Informazioni
Gruppo: Talco
Titolo: Gran Galà
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Destiny Records
Contatti: facebook.com/talcopatchanka
Autore: Mourning
Tracklist
1. Gran Galà
2. La Mia Città
3. San Maritan
4. Danza Dell'Autunno Rosa
5. La Roda De La Fortuna
6. La Macchina Del Fango
7. All'Adunata Del Feticcio
8. I Giorni E Una Notte
9. Dai Nomadi
10. La Veglia Del Re Nudo
11. A Picco
12. Teleternità
13. XIII
14. Ancora
15. Un'Idea
DURATA: 43:38
Premessa: il sottoscritto apprezza molto il punk, ma non è un appassionato né di Ska né di Patchanka. Chiusa premessa: iniziamo a parlare dei Talco.
Nel momento in cui ho aperto un pacco promozionale arrivato nelle mie mani, e fra i vari dischi mi sono ritrovato "Gran Galà" dei Talco, non sapevo nemmeno chi fossero questi nostri connazionali. Internet per fortuna in tal senso ti da una mano e cercando sono venuto a scoprire che i musicisti di Marghera sono una band avviata, che questo è il loro quinto capitolo discografico e la musica prodotta sinora ha ricevuto ottimi riscontri anche al di fuori dei confini della nostra Penisola, a quanto pare è particolarmente gradita in Germania.
Una volta inserito il cd, lo lascio scorrere nella sua interezza per le prime due o tre volte, tenendo il libretto in mano per provare ad assimilare il più possibile sia le note che le parole. Probabilmente se non l'avessi fatto, e mi fossi soffermato soltanto sull'aspetto musicale, avrei sottovalutato la proposta di una formazione che schietta descrive l'Italia odierna per quello che è: una Nazione allo sbando, che ha subito e continua a subire le prepotenze messe in atto dalla politica e da un sistema mediatico disinformativo e culturalmente balbuziente. Sì, probabilmente sarei stato traviato dalle ritmiche coinvolgenti, dalla voglia di fare ballare che i pezzi emanano, tuttavia il divertimento che ne deriva cela messaggi seri e che per quanto ormai dovrebbero essere noti e stranoti all'italiano costretto a vivere nell'epoca del gossip, della maldicenza e della vendita dell'immagine e della dignità, trattate come merci di scambio di poco valore ("Danza Dell'Autunno Rosa", "La Macchina Del Fango" e "La Veglia Del Re Nudo"), sembra vengano messi di lato alla fine della giornata, ricordandosene solo nella successiva, con l'amarezza che si prova per una scoperta avvenuta sul momento. Una memoria labile, o di convenienza se preferite, che ci è costata cinquant'anni di ladrocinio autorizzato a favore di una congrega di malfattori coperti dal mantello di "Superman" del loro incarico istituzionale e a ciò che alle loro azioni ovviamente è connesso.
Intensi e critici come il De Andrè che fu, in parte menestrelli alla Branduardi e intelligentemente scanzonati alla Meganoidi, i Talco racchiudono in quasi tre quarti d'ora una gamma d'emozioni ampia, infoltendo il sound di pregevoli aperture folcloristiche nelle quali s'inseriscono violino, fisarmonica, tromba, sax, mandolino, banjo e bouzouki. C'è spazio inoltre anche per la malinconia sofferta di "Dai Nomadi", così fra un ritornello e l'altro che ti si stampa in testa, il disco gira e ripete la sua corsa ormai da un po'.
Il modo di esporre temi importanti, evitando la caduta di stile di una svendita in cui l'unica opzione d'acquisto è il cliché, fa di "Gran Galà" un'ottima prestazione, capace di convincermi seppur io sia parecchio lontano dal suo "credo musicale", sono quindi certo che gli appassionati del genere saranno già informati sulla nuova uscita dei veneti e l'avranno anche divorata. Estendo però il consiglio di venire a contatto con la band a tutti coloro volessero ascoltare qualcosa che differisse da quanto sono abituati a fruire: date un'occasione ai Talco, magari non diventeranno mai un pallino o una presenza fissa all'interno delle vostre selezioni musicali, ma il tempo speso in loro compagnia sarà costruttivo oltre che gradevole. Basta per rischiare, no?
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Information
Band: Altar Of Plagues
Title: Teethed Glory And Injury
Year: 2013
From: Cork, Irlanda
Label: Candlelight / Profound Lore
Contacts: facebook.com/altarofplagues
Author: LordPist
Tracklist
1. Mills
2. God Alone
3. A Body Shrouded
4. Burnt Year
5. A Remedy And A Fever
6. Twelve Was Ruin
7. Scald Scar Of Water
8. Found, Oval And Final
9. Reflection Pulse Remains
RUNNING TIME: 49:22
Hearing about bands hailing from Ireland, in the extreme metal world, is no longer a surprise. For metalheads, the country of green hills and dark beer has stopped meaning radio-friendly pop-rock or beer-drinking folk music for quite a while now, thanks to bands such as Mourning Beloveth, Primordial and Cruachan. In recent years, one name in particular has been mentioned in black metal-related discussions, with interest or scorn according to taste: Altar Of Plagues.
I must admit I haven't been the closest follower of this Cork-based band, giving "White Tomb" and "Mammal" only a few spins through the last three or four years. Perhaps I couldn't take any more of the somewhat pretentious "atmospheric black" that Altar Of Plagues seemed to embody at the time, although generally speaking I was really into that sort of music and concept. However, them being part of the Profound Lore roster — arguably one of the most interesting labels in recent years — contributed to me getting back to them in the last couple of months.
This third album — "Teethed Glory And Injury" — feels very different from what preceded it. It is not divided into four ten-minute plus tracks (the shortest song, "When The Sun Drowns In The Ocean" off “Mammal”, still clocked in at about eight minutes), but in nine tracks comfortably seated in a friendly range between four and nine minutes. Nevertheless, the sound here is all but friendly. The instrumental intro "Mills" sets up the mood, gradually causing an anxious state before leading us through this new musical torture, more direct but perhaps less coherent than the first two albums. "God Alone" is the single that launched this LP (together with a video for which I honestly struggle in finding any sort of positive comments); good choice, this track is a heavy blow and perfectly embodies what separates this album from the band's past efforts.
"Teethed Glory And Injur" is not about "concepts" developed through long musical reflections, atmospheres that strive to continuously smother or torment us. AOP's offence is now schizoid, intermittent, we cannot focus on a single image (for dismal it may have been) as was the case of the "White Tomb" from the debut. This is perhaps the most "post-" and less "black" (whatever that means) disc in the whole of AOP’s career, the trio keeps trying to explore new territories, in a musical panorama where genres and labels matter less and less.
Cohesion is where the album falls short, as some of the tracks do not flow together that well. This might be a sign that the band is still not too familiar in this environment, being more used to delivering their concept through longer visions.
On the whole, this album is a good listen and shows good signs for the band's future endeavors: Altar Of Plagues intention of not taking it easy and stopping on well-known paths is confirmed. "Teethed Glory And Injury" is a grower, getting better at each listen. Recommended to those who didn’t like their first two albums as well.
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Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Fedaykin / Insanity
Formazione
Danilo Dill - Basso e Voce
Andy Souza - Batteria e Voce
Kleber - Chitarre
Dopo dieci anni di attività nella scena underground, i brasiliani Gestos Grosseiros non smettono di amare e produrre Death Metal old school. Grazie ad Andy, ho avuto la possibiltà di ascoltare i loro lavori, che troverete recensiti sul nostro sito. Ora facciamo due chiacchiere con loro.
Benvenuti su Aristocrazia Webzine. Come va?
Andy: Ciao a te, Gabriele, e ad Aristocrazia Webzine. È un onore per i Gestos Grosseiros poter prendere parte a quest'intervista. Stiamo tutti bene.
Il 2012 è già finito, qual è il bilancio per i Gestos Grosseiros?
Andy: Beh, l'ultimo anno (il 2012) è stato molto positivo per i Gestos Grosseiros. Abbiamo organizzato parecchie date in Brasile e anche suonato in Cile per la seconda volta. Abbiamo avuto l'opportunità di diffondere i nostri pezzi tra molta gente sia qui che in altri continenti, come l'Europa.
Chi sono i Gestos Grosseiros, come mai avete scelto questo nome, come è nata la band e come è cambiata nel corso degli anni?
Andy: Gestos Grosseiros è un nome semplice, non ha un significato particolare. A volte la gente pensa: "Oh! Gestos Grosseiros = vaffanculo!" [ride], ma non è così. Il gruppo è nato qui a Guarulhos City (San Paolo) nel 1998 e posso dirti che nel tempo abbiamo acquistato molta professionalità, ed oggi ci siamo fatti un nome nella scena underground locale.
Come avete scoperto di amare il Metal?
Andy: Guarda, ho scoperto il mio amore per il Metal ascoltando Kiss, Kreator e Metallica, su per giù venti o ventuno anni fa. Poi ho scoperto i Morbid Angel e gli Slayer.
Dill: Difficile risalire a una data precisa, ma più o meno quattordici anni fa, ascoltando "Master Of Puppets" dei Metallica.
Vi piace molto il Thrash Metal, vero? Quali sono i cinque album che ritenete fondamentali per il genere?
Andy: Certo, adoriamo il Thrash Metal, e quanto agli album, secondo noi: "Master Of Puppets" e "And Justice For All" dei Metallica, "Coma Of Souls" dei Kreator, i Ratos De Porão dal Brasile e "Raining Blood" degli Slayer.
Come siete entrati in contatto con il Death Metal per la prima volta? E qual è l'album che vi ha fatto pensare: "è proprio questo che voglio suonare"?
Andy: Io e Kleber abbiamo iniziato ad ascoltare Death contemporaneamente, in particolare con i Morbid Angel e i Cannibal Corpse. In realtà, credo che non ci sia un album in particolare che mi fa quell'effetto, ma diversi album dei Morbid Angel.
Dill: Il mio primo approccio con il Death Metal non è stato interamente positivo. A dire il vero, non mi piaceva per niente. Ricordo che ascoltai per primi i Krisiun. Ma qualche tempo dopo, mi è capitato di ascoltare "Once Upon The Cross" dei Deicide, mi pare: era spettacolare. Suonare Death Metal, però, è stata una conseguenza diretta dell'incontro con gli altri ragazzi. Prima dei Gestos Grosseiros, suonavo in un gruppo Heavy Metal.
Batterista e cantante, un ruolo doppio che si trova comunemente in questo genere, e sto pensando ad esempio a Chris Reifert degli Autopsy o a Mike Browning dei Nocturnus. Quali sono le maggiori difficoltà nel ricoprire questi ruoli insieme, sia in fase compositiva che poi nello svolgimento dei vostri pezzi?
Andy: Se devo essere sincero, Gabriele, avevo delle difficoltà all'inizio, ma ora sono passate. Mi sono adattato bene alle nostre canzoni. A volte però è necessaria molta attenzione sul palco.
La vostra formazione in "Countdown To Kill" era composta da quattro membri, con "Satanchandising" siete rimasti in tre, di cui tu e il chitarrista Kleber siete i membri storici. Nel tempo trascorso tra i due album, si è modificato il modo con cui scrivete i pezzi e i testi?
Andy: In realtà il nostro metodo di scrittura è rimasto invariato in "Satanchandising", perchè quando Danilo Dill si è unito a noi i pezzi erano praticamente già pronti. Li abbiamo solo dovuti adattare. I testi seguono la stessa linea contro religione, ipocrisia e avidità. È la nostra filosofia.
La copertina di "Satanchandising" — che immagino essere un gioco di parole tra "Satan" e "merchandising" — rappresenta una delle problematiche maggiori per l'umanità: il potere religioso. E un pezzo come "Religious Plague" rincara la dose. Quali sono, secondo te, i problemi rappresentati dal potere economico/politico dei servi di qualche cosiddetto Dio?
Andy: Credo che i poteri religiosi, economici e politici siano fondamentalmente la stessa merda. C'è gente che ha perso la vita per servire queste fazioni, famiglie sono state distrutte, il mondo è pieno di fame, miseria e guerre. Tutto è causato dall'avidità. Sai come funziona, c'è chi ha molto e chi non ha niente. Parlando sinceramente, oggi la religione e la politica sono un tutt'uno nei loro giochi di potere.
"Stronger Than Ever", insieme alla cover di "Extreme Aggression" dei Kreator alla fine del secondo album, sembra voler dire alle persone di resistere e non arrendersi. È così?
Andy: No, no, sono semplicemente pezzi di chiusura. Ma la tua è una bella interpretazione.
Se dovessi preparare una scaletta per uno show e selezionare i pezzi che considerate più esplosivi da entrambi i vostri lavori, quali scegliereste e perchè?
Dill: "Humanity Victory", "Mirror Of Death", "Lord Of The Lie", "Predator Of Souls", "Countdown To Kill".
Andy: Mi piace la scaletta di Dill, ma aggiungerei "Slaves Of Imagination", quel pezzo è bestiale.
Com'è la situazione sul versante live? Avete suonato di recente?
Andy: Abbiamo portato a termine il nostro tour brasiliano 2011/2012 e il nostro secondo tour in Cile. Nell'ultimo anno abbiamo suonato poco dal vivo, perché siamo stati impegnati a comporre i pezzi del nostro terzo album.
C'è un concerto che non dimenticherete mai? E qualche aneddoto divertente che vorreste condividere con noi?
Dill: Per me il nostro show a Brasilia è stato fantastico: è stata la mia prima volta lontano da San Paolo. C'è un fatto divertente: molti show sono memorabili e di solito è quando io e Kleber ci diamo dentro un po' di più con l'alcool. Ad esempio una volta a San Paolo, durante un concerto con gli Into Darkness, stavo cercando di parlare con Mark, il loro bassista, ma la comunicazione tra noi era un po' complicata. Dopo che io ho bevuto un po' di birra e lui un po' di Whiskey, abbiamo parlato moltissimo, e non ci sono stati problemi di comprensione.
Quali sono, tralasciando i nomi più conosciuti, i migliori gruppi nella scena brasiliana secondo voi?
Andy: Krisiun, In Torment e Anarkhon.
Kleber: Vomepotro.
Dill: Vulture.
Cosa pensate del mondo Metal? Quali sono i pro e i contro del farne parte? Esistono dei comportamenti che non sopportate?
Andy: Pensiamo che il Metal nel mondo sia cresciuto, con un grande volume di gruppi e show. Internet facilita le cose per tutti, ma solo i gruppi più autentici sopravvivono.
Una delle tendenze odierne, da parte delle etichette, è quella di firmare accordi con gruppi senza album all'attivo, e far rilasciare un album di debutto spesso mediocre. La meritocrazia non è mai esistita e cercare di migliorare la propria posizione è uno sforzo inutile, quindi pagare è giusto? Esiste il fenomeno del ptp (pay to play) anche in Brasile?
Andy: Sì, purtroppo questa è una realtà qui, ma anche in altri Paesi. I Gestos Grosseiros però non accetteranno mai questa situazione. Un gruppo che paga per suonare non ha il nostro rispetto.
Chi è Andy Souza fuori dal gruppo? Cosa fai nella tua vita, quali sono le tue passioni oltre alla musica?
Andy: Insegno matematica e sono un tifoso accanito del Santos.
Quali sono le intenzioni dei Gestos Grosseiros per il 2013? Magari verrete qui in Europa per qualche show?
Andy: Comporremo nuovi pezzi per il terzo album e programmeremo un tour europeo, forse nel 2015, dopo che l'album sarà uscito.
L'intervista è finita, è stato un piacere ospitarvi sul nostro sito, vi porgo i miei migliori auguri e vi lascio la libertà di mandare un ultimo messaggio ai nostri lettori!
Andy: A nome di tutti i Gestos Grosseiros, grazie per il supporto e per l'opportunità concessaci. Speriamo di suonare in Europa il prima possibile. Grazie a tutti i lettori di Aristocrazia Webzine e, ancora una volta, grazie Gabriele. I nostri contatti:
- gestosgrosseirosband@gmail.com
- www.myspace.com/gestosgrosseiros
- www.facebook.com/gestosgrosseiros
- www.metalmedia.com.br/gestosgrosseiros.
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Information
Author: Mourning
Translation: Fedaykin / Insanity
Line Up
Danilo Dill - Bass and Vocals
Andy Souza - Drums and Vocals
Kleber - Guitars
After ten years of activity in the underground scene, the Brazilian band Gestos Grosseiros continue to love and produce old school death metal. Thanks to Andy I had the chance of reviewing their works, you will find them on our website, now let's talk with them.
Welcome on Aristocrazia Webzine, how are you?
Andy: Hell-o Gabrielle and Aristocrazia Webzine. It's a honor to Gestos Grosseiros participate in this. interview. I'm fine and another members too.
2012 is already finished, how did it go for Gestos Grosseiros?
Andy: Well, the last year (2012) was very good for Gestos Grosseiros. Made many shows in Brazil and played by second time in Chile. We had opportunity of the spread our song to many people here and another continents as Europe for example.
Who are Gestos Grosseiros, why this name, how was the band born and how did it change during these years?
Andy: Gestos Grosseiros it's a simple name and do not had a meaning special. Sometime the people think: OH!! Gestos Grosseiros = fuck you (hahahaha) but it's not true. The band was born here in Guarulhos city (São Paulo) in 1998 and I can said for your that today, we are more professional and the Gestos Grosseiros had a status in the Underground scene.
How did you discover your love for metal?
Andy: Look. I discovered my love for Metal listening Kiss, Kreator and Metallica, maybe, 20 or 21 years ago. After, met Morbid Angel and Slayer.
Dill: Difficult to point a specific date, but around 14 years old, listening Metallica – "Master Of Puppets".
You love thrash metal, right? Which are the five albums that you consider fundamental?
Andy: Sure, we love Thrash Metal and here our opinion about any albuns: "Master Of Puppets" and "And Justice For All" (Metallica) , "Coma Of Souls" (Kreator), Ratos De Porão from Brazil and "Rainning Blood" (Slayer).
Which was your first contact with death metal? And which is the album that made you think: this is what I want to play?
Andy: Kleber and me, started togheter to listen Death Metal w/ the bands Morbid Angel, Cannibal Corpse. Well, I believe that not had a album special, but many albuns of Morbid Angel.
Dill: My first contact with Death Metal was not very nice. To tell the true, I didn't like that. I remember that was Krisiun. But, a time after these, when I listened "Once Upon The Cross" – Deicide, I think: It’s amazing. But, play Death Metal was a consequence to know these guys. Before Gestos Grosseiros, I've play in a Heavy Metal band.
Drummer/vocalist, a double position quite common in this genre, I think about Chris Reifert from Autopsy and Mike Browning from Nocturnus. Which are the main difficulties in doing it, both about composing and playing your tracks?
Andy: To tell the truth Gabrielle, I had any difficulties in the started but now do not had more. I got a good adaptation with our sons. But sometimes it's a necessary caution on stage.
Your line-up in "Countdown To Kill" was made by four members, in "Satanchandising" you were just three where you and Kleber at the guitar were and still are the storic members, did the way of writing the songs and the lyrics change during these two albums?
Andy: Well, the way of writing it's the same in "Satanchandising", because when Danilo Dill joined the band, the song were almost read. We just adaptations. The lyrics follow the same ideology against religion, power, hypocrisy and greed. This is our philosophy.
The cover for "Satanchandising" (I suppose it is a word game, "Satan" + "merchandising") represent one of the worst problems of humanity, the power of religion, and a song such as "Religions Plague" adds to it. Which are, in your opinion, the problems created by the economic/politic power of the servants of some so-called God?
Andy: I think that power religious/economic/politic it's a shit in general. People died trying serve theses factions, family are destroyed, there hungry, misery and wars around the world. All this, because of greed. You know, any had much and another, nothing. With sincerity, today, the religions and the politic are togheter, in the game of power.
"Stronger Than Ever", together with the cover of "Extreme Aggression" by Kreator at the end of the second album, seem to tell people to hold on and to not give up, is it right?
Andy: No no, are only in the end. But it's a good interpretation your.
If you had to prepare a set-list for a live show taking the songs you consdier the most explosive ones from both your works, which tracks would you choose and why?
Dill: "Humanity Victory", "Mirror Of Death", "Lord Of The Lie", "Predator Of Soul", "Countdown To Kill".
Andy: The set is good, but I add "Slaves Of Imagination", this song it's killer.
How is the situation about live shows? Did you play recently?
Andy: Finish our brazilian tour 2011/2012 and our second chilean tour. This year, we had little shows, because we are composed new songs for third album.
Is there a live show you'll never forget? And a funny anecdote you'd like to share with us?
Dill: For me, our show in Brasilia-DF was amazing, was my first time out of SP for presentations. Funny fact: there are many ones, always when Me and Kleber drink a lit more. In São Paulo, playing with Into Darkness, I was trying to talk with Mark (Into Darkness bass guitar), but the communication between us was difficult. After I drink some beer and Mark drink some Whiskey, we were talking too much, there inst no one problem on the communication.
Which are, besides the usual names, the best bands from the Brazilian metal scene?
Andy: Krisiun and In Torment and Anarkhon.
Kleber: Vomepotro.
Dill: Vulture.
What do you think about the metal world? Which are the ups and downs of being part of it? Are there any attitudes that you can't stand?
Andy: We think that Metal of the world grew, with many shows and bands. The internet facilitated for all, but only the true are survive.
One of the trends today is about labels that make deals with abnds with no albums released and making them release a debut which often sounds medicore, meritocracy never existed and rising through the ranks is useless, so paying is enough? Is there the P.T.P. (pay to play) in Brazil too?
Andy: Yes, unfortunately this is a true here, but in another countries too. However, the Gestos Grosseiros never, never will be accepted this. A band that pay for play, do not have our respect.
Who is Andy Souza outisde the band? What do you do in your life, which are you other passions?
Andy: I'm mathematics teacher and I love Santos Football Club.
Which are the intentions of Gestos Grosseiros for 2013? Maybe you'll come here in Europe for some live show?
Andy: We will composed new sons for recorded third album and a european tour, maybe in 2015, after launch this album.
So the interview is now finished, it0s been a pleasure to have you on our website, I wish you the best and I leave the last message for out readers up to you...
Andy: In the name of Gestos Grosseiros, thanx for all support and opportunity here. We pretended played in Europe very soon. Thanx for all readers of the Aristocrazia Webzine and one more time, thanx Gabrielle. Our contacts:
- gestosgrosseirosband@gmail.com
- www.myspace.com/gestosgrosseiros
- www.facebook.com/gestosgrosseiros
- www.metalmedia.com.br/gestosgrosseiros.
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Author: Bosj
Line-Up
The Cuckoo - Vocals, all instruments
Hibernal - All instruments
Hisperdal - All instruments
An aura of mystery surrounds this creature from Sweden. Nothing is certain when it comes to Terra Tenebrosa. Here, a long interview with the mastermind of this project, The Cuckoo, walking on the thin line between sanity and madness...
You have no names, no defined roles, no "official" background. We respect that choice, but I'm very curious: what lies behind Terra Tenebrosa? Rumors say you emerge out of Breach (and actually you stated that in an italian interview), but Terra Tenebrosa is definitely something more, something further... How would you define the project?
The Cuckoo: If we begin with the identities, I wanted to have imagery that corresponded to the mood of the music, and since we at first didn't have any intentions of playing live I considered this more of an art project than an actual band. The Cuckoo's mask is of great importance to the music, we'll come to that later, but that is not the only reason we ended up in masks. I wanted photos that could have been art in itself, I wanted us to provoke as many senses as we could and if we were to stand in front of the camera wearing our regular clothes and looking gloomy it would just rob the music of some of its glamour. And since we now hid our faces why use our real names? The taken names add another dimension to it all. About our roles in the band, the only constant is that I do the vocals. Apart from that we switch instruments back and forth. If I have an idea I feel I must record at this very instant I do all the instruments if the others aren't around. And if one of the others have an idea for a guitar part or a bass line, instead of wasting time trying to communicate what to play and how to play it, he records it. It is only now that we've started to play live we had to decide who's going to do what on stage. And yes, two of us used to play in Breach. Terra Tenebrosa is, in the eyes of others, just a band and what we do is to play music. But to me it's so much more. I always get overly pretentious when trying to explain this but I can't explain it in any other way. I do all the core writing and almost always every track recorded is my way of expressing emotions and sensations I have while meditating or dreaming, or while provoking myself into altered states of consciousness be it by fasting, sleep deprivation or any other way. Often it is also my way of exorcising myself of negative thoughts and feelings. If I were a good writer I could have written about it but to me these things are not easily expressed in any other way than through music.
Following "The Tunnels", "The Purging" sounded like a concept album once again to me, even though there are no clear details about it. I found a kind of "inverted" concept of life, starting from a redeeming cancer, ending with a disintegration (I talked about this in the review). Though, everything sounded linked to the idea of purging, the natural "fil rouge" of the whole work. Am I completely wrong?
"The Purging" is more so than "The Tunnels". "The Tunnels" is sort of a concept album but more on the emotional level. I think of "The Tunnels" as a pathworking of sorts, not lyrically, but I wanted the music to be coherent and take the listener on a journey through the dark, uncharted territories of his/hers mind. All lyrics on that album put together could be to one single track. Lyrically it is only an invitation to a grand excursion of the mind, opening the door and welcoming you to a world far more important and interesting than this physical one. The Purging has more of a "story" lyrically. "The Purging" is kind of an inverted "The Tunnels" come to think of it. On "The Tunnels" we wanted to lure the listener into a trance with the aid of the music and the lyrics were secondary. Initially we weren't going to have any vocals at all apart from the sampled stuff but one of the tracks felt kind of dull so we tried some vocals with a lot of effects on it and ended up putting vocals on the lot. "The Purging" starts with "The Redeeming Teratoma" being nothing as destructive as cancer, but a slumbering part of ourselves that we can awaken in order to complete ourselves. This is only a metaphor, I don't actually think that there's anything organic about it, but I think we as humans are only using a fragment of our potential and that by systematically exploring the more obscure parts of our psyche we can find the tools to take the next evolutionary step, transforming ourselves into something better. The process continues throughout the album and ends with "Disintegration" where we take the step out of this physical world into the wondrous worlds within, and "The Reave", man now transformed into a god, slamming the door in the face of the world we have turned our backs on.
Conceptually, is there any relation between this album and the previous one? I speculated about the chance of purification once out of the darkness (the tunnels), but again, it's just speculation...
Everything about Terra Tenebrosa is related since everything revolves around the exploration of the suppressed parts of the mind and psyche, finding hidden treasures and exorcising the unwanted, sublimating the negative impulses and the transformation into something better. But your speculation is correct. I have no idea where this project will take me, now I´m not talking about Terra Tenebrosa, but the working on myself that spills over into Terra Tenebrosa, but it is in the darkness we can find the keys, we just have to meander The Tunnels first, fighting off whatever negative elements hides in there and find the treasures. It is in The Tunnels of your mind/soul/psyche you do The Purging.
Once you said the cuckoo had to do with madness. This leads me to think about "Someone flew over the cuckoo's nest" on the one hand, and Nattramn and his musical (so-said therapeutic) project Diagnose: Lebensgefahr on the other. Madness and quotes seem part of Terra Tenebrosa imagery: why such an interest?
Many times when someone is labeled insane in modern society, unless you run around stabbing people, it is most probably someone who would be revered as someone enlightened or holy in the past. Sure there are crazies but however, I think their craziness comes from a society impinging on us and stifling us. We're bombarded with demands and musts and with the fast pace increasing many fall behind. There is no time to stop and catch your breath. There is no time for spiritual endeavours. Whatever we were meant to be we had to suppress at an early age. And I sometimes find myself in dark places where I can't cope with day to day life, where I can't really get out of bed. But even though my physical body is lying In bed throughout the day there's a lot more going on within. I can lay like that for days drifting in and out of very vivid dreams, some very dark and other less dark, but after these periods I always feel refreshed. It's not like depression, I just have the need to retreat from the world occasionally. I am not insane but I guess many would consider me weird. So The Cuckoo has more to do with spirituality and nonconformism.
Moreover, in both the examples I mentioned, there is no clear proof about the madness of the protagonist, be it Jack Nicholson or the unknown swedish musician. How shall we consider the cuckoo in Terra Tenebrosa? What is his message?
The Cuckoo is both a beacon of hope and an instrument of destruction. He is an outstretched hand and he welcomes you into his open arms but he will also whip you to shreds unless you move forward. Since I was a child I've had dreams where I have seen this figure. As a kid I of course was frightened and as I got older I was more annoyed by it. When I was younger I thought it was all negative aspects of myself presented by my subconscious in the form of this character and after every encounter came a period of depression. For about ten years there were no such dreams and then on one occasion when I was ingesting psychotropics there him/she/it was again. Since then I have actively trying to have visions not only in dreams, but I actively seek out other altered states of consciousness where I can communicate with this character. I do believe that this is that redeeming teratoma I spoke about. The original mask for The Cuckoo I made as an effigy to be hung on the wall over my bed and when writing the first material for Terra Tenebrosa I had that image in mind. Therefore that mask. The others designs were just something I made in a haste so that they too would wear masks. I was never that happy with those designs so I turned them into gnomes for this release. Anyway, I named this character The Cuckoo after a figure in the comic book Sandman, being an entity appearing in dreams. Now The Cuckoo has returned from oblivion to find a voice and I am that voice. And I said The Cuckoo is a whip, because when I stray too much from the path I have set foot upon I feel like I get punished. I might get disoriented and not able to keep a clear mind, I might even fall into a depression or other weird things might happen. Needless to say that The Cuckoo is with me almost all the time. The Cuckoo is a friend and a parasite but we're in a kind of symbiosis. Like I said before, this gets pretty pretensious and pompous but that´s what The Cuckoo is. Others can perceive it purely as entertainment and that is fine with me, but this is a really big part of my life.
In your works, music goes beyond its pure entertaining form, becoming something shamanic, a medium I would say. What is music, and specifically Terra Tenebrosa music, to you, in your own terms?
Almost all of my ideas comes to me when I provoke my mind and body in various ways and whatever emotions or pictures emerging I translate into music. I try to express the sensation I have through the music, be it pleasant or unpleasant. Even if I might end up in quite frightening situations I try to stay in those moments for as long as I endure, trying to experience every aspect of it. It is necessary in order to truly be at one with yourself. You can't deny or suppress everything. It eventually surfaces anyway. That is why some of the tracks might be a bit disturbing.
This time, a more "practical" question: how do you come up with these experiments, in the studio? How do you even conceive how Terra Tenebrosa material shall sound? And how do you put all this on a stage? Do you think there is one "better way" through which the message of Terra Tenebrosa is brought (I mean either the studio or the stage dimension)?
I know before I go into the studio what I want but I might not know how to achieve it. Sometimes it is a lot of experimenting, playing around with various instruments and effects and at other times I might know beforehand what instrument to pick up and what to play. "Black Pearl..." I heard playing in my head before I took up the guitar, at other times, like with the track "Terra Tenebrosa" I had an idea of how I wanted the organ to sound like, not what melody to be played but the sound and feeling of it. That track started with that organ and then came the guitars. At other times I have a finished song in my head and at other times it might be the drums that comes first. Always different. We've been discussing back and forth on how to do this live and I decided early that I didn't want to use backing tracks. I wouldn't feel comfortable if we were to play to a click. There is no room for improvisation then. At the same time I didn't want to cut back too much on all the samples so I'm controlling them on stage. We don't use all of them because I don’t want to toe tap through the set. Those really essential we use and the distant background noises we might use on record we discard. And all the different voices is hard to do on stage. Once again, the essential effects is used. I don't know how much different we are live or if it's different at all. We put more focus on the songs with a faster pace than on ten minute instrumentals. I think the faster ones does better on stage and the more trance inducing ones are better on record.
I think I've asked enough; if you want to add something, this is the right time. Yours is the chance to conclude.
Does Terra Tenebrosa sound as silly in Italian as I've heard it does in Portuguese? Sounds great in Swedish though. "Terra" is childrens slang for terrorizing. Thank you!
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Informazioni
Gruppo: Rammstein
Data: 26/04/13
Luogo: Unipol Arena, Casalecchio di Reno, Bologna
Autore: Istrice / M1
Istrice: Un cielo grigio e umido ci accoglie a Bologna, San Luca ci scruta dall'alto e, rimembrando i tempi passati da universitario sfaccendato nel capoluogo emiliano, mi appropinquo verso l'Unipol Arena, che da palcoscenico delle recenti tragedie cestistiche della Virtus si trasforma durante la settimana in teatro per eventi di notevole richiamo. E stasera il nome è di quelli grossi e lo si nota fin da subito dalla mandria di gente che s'aggira nei dintorni.

Fallito miseramente un tentato meeting con M1 e Dope Fiend, mi addentro nel palazzetto giusto in tempo per vedere sbucare sul palco DJ Joe Letz, una delle menti dietro al progetto battezzato Combichrist, ospite del tour, il cui gravoso compito è di scaldare la folla prima dell'evento principale. Durante il suo dj set, una mezz'oretta di durata, Letz propone il remix di alcuni celebri brani dei tedeschi, muovendosi con discreta perizia a cavallo fra l'aggrotech, che più gli compete, e qualche drop "dubstepparo" meno convincente, ma si sa, in questo periodo in cui anche i Negramaro si mettono a scimmiottare tamarri d'oltreoceano certe cose non possono mancare. Accompagnata da un comparto visivo ben realizzato, nel complesso l'esperienza si rivela piacevole, con la folla che a tratti riesce a dimostrarsi coinvolta, nonostante ancora maggiore sia la serpeggiante impazienza.

Una breve premessa, che funge anche da insegnamento ai posteri. Se sul biglietto di un concerto dei Rammstein vedete scritto "inizio concerto ore 21" non presentatevi alle 21:03, significherebbere perdere il primo brano in scaletta. "In un tripudio di miccette" [cit.] i tedeschi si palesano con tedesca puntualità, nell'assordante boato dell'arena. L'apertura è affidata a "Ich Tu Dir Weh", seguita a ruota dall'inossidabile "Wollt Ihr Das Bett In Flammen Sehen", una vecchia gloria, che il pubblico pare gradire. Fra esplosioni, giochi pirotecnici e altre amenità arrivano "Keine Lust", seguita a ruota da "Sehnsucht" — che torna a far ballare la gente grazie al suo incedere incalzante e alla forte componente elettronica — e la classica "Asche Zu Asche".

È da qui in poi però che i Nostri iniziano a fare sul serio e che si dimostrano professionisti unici, il fatto di suonare al chiuso non impedisce loro di giocare col fuoco e anzi dona al sound una compattezza e una aggressività che francamente all'appuntamento di un paio d'anni fa a Verona erano mancate. Un concerto granitico. "Feuer Frei!" non lascia scampo, le chitarre e il microfono di Till (platinato!) si trasformano in lanciafiamme per l'occasione, scandendo non solo con la musica i ritornelli finali del brano; "Mein Teil" vede invece riproposta la scenetta del pentolone, Flake all'interno e Till fuori a cuocerlo.

Si prosegue cantando sulle note di "Ohne Dich", che permette a tutti di ripigliare fiato prima di "Weiner Blut", una mazzata nei denti, a mio avviso molto meglio dal vivo che su disco. "Du Riechst So Gut" riporta il pubblico alle forti contaminazioni elettroniche degli esordi, mentre "Benzin" regala nuovamente spettacolo grazie alla presenza di uno stuntman sul palco a cui Till (sempre protagonista) dà fuoco con la pompa di benzina portata in scena per l'occasione. È il tempo di tornare al disco "Mutter", da cui viene estratta "Links 2, 3, 4", canzone che pare ingiustamente interlocutoria se a seguirla è l'immarcescibile "Du Hast". Till lascia spazio al pubblico, le fiamme si alzano alte nel palazzetto e la temperatura inizia a farsi davvero insopportabile. Un breve accenno a "Rammstein" tiene alta l'attenzione degli astanti e funge da introduzione a un altro pezzo stagionato. "Bück Dich" è un martello pneumatico, talmente penetrante da far passare in secondo piano per una volta la scenetta fra Till e il solito Flake, che fa le veci del succube sottomesso portato in giro al guinzaglio dal suo padrone. Una partecipatissima "Ich Will" infine chiude la prima parte del concerto.

Il ritorno in scena lascia il segno, Flake al piano accompagna Till in una inedita quanto intensa versione di "Mein Herz Brennt", a cui fa seguito "Sonne", un inno al sole, che prende forma sopra il palco. Chiude "Pussy", che è sempre tramite per la goliardia più becera. Till cavalca il cannone della schiuma di forma fallica inondando le prime file e si mostra quasi stizzito quando il pubblico esausto non risponde come vorrebbe a un suo accenno di cantare. Ma fa parte del personaggio, e soprattutto fa parte dell'enorme gioco, del carosello chiamato Rammstein. Un carosello che sicuramente perde qualche punto in spontaneità per offrire uno show ogni volta unico e attualmente ineguagliabile. Il sestetto ha concluso e si inginocchia davanti al suo pubblico per ricevere l'ultima meritata ovazione.
PS. Un doveroso quanto sentito ringraziamento alla gentilissima compagna di Dope Fiend, che ha fornito l'apparato fotografico.
M1: Il buon Istrice vi ha già illustrato la splendida serata in quel di Casalecchio, perciò io mi limiterò soltanto ad assegnare le mie personali pagelle.

Voto 10: alla "fauna" davvero variegata presente in loco. Fra attempati manager, gotici alternativi, giovani alle prime armi e metallari puzzoni non ci si annoiava di certo. Mezione d'onore per le accoppiate madre-figlia. Pot-pourri.
9: allo show pirotecnico, energico e potente dei Rammstein. Un punto in meno del massimo unicamente per l'assenza di una minima dose di spontaneità. Chiaramente sacrificata in virtù di uno spettacolo molto complesso e pericoloso. Sia chiaro che si tratta unicamente di una constatazione dovuta al mio ruolo "giornalistico" e non di una critica. Favoloso.
8: al tastierista Christian "Doktor Flake" Lorenz che incurante della temperatura torrida all'interno del palazzo dello sport fa jogging sul tapis roulant, indossando una tutina color argento molto anni '80. Indefesso.
7: alla botta di suono prodotta dal sestetto tedesco, un muro davvero massiccio, enorme nei pezzi più poderosi. E chi se ne frega se alcune parti più melodiche o certi ritornelli ne hanno leggermente risentito. Poderosa.
6: al tizio che ha risparmiato a me e agli amici Beppe e Dario una attesa estenuante per abbandonare l'arena a fine serata, indicandoci l'uscita del parcheggio esattamente alle nostre spalle (ignorata), mentre noi e tutti gli altri eravamo in coda da mezz'ora per uscire verso la parte opposta. Sant'uomo.
5: agli ignoranti, compreso il sottoscritto, che non conoscono il testo di "Pussy", vergogna! Rimandati in lingua straniera (ovviamente si scherza).

4: al costo complessivo della giornata affrontato da chi è venuto da fuori. Fra biglietto, viaggio, parcheggio e beni alimentari si raggiungono cifre da capogiro, specie di questi tempi. Salasso.
3: a me stesso per aver finanziato col costo del biglietto "quell'asino", definiamolo così, di Claudio Sabatini, ex proprietario e amministratore delegato delle odiate V Nere. Fastidio.
2: a chi si piazza in prima fila per poi non fare altro che riprendere ininterrottamente il concerto col telefonino. Pagando 70 euro per l'intera operazione. Fessi.
1: alla gente seduta sui seggiolini dei settori numerati e imbalsamata durante l'intera performance. Sveglia!
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Informazioni
Gruppo: Slayer
Titolo: South Of Heaven
Anno: 1988
Provenienza: U.S.A.
Contatti: slayer.net
Autore: Akh.
Tracklist
1. South Of Heaven
2. Silent Scream
3. Live Undead
4. Behind The Crooked Cross
5. Mandatory Suicide
6. Ghosts Of War
7. Read Between The Lies
8. Cleanse The Soul
9. Dissident Aggressor [cover Judas Priest]
10. Spill The Blood
DURATA: 36:54
Inutile girarci attorno, aspetto questo disco degli Slayer in fibrillazione da quando ho letto nelle riviste specializzate che erano pronti a registrare in studio, perché per me gli Slayer sono il Death Metal!
In seguito a quel massacro sonoro che è stato "Reign In Blood", la mia vita non è stata più la stessa e quindi l'attesa per "South Of Heaven" è altissima. Il puzzo di zolfo trasuda immediatamente già dal suggestivo titolo, oltre che dalla azzeccatissima copertina. Infilo il disco sul piatto, calo la puntina... e vengo letteralmente investito da un riff tetrissimo, una scala di note lugubri mi acchiappa immediatamente per scaraventarmi all'Inferno. Il ritmo è un po' sotto misura rispetto a "Reign In Blood", ma la malignità dei californiani si è espansa a dismisura, forse riavvicinandosi maggiormente al death metal di "Hell Awaits"!
Araya è il solito demone che squarcia la sua ugola, mentre le asce di Hanneman e King macinano riff granitici affrescando un inferno sonoro maiuscolo, che Lombardo impreziosisce con partiture di batteria ricche di pathos e inserimenti di doppia cassa fulminanti ad accompagnare le ritmiche schiacciasassi che i quattro alfieri della morte rilasciano per tutta la durata dell'album. Potenza, perizia tecnica, devastazione, insanità e gusto per l'estremo: gli Slayer di "South Of Heaven" continuano a essere questo. Gli assoli sono malati e ricchi di feedback e vibrati, l'elemento della solistica sta facendosi sempre più campo, divenendo una vera scuola per tutti quei demoni voraci di suoni saturi e al limite dell'umano.
Il filotto snocciolato con "Silent Scream", "Live Undead" (titolo già utilizzato per il celeberrimo mini live) e "Behind The Crooked Cross" ci dimostra che lo stato di salute del gruppo è al massimo e anche in questo caso non ha nessuna intenzione di abdicare. Fra urla laceranti e pennate assassine si giunge alla fine del lato con una superba "Mandatory Suicide", dotata di un incedere morboso (il finale è da massacro e delirio) e trita-vertebre, realizzando il non facile compito di fare cinque centri in cinque pezzi. Sono esaltato e credo che girare il piatto non potrà che favorire questo stato di cose.
Si riparte con "Ghosts Of War" che è il perfetto prosieguo della pluri celebrata "Chemical Warfare", in cui si torna a pestare giù di brutto. Le chitarre sono affilate come baionette puntate alla gola, le tetre melodie che ne fuoriescono sovente possiedono l'alone mortifero in cui ci si sente come fantasmi deliranti, come morti in cammino e il riflesso della Falce Scura è pregnante in ogni nota.
L'enfasi con cui attaccano le nostre menti fa impressione, la schizofrenia emanata dalla coppia King-Hanneman non ha eguali al mondo, la classe cristallina di Dave Lombardo non accenna ad affievolirsi. Gli Slayer continuano a essere il polo d'attrazione per tutti i malati della musica più marcia e maligna mai esistita. Non si percepisce il minimo calo, le vibrazioni rilasciate da "Read Between The Lies" e da "Cleanse The Soul" sono già dotate dell'incedere dei grandi classici del gruppo. Gironi danteschi espressi in musica, le visioni di Bosch (di cui si intravedono alcuni particolari nelle orbite della copertina) realizzate con strumentazioni elettriche, il coronamento dell'enfasi demoniaca.
Tralasciando la cover omaggio alla leggenda del metal Judas Priest, preferisco incentrare la mia attenzione su quel capolavoro che è "Spill The Blood". L'atmosfera è macabra, ispirazione, genialità, violenza e perversione sono racchiuse nelle deliranti urla di Tom Araya, su cui l'Angelo della Morte può banchettare con le ossa spolpate della mia carcassa, che offro in sacrificio assieme al mio sangue. Capolavoro!
Gli Slayer sono tornati! I demoni degli Inferi gozzoviglieranno con le vostre anime e voi renderete loro omaggio. Inchinatevi davanti al loro trono, inchinatevi ai signori indiscussi del Death Metal, ai signori indiscussi della Morte.
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Informazioni
Autore: Bosj
Formazione
Daniel Nygren - Voce, Chitarra
Johan Kvastegård - Chitarra
Carl Lindblad - Basso
Jimmy Hurtig – Batteria
Ci sono volute settimane per ricevere il loro album, poi settimane per preparare recensione ed intervista, ma alla fine sono riuscito a fare una rapida chiacchierata con la formazione svedese al debutto. Ecco cosa salta fuori... Una conversazione piuttosto avara di parole e spiegazioni.
Prima di tutto, benvenuti su Aristocrazia. Presentereste la band ai lettori? Cosa devono aspettarsi dai Mother Of God e come ve ne siete usciti con un nome così importante?
Ciao a tutti! Siamo una band heavy rock/stoner/grunge dalle foreste della Svezia. Un muro di suono fuso con i classici degli anni '70 e il grunge dei '90. Un sacco di energia sul palco! La band era in aria, stavamo urlando parole heavy metal a caso e ce ne siamo usciti con questo nome.
"Anthropos" è il vostro primo album ed esce per Small Stone Recordings, etichetta rinomata nel genere. In che modo vi agevola ciò, se vi agevola? La domanda mi porta poi ad un'altra più grande: siamo nell'era del DIY (do it yourself) e dell'autoproduzione, quando è importante, se lo è, avere una casa discografica affermata alle spalle?
Non significa che possiamo starcene in panciolle e aspettare che i soldi arrivino, ma è un nome molto conosciuto nella scena e ci aiuta un sacco con la promozione e sotto molti altri aspetti. Sono molto bravi e si concentrano su tutti i gruppi, non solo quelli maggiori.
Mi sposto su una domanda di "cultura generale": come spieghereste tutte queste band stoner che spuntano dal nulla? Perchè ora, perchè così tante?
Quando abbiamo cominciato nel 2008 non c'erano così tanti gruppi che suonavano questo tipo di musica in Svezia, ma nel 2010 abbiamo visto una "rock-esplosione" con Graveyard e Witchcraft a spronare il cammino. Dopodiché, un'enorme quantità di gruppi è spuntata più o meno ovunque, facendo sì che un sacco di gente riscoprisse la buona musica!
Di nuovo all'album ora: come mai un titolo greco?
"Anthropos" si riferisce al primo uomo, una mente pura che ancora non è stata oscurata. Si adatta alla nostra visione, a come pensiamo che il mondo sarebbe se non ci fossero religione e corruzione. È un album spirituale.
"Anthropos" suona come una collezione di storie, alcune delle quali più veloci, altre più psichedeliche. Ci direste chi sono Lucy e R. McCord? E cosa vi ha portati ad avere una canzone in lingua madre, in mezzo a tutte le altre in inglese?
Lucy, il volto della Madre di Dio [o dei Mother of God, non è possibile capirlo N.d.A.], la scimmia cieca connessa al tutto. Rando è un uomo molto famoso, pensiamo che in molti lo conoscano. Il testo è uscito in Svedese in maniera del tutto naturale per quel pezzo e funzionava a meraviglia.
La copertina è molto bella, personalmente mi piace un sacco. Qual è il suo significato? È Madre Natura o che altro?
Fondamentalmente sì, ma in realtà è a libera interpretazione dell'osservatore. Il merito è di Sanna Albenius che lo ha realizzato!
A sorpresa: se aveste la possibilità, con chi vi fareste un "viaggione" e perchè? E non posso fare a meno di aggiungere la mia domanda preferita: una manciata di album che vi piacciano anche più dell'erba, senza i quali i Mother Of God non avrebbero mai preso vita?
In realtà preferiamo la birra e nessuno di noi aveva mai ascoltato stoner prima di suonarlo. Le rane africane sembrano adatte. Allucinazioni pesanti. [in realtà, io avevo chiesto "in compagnia di chi", ma fa nulla, N.dA.]. Per Daniel: Queens Of The Sone Age – "Songs For The Deaf"; per Carl: The Hellacopters – "Cream Of The Crap Vol. 2"; per Jimmy: gli Alabama Thunderpussy; per Johan: Captain Beyond – "Captain Beyond".
Ok, penso sia tutto. Concludete come meglio preferite, e se avete qualcosa da aggiungere, prego!
Ci imbarcheremo nel nostro secondo tour Europeo con gli Abrahma e suoneremo in Spagna, Francia, Germania e oltre. Mi raccomando date un ascolto alle altre band della Small Stone.
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Gruppo: Paysage D'Hiver
Titolo: Das Tor
Anno: 2013
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Kunsthall Produktionen
Contatti: myspace.com/paysagedhiver
Autore: ticino1
Tracklist
1. Offenbarung
2. Macht Des Schicksals
3. Ewig Leuchten Die Sterne
4. Schlüssel
DURATA: 79:52
Sono pochi i gruppi che riescono a stabilirsi in una nicchia e a mantenere per anni sveglio l'interesse degli ascoltatori. I Paysage D'Hiver, originari del Canton Berna e formati dal solo Wintherr — che milita anche nei Darkspace — appartengono a questa élite. Un ellepì non è mai stato pubblicato e alcune delle cassette demo come quella discussa qui, limitatissime, sono state ristampate su CD e tuttora ambite dal pubblico internazionale.
Siamo nel 2013 e il progetto si ripresenta in sordina dopo sei anni con un lavoro intitolato "Das Tor" ("Il Portale") che si ricollega alle opere uscite nell'ultimo decennio. Come d'abitudine le tracce sono lunghe e la durata di quasi ottanta minuti si distribuisce dunque su soli quattro capitoli. La ricetta degli svizzeri la conoscete: sfondi pieni d'atmosfera offrono l'impalcatura su cui si arrampicano scale di chitarra spesso veloci e ossessive; la voce soffocata o sussurrata è solo un altro strumento nel complesso che l'ascoltatore dovrà considerare in blocco per gustarne la freddezza. L'atmosfera non è solo gelida, ma raggiunge temperature a dir poco artiche, anche grazie alla produzione lo-fi, e sarà la colonna sonora ideale per una passeggiata nell'oscura foresta durante una sferzante tempesta di neve nel prossimo inverno.
I quattro episodi riveleranno all'ascoltatore attento dei paragrafi che gli costeranno una bella fetta di concentrazione, per non fargli perdere la vista d'insieme. Parti di parlato in "Offenbarung" ("Rivelazione") danno un tocco quasi mistico a un disco che è già molto profondo a livello sentimentale; la varietà di sfumature presentate dai Paysage D'Hiver lascia a volte venire la pelle d'oca. La seconda pista, "Macht Des Schicksals" ("Forza Del Destino"), è molto forte e, dopo una lenta introduzione, si scatena in pura disperazione che assale il pubblico con la sua amarezza. In contrasto a questa rassegnazione troviamo "Ewig Leuchten Die Sterne" ("Le Stelle Brillano In Eterno) che grazie alla sua lentezza lascia trasparire un minimo di speranza e di oppressa gioia. Dopo l'immancabile intermezzo di vento feroce che sferza il viso, il lavoro termina con "Schlüssel" ("Chiave"), traccia nuovamente veloce e particolarmente zeppa d'atmosfera meditativa e ancora arricchita da un passaggio di parlato. Sul sito della Kunsthall questa demo appare nella lista di registrazioni che saranno pubblicate in futuro in versione digipak A5, ormai tipica per la casa appartenente a Wintherr.
Il gruppo bernese resta fedele a se stesso, rimanendo indigesto alla maggior parte dei metallari neri ed è un bene che sia così. I Paysage D'Hiver non hanno mai avuto la pretesa di raggiungere le masse con la loro arte e ci rendono davvero lieti non viziando le orecchie indegne dei... "veri blackster" che vivono la moda perché dotata di una immagine figa e malvagia.
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Gruppo: The Dry Mouths
Titolo: And Show Us
Anno: 2013
Provenienza: Spagna
Etichetta: Aneurisma Records
Contatti: thedrymouths.com
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Harry Reems
2. Aid Teken Dogs
3. Song 4444
4. RR En RF
5. Intermental III
6. No Name / Not Named / Nameless
7. Ray Monk
8. Forza E.T
9. Indelible
10. A Song For Candela
11. Dawn The Star
DURATA: 56:45
Sono passati appena due mesi da quando vi parlai di "Moon's True Delay Lenght Wah Foo Era", secondo album degli spagnoli The Dry Mouths, e ora ho già il piacere di presentarvi il successore "And Show Us". Ulteriore appagamento mi viene infuso dal fatto che, anche questa volta, possiamo dare ampiamente credito al detto secondo cui il terzo disco sarebbe quello della maturità.
Andiamo però con ordine: le caratteristiche dell'uscita precedente non sono state stravolte; con "Harry Reems", "Ray Monk" e l'agrodolce "Indelible" abbiamo dunque a che fare con un Rock tipico per gli Anni Novanta, un Rock dal potenziale radiofonico (non lasciatevi trarre in inganno da tale espressione) pieno di qualità e povero di ruffianeria da classifica, in cui si inseriscono rapporti dal classico sapore alternativo americano e certe correnti che lambiscono le coste del movimento Indie tipico delle terre d'Albione. Sono poi semplicemente stupendi pezzi come "Aid Teken Dogs", "Song 4444" e "No Name / Not Named / Nameless" ove viene eretta una muscolarità di colore grigiastro che ci catapulta dritti dritti nella Seattle di vent'anni fa, nel bel mezzo dell'esplosione Grunge. Come è ovvio che sia, dunque, abbiamo Nirvana e Alice In Chains a fare da aprifila verso una forma espressiva contorta, disillusa e duramente provata dall'angoscia della vita.
Non finisce qui: "RR En RF" e "Forza E.T" sono gli episodi in cui la forma del Rock finora ascoltato inizia a odorare di polvere riarsa, in cui le movenze sfacciate e grezze dello Stoner si accoppiano con i tratti alternativi dei Queens Of The Stone Age, ma senza mai abbandonare del tutto l'impronta Grunge e, di conseguenza, rimembrando in certe occasioni alcune delle sfaccettature dello stile Soundgarden. Ciò che è impossibile da non notare è come il trio di musicisti sia in grado di destreggiarsi agevolmente all'interno degli umori cangianti della scaletta, tra una componente da disturbato e visionario viaggio mentale (la lunga "Dawn The Star"), atmosfere nervose ("Intermental III") e desolate malinconie ("A Song For Candela"); la voce è altresì lodevole per la capacità di modellarsi, seppur con minime mutazioni, a seconda della venatura emozionale in quel momento prediletta.
Concludendo, vorrei ancora segnalarvi che sul sito della band è possibile scaricare in maniera gratuita tutti e tre i lavori prodotti finora. Non penso di avere altro da dire, perché a questo punto avrei già dovuto convincervi della bontà della proposta dei The Dry Mouths. Ascoltate sempre con una certa dose di nostalgia dischi appartenenti alle razze e agli anni tirati in ballo? Allora "And Show Us" fa davvero per voi, un album veramente molto bello che non dovreste proprio perdervi!
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Gruppo: Deceptor
Titolo: Chains Of Delusion
Anno: 2013
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Shadow Kingdom Records
Contatti: facebook.com/deceptoruk
Autore: Mourning
Tracklist
1. Transmission I
2. To Know Infinity
3. Heatseeker
4. Transmission II
5. Sentient Shackles
6. Oblivion's Call
DURATA: 19:31
Quando Tim McGrogan, titolare della Shadow Kingdom Records, ripone fiducia in un progetto difficilmente si sbaglia. La sua è una di quelle etichette delle quali ci si può fidare ciecamente, il rischio di ricevere delle delusioni è quasi azzerato. L'inserimento all'interno del proprio roster dei britannici Deceptor, band nella quale militano l'attuale batterista dei Solstice e membro dei Craven Idol James Ashbey, l'ex bassista (qui anche voce) dei Mutant Paul Fulda e Sam Mackertich alla chitarra e voce, rappresenta l'ennesima scommessa che lo statunitense è pronto a vincere; non senza qualche ostacolo, ma ci riesce.
Il trio, dopo aver pubblicato due demo ("Start The Assault" e "Bound To The Oath") e un ep ("Soothsayer"), si rifà vivo nel 2013, ancora una volta con una mini prova. Intitolato "Chains Of Delusion", il lavoro contiene sei tracce, due delle quali sono brevi intermezzi, uno posto in apertura e l'altro a metà lavoro, entrambi nominati "Transmission", la scaletta è quindi ridotta a sole quattro tracce di buonissimo speed-thrash. Gli anglosassoni dimostrano di essere in possesso della grinta e delle capacità per dar vita a canzoni che, utilizzando sia i muscoli che una struttura tecnica più che discreta nel tentativo di vivacizzarne il corso (nonostante su quest'ultimo aspetto ci sia ancora da lavorare), provano a dire la loro.
Se è vero che "Heat Seeker" e la conclusiva "Oblivion's Call" risultano apprezzabili per il modo in cui sfruttano i cambi di tempo, con la seconda decisamente multisfaccettata e meglio elaborata, "To Know Infinity" invece è costretta a difendersi tramite una composizione elementare che non dispiace, evidenziando però dei limiti che non appartengono a "Sentient Shackles", nella quale è stata innestata una lieve forma progressiva ad accrescerne il potenziale. Rimandi ai grandi dell'heavy quali Judas Priest e Maiden sono udibili nel sound, così come in alcuni momenti la voce sembra avvicinarsi a quella di Cronos, senza però mai diventare acida e graffiante come quella dei leader dei Venom.
I Deceptor dunque, pur rimanendo profondamente ancorati al metallo di stampo inglese, cercano di scuotere le acque. Certo la produzione approssimativa non gioca a loro favore, tuttavia "Chains Of Delusion" è l'ennesima riprova che il materiale sul quale poter continuare la propria crescita c'è. In attesa che la band ne dia conferma attraverso un'esposizione musicale di durata maggiore (sì, signori, ci vuole un album), vi consiglio di ascoltare l'ep e inserirli nella lista dei nomi "da rivedere" in futuro, per ora la promozione se la sono guadagnata sulla fiducia.
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Informazioni
Gruppo: Kepsah / Graad
Titolo: Split 10"
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Annoying Records
Contatti: facebook.com/kepsah - facebook.com/pages/Graad/217546284965374
Autore: Istrice
Tracklist
1. Kepsah - Coelispex
2. Graad - Summoning
DURATA: 25:37
È un vinile 10" a tiratura rigorosamente limitata quello che contiene la collaborazione fra due realtà estremamente interessanti dell'underground nostrano. Due realtà non ancora emerse agli occhi del pubblico più numeroso, ma sicuramente meritevoli d'essere tenute sott'occhio, vista la qualità della proposta contenuta nel disco in questione.
Aprono le danze i trentini Kepsah, band che macina un post-hardcore intenso e dilatato. Il brano parte da lontano, un arpeggio appena percettibile che lentamente si ingrossa, e risveglia l'ascoltatore dal torpore provocato dall'incipit. È una progressione inesorabile quella che porta al cuore di "Coelispex", un agglomerato di distorsioni, un riffing ossessivo che strizza l'occhio allo sludge psichedelico d'oltreoceano, arricchito dall'inatteso inserimento di un sax caldo e coinvolgente, che crea un momento di distensione, ma è solo l'occhio del ciclone, pochi secondi e si viene rigettati nel disturbante turbinio post-whatever che cede il passo solo nei minuti finali del brano.
Le coordinate musicali di Graad invece sono differenti, drone e black ne sono gli ingredienti principali. In "Summoning" ci accoglie il canto stonato di un muezzin, l'atmosfera si fa immediatamente irrespirabile, mentre l'autore lascia cadenzati droni distorti dietro di sé. Un accenno di melodia si fa strada fra le macerie, mettendosi sempre più in evidenza, in un costante arricchimento e sovrapposizione di tracce sonore. Bisogna attendere la metà del pezzo per sentire lo scream di Bøulevard Pasteur (membro unico della band) insinuarsi nel tessuto musicale e condurre l'ascoltatore verso l'esplosione, verso la feroce cavalcata post-black che compone l'ultimo terzo di brano. La batteria è un martello, costantemente inseguita dalle chitarre, zanzare in cerca di sangue, sempre pronte a ripartire più feroci di prima ogni volta che il brano sembra giungere a una conclusione. Gran pezzo.
Ancora una volta il sottosuolo italico si dimostra ricco di idee e di talento.
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Informazioni
Gruppo: Mother Of God
Titolo: Anthropos
Anno: 2013
Provenienza: Smedjebacken, Svezia
Etichetta: Small Stone Recordings
Contatti: motherofgod.se - facebook.com/MOGmusic
Autore: Bosj
Tracklist
1. 230
2. Graenslandet
3. The Forest
4. Aim For The Sun
5. Adrift
6. To Live
7. Hoenan
8. Windows
9. Something From Below
10. R. McCord
11. Lucy
DURATA: 47:57
Un logo tondeggiante e sessantiano, una copertina dai colori sgargianti e pastello, un'etichetta, la Small Stone, tra le più rinomate della scena. Se dal colpo d'occhio non riusciste a inquadrare la proposta dei Mother Of God, quartetto svedese all'esordio, probabilmente vi converrebbe passare oltre. Dopo un breve ep un paio d'anni fa, la band arriva oggi al debutto con "Anthropos", arricchendo il parco stoner (stavolta più rock che metal) dell'ennesima, valida uscita.
Registrato e prodotto in patria, ma masterizzato ai Baseline Audio Labs di Chris Goosman, personaggio già in console, tra gli altri, per gli Acid King e in generale una valanga di artisti di casa Small Stone, "Anthropos" è un disco di stampo classico, sempre a mezza via tra la cavalcata ("230") e picchi di acidità più marcati ("Something From Below"), condito da un immaginario più o meno fantastico, da quella che sembra una specie di Madre Natura in copertina (e visto il nome del gruppo, ci sarebbe da aspettarselo) a una specie di resurrezione infernale nel testo di "To Live". La prima metà del disco, dal tono più aggressivo e caciarone, lascia libero sfogo alle composizioni più accelerate e veloci, tuttavia la formazione dimostra qualche limite quando pigia a tavoletta: i brani, seppur tutti ben confezionati e godibili, si amalgamano un po' troppo l'un l'altro, non fornendo effettive "ancore" all'ascoltatore. Il disco scorre, però difficilmente ci si ritrova a canticchiare un ritornello o fischiettare un riff particolarmente accattivante. È invece con gli ultimi brani, i più lunghi, i più psichedelici, i più "fatti", che la band di Smedjebacken tira fuori gli artigli: "Something From Below" riesce, pur nella forma canzone, a richiamare atmosfere dilatate e quasi spettrali, da grandi spazi americani, mentre la conclusiva "Lucy" è un malinconico viaggio metafisico, emblema della condizione umana, che alle volte alza il ritmo, solo per poi tornare, mestamente, su riff decompressi ripetuti e ripetuti.
In tutto questo, la voce di Daniel Nygren: fino all'ultimo non sono riuscito a decidere se mi piacesse o se invece fosse un insopportabile lamento. Alla fine mi sono reso conto che mi piaceva proprio perché, nel suo essere insopportabile lamento, è l'unica possibile interpretazione coerente della musica degli Scandinavi. Non ci sono atmosfere calde e roboanti, e per quanto il timbro di Nygren possa inizialmente ricordare un John Garcia qualunque, la voce dei Mother Of God è portatrice di acidità, di psichedelia, di un viaggio che, a un certo punto, è andato inevitabilmente storto. E proprio per questo merita di essere raccontato più di tanti altri.
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Informazioni
Gruppo: Lilium Sova
Titolo: Epic Morning
Anno: 2012
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Calofror Records
Contatti: facebook.com/liliumsova
Autore: Mourning
Tracklist:
1. 1.00 a.m. Locked-In Syndrom
2. 2.00 a.m. Insomnia
3. 3.00 a.m. Call Of Sova
4. 4.00 a.m. Parasomnia
5. 5.00 a.m. Premonition
6. 6.00 a.m. Ondine's Curse
7. 7.00 a.m. Dawn Of Sweet Villain
8. 8.00 a.m. Epic Morning
DURATA: 52:31
La Svizzera sta tirando fuori band fantastiche una dietro l'altra. Il movimento che attinge da generi come post-metal, mathcore, progressive rock e free jazz (con nomi quali Kehlvin, Aside From A Day, Process Of Guilt, Rorcal, Unfolg, Yog, Knut e tanti altri) sta arricchendo un panorama che è di per sé in costante crescita. I Lilium Sova però me li ero proprio persi. Il trio di Ginevra — composto da Cyril Chal (basso), Timothée Cervi (batteria) e Michael Borcard (sax e tastiere) — si cimenta in un "pastone" musicale che non segue coordinate ben precise. Sembra d'incrociare una collisione fra Zu, Mike Patton, Primus, Dillinger Escape Plan e colonne sonore varie, non si comprende tuttavia se siamo all'interno di un film horror o centrifugati intellettualmente da atmosfere devianti alla David Lynch. In pratica è un massacro che non rinnega uno sfregarsi incendiario né una placida forma di grigiore nebbioso.
In questo strano excursus dal titolo "Epic Morning", la band ci racconta in note quello che avviene nelle ore che conducono dall'inizio di una nuova giornata sino al risveglio qui indicato per le otto, con il passaggio dalla mezzanotte all'una papabile come il "fresh start" quotidiano. Durante questo lasso di tempo lo scenario che si verrà a delineare sarà tutt'altro che accostabile a una dormita salutare e dedita al recupero delle forze. La prestazione quasi del tutto devota all'esecuzione strumentale dei brani è squilibrata e disarmonica, con la voce dell'ospite Yonni Chapatte (Kehlvin e Yog) che appare in "7.00 a.m. Dawn Of The Sweet Villain". Immaginate di essere sulle montagne russe e avere la certezza che la giostra in questione sia fuori controllo: ecco, i Lilium Sova non amano il controllo e quindi divampano e si spengono, azzardano accelerazioni assordanti e ritmiche scomposte, per poi tornare sui propri passi e addensare l'atmosfera.
Le canzoni tracciano una linea mai retta: il vortice sincopato dai tratti melodici di "1.00 a.m. Locked-In Syndrom" viene assecondato dalla seducente, ansiosa e paranoica compagnia offerta dal sax in "2.00 a.m. Insomnia". Lo schizofrenico palpitare del basso, il quale domina le chitarre liberandole solo in alcuni frangenti di pura follia in "3.00 a.m. Call Of Sova", ci annuncia l'avvento di una percezione dronica e assillante in "4.00 a.m. Parasomnia". Il titolo è indovinatissimo e le varie patologie racchiuse in questo disordine del sonno vengono rappresentate in maniera straordinaria: provate ad andare incontro alla musica e immaginate come la vivrebbe un personaggio affetto da bruxismo, sonnambulismo o incubi notturni, è davvero dissestante. "5.00 a.m. Premonition" — che per la durata striminzita si potrebbe immaginare come una pausa prima della ripresa dei lavori — è un minuto e poco più di pesantezza cupa pronta ad affliggerci, il preludio adeguato all'entrata in scena di una delle canzoni più interessanti del disco, "6.00 a.m. Ondine's Curse". L'orrore e la frustrazione raggiungono l'apice, l'accordion e il violoncello, suonati rispettivamente da Eugénie Gallay e Loïc Blazek, intensificano il corso degli eventi, miscelandosi con la progressione di stampo cosmico settantiano realizzata dalle tastiere.
Raggiungere "7.00 a.m. Dawn Of Sweet Villain", settimo capitolo in scaletta, è stato gradevolmente faticoso e sono dovuto necessariamente tornare più volte indietro, provando a unire i pezzi di un puzzle che deve ancora completare la sua figura. Stavolta l'atmosfera è febbricitante, la voce di Yonni scortica l'aria, la fase centrale alleggerisce il carico, puntando sull'arricchimento dell'ambiente, sino a una nuova esplosione che spalanca le porte al mastodonte conclusivo, la titletrack. Ventidue minuti di epicità che annettono tutto ciò che avete ascoltato in precedenza, rimescolandolo e riversandovelo contro senza il minimo ritegno. Cala il sipario, ma lo spettacolo meriterebbe di essere replicato immediatamente.
È fuori di dubbio che assecondare le voglie dei Lilium Sova non sia proprio facilissimo e che un disco come "Epic Morning" sarà apprezzato soprattutto da coloro che masticano con frequenza questo tipo di uscite discografiche. Se però amate la buona musica, una prova vi direi di farla: c'è talmente tanta roba all'interno del lavoro che, con molta probabilità, potreste trovare delle affinità o semplici emozioni da condividere in sua compagnia. Per i seguaci del genere l'acquisto è altamente consigliato.
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Gruppo: Mephorash
Titolo: Chalice Of Thagirion
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Grom Records
Contatti: facebook.com/Chaliceofthagirion
Autore: Mourning
Tracklist
1. Chalice Of Thagirion
2. Corpus Christi
3. From Orcus Into Erebos
4. Membrorum Defecerit
5. νεκρος
6. Radiance From The Sacred Shine
7. Servant
8. Legion, For We Are Many
9. Descension Of Daath
10. The Odius Gospels
11. Ain Soph
DURATA: 56:55
I Mephorash sono svedesi e suonano svedese. La formazione di Uppsala, ancora una volta in collaborazione con la Grom Records, immette nella scena un album che fa del proprio stile nazionale il fondamento basilare. La band infatti non si discosta da quanto già "raccontato" da nomi più noti quali Dark Funeral, Marduk e in parte Svartsyn e Watain, risultando sì derivativa, ma facendo anche intravedere la volontà di fornire ai pezzi un senso senza ridurli a una mera copia carbone di quanto prodotto in passato.
Dopo un "Death Awakens" che mostrava il fianco sul lungo andare, pagando pegno per la sua immaturità compositiva, è arrivato "Chalice Of Thagirion". Oddio, non attendetevi chissà quale pirotecnia o miglioria assurda all'interno della forma canzone, è però evidente che il complesso abbia acquisito una robustezza e una caliginosa volontà d'intento che erano assenti nel debutto e ciò fa sì che il nulla di nuovo rappresentato nell'intera scaletta divenga un accompagnamento oscuro e ben accetto a chiunque si consideri un appassionato delle sonorità "made in Sweden".
Del resto non riesco a individuare una reale carenza nel modo di "comunicare" dei Mephorash, formalmente sono ineccepibili. Nelle situazioni in cui non è la soluzione tecnica a supportarli al 100% entra in gioco quella passione — oggi sin troppe volte messa di lato — che spinge dannatamente i brani rendendoli appetibili, liberi di esprimere quel desiderio di primordialità che li domina. Inoltre la buona produzione, capace di rendere anche discretamente intellegibile il cantato di Ors, è il tassello posto a completamento di un quadro musicale offerto da una sincera e devota uscita Black Metal.
Con tutta probabilità la proposta degli scandinavi scuoterà l'animo esclusivamente a coloro che sono ossessionati dall'ascolto di questa precisa tipologia d'album. Se pensate quindi di rientrare in tale categoria, dovreste almeno provare a dare una possibilità a "Chalice Of Thagirion": la sua la dice e la maniera con la quale lo fa vi risulterà gradita.
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Gruppo: Deathmarched
Titolo: Spearhead Of Iron
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Violent Journey Records
Contatti: facebook.com/deathmarched
Autore: Mourning
Tracklist
1. Eve Of The Battle
2. Go War
3. Open Fire!
4. Death Master
5. In The Gory Fields Of Death
6. Iron Coffins
7. Sonderkommando III
8. Massmurderer
9. Sniper
10. The Witch Of Horror
11. Deathmarched
DURATA: 37:13
La formazione finnica dei Deathmarched è composta da veterani della scena, musicisti che ormai da anni solcano il panorama estremo avendo fatto parte, o facendone tuttora, di gruppi quali God Forsaken, Putrid, Bloodride, Funeral Planet, Veristi, Cryptic e Unshine. Perché dar vita a una nuova creatura allora? Chi lo sa, fatto sta che il 2012 per loro è stato l'anno del debutto con "Spearhead Of Iron", una classica incarnazione di death metal nella quale si fondono la matrice thrash, le scanalature profonde fornite dal groove e quel piglio epico battagliero riconducibile a più nomi, tutti distinguibilissimi.
Potrei mettermi qui a scrivere una lista di band che influenzano palesemente il suono dei Deathmarched, ma — dato che sono veramente evidenti — eviterei di dilungarmi, anche perché il difetto più grande insito nel disco è quello di seguirne pedissequamente le orme. Pur nutrendosi con devozione dello stesso spirito, la prestazione manca di quella vitalità che il passato del genere possiede. "Spearhead Of Iron" è pesante, duro e rozzo quanto basta, tira fuori i denti in un paio di circostanze ("Go War", "In The Glory Fields Of Death", "Sonderkommando III", "Massmurderer"), le quali fanno sperare in un cambio di marcia, o quantomeno in una presa di posizione, che possa garantire una "sveglia" alla fiera conquista che sembra sia in atto e che invece si pone appiattita nel corso della scaletta.
Intendiamoci, il disco è tutt'altro che definibile brutto e chi ama il death metal suonato e vissuto alla vecchia maniera lo gradirà come compagnia da infilare nello stereo. Gli si può chiedere però di affiancare l'orecchio esclusivamente in quel ruolo, poiché difficilmente troverà una strada che lo conduca a divenire un ascolto fisso e perpetuato nel tempo.
I Deathmarched hanno le idee ben chiare, sono sicuro che il futuro li vedrà proseguire su questa rotta e ciò che si chiede a coloro che suonano questo genere da una vita è di mettere un po' di se stessi all'interno del proprio lavoro. I musicisti interpretano il death con professionalità e con la conoscenza di chi questo mondo lo vive da una vita, adesso serve un pizzico di pepe "personale" nella proposta, renderla insomma compositivamente meno "canonica" e, se vi riuscissero, da lì in poi si parerebbe loro dinanzi una via in sola discesa.
A chi consigliare un album come "Spearhead Of Iron"? Ovviamente agli adoratori dell'old school senza compromessi. Se appartenete a tale cerchia d'ascoltatori, almeno una possibilità gliela dovreste dare.
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Information
Author: Bosj
Lineup
Daniel Nygren - Vocals, Guitars
Johan Kvastegård - Guitars
Carl Lindblad - Bass Guitar
Jimmy Hurtig - Drums
It took me weeks to receive their album, then weeks to prepare the review and the interview, but finally I managed to have a quick talk with the debuting swedish combo. This is what comes out of it... An interview quite cheap on words and explanations.
First of all, welcome on Aristocrazia Webzine. Would you introduce the band to our readers? What shall they expect from the Mother Of God, and how did you come up with such an important monicker?
Hello everyone! We are a heavy rock/stoner/grunge band from the forests of Sweden. A wall of sound fusioned with 70's classic rock and 90's grunge. A lot of energy on stage! The band was wasted, screaming heavy metal words and came up with the name.
"Anthropos" is your first album, and comes out on Small Stone Recordings, a renowned name in the genre. Is it helping someway? This question leads to a wider one: since we are in the DIY era, how important is it to have a label backing you up? If it is, of course.
It does not mean that we can lay back and see the money rolling in, but it's a well known name in the rockworld and help us a lot with promotion and a lot of other things. They are really good and focus on all bands, not only the bigger ones.
Moving on to a "general culture" question: how would you explain all these stoner acts springing out of the blue? Why now, why so many?
When we started 2008 there was not many bands playing this kind of music in Sweden but in 2010 we saw an rockexplosion with Graveyard and Witchcraft that lead the way. After that, a huge number of bands started show up everywhere, making many people rediscover the good music!
Back to the album now: why did you give it a greek title?
"Anthropos" refers to the first man, pure minded that has not been darkened. It fits our point of view how we think the world would look, without religion and corruption. It's a spiritual album.
"Anthropos" sounds like a collection of stories, some of which are faster, while others are more in a psychedelic vein. Would you mind telling us who Lucy and R. McCord are? And what led you to have a one and only track in your mothertongue, among other ten pieces in english?
Lucy, the face of Mother of God, the blind monkey connected to everything. Rando is a really famous man, We think many know who he is. The lyrics came naturally in Swedish for that song and it worked out good.
The artwork is impressive, I personally like it a lot. What is its meaning? Is it Mother Nature or what?
Basically yes, but it's up to the viewer really. Credits to Sanna Albenius making it!
Out of the blue: if you had the chance, who would you get stoned with and why? And I cannot miss my favourite question: a bunch of albums you like even more than weed, without which Mother Of God would have never come to life?
We actually prefer beer and none of us actually listened to stoner before playing it. The african frogs seems nice. Heavy hallucinations. [actually, I meant "in company of who" would you get stoned, but whatever - Bosj]. Daniel: Queens Of The Sone Age – "Songs For The Deaf"; Carl: The Hellacopters – "Cream Of The Crap Vol. 2"; Jimmy: Alabama Thunderpussy – Any album; Johan: Captain Beyond – "Captain Beyond".
Ok, I think it is enough. You can conclude the way you want, and if you have something to add, please feel free to go on!
We are going on our second Europetour with Abrahma, playing in Spain, France, Germany and more. Make sure to check out more cool bands from Small stone records.
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