Informazioni
Gruppo: Chthonic
Titolo: Bú-Tik
Anno: 2013
Provenienza: Taiwan
Etichetta: Spinefarm Records
Contatti: facebook.com/chthonictw
Autore: Insanity
Tracklist
1. Arising Armament
2. Supreme Pain For The Tyrant
3. Sail Into The Sunset's Fire
4. Next Republic
5. Rage Of My Sword
6. Between Silence And Death
7. Resurrection Pyre
8. Set Fire To The Island
9. Defenders Of Bú-Tik Palace
10. Undying Rearmament
DURATA: 40:40
Promemoria per il futuro: mai fidarsi dei brani che anticipano l'uscita di un album. Non perché le band scelgano sempre i pezzi peggiori: piuttosto il motivo è che spesso un disco va ascoltato dall'inizio alla fine, poiché i singoli tasselli di cui è composto hanno bisogno di essere inseriti all'interno del puzzle per assumere un senso. Questa è la lezione che ho imparato grazie a "Bú-Tik", settimo full dei Chthonic basato su una della pagine più nere della storia di Taiwan noto come 228 Incident. Vi state chiedendo cosa possa avere questo disco di così speciale da potermi addirittura insegnare qualcosa? La risposta arriverà presto, ma andiamo con ordine e partiamo proprio dai pezzi pubblicati in anteprima.
È passato oltre un mese da quando, sulla pagina Soundcloud della Spinefarm Records, apparve una traccia intitolata "Next Republic" e all'ascolto di questa le mie speranze per questo lavoro iniziarono a tremare: non esagero se dico che per almeno due giorni non feci altro che chiedermi perché si fossero avvicinati in quel modo al sound di band quali Children Of Bodom e Wintersun (ancora non ho assorbito del tutto la sofferenza provocata da "Time I"), quel Death melodico misto a Power che col tempo è diventato sempre più stucchevole e scontato. Non passa molto tempo e arriva finalmente il primo video, "Defenders Of Bú-Tik Palace" è un brano che risolleva relativamente il mio morale, allontanandosi dalle sonorità "powerose" di "Next Republic", anche se non riesce a convincermi del tutto. Il terzo e ultimo antipasto è "Sail Into The Sunset's Fire" che segue la scia del secondo arrivato, aumentando però la mia preoccupazione, non avendo ancora sentito ciò che mi aspettavo.
Arriviamo quindi all'uscita dell'album, e data la premessa vi aspetterete che vi dica di fare finta di non aver letto il precedente paragrafo: no, affatto. L'intero album è infatti basato su questo stile che ormai non propone nulla di nuovo da anni e segue la strada intrapresa dai taiwanesi in "Mirror Of Retribution" e "Takasago Army". Ora sì, è il caso di chiederselo: perché questo disco è così speciale? Non voglio farvi attendere oltre per la risposta, o meglio per le tre risposte.
Il primo motivo per cui "Bú-Tik" colpisce sono le atmosfere: togliete il feeling orientale a questo lavoro e avrete dieci tracce decisamente innocue. Al contrario, la strumentazione Folk è integrata maggiormente nel sound: spicca come al solito l'erhu (una sorta di violino diventato ormai marchio di fabbrica della band), ma è impossibile non notare il koto all'inizio di "Supreme Pain For The Tyrant" o il flauto che apre e chiude l'album. Le tastiere di CJ Kao contribuiscono alla creazione di queste sensazioni esotiche e più epiche che mai, inoltre grazie ai suoni meno "plasticosi" di quelli degli ultimi dischi tornano a essere uno dei punti di forza dei Chthonic. Consiglio, inoltre, di ascoltare la versione cantata in taiwanese dell'album: i testi saranno sicuramente meno comprensibili, tuttavia l'effetto donato dalla lingua è importante in casi come questo.
La seconda ragione è la varietà che, almeno a me, ha necessitato di alcuni ascolti per essere compresa. Se apparentemente e formalmente questo non è altro che un album Melodic Death, possiamo trovare piccole divagazioni di genere che — invece di modificare il sound verso uno stile ben preciso — preferiscono muovere piccoli passi in diverse direzioni a seconda dell'esigenza. Maggiore protagonista di ciò è la chitarra di Jesse Liu, capace di spaziare dalle le influenze Power di "Next Republic" ai numerosi passaggi carichi di groove, per non parlare degli assoli che sembrano trarre vagamente ispirazione dal Metal più classico e arrivando a una canzone come "Between Silence And Death" che alterna riff caratteristici della band a una chitarra solista che sembra uscita da una semi-ballata romantica, assolutamente uno degli episodi migliori. Anche la batteria offre una prestazione molto variegata, con tanti cambi di tempo repentini e sempre azzeccati seguendo l'atmosfera.
Il terzo e ultimo motivo è quello che in realtà risponde definitivamente alla domanda iniziale: la scaletta. Dopo non pochi ascolti ho realizzato quanto la disposizione dei brani contribuisca all'effetto complessivo: la partenza in quarta con "Supreme Pain For The Tyrant", l'epicità dei cori nell'accoppiata a seguire, l'alternanza tra parti aggressive e atmosferiche dei pezzi successivi che conducono al finale di "Defenders Of Bú-Tik Palace", che in questo modo viene valorizzata come merita; personalmente la considero uno dei brani migliori mai composti dalla band, è diventata un ascolto quotidiano ormai.
In definitiva l'album scorre che è una meraviglia, merito anche della prestazione dei singoli musicisti: oltre a quelli già citati, è degno di nota il trio di voci capitanato da Freddy e supportato in diverse occasioni da Jesse e Doris. Probabilmente questa è l'uscita più matura dei Chthonic dai tempi di "Seediq Bale", la speranza è che in futuro non si fossilizzino troppo su questo stile, poiché sarebbe rischioso. Per ora però godiamoci questo "Bú-Tik" e non lamentiamoci troppo, non ce ne è motivo.
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Gruppo: A.A.V.V.
Titolo: Speed Metal Hell Vol. I & II
Anno: 1987
Provenienza: varie
Etichetta: Steamhammer
Contatti: non disponibili
Autore: ticino1
Tracklist
"Speed Metal Hell Vol. I"
A1 Savage Grace – Master Of Disguise
A2 Savage Grace – Fear My Way
A3 Attila – Lucifer's Hammer
A4 Shining Blade – Winged Snake
A5 Battle Bratt – Henchman
A6 Artillery – Hey Woman
B1 Medieval – World War Four
B2 Midnight Vice – Vice Squad
B3 Stiletto – Through The Night
B4 At War – Eat Lead
B5 Executioner – Victims Of Evil
B6 Whiplash – Thrash 'Till Death
B7 Whiplash – Chained Up Tied Down
"Speed Metal Hell Vol. II"
C1 At War – Rapechase
C2 Mayhem – Loving Tribute / Buried Alive
C3 Samhain – Plague Of Messiah
C4 Anvil Bitch – Neckbreaker
C5 Savage Thrust – Crown Of Thorns
C6 Deathrash – Buried Alive
C7 Annihilation – Annihilation
C8 Vice – Ready To Fire
D1 Aggression – Metal Slaughter
D2 Tempter – Don't Get Mad, Get Evil
D3 Flotsam And Jetsam – Hammerhead
D4 Wargod – Day Of Attonement
D5 Outrage – Cracks Under The Ice
D6 Post Mortem – Ready To Die
D7 Monolith – Why Don't You Die
DURATA: 86:18
Che palle la scuola, dell'apprendistato non me ne frega più di quel tanto; l'unico vantaggio è rappresentato da quei pochi franchi che mi entrano in tasca alla fine del mese. E poi... c'è la Match Records vicino alla stazione di Bellinzona per spenderli. L'estate di questo '88 sta finendo, l'aria è ancora piacevole per gironzolare fino a quando non partirà uno degli ultimi bus che, ahimè, girano solo fino alle sette di sera, in direzione di quella mia casa tanto snervante. Così per caso, sì davvero, devo passare davanti alla Match Records per recarmi alla stazione della corriera e dunque decido di entrarvi. Il "Pastina" è lì, come quasi ogni dì e consiglia competentemente la sua clientela nel suo piccolo negozio collegato allo studio K-Sound che è uno dei primi indirizzi per i musicisti ticinesi. La fame del mio portamonete è più grande del suo contenuto e l'economia delle forze è d'obbligo. Mi trovo fra le mani un LP e il doppio intitolato "Speed Metal Hell" in vinile rosso che già con questo attributo è particolarmente figo. Il prezzo è però l'argomento principale ora. La puntina del giradischi decide e dunque il bottino della SPV finisce in cartella! Non vedo l'ora d'arrivare a casa...
Cautamente poso il mio tesoro sul piatto, i solchi emettono i soliti scricchiolii e ora, finalmente, delle note per me insolite, rozze, primitive, a volte senza tanto pathos, m'investono. "Master Of Disguise" è un nuovo mondo per me; come si chiama il gruppo? Savage Grace... chissà se troverò in giro poi un disco completo? Leggo le note... ah, è una collezione di demo? Mah, vedremo. Manco posso accomodare il mio sedere sul letto e già devo fuggire davanti a un attacco sonoro come "Lucifer's Hammer"? Che cazzo ho comprato? Attila? Che nome cattivo per un gruppo... Una botta dopo l'altra m'inchioda alla croce interiore! L'esaltazione pura mi assale. Chi conosceva gruppi così violenti e brutali? Una figata è che ci sono pure gli indirizzi di contatto per ogni formazione, ma chi li ha i soldi? Ahrgh... che cosa è questo, minchia! Artillery? "Hey Woman"? UAAAAAH! Il mio cranio soffre ora di epilessia, non smette di scuotersi, ed è ormai drogato da questo pezzo danese tanto secco e irruente. Sopravvivrò fino alla fine della seconda facciata? Altre due mi aspettanooooo! L'adrenalina è ora al massimo; cambio disco.
Carogna è chi mi tocca o chiede questo disco per l'ascolto! Oramai sono "Speed Metal Hell"-dipendente e non posso farci niente... Samhain... "Plague Of Messiah"! Meglio di qualunque collezione di "Le Ore"! La violenza ha per me un nuovo nome! Sono ancora tante le note e i ritmi che mi affascinano. Dopo aver sentito molti passaggi impregnati da malvagità pura, diverse canzoni mi sembrano prive di sostanza... e che cazzo... ce n'è comunque abbastanza. "Cracks Under The Ice" mi ravviva la fantasia e penso a come, pattinando sul riale ghiacciato, potrebbe succedermi proprio un piccolo incidente. I Post Mortem non sono da ignorare e spaccano senza alcun senso i miei timpani tutt'altro che delicati.
Scusate, devo riascoltarmi questi dischi, pussate via.
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Gruppo: Blood Of Seklusion
Titolo: Caustic Deathpath To Hell
Anno: 2012
Provenienza: Modena, Emilia-Romagna, Italia
Etichetta: Butchered Records / Sevared Records
Contatti: facebook.com/bloodofseklusion
Autore: Bosj
Tracklist
1. Flogging Deathstorm Of Pain
2. Epidemic Madness
3. The Darkest Of The Graves
4. Dead Dominion
5. Embracing Death
6. Liar In Darkness
7. Beware Of The God
8. Freezing In Fire
9. Decorations For The End Of All Days
10. The Scaffold
11. My Desire
12. Celebration To Death
13. The Riding End
DURATA: 48:40
I Blood Of Seklusion arrivano da Modena, sono in tre e — se non fosse stato per il suggerimento di un amico - qui ad Aristocrazia ce li saremmo persi per strada. E perdersi un disco come "Caustic Deathpath To Hell", lo dico col cuore, sarebbe stato un gran peccato. Magari non è l'album che ti cambia la vita, ma certamente è quello che ti raddrizza la giornata: disponibile da ormai un anno, consta di poco meno di cinquanta minuti (sì, è un po' lungo) di death metal duro e puro, concepito, suonato, cantato, registrato (in tre diversi studi, però sempre nella nostra pianura), prodotto e sbattuto in faccia all'ascoltatore senza deviazioni.
Già dall'intro, che in realtà più che un'intro è un vero e proprio brano strumentale, si capiscono le intenzioni del trio: far sanguinare le orecchie allo sventurato metallaro che si imbatterà in questa prima, corposa fatica sulla lunga distanza. I mezzi tecnici ci sono tutti: il basso "grosso così" di Alberto Dettori, il riffing 101% europeo di Daniele Lupidi (anche autore dell'ottima grafica a corredo del lavoro) e la batteria variegata e sempre precisa di Marcello Malagoli. Alla "ricetta del trio" ormai più che collaudata si aggiunge poi la particolarità, ossia il fatto che tutti e tre i membri cantano, donando alle parti vocali di "Caustic Deathpath To Hell" la giusta sfumatura di varietà, nonostante il growl sia l'unico stile di espressione.
I territori entro cui si muovono i modenesi sono a loro volta piuttosto diversificati, senza tuttavia mai uscire dal seminato: c'è qualche rimando death'n'roll con annesso tupa-tupa ("The Darkest Of The Graves"), c'è il riffing monolitico corredato da un blast-beat indefesso ("Freezing In Fire"), c'è l'episodio più oscuro e svedese ("The Riding End"). Insomma, c'è un'ottima summa di ciò che il death metal anni '90 ha regalato un po' in tutta Europa: Grave (soprattutto), Merciless, Dismember, primi Entombed, primi Hypocrisy, ma anche Fester, Fleshcrawl, Vader e chi più ne ha più ne metta. Tutto prodotto professionalmente, ma senza mai esagerare nella pulizia: il giusto connubio di suoni caldi e pieni e grezzume sonoro.
Come accennavo in apertura, l'unico lieve difetto di cui l'album soffre è l'eccessiva durata: cinquanta minuti di metallo-della-morte-senza-compromessi possono rivelarsi sfiancanti, tuttavia i Nostri sono davvero bravi a rendere i pezzi accattivanti nella loro omogeneità, e questo dettaglio finisce per avere un'influenza davvero minima sul risultato finale.
Se tutto questo non riesce a stimolare il vostro desiderio di acquisto, poco potrà farlo. Ancora una volta, un segno di benessere e di vitalità dall'underground estremo italiano, che negli ultimi anni regala realtà di valore con insospettabile regolarità. Godiamone appieno finché dura.
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Gruppo: Dethrone
Titolo: Humanity
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: HoboRec
Contatti: Facebook - Myspace - Reverbnation
Autore: Akh.
Tracklist
1. Dead Eyes Open
2. Blood Red Dawn
3. Deathwish
4. Greed
5. Forced Paranoia
6. Towards The Abyss
7. Blessed By The Light Of Dying
8. Hell Before Hell
9. When I Decide
DURATA: 38:04
Formatisi nel 2011 e.v. in quel di Värnamo (Svezia), giungono all'esordio i Dethrone grazie alla HoboRec e a questo "Humanity" che rende bene l'idea di che tipo di suoni provengano dalle loro parti.
I ragazzi partono immediatamente con il piede pigiato sul acceleratore con il pezzo più veloce del disco, un incrocio fra suono svedese e pennate Thrash / Death dinamitarde e violentissime in cui si esaltano le caratteristiche vocali di un ottimo Mattias Vestlund e del batterista Simon Lundh che sostiene i ritmi egregiamente. Sia che si trovi di fronte a chitarre melodiose o a riff asciutti, l'apporto della doppia cassa rimane presente e ben godibile, facendo sì che "Dead Eyes Open" convinca e sia una delle mie preferite in assoluto, anche per quel piglio scuro e le accelerazioni ai 200 Km/h. Senza avere nemmeno il tempo di riflettere, ci ritroviamo fra i denti l'altra granata esplosiva dal titolo significativo di "Blood Red Dawn", dove convivono le influenze Slayeriane e le parti "core", mentre le ritmiche sono da tritatutto (soprattutto per la mia povera cervicale): il trio composto da Kenni (basso), Jonas e David (chitarre) non vuole fare prigionieri, esibendo da subito l'artiglieria pesante.
I Dethrone non sembrano per niente incerti, la seguente "Deathwish" è infatti una cavalcata ritmica asciutta ed efficace, con la quale urlare in faccia al primo passante diventa quasi irresistibile. Anche "Greed" con il suo riffing mortifero non aiuta a trattenersi, grazie alle bordate in pieno stile Death Metal scandinavo che vengono piazzate sapientemente. Pure le parti con tempi medi sembrano panzer inarrestabili, in aggiunta sono dotate di quel pizzico di melodia che nel contesto fa la differenza. "Forced Paranoia" dal canto suo torna a pestare di brutto, inserendo anche contaminazioni di matrice maggiormente moderna e accenni dissonanti, pur mantenendo totalmente inalterato lo stato di belligeranza Death Metal; molto affascinante inoltre lo stacco in cui un arpeggio crea la base per un crescendo vocale di spessore ed incisivo, prima che certi momenti convulsi e dissonanti prendano possesso della situazione.
"Towards The Abyss" mi riporta alla mente certi A Canorous Quintet di "...As Tears" (enorme mini che dovreste ascoltare almeno una volta se amate il Death Metal svedese), alle ritmiche tritaossa si miscelano soluzioni tipicamente svedesi e la voce ficcante e aspra di Mattias, per poi aprirsi in una parte centrale di stampo classico, ma che certamente farà godere gli amanti di queste sonorità.
Va rimarcato come la sezione ritmica supporti il riffing delle chitarre, specie quando le parti armoniche dipingono i loro tratti, inspessendo e irrobustendo la struttura stessa del brano e mantenendo al contempo il contesto grintoso e solido, ciò accade in "Hell Before Hell" e nella conclusiva "When I Decide"; qui fa capolino anche un'accelerazione ritmica che a mio avviso è un'arma in più. I Dethrone sanno dosare sapientemente violenza e variazioni ritmiche, inserendo a piccole dosi anche accenni malinconici e riflessivi, come nella canzone di chiusura, dove si ritaglia uno spazio solista pure il basso con una eccellente trama, per poi lasciare strada libera alle sei corde e a un finale agrodolce, che ci fa comprendere quanto potenziale possano avere per il futuro i ragazzi di Värnamo.
A questo punto mi pare oramai certo che qui non si parli di cali o anacronismi in merito al Death Metal scandinavo, gli operatori e le etichette sono avvisate! "Humanity" è un lavoro che vi consiglio espressamente di ascoltare, perché detto fra noi qua di sostanza ce n'è a bizzeffe, così come voglia di sfasciare grugni; in un certo qual senso si nota pure una buona dose di personalità, supportata da un piglio maturo, rimanendo tuttavia nei confini del genere, mentre energia sprigionata, convinzione e freschezza non mancano mai. Se amate lo spirito di gruppi come At The Gates, Slayer o The Haunted, i Dethrone faranno sicuramente per voi.
Devo ammettere che quest'anno ho avuto grandi sorprese da questo genere e i Dethrone sono indubbiamente fra queste. "Humanity" è un disco da cercare e gustare ripetutamente, non vi verrà certamente a noia, anzi credo fermamente che se manterranno queste credenziali presto sentiremo parlare di loro con ottimi responsi.
Ci tengo a presentarvi questa citazione in calce al libretto: "Humanity will collapse under the weight of despair and decadence darkness will not fail"... sicuramente i Dethrone non hanno fallito.
L'oscurità svedese imperversa sopra l'Umanità.
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Gruppo: Utah
Titolo: Utah
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/utahrock
Autore: Mourning
Tracklist
1. Bisontennial
2. Chickamagua
3. Ambian
4. Help
5. Kneecaps
6. Traveler
7. Leaf Us
8. Cryogenics
9. Black Sandwich
DURATA: 52:32
Capita spesso di scoprire una band che non conoscevo, una di quelle formazioni prima ignote ma che diventano parte integrante dei miei ascolti quotidiani: a quanto pare, questo ruolo viene adesso ricoperto dagli Utah. Il quartetto statunitense proviene da Athens, Georgia, ed è così composto: Wil Smith e John McNee alle chitarre e alle voci, Erik Budde al basso e Chris Holocombe alle pelli. Il primo contatto con la loro musica è avvenuto tramite la loro pagina Bandcamp, poi successivamente, dopo aver richiesto e ottenuto il loro disco di debutto, ho potuto approfondire l'ascolto con piacere.
Il gruppo fa confluire stoner, sludge, psichedelia e sottili venature doom all'interno di canzoni capaci di avere sia un impatto solido e roccioso che un'atmosfera dal retrogusto southern rock. Esempio esplicito di questo modo di comporre e fondere le numerose influenze la tripletta di brani posta in apertura: "Bisontennial", "Chickamagua" e "Ambian". La proposta degli Utah, comunque, non si limita esclusivamente a questi aspetti: nella contorta "Help" l'aria diventa più densa, sinistra e minacciosa; "Kneecaps" offre spazio a uno sviluppo maggiormente melodico, con le voci a tratti cantilenanti di Will e John. "Traveler" invece, quasi a dar vita a un'altalena emotiva spinta dall'amarezza, appesantisce l'atmosfera guidandoci nel secondo trittico, quello composto da "Leaf Us", "Cryogenics" e "Black Sandwich": qui luci e ombre già presenti nei brani precedenti emergono nuovamente in una conclusione che conferma la solidità della proposta della formazione americana.
"Utah" è un disco che sprizza genuinità e una marcata personalità, fra passaggi di synth, momenti fuzzy e qualche sessione acustica utile per far mollare un po' la presa a una morsa ben stretta. L'album non palesa difetti che possano svalutarne il contenuto: anzi, la proposta è talmente ricca che la voglia di riascoltarlo una volta finito non manca di certo. Vi consiglio di cimentarvi nell'ascolto di questo lavoro e considerarne l'acquisto: è una band con la quale gli appassionati del panorama sludge/stoner dovrebbero entrare in confidenza. Se non vi fidate del mio pensiero, mi auguro sia il vostro udito a fornirvi la prova necessaria a farlo.
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Gruppo: Mombu
Titolo: Niger
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Subsound Records
Contatti: facebook.com/mombu
Autore: Mourning
Tracklist
1. Niger
2. 667 A Step Ahead Of The Devil
3. Adya Houn'to
4. Mighty Mombu
5. Carmen Patrids
6. Seketet
7. The Devourer Of Millions
DURATA: 37:36
I Mombu, duo composto da Luca T. Mai e Antonio Zitarelli, sono stati più volte ospiti della nostra 'zine, e nell'intervista realizzata con gli Spaccamombu — progetto di grande spessore cui collabora anche Paolo Spaccamonti — proprio Zitarelli aveva più volte ripetuto: "si progettano cose oscure, voi non lo sapete, non ci crederete ma...". L'entità di queste "cose oscure" non ci venne allora rivelata, ma la nuova uscita targata Mombu apre qualche spiraglio sull'argomento.
I musicisti nostrani avevano già dimostrato nei lavori passati ("Mombu" e "Zombi") di saper dare vita a una creatura fuori dal tempo, distante anni luce dalla cementificazione che avvolge la realtà urbana. La loro è infatti una forma musicale schizofrenica e primordiale, complessa nella sua ricerca dell'elemento che riconduca costantemente alla radice del loro essere, è una catena di montaggio che coinvolge elementi difformi, e contrariamente a quanto si possa immaginare le pulsioni metalliche, le vibrazioni del jazz e le atmosfere percussive tribali sanno fondersi, dando vita a una sorta di piano astrale in cui perdersi è inevitabile.
Ciò che fa di quest'album un disegno a parte, ma che rientra comunque negli schemi distintivi e personali del duo, rispetto al precedente "Zombi", è racchiuso nell'assenza di una immagine definita che possa sintetizzarne sia esteticamente che graficamente il dipanarsi. È un sentiero fitto, scuro e impervio nel quale distinguere i pericoli che vi si pareranno contro e che arriveranno da ogni direzione risulta pressoché impossibile. Su questo sentiero verrete deviati dall'acidità del sax di Mai, triturati dall'entrata in scena della chitarra dell'amico e collega Marco "Cinghio" Mastrobuono (Orange Man Theory e Buffalo Grillz) e drogati dalle invocazioni rituali affidate ancora una volta al percussionista africano Mbar Ndiaye, con le quali si sposa perfettamente l'esibizione ritmica ricca di fascino, mistero e pesantezza di Zitarelli.
A "Niger" bisogna arrendersi, ma non per questo lo si deve subire; è uno shaker in cui le distanze e la visione della realtà vengono deformate; ma anche, probabilmente la nevrosi che potrebbe condurvi all'illuminazione. Per questo indicarvi un brano piuttosto che un altro sarebbe inutile e riduttivo, non avrebbe alcun senso sezionare un'opera che deve essere assorbita nella sua interezza, senza spezzettarne l'ascolto in più riprese. Se incontrate difficoltà non mollate, l'esperienza che ne deriverà sarà sempre e comunque positiva.
Che la si chiami afro / grind, avanguardismo o semplicemente follia, l'arte marchiata a fuoco con la scritta Mombu spiazza e non delude; dimostra come non esistano ostacoli se c'è la volontà di far coesistere due mondi così apparentemente distanti e inconciliabili. Adesso deciderete voi quale uso farne, è possibile che "Niger" vi lasci pensare di avere tale libertà. In qualsiasi caso, è certo che adrenalina e contemplazione saranno lì ad attendervi, quale delle due prenderà il sopravvento? Sarete più attratti dalla cerimonialità di "Carmen Patrios" o dalla cattiveria sanguigna di "The Devourer Of Millions"? Premete "play" e poi si vedrà.
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Gruppo: Mind Affliction
Titolo: Pathetic Humanity
Anno: 2013
Provenienza: Polonia
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: facebook.com/Mind.Affliction
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro
2. Human Centipede
3. Mental
4. Vishe I
5. Druga Strona Umyslu
6. Vishe II
7. Lithium
DURATA: 40:03
I Mind Affliction sono ciò che ti attendi da una band estrema polacca: sanno combinare soluzioni di stampo death / thrash e black per creare brani sia belligeranti che malevoli; talvolta accelerano in maniera repentina, puntando l'area grind, senza però accedervi mai realmente. Al tempo stesso sono attenti a fornire ai propri brani una componente atmosferica. Fin qui nulla di nuovo, ma il punto è: vi attendete davvero qualcosa che lo sia?
Il quartetto proveniente da Cracovia è composto da Krzysztof Chomicki (voce e basso), Dariusz Zabrzenski (voce e chitarra), Kamil Poreba (chitarra) e Dawid Adamus (batteria). Il debutto non aggiunge neanche una virgola alla storia musicale che la loro nazione ci ha raccontato in maniera approfondita e multi-sfaccettata nel corso degli ultimi vent'anni e poco più, nonostante questo però la loro prestazione possiede alcune qualità decisamente apprezzabili, seppur non trascendentali. "Pathetic Humanity" è un album ben composto, più che discreto dal punto di vista della varietà ritmica e delle scelte messe in atto per diversificarne l'incedere, sa spingere inserendo il blastato a manetta (sia "Human Centipede" che "Mental" ne fanno sfoggio, non diventandone tuttavia schiave) e allentare la presa, immettendo tempi cadenzati ed espansioni simil-doom che accrescono la pesantezza e la consistenza in episodi come il primo capitolo "Vishe", mentre alla lunga e conclusiva "Lithium" è lasciato il compito di riassumere il quadro della situazione.
In tutto ciò non mancano le melodie classiche della zona est europea, con la prestazione vocale di Krzysztof e Dariusz che — pur non essendo perfetta — convince (più il growl che lo scream) per l'impatto delle due ugole sui pezzi. Infine la produzione è pulita come e quanto basta a rendere chiara l'identificazione della strumentazione di una band promettente.
Siamo dinanzi al classico album che si rivolge agli ossessionati fruitori del genere? Probabile, ma una volta inserito nel lettore "Pathetic Humanity" vi assicura una buona dose di scapocciate e data la sua conformazione potrebbe attirare a sé l'interesse sia degli appartenenti alla vecchia guardia che dei più affini a oltrepassare l'etichetta "old school". Non vi rimane quindi che premere il tasto "play" e scoprire così se questi polacchi faranno o meno al caso vostro.
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Gruppo: Hellrazer
Titolo: Operation Overlord
Anno: 2013
Provenienza: Canada
Etichetta: Dust On The Tracks
Contatti: facebook.com/pages/Hellrazer/172927282761741
Autore: Mourning
Tracklist
1. Hellrazer
2. Raging Seas
3. Enemy
4. The Hunting
5. Ironheart
6. Operation Overlord
7. Burn In Heaven
8. The Phantom
9. Death Or Victory
10. Rise Of The Machines
11. Dehumanizer 2012
12. Black Legion 2012
DURATA: 1:08:44
I canadesi Hellrazer erano stati ospiti di Aristocrazia già in passato, il sottoscritto li incrociò tre anni fa. Era il 2010 e la band guidata dal cantante e chitarrista Dr. Z aveva da poco pubblicato il secondo album "Prisoner Of The Mind". Il 2013 ci consegna una formazione che ha mantenuto tre quarti della formazione del tempo, è infatti cambiato solo il bassista (fuori Dan Houser e dentro Simon Hirota), e che ancora una volta è pronta a regalarci una buonissima prova di heavy metal con il terzo capitolo discografico "Operation Overlord".
Le armi in possesso del quartetto di Calgary sono semplici e conosciute, il terreno all'interno di cui si muovono è legato in maniera evidente al sound anni Ottanta e le influenze sono molteplici e ben definibili, molte furono citate nella recensione precedente e sarebbe anche inutile ripeterle. In aggiunta il disco è attraversato da una corrente energica e scura che si fa strada a più riprese.
La buona carica insita in "Raging Seas", il ritornello elementare ed efficace di "Enemy" e le battute in accelerazione di "The Hunting" mi hanno fatto ricordare perché questo gruppo fosse rimasto nello stereo per un bel po': è di quelli che — pur affidandosi a soluzioni che in tanti magari potrebbero definire anche sin troppo scontate — riesce comunque a tirar fuori dei pezzi che per un motivo o per un altro risultano piacevoli. Proseguendo nella scaletta brani quali "Burn In Heaven" e "The Phantom", che inizialmente tende a favorire l'esplorazione atmosferica, non fanno altro che darne riprova effettiva. "Operation Overlord" è un buon disco.
È stato interessante inoltre ascoltare le nuove versioni di "Dehumanizer" e "Black Legion", entrambe contenute nel debutto omonimo rilasciato nel 2007, anche loro per quanto gradevoli soffrono in parte una produzione che non spalleggia né spinge a dovere il lavoro. Il neo del lavoro è difatti proprio questo: sarebbe dovuta essere un tantino più lucida, in modo da valorizzare oltre al complesso anche le più che discrete aperture solistiche (belle quelle contenute in "Enemy" e "Death Or Victory"), e far risaltare la prestazione vocale di Dr. Z, il quale per quanto continui a possedere i difetti del passato — legati a un pizzico di monotonia che traspare nell'impostazione delle sue linee — sta comunque bene sui pezzi.
Infine la copertina dell'album: gli zombie sono sempre di moda, se poi sono pure armati e adatti alla battaglia è pure meglio, scelta prevedibile, vista e rivista, ma fa sempre la sua sporca figura.
Gli Hellrazer proseguono la loro marcia senza intoppi. Se il vostro intento è quello di avere all'orecchio del buon heavy metal, "Operation Overlord" è sicuramente da tenere in considerazione; se invece fra le varie pretese durante l'ascolto spuntassero voci come "originalità della proposta", allora in quel caso avreste di certo sbagliato band. Il passato la fa da padrone e a tanti, compreso il sottoscritto, fa davvero piacere che sia così.
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Gruppo: Tomahawk
Titolo: Odd Fellows
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Ipecac Recordings
Contatti: facebook.com/Tomahawkband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Oddfellows
2. Stone Letter
3. I.O.U.
4. White Hats / Black Hats
5. A Thousand Eyes
6. Rise Up Dirty Waters
7. The Quiet Few
8. I Can Almost See Them
9. South Paw
10. Choke Neck
11. Waratorium
12. Baby Let's Play
13. Typhoon
DURATA: 40:49
Quando ti tocca confrontarti con mostri come i Tomahawk lo scontro è sempre difficile da superare rimanendo illesi. La super formazione guidata da Mr. Mike Patton (Faith No More, Mr. Bungle, Peeping Tom, Fantômas e solista con il disco "Mondo Cane") è completata da un trio di musicisti d'eccezione: Duane Denison (Jesus Lizard e Unsemble) alla chitarra, John Steiner (Battles e Helmet) alla batteria e l'ultimo acquisto — nonché vecchia conoscenza dello stesso Patton — il bassista Trevor Dunn (Mr. Bungle, Fantômas e Melvins). Hanno pubblicato a distanza di sei anni da "Anonymous" il quarto capitolo discografico intitolato "Oddfellows", vediamo un po' com'è la situazione.
Qualsiasi creatura nella quale risiede la schizzata genialità di Mike necessita di ascolti continuati, però già nella precedente uscita c'erano alcune rotelle che non giravano esattamente nel verso giusto e forse stavolta si è un po' tirato il freno a mano. Intendiamoci, questo disco è tutt'altro che semplice e diretto, è evidentemente influenzato dai trascorsi nelle varie band in cui il leader milita e ha militato, in primis i Faith No More, presenza riconoscibilissima già nella traccia d'apertura, così come la sua esperienza da solista con "Mondo Cane" fa la sua comparsa nel mood swing di "Rise Up Dirty Waters" (e gli Alice In Chains ringraziano, ascoltate il ritornello), tanto che in pratica all'orecchio arrivano una serie di avventure note ma tutt'altro che disdicevoli da ascoltare. Siamo dinanzi ad artisti talmente rodati e consci delle potenzialità in loro possesso che il già sentito prodotto farebbe la fortuna di tantissimi oggigiorno.
I Tomahawk dimostrano di trovarsi pienamente a proprio agio sia nei momenti estremamente accattivanti e melodici sfoggiati in "Stone Letter" che nelle prestazioni più dure e scure nelle tonalità di "The Quiet Few" e "South Paw", offrendo prove interessanti senza faticare più del dovuto, mentre passando per pezzi come "Choke Neck" e "Waratorium" si può apprezzare la padronanza strumentale a completamento di un quadro che anche dal punto di vista delle emozioni ancora una volta si distingue dalla massa pur non brillando al suo solito livello, inoltre ci si accorge di quanto nel buono racchiuso in una prova formalmente perfetta vi siano delle carenze.
È vero, si potrà lamentare il fatto che stavolta la band abbia fatto il passo ben più corto della gamba, che abbia forse preferito non strafare, togliendo parte di quella capacità di sorprendere che ogni progetto del poliedrico cantante contiene in sé, che vi siano un paio di occasioni dove quel retrogusto "popular" non convince pienamente. I difetti si possono trovare, ma alla fine sono davvero gambizzanti? No, non sono così estremamente decisivi sul giudizio finale.
"Oddfellows" potrà non essere il loro miglior album, tuttavia rimane un signor lavoro, diretto per l'ennesima volta dal regista Mike Patton, nel quale il rock vive in maniera multiforme senza svendersi. È un album dedicato esclusivamente ai fan? Beh, se lo siete un giro nello stereo almeno per tastarne le doti è d'obbligo, ovviamente chiunque abbia voglia di cimentarsi in un ascolto contenente buona musica dovrebbe provarlo; per quanto concerne invece la presenza all'interno delle vostre priorità musicali giornaliere, quel tipo di riscontro potranno fornirvelo solo il tempo e la vostra voglia di approfondire il discorso.
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Informazioni
Gruppo: Deep Desolation
Titolo: Rites Of Blasphemy
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Darkzone Productions
Contatti: myspace.com/deepdesolationband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Between The Tits Of A Witch
2. Searching For Yesterday
3. Intermezzo
4. Blasphemous Rite
5. Mroczny Hymn
6. Cuius Regio / Eius Religio
7. I Became Your God
8. Necromouth
DURATA: 55:15
Anche per i Deep Desolation è giunto il momento di pubblicare il secondo disco, "Rites Of Blasphemy" è fuori e pronto a deliziarci con la miscela black / doom a tinte psych che è andata elaborandosi nel corso di questi pochi anni d'attività dei polacchi. Se con "Subliminal Visions" alcuni aspetti del sound erano da rodare, con atmosfere e groove alquanto piacevoli, mentre la parte black sarebbe potuta essere più convincente, nei due pezzi contenuti nello split "Chapel Of Fear" avevano già messo in mostra dei netti miglioramenti. Adesso posso affermare che il cerchio si è chiuso.
Il nuovo lavoro è completo, non è un capolavoro, però è ascoltabilissimo nel suo miscelare con sapienza elementi stoner / doom alla Electric Wizard con le basi del black fornite da gente come Master's Hammer ed Hellhammer (al solito qualche altro nome salterà fuori durante l'ascolto), ai quali si uniscono delle venature settantiane particolarmente affascinanti di cui il pezzo d'apertura "Beetween The Tits Of A Witch" è intriso e che si adattano perfettamente. A quanto pare la maturità artistica non si è fatta attendere, sembra di ascoltare una band molto più decisa e cosciente dei propri mezzi, i cambi d'ambiente — alle volte anche netti — non creano nessun tipo di danno al trascorrere dei pezzi, così come le lunghe fasi strumentali scivolano via inebriando e seducendo, pur rimanendo saldamente ancorate a un fondale nero dal quale non hanno nessuna intenzione di distaccarsi; "Searching For Yesterday" non lascia dubbi in proposito, scuotendo la situazione in maniera maggiormente decisa.
Dopo una breve pausa affidata al trascurabilissimo "Intermezzo", si riparte con "Blasphemous Rite", figlioccia di Tom G. Warrior e soci e dell'evoluzione darkthroniana di quel suono, con tanto di ridondanze e psichedelia annessa: vogliono forse drogarci e indurci alla blasfemia tramite trip? Me gusta! L'ennesimo assolo di Markiz pare proprio incitare allo "strafarsi" e dato che il testo parla di fantasmi e allucinazioni la situazione è ideale:
Crazy hallucinations vortex sucks me in
deeper and deeper
I have to make a sacrifices to live
human sacrifices for the ancient gods.
Non so che cosa abbia motivato i Deep Desolation a intraprendere questa svolta sempre più netta, di certo è stata ulteriormente utile, ora più che mai difatti possiedono una personalità e un carattere che si stanno delineando, la riprova viene fornita sia nella più lunga, tortuosa e orientata verso il black (con tanto di finale in stile processione) "Mroczny Hymn" che nella successiva e cerimoniale "Cuius Regio / Eius Religio" ("di chi è il potere, di lui sia la religione"), che esorta a prendere posizione, assecondando le proprie necessità e concludendo il pezzo con un simbolico "ite missa est" che congeda:
Your desire is the only way
which you should choose throughout your life
try to feel the blood
that runs in your veins
for your self you're the lord not someone's slave.
Che il loro desiderio sia quello d'imporsi all'orecchio è palese, un titolo come "I Became Your God" n'è la chiara dimostrazione, la canzone poi prosegue nell'alimentare l'ondata di toni cupi e desolanti che ha preso largamente piede, il riffing è talvolta stridulo e ripetitivo, s'infiltra nell'orecchio impossessandosene e l'avvento dell'ultima "Necromouth" è come la ciliegina che si pone in capo alla torta, il tassello finale dell'album che non ti aspettavi, non aggiunge nulla ma è stato detto talmente tanto che non ve n'è nessun bisogno.
Le aspettative riposte in questo secondo capitolo targato Deep Desolation non erano altissime: la qualità compositiva della band seppur allo stato grezzo faceva ben sperare, tuttavia non immaginavo una prestazione così completa sotto tutti gli aspetti, con il lavoro svolto da Markiz in sede solistica e Meriath dietro al microfono sugli scudi ad affermare che a oggi si può parlare di questa formazione come una realtà competitiva.
L'ascolto di "Rites Of Blasphemy" potrebbe non essere di facile assimilazione per coloro che prediligono le correnti integraliste del mondo black, ciò non toglie il fatto che un disco simile andrebbe ascoltato e riascoltato prima di dare un giudizio definitivo. Consiglio di fermarsi il più possibile sulle singole tracce per apprezzarne sia il lato incline alle influenze primordiali del genere sia le varianti che permettono al disco di divagare in altre lande, evitando così di incappare in "brutte sorprese" per chi inserisce il cd nello stereo. Personalmente l'acquisto ci scappa, eccome se ci scappa!
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Gruppo: Calendula
Titolo: Aftermaths
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Lo-Fi Creatures
Contatti: facebook.com/calendulatheband
Autore: Leonard Z666.
Tracklist
1. Waking (Prologue)
2. Dunwich
3. Azathoth's Arrival
4. Octagona
5. You, The Living
6. Aftermaths
7. Misotheism
8. Muori Italia
9. Heat The Deep
10. Massevil
11. Waking (Epilogue)
Ecco il nuovo lavoro dei Calendula sotto Lo-Fi Creatures. Iniziamo col dire che, come sempre per questa etichetta, la componente grafica è di ottimo livello. Il corposo libretto è evocativo e contiene disegni e testi, tutti molto in linea col delirante e criptico percorso musicale del lavoro. La copertina è una sorta di visione sotto lsd del fiore della calendula, ed è un palese avvertimento di ciò che troverete ascoltando l'album.
La musica del gruppo è un ibrido lisergico tra influenze metalcore, soprattutto per la voce, e derive doom. Il risultato finale è di non semplice fruizione e dona soddisfazioni solo dopo ripetuti ascolti. La fa da padrona, su tutto, la batteria dell'ottimo M., con i suoi ritmi non scontati, che diventa la base per le linee di chitarra e basso.
In generale consiglio questo cd a chi vuole qualcosa di non immediato e di non facile lettura, né da un punto di vista musicale né di testi. I titoli dei brani sono un chiaro omaggio al solitario di Providence, cosa che sembra davvero un punto di principio per band della Lo-Fi Creatures, visti gli ultimi lavori di King Bong e Whiskey Ritual. In definitiva: un album che non vi farà pentire dell'acquisto.
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Information
Band: The Stone
Title: Umro
Year: 2009
From: Serbia
Label: Folter Records
Contacts: facebook.com/thestonehorde
Author: Mourning
Translation: Lord Pist
Tracklist
1. Umro
2. Zlo Je Uvek Korak Ispred
3. Krvav Ceo, Nigde Nijedne Rane
4. Prst Na Obaracu
5. Jesti Srca Ljudi
6. Sam Krenuo Smrt Svoju Da Nade
7. ...U Smrti
8. Kralj Je Umro
RUNNING TIME: 52:42
The music from Serbian creature The Stone first ended up in my hands in 2012, with the cassette release of their latest album "Golet". Going back through their discography, I had chance to encounter their previous effort "Umro" and it was clear from the start that, in describing them, I had employed the word "coherence" correctly.
In fact, this band's past, although recent, looks back at a black metal very closely related to the main acts of both the Norwegian and Swedish scenes. Nevertheless, the Serbian act managed not to sound just like a faint aping of them, up to this day.
It is not necessary to mention the names by which this then sextet has been influenced, the references are very easy to spot. What is more pressing to acknowledge is their ability to channel the teachings of the past into tracks that, filled with hatred and fury, melody and occasional death or 'n'roll moments, feature both the muscular and the atmospheric elements. This way, the album sound interesting to those who, although appreciative of the raw strand of black metal, look for more fascinating sections as well, as in "Prst Na Obaracu".
"Umro", through tracks such as "Krvav Ceo, Nigde Nijedne Rane" and "Jesti Srca Ljudi", proved to be a solid quadrature for what the band had constructed through the years. This album is anchored to its Nineties roots, making them the trick up The Stone's sleeve, not to mention the mixing that allowed every instrument to play its part (the bass lines were played by the two guitarists Kozeljnik and Demonetras, enjoying some good audibility in the whole musical pattern) and the album, though perhaps not that personal, took a coherent and complete shape.
In conclusion: if you have already had the chance to listen to other of The Stone's works, you might very well concede this one some time to immerge yourself into yet another good listen. If it's the first time you come across this project, do not miss the chance to enjoy it for what it is: plain black metal.
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Informazioni
Gruppo: The Stone
Titolo: Umro
Anno: 2009
Provenienza: Serbia
Etichetta: Folter Records
Contatti: facebook.com/thestonehorde
Autore: Mourning
Tracklist
1. Umro
2. Zlo Je Uvek Korak Ispred
3. Krvav Ceo, Nigde Nijedne Rane
4. Prst Na Obaracu
5. Jesti Srca Ljudi
6. Sam Krenuo Smrt Svoju Da Nade
7. ...U Smrti
8. Kralj Je Umro
DURATA: 52:42
La musica della creatura serba dei The Stone era finita fra le mie mani nel 2012 grazie alla versione in cassetta del loro ultimo album "Golet". Andando a ritroso, ho avuto il piacere di ricevere "Umro", il disco che precede il lavoro summenzionato, e sin dalla prima volta che l'ho inserito nel lettore mi è stata data conferma d'aver utilizzato correttamente la parola "coerenza".
Il passato di questa band infatti, seppur recente, è ancorato a una rappresentazione black che si rifà a grandi nomi sia del panorama svedese che norvegese, trovando il modo di non divenirne uno sbiadito scimmiottamento, aspetto che rimarrà immutato successivamente. Citare quali siano le realtà da cui l'allora sestetto attinse non è forzatamente necessario, si parla di grandi nomi riconoscibilissimi. Ciò che invece è doveroso riconoscere sia alla realtà del tempo che a quella odierna è la buonissima capacità di canalizzare gli insegnamenti del passato, riversandoli in brani che, ricolmi di odio e furia, di melodia e momenti nei quali appaiono sparute parvenze death ed appena accennate 'n'roll, possiedono sia le doti muscolari che quelle atmosferiche adeguate. Tale aspetto attrarrà l'interesse di chi è alla ricerca di black metal grezzo e solido, ma di tanto in tanto lievemente più affascinante, come avviene in "Prst Na Obaracu".
"Umro", con pezzi quali "Krvav Ceo, Nigde Nijedne Rane" e "Jesti Srca Ljudi", riprova d'aver dato alle solide basi costruite di anno in anno una quadratura. È un album che fa della sua natura anni Novanta una vera e propria arma in più e, grazie al buon operato dietro al mixer che garantisce alla strumentazione i dovuti spazi (le linee di basso in quest'occasione sono state realizzate dai due chitarristi Kozeljnik e Demonetras, nutrendosi di una più che discreta visibilità all'interno del complesso), possiede una forma magari non personale, tuttavia quantomeno completa.
In definitiva: se i The Stone vi fossero già capitati all'orecchio con episodi differenti da questo, potreste concedere loro ancora un po' del vostro tempo, inoltrandovi nell'ennesimo ascolto di buona fattura. Se invece in precedenza non vi fosse stata l'occasione e vi capitasse fra le mani proprio tale capitolo discografico, non negategli una possibilità e godetevelo per ciò che è: black metal.
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Gruppo: Night Demon
Titolo: Night Demon
Anno: 2013
Provenienza: California, U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: nightdemon.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Night Demon
2. The Chalice
3. Ancient Evil
4. Ritual
DURATA: 13:57
Dalla soleggiata California ci si aspetterebbe un poco di tutto, ma forse non proprio del metallo pesante, classico e per giunta di stampo inglese. Raven e Jaguar sono due nomi che mi saltano in mente al primo ascolto. Il trio nato nel 2011 è formato da musicisti che, fidandosi delle informazioni fornite dal Web 2.0, hanno già militato in formazioni thrash e questo è il primo vagito dei Night Demon.
Capirò la confusione che invaderà alcuni di voi lettori ascoltando per la prima volta questo EP destinato ad apparire prossimamente anche in forma fisica. Le scale impiegate e lo stile di canto sono molto europei; in particolare la voce ricorda (i cattivi diranno "copia le note") in alcuni frangenti la scuola Bruce Dickinson. Piacevole è la varietà di ritmi impiegati; godremo seguendo la sostenuta "Night Demon" e muoveremo il capo cantando il ritornello accattivante di "Ancient Evil", che ha oltretutto un autentico potenziale commerciale. Questa è la colonna sonora per le feste in compagnia con un tocco vintage. Mi ripeterò dicendo: stappatevi una birra e fatte casino!
Che cosa aggiungere? Chi di voi avesse già una considerevole discografia Heavy classica e non fosse dunque interessato all'onda di revival attuale, potrà rischiare un ascolto, chissà che non si entusiasmi.
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Gruppo: Azrath-11
Titolo: Ov Tentacles And Spirals
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18 Records
Contatti: facebook.com/pages/Azrath-11/248523009856
Autore: M1
Tracklist
1. Awaiting The Inexorable
2. Emblem Ov Primordial Tides
3. Enraging The Water Spirits
4. Maelstrom Descent
5. Domination Ov The Storms
6. Surge
7. Beholding The Oceans
8. Sunset Ov The Abysmal Embrace
9. Let The Realms Rise
10. He Who Dwells The Depths
11. God Ov Emptiness [cover Morbid Angel]
DURATA: 49:07
I minacciosi Azrath-11 (o Azrath XI) tornano a demolire i nostri padiglioni auricolari col loro secondo album, che già a fine 2011 vi avevo annunciato in fase di pre-produzione nella recensione dell'esordio "The Shrine Ov Hallucination", disco che li ha messi in mostra, permettendo loro di ottenere un contratto con l'etichetta italiana Punishment 18 Records. Al fianco del leader Asmodevs Draco Dvx (batteria, tastiere e tanto altro) troviamo ancora Dioskovroi Deimos Faol (basso), mentre i ruoli di cantante e chitarrista sono ora ricoperti da Antheres Atras Exitvm e Siderevs Ocvlvs Mvndi.
L'ascolto di "Ov Tentacles And Spirals" rivela i passi avanti e le differenze rispetto al passato: il death metal dei Nostri è roccioso, monolitico e terremotante, in primis grazie al lavoro della devastante sezione ritmica, che fornisce tanta potenza quanto una cannonata, non rinunciando comunque a contribuire alla costruzione di atmosfere morbose nelle parti rallentate (si veda "Beholding The Oceans") e nei tempi medi. La sensazione complessiva è di un album maggiormente coeso e compatto rispetto all'esordio.
A livello di influenze il contributo del black metal è praticamente scomparso, invece le atmosfere arcane e dal gusto mediorientale, talvolta epiche, restano un marchio imprescindibile, nonostante le tastiere spicchino raramente. Un contributo determinante viene anche dalle incursioni di voce pulita ("Sunset Ov The Abysmal Embrace") che certe volte doppiano la linea principale (come nel riuscito ritornello di "Enraging The Water Spirits"), dagli assoli (anch'essi spesso dal tocco arcano) e dai passaggi melodici che allentano temporaneamente la morsa ricreata. A livello vocale Antheres invoca gli Dei degli Abissi tramite un growl poderoso e stentoreo, che però tende a restare leggermente sotto la strumentazione, godendo talvolta del supporto di uno screaming acido. La varietà da questo punto di vista deriva insomma dai differenti apporti dei quattro membri tramite cori e seconde voci, non dalle modulazioni del cantante principale.
L'unico neo che mi sentirei di esplicitare è che sulla lunga distanza gli Azrath-11 perdono un po' di "brio", pur non mancando mai di compattezza, in quanto la botta di suono è tanto massiccia e brutale quanto omogenea. Se per i fanatici di Nile e Behemoth (udibili distintamente in "Emblem Ov Primordial Tides") ciò non risulterà un problema, così come le evidenti influenze da cui il quartetto attinge, la durata ridotta rispetto al primo capitolo permetterà anche ad ascoltatori meno "ferrati in materia" di apprezzare le oscure evocazioni di Asmodevs e soci. L'ultima di queste ("God Ov Emptiness") altro non è che una cover dei Morbid Angel rivisitata piacevolmente nello stile del gruppo.
Alla luce di quanto detto, "Ov Tentacles And Spirals" è un album che fissa uno standard importante in Italia, poiché si tratta di un'opera curata a tutto tondo, sia per il lato contenutistico che quello formale: dalla copertina lovecraftiana realizzata da Marco Hasmann ai testi evocativi, passando per la grafica del libretto e la produzione. Agli Azrath-11 non manca che il guizzo decisivo del fuoriclasse per divenire una realtà non soltanto solida, preparata e professionale, ma anche personale e peculiare. Ad ogni modo: averne di uscite di questo genere, per gli sfegatati del filone saranno una garanzia assoluta.
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Gruppo: Lords Of Bukkake
Titolo: Desagravio
Anno: 2013
Provenienza: Spagna
Etichetta: TotalRust
Contatti: facebook.com/pages/Lords-of-Bukkake/107151712788724
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Boca Acida
2. Hereditaria
3. Relente
4. Desagravio
DURATA: 47:51
Sono passati poco meno di due anni da quando il vostro qui presente affezionatissimo vi parlò di "Desorder Y Rencor", secondo album degli iberici Lords Of Bukkake, e ora ho il piacere di introdurvi "Desagravio", nuova prova sulla lunga distanza del trio catalano. Formalmente la proposta non ha subito variazioni particolari rispetto al recente passato ed è quindi nel morboso e mefitico stagno dello Sludge/Doom che andremo a immergerci, ma questa volta i Lords Of Bukkake sono andati ancora un po' oltre aumentando lo spessore emotivo di quell'aberrante fardello che ci stanno per vomitare addosso.
I contorni rumoristici e dissonanti che aprono "Boca Acida" e il perverso andamento dannatamente apocalittico di "Relente" sono turbinii impetuosi di inumane maschere di follia che si evolvono presto in manifestazioni di puro Sludge corrosivo e insano. La cupa rabbia dei Crowbar, le scanalature rovinose e disagiate di Iron Monkey e Corrupted, le caustiche e mastodontiche trincee di sofferenza scavate dagli EyeHateGod e le varie digressioni "noisy" sparse per la scaletta sono solo alcuni degli elementi che rendono "Desagravio" un album validissimo per ogni appassionato di tale filone musicale.
Un considerevole ruolo per il raggiungimento del suddetto risultato è svolto dalla torturata e lancinante voce di Toni L. Querol, la quale ricorda da vicino la piega dei signori dietro ai microfoni di Dystopia e Noothgrush. L'atto di rigetto delle parole diviene veicolo di odio e turpitudine, una via che, anche grazie a rarefatte apparizioni Stoner, in pezzi come come "Hereditaria" e "Desagravio" conduce a sentieri lastricati da cadaveri dilaniati e da sofferenza purissima, che ricrea atmosfere dense e corrotte dai miasmi di un'infinita decomposizione spirituale, che accompagna verso una profonda catarsi di mortifera alienazione mentale e che scaraventa in incolmabili baratri di inguaribile agonia. I pesanti riff macinati dalla chitarra scavano solchi abissali nella parte simbolicamente materiale del nostro già martoriato spirito, aprono ferite che mai si rimargineranno, infettano purulente piaghe ardenti e, non ancora paghi della loro opera di devastazione, aspergono con acidi di ogni sorta le membra colpite.
La lentezza estenuante dei lunghi episodi in scaletta, in contrapposizione a certe incursioni più movimentate, crea zone d'ombra in cui si annida la quintessenza del dolore, dell'angoscia esistenziale, dell'insoddisfazione e della nausea psichica. I Lords Of Bukkake, in circa tre quarti d'ora di musica soffocante e tentacolare, hanno racchiuso una quantità di disagio tale che, ne sono sicuro, non molti riusciranno a sostenere. Non ho idea di quanto la vostra mente possa essere disturbata, di quanto la vostra anima possa essere sofferente, ma so per certo che, se già avete vissuto e patito ardentemente il marchio di certi dischi usciti dall'ispirazione dei gruppi citati in questo testo, "Desagravio" potrebbe essere la nuova colonna sonora delle vostre tribolazioni... sempre che non ne rimaniate sepolti, è chiaro!
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Informazioni
Autore: Mourning
Traduttore: Insanity
Formazione
Piorun - Basso
Markiz - Chitarra
Meriath - Chitarra, Voce
Wilku - Batteria
Nel 2011 avevo avuto un gradito scambio di opinioni con Meriath dei Deep Desolation, il 2012 ci ha portato un nuovo album, "Rites Of Blasphemy", e l'occasione di porre ancora qualche domanda alla band, vediamo quindi di aggiornare la situazione.
Bentornato su Aristocrazia Webzine, com'è trascorso questo 2012? Siamo ormai sul finire dell'anno, vogliamo iniziare a tirarne le somme?
Meriath: Il 2012 è stato impegnativo per noi, abbiamo lavorato molto in studio, qualche concerto, nuove idee e abbiamo iniziato a scrivere canzoni per il nuovo album. Come puoi vedere siamo una band che lavora duramente, e siamo ancora pieni di energie.
Sul finire del 2011 avete pubblicato lo split con Iugulatus e Primal, cosa vi unisce a queste formazioni? Rispetto e amicizia? Quanto ritenete siano utili queste soluzioni discografiche nelle quali più band si confrontano? Ho letto molte critiche, spesso immotivate, su questo tipo di uscite.
Siamo amici anche fuori dal mondo musicale, ci conosciamo bene, usciamo insieme abbastanza spesso. Per quanto riguarda gli split, sono un po' combattuto, a volte ci sono troppi stili diversi, ma d'altro canto c'è qualcosa oltre alla musica. Volevamo mostrare il nostro supporto e la nostra collaborazione tra band, per questo abbiamo fatto quello split. Il nostro stile è stata una continuazione di "Subliminal Visions" e la registrazione di queste tracce è stata l'occasione di presentare il nuovo batterista, appena entrato nella band, e la mia voce
Parliamo di "Rites Of Blasphemy", mi illumini sulla scelta del titolo?
Il titolo per "Rites Of Blasphemy" è nato naturalmente. Durante la fase di composizione e scrittura dei testi ci siamo accorti che erano in qualche modo blasfemi, sia la musica che i testi. Quando Markiz ha scritto il testo di "Blasphemous Rite" abbiamo deciso che il titolo dell'album sarebbe stato una sua variazione, come un insieme di rituali blasfemi.
La vostra proposta è rimasta ancorata al Black / Doom di "Subliminal Visions", però è diventata particolarmente "drogaticcia", c'è infatti una forte inclinazione alla psichedelia che supporta in maniera essenziale le allucinazioni che il sound vuole ricreare. Cos'è cambiato nel vostro modo di comporre? In questo periodo si sono modificati anche i vostri ascolti abituali? Quali sono i dischi che avete macinato con costanza durante la composizione del vostro?
No, non sono cambiati i nostri gusti musicali! La musica si evolve in noi. Proviamo ogni nuova canzone più volte, per cui abbiamo tempo per cambiare ciò che vogliamo, ma non abbiamo deciso di fare un album "più psichedelico". Ho portato le mie idee e i miei riff, questo è il cambiamento, perchè l'album precedente è stato completamente scritto da Markiz. "Rites Of Blasphemy" contiene più idee mie, Piorun ci ha dato alcune melodie e Wilku alcuni arrangiamenti, possiamo dire che "Rites Of Blasphemy" è stato più un lavoro di squadra.
Si passa dall'evocare antichi rituali nella titletrack all'imporre la propria volontà e necessità, annullando il potere del "credo" in "Cuius Regio / Eius Religio", sino all'uomo che si pone nel ruolo di divinità in "I Became God". La religione continua a essere uno dei mali che l'Uomo non riesce a debellare? Invece di essere un aiuto per lo spirito è solo una forma di schiavitù mentale?
A mio parere la fede indebolisce la mente umana. La gente accecata dalla fede non pensa con logica. Noi dei Deep Desolation ci opponiamo a questo. Pensiamo che gli esseri umani debbano migliorare in continuazione e allo stesso tempo pensiamo che dovremmo soddisfare noi stessi e i nostri desideri. Questo è ciò che pensiamo.
Ho notato una maggior libertà sia tua che di Markiz nel muovervi internamente ai brani, le tue linee vocali sono più definite e varie, mentre il tuo compagno ha infilato degli assoli coinvolgenti e perfettamente posizionati. Le prove col gruppo sono costanti? Quante ore trascorrete insieme come band e quante al di fuori di essa? I gruppi sono ancora una famiglia?
Proviamo regolarmente tra le tre e le sei ore a settimana insieme in sala prove. Gli assoli e la voce sono parti molto importanti della nostra musica, diamo molta attenzione a questi elementi, ci sono volute cinque ore per registrare gli assoli, è molto tempo in confronto al tempo totale; alcuni assoli sono stati improvvisati, abbiamo confrontato le varie versioni e abbiamo scelto i migliori. Oltre alla sala prove, usciamo insieme spesso, siamo amici stretti, non solo collaboratori! Markiz esce con noi un po' meno spesso, poiché lavora molto con le altre sue band e nel tempo libero ama stare da solo. Siamo amici stretti, non solo per la musica.
Avete avuto modo di presentare il disco in sede live e avete programmato delle date in giro per dare un po' di risonanza alla vostra nuova uscita?
Non abbiamo fatto molti concerti dopo la pubblicazione dell'album onestamente, ne abbiamo fatto qualcuno e la gente ha apprezzato.
In un panorama musicale competitivo com'è diventato anno dopo anno quello metal, forse anche troppo "usa e getta" in stile pop negli ultimi periodi, qual è la formula per garantire l'integrità di una proposta musicale? È un dato di fatto che molti gruppi, dopo aver prodotto un buon debutto, si sputtanino seguendo il successo e utilizzando "ganci commerciali" o cambino improvvisamente genere. C'è forse meno passione di un tempo?
Se qualcuno registra buona musica e poi cambia stile suonando per ragazzine, quella persona non dovrebbe proprio suonare metal! Penso che queste persone amino il metal, ma allo stesso tempo vogliano fare soldi! Pensano che registrando qualche canzone orecchiabile il successo sia garantito! Non rispettiamo per niente la gente con questa attitudine! Diventano fantocci di se stessi.
Discutendo con amici quarantenni od oltre, mentre io sono di poco sopra la trentina, essi si rammaricano frequentemente per la mancanza di quella "magia", così la definiscono, che caratterizzava gli anni Ottanta e i primissimianni Novanta. Per voi è cosi? Il metal ha perso un po' di quella "magia"?
Sì e no allo stesso tempo. Ha perso qualcosa, ma ha anche guadagnato. Il problema è che è pieno di pseudo-band che hanno genitori ricchi alle spalle che li aiutano e riempiono la scena di musica di merda. Per quanto riguarda la musica in sè, io sono un fan della vecchia scuola, Piorun preferisce la scena black metal moderna, Markiz e Wilku apprezzano entrambi, ci completiamo a vicenda nella band, io e Markiz ascoltiamo anche hard rock e blues, ma deve essere roba buona con un messaggio.
I Deep Desolation sono di nuovo in marcia? State già lavorando al seguito di "Rites Of Blasphemy o ci sono altri episodi che faranno da antipasto al terzo lavoro?
Sì, ci stiamo lavorando, e ti dirò di più: abbiamo già composto alcune canzoni! Ora le proviamo in sala prove. Deve essere tutto perfetto al 100%! Vogliamo iniziare a registrare alla fine del 2013!
I cinque dischi che ti hanno reso l'artista che sei oggi?
Black Sabbath - "Vol. 4";
Mayhem - "De Mysteris Dom Satanas";
Cathedral " The Carnival Bizarre";
Immortal - "Battles In The North";
Iron Maiden - "Powerslave.
E invece gli ultimi cinque che hai comprato e che consiglieresti ai nostri lettori?
Cultes Des Ghoules – "Henbane";
Voivod - "Target Earth";
Grave "Endless Procession Of Souls";
Craft – "Void";
Horseback – "Half Blood".
Hai delle passioni che esulando dal mondo della musica? Libri, tecnologia, sport...
Parlando per me, oltre alla musica, amo i libri, i videogiochi e i film. Libri e giochi mi occupano molto tempo, amo trovarmi in mondi diversi usando solo la mia immaginazione, lo stesso per i videogiochi.
Se potessi organizzare un festival in grande, con il quale presentare a una platea gremita "Ritual Blasphemy", e con voi come band principale, quali altre formazioni vorresti partecipassero alla serata?
Saturnalia Temple, Witchsorrow, Swedish Pest se suonassero live, e noi, Deep desolation, come gruppo principale, sarebbe perfetto.
Anche stavolta siamo giunti alle battute finali, mandiamo un saluto a coloro che ci seguono e li invitiamo all'ascolto della vostra musica?
Se amate il sound psichedelico e la musica malvagia, la nostra musica è per voi! Provate il nostro "Blasphemous Rites" e lodate il Diavolo. È il nostro messaggio. Grazie per il vostro tempo.
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Information
Author: Mourning
Translation: Insanity
Formazione
Piorun - Bass
Markiz - Guitar
Meriath - Guitar, Vocals
Wilku - Drums
In 2011 I talked with Meriath of Deep Desolation, 2012 brought us a new album, "Rites Of Blasphemy", and the chance of talking with the band too, so let's update the situation.
Welcome on Aristocrazia Webzine, how has 2012 been for you? We are almost at the end, would you like to sum it up?
Meriath: Year 2012 was very busy for us, hard work in the studio, few gigs, new ideas and writing songs for new album. As you can see we are hard working band, and still there is plenty of energy in us.
At the end of 2011 you released the split with Iugulatus and Primal, how are you linked to these bands? Respect, friendship and how much are this kind of releases with more bands useful? I read many critics about this, often with no reason.
We are friends outside music as well, we know each other quite well, we hang out quite often, about split releases themselves, I have mixed feelings myself about them, sometimes there are too many different styles involved, but from the other side there is something above music itself. We wanted to show our support and cooperation between bands, that's why we have released that split. Style we presented on the split was a continuation of "Subliminal Visions" album, and recording of these new tracks was the chance to present new drummer, who just entered the band, and my vocals, shortly speaking on the split we presented changes occured since the debut album.
Let's talk about "Rites Of Blasphemy", how did you choose the title?
Title for "Rites Of Blasphemy" came itself. During writing music and lyrics we figured out that they are blasphemous to some degree, both music and lyrics. When Markiz wrote lyrics to "Blasphemous Rite" we decided it would be variation to title an album as a collection of rituals of blasphemy like.
Your sound is still binded to the Black/Doom one in "Subliminal Visions" but now there is more "drug", there is a psychedelic attitude that supports that allucinations that your music wants to create. What changed in your composition work? Did your change your musical tastes during this time? Which are the albums that you listened to while composing yours?
No, we didn't change our musical taste! Music evolves itself in us. We practice every new song for many times, so we have plenty of time to change what we want to change, but it wasn't like we planned to record "more psychedelic" album. I brought my ideas and riffs, that's the change, because previous album was completly written by Markiz. "Rites Of Blasphemy "contains more of my ideas, Piorun gave few melodies, and Wilku gave few arrangments, so we can say, it was more team work involved in creating "Rites Of Blasphemy".
Invoking ancient rituals in the titletrack, annihilating the faith power in "Cuius Regio/Eius Religio", and the man becoming divine in "I Became God". Is still religion something bad that mankind can't destroy? Is it an help for the spirit or pure mental enslavement?
In my opinion faith completly weakens human's mind. People blinded by faith, they can not think logically. We in Deep Desolation oppose to such state of things. We think human being should develop and improve continuosly, at the same time we think we should pleasure ourselves and satisfying our lusts. That's what we think.
I noticed more freedom in you and Markiz while moving in the tracks, your vocal lines are more defined and varied, he made some good solos. Did you constantly rehearse together? How many hours do you spend together and how mane of them do you spend together outside the musical world? Are band still a sort of family?
We practise regularly between three to six hours a week together in our rehersal room. Guitar solos and vocals are very important parts of our music, we pay huge attention to these elements, recording solos themselves in studio took five hours, which is long comparing to whole time we spent recording full album, some solos were improvised, we compared one version to another and eventually we picked up best ones. Beside our rehersal room, we hang out pretty often, we are very close friends, not only co-workers! Markiz socialise with us a bit less frequently because he works hard with his other bands and he praises his loneliness in his spare time. We all are close friends, and it is not only about music.
Did you play your work on stage? Have you already scheduled any dates?
We didn't play many gigs after release of the album honestly speaking, but we did few live shows all right and received good critical acclaim.
In a musical scene so competitive like the metal one, maybe too disposable and pop-like in the last years, which is the formula to guarantee the integrity of a musical sound? Many bands, after the debut, change genre or get more commercial, is there less passion than before?
If someone record good music and then change style playing for pussies, that person shouldn't play metal at all! I think these people still have a passion for metal, but they have drive for money at the same time! They think if they record few catchy songs then success is guaranted! We don't respect people with that attitude at all! They make puppets of themselves.
Talking with older friends, they often afflict because there is less "magic" which charachterized the Eighties and the first Nineties. is it the same for you? Did Metal lose something tthat used to make it special?
Yes and no at the same time. It lost something, but gained as well. The pain is there are plenty of pseudo-bands, where they have rich parents behind and they sponsor them record session and plenty of shit music swarm the scene. About the music itself, I am a fan of old school metal, Piorun prefers modern black metal scene, Markiz and Wilku mix old and new, we complement one another in the band in terms of music, me and Markiz listen to hard rock and blues, but it has to be really good stuff with a message.
Are Deep Desolation already working at the follower of "Rites Of Blasphemy" or maybe will you make some more little works before it?
Yes, we are working on it, and I' ll tell you more, we have songs already written! Now we practice songs in rehersal room. Everything has to tick, it has to be 100% perfect! We want to start record session at the end of year 2013!
The five albums that made you the artist that you are today?
Black Sabbath "Vol. 4";
Mayhem "De Mysteris Dom Satanas";
Cathedral " The Carnival Bizarre";
Immortal - "Battles In The North";
Iron Maiden - "Powerslave".
And the last five that you brought and that you'd like to recommend to our readers?
Cultes Des Ghoules – "Henbane";
Voivod - "Target Earth";
Grave "Endless Procession Of Souls";
Craft – "Void";
Horseback – "Half Blood".
Passions besides music? Books, technology, sport...
Speaking of myself beside creating and performing music, I love books, video games and movies. Books and games are huge time consumers for me, I love to find myself in completely different world using only my imagination, it is the same about video games.
If you could make a festival to introduce "Ritual Blasphemy" to a great audience (of course with you as headliner), which bands would you choose?
Saturnalia Temple, Witchsorrow, Swedish Pest if they would play live, and us, Deep desolation on top of that, would make a perfect line up.
The interview is finished, would you like to send a message to our readers inviting them to try your music?
If you love psychedelic sounds, music consisted of evil itself, then our music is just for you! Check our "Blasphemous Rites" album and praise Devil. That's our message. Thanks for your time.
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Informazioni
Gruppo: Hammered
Titolo: The Beginning
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18
Contatti: facebook.com/hammeredspace
Autore: Mourning
Tracklist
1. No Time For Us
2. Space Invaders
3. See You In Hell
4. Masters Of Your Nightmares
5. Money
6. Bloody Fields
7. From Paradise To Hell
8. The Five Hunters
9. Never Dies
10. Wait For Sleep [cover Dream Theater]
DURATA: 47:37
I goriziani Hammered ce ne hanno messo di tempo per rilasciare il debutto "The Beginning", la formazione infatti è in giro ormai da oltre una decade (in precedenza con il nome Trauma) e dopo aver pubblicato il demo "2010... Live The Terror" nel 2006 ha fatto trascorrere ben altri sette anni prima di tirar fuori la prima uscita full.
La volontà e la passione bastano a ottenere buoni risultati? A quanto sembra no. Purtroppo l'ascolto del loro album da un lato conferma il fatto che il quartetto adori in maniera viscerale le sonorità anni Ottanta, sia per ciò che concerne le band albioniche della N.W.O.B.H.M. che quelle congegnate dal thrash in fase di sviluppo dei primissimi Metallica e Anthrax, miscelando heavy e thrash con soluzioni maggiormente melodiche o speed a contendersi il destino — o se preferite la riuscita — dei vari episodi; dall'altro invece a causa delle carenze mostrate dal songwriting alle volte sin troppo prevedibile, da una produzione che fa suonare i pezzi molto retrò non garantendo però la presenza della brillantezza grezza caratteristica degli album di quel periodo e soprattutto indebolito da una prestazione vocale deludente non nella forma quanto nella sostanza (Andrea Csàszàr non riesce a imprimere cambi di marcia o almeno a far sì che trapeli un minimo di coinvolgimento, il suo approccio è decisamente piatto), il valore di "The Beginning" viene ridimensionato di passaggio in passaggio nello stereo, limandosi sino a giungere a una sufficienza stiracchiata, a voler essere buoni.
Sinceramente mi dispiace dover dire che non ci siamo, le proposte di questo tipo odiernamente abbondano e la qualità è spesso elevata, ovviamente (chi più, chi meno) pagano tutte il dazio della derivazione dai grandi giganti del passato, nello specifico caso comunque non è di certo questo il problema, infatti pur salvando brani come "Space Invaders", "The Five Hunters" e "Never Dies", pur apprezzando il piacevole lavoro svolto dal basso in apertura di "Bloody Fields", è impossibile non segnalare la presenza di un grosso riempitivo qual è "Money" e una "See You In Hell" che viene praticamente resa vana dal cantato che ne smorza i toni lacerandone l'incisività e spogliandola della grinta che possiede, o meglio dovrebbe possedere.
L'avventura degli Hammered inizia qui, non è andato tutto nel verso giusto, ma si son comunque piantate le basi per il futuro, adesso bisogna rimettersi sotto e impegnarsi modificando il tiro, dando una decisa inquadrata agli aspetti che al momento non convincono appieno, risucchiandoli in un'area grigia, zona nella quale peraltro è facile impantanarsi per qualsiasi band. Vedremo più in là cosa saranno capaci di offrire, per ora non mi rimane altro da fare che dir loro: in bocca al lupo ragazzi.
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Informazioni
Gruppo: Regarde Les Hommes Tomber
Titolo: Regarde Les Hommes Tomber
Anno: 2013
Provenienza: Francia
Etichetta: Les Acteurs De L'Ombre Productions
Contatti: facebook.com/rlhtband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Prelude
2. Wanderer Of Eternity
3. Ov Flames, Flesh And Sins
4. Sweet Thoughts And Visions
5. Regarde Les Hommes Tomber
6. A Thousand Years Of Servitude
7. The Fall
DURATA: 39:00
La Francia continua a gettare nella mischia band nuove di pacca e dalle indubbie qualità, e la Les Acteurs De L'Ombre Productions è di sicuro fra le etichette che meglio si sta muovendo in ambito estremo, soprattutto se non si è alla ricerca di prove dal sound univocamente "classico". Fra le ultime formazioni entrate a far parte del loro roster vi è anche il quartetto proveniente da Nantes che s'identifica col nome di Regarde Les Homme Tomber, del quale hanno rilasciato il debutto omonimo.
Il gruppo è composto da J.J.S e A.M alle sei corde, A.B al basso e R.R. dietro le pelli e U.W. al microfono. I ragazzi s'infilano senza mezzi termini in quella folta selva di compagini che imbastardiscono la propria natura dando vita a ibridi estremi che attingono dal panorama sludge / doom / core e da quello black, infatti nella loro prova è possibile riconoscere tratti riconducibili a colleghi quali Cowards, Celeste, Deathspell Omega (per rimanere in territorio transalpino), ma anche qualcosa dei tedeschi Secrets Of The Moon.
Se è musica gelida e nordica che andate cercando, allora siete finiti proprio fuori zona: le atmosfere e il modo di affrontare e di convivere con la parte emotiva incattivita e rabbiosa nei confronti della figura demiurgica vengono sviscerati attraverso lame taglienti e mattonate grevi, dissonanze che s'incollano alle pareti del cervello e ampie fughe ambientali, facendo sì che l'ira diventi furia nelle sezioni in cui la voce vomita le proprie sentenze e le fugaci accelerazioni alterino lo sprofondare cadenzato, permettendo a una razione aggiuntiva di astio di filtrare nell'etere. Il disco è una mazzata divisa in sette capitoli, nel quale la visione cromatica scura non concede spazio a spiragli o bagliori che possano indicare la presenza di "speranza", è un avanzata motivata e tormentata che induce alla ribellione, alla volontà di trovare la propria strada superando i voleri dogmatici di figure "imposte" storicamente a interpretare l'odioso ruolo di "via" prima da seguire, figure che vengono combattute e detronizzate:
The land of God is the place
Where we belong
We're not afraid
Of the hands of Lord anymore...
For He is the weak
His monstrous reign
Must take end now
We must bring him
Down to the earth
Where He belongs
For Salvation
For He is guilty
For we are men
For He is the weak.
Il cadere — da tanti temuto — è figlio della libertà e del libero arbitrio e i Regarde Les Homme non hanno fatto altro che rompere le catene, dando un senso al detto "meglio essere Re all'inferno che servi in Paradiso".
Le canzoni acquisiscono ulteriore bellezza soprattutto nei frangenti in cui assumono ritmicamente una forma tribale-rituale, aspetto che potrete riscontrare ad esempio in "Sweet Thoughs And Visions" e nella conclusiva "The Fall" (pezzo dal quale ho estratto lo stralcio di testo riportato poco più su), o un'ampia esposizione atmosferica, caratteristica che fortunatamente è ricollegabile a più episodi.
Certamente sia la tematica che le emozioni incanalate in "Regarde Les Homme Tomber" sono state già tirate in ballo miliardi di volte, la copertina curata da Førtifem è una vera e propria opera d'arte, pur se "palesemente" ispirata allo stile di Gustave Dorè, tuttavia questi non sono fattori che attirano a sè pensieri negativi in quanto il concept, la raffigurazione che gli è stata fornita e l'andamento evolutivo della musica si alimentano e coesistono in maniera decisamente interessante.
I Regarde Les Homme Tomber sono pronti a sgomitare e dibattersi per farsi strada fra i grandi, la band ha esordito positivamente e coloro che amano questo tipo d'uscite dovrebbero quantomeno concedere all'album un po' del proprio tempo per approfondirne la conoscenza, quindi teneteli d'occhio e perché no, comprate il loro disco.
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