lunedì 1 aprile 2013

MORTUORIAL ECLIPSE - The Aethyr's Call


Informazioni
Gruppo: Mortuorial Eclipse
Titolo: The Aethyr's Call
Anno: 2012
Provenienza: Córdoba, Argentina
Etichetta: Art Gates Records
Contatti: mortuorialeclipse.com.ar/home.html
Autore: Bosj

Tracklist
1. The Summoner's Procession
2. Advent Of A Sinister Omen
3. Crepuscular Necromantic Visions
4. Perpetual Covenant
5. At The Gates Of The Marduk's Shrine
6. Brotherhood Of The Serpent
7. Orion's Progeny
8. Submission

DURATA: 29:48

L'ultimo decennio ha portato il metal estremo a vestire sempre più spesso i panni dell'ibridazione, del genere "colto" e lavorato. Specificamente, i Mortuorial Eclipse, da Córdoba, nel cuore dell'Argentina, si fanno alfieri del filone inaugurato da formazioni quali Behemoth, Septicflesh e compagnia: un death metal dalle molteplici influenze.

Anzitutto, in maniera minore, le contaminazioni black: alcuni riff di chitarra ricordano molto la scuola "mista" svedese facente capo a Dissection, Sacramentum, Necrophobic e numerosissimi altri. A seguire, un'impostazione che sotto numerosi aspetti richiama l'operato di Adam "Nergal" Darski e dei suoi già nominati Behemoth: dalla modulazione vocale tenuta durante i mid-tempo, quel growl dal tono imperioso e autoritario, alle strutture dei brani estremamente incentrate sul binomio riff massiccio/blast-beat pulitissimo. In ultimo, come accennato in apertura, la lavorazione, la pomposità, la magniloquenza delle basi sinfoniche di stampo greco: tutti gli otto brani di "The Aethyr's Call" hanno un'impostazione orchestrale molto marcata, che rende il disco decisamente omogeneo e soprattutto godibile per coloro che nel metal estremo non ricercano la sola furia cieca, ma apprezzano una superiore profondità artistica e anche concettuale.

Le tematiche, a questo riguardo, si incentrano sull'occulto: gli Aethyr sono i trenta piani astrali che separano il contingente dal divino, e tutti i pezzi (tolte intro ed outro, strumentali ambedue) si occupano di esoterismo e misticismo, da riferimenti all'Enuma Elish e alla civiltà mesopotamica ("At The Gates Of...") a esperienze di visioni negromantiche. Tutto come da copione... forse troppo.

Alle sei composizioni di questo debutto, per quanto formalmente impeccabili, si può rimproverare una sola e unica pochezza di fondo: l'impersonalità. Sulla produzione non eccelsa si può soprassedere, nonostante per suonare "alla Behemoth" sia comunque importantissimo che la batteria risalti e che la chitarra goda di una pulizia estrema, mentre in questo caso siamo "solo" su livelli normali; i quali livelli normali, se in molti casi sarebbero più che sufficienti, in una proposta come questa assumono una rilevanza ben diversa. Sulla generale omogeneità e indistinguibilità tra un brano e l'altro, invece, c'è più da ridire. Base sinfonica – riff portante – blast beat – growl occultista, se il ripetere la stessa formula ha fatto la fortuna di determinate proposte e certi filoni, i suoni più moderni e più ricercati non sono fra questi.

Cionondimeno, vi sono delle attenuanti: il progetto è giovane, "The Aethyr's Call" è la prima uscita a nome Mortuorial Eclipse, e l'Argentina non è famosa per proposte elaborate di questo tipo. Oltre al fatto che, ripeto una volta di più, l'album è ben lungi dall'essere "brutto", anzi. Tempo al tempo dunque, speriamo che la penna dei Mortuorial Eclipse maturi col passare degli anni trovando una propria via, frattanto accontentiamoci in attesa della prossima uscita di Behemoth e Septicflesh.

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BLITZKRIEG BABY - Porcus Norvegicus

Informazioni
Gruppo: Blitzkrieg Baby
Titolo: Porcus Norvegicus
Anno: 2012
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Neuropa
Contatti: facebook.com/blitzkriegbabyofficial
Autore: 7.5-M

Tracklist
1. First Movement, First Kill
2. Pig Boy
3. Disneyfied, Delirious & HIV+
4. Incinerator Symphony
5. Stalker
6. Sperm Crawling Back Into Its Hole
7. Fuck Me Like You Hate Me
8. I Never Really Loved Anyone Of You
9. Children In Uniform
10. The Pig-Shaped Tumor
11. Amputease
12. Slasher
13. Viva La Morte

DURATA: 31.52

Norvegia. Una certa Norvegia. Quella Norvegia che non è fatta di fiordi e nemmeno di foreste. È una Norvegia come scena, sulla quale si avvicendano personaggi ben precisi e ben noti che appartengono a una comune cultura sperimentale: Ulver, Virus, Ved Buens Ende, The Konsortium, Swarms, K100, Kim & Trine, etc. I personaggi di questa tragedia chiamata Blitzkrieg Baby vengono da quella Norvegia. Il Porcus sacrificale, magnificamente esemplato in copertina, è anche lui Norvegicus. È il porco espiatorio di una cultura che si è sviluppata secondo una drammaturgia ben precisa, che non può più occuparsi solo di foreste, fiordi, naturalismo pagano et cetera. Sciocchezze che non fanno nemmeno più ridere.

L'INDUSTRIA, l'urbanesimo, la tecnologia, la merce. Questi sono i temi che vengono recitati, eccitati in un sorriso sarcastico e caustico che corrode la post-industrializzazione, l'urbanizzazione spinta, la tecnocrazia e la mercificazione della cultura. Gli strumenti di questo atto corrosivo sono: l'elettronica dai ritmi cadenzati e pesantissimi, di vera fabbrica, marziali ma senza umanità, perché non c'è guerra che tenga, c'è solo l'ordine d'un ciclo produttivo meccanizzato e perfetto; l'abuso e perversione di campionamenti dalla cultura musicale alta rappresentata dalla musica classica; l'abuso e perversione di campionamenti dalla musichetta, dallo swing a Disney; la declamazione gracchiata dall'altoparlante, per opera di Zweizz.

Il lavoro è coerente, minimale e curatissimo, dal forte impatto sonoro e visivo. È impreziosito da titoli capitolari eloquenti. Ne citiamo qualcuno dei più rilevanti: "Disneyfied, Delirious & HIV+", "Incinerator Symphony", "Stalker" — che per qualche strano motivo mi ha ricordato (pur non avendo incontrato effettivi richiami tra i due pezzi) la sequenza musicale su rotaie, di Eduard Artemyev, nell'omonimo film di Andrej Tarkovskij —, "Sperm Crawling Back Into Its Hole", "Children In Uniform", "Pig Shaped Tumor", "Viva La Morte".

Con questo augurio e saluto, Viva la Morte!, i Blitzkrieg Baby ci offrono uno sguardo grottesco, ironico, e in decomposizione sulla rappresentazione umana, sul mondo che sacrifica — senza sacralità, dovremo dire oltraggia per essere più precisi — la sua carne in favore di qualcosa di diverso: la tecnica e i suoi prodotti, sia materiali che culturali. Cose queste, davvero grottesche, molto più dei Blitzkrieg Baby stessi. Opere esemplari: "Porcus Norvegicus" e il mondo che abbiamo di fronte.

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KHAN - The Plague


Informazioni
Gruppo: Khan
Titolo: The Plague
Anno: 2012
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: khancrust.bandcamp.com
Autore: ticino1

Tracklist
1. Healing Comes Through Blood
2. The Plague
3. Tentacles Of Abomination
4. Not So Smart Now vs Predator
5. Giant
6. Jukai
7. Requiescant In pace
8. Seeking Light
9. A Rapist Circle

DURATA: 29:42

Mi avventuro nuovamente in terreni da me poco conosciuti alla scoperta di nuovi gruppi, questa volta desidero presentarvi il lavoro dei Khan, formazione canadese che si definisce Crust. Come potrete immaginare osservando la copertina, vedremo che questo termine non onora a fondo la varietà di sonorità proposte in questo vinile. Detto tra parentesi, il video ufficiale mi lascia alquanto perplesso... mostra, infatti, membri della scena Gothic, rinuncio a definire più finemente, che danzano allegramente.

Ho trovato poche informazioni riguardo al gruppo e dunque sono solo in grado di dirvi che, se credo a ciò che riferisce il rivenditore ufficiale, alla voce (al grido per essere precisi) abbiamo una signorina che è sostenuta a volte da un growl maschile. Dove ci troviamo musicalmente? Una definizione che sia definitivamente valida è ardua da trovare. Sì, il d-beat è presente, ma i pezzi complessi offrono molto di più; troviamo hardcore dello stile più inaccessibile come quello degli storici Rorschach, riff heavy metal e doom, punk alla Discharge, alcuni accenti post metal e tanto più. Se aveste pensato d'incontrare una ragazza facile, vi converrà schivare ampiamente questo lavoro molto interessante. Non sono sicuro se i pezzi possano essere trattati fuori del complesso chiamato "The Plague"; ogni singola traccia è un complemento delle altre e pure quella più melanconica, intitolata "Requiescant In Pace", che contiene del parlato, sarebbe nuda senza il resto.

Questi artisti canadesi offrono musica sì aggressiva e complessa, ma riescono anche a porre l'accento sull’intelligenza nella composizione. La produzione solida e pulita delle piste è un altro punto a favore della qualità. Le canzoni sono sapientemente intrecciate e le differenti idee non danno l'impressione di essere state connesse fra loro a casaccio come succede sovente in altri casi. I Khan trasmettono sensazioni senza perdere di vista il ritmo che motiva le masse e riescono così a raggiungere persone con i gusti più disparati.

Il mio LP, di fighissima qualità, l'ho ordinato dalla Toys Of Disharmony, piccola casa canadese lenta ma affidabile. Detto questo, non mi resta che invitarvi all’ascolto, chissà che tu o anche tu entriate a far parte dei sostenitori di Khan.

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EPISTASIS - Epistasis


Informazioni
Gruppo: Epistasis
Titolo: Epistasis
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: The Path Less Travelled
Contatti: facebook.com/epistasis
Autore: Mourning

Tracklist
1. Wroth
2. Transience
3. Wretched
4. Dangling
5. Psychalgia
6. Yegge
7. Abscissin

DURATA: 34:41

Gli Epistasis sono uno schizofrenico quartetto al quale il termine avanguardistico calza a pennello. Sono formati da Amy Mills alla tromba e artefice della composizione, Alex Cohen alla batteria, Kevin Wunderlich alla chitarra e Joelle Wagner al fagotto.
La loro musica è flessibile, la composizione è scombinata, altamente contaminata e alle volte oserei dire "incasinata", ma non per questo priva di una sua logica, magari a tratti esageratamente cervellotica, ciò permette agli statunitensi di confezionare un debutto omonimo alquanto affascinante.
L'ascolto delle sette tracce racchiuse in questo disco non è un viaggio comodo, le sonorità dissonanti, le incursioni sbilenche e assordanti della tromba e l'attitudine "noise" che lo attraversano vanno a costituire una trama che potrebbe risultare indigesta a molti, eppure il suo caotico essere urbano intriga e tiene incollati all'ascolto.
La musica proposta è un connubio d'influenze vario e altalenante, le cadenze, le melodie e le impostazioni provenienti da mondi quali post-rock, prog anni Settanta, jazz, area tribale, proto-doom sabbathiano, e chi più ne ha ne metta, si fondono producendo come risultante una serie di canzoni dall'animo disturbato, capaci di portare con sé una quiete "noir", come avviene in "Transience" e sul finire a dir poco etereo di "Dangling", intrecciarsi e stordire con una sequenza di melodie e ritmiche dall'andazzo tutt'altro che lineare (si veda "Psychalgia") e di assuefare con la propria ambientazione straniante e malinconica, riscontrabile a esempio in "Yegge". Tutto ciò è comunque poco o nulla al cospetto delle doti che si troverebbe all'orecchio un amante di uscite così multiformi.
Non perdete tempo nel tentativo di identificare precisamente il suono e lo stile, godetevi lo spirito libero con il quale gli Epistasis si dilettano a modellare la propria personale interpretazione di ciò che è arte. Se siete alla ricerca di un disco che vada volutamente al di fuori dai canoni tradizionali, quest'omonimo primo lavoro andrebbe quantomeno tenuto in considerazione in primis come compagnia nello stereo, e fossi in voi non scarterei l'idea legata all'acquisto. Strani, ma belli.

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BRUTAL UNREST - Nemesis


Informazioni
Gruppo: Brutal Unrest
Titolo: Nemesis
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Aural Attack
Contatti: facebook.com/brutalunrest
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. Heretic Revenge
3. Death To All
4. Eden's Desecration
5. Desiderium Mortis
6. Existence In Obscurity
7. Nemesis
8. Priest Of Profanation
9. Lunatic Hate
10. Outro
11. World Eater [cover Bolt Thrower]

DURATA: 42:12

La Germania è da tempo diventata una delle nazioni più attive, prolifiche e qualitativamente valide in ambito death metal: in tanti attendono l'ennesimo disco dei Defeated Sanity, mentre le pubblicazioni di artisti quali Venenum, Obscure Infinity, Sulphur Aeon ed Eroded sono state delle belle botte ricevute. Ad esse andrebbe sommata anche quella prodotta dai Brutal Unrest con il loro "Nemesis".
La formazione — nella quale ritroviamo due personaggi attivi da tempo nella scena metal, il bassista Christoph "Zachi" Zacharowski (presente nel demo e nei primi due capitoli dei Suidakra) e il batterista Dennis Thiele (già nei Resurrected ed ex dei defunti Vermis e Ravage) — vanta una decade d'attività e una preparazione che, se da un lato l'hanno lentamente condotta al secondo album, dall'altro le hanno permesso di maturare di passo in passo. Dopo il demo "No Light No Hope Eternal" (2006), i due musicisti si sono presi un triennio, probabilmente non programmato, che ha però giovato per dar vita agli album: il debutto "Hellcatraz" è del 2009 e il già citato "Nemesis" è uscito sul finire del 2012.
Come preventivabile dal fatto che la coppia poggia le proprie basi su fondamenta notoriamente solide, l'ascolto del disco è alquanto piacevole, e se l'iconografia e il nome dovessero farvi pensare a una creatura "slam" dell'ultim'ora, vi dico subito che siete fuori strada: è death metal prodotto con cognizione di causa moderna, ma caratterialmente orientato ai tempi che furono sia nel riffing che nel cantato, alimentando la propria rabbia con influenze che giungono dal campo stilistico europeo e da quello americano. I nomi non ve li segnalo, perché perlopiù sono alquanto riconoscibili.
Gli oltre quaranta minuti della tracklist — considerando anche la cover dei Bolt Thrower di "World Eater", che pur non eguagliando l'originale è comunque apprezzabilissima — possiedono quell'incedere "malvagio" e carico di collera che ci piace. Brani come "Heretic Revenge", "Existence In Obscurity", la titletrack e "Lunatic Hate" garantiscono la dovuta dose di assalti a spron battuto e frangenti da headbanging sfrenato, mentre la scelta di utilizzare gli strumentali "Intro", "Outro" e "Desiderium Mortis" per dare respiro alla prova è indovinata. Del resto la durata di un album del genere non dovrebbe mai essere troppo estesa, invece sta un po' diventando una moda quella di allungare i pezzi riempiendoli di "brodaglia" il più delle volte inutile, quando andare dritti al sodo solitamente non guasterebbe.
I Brutal Unrest si muovono tra groove e velocità, mostrando un atteggiamento spigoloso quanto basta per mantenere alta l'attenzione dell'ascoltatore e far sì che il death metal composto sia libero di agire, la loro è quindi una proposta "semplice" e sulla quale non c'è molto da riflettere.
Se amate la brutalità e non riuscite a trascorrere una giornata lontani da questa musica, non potete e non dovete evitare "Nemesis": preparate il collo a roteare e godetevelo!

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SALVICTION - Salviction


Informazioni
Gruppo: Salviction
Titolo: Salviction
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/Salviction
Autore: Mourning

Tracklist
1. Say Hello To A Dying World
2. The Sun No Longer Rises
3. The End Is Near
4. Killing Yourself To Live
5. Sign Of Our Times
6. Black Sunday

DURATA: 42:17

I Salviction sono una delle tante sorprese che la Polonia ci ha regalato nel 2012. La formazione, come sempre più di frequente avviene, si cimenta in un metal dalla forma estrema, ma che fuoriesce dalle solite coordinate alle quali la cattiveria mitteleuropea ci ha abituati, è infatti l'ambito Post Metal / Sludge quello più adatto per identificarne l'evoluzione progressiva. Si possono riconoscere all'interno caratteristiche note sia di numi tutelari provenienti dal terreno statunitense che da quello europeo/scandinavo e non credo vi sia più necessità di citare quali siano, poiché li conosciamo un po' tutti.
Che l'anno passato fosse pervaso quasi in maniera insana da una improbabile voglia di Apocalisse ci è noto, e i Salviction stessi sembra abbiano preso ispirazione da tale tema, rendendolo dominante nello svolgimento sia musicale che tematico. I titoli dei primi quattro pezzi difatti sono un segnale a dir poco cristallino che si riflette nelle sfuriate indomite, frenetiche e burrascose alle quali corrispondono altrettanti momenti di desolante e melancolica quiete, generando così nei pezzi uno strappo emotivo, in alcuni tratti particolarmente evidente, teso ad ammassare l'atmosfera sino a farla deflagrare in una sorta di tranquillità apparente. L'accoppiata posta all'inizio della tracklist formata da "Say Hello To A Dying World" e "The Sun No Longer Rises" è l'espressione prima della drammaticità insita nella proposta.
Il grigiore è perenne, le ceneri e il decadimento ammorbano l'aria, "Killing Yourself To Live" potrebbe essere un monito meno crudo di ciò che si pensi, d'altronde per una rinascita si deve pur sempre passare dallo stadio di morte e il nostro pianeta ne avrebbe bisogno per come è messo odiernamente. L'uomo del resto continua a macchiarsi di colpe nei suoi confronti che non intende espiare e i Salviction di nota in nota, pur utilizzando una gamma di scelte e varianti che sicuramente possiedono un fardello di già sentito in alcune circostanze notevole, sono stati bravi nell'immagazzinare nell'album quelle sensazioni in bilico fra sconforto e liberazione, che emergono incontenibilmente negli istanti precedenti alla definitiva chiusura dei giochi.
Per essere solo allo stato embrionale dei lavori questo "Salviction" ci consegna una formazione con le idee abbastanza chiare, dotata di una capacità e una conoscenza strumentale di buon livello, e che pecca quasi esclusivamente nella proposizione di una forma canzone un po' derivativa. Tenendo conto però che è impossibile al giorno d'oggi non cadere in questa trappola, e che la qualità dei brani è superiore alla media, questi polacchi convincono e si guadagnano l'ascolto sul campo.
Gli appassionati della scena Post Metal / Sludge prendano quindi in considerazione di offrire una possibilità ai Salviction, potrebbero passare sulla pagina Bandcamp, sono un gruppo che proseguendo in questa giusta direzione potrebbe presto far parlare di sé e bene.

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SHABDA - The Electric Bodhisattva [Akh.]


Informazioni
Gruppo: Shabda
Titolo: The Electric Bodhisattva
Anno:2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Paradigms Recordings
Contatti: facebook.com/shabdaofficial - shabdahq.bandcamp.com
Autore: Akh.

Tracklist
1. Canone Del Termine Del Tempo
2. Satyarth Parkash
3. Goldspermhumus
4. Samadhi Nirvikalpa
5. The Um - Lah Tiger, Devourer Of Void

DURATA: 01:00:01

Mi ritrovo oggi a proseguire quel complesso disegno che mi sono prefisso, con la parte centrale di una trilogia che ho presentato nel lavoro di TMK e che prosegue con l'esordio di Shabda ("Vibrazione", intesa anche come movimento originale di Creazione), edito presso la prestigiosa Paradigms Recordings.

Il nostro Dope Fiend ha già operato in maniera perfetta per descrivere cosa si muove in questo lavoro di Shabda e francamente non credo di poter aggiungere altro a tanta verità, vi invito piuttosto a leggere la sua opinione. Come posso quindi svolgere il mio lavoro? Cosa potrebbe spingere voi lettori a cercare Shabda?

La fortuna vuole che conosca Marco Castagnetto e Anna Airoldi, e possa vedere aperte le porte della Redhouse, il vero cuore pulsante di Shabda e delle sue emanazioni.

Il Cuore credo abbia una funzione fondamentale per illustrare "The Electric Bodhisattva", il suo battere perpetuo, incontrollato, ritmico, la base per ogni movimento fisico che abbia un senso migratorio in altre dimensioni: mentre scrivo Anna ci accompagna col il sitar e una argentina pioggia tende a vivificare il verde del loro giardino. Da queste immagini esce germogliante "Canone Del Termine Del Tempo" con la sua partenza lenta in un soffuso crescendo acustico, fino all'esplosione elettrico-ritmica che diviene energia materializzata.

Il progetto verte indissolubilmente dentro l'idea che lo sostiene, ogni secondo è vissuto, ogni nota ha vita e senso propri in quanto facente parte di questo insieme ed è parte di questa natura; "Satyarth Parkash" è un viaggio interiore nello spirito che i pionieri indiani hanno indicato già millenni fa, è un battito, è l'illuminazione, è la manifestazione della Luce dentro un corpo libero dai compromessi quotidiani.

Le statue ci osservano, il legno della Redhouse ci protegge, le piantine emanano una essenza gioiosa nella loro "staticità". Ecco un altro segreto svelato di questo lavoro: l'approccio mantrico insito, le ritmiche persistenti, i riflessi degli strumenti etnici, le energie che vengono veicolate nelle onde sonore sono l'ingresso a una "nuova" parte di se stessi, a una natura che esiste da sempre e che sempre esisterà indipendente da noi e dalla nostra coscienza.

La natura svelata a colui che seguirà "Samadhi Nirvikalpa" nel suo incedere percussivo liturgico ricorda in maniera molto forte il suono che produce l'apertura del fiore di Loto, un suono impercettibile ai più probabilmente, ma che in un altro piano dimensionale ha lo stesso impatto che profonde la manifestazione del Fulmine e la generazione del Tuono. Ogni vibrazione ci accoglie a braccia aperte ("The Um - Lah Tiger, Devourer Of Void"), ci illustra una differente modalità di percezione, ogni sonaglino, ogni cameo elettronico, ogni pizzico di corda tende a creare un'onda generatrice, un'emanazione di Sé.

Questo album è un netto salto avanti nella costruzione di quel Tempio che alberga nell'Uomo; Shabda trascende il corpo, trascende la Morte, trascende l'Uomo, trascende se stessa; è "Stasi". Come ci viene indicato però "Stasi è un aspetto dinamico del Suono"

Aprite le vostre sinapsi, allargate i vostri orizzonti, sentite le pulsazioni nei vasi sanguigni, squarciate il velo di Maya e abbracciate questo "The Electric Bodhisattva" con il vuoto nella mente, potremmo ritrovarci tutti all'interno della Redhouse.

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TOD - Black Metal Manifesto


Informazioni
Gruppo: TOD
Titolo: Black Metal Manifesto
Anno: 2006
Provenienza: Bologna, Italia
Etichetta: Eyes Of The Dead Productions
Contatti: tod.altervista.org
Autore: M1

Tracklist
1. White Noise
2. The Black Dying Light
3. Apathy
4. Suffering, Beloved
5. Burning Kingdoms
6. Death...
7. ...And Rebirth

DURATA: 41:14

Sette anni passati dall'uscita del disco oggetto di recensione a oggi non sono pochi, se ne aggiungiamo ancora una dozzina da quando la Nera Fiamma arse al massimo del proprio bagliore, arriviamo quasi a venti. Eppure è ancora possibile talvolta imbattersi in uscite capaci di ricreare le sensazioni (non i picchi qualitativi, sia chiaro) emanate dai capolavori del genere, senza sembrare artificiosamente grezze oppure studiate freddamente a tavolino.

Un titolo così forte come "Black Metal Manifesto" da parte di una formazione poco nota come i bolognesi TOD — due demo e uno split all'attivo prima di questo album — potrà sembrare arrogante ed effettivamente il mondo del Metallo Nero non pecca di certo di autostima, ciononostante l'album racchiude davvero quella che è l'essenza più pura del filone. Vi troviamo espresse la furia intransigente di un'anima priva di pace ("White Noise"), la negatività senza fine di "The Black Dying Light", la sofferenza della dannazione di "Death..." e il pathos intenso di "...And Rebirth". Gli elementi per generare questo vortice sono arcinoti e diffusi un tempo da DarkThrone e Mayhem, vedi l'incipit macabro di "Apathy", su tutti; i Nostri vi aggiungono un piccolo tocco tricolore con alcuni testi in italiano per i quali il richiamo più semplice è quello ai concittadini Malnàtt, anche per le affinità vocali con Pòrz. I ragazzi sfruttano l'intero continuum delle ritmiche, fra passaggi veementi, tempi medi — sinceramente non troppo efficaci in "Suffering, Beloved" — e rallentamenti funerei, vedi la già citata "Death...". Lo screaming di Pogrom invece si attesta su un registro medio, né stridulo né profondo, fornendo una buona prova.

Se non siete attirati in maniera ossessiva dal black metal, lasciate perdere i TOD, per i quali "Black Metal Manifesto" fra l'altro rappresenta l'ultima testimonianza prima dello scioglimento. Qui infatti non troverete alcunché di personale o innovativo, soltanto un inno che esalta "l'angoscia dell'uomo nei confronti della vita e della morte".

Nota: il sito Internet indicato nelle informazioni è piuttosto datato e fra le ultime notizie riporta l'avvicendamento nel 2006 di Kvart — indicato nel libretto come batterista dal vivo e scrittore di tutti i testi — con Ratzinger.

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BEAR BRAWLER - Tales Of Deadly Addictions


Informazioni
Gruppo: Bear Brawler
Titolo: Tales Of Deadly Addictions
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/bearbrawler
Autore: Mourning

Tracklist
1. From The Gutter To The Stars...
2. Whiskey And Weed
3. Shine Down
4. ...To The Gutter

DURATA: 24:35

I Bear Brawler sono l'ennesima sorpresa che mi è giunta dalla Francia, prima d'iniziare a scriverne però devo rivolgere due ringraziamenti per me d'obbligo: il primo va a Stéphane Le Saux, titolare del blog Temple Of Perdition, per aver suggerito al chitarrista del trio transalpino Bertrand d'inviare una copia dell'ep "Tales Of Deadly Addictions" ad Aristocrazia, un segno di rispetto e collaborazione che ho apprezzato moltissimo da parte di un sostenitore e recensore della scena doom e affini di grandissimo spessore qual è Stéphane; il secondo va allo stesso Bertrand per la disponibilità avuta nei miei confronti, dato che le Poste Italiane ci hanno comunque messo lo zampino, perdendo la prima delle copie inviate, d'altronde si sa, come mietono vittime loro nessuno mai.
I Bear Brawler sono alla seconda uscita e io ho avuto modo di approfondire l'ep d'esordio "Tales From The Putrid Swamp" grazie all'ascolto in streaming direttamente sulla pagina Bandcamp. Le fondamenta di quei quattro pezzi solidi come mattoni mi facevano sperare in un paio di migliorie applicate al successore, piccoli accorgimenti che lo avrebbero reso ancor più efficace e accattivante, ciò è fortunatamente avvenuto.
David Bonnet (voce), Bertrand Lefetz (chitarra) e Martin Mabire (batteria) suonano uno stoner/sludge di stampo classico, dove le influenze di numi tutelari quali Down e Crowbar si fondono con quelle più pesanti e pressanti di Eyehategod ed Electric Wizard. L'onda d'urto fornita dal groove e dalle sezioni imponenti e dal retrogusto alcolico ha un'impostazione corrosiva e priva di qualsiasi ammorbidimento, però al tempo stesso pare evidente che le canzoni siano in possesso di una graditissima forma di fruibilità godereccia che ti induce a dondolare e a seguirne l'evoluzione passo passo come assuefatto dalle note.
Non che la cosa sia poi così strana o imprevedibile, del resto "Tales Of Deadly Addictions" è esplicito, diretto sia nella sua musicalità priva di fronzoli e figlia delle atmosfere ruvide del southern sound, sia nella scelta della raffigurazione iconografica che da vita alla cover, con un orso seduto al bancone del bar attorniato dalle varie dipendenze alle quali è soggetto — vale a dire musica (noterete il jukebox nell'angolo), fumo e alcol — che con una semplicità disarmante rappresenta ciò che emotivamente vi verrà sbattuto in faccia dalle quattro tracce dell'ep.
Il songwriting ha ormai raggiunto un livello di maturità ben più che accettabile, la prestazione strumentale — oltre a coinvolgere i "canoni" dovuti del genere per fornire una prova di base ideale — inizia difatti a mostrare segni di una volontà propria. Sono belli soprattutto i cambi di tempo e il modo in cui si alternano ambientazioni fangose e altre maggiormente da "fuga nella prateria con whisky al seguito".
Il passo successivo non potrà essere altro che la pubblicazione di un debutto, magari evitando di proporre materiale già rilasciato e puntando su composizioni totalmente nuove.
Non c'è molto da aggiungere, siete amanti di questo tipo di suoni? I Bear Brawler sono da tenere d'occhio e possedere una copia dell'ep sarebbe un buon modo per iniziare; mentre ci riflettete, io lo rimetto su.

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WITHER - Necropolis


Informazioni
Gruppo: Wither
Titolo: Necropolis
Anno: 2012
Provenienza: Australia
Etichetta: Aurora Australis Records
Contatti: aurora-australis.com.au
Autore: Mourning

Tracklist
1. Sonar Sphere
2. Chromatic
3. Lament
4. Damange & Loss
5. Cosmos
6. Seeming
7. Lost
8. Transpression

DURATA: 42:53

La creatura australiana degli Wither si era messa in evidenza alcuni anni fa per la sua partecipazione a uno split in compagnia dei tedeschi Worship, cui seguì l'uscita dell'ep omonimo, poi a distanza di quattro anni da quest'ultimo hanno dato alla luce il debutto "Necropolis".
Il duo composto da Doom (batteria, basso e voce) e Abysmal (chitarra e voce) si esprime affidandosi a sonorità cupe, darkeggianti e inclini a una ricerca malinconica costante.
Si presentano con un sound non innovativo, ma alquanto particolare, infatti affiorano: le presenze classiche dei Katatonia che furono; atteggiamenti vagamente psichedelici che potrebbe rimandare alle soluzioni intraprese nell'evoluzione della band di Johan Edlund, i Tiamat; le pulsioni e le emozioni del dark alla Sister Of Mercy; la sensazione di straniamento e desolazione lucida degli Ankhagram. Citando Adriano Celentano direi che è una "carezza in un pugno" ciò che gli artisti hanno racchiuso internamente ai brani.
"Necropolis" è un album dalle strutture volutamente elementari, fatto di progressioni semplici e nel quale ogni singolo attimo diviene significativo, perché pur amando il ripetersi cliclico — come del resto spesso avviene nelle prove "estreme" del filone doomico — muta in corsa la sua natura in direzione di lidi blackeggianti, di assuefazioni droniche, di suoni rock o tendenti a fasciare l'udito dell'ascoltatore con veli ambient, manifestandosi quindi con assiduità per ciò che è: un'anima divisa fra la pena e il desiderio sepolto di speranza che nutre il suo fascino maestoso, esposto in maniera spettacolare in "Transpession", con flebili emanazioni di luce, cosa che sembra avvenire in "Seeming".
Durante l'ascolto sono pochi i frangenti nei quali si percepisce un irrigidimento e una concentrazione voluta di sensazioni funeree, "Lament" è la traccia che perlopiù le racchiude, mentre il fluttuare grigio e melancolico si espande in episodi come "Sonar Sphere" e la morbida "Cosmos", dove echeggia il cantato pulito che rafforza l'attrazione creata da un impatto atmosferico scarno ma funzionale.
Gli Wither possono appassionare o lasciare totalmente indifferenti, la pecca più grande riscontrabile all'interno di "Necropolis" è difatti una mancanza di coerenza e questa sua volubilità tanto piacevole di riflesso lascia intravedere che nel songwriting qualcosa da sistemare qua e là c'è, almeno per dare una visione complessiva maggiormente definita, evitando che il saltare di palo in frasca sleghi emotivamente l'ascoltatore. Siamo comunque di fronte a un debutto affascinante, questi australiani si confermano dei buoni artisti e pertanto sarebbe giusto seguirli anche per vedere dove andranno a parare in futuro.
Per ora ciò che vi consiglio è di farvi tenere compagnia dalla loro uscita, una volta entrati in contatto potrete ponderarne o meno l'acquisto e avere risposte che né le parole né la scrittura possono darvi.

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BANE - The Acasual Fire


Informazioni
Gruppo: Bane
Titolo: The Acasual Fire
Anno: 2012
Provenienza: Serbia
Etichetta: Abyss Records
Contatti: facebook.com/baneband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Bringing Forth The Endless Dark Aeon
2. The End Of Humanity
3. In Endless Silence
4. As Chaos Rises
5. Light The Black Flame
6. The Truth Unleashed
7. World Of Desolation
8. Existence In Denial
9. Entering The Paradoxical Sphere
10. Night's Blood [cover Dissection]

DURATA: 41:46

La formazione serba dei Bane ruota intorno alla figura di Branislav Panic ed è momentaneamente in sospeso dopo il trasferimento dell'artista in Canada.
L'avventura iniziata in madre patria ha sinora prodotto un demo, un ep, un trittico di split e due album ("Chaos, Darkness & Emptiness" e "The Acasual Fire"), questi ultimi sono i lavori con i quali meglio si può entrare in contatto con il loro modo d'interpretare il black metal fortemente incline a vivere e ardere per la Svezia; in questo caso è del secondo che ho il piacere di scrivere.
La line-up che gli diede vita, oltre a Panic nei ruoli di chitarrista e cantante, vedeva al suo interno Nokkturno al basso, Occultum Malleus alla batteria e si arricchiva delle partecipazioni di alcuni ospiti: Nocturnal (Shadowdream e Ancient Sorrow) per le orchestrazioni, Butcher (Avenger) a supportare con la sua chitarra e la voce "Light The Black Flame", mentre è alla batteria in "World Of Desolation", e Patrik Carlsson (Anachronaeon e Eyecult) pronto a offrire il suo apporto in "Existence In Denial" mettendoci l'ugola e la sezione solistica di chitarra.
Per chi non conoscesse questa realtà, ma amasse il black scandinavo, l'incontro sarebbe probabilmente di quelli considerabili "piacevoli". Una volta aperto il cassettino del lettore e data la possibilità di girare nello stereo a "The Acausal Fire", avrete modo di constatare come nomi altisonanti quali Dissection (non è un caso che il disco si chiuda con la cover di "Night's Blood", seconda traccia di "Storm Of The Light's Bane"), Dark Funeral, Marduk, Naglfar e di realtà considerate minori come Sacramentum e Lord Belial siano più che dei probabili riferimenti stilistici per gli slavi. Sembra proprio che propongano in maniera voluta una miscela condensata e dotata di una produzione che, pur delineando bene i suoni, non gode della pulizia asettica di certe ultime prove tirate fuori da grandi gruppi.
Ciò che mi viene da chiedere è: perché comprare un disco di questa band? Personalmente lo trovo gradevolissimo, vado letteralmente a nozze con le atmosfere e i suoni che puntano sull'ambito melodico, sfoderando però una prova comunque mascolina. È evidente che canzoni contenenti ottime qualità propositive come "As Chaos Arise", "Light The Black Flame" e "Existence In Denial" realizzino dei bei centri, che l'intro "Bringing Forth The Endless Dark Aeon" e l'outro "Entering The Paradoxical Sphere" siano in grado di compiere il loro dovere fornendo quel tocco sontuoso che non dispiace e che la cover di Jon Nödtveidt e soci sia talmente nelle loro corde da essere riproposta in stile "politicamente corretto", facendosi comunque apprezzare.
È però tutto talmente nella "norma" che potrebbe indurre coloro ai quali non bastano tali motivazioni a non tener conto dei pregi presenti in "The Acasual Fire", dando magari maggiormente peso a piccoli difetti come ad esempio il calo di tensione nell'accoppiata di pezzi pre-finale composta da "The Truth Unleashed" e "World Of Desolation" o a un Branislav non sempre in grado di mantenere viva l'attenzione con la sue linee vocali; sono certamente mancanze da segnalare, ma neanche così debilitanti, specie con una durata complessiva alquanto misurata proprio per evitare a lungo andare l'effetto noia.
I Bane se la giocano, la buttano lì sul piatto senza pensarci due volte e l'offerta — per quanto stranota — sono sicuro che agli appassionati del filone potrebbe interessare, quindi se siete fra coloro che vivono di pane e black svedese dovreste almeno provare a condividere un po' del vostro tempo con "The Acasual Fire". Se son rose, fioriranno.

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KARMA RAGE - Society


Informazioni
Gruppo: Karma Rage
Titolo: Society
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Metalscrap Records
Contatti: ru.myspace.com/karmarage
Autore: Mourning

Tracklist
1. Alcohol
2. Simple Truth
3. Dose Of Death
4. Adjustment
5. Not Goodbye
6. New Generation
7. Who Are You?
8. The Average Creep
9. Pills For The Brain
10. What's Next?

DURATA: 42:58

Nella musica come nella vita c'è chi preferisce andare dritto per dritto, chi ama complicarsi le cose e chi invece rimane a metà strada, risultando il più "incasinato" dei tre, ma non per questo il meno meritevole.
La band thrash ucraina Karma Rage è alla prima vera prova con il debutto "Society", in precedenza aveva rilasciato il solo demo "Zombification" nel 2007, e dimostra di avere delle discreti doti caratteriali e compositive, riversate all'interno di una prestazione che impatta notevolmente dura, offrendo apprezzabili varianti groove e facendo intravedere un'impostazione tecnica adatta ad apportare quel pizzico di dinamismo in più per tirarsi fuori della media scontatissima, fatta di repliche su repliche spesso frenate e inclini a seguire pedissequamente i cliché del genere.
Non voglio asserire che il quintetto proveniente da Sievierodonetsk sia formato da fuoriclasse e neanche che abbia rilasciato un disco epocale, è però interessante entrare in contatto con brani quali "Adjustment", "Not Goodbye" e "What's Next?", nei quali si percepisce come i musicisti siano totalmente a proprio agio e spontanei. Inoltre il basso è frequentemente vivo e percettibilissimo, e pur trovandoci dinanzi a un disco che fuori di qualsiasi dubbio nutre profonda "ammirazione" per una serie di realtà storiche fondamentali come Slayer, Exodus, Pantera, Death, Coroner (e ne riscontrerete sicuramente altre), si ha la possibilità di definire matura la proposta.
Certo, l'utilizzo della propria lingua nazionale preferita all'inglese è un'arma a doppio taglio, da un lato pare che in alcuni momenti aggiunga pesantezza ai brani, dall'altro si rivela un tantino "sgraziata" e non è d'aiuto il cantato di Vladislav Proshunin che nel tentativo di estremizzarsi, rendendo stridulo il suo "urlato", esagera un pizzico di troppo. E si sa che il troppo "stroppia".
I Karma Rage son partiti con il piede giusto, "Society" magari non farà impazzire gli incalliti della vecchia scuola e detrattori a priori di qualsiasi uscita che non si conformi a standard ricalcanti una precisa decade musicale, è però un album che non andrebbe preso sottogamba. C'è da divertirsi e scapocciare, quindi prima di scartarlo, dategli una chance e chissà che "qualcosa" non vi faccia cambiare, seppur in parte, idea.

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ASTRAL SLEEP - Visions


Informazioni
Gruppo: Astral Sleep
Titolo: Visions
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Solitude Productions
Contatti: facebook.com/astralsleepdoom
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Towers
2. Channel Sleep
3. Visions
4. ...They All Await Me When I Break the Shackles Of Flesh

DURATA: 57:19

Nel 2010 i finnici Astral Sleep ci avevano offerto un ep intitolato "Angel" che in maniera cristallina faceva intuire quali fossero le intenzioni della band. A dispetto di quanto ottenuto col debutto "Unawakening", il songwriting era divenuto maggiormente progressivo, vario e dinamico, soprattutto nel lavoro svolto dalle chitarre ed è da questo punto di forza che sono ripartiti per dare vita due anni dopo al secondo album "Visions".
Il doom death del quale sono fautori ha assunto odiernamente ancor più che in passato quella sensazione "astrale" che il nome della band porta con sé. La dimensione sonora fluida al limite tra il sognante e l'obliante, di colorazione costantemente grigia, che attenua o rinvigorisce la propria tonalità assecondandone l'umore, è ancora una volta guidata dalla prestazione vocale di Markus Heinonen, che i più attenti ricorderanno anche come mente del progetto Night Of Suicide, modellata alternando growl cupi e profondi, esposizioni appassionatamente pulite e brevi frangenti nei quali si fanno strada frizioni al limite con un tentativo di scream disperato, che comunque sembra rimanere soffocato e incastrato in un mondo che gli appartiene di striscio.
"Visions" è sicuramente il lavoro più emotivamente pregno degli Astral Sleep e non posso negare che in più di un'occasione ho avuto l'impressione che la formazione stesse divenendo una versione più estrema dell'accoppiata storica composta da Amorphis e Sentenced, anche se di nomi in testa ne sono girati ben più che due. All'interno del disco vi sono infatti vibrazioni, accostamenti di voce e chitarra, attimi dove il piano si presenta, un alone gotico e lo stesso tentativo di progredire che mi hanno più volte rimandato a quelle due realtà; ovviamente si tratta di una versione più diluita, nella quale è notevolmente più denso lo spessore del manto doomico e le concessioni alla "disperazione" avvolta da melodie dolciastre hanno un peso influente.
Nei momenti in cui le connotazioni divengono più dure, ritengo però che questa marcia evolutiva sia in corso e non totalmente completata, chissà che in futuro non si possano trovare ulteriori contatti sonori con i gruppi citati, oppure ci si debba confrontare con una situazione ben diversa, vedremo.
Le migliorie sin qui apportate in ambito compositivo sono evidenti, è difficile rimanere indifferenti a un'esposizione musicale che con pezzi di oltre dieci minuti riesce con continuità a mantenere ben saldo il rapporto con l'ascoltatore. Inoltre l'aver elaborato ulteriormente la teatralità di una proposta che sta acquisendo personalità di uscita in uscita ha giovato e le prove tangibili si riscontrano sia nel concetto di "canzone" — più concreto e integro sotto tutti gli aspetti — sia nella fluidità con la quale tale concetto viene affrontato e presentato all'orecchio.
Qualche difetto qua e là lo si può comunque trovare, il cantato pulito di Markus ha decisamente assunto un valore in positivo ragguardevole all'interno dei brani, continuando però a soffrire tuttora di qualche imperfezione, mentre la seconda parte del disco possiede dei cali quasi impercettibili, dovuti presumibilmente a un paio di soluzioni che tendono a ripetersi, nulla però che possa realmente infierire, lasciando un segno negativo sull'andazzo di "Visions".
Un disco onirico e mestamente perlaceo, un viaggio che con l'accrescere dei giri nello stereo si definisce e, prendendo parte alla vostra giornata, potrebbe divenire una presenza fissa nel lettore. Proprio per questo ve ne consiglio caldamente non solo l'ascolto, bensì l'acquisto.

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CHAINS & VISIONS - Night And Rage

Informazioni
Gruppo: Chains & Visions
Titolo: Night And Rage
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Chains-Visions/261803417191687
Autore: Mourning

Tracklist
1. 1967
2. Go Away
3. Poisoned
4. Electric Blue Lights
5. Through The Devil
6. Jack The Fat
7. Instability
8. Tribute
9. Unchained By
10. Flower
11. Loneliness
12. War
13. Behind The Green...

DURATA: 58:39

Frizzante, energica e rock in tutte le salse, quando dopo un ascolto pensi questo di una band, vuol dire che qualcosa e più ti è rimasto. Bene, i nostrani Chains & Visions sono riusciti nell'intento, peccato che qualche ingenuità li penalizzi ancora.
La formazione sembra proprio divertirsi e riversare ogni granello del proprio entusiasmo nel debutto "Night And Rage", il disco si rivela essere un frullato emotivo e sonoro particolarmente eterogeneo, nel quale l'hard rock anni Settanta in salsa blues e funky incrocia correnti alternative, grunge e derive hard'n'heavy, dando vita a una produzione affascinante per esposizione e il più delle volte dotata anche di un buon piglio radiofonico; penso soprattutto a capitoli più orecchiabili grazie a ritornelli che ti si piantano in testa come "Jack The Fat" e "Lonelines", ma non per questo meno dotati strumentalmente o svenduti fiancheggiando scelte "pop". Non è proprio quello il difetto che si può additare all'operato della band, le canzoni al contrario sono di ottima compagnia e ricche di spunti notevoli sin dalle prime note di "1967", che dimostra una passione evidente per i Led Zeppelin e quanti altri nomi noti vi verranno in mente!
Ci si può fiondare su "Tribute" dotata di un effetto di chiaroscuro, divisa fra una natura placida molto floydiana e un'altra parte grintosamente heavy; ascoltare le vibrazioni scatenate dai lontani echi funky che si divincolano in "Go Away"; cullarsi con il vissuto perlopiù acustico di "Electric Blue Lights" e la delicatezza sprigionata da "Behind The Green", contrastate dalla dirompenza di "Instability" e dalla dura presa di posizione di una "War" che fa emergere le sfaccettature più scure del suono.
Il complesso regge veramente bene per l'intera durata e le prestazioni dei singoli non fanno che dare riprova dell'impegno e dello studio che ha condotto i Chains & Visions a dare alla luce un primp album convincente, con l'asse ritmico formato da Simone Paleari al basso e Andrea D'Angeli alla batteria abile nel fornire dinamismo e creare spazi adeguati alle fughe solistiche di un ispirato Gabriele Ghezzi. Il chitarrista tra le altre cose in più di una circostanza — sarà per il piacevolissimo uso che fa del "wah wah" o per le analogie in chiave ritmica nei frangenti più "duri" — sembra avere affinità stilistiche con la sei corde degli statunitensi Disturbed, parlo di Dan Donegan, magari non un genio, ma spesso anche sin troppo sottovalutato dai più, mentre per il sottoscritto ha sempre offerto prestazioni di buon valore. Al suo fianco potrei citare inoltre tanti chitarristi ultranoti e bravissimi come fonte d'ispirazione: Jimmy Page, Jerry Cantrell e Nuno Bettencourt.
Quali sono allora i limiti insiti della proposta? Pochi, sono davvero pochi e riconducibili in primis alla cantante Michela Di Mauro, croce e delizia allo stesso tempo. Non si tratta tanto della gestione in sé, difatti l'artista dimostra di essere brava nel dosarsi ed entrare a patti con il pezzo che interpreta vivendolo al meglio, quanto della pronuncia che non è il massimo e lo si sente chiaramente, pur trattandosi di un aspetto tranquillamente migliorabile nel tempo.
Sarebbe invece da rivedere l'eccessiva mole di materiale proposta. Se da un lato infatti abbiamo la possibilità di apprezzare le varie facce della realtà, dall'altro un'ora di musica può divenire poco agevole da gestire, soprattutto per chi non è abituato a convivere con ascolti così prolungati. Il rischio è quello di far divenire "Night And Rage" soltanto un bel sottofondo e personalmente lo reputerei un approccio svalutante in relazione alle qualità riposte nel disco.
La partenze è di quelle che lasciano il segno, vediamo in futuro come si muoveranno i Chains & Visions, continuassero su questa strada, partendo da un livello compositivo inalterato già dal secondo lavoro, si potrebbe discutere di una realtà che potenzialmente sarebbe in possesso di tutte le carte in regola per farsi largo fra la massa. È questo che auguro loro, consigliandovi ovviamente di dare un ascolto al disco.

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INCA BABIES - Deep Dark Blue

Informazioni
Gruppo: Inca Babies
Titolo: Deep Dark Blue
Anno: 2012
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Black Lagoon Records
Contatti: facebook.com/incababies
Autore: Mourning

Tracklist
1. My Sick Suburb
2. But Not This Time
3. Deep Dark Blue
4. Following Jorges
5. Bikini Quicksand
6. Tower Of Babel
7. Monologues Of Madness
8. Endgame Check Out Club
9. The End Of The Blue
10. Sven Hassel v Billy The Kid
11. Slick
12.Some Kinda Reason
13. Please Don't Talk About Me

DURATA: 49:06

Gli Inca Babies sono un gruppo storico della scena post punk/death rock britannica, la cui rinascita avvenuta nel 2007 ci aveva consegnato un album, "Death Message Blues", che, oltre a esprimere al meglio le doti affascinanti della melancolia ottantiana intrisa di "blue", si erge a testamento ultimo dello scomparso bassista Bill Marten, il cui posto è adesso ricoperto da Vincent Hunt. A completare la formazione che ha dato vita al nuovo "Deep Dark Blue" ci sono poi Henry Stafford alla voce e alla chitarra insieme a Rob Haynes dietro le pelli.
È stata una scoperta interessante questa uscita, un viaggio nel passato nel quale vari personaggi e atmosfere anche differenti si sono trovati a presenziare. Vi sono momenti che permettono alle sensazioni gotiche di Bauhaus e Cristian Death di aleggiare, convergendo verso la melancolia del Chris Isaak più poetico, è presente il rock dei Doors e dei Violent Femmes che si fonde con The Cramps e The Birthday Party, è un'onda surf estiva che esprime il lato più grigio perlaceo del ricordo settembrino sognante e costantemente in bilico tra il dolce e l'amaro.
Per descrivere l'album l'aggettivo "suggestivo" credo sia il più adatto, è amichevole, una compagnia che alle volte sembra spalleggiarti, altre invece ti trascina giù come farebbe una bottiglia di whisky dopo una nottata tempestosa. I ritmi sanno velocizzarsi, tenete in considerazione l'apertura affidata a "My Sick Suburb", "But Not This Time" e sul finire la vivace espressione di "Some Kinda Reason", e quietarsi, penso a brani riflessivi quali "Endgame Check Out Club" e Slick". La titletrack invece chissà per quale motivo e assonanza mi ha riportato alla mente "Vultures" degli Offspring, che a sua volta era un bel "furtarello" all'anima di Seattle targata Nirvana, il gruppo di Dexter Holland però avrebbe sicuramente da apprendere dagli Inca Babies come infondere atmosfera e fornire quella tinta "blue" che fa la differenza.
Potrei dilungarmi e dilungarmi su ogni singola canzone, "Tower Of Babel" ad esempio mi fa letteralmente sballare col suo incedere bluesy, è come avere tredici storie dalle quali attingere e da lì costruire il palco su cui metterle in scena. Preferisco invece fermarmi qui e consigliarvi l'ascolto degli Inca Babies di "Deep Dark Blue", augurandovi d'incrociarli dal vivo, è in quell'ambito difatti che potrete apprezzare al meglio il gusto di "vissuto" che la loro musica contiene. Questi veterani non tradiscono le attese, bravi.

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KHAN


Informazioni
Autore: ticino1
Traduzione: ticino1

Formazione
Cath - Voce
Jeff - Chitarra
Landry - Basso
Yvan - Batteria

Salve, grazie per concederci un poco del vostro tempo. "Khan" significa comandante, sovrano... perché questa scelta?

Khan è l'antitesi di quello che le nostre parole tematizzano. Smontiamo l'immagine del conquistatore, del sovrano, riducendola a quella di un essere pure lui vulnerabile alle forze della natura.


Chi sono i membri dei Khan? Qual è la loro origine musicale?

Cath alla voce, Jeff alla chitarra, Landry al basso, Yvan alla batteria. Questi sono altri gruppi in cui suoniamo ancora, oppure abbiamo suonato prima: Striver, Albatros, Stephen Harper, Fistfuck, Immoral Squad, Dissed, Dahmer.


Da dove viene l'energia che presentate nei pezzi?

Una buona sessione di prova fra amici, l'affiatamento fra i membri del gruppo ci permette di comporre piacevolmente, anche perché guardiamo tutti nella stessa direzione. Ci piace toccare dei soggetti molto pesanti e seri, riuscendo comunque a divertirci facendo musica. Suoniamo uno stile in cui è possibile incamminarsi su strade differenti, fatto che ci permette di sfruttare le nostre idee al massimo, dare sfumature e variare le nostre composizioni.


Le vostre influenze sono varie. Quali gruppi v'ispirano principalmente?

Alpinist, Masakari, Buried Inside, Disrupt, Inscidious Process, Tragedy, Negative Reaction, Alaskan, Darkthrone, Glass And Ashes, The Holy Mountain, Thou e tanti altri.


Di che cosa parlano i vostri testi?

Dipingono un ritratto poco favorevole della nostra società, un'immagine oscura di un'umanità volta allo scacco matto. Usiamo metafore e delle frasi dirette, d'impatto per illustrare le nostre idee.


Dove avete registrato e prodotto "The Plague"?

A Québec nello studio Sismique, con Jack Moose [che ha lavorato anche con Bombnation e Alcoholator, NdA].


Avete in vista un contratto discografico?

Noi non firmiamo alcun contratto. Vogliamo che i nostri dischi siano prodotti da etichette che rispettiamo. Seguiamo una filosofia D.I.Y. [do it yourself, NdA] per tutto ciò che produciamo. Crediamo che sia la maniera migliore e la più lucrativa per l'insieme della scena.


Quali sono i vostri progetti per il 2013?

Abbiamo previsto d'incidere nuove canzoni in marzo per un LP split. Abbiamo anche due pezzi che saranno presentati su una raccolta pubblicata dalla Doomsday Machine Records. Naturalmente suoneremo anche qualche concerto nella provincia [del Québec, NdA].


Gli Stati Uniti si trovano ora in un pasticcio economico. Ne risentite anche in Canada e come?

La situazione economica è più stabile in Canada che non negli Stati Uniti. Non ne risentiamo per nulla, finora perlomeno.


Quali sensazioni desiderate trasmettere con la vostra musica?

Nichilismo, smarrimento, collera profonda, amara tristezza, disperazione epica.


Suonerete dei concerti anche in Europa? Com'è la situazione nel Québec per i gruppi che desiderano presentarsi dal vivo?

Ci piacerebbe davvero! Può essere che ci riusciremo in un prossimo futuro... La situazione dei gruppi underground che vogliono presentarsi in concerto nel Québec è piena di sfide e ostacoli. I locali adatti alle formazioni punk di solito non sopravvivono a lungo in questi tempi, perlomeno qui. Desideriamo mantenere una scena D.I.Y., c'è gente che consacra tempo ed energia per tentare la fortuna con piccole sale, permettendo così ai gruppi di suonare qui e là. Senza l'aiuto di tutti, di ogni singolo, questa scena sarebbe già sparita.


Da parte mia è tutto, grazie per la conversazione, vi lascio l'ultima parola.

Grazie tante per l'interesse mostrato verso i Khan!

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SPACCAMOMBU

Informazioni
Autore: Mourning

Formazione
Luca T. Mai
Paolo Spaccamonti
Antonio Zitarelli


Spaccamombu è il nome di un interessante progetto che è già stato ospite di Aristocrazia in sede di recensione, troverete l'articolo riguardante "In The Kennel Vol.2" nel listone. Abbiamo adesso la possibilità di scambiare un paio di pensieri con gli ideatori del progetto, vediamo quindi di capire come nasce e magari che direzione prenderà in futuro.

Benvenuti su Aristocrazia, in che modo ha avuto inizio questo 2013 per gli Spaccamombu?

Paolo: Tutto bene. Siamo ancora amici, ci scriviamo abbastanza spesso e ci facciamo gli auguri di compleanno. A dirla tutta io e Antonio siamo andati oltre e probabilmente ci sposeremo entro l'anno.

Antonio: Abbiamo chiuso il 2012 maleficamente e ora si progettano cose oscure, voi non lo sapete, non ci crederete ma...

Luca: Il futuro si preannuncia roseo . Dopo molti tira e molla siamo riusciti a definire le sessioni per la registrazione del nuovo disco "Spaccamombu". Abbiamo l'inizio e la fine del disco e quello che ci sarà in mezzo è ancora tutto a livello di supposizioni lisergiche.


Come è nata l'idea di unire le forze di Paolo Spaccamonti e dei Mombu per dar vita a questa creatura? È un progetto estemporaneo o dopo questo graditissimo esperimento ci sarà un futuro vero e proprio come realtà stabile?

Paolo: L'idea è nata dalla Goatman Records e Noja Recordings. Il buon Frank Alloa (Goatman) si trovava a un mio concerto e dopo una chiacchierata al bancone mi ha proposto di partecipare al secondo volume della collana "In The Kennel". Il progetto consiste nel chiudere due band in studio per due soli giorni, registrare tutto ciò che succede e farne un disco. Ho trovato molto interessante l'idea e ho quindi accettato subito, proponendogli però di farlo con i Mombu. Tre giorni dopo la data per le sessioni era fissata. Che dire? Per ora, l'intenzione è di andare avanti, nelle pause tra i rispettivi progetti e senza fretta. Ci troviamo bene insieme. A giugno dovremmo registrare nuovo materiale e sicuramente torneremo a suonare dal vivo.

Antonio: È un'idea che quando ci è stata proposta, non sappiamo bene il perché, è stata accolta immediatamente, e credo che nessuno voglia che rimanga una collaborazione estemporanea infatti... Si progettano cose oscure, voi non lo sapete, non ci crederete ma...

Luca: Come dicevo prima abbiamo parte del disco e pure l'idea generale che pervaderà il nuovo lavoro. Prenderemo spunto dal nostro immenso patrimonio di cultura popolare ormai dimenticato e ci lavoreremo per dargli un senso attuale.


Cos'hanno in comune Paolo Spaccamonti, Luca Mai e Antonio Zitarelli?

Paolo: La passione per la musica credo. E la voglia di suonare e investire energie in quella direzione. Apprezzo moltissimo la professionalità dei Mombu, la costanza con cui vanno avanti, in un periodo in cui tutti sembra stiano gettando la spugna. Oltre alla loro musica ovviamente. Sono una potenza della natura.

Antonio: Simpatizziamo per le forze oscure, infatti in questo periodo si progettano cose oscure, voi non lo sapete, non ci crederete ma...

Luca: Sicuramente i Black Sabbath e poi più o meno lo stesso umorismo.


In che maniera si sono svolte le registrazioni del disco e quali sono stati i momenti più belli che hanno segnato quella fase?

Paolo: Come ti dicevo, sono avvenute nell'arco di due giorni al Blue Record Studio di Mondovì (gestito dal bravissimo Massimiliano Moccia) e senza mai esserci visti. Davvero surreale. Abbiamo focalizzato un punto di incontro comune e l'abbiamo perseguito senza voltarci indietro. Il risultato viste le premesse è stato sbalorditivo per tutti.

Antonio: L'approccio è stato misto, non abbiamo seguito un criterio uguale per tutti i brani e fondamentalmente ci siamo fatti guidare dalle forze oscure, voi non lo sapete, non ci crederete ma...

Luca: La cosa divertente è stato vedere come montava la "cosa". E capire come dietro l'immagine seria da monarchico sabaudo che ha Paolo Spaccamonti si nasconda un fine umorista.


La composizione è fluida e decisamente "free", l'esperimento possiamo dire che è pienamente riuscito. Queste "bolle artistiche" divengono spesso per noi ascoltatori delle vere e proprie scappatoie dalle produzioni che continuano ad alimentare e forzare la proposizione stantia di stereotipi. Avete notato quanto e come si sia uniformato con gli anni il mondo cosiddetto alternativo o estremo? Qual è secondo voi la ricetta giusta per dar vita a un disco? Quali sono le basi realmente necessarie per raggiungere quell'obbiettivo?

Paolo: Non credo esista una formula giusta. Io cerco sempre di suonare solo ciò che mi va di suonare. Se così non fosse, non mi divertirei e a quel punto non avrebbe senso. Con Spaccamombu mi sono divertito molto ad esempio. Si differenzia totalmente dai miei lavori solisti ed è un bene, perché mi ha permesso di esplorare mondi che non pensavo mi appartenessero più. Ovviamente ci vogliono anche costanza e professionalità per affrontare la registrazione di un disco, ma penso valga per qualsiasi cosa. Detto questo, credo sia "l'urgenza" il vero motore di tutto. Senza quella è solo mestiere.

Antonio: Intelligenza musicale, umiltà, severità, e in questi casi avere il coraggio di farsi guidare anche dalle forze oscure! Voi non lo sapete, non ci crederete, ma quando stavamo registrando...

Luca: Mi dispiace che un lavoro che io considero normale venga considerato "bolla artistica". Un disco che qualche anno fa sarebbe stato nella "norma" ora sembra qualcosa di sorprendente . Cos'è che non va? Per me manca lo spirito. Se lo spirito dei tempi distingue le varie fasi della storia umana ,mi sembra che ora, in questo momento storico, non ci sia più nessuno spirito. Questo ha abbandonato la terra. Se un Papa si dimette e un buffone di professione diventa l'ago della bilancia della politica italiana, significa che i demoni hanno campo aperto.


Una volta parlando di musica si pensava al divertimento, all'euforia del concerto, all'incontrare amici durante i festival, adesso sia fra gli addetti ai lavori che tra gli ascoltatori (la solfa vale per entrambi) sembra ci siano troppi "impiegati" ingrigiti che popolano questo mondo. Conta più la pagnotta portata a casa che il fare ciò che si vuole davvero? Anche supportare un artista è divenuto una sorta di compitino per fedeltà più che per valore? Lo chiedo in quanto ho notato che il nostro paese rispetto ad altri fatica in maniera spaventosa a lasciare campo libero agli artisti, questo spesso gambizza band che avrebbero la possibilità di dire la loro internazionalmente con un supporto decente.

Paolo: In parte credo dipenda dalla totale assenza di supporto da parte delle istituzioni e non solo. Il musicista in Italia è visto come un fannullone, lo sappiamo tutti, e non è facile emergere e portare avanti una proposta, specie se non proprio "digeribile" o d'intrattenimento. Vivere di musica in questo paese è quasi impossibile. Probabilmente ci riescono solo i Mombu! Ognuno dovrebbe essere messo in condizione di poter fare ciò che sa fare meglio, se dimostra di esserne in grado, ma così non è ed eccoci agli "impiegatini" di cui parli. La vita del musicista è un lusso e bisogna lavorare come dannati per mantenersela. O essere figli di papà.

Antonio: Ci sono delle forze che oscurano tutto, generano cecità in ogni campo, se le rifuggi sei finito, se permetti loro di entrare nella tua vita invece... Voi non lo sapete, non ci crederete, ma quando stavamo registrando è successo che...

Luca: Tutto parte dalla cultura e dalla sua diffusione o meno. Da noi fa la differenza il meno. Se la musica fosse oggetto più della scuola che dei reality, avremmo delle generazioni più illuminate e non staremmo qui a parlarne, ma visto che questa è una considerazione retorica, non posso fare altro che incazzarmi con chi ha voluto questa situazione. Chi si lamenta ora, ha contribuito a creare questo degrado: band mediocri, etichette che distribuiscono band mediocri, agenzie di booking che favoriscono band mediocri e riviste che parlano di band mediocri sotto suggerimento delle precedenti due. Tutto per un miserevole profitto.


Com'è stato proporre i pezzi live? E dato lo stile molto libero, tendete a modificarli a esibizione in corso?

Paolo: Vista la distanza che ci separa, non proviamo praticamente mai, per cui dal vivo è sempre un'incognita. Ma devo dire che finora è andata bene e l'accoglienza è stata positiva. Dal vivo oltre a brani più strutturati, c'è anche spazio per brani nuovi e momenti più "aperti". Diciamo che dipende molto dall'umore, dal suono del locale, dal pubblico e da cosa ha mangiato Antonio quella sera. 

Antonio: I live sono sempre diversi per tutti i musicisti, la routine non esiste, è solo una proiezione di una mente che non ti appartiene e sono sicuro che voi non lo sapete ma...

Luca : Figo! I concerti, nonostante come dice Paolo non si prova abbastanza, sono andati via via migliorando, fino ad arrivare agli ultimi dove si è creata un'atmosfera intensa.


Che responsi avete ricevuto da chi ha avuto modo di vedervi in quella sede? C'è stato qualche commento che vi è rimasto particolarmente impresso?

Paolo: Un ragazzo una sera mi ha detto che durante il live gli è parso di vedere Satana.

Antonio: Tutto quello che mi dicono dopo il concerto e che appartiene a quel concerto va a finire in una zona del mio cervello dove solo chi possiede la capacità di vedere nelle tenebre può leggere e sono sicuro che qualcuno di voi, anche se in maniera inconsapevole, a volte...

Luca: Mi colpiscono sempre i commenti che non hanno nulla a che fare con quello che abbiamo suonato fino a quel momento, quando mi chiedo che cosa quelle persone stessero ascoltando, o che "filtro enteogeno" abbiano usato.


La musica è cultura e la contaminazione fra generi disparati come quella insita nel progetto "In The Kennel" ne offre tanta. Partendo dalle note si potrebbero aprire non so quanti capitoli e nelle più svariate direzioni, allora perché nel nostro paese questa forma di espressione continua a rimanere di nicchia?

Paolo: Non ne ho idea e francamente non mi pongo il problema. L'affluenza di pubblico nella media è stata super positiva e mi pare che la gente sia più disposta ad ascoltare generi diversi rispetto a qualche anno fa. Il No Fest ne è un esempio lampante. Son finiti i tempi in cui chi ascoltava rock non poteva ascoltare hip hip o l'elettronica. Per fortuna aggiungerei.

Luca: Direi che tutto quello che non passa dai canali ufficiali e ufficiosi è di nicchia . C'è una forbice enorme tra band come la nostra e i Modà. Ma anche tra Teatro Degli Orrori e gli Afterhours. Il mercato impone, non suggerisce e questa è la vera violenza.


Il modello pre-stampato alla X-Factor che spopola "sul mercato" batte la voglia di conoscere e di essere personali? La gente nutre poco interesse nella ricerca, limitandosi ad ascoltare ciò che altri propinano? Qual è il problema dell'italiano?

Luca: Penso che alle prime due ti ho risposto sopra. Alla terza domanda dovrei rispondere con un articolo a parte. Quando ne farete uno con queste venature sociali antropologiche chiamatemi.

Antonio: Il fattore "X" è l'oscuro che si prende gioco dei più deboli e poveri di spirito, coloro che non vogliono accettarlo nella propria vita, perché temono di osservare un punto nel buio per paura di riuscire a vedere, voi non ci crederete, ma quando stavamo registrando è successo che guardando...


Tornando indietro nel tempo, quali pensate siano stati i dischi che vi hanno reso gli artisti che siete oggi? E odiernamente quali sono le band o gli autori che ascoltate in maniera costante?

Paolo: In passato sicuramente Black Sabbath e Pink Floyd su tutti. Per quanto riguarda l'odierno, non posso fare a meno di tornare su: Talk Talk, Boards Of Canada, Earth, Paolo Conte, Julia Kent, Robert Wyatt, Morphine, Teho Teardo, quasi tutto il catalogo Anticon, Dr. Dre, Paul Mc Cartney e tanti altri.

Antonio: Io credo di aver avuto un percorso standard da Donatella Rettore ai Clash, ai Tuxedomoon, ai Bauhaus, ai Minutemen, ai Naked City. Ovviamente ho citato alcuni per indicarne le sfere, il comune denominatore però rimane l'oscurità, tutti loro mi hanno portato verso... e ricordo che quando avevo circa sedici anni e avevo appena finito di sentire musica per le mie orecchie di allora, e mentre ero sdraiato a pensare e immergermi voi non ci crederete ma...

Luca: Sarò schematico: "Back In Black" degli Ac/Dc a dieci anni fu la svolta, finalmente avevo trovato la musica che avevo sempre sognato di ascoltare; "Naked City" dei Naked City è la musica che avrei voluto creare io e per cui ho decido di iniziare suonare. In mezzo si va da Sun Ra a Coltrane, Black Sabbath, Slayer, Bob Marley, Dolphy Godflash Loop, Fela Kuti etc. etc. I miei ascolti sono schizofreici, oggi ad esempio ho ascoltato Manowar, doom sludge vario, "I Madrigali" di Monteverdi, canti popolari del sud Italia , "Il Piave Mormorò" e varie ricerche etno-musicali.


Si parla sempre più spesso di smaterializzazione della musica in maniera definitiva, quindi accantonare i formati fisici favorendo, o per meglio dire dando l'esclusiva, all'mp3. Una scelta simile non è un affronto nei confronti dell'arte stessa?

Paolo: Da una parte succede quello ed è una tragedia per la musica. Le sfumature si perdono e si appiattisce tutto. D'altra parte però la rinascita del formato vinile è oramai sotto gli occhi di tutti, per cui stiamo assistendo a un momento storico davvero inedito. Qualche giorno fa ho letto che il grandissimo Neil Young sta brevettando un progetto per sostituire l'mp3 con uno nuovo formato digitale decisamente superiore agli attuali standard di mercato. Speriamo.

Antonio: Il vinile è indubbiamente il tramite per...

Luca: Non sono mai stato "fissato" con i supporti, mi ricordo che avevo la maggior parte dei miei ascolti in cassette registrate.


Da poco si è conclusa la kermesse sanremese e in tanti hanno parlato di Festival "differente". Secondo voi sarà possibile in un futuro prossimo trovare, o presentare, un gruppo che suoni alla Spaccamombu o un genere realmente per pochi all'interno di quel grande carrozzone? Oppure si sarà sempre costretti a veder utilizzati certi aggettivi per descrivere un qualcosa che in fin dei conti di alternativo ha veramente poco o nulla?

Paolo: Se la direzione artistica sarà curata da Dr. Zero credo di sì.

Antonio: Programmi come "quelli" accendono la luce nell'oscurità per nasconderla, saper spingere il pulsante che oscura lo schermo potrebbe essere la soluzione, io quest'anno non l'ho fatto volutamente, ma poi...

Luca: Secondo me Sanremo deve rimanere cosi com'è, lo trovo un ottimo rimedio omeopatico per gente come noi. Lo vedi, ascolti, accumuli odio e poi vai a comporre in sala prove.


Progetti a breve termine e notizie inerenti a una prossima uscita?

Paolo: Per quanto riguarda il mio progetto solista a brevissimo uscirà uno split in condivisione con Stefano Pilia per Brigadisco ed Escape From Today. Oltre a questo, una sonorizzazione dal vivo a maggio con Ben Chasny (Six Organs Of Admittance) per il Museo del Cinema di Torino. Con Spaccamombu invece come accennavo prima dovremmo registrare materiale nuovo in estate.

Antonio: Voi non lo sapete, non ci crederete ma...

Luca: il 7 marzo 2013 esce "Niger", il nuovo Mombu, a Giugno registriamo il nuovo Spaccamombu e poi abbiamo altri progetti e collaborazioni che speriamo di portare a termine.


Avendo la possibilità di organizzare un festival tutto vostro, con quali band vorreste condividere il palco? E quali vostri colleghi consigliereste d'ascoltare ai nostri lettori?

Paolo: Come Spaccamombu condividerei il palco con Black Sabbath, Down, Earth, Electric Wizard, Neurosis e Fantomas. Per quanto riguarda i colleghi da consigliare: Julia Kent su tutti, e Francesco "Trees Of Mint" Serra.

Antonio: Se ne cito qualcuno e poi mi dimentico di citarne un altro, voi non lo sapete, magari non ci crederete ma poi...

Luca: Mi piacerebbe organizzare un afro metal fest, dai Messhuggah ai Konono Number One.


E con questa siamo arrivati alla fine, vi ringrazio per il tempo dedicatoci e facendovi un grosso in bocca al lupo vi restituisco la parola per un saluto o un messaggio diretto a coloro che ci seguono.

Paolo: Grazie a voi e buon lavoro.

Antonio: Voi non ci crederete ma... l'oscurità è la luce!

Luca: Aspettiamo di vedere dopo le dimissioni del Papa (non succedeva da Celestino V) se la profezia di Malachia sul "petrus romanus" si avvererà.

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KHAN (french version)


Information
Autuer: ticino1
Traduction: ticino1

Membres
Cath - Chant
Jeff - Guitare
Landry - Basse
Yvan - Batterie

Bonjour, merci pour votre temps. Khan signifie dirigeant, souverain... pourquoi le choix de ce nom?

Khan est l'antithèse de ce que nos paroles abordent. On défait l'image du conquérant, du souverain en le rabaissant à un être tout aussi vulnérable face aux forces de la nature.


Qui sont les membres de Khan? Quelle est leur origine musicale?

Cath – Vocal, Jeff – Guitar, Landry – Bass, Yvan – Drums. Autres groupes dans lesquels nous jouons ou avons joué: Striver, Albatros, Stephen Harper, Fistfuck, Immoral Squad, Dissed, Dahmer.


Qu'est-ce qui produit l'énergie que vous présentez dans les morceaux?

Une bonne répétition entre amis: la chimie entre les membres du groupe nous permet de composer d'une belle façon car nous regardons dans la même direction. Nous aimons aborder des sujets très lourds et très sérieux tout en sachant avoir du plaisir en performant. Nous jouons aussi un style où il est possible d’emprunter des voies différentes, ce qui nous permet d'exploiter nos idées au maximum et d'apporter des nuances et de varier nos compositions.


Vos influences sont très variées. Quels groups vous inspirent principalement?

Alpinist, Masakari, Buried Inside, Disrupt, Inscidious Process, Tragedy, Negative Reaction, Alaskan, Darkthrone, Glass And Ashes, The Holy Mountain, Thou et plusieurs autres.


De quoi parlent vos textes?

Un portrait non favorable de notre société. Une image sombre d'une humanité vouée à l'échec. Nous utilisons autant des métaphores que des phrases directes et percutantes pour illustrer nos idées.


Où est-ce que vous avez enregistré et produit "The Plague"?

À Québec au studio Sismique avec Jack Moose.


Es-ce que vous avez un contrat discographique en vue?

Nous ne signons aucun contrat. Nous voulons que nos albums soient produits par des labels que nous respectons. Nous avons une approche D.I.Y. avec tout ce que nous produisons, nous croyons que c'est la meilleure façon de faire et la plus profitable pour l'ensemble de la scène.


Quels sont vos projets pour le 2013?

Nous avons prévu enregistrer de nouvelles chansons en mars pour un split LP. Nous aurons aussi deux chansons sur une compilation qui sortira sur Doomsday Machine Records. Bien entendu nous allons faire quelques spectacles à travers la province.


Les États-Unis se trouvent au moment dans la bredouille économique. Est-ce ça se sent aussi au Canada en général e comment?

La situation économique est plus stable au Canada qu’aux États-Unis. Nous ne ressentons aucun effets dans notre région... actuellement, du moins.


Quelles sensations désirez-vous transmettre aux écouteurs avec votre musique?

Nihilisme, désarroi, profonde colère, amère tristesse, désespoir épique.


Est-ce que vous donnerez concerts en Europe ? Comme est la situation au Québec pour les groups qui désirent se présenter live?

Nous le souhaitons bien! Peut-être dans un avenir proche... La situation des groupes undergrounds qui veulent se présenter live au Québec comporte certains défis. Les salles de concert pour les groupes punk en général ne survivent pas longtemps ces temps-ci, du moins à Québec. Comme nous désirons avoir une scène D.I.Y, il y a des gens qui consacrent du temps et de l'énergie à tenter le coup avec de petites salles afin de pouvoir continuer d'inviter artistes d'ici et d'ailleurs à jouer. Sans l'aide de tous et chacun, cette scène aurait bien pu disparaître.


De mon côté c’est tout, merci pour ce petit entretien. À vous le dernier mot aux lecteurs!

Un gros merci pour l'intérêt envers Khan!

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lunedì 25 marzo 2013

LONG DISTANCE CALLING + Sólstafir + Sahg (11/03/2013 @ Arci Lo Fi, Milano)

Informazioni
Gruppi: Long Distance Calling + Sólstafir + Sahg
Data: 11/03/2013
Luogo: Arci Lo Fi, Milano
Autore: Bosj

Bosj: "Vieni a vedere i Cruciamentum sabato?"
Amico: "Salto a pié pari, scendo già lunedì per i Long Distance Calling."
Bosj: "No, beh tra Cruciamentum e LDC non c'è proprio paragone, i LDC li balzerò quasi sicuramente."
Amico: "ma ormai mi sono ammorbidito e poi ci sono anche gli Islandesi cowboy."
Bosj: "No aspetta piano. QUEGLI Islandesi cowboy?"
...
Bosj: "E anche i Sahg."
...
Bosj: "Vengo anch'io".

Questo il preambolo e per darvi un'idea del mio interesse nei confronti dei pur pregevoli Long Distance Calling e, soprattutto, per farvi capire quanto io sia affezionato ai cowboys islandesi.

È un nebbioso lunedì sera, quando arrivo in quel posto sperduto che è il Lo Fi, un piccolo locale in fondo a una strada senza uscita, all'interno di un complesso industriale alla periferia est di Milano, contornato da fabbriche immerse nella foschia da un lato e i binari della ferrovia dall'altro. I Sahg hanno attaccato da una decina di minuti, e sarebbe tutto molto poetico non fosse che, cazzo, anche qui l'acustica fa schifo. A poco serve la pur particolare stampa a parete di un'opera dello studio Mi-Undressed e qualche pannello — presumo — fonoassorbente: la batteria dei Norvegesi sembra un lascito di "St. Anger" — quel misto pentolame picchiato a mattarello — e il basso, nei momenti di maggior presenza, rischia di mandare tutto il locale in risonanza, salvo poi perdersi appena le chitarre tornano protagoniste. Il tutto, comunque, non pregiudica l'esibizione, poiché il quartetto di Bergen è capace, energico e intrattiene lo sparuto pubblico — ahimé, non più di una sessantina di persone — come meglio non si potrebbe: con ottima musica. I brani dei tre album pubblicati dalla formazione scandinava fanno la loro figura dall'alto di un palco, il loro doom "moderno" riesce a trasmettere un'ottima carica grazie a pezzi freschi e "nuovi", ma allo stesso tempo molto classici. Non a caso, come coda di "Baptism Of Fire" il gruppo usa omaggiare i Thin Lizzy, suonando una parte della loro "Emerald"; ringrazio apertamente il mio amico Michele per avermi fatto notare la citazione, che avevo completamente perso. Ed è quindi tra echi e rimandi attuali e passati che i Sahg esauriscono il tempo a propria disposizione, lasciando il palco con la certezza di aver soddisfatto il proprio pubblico.

Approfitto del tempo di attesa per mangiare la mia schiscetta (per i non milanesi: leggere qui) annaffiata dalla rossa d'ordinanza e scambiare quattro chiacchiere, poi come rientro nel locale i quattro uomini dei ghiacci, alla loro seconda data italiana in assoluto (la prima fu nel 2010), stanno aprendo la loro esibizione con "Ljós I Stormi", lunga e meravigliosa opener del mai troppo lodato "Svartir Sandar". I Sólstafir sono indescrivibili: una proposta che mischia e mescola elementi tra i più diversi, brani dilatati, una lingua a me del tutto sconosciuta, eppure ogni volta che mi trovo a dover parlare di loro non so mai cosa dire. Molto semplicemente: ascoltateli. Andateli a vedere, andateli a sentire, andate a viverli. Pur in una location assolutamente inadatta, in cui i riverberi di chitarra si perdevano sotto il marasma dell'incomprensibile "altro", la voce di Aðalbjörn risaltava, le melodie emozionavano, gli up-tempo di batteria facevano scuotere i presenti in una catarsi emotiva che non si trova in una band "qualunque". La maestria con cui i quattro si muovono tra psichedelia, arpeggi e distorsioni, tra suoni ora ampi e morbidi, ora ruvidi e desertici è unica nel suo genere, e con l'ultimo album, siccome non era abbastanza, ci hanno fatto sapere che sono in grado di scrivere anche i "singoloni": "Fjara", seppur spogliata delle voci femminili, dei cori e di tutte le post-produzioni da videoclip, è una delle canzoni più emozionanti, dolci e commoventi che mi sia mai capitato di sentire sotto un palco. E il pubblico italiano, sparuto, non avvezzo a certi eventi, sicuramente non a proprio agio con la lingua islandese, a fine brano è andato avanti a cantare il motivo ritornello ancora e ancora e ancora, senza bisogno di nessun incitamento. Qualcosa vorrà pur dire. Purtroppo è rimasto solo un brano a disposizione del gruppo, "Goddess Of The Ages", brano conclusivo di "Köld", per chiudere degnamente la serata con i suoi dodici minuti e oltre di riverberi e atmosfere acide. Il disappunto nel vedere il quartetto che abbandona la postazione dopo meno di tre quarti d'ora di esibizione è enorme; purtroppo il mondo è un luogo ingiusto e questo è quanto. Speriamo di ritrovarli presto, possibilmente in un luogo dall'acustica migliore.

Sono solo le dieci e trenta, ma ai Long Distance Calling serve molto tempo per appuntare la propria strumentazione, e solo mezzora dopo prendono posto di fronte al pubblico. I cinque teutonici non sono mai stati presenza fissa nei miei ascolti, e sebbene ne apprezzi gli sforzi, negli ultimi anni ne avevo un po' perse le tracce, per la precisione da poco dopo l'uscita di "Avoid The Light", album supportato in terra italica da una data di spalla ai Katatonia ormai qualche anno fa. È solo sulla strada per il Lo Fi quindi che il fido Michele mi ragguaglia sulle ultime novità: nell'ultimo lavoro, il recentissimo "The Flood Inside", la formazione di Münster ha iniziato a cantare. Per la precisione, è il tastierista Martin Fischer, ultimo acquisto del gruppo, a farsi carico dell'impresa. Sigh. La band post-rock, per quanto capace e apprezzabile, non mi ha mai convinto appieno, troppo simile a molte, mille altre formazioni di derivazione God Is An Astronaut e 65daysofstatic, con giusto qualche puntata in territori più heavy. Una personalità e una proposta non proprio originali, insomma. Dal vivo, tuttavia, le scorribande strumentali in up-tempo fanno sempre la loro figura, e più di una volta mi sono ritrovato a scuotere il capoccione nei momenti più concitati: "Aurora", "Black Paper Planes", brani forti di una passione e un'esplosività incontestabile — entrambi estratti dai primi due lavori, sarà un caso — che dal vivo rimarcano a più riprese questo aspetto. La vera nota dolente viene suonata quando Fischer si sposta dalla sua posizione alle tastiere, per avvicinarsi al microfono. Davvero poco personale, piatta e priva di alcuna carica espressiva la sua performance alla voce. Decisamente più forte invece, ripeto, l'impatto del gruppo alle prese con i brani che li hanno resi celebri: lunghe cavalcate in praterie post-rock con up-tempo, accelerazioni e quant'altro serva a elettrizzare il pubblico alle prese con il muro sonoro chitarristico. Insomma, nonostante qualche ombra, nonostante le magliettine trendy e attillate e il cappellino del bassista, anche nel caso dei Long Distance Calling a vincere sono state le luci. Dopo aver ringraziato con ardore tutti i presenti per essere usciti di lunedì sera, un "breve" bis — il quasi quarto d'ora di "Apparitions" — e anche per i Tedeschi è tempo di smontare armi e bagagli, l'ora delle streghe è arrivata, e c'è giusto il tempo di scambiare quattro chiacchiere coi Sólstafir prima di tornarsene a casa, ché la settimana lavorativa incombe.

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