in un approccio "facilone", mentre l'asse basso-batteria composto dalle figure di Fredrik Isaksson (Excruciate, ex Grave e Therion) e Pete Dolls è roccioso quanto dinamico, assecondando le voglie e la più che discreta varietà del songwriting.
"Let Them Burn" è figlio di una realtà che con continuità invia segnali di crescita, anche la produzione si pone a suo favore, rendendo distinguibili in maniera più che efficiente i singoli strumenti e la voce, mi chiedo davvero come mai questi scandinavi abbiano ricevuto così poca attenzione da parte delle grandi etichette.
I Denied confermano di essere in palla e a quelli che come il sottoscritto sono stanchi di uscite heavy/power mosce da morire, riempite di "trallalerò trallalà" inutili e che invece vanno ricercando una mazzata dotata sia di cattiveria che di melodia, consiglio vivamente di ascoltare e acquistare il disco, sono bravi e personalmente glielo riconosco, voi che ne dite?
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Gruppo: Terrorama
Titolo: Genocide
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: To The Death Records
Contatti: myspace.com/terrorama
Autore: Mourning
Tracklist
1. Superbia
2. Inanimate Omen
3. Traitors Of The Motherland (Gulag)
4. Conceived In Abhorrence
5. Genocide
6. Coronation In The Scorched Land
7. Cerebral Oviposition
8. Holodomor
DURATA: 29:16
Ho seguito sempre puntualmente le uscite degli svedesi Terrorama, nel frattempo la formazione — che vede la presenza in line-up di Peter Lìden, titolare della I Hate Records nel ruolo di cantante, in passato anche bassista prima di affidarsi a E. Åström (Bloodride ed ex Forgotten Woods) — è giunta al terzo album, quello della maturità, con "Genocide".
Iniziando dal titolo decisamente adeguato alla situazione politico/economica mondiale di qualsiasi tempo, la musica del quartetto completato da P. Nilson alle chitarre e M. Zetterberg (Aggressive Mutilator, Spetälsk, ex-Forgotten Words) dietro le pelli si presta a un'unica, elementare e chiara visione d'assalto.
L'attacco è diretto e perpetuato di brano in brano, il thrash/death/black contenuto ancora una volta in un complesso di canzoni che non sfora la mezzora di durata, come avvenuto del resto negli album antecedenti, non è per nulla ammiccante e raffinato, zero fronzoli, adrenalina a mille, chitarre dal suono volutamente zanzaroso e via in velocità.
Non ci sono pause, non ci sono attimi morti, c'è invece una botta costante che prende vita dopo l'intro strumentale "Superbia" con "Inanimate Omen", sprigiona furia costante sino a "Cerebral Oviposition" e si conclude con "Holodomor" che vira fornendo al sound sensazioni venefiche e maceranti di spessore superiore, si tratta del pezzo più lungo, dal songwriting lievemente elaborato, termine da prendere con le molle, e per il sottoscritto anche il più bello del disco, emana odio puro.
Del resto il concept sul quale ruota è chiaro, tra fosse comuni e stermini razziali, vi sarà impossibile non riconoscere nel libretto i volti di "delegati non autorizzati della morte" come Hitler, Stalin, Pinochet e Idi Amin Dada, tirati in causa dai vari episodi e rappresentanti dell'orrore, dell'uomo che si erge a divinità, ma per fortuna come tale viene anche mandata in rovina.
Un disco simile non può che rivolgersi a coloro che adorano l'old school più ferale, se amate band classicissime quali Possessed, Vulcano, Mx (li ricordate quelli di "Simionical" e "Mental Slavery"?), Aura Noir e proposte più odierne come i teutonici Hellish Crossfire, ai quali proprio Lìden diede spazio nel roster della I Hate con il secondo lavoro "Bloodrust Scythe", l'ascolto vi filerà liscio come l'olio tanto da farsi replicare una innumerevole serie di volte.
I Terrorama sono una garanzia e con un tre su tre si candidano al ruolo di papabile acquisto, certo è che se in casa avete già "Horrid Efface" e "Omnipotence, "Genocide" sarebbe da ritenere assente ingiustificato, non dovete farvelo mancare.
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Gruppo: T.A.N.K.
Titolo: Spams Of Upheaval
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Symbol Muzik
Contatti: facebook.com/thinkofanewkind
Autore: Mourning
Tracklist
1. Life Epitaph
2. The Raven's Cry
3. Unleash The Craving
4. Spasms Of Upheaval
5. Through The Disgrace
6. Inhaled
7. Slumber
8. Conflict
9. Stillness Withered
10. A Life Astray
11. Cryptic Words
12. Daze
DURATA: 50:24
I T.A.N.K. (Think Of A New Kind) sono una compagine francese attiva su per giù da un lustro e con alle spalle un ep omonimo rilasciato nel 2007 e un debutto giunto tre anni più tardi intitolato "The Burden Of Will".
Il 2012 è l'anno in cui viene pubblicato il secondo lavoro "Spasms Of Upheaval" e in termini di sound abbiamo a che fare con una proposta moderna, melodica quanto groove, un territorio ormai talmente battuto che se anche le zolle di quel terreno potessero virtualmente esprimersi credo che avremmo "il piacere" di udire una sequela di epiteti poco carini.
C'è molta ripetitività, viene portato avanti pedissequemente un concetto schematico sin troppo noto e questo col tempo ha fatto storcere il naso a tanti.
La presentazione sembrerebbe quindi non fra le migliori possibili e lo scenario è in fin dei conti quello che è, c'è però da dire che il disco dei transalpini ci consegna una formazione ben consapevole dei propri mezzi, equilibrata e per nulla svenduta, capace di confezionare brani che, pur soffrendo del fattore "già sentito", cosa del resto inevitabile, offrono nel complesso una prestazione efficace.
I nostri inoltre sono abili nel maneggiare impatto e fruibilità, tanto che un episodio dal piglio più orecchiabile come la titletrack — nella quale filtrano parti di voce pulita, aspetto che comunque viene modulato in maniera da non divenire ingombrante e in tali occasioni il cantante Raf Pener ricorda vagamente la versione rilassata di Chad "Kud" Gray dei Mudvayne — convive con una "Inhaled", la hit dell'album e pezzo del quale è stato realizzato un video ufficiale, nella quale il supporto aggiunto dell'ugola di John Howard (Threat Signal e sfortunatamente per lui Arkaea) apporta ulteriore sostanza a un brano che movimenta parecchio la situazione appesantendola.
L'ascolto non è trascendentale, ma alquanto gradevole, influenze classicamente svedesi di In Flames e Soilwork sono chiaramente udibili, tuttavia il songwriting risulta comunque migliore di quanto prodotto da entrambi da diversi anni a questa parte.
Scrivo di una proposta a metà fra il melodic death e il metalcore ed è quindi ovvio che di partenza possieda dei limiti stilistici che non le permettono di andare oltre lo steccato, tuttavia la fortuna dei T.A.N.K. è quella di ricorrere a tanti dei cliché del genere sviluppandoli in maniera tale che non diventino sterili sin da subito.
Il non perseverare ogni due secondi con un ritornello da "ragazzino insoddisfatto della vita" e soprattutto l'evitare di mordersi la coda infilandosi in aperture elettroniche e tendenzialmente rock, per addentrarsi in quel tunnel "alternativo" ricolmo ormai di aborti senza senso, scongiurano molti dei pericoli e le conseguenti imprecazioni papabilmente legate a essi.
L'integrità e in un certo qual modo l'ortodossia con la quale si espongono strumentalmente e dietro il microfono li premiano.
"Spasms Of Upheaval" è un album rivolto a coloro che non perdono una singola uscita del suddetto filone musicale, si attesta decisamente sopra la media delle produzioni in esso confluenti e questo è il motivo d'interesse che potrebbe condurvi a inserirlo nel lettore e a meditarne l'acquisto, dategli una chance.
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Gruppo: Atretic Intestine
Titolo: Encased
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Inverse Records
Contatti: facebook.com/Atretic
Autore: Mourning
Tracklist
1. Foreskin Mask
2. Devoured By Dogs
3. Cannibal Breed
4. Female Degradation
5. Deadlift
6. Enforcement Of Natural Selection
7. Divinity Through Self-Mutilation
8. Rectal Destruction
9. Cuntgrinder
10. As My Body Rots
DURATA: 42:29
La Finlandia metal produce materiale a valanga e, come di frequente accade, dietro a un gruppo poco noto vi si ritrovano personaggi già incrociati nel tempo.
Questo discorso vale anche per gli Atretic Intestine, formazione proveniente da Turku che, dopo aver sfornato due demo ("The Feast" e "Tools Of Torture") e due ep ("Voices Beyond The Grave" e "Human Ravagery") nel triennio che va dal 2007 al 2010, due anni più tardi si presenta con il primo full "Encased", vedendo in line-up la presenza di musicisti coinvolti, in qualità di membri o ex, in realtà quali Cumbeast, Virulent Blessing, Mahapralaya, Dethera e Frostbitten Kingdom, musicisti che sono quindi sempre stati attivi e pronti a dire la loro nella scena underground.
Con questo parto discografico i nostri ci donano una lezione, probabilmente a molti già nota, incentrata sulla parte più bestiale ed efferata del genere: abbiamo a che fare con un album che in maniera equilibrata si snoda fra pulsioni old school, movenze brutal e un utilizzo della tecnica dedito solo a fortificare la resa dei brani, non vi sono presenze di "ghirigori" o chissà quale atto cervellotico a complicarne l'esistenza.
Gli Atretic Intestine, al pari di buoni manovali che hanno appreso gli ordini dai capomastri, smantellano cadaveri, disseminano pozze di sangue e si cibano di resti umani; non sto neanche a citarvi quali possano essere le influenze a riferimento del sound perché verrete a contatto con nomi distinguibilissimi, mentre ciò che più mi preme è evidenziare il fatto che, nell'avvalersi di un vissuto raccontato e sviscerato più volte in passato, "Encased" è capace di portare a termine il proprio compito con pezzi che, nel bene come nel male, devono essere considerati per ciò che sono, ovvero esempi di violenza riversati nelle orecchie e, mettendo di lato aspettative particolari, vi risulterà tutt'altro che difficile godere di tracce quali "Foreskin Mask", "Cannibal Breed", "Divinity Through Self Mutilation" o l'ultima "As Body Rots".
Per ciò che concerne i vari aspetti legati alla prestazione strumentale e alla produzione, i finnici non hanno poi molto da farsi perdonare: sotto entrambi i punti di vista sono infatti decisamente professionali e la preparazione del quintetto è indubbiamente valida. Poi, vocalmente parlando, Iiro Kosonen, con il suo growlare che non risparmia tratti "suineggianti", è la valvola di sfogo ideale per i brani.
Inutile tirarla per le lunghe: se siete degli ossessionati del sound che "macella", questo "Encased" troverà spazio fra i vostri ascolti; se però, al contrario, il vostro primo pensiero non fosse "come suona il disco" ma "come dovrebbe suonare", mi sa proprio che gli "standard" ai quali si attengono gli Atretic Intestine non fanno per voi, potete passare oltre.
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Gruppo: Gypsy Chief Goliath
Titolo: It's A Walk In The Mist
Anno: 2012
Provenienza: Canada
Etichetta: Black Vulture Records
Contatti: facebook.com/groups/gypsychiefgoliath
Autore: Mourning
Tracklist
1. Black Samurai
2. The Return
3. Cold Hand Of Death
4. We Are The Devils Thieves
5. Dreaming In Color
6. Elephant In The Room
7. Intermission#
8. Chapter Fire
9. Out Of Control
10. Course Of Time
11. Listen To Static
12. Saint Covens Tavern
DURATA: 48:27
I Gypsy Chief Goliath sono fra i possessori di un suono che mi rende felice ogni qualvolta inserisca un disco simile nello stereo, parlo di musica stoner, di rock psichedelico che si tinge di venature hard e country, il sound caloroso e avvolgente del sud degli U.S.A., certo è strano che tutto ciò arrivi però dal più freddo territorio canadese.
La formazione guidata dal carismatico cantante Al "The Yeti" Bones (The Mighty Nimbus, ex Georgian Skull e Mister Bones) è così composta: Al "The Yeti" Petrovich (voce), Dave Ljubanovich (chitarra), Sean De Faria (chitarra), Brodie Stevenson (armonica), Sean Hamilton (basso) e Adam Saitti (batteria).
Nel 2012 hanno rilasciato un piacevolissimo album che fonde gli stili prima accennati, si ha la sensazione di venire inondati dalla calura, dal sapore alcolico e dalle ondate blues che portano a immaginare questi canadesi come una miscela ben riuscita di Black Sabbath, Lynyrd Skynyrd, Blue Öyster Cult, Thin Lizzy, Down, Clutch e Hogjaw, al solo pensiero viene l'acquolina alla bocca. Sin da subito vi preannuncio che il disco non ha momenti morti e nemmeno riempitivi, la tracklist fila via liscia e particolarmente godereccia.
I giochi si avviano ed è l'opener "Black Samurai" ad accoglierci, è il primo esempio di quanto i musicisti siano abili nel mantenere in equilibrio le componenti stoner e psichedelica, facendo sì che entrambe aderiscano al pezzo come entità fluide e viscerali; seguono due canzoni, "The Return" e "Cold Hand Of Death", robuste, sanguigne e di chiara entità settantiana, che scaldano il cuore e invitano ad alzare i boccali.
È poi il turno di "We Are The Devils Thieves" con l'intrufolarsi della vena country che rende il brano coinvolgente e quando ci si attenderebbe di proseguire su tale percorso i Gypsy Chief Goliath fanno un passo indietro, appesantendo il sound in "Dreaming In Color", nella quale l'unico colore difforme dalle tonalità grigie e pressanti viene evidenziato dall'armonica a bocca di Brodie, che ritroveremo anche nella successiva "Elephant In The Room" dall'atteggiamento acido e scostante; la voce di Al è graffiante, scura, incisiva e ricorda non poco quella dei signori Phil Anselmo e Neil Fallon dopo una bella botta da whiskey, il rozzume ci piace.
Il settimo capitolo "Intermission#" è stravagante, non mi viene in mente altro termine per definirlo, è poco meno di un minuto e mezzo di musica acustica, il suono nella prima parte sembra essere guidato da una diamonica (avete presente?), mutando poi in una sorta di melodia orientaleggiante un po' fuori contesto, ma neanche così disturbante. La band deve essere andata fuori dagli schemi per più di un attimo, poiché la traccia seguente intitolata "Chapter Of Fire" vira in territorio molto classico e improntato su un heavy stradaiolo che rimembra qualcosa anche degli Steppenwolf.
Non si può certo dire che questi musicisti non sappiano attizzare il fuoco del rock, confermandolo oltretutto nella ritmicamente incalzante e prestante "Out Of Control" dal titolo azzeccatissimo e poi... Poi come la quiete dopo la tempesta compare "Course Of Time" a cavallo tra il vissuto della piovosa Seattle e il southern che scorre nelle vene delle note sinora udite, sorpresi? Io un po' sì e devo dire che il risultato è davvero niente male.
Ancora due soli brani e "It's Walk In The Mist" avrà compiuto il suo corso, si fa sotto "Listen To Static" dall'attitudine maggiormente intima e riflessiva, conservando quell'acidità blues di fondo e centellinando gli sforzi in un crescendo lieve e costante, l'ennesimo incontro con l'armonica a bocca e l'aumentare dei ritmi sul finire spalancano la porta d'ingresso all'ultima "Saint Covens Tavern" che, dopo aver omaggiato la tradizione a "stelle e strisce" con una piccola sezione di "When The Saints Go Marching In", celebra la passione per rock, folk e country in unica sessione.
Dopo un paio di giri in un locale si potrebbe rischiare di pagare un salatissimo conto al banco del bar, il pezzo desidera animare la serata e "buona musica più alcol in compagnia" è un modo per far sì che avvenga.
Siamo di fronte ai Gypsy Chief Goliath e alla loro goliardia, a un sound che come appassionato del genere, e tanti di voi lo sono, non riuscirò mai e poi mai a non inserire nello stereo. Citazionisti o meno, i canadesi con questo "It's Walk In The Mist" mi danno, e ci danno, ciò che vogliamo davvero: un motivo per premere "play", aggiungete un pizzico di personalità e un paio di brani che diveranno delle vostre "hit" e la magia è bella che pronta. Lo compriamo? Io direi di sì.
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Gruppo: Black Rose
Titolo: The Early Years & More
Anno: 2012
Provenienza: Gran Bretagna
Etichetta: Hellion Records
Contatti: myspace.com/blackroserockband
Autore: ticino1
Tracklist
1. No Point Runnin'
2. Sucker For Your Love
3. Riding Higher
4. Knocked Out
5. We're Gonna Rock You
6. Red Light Lady
7. Used And Abused
8. Boys Will Be Boys
9. Burn Me Blind
10. Just Wanna Be Your Lover
11. Stand Your Ground
12. Liar
13. Nightmare
14. Take It Easy
15. Twice Shy Once Bitten
16. Fight For Your Life
17. Got Me Where You Want Me
18. Love Addiction
DURATA: 73:35
Nell'allora contea di Cleveland non era raro incontrare gruppi metal appartenenti al movimento della NWOBHM. I Black Rose, riformati nel 2003, ne sono un esempio e si dedicano al metallo di velocità moderata influenzato dai gruppi Anni Settanta (Thin Lizzy, tanto per ricordare da dove potrebbe derivare il nome).
Lìetichetta Hellion Records è unìistituzione nel sottosuolo tedesco, piuttosto conosciuta come negozio con sede a Itzehoe, non lontano da Amburgo, che combatte da anni per tenere alta la bandiera della musica dura. Ci offre un dischetto che presenta cronologicamente una raccolta di pezzi dei Black Rose. Partiamo dal lontano 1982 con le prime tracce stampate su un vinile in formato sette pollici per finire nel 2010 con canzoni incise per la casa discografica tedesca. Tutte le piste sono rimasterizzate e il CD che le contiene è accompagnato da un libercolo con i testi arricchito da alcune foto dìepoca. La base ritmica è pesante, a volte addirittura grezza, la voce, leggermente rauca, che ci stimola ogni tanto con dei cori, è possente; la timidezza degli assoli nella prima fase evolutiva dei Black Rose non si fa sentire più di tanto. Come già detto sopra, lo stile è molto influenzato dai Settanta e, nonostante la coltre dura che lo ricopre e la velocità imposta alle composizioni dai musicisti, voi riconoscerete sicuramente qualche gruppo classico come i Deep Purple fra le note.
Non ci sono dubbi; gli amici dei primissimi Def Leppard e Persian Risk si troveranno benissimo con questi signori di Cleveland che ancora oggi deliziano l'udito di tanti ascoltatori. Una pista di riferimento che rivela le capacità del gruppo è sicuramente "Burn Me Blind" (traccia nove, non dieci; la scaletta in copertina è sbagliata, tanto per la cronaca), canzone piena di pathos, cambiamenti di ritmo, con un bell'assolo a due chitarre che si trasforma in una ritmica rocciosa accompagnata da un'ottima prestazione vocale. Dicevo che il disco contiene alcune prestazioni del XXI secolo. Queste sono più sode e moderne, si muovono verso l'heavy meno classico, mantenendo comunque un certo livello melodico; la produzione bombastica non delude, anche se è impastata per i miei gusti.
Secondo me è un peccato che la casa discografica abbia tralasciato di stampare nel libretto un testo per presentare il gruppo e la sua carriera; trent'anni sono tanti e un poco di storia raccontata all'acquirente non avrebbe aumentato di troppo il costo di produzione. Insomma, spenderete bene il vostro danaro accaparrandovi il CD.
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Gruppo: A.Death.Experience
Titolo: Castor || Pollux
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: Bandcamp - Facebook - Myspace
Autore: Akh.
Tracklist
1. Intro
2. Chaos Vision
3. A Sign For The Weak
4. Reflections
5. Into Purple Skies
6. Lost In Illusions
7. The Call
8. The Silent Steps Of A Giant
9. Valete - This Is My Last Goodbye
DURATA: 45:08
I più fedeli lettori di Aristocrazia sapranno già che questo nome è sinonimo di qualità: A.Death.Experience.; ampiamente visionati e ultra consigliati con il loro demo del 2008, decidono di compiere il salto dell'esordio sulla lunga distanza e ne fuoriesce questo "Castor || Pollux", i Dioscuri, i fratelli gemelli del firmamento che hanno dato origine a leggende esoteriche.
A prescindere dai legami "classici", diciamo che vi sono due nuove entrate in formazione: Martin alla seconda chitarra e Kari dietro al microfono, una donzella affermerete voi... Il cd è ancora inspiegabilmente autoprodotto, ma se vi attendete un prodotto "casereccio" vi sbagliate di grosso, tenete presente che si è scomodato per la produzione nientepopodimeno che Andy Classen (già alle prese con band del calibro di Belphegor, Tankard, Rotting Christ, Asphyx, Dew Scented, Krisiun ecc..), quindi professionalità e qualità al 1000% che vengono immediatamente riversate nelle otto tracce più intro.
Fin da quest'ultima si percepisce che sarà un bel mattino, il suono è potente e cristallino, s'infiamma immediatamente con la rivisitazione dell'incisiva "Chaos Vision" che non perde un millesimo della devastante cattiveria, mentre l'interpretazione di Kari fa già rimanere basiti, in quanto se non mi avessero detto che fosse una ragazza non l'avrei mai percepito tanto il tono è incazzato e tagliente. La Nostra manda a fare in culo i ritornelli di Friden, Stanne et similia, maciullando di fatto i loro piccoli e sterili testicoli: questa sì che possiede i veri attributi ed è degna erede della signora Gossow, mentre nel death abbiamo altre voci femminili di livello come Sharon Bascovsky dei Derketa e Mallika Sundaramurthy degli Abnormality. Intanto incomincia a girare l'altra mazzata a nome "A Sign For The Weak", che tra fraseggi melodici e ritmiche tritaossa crea un connubio esaltante.
La base ritmica è solidissima, la struttura dei brani piacevole, riuscendo a passare da momenti d'assalto a parti atmosferiche ricche d'emotività, con l'aggiunta di un tocco tecnico. Si passa quindi alla battagliera "Reflection", ricca di melodie più asciutte e in cui passiamo da influenze slayeriane a pennate di stampo Dream Theater, quelli più thrash.
Le seguenti "Into Purple Skies" e "Lost Illusions" — anch'esse riprese dal precedente demo — mantengono l'incedere furioso e, come già detto, gli A.Death.Experience non si fanno pregare per serrare i tempi, alternando in maniera fantastica le ritmiche di Paul e Martin, muovendosi tranquillamente fra quarti e sedicesimi, mentre le parti soliste continuano a snocciolare qualità in modo industriale, dimostrandoci per l'ennesima volta come il MDM se suonato con convinzione, tecnica e ultra incazzatura possa fare le scarpe a tutti quei nomi da copertina che oramai sono buoni solamente come zeppe per tavolini instabili.
Il quartetto merita indubbiamente, non vi è il minimo calo compositivo, la cantante "spappola e affetta" senza concedere nessuna tregua, Micha è una macchina da guerra percussiva instancabile che travolge l'ascoltatore senza la minima incertezza; "The Call" lo riafferma senza remore e lo dice anche la mia testa che non accenna a fermarsi. Potrei anche aggiungere che il genere, per quanto possa sembrare inverosimile, gode di salute fuori dalla madrepatria Svezia (unica eccezione i Fisherman's Death, di cui presto avrete notizie), "The Silent Steps Of A Giant" ne è un'altra riprova, fra arpeggi, tempi granitici e monolitici, giri melodici e una tensione variabile da sensazioni di tristezza a rabbia incontrollabile; infine appare esclusivamente in questo brano una soffusa controvoce pulita a bilanciare l'asprezza dei vocalizzi screaming, per continuare in un crescendo esaltante dopo lo stacco a metà canzone, otto minuti di poeticità estrema, uno scorcio sentito di pura anima.
Il "Chaos" degli A.Death.Experience giunge all'ultimo episodio di questo album con una mazzata fragorosa intitolata "Valete - This Is My Last Goodbye", la quale si apre con una ritmica in mid tempo a cui è impossibile rimanere indifferenti, per poi ripartire sui ritmi classici del genere, fra ottavi e brevi blast beat, che per il sottoscritto fanno la differenza nel vortice assoluto sapientemente creato del gruppo teutonico.
Che questi ragazzi siano senza contratto lo trovo veramente offensivo per ogni persona che ama queste sonorità, ritengo oggettivamente inconciliabile il fatto che Paul e Micha debbano finanziarsi da soli capolavori come questo "Castor || Pollux", pretendo che gli addetti ai lavori certifichino la loro bontà offrendo loro la possibilità di far vedere al mondo come vada suonato il Melodic Death Metal, altro che gruppi per emo sfigati e o femminucce (maschi e femmine, la solfa è la medesima) falsamente incazzate! I ragazzi sono indicati a tutti gli amanti del genere e consigliati per qualsiasi "dieta" metallica, il mio pollice è quindi levato.
Abbiamo un gruppo da supportare insindacabilmente, che ci regala il genere ai suoi massimi livelli, quindi non abbiate remore, contattateli e fate vostro questo materiale; inoltre recuperate anche i demo, poiché sono in download gratuito. La classe non è acqua e gli A.Death.Experience ce lo dimostrano sfacciatamente.
Cos'altro dire? Bravi.
I Dioscuri brillano di luce propria nel firmamento.
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Gruppo: Totengeflüster
Titolo: Vom Seelensterben
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/totengefluester
Autore: Mourning
Tracklist
1. Die Prophezeiung
2. Ein Traumgespinst
3. Ein Monolog Im Mondschein
4. Gefrorene Tränen
5. Vom Seelensterben
6. Der Pakt
7. Blutsegen - Die Stromende Erkenntnis
8. Ein Neuer Pfad
9. Im Tau Der Toten Morgensonne
10. Ein Monolog Im Mondschein [versione orchestrale bonus]
DURATA: 46:38
I Totengeflüster sono l'ennesimo nome nuovo che si affaccia all'interno del mondo black metal: la band tedesca, seppur sia attiva dal 2007, non aveva sinora prodotto nulla, ma il duo che dà vita al progetto — composto da Totleben (basso, chitarra, orchestrazioni e grafica) e Narbengrund (voce e testi) che si avvalgono del supporto dell'amico Schattendorn (batteria) — finalmente ha rilasciato il debutto "Vom Seelensterben", un disco che per tipologia di sound si rifà in maniera palese all'area sinfonica anni Novanta di formazioni quali Cradle Of Filth e Dimmu Borgir e inoltre, per alcuni dettagli, si potrebbero aggregare al carrozzone anche gli Anorexia Nervosa.
Si parte quindi dal presupposto che l'incontro con la musica dei teutonici sia di quelli che conducono all'orecchio scenari conosciuti e tale aspetto diverrà ancor più evidente — e probabilmente limitante — in brani come "Ein Traumgespinst" e "Ein Monolog In Mondschein" che, sviluppati su tessuti stilistici "standard" per ciò che concerne l'esposizione delle varie componenti e la loro modalità di entrata in scena, non faranno altro che confermare le buone doti in possesso di questi musicisti, doti che rimangono però incastrate in una forma canzone che nulla aggiunge, o toglie, a ciò che negli anni si è già potuto apprezzare.
I Totengeflüster dimostrano di cavarsela discretamente sia nei frangenti animosi, irruenti e caratterizzati da una impetuosità maggiore (come avviene in "Vom Seelensterben", pezzo nel quale il "blastato" spinge all'impazzata e le chitarre divengono più pesanti e minacciose), sia nei momenti caratterizzati da ritmiche in mid-tempo, ad esempio in "Blutsegen - Die Stromende Erkenntnis".
I musicisti mostrano di trovarsi a proprio agio muovendosi sfrontatamente in territori dediti ad esaltare il lato sinfonico grazie a strumentali brevi ed efficaci: in "Gefrorene Tränen" e nella più lunga "Im Tau Der Toten Morgensonne" appare inizialmente anche una sorta di epicità sino a quell'attimo non ancora rivelatasi e successivamente inghiottita da atmosfere tristemente melancoliche; tutto ciò si denota altresì nella versione orchestrale della precedentemente citata "Ein Monolog Im Mondschein", con le uniche pecche individuabili in un paio di forzature "celebrative" che appesantiscono, un po' di autocompiacimento evitabile.
"Vom Seelensterben" è un'autoproduzione decisamente valida, nonostante qualche altro piccolo difetto a mio avviso vi sia: infatti, se la parte grafica a cura di Totleben (già all'opera in passato per conto dei canadesi Necronomicon e connazionali Imperium Dekadenz, Lyfthrasyr e Unlight) risulta essere pienamente convincente, è la produzione a non esserlo del tutto, dal momento che le sonorità basse a tratti sembrano invasive ed eccessivamente "paludose" per una proposta simile.
Se avete amato le inizialmente citate creature inglesi e norvegesi di un tempo, l'album dei Totengeflüster sarà certamente di vostro gradimento, è un nulla di nuovo che si fa ascoltare con piacere, con il symphonic black che, anche nelle sue interpretazioni non proprio personalissime, riesce comunque ancora a dire la sua. Diamo quindi fiducia e tempo a questo trio: del resto sono solo all'inizio del loro percorso artistico, concediamo il beneficio del dubbio e, in attesa di una prestazione che fuoriesca un minimo da coordinate così facilmente inquadrabili, vi consiglio di prestare orecchio al disco.
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Gruppo: Da Pila
Titolo: Pleonexia
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/thepleonexia - micheledapila[at]gmail.com
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Pleonexia
2. Everything You Said
3. I Don't Care
4. We Just Want More
DURATA: 17:57
Ah, quanto è vero che "non si esce vivi dagli anni Ottanta"!
A dimostrarcelo ancora una volta è un EP di Michele Flammia (in arte Da Pila), un EP che ha ormai alle spalle due anni di vita, un EP che di anni, in realtà, potrebbe averne già tranquillamente trenta.
"Pleonexia" (termine greco che esprime il concetto del "volere sempre di più", dello "spingersi oltre", se vogliamo), questo è il titolo dell'opera trattata, forte di una copertina che riporta un'illustrazione di Gustavo Dorè estrapolata dal "Paradiso Perduto" di Milton, ci ribalta addosso fin dal principio un'energica e frizzante intelaiatura di classico Heavy Metal di estrazione perlopiù britannica in cui si innestano momenti dal sapore Power, conditi con qualche venatura epica... e, rimanendo in tema di epicità, è impossibile da non citare la spettacolare "We Just Want More" con i suoi movimenti cadenzati e medievaleggianti che non possono che provocare inevitabili accessi di esaltazione all'ascoltatore avido di tali sonorità.
Ovviamente, ormai avrete ben compreso il periodo musico/culturale al quale il prodotto fa riferimento e quindi, se siete amanti di questo tipo di proposte, ascoltando un pezzo come "Everything You Said" apprezzerete sicuramente i richiami a quel Power/Speed d'oltreoceano che ha come pietre miliari obbligati gli esordi di Metal Church, Vicious Rumors e Armored Saint, allo stesso modo in cui potrete apprezzare un contorno più scuro che potrebbe facilmente richiamare alla memoria Death SS e Mercyful Fate.
Lo stesso alone di matrice più cupa si intreccia in maniera estremamente naturale alle strutture più "maideniane" di "I Don't Care", la quale, però, si avvale a tratti anche di piccole sfumature più classicamente Rock rimanendo, si capisce, sempre e comunque all'interno dei confini storico/temporali già citati.
"Pleonexia" è l'ultima testimonianza musicale uscita sotto il nome Da Pila: il nostro, infatti, nel 2012 ha deciso di abbandonare lo status di solista facendo confluire il tutto all'interno di una band vera e propria che, manco a dirlo, ha preso il nome di Pleonexia.
In attesa dunque di poter ascoltare materiale proveniente da tale "nuova" incarnazione artistica (nonostante la sua attività live sia già iniziata da un pezzo), ripassiamoci ben bene l'operato di Da Pila: tutti coloro che, in materia di Heavy Metal, amano i prodotti provenienti dalla decade ottantiana non potranno rimanere delusi dall'operato di questo musicista nostrano!
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Gruppo: Aidan
Titolo: The Relation Between Brain And Behaviour
Anno: 2012
Provenienza: Padova, Italia
Etichetta: Red Sound Records
Contatti: aidanband.bandcamp.com
Autore: Istrice
Tracklist
1. Lebanon 1823
2. No Longer Gage
3. Left Frontal Lobe
4. Dr. John Martyn Harlow
5. Pulse 60 And Regular
6. Ptosis
7. Lone Mountain
DURATA: 36:32
Scarto il disco, apro la custodia e un dettaglio balza immediatamente ai miei occhi: "mastered by James Plotkin in New York". Lo stesso James Plotkin noto per i suoi OLD e Khanate, nonché brillante produttore, presente dietro le quinte di numerose opere di band d'alto lignaggio quali Sunn O))), Earth, Nadja, Isis e Pelican. E se fin da subito questo brillante roster consente di avere un'idea di cosa incontreremo nella mezz'ora abbondante di musica che ci appropinquiamo ad ascoltare, nasce altresì spontanea la riflessione che se un personaggio di primo piano come Plotkin s'è scomodato a dare il suo contributo nella masterizzazione del disco d'esordio di una sconosciuta band padovana un motivo ci dovrà bene essere.
Un rapido sguardo alla pregevole copertina e al complesso, ma ben costruito logo della band e inserisco il disco nel lettore. L'intro ambient e vagamente psicheledelica "Lebanon 1823" conduce rapidamente a "No Longer Gage", uno dei migliori pezzi di tutto il full, da cui è subito facile desumere le influenze e le attitudini musicali del terzetto veneto. Gli Aidan suonano un post-metal completamente strumentale, post-metal d'autore mi verrebbe da dire, con precisi riferimenti alla lezione insegnata dai Pelican, band non a caso già citata in precedenza. Con riff possenti e precisi, ritmiche mutevoli e una notevole varietà di soluzioni musicali, tuttavia dimostrano di non voler essere solo una copia delle band cardine del settore, anzi al contrario di averne profondamente interiorizzato gli aspetti principali, creando una proposta personale e originale.
Aiutato dalla durata non eccessiva, "The Relation Between Brain And Behaviour" si snoda attraverso un totale di sette brani, commistionando il post più puro a sensazioni sludge di grande energia, strizzando l'occhiolino a tratti al drone più cupo (si vedano i riverberi dei minuti iniziali di "Ptosis", o il finale stesso del disco), certo senza mai perdersi nei meandri più tetri a cui gli amanti del genere possono essere avvezzi. Ogni pezzo ha una sua personalità e un suo preciso carattere, l'album non ha cali particolari da evidenziare e l'attenzione dell'ascoltatore è costantemente stimolata. Cito per preferenza personale "Left Frontal Lobe", canzone completissima in ogni suo aspetto e ricca di ogni possibile sfumatura precedentemente evidenziata, e "Lone Mountain", che con le sue mille sfaccettature e gli altrettanto numerosi cambi di ritmo conferma l'ecletticità di una band che dimostra di essere a suo agio in ogni situazione.
Anche il lavoro svolto nel mixaggio del disco è di assoluto spessore: le chitarre sono incisive e graffianti, i bassi ben equalizzati e le percussioni sempre in grande evidenza. Nel caso in cui si volesse andare a scovare col lanternino una piccola falla nella registrazione, la si potrebbe trovare nel suono troppo compatto e secco delle pelli, complice forse un eccessivo tiraggio delle stesse, che, per inciso, potrebbe essere benissimo anch'esso una scelta stilistica della band. Il mio orecchio di batterista avrebbe preferito un suono più corposo e martellante, ma sono davvero dettagli.
Sono invece indubbie l'impressionante maturità e la capacità compositiva raggiunte dalla band, costituita sicuramente da musicisti capaci, ma altresì attiva da solo un paio d'anni. Se questo è l'antipasto, con le portate principali ci sarà da leccarsi i baffi.
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Gruppo: Gaoth Anair
Titolo: Gatherings In The Dark
Anno: 2004
Provenienza: Auckland, Nuova Zelanda
Etichetta: Swampkult Productions
Contatti: facebook.com/GaothAnair
Autore: Bosj
Tracklist
1. Awoke By The Bloodstone Gate
2. Assault Chariot Of Scythes
3. Gatherings In The Dark
4. Fifth Plague
5. Tempestuous Half Shadows
6. Scratching Over The Face Of Black Angel
7. Night Meditation Part One
8. Forgotten Wanderers On The Sea Of Souls
DURATA: 56:48
Se ci seguite regolarmente, sapete che la nostra politica è contraria ad ogni forma di ristampa/riedizione/qualsivoglia trovata commerciale. Nel caso di questa nuova edizione di "Gatherings In The Dark", tuttavia, capirete bene che siamo di fronte a un caso che non rientra assolutamente nelle definizioni poco sopra.
Trattasi del secondo full lenght della one-man band Gaoth Anair, di stanza ad Auckland, anno 2004, riportato nei nostri impianti stereo nel 2012 dalla piccola ma attivissima Swampkult Productions. Proprio dal 2004, anno in cui fece uscire due full e un demo su nastro, si erano perse le tracce di Sean O'Kane Connolly, mente del progetto in questione e di numerose altre piccole realtà a me totalmente ignote (Taur Nu Fuin e Undiscovered Moons Of Saturn tra le altre); è dunque servita questa riedizione, rinnovata nell'artwork e nella masterizzazione, a chiarire che il musicista oceanico è ancora attivo con questa ragione sociale, anzi, ha anche creato una pagina Facebook per l'occasione.
Rispetto alla stampa originale, contro ogni usanza, in questa versione di "Gatherings In The Dark" è presente una traccia in meno, la conclusiva, ma non ho informazioni circa le motivazioni di questa scelta, quindi mi limito a prenderne atto e comunicarla.
Venendo al cuore di questa breve analisi, il materiale di Gaoth Anair rientra pienamente nel filone atmospheric black più lo-fi che possiate immaginare. Brani mediamente lunghi (con "Scratching..." si superano addirittura i dieci minuti), molto classici, con blast-beat, scream costante, chitarra zanzarosa e, per aver ragione dell'etichettatura atmosferica, tastiere e sottofondi sintetici. Il tutto chiaramente nella più totale "trueness".
L'ennesima proposta di derivazione cascadica? Potremmo dire di sì, non fosse che, particolare assolutamente di rilievo, tutto il materiale qui raccolto è stato composto in Nuova Zelanda tra il 2002 e il 2004. Quando di "cascadian scene" nessuno aveva mai sentito parlare. Contestualizzando l'album negli anni, quindi, se ne ha una percezione completamente diversa. L'allora ragazzo neozelandese, nell'isolamento geografico forzato dovuto alla sua terra, partorì un susseguirsi di brani ampiamente godibili, dal piglio classico, ma con importanti indizi di ciò che sarebbe di lì a un paio d'anni divenuta una delle formule portanti delle sonorità del black metal contemporaneo.
Il tutto in una veste torbida, fumosa, assolutamente sottoprodotta, per non dire non-prodotta, quando la matrice "del momento" era quella iperprodotta ed industrialoide della prima metà degli anni Zero. Lungi da me fare facili paragoni storici, che si rivelano sempre incontrovertibilmente sbagliati, sicuramente Gaoth Anair non era l'unica eccezione al sound moderno e plasticoso che stava vivendo il suo periodo di splendore, tuttavia è bene considerare che in Nuova Zelanda di black atmosferico lo-fi in quegli anni non ce n'era molto, tutto qui. Quindi fate un bel tuffo nel recente passato ed immergetevi nei suoni paludosi che Sean O'Kane ha preparato per voi, ne vale la pena.
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Gruppo: Even Less
Titolo: Soundtrack To A Wasted Day
Anno: 2012
Provenienza: Beijing, Cina
Etichetta: Pest Productions
Contatti: evenlesscn.bandcamp.com
Autore: LordPist
Tracklist
1. Forgotten One
2. Dead End
3. The Day The World Went Away [cover Nine Inch Nails]
4. Soundtrack To A Wasted Day
DURATA: 26:32
La Cina non è esattamente nota all'estero per la sua scena alternativa e, quando si parla di musica in generale, di solito vengono in mente i soliti artisti pop (in larga parte, in realtà, provenienti da Hong Kong e Taiwan). Il rock è una realtà relativamente nuova (seconda metà degli anni '80) e ancora piuttosto minoritaria, a parte qualche eccezione come la prolifica scena di Pechino. Si tratta di un discorso piuttosto complesso, che meriterà un apposito approfondimento.
In questa sede, invece, presenterò una delle band che di recente sono riuscite addirittura ad affacciarsi al mercato internazionale, complice la scelta di scrivere testi in inglese. Even Less è un progetto che prende evidentemente le mosse dai Porcupine Tree (a cui si deve il nome, brano tratto dall'album "Stupid Dream"), e basta un assaggio delle scelte visive, contenutistiche e musicali per notare le parentele tutt'altro che nascoste con l'approccio wilson-åkerfeldtiano.
Questo gruppo si forma nel 2009 nell'area di Pechino e nel giro di un paio d'anni attira l'attenzione della più attiva etichetta rock/metal cinese, la Pest Productions, che tanto sta facendo per promuovere anche all'estero alcuni dei nomi di punta dell'ambiente (inizialmente interessata soprattutto alla scena black metal). Dopo la partecipazione a una compilation nel 2011 con "l'opethiano" brano "In Another Life", ecco che nel 2012 Luo Keju e soci registrano il primo EP ufficiale, "Soundtrack To A Wasted Day".
Ho avuto occasione di assistere alla tappa di Shanghai del loro tour promozionale per l'uscita fisica del disco questo febbraio (era già possibile scaricarlo sul solito Bandcamp), e i quattro ragazzi hanno un repertorio piuttosto vasto (superata tranquillamente l'ora di performance) e sono molto puliti nell'esecuzione, anche vocale, dei brani. Insolita la combinazione di due "prime voci", con il chitarrista Luo Keju e il batterista Nong Andi ad alternarsi tra voce principale e cori. La somiglianza con il tono e l'interpretazione di Åkerfeldt e Renkse è impressionante, e a volte chiudendo gli occhi sembra proprio di star ascoltando una band a scelta tra Opeth o Katatonia.
Tornando al disco, contiene quattro tracce, una delle quali è una cover di "The Day The World Went Away" dei Nine Inch Nails (Luo Keju, tra l'altro, indossava una maglia dei NIN durante il concerto). L'universo musicale di riferimento è chiarissimo, anche troppo, e sembra quasi che gli Even Less non vogliano provare a uscirne, tanto che si sentono a loro agio in queste coordinate. L'EP scorre senza problemi, funziona bene come "manifesto" e ha coerenza visivo-musicale. Siamo comunque di fronte a qualcosa che in Cina non si era visto fino a qualche anno fa, soprattutto a questi livelli qualitativi, per quanto si tratti di suoni che in Europa si conoscono da tanto.
A questo punto, sarebbe lecito aspettarsi "qualcosa di più" quando il gruppo sarà pronto per incidere un album vero e proprio, magari anche provando a inserire qualche testo in cinese.
In breve: band estremamente influenzata da Opeth, Katatonia e Porcupine Tree, c'è una cover dei NIN, questo EP si può trovare in download digitale sulla loro pagina Bandcamp.
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Gruppo: Alerion
Titolo: VIII Sanctvaires
Anno: 2012 (ristampa 2013)
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto / Le Crépuscule Du Soir
Contatti: non disponibili
Autore: Insanity
Tracklist
1. Nocturne Morte
2. 843
3. Le Soupirail De L'Ame
4. Loreina
5. Un Siècle Plus Tard
6. Majestueuse Déchéance
7. Foramen Noctis
8. Les Séquelles De La Nuit
DURATA: 42:18
L'Alerione è un animale mitologico, raffigurato in araldica come un uccello senza becco e zampe; in Francia viene chiamato Alérion ed è visibile addirittura in triplice copia sullo stemma della Lorena, regione di provenienza di una band Black Metal che prende il nome proprio da questo leggendario volatile. "VIII Sanctvaires" rappresenta il debutto sulla lunga distanza, preceduto solo da un demo di due brani, di questo gruppo transalpino ed è suddiviso in otto tracce il cui filo conduttore è la glorificazione del passato attraverso tributi alle proprie origini e non solo, come accade spesso nel genere.
La musica degli Alerion trova nella melodia il proprio punto di forza principale: sono i riff delle asce infatti a dominare la scena, intrecciandosi su più strati e creando momenti ad alto tasso atmosferico che ricordano i canadesi Csejthe ed altre realtà simili ad essi; prendo ad esempio la conclusiva "Les Séquelles De La Nuit", le cui trame ben congegnate difficilmente potrebbero lasciare indifferente l'ascoltatore, anche se è una caratteristica riscontrabile in tutto il lavoro. I brani si mantengono comunque tutti su livelli più che discreti, grazie anche ad una prestazione sufficientemente variegata del batterista, buona sia nelle fasi più spinte (come in "Foramen Noctis" e "Majestueuse Déchéance", oltre a qualche passaggio sparso) che nei mid tempo (sfruttati veramente bene), e del bassista che non solo fa sentire la propria presenza, ma lo fa spesso con parti decisamente gradevoli come nel finale di "843". La voce si mantiene per la maggior parte del tempo su uno scream canonico con qualche incursione in clean teatrale/cerimoniale ad accompagnarlo, il cantante riesce ad integrarsi bene nelle varie tracce, lasciando comunque alle chitarre il ruolo di sporche, dissonanti e indiscusse protagoniste.
Niente di nuovo sotto il sole in sostanza, anche variazioni quali gli arpeggi di "Loreina" (omaggio alla patria dei musicisti) o l'intro dal sapore industriale di "Un Siècle Plus Tard" non sono certo novità nel genere, ma chi apprezza certe sonorità troverà pane per i propri denti: il disco è composto e suonato veramente bene e la produzione è adatta alla proposta della band, ogni strumento è valorizzato come merita senza che ciò renda troppo pulito il risultato finale. Lamentarsi della poca originalità è inutile in casi come questo, gli Alerion hanno debuttato alla grande e non possiamo fare altro che augurare loro di continuare su questa strada e di affinare ancora di più il loro stile.
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Informazioni
Gruppo: Dreariness
Titolo: My Mind Is Too Weak To Forget
Anno: 2013
Etichetta: Nostalgia Productions
Contatti: facebook.com/Dreariness
Autore: M1
Tracklist
1. Reminiscence
2. Coming Home
3. My Last Goodbye
4. Madness
5. Dysmorphophobia
6. Lost
7. One Last Wish
8. My Mind Is Too Weak To Forget
DURATA: 62:46
 Una nuova realtà tricolore blackgaze si affaccia sulla scena, parlo dei capitolini Dreariness che qualcuno di voi potrebbe conoscere per la militanza di Gris (chitarra, basso e tastiere) e Torpor (batteria) nei Misere Nobis. Il trio romano, a poco meno di un anno dalla nascita, ha rilasciato il proprio esordio intitolato "My Mind Is Too Weak To Forget" per Nostalgia Productions.
La proposta dei Nostri si caratterizza per un riffing fortemente malinconico che funge da base per generare le atmosfere di tragicità e tedio di cui il disco è impregnato, a questo proposito la base shoegaze è dominante, mentre le ritmiche sono sempre contenute e qualunque scatto in velocità tipico del black metal è assente. "Reminiscence", sorta di lunga introduzione, è parecchio esplicativa a questo riguardo sin dal principio e si lega perfettamente alla seguente ed ottima "Coming Home", dal sapore nostalgico.
Elemento di criticità, al contempo positivo e negativo, è lo screaming lancinante e a tratti sguaiato di Tenebra: una vera lama che non potrà lasciarvi indifferenti, disgustandovi o procurandovi un doloroso piacere nella contrapposizione netta rispetto all'animo agrodolce che sovente le note ricreano; si tratta in sostanza dell'elemento che permette di accostare la proposta dei Dreariness al depressive / suicidal e di caratterizzarla come "estrema". Nonostante una certa difficoltà nel seguire i testi pur avendo il libretto sotto mano, dovuta a una dizione molto poco intellegibile, la cantante offre una interpretazione sentita e vibrante, in grado di spaziare fra vocalizzi vicini al pianto e altri in pulito e leggermente filtrati; forse è leggermente sbilenca in "My Last Goodbye". Sul piano lirico, ho trovato i piccoli inserimenti in italiano di buon gusto e piuttosto "poetici", cosa non banale poiché è molto facile cadere in luoghi comuni in queste situazioni. Il restante complesso in inglese invece lo reputo più che sufficiente, ma tengo a precisare che si tratta di una mera opinione personale di un non ferrato in materia, quindi lascio eventuali analisi maggiormente di spessore ai più esperti.
Altri elementi che compongono il suono dei Dreariness sono i numerosi stacchi acustici — ad esempio in "Dysmorphophobia" — e le incursioni di piano, che arricchiscono sovente i brani come accade in "Madness". Tendenzialmente le chitarre lavorano "sulla lunga distanza", sfruttando molto gli arpeggi, piuttosto che generare singoli riff peculiari e in grado di spiccare sul complesso; parziale eccezione a questo riguardo è la conclusiva "My Mind Is Too Weak To Forget" dotata appunto di un riffing davvero toccante e significativo.
Un punto dolente dell'insieme è certamente il suono della batteria, dal gusto meccanico e freddo, quindi inadatto a veicolare la tragicità insita in "My Mind Is Too Weak To Forget". Personalmente trovo inoltre che l'ultima parte del disco soffra di un leggero calo qualitativo, dovuto alla linearità accentuata della prima parte di "Lost" (che fortunatamente si risolleva nel finale) e al mio gusto musicale per cui lo shoegaze "puro" della strumentale "One Last Wish" alla lunga stanca leggermente, poiché il timer segna lo scoccare dell'ora durante la conclusiva titletrack.
Non sarà quindi facile per chiunque apprezzare un album del genere, alla necessità di porgersi ad esso con il giusto umore, si aggiunge una durata corposa — generale e delle singole tracce — che obbliga a un "contatto" davvero attento e intimo. Malgrado le imperfezioni segnalate, i Dreariness vanno promossi in pieno per la capacità e la volontà di instillare una buona dose di personalità all'interno della propria musica, che potrà facilmente migliorare ulteriormente in futuro, e nell'aspetto strumentale e in quello vocale.
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Information
Band: Even Less
Title: Soundtrack To A Wasted Day
Year: 2012
Origin: Beijing, Cina
Label: Pest Productions
Contact: bandcamp
Author: LordPist
Tracklist
1. Forgotten One
2. Dead End
3. The Day The World Went Away [Nine Inch Nails cover]
4. Soundtrack To A Wasted Day
RUNNING TIME: 26:32
 When it comes to alternative music in China, Beijing is the most frequently mentioned area when speaking about interesting bands and "Even Less" is no exception to this rule. This project was clearly inspired by Porcupine Tree (the name being taken from a track off the "Stupid Dream" album) and it only takes a snippet of the visual, lyrical and musical aspects to acknowledge the all but hidden influence that Steven Wilson's project has had on this band.
Even Less formed in 2009 and in about a couple of years got noticed by the most dedicated Chinese rock/metal label, Pest Productions, which is doing so much in order to promote some of the top acts of the Chinese scene (this is also one of the relatively few bands that opted for English lyrics, helping them to get some international attention). After taking part in a compilation in 2011 with the "Opeth-esque" track "In Another Life", Luo Keju and the others went on to record their first official EP, "Soundtrack To A Wasted Day".
I've had chance to see the Shanghai gig of their CD release promotional tour (it was available for download through Bandcamp). The four guys proved to have quite a vast repertoire (easily playing for over one hour) and delivered a clean performance, even on the vocals.
The dual lead vocalists combination is quite unusual for this kind of band, with guitarist Luo Keju and drummer Nong Andi alternating on vocals. The degree of similarity with the vocals and the interpretation of both Åkerfeldt and Renkse is nothing short of impressive. With eyes closed you could be forgiven for mistaking Even Less for Opeth or Katatonia.
Getting back to the EP, it contains four tracks, one of which is a cover of Nine Inch Nails' "The Day The World Went Away" (Luo Keju was wearing a NIN t-shirt during the performance). The musical background is extremely clear, perhaps even too much, and sometimes it seems that Even Less don't want to try and get out of it as they are so comfortable within their environment. However, the disc is not a tough listen by any means and flows with ease. It works well as a "manifesto" and is coherent in both visual and musical terms. After all, this is something quite unheard of in China, especially played with such proficiency, even though this style is something that has been played around Europe for quite some time now.
At this point we might expect "something more" when the band will be ready to record a full-length album, perhaps trying to write some Chinese lyrics.
In short: this band is extremely influenced by Opeth, Katatonia and Porcupine Tree, the disc contains a NIN cover and you can find this EP on their Bandcamp page.
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Informazioni
Gruppi: Into Darkness, Barbarian, Cruciamentum, Pentacle
Data: 09/03/2013
Luogo: Blue Rose Saloon, Bresso (MI)
Autore: Bosj
Su questo sabato sera si potrebbero spendere fiumi di inchiostro virtuale, tante cose ha messo in luce. Cercherò di essere il più esaustivo (e breve possibile). Anzitutto, le band in questione: Into Darkness, Barbarian, Cruciamentum e Pentacle, ciascuna profondamente diversa dalle altre. Purtroppo ritardi personali non mi hanno permesso di essere sul posto in tempo per vedere l'esibizione dei primi, quindi il report riguarderà solo le tre formazioni successive, e per un resoconto sull'operato della neonata band death/doom di Milano vi rimando a un (per ora eventuale, ma spero) prossimo articolo. I Barbarian giocano "quasi in casa", essendo l'unico altro gruppo italiano oltre ai già citati Into Darkness, autori di un omonimo full lenght un paio d'anni fa di cui potete leggere qui, gli inglesi Cruciamentum sono alla loro (credo prima e sicuramente) ultima esibizione nel Bel Paese, visto che hanno annunciato il proprio scioglimento di qui a qualche mese per motivi interni, mentre gli olandesi Pentacle sono al loro ritorno in Italia dopo ben undici anni di assenza. Motivi più che validi per far sì che ogni supporter della scena estrema "minore" si presentasse alla porta del Blue Rose Saloon, in quel di Bresso, insomma.
Il che ci porta ad un altro, fondamentale aspetto della serata: il locale. Il Blue Rose è un piccolo pub della periferia nord di Milano, nel comune di Bresso, appunto, il cui nome da qualche mese comincia a circolare con insistenza nell'ambiente rancido e puzzolente del metallo estremo. Finalmente, dopo aver perso l'esibizione dei Cannabis Corpse, di Mike Terrana in veste solista e più recentemente degli Absu, riesco a mettere il naso nel piccolo ma accogliente localino, e ciò che scopro mi rallegra oltremodo: nonostante le dimensioni, nonostante le basse aspettative dovute ad anni di delusioni, devo dire che il posto gode di un'acustica più che dignitosa per la metratura e la tipologia di locale. Forse la proposta della serata, eufemisticamente "poco esigente" in termini di pulizia sonora, ha contribuito al risultato finale, però per una volta che si riesce a sentire un concerto senza avere motivo di lamentarsi dei suoni (qualcuno ha detto Magazzini Generali?), evitiamo qualsiasi ulteriore indagine e procediamo, sperando che non faccia la fine dei vari Covo Antico, Carlito's Way e compagnia. Nonostante il prezzo decisamente poco "underground" (diciassette fottuti euro!), trovo il posto gremito di metallari di diverso genere e tipo: giovani, meno giovani, diversamente giovani e, per non farsi mancare niente, anche qualche gentil pulzella. Arriviamo così al terzo punto: la gente. Gli accenti sono i più disparati, segno che per i nomi minori qualcuno ancora si muove da lontano, e la cosa non può che far piacere. All'interno del locale, il solito paio di interessanti banchi di dischi e un vociare infinito: tutti amici, tutti a chiacchierare, atmosfera distesa, birra in mano e nient'altro che la voglia di triturarsi le orecchie, canali auricolari e timpani a suon di metal estremo. Tra la piccola folla, scorgo nientemeno che l'inconfondibile basetta di Alberto Contini, leggenda nostrana che non ha bisogno di presentazioni; giusto il tempo di una doverosa e riverente stretta di mano e di lasciargli il biglietto da visita di Aristocrazia (chissà che non legga questo report) e finalmente arrivo a raccontarvi il clou della serata.
Come detto, poco dopo il mio ingresso è dei Barbarian il compito di distruggere il locale con il loro raffinatissimo e modernissimo approccio musicale: tupa-tupa-tupa-tupa-UH-AAAAAAAAH-tupa-tupa-tupa. L'heavy black'n'roll del trio toscano (o comunque vogliate chiamare il divertentissimo casino stile Hellhammer di cui si fa portatore) è ottimo per far scuotere il capoccione in compagnia dell'altrettanto ottima Paulaner rossa servita al bancone. Nel tempo a loro disposizione i fiorentini fanno il massimo scempio consentito del posto e delle orecchie dei presenti, senza mai abbandonare un certo atteggiamento divertito e divertente, che permette loro di essere godibili e del tutto a loro agio, su disco e sul palco, pur senza proporre assolutamente nulla di nuovo. Se ne avete l'occasione, andateli a vedere, se lo meritano.
Terminata la scaletta, il cambio palco prepara gli astanti alla venuta dei Cruciamentum. Il quartetto inglese imbraccia gli strumenti con fare compìto, educato, quasi viene da chiedersi se si tratti davvero delle persone che hanno scritto e registrato "Engulfed In Desolation". Tempo dieci secondi dall'attacco e ogni parvenza di umanità è persa. Il Male incarnato è salito sul palco. Ammetto di essere di parte, l'evento clou della serata per me sono proprio loro, ma parlo con cognizione dicendo che, forse con la sola eccezione degli inarrivabili Incantation, non credo di aver mai sentito un tale concentrato di cattiveria, velocità, graniticità e malignità uscire dalle casse di un palco. Il riff iniziale di "Deathless Ascension" è addirittura riuscito a scatenare del pogo nel metro quadrato e mezzo del pit a disposizione, metro quadrato e mezzo per tre quarti occupato dal proverbiale energumeno da un metro e novantacinque per centodieci chili che sgomitava e pogava muovendo le persone attorno come ramoscelli secchi... facile fare i froci col culo degli altri, avrei voluto vederlo in mezzo a gente della sua stazza per scoprire se fosse così divertente sgomitare quadrati in testa alla gente in cinque centimetri. A parte questo, siamo solo a marzo e posso già dire che l'esibizione dei Cruciamentum sarà sicuramente da valutare come una delle migliori dell'anno in corso. Un gran peccato che siano costretti a sciogliersi, perché di band di questo calibro non si vuole mai fare a meno. Il death metal come deve essere suonato, senza "se" e senza "ma". Un muro sonoro di violenza inaudita imbastito dalle due chitarre, un blast beat pressoché perenne che nei momenti di downtempo si apre col resto della strumentazione a passaggi doomy e marcescenti. Brani anche lunghi e articolati, dai testi immaginifici e ispirati, che sul palco rendono a livelli incredibili. In-cre-di-bi-li. E basta. Applausi a scena aperta e, a esibizione terminata, l'insaziabile desiderio di averne ancora e ancora e ancora. E ancora. E poi un altro po'. E poi magari un po' di più. E a quel punto ricominciare da capo.
Invece è finito tutto troppo presto, e un interminabile tempo vuoto — quasi quaranta minuti, se non vado errato — separa la formazione d'Albione dai Pentacle, storica band olandese della prima ora che non passava da queste parti, come accennato, da oltre un decennio. Il gruppo di Wannes Gubbels è ancora fermo a un full e un ep datati 2005, probabilmente a causa degli impegni che questi ha fronteggiato per qualche anno dopo essere temporaneamente tornato negli Asphyx, ma ha un repertorio decisamente nutrito da cui pescare per la propria ora e mezza circa di esibizione. Dopo i quattro lord di poco prima, c'è da dire che la proposta molto ottantiana e thrashy del trio olandese assomiglia più a un liscio da balera, ma è il rischio che corrono tutti quelli che si esibiscono successivamente a un'eccellenza. In ogni caso, il succitato Wannes è molto contento e propositivo: non si dà pace muovendosi continuamente, basso alla mano, tra i due microfoni preparatigli a breve distanza sullo striminzito palco del Blue Rose, con molta umiltà ringrazia a più riprese i metallari per la presenza e sprona tutti quanti al maggior supporto possibile per la scena. E in verità, nemmeno il tempo a disposizione dei Pentacle è male utilizzato, anzi: seppur in un'ottica totalmente differente rispetto ai Cruciamentum, stiamo sempre parlando di death metal di un certo livello e, soprattutto, che "arriva dalla gavetta" e merita tutto il rispetto possibile. Le similitudini con i primi "periodi" dei conterranei Pestilence si sentono, così come si sente l'influenza del thrash più sporco e ruvido: il cantato anziché growl è un insieme di urla veloci e roche, la batteria è in costante tupa-tupa — anche se chiaramente il risultato finale è lontano anni luce dai Barbarian — e una sola chitarra non si avvicina nemmeno per sbaglio ai livelli di muro sonoro precedenti, ma, e questa è la cosa più importante, nemmeno intende farlo. Gli estratti da "...Rides The Moonstorm" e da "Under The Black Cross" si susseguono senza soluzione di continuità e, perdonatemi la carenza, senza speranza che io riesca a distinguere gli uni dagli altri, poche sono le differenze tra un brano e l'altro. I Pentacle sono ancorati alle proprie radici e sebbene abbiano un nuovo album in lavorazione — se ho ben inteso le parole di Gubbels tra un urlo e l'altro— dubito fortemente si discosteranno da quanto proposto in questa sede e nei passati ventiquattro anni. Ebbene, chissenefrega, anzi, meglio, perchè a noi "ci piacete così".
D'un tratto, mi ritrovo fuori dal locale a fare quattro chiacchiere con un conoscente e un paio di ragazzi conosciuti al momento, ed è già ora di tornare a casa, ché alle due del mattino il sonno inizia a farsi sentire. Soddisfazione oltre ogni dire per aver goduto di tante prelibatezze in un solo evento, mi rendo conto una volta di più che l'underground ha davvero tanto da offrire.
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