Informazioni
Gruppo: Stoned Jesus
Anno: 2010
Etichetta: Solitude Productions
Contatti: www.myspace.com/stonedjesusmusic
Autore: Mourning
Tracklist
1. Occult
2. Red Wine
3. Black Woods
4. Falling Apart
DURATA: 40:15
 Si può parlare di doom/stoner e non nominare i Black Sabbath? E' quasi impossibile soprattutto quando l'influenza del combo seventies è palesata a più riprese sia nel riffato, sia nell'esecuzione vocale.
Gli ucraini Stoned Jesus arrivano al debutto dopo due demo incise nell'anno passato con un "First Communion" che del verbo di Ozzy, Tony, Geezer e Billy fa il proprio comandamento.
Le divagazioni bluesy e psichedeliche inserite all'interno del disco anche quando s'inaspriscono, tendendo al sound dei più moderni Electric Wizard e Reverend Bizzarre, mantengono però quel rapporto intimo e genuino con la creatura anni Settanta.
Quattro tracce per quaranta minuti di musica composta con semplicità, non vi è un gran numero di riff che si sussegue, puntano su un incedere che fa del lento e quieto andare una caratteristica dominante.
Il disco si apre con "Occult" contenente uno dei giri più caldi e desertici ricollegabile al sound Slow Burn, si anima soprattutto quando la vitalità stoner entra a far parte attivamente della sua essenza per poi riprendere il corso naturale allentato iniziale, ascolto che fornisce le basi su ciò che incontreremo successivamente sia come atmosfere, sia per quanto riguarda l'esposizione delle canzoni.
"Red Wine" è il capitolo più breve, solo cinque minuti ma che conquistano dal primo secondo, il viaggio a ritroso nel tempo è una costante da mettere in conto con un on air simile, orecchiabile e molto radiofonica, potrebbe tranquillamente essere mandata in rotazione nelle varie emittenti se solo le nostrane in maniera particolare non fossero tarate per soddisfare il quoziente intellettivo di un possibile partecipante di Amici. Estremamente più corposa è invece "Black Woods" che ci mostra come gli Stoned Jesus più che seguire le orme di chi, come i Count Raven, ha offerto ottime prove appesantite del versante sabbathiano, si cimentino con un classico che ha nel rock, blues e incursioni tendenti a evocare la psichedelia spacey le proprie fondamenta anche se una dinamica più varia e un riffing più pungente alle volte potrebbero esser d'aiuto nel vivacizzare e dare respiro a una forma compositiva che alle volte sembra chiudersi a riccio non slanciandosi quando dovrebbe farlo.
Porta a conclusione il viaggio "Falling Apart", nebbiosa, una "nenia" bluesy che esalta quel concetto occultista che la band ha preso a proprio riferimento, voci femminili che parlano del loro Signore e non è quello che risiede nell'alto dei cieli.
Per le tematiche trattate dai testi un collegamento ai Coven, mitico act fine anni Sessanta primi Settanta, è più che considerabile, in fondo gli Stoned Jesus sono quanto di più apprezzabile un amante delle sonorità stoner/rock oriented possa cercare.
"First Communion" è un buon disco, uno dei tanti che ormai circolano nel fluido e impazzante mondo musicale dedicato a questo genere, un debutto che fa intravedere delle ottime possibilità future per la produzione di lavori ancor più interessanti e fuori dalla media, nome da seguire con attenzione.
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Gruppo: Danishmendt
Anno: 2010
Etichetta: Cold Void Emanation / Odio Sonoro
Contatti: www.myspace.com/danishmendt
Autore: Mourning
Tracklist
1. La Source
2. Lumpen Héros
3. Chutes/Vertiges Et Vestiges
4. Révélations
5. Das Boot
6. Une Houle D'Un Siècle
7. Refuge
8. Credo (Zero Absoleu)
DURATA: 1:02:29
I Danishmendt sono un'interessante creatura della scena transalpina, i ragazzi, giunti alla terza release con questo "Un Passé Aride", convogliano nel proprio sound molteplici influssi sonori, basterà infatti passare sul loro myspace e controllare la top amici per rendervi conto di quanto la scelta delle band inserite in tale lista non sia legata a un caso.
Il gusto black di certi passaggi Blut Aus Nord, le atmosfere dark ambient degli Elend e l'avanguardismo ridondante dei tedeschi Valborg s'inseriscono in un comparto musicale che basa la sua forma su movenze post che vanno dagli Swans ai Cult Of Luna non facendosi mancare un pizzico e forse più di Neurosis.
Solo le premesse fatte basterebbero a far intendere che quest'album non è di quelli diretti e senza fronzoli, al contrario è la minuzia, l'attimo che fugge in molti casi a fare la differenza come una pennellata che da colore (in questo caso scuro) a una tela che viene ripetutamente modificata.
Otto capitoli ipnotici, malsani dove le tinte vanno da un color grigio cenere a un nero intenso, certo è che la lunga durata del platter (oltre l'ora) concentrata soprattutto in quattro episodi, "La Source", "Chutes/Vertiges Et Vestiges", "Révélations" e la conclusiva "Credo (Zero Absoleu)", mette in mostra una propensione a dar vita a strutture che siano pachidermiche in quanto a sviluppo. Al tempo stesso però questi brani sono capaci di riflettere quella mentalità avanguardistica che porta a inserire varie soluzioni che ammorbidiscano l'ascoltatore sino ad attrarlo in un vortice da cui non riesce a scappare, fatto di suoni ostentatamente ciclici.
Il quintetto ha nella forza motrice fornita dal drumming di Julian, in alcuni casi estremamente votato al tribale, una delle caratteristiche di peso, altrettanto buono è il lavoro svolto dal bassista Xavier, elementare alle volte ma perfettamente incastrato con i pattern di batteria.
La coppia da una forte spinta alle grandi parti strumentali e quando c'è bisogno di una variante che immetta una parziale impronta elettronica ("Das Boot") tocca al singer Karl occuparsi degli innesti in uno stile non lontano dal ricordare tratti di Lustmord lasciando ai chitarristi Guillame e Florent il compito di inanellare un riff dietro l'altro alternando dosi di violenza e atmosfera dall'ampia scelta di generi da cui attingono.
E' un album moderno come visuale "Un Passé Aride" eppure ascoltandolo più e più volte si viene a contatto con una natura primordiale e istintiva che non stride affatto con la ricerca di un'escalation sonora da parte dei Danishmendt.
Vi consiglio di dare un'occasione alla musica di questi ragazzi, il disco è in streaming online inserito nel player del myspace ma se dovesse rientrare nelle vostrie grazie l'acquisto sarebbe la cosa giusta da fare.
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Gruppo: Tacoma Narrows Bridge Disaster
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/tacomanarrowsbridgedisaster
Autore: Mourning
Tracklist
Cd 1
1. Blue Skies
2. Collapse
3. Duggah
4. 0-7156-3561-1
5. Sunday
6. Seaweed
7. Winchester Pump
8. Tokyo Rose
9. Monolith
10. Twenty
Cd 2
1. Calligraphy
2. Dugga
3. Tokyo Rose
DURATA: 1:30:24
Se c'è una caratteristica del post-rock/metal che mi ha sempre attratto, è sicuramente la capacità di trasmettere emozioni e cambi d'umore non è sempre facile trovare band che in questo panorama adesso infoltitosi più che mai abbiano questa spiccata qualità.
Gli inglesi Tacoma Narrows Bridge Disaster, il cui nome è derivato dal crollo dello storico ponte americano, mancano ancora di una personalità che si possa catalogare come propria, è però stato il fattore citato poco sopra a farmi avvicinare alla musica contenuta nell'album di debutto "Collapse".
This Will Destroy, Explosions In The Sky, Isis, Red Sparrowes, Russians Circles i punti di riferimento da cui hanno attinto, sono molti ma è stato un piacevole incontro questo platter dotato di atmosfere così rilassanti e ampie, capace di avvolgerti e trasportarti attraverso una dimensione non priva di smottamenti improvvisi.
La proposta totalmente strumentale è infatti dinamicamente varia e ammicante non solo nelle fasi in cui celebra la conquista della libertà sfruttando riff aperti ed evocative, sa anche comprimersi e divenire irruenta e battagliera l'opener, "Blue Skies", "Sunday" e "Monolith" rappresentano infatti le parti più vivaci e scure insite nel sound dei TNBD, la titletrack è un monolite possente, massiccio condito da piccole ma importanti sfaccettature mentre pezzi come "Tokyo Rose" e la conclusiva "Twenty" racchiudono in sé tutte le peculiarità e le voglie di un suono che mira a sorprendere diventando una colonna sonora di cui non si può più fare a meno.
Le potenzialità sono evidenti, gli incastri che spaziano da passaggi sludge atmosferici ad altri prettamente rock oriented, sfociando in soluzioni progressive, fanno di "Collapse" un ascolto movimentato che fra scatti frenetici e delicati quanto ricercati momenti introspettivi riesce a conquistare acquisendo con l'aumentare degli on air un valore sempre più definito.
I ragazzi oltre al debutto sono stati così gentili da allegare un cd con tre pezzi live, il disco denominato "Live At The Premises Studios" è stato registrato in occasione delle riprese dei video ufficiali che troverete insieme a questi brani sul profilo Myspace della band.
L'unica del trio a non risiedere in "Collapse" è "Calligraphy" peraltro molto interessante e che sarebbe stata perfettamente calzante nella tracklist.
E' un breve ma apprezzabile approfondimento avere occasione di soddisfare anche la curiosità su una eventuale prova "live" per potersi godere anche le qualità in tal ambito e per com'è proposto non sembra ci siano accorgimenti tali da falsare in maniera palese il suono.
Non è sicuramente facile mantenere l'interesse di un ascoltatore vivo per oltre un'ora di musica specialmente se la proposta è come in questo caso unicamente strumentale, i TNBD ci riescono per buona parte dell'operato, per questa abilità e per i motivi espressi nel testo penso che l'album in questione possa entrare a far parte della collezione di ogni amante del genere. Eccovi lo store della band: http://tacomanarrowsbridgedisaster.bigcartel.com.
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Gruppo: The Orchid's Curse
Anno: 2010
Etichetta: Diminished Fifth
Contatti: www.myspace.com/orchidscurse
Autore: Mourning
Tracklist
1. Above Moyobambo
2. The Delicate Art Of Dying
3. The Workhorse Walks Alone
4. Rites Of Sacrifice
5. It Was The Darkest Day We'd Never See
6. Let The Ashes Bury This Life
7. Shadows Of Imitation
8. ...Of The Flesh
9. The Animal
10. The Voice
DURATA: 42:02
 Non so quanto il metalcore possa ancora vivere, è un genere nato in partenza stanco e fortemente derivativo, un connubio di generi spesso talmente statico da implodere su se stesso regalandoci creature orride quali Waking The Cadaver e Suicide Silence che non consiglierei al mio peggior nemico.
Detto questo c'è anche chi da sempre nelle varie versioni e tendenze compositive dello stile è riuscito a farsi valere, gente come i Lamb Of God, Heaven Shall Burn e Neaera sono fra quelle che ritengo le realtà migliori in assoluto nel filone che sfrutta l'addittivo core.
Faccio questa premessa perché almeno questi ragazzi dimostrano d'avere capacità nel comporre pezzi che non siano formati solo da break down e da riff talmente scontati da uccidere i neuroni dell'ascoltatore, vi sono poi band com'è il caso dei ragazzi dei The Orchid's Curse che pur non inventando palesemente nulla riescono comunque a tirar fuori una prova più che dignitosa.
Arrivati al debutto quest'anno con "Voices The Tales Of Broken Men", noterete ascoltando le dieci tracce contenute al proprio interno che la combinazione è di quelle classiche: death svedese, groove e passi core influenced nella tradizione che dal 1998-99 in poi ha preso piede sulla base dell'accoppiata Pantera/At The Gates.
La formazione ha composto brani catchy, dal piglio elementare quindi altamente fruibili rendendoli accattivanti grazie a un supporto atmosferico caratterizzato da soluzioni di tipo progressivo (e non intendo che si mettono a fare i Dream Theater), bello a esempio il mood scuro che avvolge tracce come "Rites Of Sacrifice" e "Let The Ashes Bury This Life" o il ritornello da canticchiare di "Shadows Of Imitation", niente di trascendentale ma che si lascia ricordare con piacere.
La formazione offre una buona prestazione strumentale, il disco è suonato bene con Josh Hogan che con la sua voce si adatta ai cambi d'umore delle canzoni fornendo sia la vitalità corretta, sia una discreta gamma d'emozioni.
Buono il lavoro di rifinitura delle chitarra e il sound vivo di una batteria quasi "live", è la produzione scarna a essere in contemporanea croce e delizia del disco.
Se da un lato questa scelta mantiene il suono reale e privo del fattore "plasticume" che tanto va di moda, da un altro punto di vista potrebbe esser vista come una mancanza, personalmente suppongo sia voluta e preferisco di gran lunga un album sporco che uno totalmente asettico.
"Voices: The Tales Of Broken Man" è un ascolto piacevole, che si discosta dal trend del momento, se seguite il genere e siete quindi stufi di gente iper-prodotta da 3x2 in stile Dixan, una chance ai ragazzi dei "The Orchid's Curse" dovreste darla.
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Gruppo: Cloaca
Anno: 2010
Etichetta: Vigil Recordings
Contatti: www.myspace.com/cloacamusic
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Golden Path
2. Ghost Town
3. The Eye
4. Shellshock
5. Masks
DURATA: 1:15:55
L'Inghilterra dei Cloaca è quella che si tinge di post, arrivati all'album di debutto dopo aver pubblicato antecedentemente un solo ep, "Ghost Town", ci donano un "Lassitude" mastodontico per durata, qualità e intensità dei brani.
Immaginatevi in uno scenario smisuratamente aperto, l'occhio può visualizzare il panorama senza avere ostacoli intorno a sè, una sensazione di libertà assoluta che l'ora e un quarto di musica racchiusa nei soli cinque brani dell'album più volte infonde all'ascoltatore.
La lezione dei classici act di riferimento Neurosis, Isis, Cult Of Luna è stata appresa ma non si sono limitati a coltivare quel sound, scorrendo attentamente le tracce noterete una ricerca profonda che attrae grazie alla capacità di far viaggiare, psichedelia sprigionata in stile Snowblood miscelata in certi passaggi con il gusto retrò degli Hawkwind, affondando nelle atmosfere algide e annerite dei Godspeed Black Emperor.
Non sono solo calma e tranquillità venata da drappi malinconici tessuti dal riffato a speziare le composizioni dei Cloaca, c'è un'irruenza che inaspettata e in crescendo si solleva animando e riempiendo le scanalature con prese di posizioni pesanti ma che ipnotiche attanagliano la mente in un trip privo di sosta.
Il bello è che le canzoni vantano strutture discretamente complesse fra cambi di tempo, umore altalenante e un contorcersi continuo che trova sfogo nella voce di Chris Naughton (Winterfylleth, Atavist), non vi è infatti un modo preciso di poter catalogare lo stile con cui si presentano, è una commistione alta, importante di doom, post-rock, post-metal, psych dai tratti che possono tendere al blackish quanto all'ambientalistico più puro, questo rende "Lassitude" un disco decisamente fuori norma e meritante di molti giri nel lettore prima di poter affermare di esser entrati in piena sintonia con la sua profonda anima.
In un panorama odierno dove le formazioni che cercano di suonare una musica così varia spesso e volentieri finiscono per ricadere nell'errore di clonare i tre act citati in testa alla recensione, posso affermare che un lavoro simile si potrebbe consigliare come acquisto tanto a un fan dei The Ocean quanto a uno dei Mouth Of Architect o ancora per chi segue Baroness e il filone unicamente strumentale di gente come i Tides From Nebula. Il fatto che in passato siano stati scelti per supportare on stage band estremamente diverse come i Nadja e Wolves In The Throne Room può essere considerato come conferma della devastante varietà di soluzioni di cui i Cloaca sono in possesso e che li mettono a proprio agio in situazioni e in affiancamenti non per forza totalmente affini al sound d'appartenenza.
"Lassitude" per gli amanti delle sonorità descritte è un platter che dovrebbe di diritto essere inserito in lista acquisti, considerando solo le uscite dell'ultimo biennio ha un posto fra quelle che ritengo essenziali.
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Autore: M1
Formazione
Sy Synger - Voce
Lara Spindler - Chitarra
Fjord Vlad - Chitarra
Francesco Frens Bruni - Basso
Riccardo Pavan - Batteria
Forti del loro primo disco "Suffering And Passion" e di un mini-tour in Galles sono oggi con Fjord e Sy, rispettivamente chitarra e voce degli Armonight, giovane band originaria di Thiene (provincia di Vicenza) fautrice di un gothic rock / metal melodico.
Benvenuti qui su Aristocrazia Webzine. All'indomani dell'uscita di "Suffering And Passion" come ci si sente una volta che tutti i vostri sforzi sono stati concretizzati?
Fjord: Come per ogni traguardo raggiunto la soddisfazione è immensa, hai ragione a parlare di sforzi visto che per tutti noi si è trattato di un qualcosa che volevamo realizzare a tutti i costi, uno dei tanti obiettivi degli Armonight, che ci è costato impegni e sacrifici, ma... fidatevi sarà il primo di una lunga serie!
Sy: Per quanto mi riguarda è un sogno che avevo a dodici anni che si realizza, non avrei potuto chiedere di meglio! Ho avuto la grandissima fortuna di incontrare persone eccezionali con cui poter realizzare quello che desideravo e ce l'abbiamo fatta insieme.
Come avete intenzione di muovervi per la promozione del disco?
Fjord: Beh, intanto abbiamo firmato di recente un contratto discografico con la Heart Of Steel, il nostro editore ci ha garantito che l'etichetta si occuperà della distribuzione dell'album in scala mondiale, sia su disco che sui canali digitali, questo per quanto riguarda l'aspetto "tecnico", per il resto, chi ci conosce sa già che gli Armonight non si tirano mai indietro di fronte alla possibilità di suonare dal vivo, proprio in questi giorni stiamo cercando di intensificare la nostra attività live, con concerti in Italia e all'estero.
Per descrivere la vostra musica nella recensione ho usato alcuni termini: metal, rock, gothic, pop. Come vi descrivereste ad un potenziale ascoltatore che non ha ancora avuto modo di conoscervi?
Sy: Gothic- Melodic-Rock... che poi etichettarsi è riduttivo! Noi non facciamo un "genere", ma facciamo musica, quello che ci viene, quello che ci ispira, senza chiederci troppo che cosa sia. Si suona e basta.
Fjord: Solitamente preferiamo non "catalogare" il nostro stile, lasciamo che siano gli ascoltatori a farlo! Facciamo solo la musica che ci piace fare a prescindere da come questa possa essere classificata. Ad un potenziale ascoltatore che non ci conosce direi: "Hey, ascolta il nostro album, è una vera figata!". Ahahah!
Quali sono i gruppi che apprezzate maggiormente e che considerate come influenze?
Sy: Personalmente sono un'amante del Power e del Folk Metal, ultimamente mi sto interessando molto anche al Progressive, ma la musica classica e la celtica rimangono sempre le migliori!
Fjord: Beh io ascolto di tutto, ma veramente tutto, potrei sorprenderti! Tuttavia, quando compongo, difficilmente mi lascio influenzare... mi "isolo"! Se devo dirla tutta il mio compositore preferito è stato il mitico Lucio Battisti.
Nel booklet del cd si legge che Fjord è l'autore dei brani (ad eccezione di "Heaven's Below" opera di Lara), come avviene il processo di scrittura dei pezzi? Qual è il contributo degli altri componenti?
Fjord: Qui sarebbe opportuno fare qualche piccola precisazione: i brani contenuti in "Suffering And Passion" risalgono a qualche anno fa, la maggior parte di essi sono datati addirittura 2006 e, in quel periodo, non avevo ancora avuto la fortuna di conoscere quelli che poi sarebbero diventati gli Armonight, la fase compositiva è avvenuta nel mio piccolo home-recording e nella più completa "solitudine"! Ahahah! Per quanto riguarda "Heaven's Below" sono molto legato a quella song: è nata nel 2007 da un'idea di Lara, che avevo da poco conosciuto, io mi occupai solamente dell'arrangiamento e in seguito, sempre Lara, scrisse il testo. Il risultato fu una canzone talmente bella che non potemmo fare a meno di inserire nell'album.
Sy: La band nasce in seguito ad un progetto di Fjord, che aveva già composto un numero considerevole di brani, è chiaro che una volta diventati un "gruppo" si lavora tutti insieme: chi ha delle idee le propone e poi si prova e si riprova finchè non siamo tutti soddisfatti del risultato.
E per quanto riguarda i testi invece chi ne è l'autore? Qual è il rapporto fra sofferenza e passione?
Sy: Anche per i testi vale lo stesso discorso: quelli di "Suffering And Passion" sono tutti di Fjord ad eccezione di "Heaven's Below", alcuni di quelli del prossimo album, invece, porteranno la mia firma, ce ne sarà anche uno di Irena, la prima cantante degli Armonight. Tuttavia io sono più per il fattore "sofferenza" che per quello "passione", sono una metallara un po' doom, per quanto riguarda i testi!
Fjord: Fra passione e sofferenza non penso esista un vero e proprio "rapporto", sono semplicemente due componenti della vita di ogni essere umano; la cosa può avere diverse interpretazioni.
Nel retro del booklet compare una vostra foto dai contorni sfocati ad eccezione della figura di Sy, esiste un motivo dietro questa scelta? E' un modo per concentrare l'attenzione "mediatica" su di lei come avviene nelle numerose band con cantante donna della scena gothic (Lacuna Coil, Within Temptation, Epica)?
Sy: Ecco! Questa è una domanda che mi faccio anch'io! Ahahah! Chiedi a Fjord!
Fjord: L'idea delle facce sfocate è venuta ad Aldo Zanini, il fotografo che si è occupato degli scatti per il booklet e ci è subito piaciuta! Il fatto che la cantante stia al centro della scena, invece, è una cosa a cui teniamo tutti quanti all'interno della band, ma non precisamente per un fattore mediatico o, ancora peggio, per imitare questa o quella band, bensì per conservare quella visione "classica" che ha sempre funzionato!
A luglio vi siete recati in Galles per fare da spalla in quattro date ai S.E.X., cosa potete raccontarci di questa esperienza? C'è qualche aneddoto che vale la pena snocciolare?
Sy: Sarebbe come tentare di descrivere una cosa meravigliosa, non bastano le parole, certe cose bisogna viverle per capirle. Questo tour ci ha cambiati, ci ha dato una visione nuova, ci ha resi più sicuri di quello che vogliamo fare e adesso siamo ancora più determinati.
Fjord: L'esperienza in Galles è stata qualcosa di eccezionale, i S.E.X. sono una band fantastica, abbiamo avuto l'occasione di conoscerli per la prima volta il 24 aprile di quest'anno a Londra, in seguito ad concerto che ci ha visti co-partecipi insieme a Wave Park e Crash And Burne, da lì è nato l'ingaggio per il tour. Per certi versi ci duole dover ammettere che, a dispetto del clima, il pubblico da quelle parti ci è sembrato perfino più caloroso di quello del nostro Bel Paese, ci torneremo sicuramente! Insieme coi S.E.X. stiamo organizzando un tour di due settimane in giro per tutto il Regno Unito e questa volta da headliner! La cosa è prevista verso febbraio del 2011 ma per adesso è ancora da ufficializzare. Intanto i primi di novembre saremo noi ad ospitare loro qui in Italia, tenetevi aggiornati con le date... evento da non perdere!
I pezzi di "Suffering And Passion" si muovono a cavallo fra l'approccio "duro" del gothic rock / metal e quello più accattivante e "catchy" del pop. Non pensate che questo equilibrio possa sfavorirvi allontanando sia il popolo metallaro per una "durezza" non totale che quello più mainstream "intimorito" da parole come metal e rock? Oppure considerate tutto questo una carta a vostro favore tesa ad allargare la cerchia di fan?
Fjord: Come spiegavamo prima non ci preoccupiamo di questo aspetto, noi suoniamo la nostra musica e lo facciamo con tutto il cuore, la gente percepisce tutto ciò, siano essi "metallari" o meno. "Suffering And Passion" è stato apprezzato da uomini e donne, giovani e meno giovani, rockettari e non; e in diverse parti del mondo! E' bello pensare che lo stesso album possa piacere a più persone... noi facciamo il rock che ci piace ed è questo che ci da soddisfazione.
Sy: Fino ad adesso abbiamo ascoltatori sia tra gli "heavy metallers" che fra i "discotecari". Se la nostra musica serve a rendere tutti quanti più aperti mentalmente, ben venga! Io "meno" ma... in fondo sono una pacifista! Ahahah!
Nei vostri piani per il futuro pensate di proseguire sulle stesse coordinate sonore oppure di accentuare una componente sopra le altre?
Fjord: Tutto dipende da quelle che saranno le nostre idee di volta in volta, potremmo anticiparti quello che sarà il prossimo album, di cui suoniamo già alcuni pezzi ai nostri concerti ma non possiamo dirti quello che saranno gli Armonight fra dieci anni. Una cosa è certa: chi ha apprezzato il nostro lavoro fin ad ora, non resterà mai deluso!
Sy: Fosse per me darei una "bottarella" più cattiva alle canzoni, un po' più sul Power o Epic Metal! Ma sono una fanatica e... nessuno mi ascolta! Ahahah!
Per quanto mi riguarda è tutto, a voi la parola per la chiusura.
Sy: Grazie a voi per l'intervista, grazie alla crew Aristocrazia da tutti noi della band, Vi aspettiamo per un reportage dei live! Keep on rockin' and stay Armonight!
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Gruppo: Joyless Jokers
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/joylessjokers - www.joylessjokers.com/
Autore: Akh.
Tracklist
1. Black Light
2. Chapter To Forgive
3. Arms Of Darkness
4. Back To Ashes
5. Shame
DURATA: 22:00
 Dopo alcuni anni dalla loro formazione ecco giungere all'esordio con questo "Arms Of Darkness" i vicentini Joyless Jokers.
Già il prodotto che mi è arrivato è di alta qualità, avendo oltre al cd inserito una scatola/contenitore, una spilla e un adesivo del tutto personalizzato, ma la cosa buona è il materiale ivi contenuto, cinque brani di MDM di alta fattura e veramente ben prodotto.
La componente melodica non nasconde minimamente la voglia dei J.J. di prender a badilate l'ascoltatore e questo a mio avviso è la loro arma vincente rispetto al restante panorama del Melodic Death in quanto molto spesso il lato più estremo di questo genere viene dimenticato se non addirittura evitato, perciò ecco che mi gusto appieno tutta l'energia di una "Black Light" o della seguente "Chapter To Forgive" che strizzano gli occhi ai maestri del genere, ma donandogli una potenza e violenza di tutto rispetto andando a sfiorare quasi lidi pienamente Death Metal.
Ovviamente certe metriche e certi giri si adagiano ad echi di memoria In Flames, ma la robustezza sia della produzione che certe chiusure più spigolose fanno scuotere la testa/headbanging e gia immagino la voglia del combo vicentino di riversare tutta la loro esplosività in sede live dove credo che questi brani possano eccellere; buona anche la prestazione vocale che generalmente adotta una timbrica più bassa rispetto al genere in questione aumentando la carica e l'aggressivita' dei vari pezzi.
Ottima la prestazione di tutta la band, che risulta compatta e coesa mettendo la tecnica al servizio dei vari pezzi; l'utilizzo della tastiera non snatura la struttura dei pezzi, anzi spesso venendo utilizzata in sede solista con buoni risultati e molto spesso donando arrangiamenti moderni ma senza divenire melensa, strizzando l'occhio a certi Amorphis epoca "Tales Of Thousand Lakes", mentre le chitarre vengono maggiormente ispirate da certe soluzioni più classicheggiantemente HM.
"Back To Ashes" parte più canonicamente virando su soluzioni più aspre man mano che ci si spinge avanti risultando assai convincente.
Chiude una "Shame" molto cacthy e che si riavvicina a certe cose più in linea con gli ultimi lavori in campo MDM.
In definitiva un validissimo inizio per un gruppo che crede giustamente in quel che fa e lo dimostra serrando i denti e sfoderando una validissima prestazione, menando e prendendo a calci in culo il piu' possibile, regalandoci una inaspettata prova di forza!
Sicuramente una band da sostenere e come dicono loro:
"Cd is almost ready!!! We are fuckin' ready to kick your asss!!!!!"
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Gruppo: Stone Circle
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/stonecirclemetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Puzzle
2. Tempest
3. The Greatest Lie
4. A Missing Star
5. The Sky Has Spoken
6. Closed Eyes
7. Grief
DURATA: 01:06:41
 Al giorno d'oggi quando si parla di death metal e progressione il primo nome che viene in mente a molti è quello degli Opeth, personalmente la ritengo una bestemmia, e di gran portata, visto che lo stesso Akerfeldt deve molto del proprio bagaglio artistico a uno dei geni fondamentali del movimento svedese Dan Swano.
Quando la formazione ora pluriosannata si cimentava ancora nelle forme più classiche del genere, il produttore, cantante, e chi più ne ha ne metta, aveva già rilasciato dei capolavori di sperimentazione quali "The Spectral Sorrows" e "Purgatory Afterglow" per non parlare del mastodontico "Crimson" e dei dischi con i Pan.Thy.Monium.
Comprendo che la gente spesso ignori ma il merito va assegnato a chi appartiene e non a chi la massa conosce meglio.
Fatto questo (per chi scrive) dovuto preambolo, è impossibile negare che gli Opeth abbiano avuto una portata così influente da creare un proselitismo ampio ma che non sempre ha fornito dei lavori di pregio.
Fra i migliori che io ricordi posso citare quello dei Pressure Points "Remorse To Remember", il primo In Mourning "Shrouded Divine", molto affine e tali sonorità e a questi posso aggiungere finalmente un terzo capitolo: "Myth".
La creatura inglese che ha dato i natali al disco è quella degli Stone Circle, il quartetto di Brighton, per quanto presenti un platter ancora acerbo e derivativo, possiede vari pregi che hanno avuto la capacità di conquistarmi con l'aumentare degli ascolti.
Il punto più importante riguarda la prestazione dei singoli che strumentalmente ha davvero poco da farsi rimpiangere, hanno colto l'essenza dei lavori fondamentali di questo filone trovando un equilibrio pressochè perfetto fra parti concitate e spazi ampi dove le melodie si fondono con il rimando ai seventies, la parola chiave che riflette al meglio il buon operato è: emozione.
Quando si riesce a trasmettere un qualcosa di proprio a un'altra persona sia tramite musica o qualsiasi altra arte si è già realizzata più di metà della fatica, aggiungete che la prova del cantante Joe Ashwin è di qualità ben superiore alla media sia nell'uso del clean che nelle parti growl inerenti allo stile e che il batterista Sam Hill è un motore che sa dare la propulsione più adatta ai cambi di umore delle canzoni e avrete un quadro completo e positivo della cosa.
Le sette tracce, tutte di consistente durata, scivolano via piacevoli, le parti più tristemente dolciastre strizzano l'occhio a certe soluzioni Katatonia, quando serve gli Stone Circle sanno mettere di lato il fioretto per sfoderare la sciabola diventando rocciosi ed è così che "The Puzzle", "The Greatest Lie" e "The Sky Has Spoken", che reputo le meglio riuscite, in pratica mezzo disco dato il minutaggio elevato delle tre che va oltre i trenta minuti, passano con velocità e buon ricordo a seguito.
Il resto dell'album si mantiene su alti livelli, non tutto è perfetto e non si può parlare di un capolavoro perché la derivazione del sound è sin troppo netta. Per quanto anticipatamente abbia asserito che l'equilibrio sia stato inquadrato a livello di tempi e inserimenti, non è invece lo stesso per le scelte fatte che in alcune occasioni "incasinano" leggermente il risultato, come avviene in "Closed Eyes" ma parlando di un debutto e autoprodotto penso che si possa soprassedere visto che gente che suona da vent'anni ha fatto uscire dei sottobicchieri notevoli pur avendo mezzi, tempi e capacità compositive rodate.
La produzione è stata ben curata, non sembra avere difetti particolari o rilevanti dato che le parti più pulite si possono ascoltare con chiarezza e quelle dove i giri aumentano impattano all'orecchio con buona resa.
Inutile dilugarmi ulteriormente, dalle mie parole avrete ben inteso che gli Stone Circle e "Myth" sono riusciti a entusiasmarmi e dopo un "Watershed" che mi aveva lasciato l'amaro in bocca, è per me un piacere poter tranquillamente dire che se gli Opeth avessero fatto uscire un disco simile a distanza di un "Deliverance" ultimo a convicermi pienamente ne sarei stato davvero soddisfatto.
Non ci sono riusciti, ringrazio questi giovani inglesi per averlo fatto.
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Informazioni
Gruppo: Hatchery
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/hatcherymetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. Genocide
2. Little Brother
3. Under One Flag
4. We Are The Disease
5. Forced To Fight
6. Nothing
7. Song 2.0
8. Thrash Metal Union
9. Tongues Of Decay
10. Final Escape
DURATA: 36:35
 La Germania thrash non la finisce più di sfornare act, è una fucina instancabile ed efficiente quella teutonica nonchè fonte inesauribile di goduria per gli incalliti e affamati sostenitori del sound eighties.
Gli Hatchery hanno rilasciato a marzo il secondo disco continuando ad autoprodursi, dopo un già più che soddisfacente debutto, "Birth Of A Bomb", ho fra le mani "Forced To Fight" che ne prosegue il cammino.
Il quartetto pesta e si divincola sfruttando le lezioni impartite nelle decadi passate sia da rappresentanti illustri della propria nazione quali Destruction, Holy Moses e Kreator, sia pescando dalla scena d'oltreoceano con riferimenti a Exodus, Anthrax e Forbidden, penserete: sono derivativi come proposta, beh se trovate un act post anni Novanta che non lo sia avete fra le mani l'oro, impresa quasi impossibile.
36 minuti compatti, le chitarre inanellano un riff dietro l'altro con il gusto e le combinazioni classiche degli Ottanta, la batteria pesta e mantiene le movenze dinamiche adatte a far sì che i brani non siano troppo standard.
Nulla da dire su episodi come "Under One Flag", "Nothing", "Thrash Metal Union" e l'opener "Genocide" che si elevano dal resto del platter perchè più convincenti e contenenti quel minimo di spessore in più richiesto per uscire dalla media, le rimanenti sono considerabili pezzi da battaglia il che non è un male perché già il fatto che siano quasi tutte sullo stesso livello esclude comunque la presenza di filler.
"Forced To Fight" ha in sè un paio di note positive che lo rendono un lavoro da scapocciamento divertito iniziando dal discreto lavoro di solistica che segue la linea di pensiero generale della proposta: semplice ma efficace.
L'altro punto a suo favore è la produzione che rispetta i canoni dello stile senza che ci siano intoppi rilevanti nei volumi della strumentazione.
La voce di Christian "Zottel" Müller che si presenta come divisa fra un Petrozza di prima generazione e una roca più gutturale va assorbita, se a impatto infatti può sembrare non proprio perfetta nell'identificare i pezzi, facendo girare più volte "Forced To Fight" questa sensazione andrà pian piano scemando.
Gli Hatchery sono una fra le band che potrebbe o dovrebbe (dipenderà dal vostro gusto) avere maggiore attenzione nell'ambito di un revival thrash forse alle volte tendente a valorizzare album più laccati e meglio supportati di quelli autoprodotti, con i secondi che ad avviso del sottoscritto fanno spesso il di dietro a strisce a quelli che escono da label cosiddette "grandi".
Non c'è ombra di rifiniture di fino e iper produzione in "Forced To Fight" c'è però sostanza, c'è thrash metal fatto da ragazzi che continuano a credere che il genere viva di passione e che suonano quello che gli piace, non posso esimermi dal consigliarne l'ascolto agli appassionati.
Thrash Or Die!
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Gruppo: GAF
Anno: 2010
Etichetta: Scrotum Jus
Contatti: www.myspace.com/gafband
Autore: Advent
Tracklist
1. Slaughterhouse Science
2. Destination: Dismemberment
3. Random Penis Encounter
4. Mr Miggs
5. Schizophrenia
6. Vermin
7. Orgy Of Destruction
8. O.P.C
9. Miles To Volts
10. Necrophiliac Coroner
11. Hei Vaan
12. Sleuth Hound
13. Putrid Steps
14. Intestinal Regurgitation
15. Mongonizing Phallosaurus
16. Ascending World Order
17. Meat Made Sex Doll
18. James Bondage
19. Chemically Induced Lobotomy
20. Cultivate Disdain
DURATA: 34:42
 Sul grindcore dei GAF si può di sicuro spendere parola. Non è puramente derivato
dall'hardcore punk. Il loro è un goregrind sottile, delineato perfettamente da uno schema death metal che gli impedisce di divagare in lidi più punkish. Il corposo groove che marca ogni riff è infatti un'impronta ben notabile, "Destination: Dismemberment" ha lievi richiami death di matrice melodica che li differisce dai connazionali Rotten Sound. I ritmi sono meno concitati, più compatti e ferrei a scapito della velocità, ovvio però che non c'è da attendersi un ascolto su cui ci si possa riposare.
Il batterista incalza a dovere ogni secondo dell'album, mostrandosi abile nell'alternare il classico tupa-tupa ad un modesto ma perfetto blast beat, le vocals seguono ormai gli standard canonici per essere ammessi in una buona produzione, una nota positiva per gli screams d'assalto, imprimono con cattiveria la primordialità del metal più aggressivo.
In "Sleuth Hound" viene dato maggior risalto al basso rispetto al restante quadro strumentistico, personalmente amo sentire i bassi e non posso che ammettere di aver goduto durante quei due minuti.
I chitarristi possiedono una sincronia che fa loro onore, sono incisivi e aumentano la pressione delle orecchie di chi ascolta con notevole bravura.
Questo è ciò che ho da dire su questo freschissimo "Cultivate Disdain" dei GAF, gli amanti dei Regurgitate non potranno che fare headbanging ascoltando "Schizophrenia" e "Orgy Of Destruction". Secondo album per una band che si farà confermare come valida più da voi che da me.
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Gruppo: Warship
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/warshipheavymetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. 300
2. Fight Or Die
3. Heavy Sea
4. Pirates Of The Seven Seas
5. The World's End
6. Fuck Them All
7. No Escape
DURATA: 38:40
 La formazione greca dei Warship nasce per volontà del cantante/chitarrista Captain Foris, uno che capitano lo è stato realmente per otto anni a capo della "Saint Kostantinos" avvicinandosi alla musica poco prima dei trenta anni.
Partorito il progetto con un monicker come Warship sembrò logico che ci volesse un capitano a comandare la nave.
Lo spirito libero di chi vive in mare è lo spunto primordiale che da vita alle composizioni, l'album "The First Wave" è quella che si può definire la prima uscita ufficiale contenente sette brani di puro e semplice heavy metal.
Le influenze sono disparate ma confluiscono spesso e volentieri nei due panorami musicali storici teutonico e inglese, fonti da cui chiunque si sia cimentato in tali prove bene o male ha attinto, Motorhead, Priest, Maiden e gli intramontabili Running Wild (chi meglio di loro per rivivere esperienze di viaggio attraverso il mare) sono percettibili nel sound genuino delle chitarre e nelle ritmiche di episodi che fanno leva su un discreto impatto e qualche buona atmosfera che vedono concretizzarsi gli sforzi profusi per creare un disco piacevole.
L'opener "300" ha un ritornello accattivante, "Fight Or Die" è una scarica d'adrenalina incalzante, la band trasuda passione, non ci sono tecnicismi particolari ma possiede le doti per farsi ascoltare, lo strumentale "Heavy Sea" è uno dei momenti più alti dell'album, la figura dei Maiden si evidenzia nel composto grazie alle famose "cavalcate" marchio di fabbrica degli inglesi.
"Pirates Of The Seven Seas" sarebbe una bella hit, purtroppo la voce di Foris, sì roca e minacciosa, tende però a mangiarsi qualche parola di troppo, alle volte si fa quasi fatica a capire cosa stia dicendo, bello il lavoro solistico in una "The World's End" dai tratti più morbidi, i ruvidi riff spigolosi vengono messi di lato per far posto a una rilassata e malinconica compagnia in cui la sei corde si esprime al meglio. C'è poi un velo seventies che di tanto in tanto si fa notare, in "Fuck Them All" tale sensazione diviene una realtà, il che non dispiace affatto visto che solleva ricordi graditi.
I problemi fanno riferimento soprattutto alla produzione, il basso è la vittima designata, troppe volte finisce sotto, coperto dalle tonalità alte mentre la prova dietro il microfono oltre a peccare di mancata intelligibilità delle parole è distorta, quasi soffocata in alcuni momenti, come avviene nei cori.
Non mancano di sicuro la buona volontà e la passione nel suonare ciò che piace, purtroppo non bastano per offrire una prova che in un quadro generale si possa ritenere pienamente sufficiente.
L'esperienza acquisita e un controllo più accurato nel lavoro svolto dietro il mixer eviteranno il ripetersi di tali difetti e allora sì che potremo cantare come pirati andando dietro ai ritornelli dei Warship.
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Gruppo: Völva
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/volvaband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Svarthol
2. Sofandi
3. Andvaka
4. Völva
5. Í Eigin Heimi
6. Vöknun
DURATA: 48:37
 Dalle fredda Islanda una giovane realtà stoner doom muove i passi iniziali, i Völva (nome tratto dalla figura sciamanica del paganesimo nordico) dopo appena due anni dalla nascita partono in quarta rilasciando subito l'album omonimo di debutto.
Cinquanta minuti che non possono negare la forte e incisiva derivazione da act storici quali EyeHateGod, Weedeater, Electric Wizard e Om oltre all'immancabile vena sabbath s'intersecano a più riprese in una dimensione sonora che fa del sound fangoso uno dei due punti forti e onnipresenti, l'altro è costituito dalla vena psych ipnotica che i fraseggi strumentali riescono a far vibrare con una buona resa.
L'album si presenta schietto e reale, la produzione non è limpidissima e questo acuisce i solchi che il riffato pesantemente greve traccia all'interno degli episodi con particolare rilevanza nella seconda "Sofandi".
Le composizioni non sono dinamicamente ineccepibili, pachidermiche sì ma avrebbero giovato dell'inserimento di qualche cambio umorale repentino in più, una "Andvaka" che si districa già bene con un mood più vario sarebbe diventata una hit vera e propria, indovinata invece la scelta di aggredire l'ascoltatore con un cantato tendente allo scream.
Con "I Eigin Heimi" l'atmosfera cinerea conduce vero lidi funeral, i due minuti iniziali della canzone sono claustrofobici e fra i più neri sinora emessi, la presenza stoner è flebile in questa parte conclusiva del lavoro lasciando campo libero alle pulsioni più estreme abbondonate solo sul finire d'esso per far spazio al pezzo e portata più succulenta del disco: "Vöknun".
Recitata in apertura, l'episodio principe del disco fa leva sulla seconda delle qualità citate in testa, è la parte psichedelica e riflessiva meno nera e arrabbiata a espandersi, il riffing diventa ciclico quasi ossessivo e la voce si mantiene pulita come se il nero che avviluppava il resto del platter si diradasse permettendo di viaggiare al di fuori di quello schermo fatto di ombre precedentemente costruito.
E' un album che fa il proprio mestiere "Völva", si difende bene anche dal punto di vista della produzione che come anticipatamente avevo menzionato, per quanto abbia quel tocco sporco un po' retro, permette comunque una chiara intellegibilità degli strumenti con la voce forse leggermente alta nel master, cosa più evidente nella fasi non clean.
L'uso del linguaggio scandinavo è alquanto evocativo, fornendo un minimo tratto distintivo, musicalmente chi segue il filone doom da anni avrà già incontrato molti act di questo genere, i Völva con una prova genuina simile fanno ciò che devono per farsi ascoltare, a voi adesso inserirli nel vostro lettore e goderveli.
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Gruppo: Empty Tremor
Anno: 2010
Etichetta: Sg Records
Contati: www.myspace.com/emptytremor
Autore: Mourning
Tracklist
1. Breaking The Mirror
2. Run
3. Warm Embrace
4. Autumn Leaves
5. Friends In Progression
6. Unconditional Love
7. Everyday
8. The Last Day On Earth
9. Iridium
DURATA: 01:04:25
 Gli Empty Tremor non credo abbiano bisogno di presentazioni, sono una delle realtà solide e avviate del panorama tricolore prog metal che ha dato vita a degli ottimi lavori come il debutto "Apocolokyntosys" e "Alien Inside" che vedeva dietro al microfono Oliver Hartmann (ex At Vance) ma hanno avuto proprio nel ruolo del cantante la croce e delizia che li ha più volte gambizzati.
I cambi in quel ruolo sono stati molteplici e dopo sei anni troviamo per l'ennesima volta un nuovo artista a sostenere il comparto testi con la propria voce, Giovanni De Luigi.
Sei anni, sì, tanto è passato da quell'ultimo disco, era ora che i ragazzi si rifacessero vivi e l'han fatto nel migliore dei modi presentandosi con un "Iridium" che evidenzia una netta maturazione, un songwriting fluido e una cura degli arrangiamenti che giova non poco nel dare una ulteriore rilevanza al lavoro svolto dal combo.
Dream Theater, Symphony X e la creatura di Vitalij Kuprij Artension sono influenze evidenti che si fondono nel sound dei musicisti nostrani, la solistica tende a riportare in vita ricordi del Michael Romeo d'annata e non può che far piacere.
Chi s'attendesse però assalti arrembanti in parte si sbaglia, i ritmi non sono quasi mai veloci, in molti momenti al contrario sono leziosi, giocano di fioretto più che di spada sfruttando atmosfere dolci come nella parte iniziale di "Warm Embrace".
E' un'ora di musica che si ascolta piacevolmente, per chi non intendesse sarò ancora più esplicito, gli Empty Tremor hanno il pregio di non compiere atti di onanismo strumentale votando la tecnica usata al solo fine di dare una forma alle emozioni espresse donando così a "Breaking The Mirror" come a "Unconditional Love" una cosa che si chiama anima.
Non so se possa valere come pecca ma alle volte tendono a essere sin troppo sfacciatamente catchy, ottimo sistema per attrarre un pubblico più ampio mantenendo delle basi di livello, lo stile melenso e zuccheroso se vivacizzato con delle fasi non dico graffiate alla Russell Allen ma che mettano almeno in mostra un'aggressività che nella voce di Giovanni sembra invece del tutto sopita avrebbero reso più vividi certi frangenti in cui invece il disco sembra adagiarsi.
La sua voce, pulita, precisa, si avvicina in certi frangenti a quella dell'ex Oliver ma mancando di quella grinta spacca muri di cui il tedesco era ed è un portatore sano.
L'atteso ritorno ha delle indubbie qualità, chi ha seguito in questi anni gli Empty Tremor e i fedeli delle sonorità prog non si lascino sfuggire l'occasione di godersi questo "Iridium", è veramente intenso.
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Gruppo: Lunglust
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/lunglust
Autore: Advent
Tracklist
1. Broken Idols
2. Family Crest
3. Silent Hymn
4. Closed Casket
DURATA: 09:33
 I Lunglust sono una band come tante altre che fanno un hardcore schietto che va dritto in faccia. Vanno veloci, le canzoni durano poco, avvicinandosi ai ritmi di band post-hardcore come gli Ampere. Nonostante nella loro musica ci sia una robusta delimitazione a causa della struttura hardcore varcano il confine che porta all'emo violence facendolo per bene, senza lacrime. Eseguono queste quattro canzoni (pochissime) incazzati, lasciando i dieci minuti che prendono della vita dell'ascoltatore con il silenzio, dopo aver sbraitato quello che avevano da sbraitare. Così. Urlano e vanno via. Un'uscita troppo minore per potersi sbilanciare, ma difetti non se ne trovano in questi quattro brani. Dopotutto è un genere immediato inconfondibile, che per spiccare necessita di una potente personalità.
Per ora finiscono nel calderone delle band emo violence, ma non è una condanna, verranno ripescate e rivalutate al momento opportuno.
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Gruppo: Non Opus Dei
Anno: 2010
Etichetta: Witching Hour Productions
Contatti: www.myspace.com/nonopusdeipoland
Autore: Mourning
Tracklist
1. Woda Dla Umarlych
2. The Prisioner Of The Worlds
3. Demon Nietzschego
4. Dark Nebula
5. Przystrojona Sloncem
6. Death Hussar Legions
7. Point Zero
8. Galaxy In Her
9. Until The Wheel Stops
DURATA: 31:54
 La scena polacca è una di quelle che da sempre seguo assiduamente e con molto piacere, i Non Opus Dei ne fanno parte e negli anni andati la formazione black mi ha anche regalato qualche discreto sussulto.
Nel recente passato (appena tre anni fa) con "Costant Low" la band aveva sfornato un lavoro che non mi faceva gridare al miracolo ma esponeva chiaramente di cosa fossero capaci, con l'ultimo partorito "Eternal Circle" la presa non è stata mollata ma bensì resa ancor più serrata.
Continuano a seguire la via intrapresa dai Behemoth, è un black/death sparato in velocità che però con le atmosfere in questo caso ha poco a che fare, l'unico sentore evidente purtroppo è meccanico, gelido che in alcuni episodi non dispiace ma esposto per tutta la durata, seppur breve, diviene un monocorde e a lungo andare con gli ascolti sterile attacco frontale.
Che sia voluto non c'è alcun dubbio, sono in giro dal 1997 e non essendo novellini sanno come muoversi, il sound e la produzione pulita in cui la batteria spicca per potenza accompagnata costantemente da un double bass ficcante non bastano però a coprire una mancanza di varianti che fanno filare il disco liscio sì ma con pochi passaggi davvero memorabili.
I momenti più alti del platter vengono toccati in "Przystrojona Sloncem" dove palesemente si fanno vivi i Morbid Angel e i ritmi si prendono in parte una pausa dalla costante corsa contro il nulla e "Death Hussar Legions" che sulla falsariga delle precedente sfrutta ancora l'influenza dei deathster floridiani e ridondanze a cascata.
Tolte queste due si possono menzionare "Demon Nietzschego" e "Dark Nebula" più per l'intento che per una composizione che si espone come già sentita più volte arrivando ad annoiare con "The Prisoner Of The Worlds".
E' un mezzo passo falso questo "Eternal Circle", da gente che ha partorito dischi in passato di stampo Bathory come "...Sem Al Diavol Va Porti Al Mal" e pur modernizzandosi sembrava non aver ceduto alle mode del momento ci si attende ben altro.
Se amate i platter che tirano dritto per dritto non avrete problemi a digerirlo, chi cercasse musica ferale ma al contempo atmosferica o un minimo ricercata ne stia accuratamente alla larga.
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Gruppo: Debt Of Nature
Anno: 2010
Etichetta: Deity Down Records
Contatti: www.myspace.com/debtofnaturemetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro (Debt Of Nature Reprise)
2. Masturbator Generator
3. Crush Kill And Burn
4. Like Breeding Rats
5. Insalata Tarantula
6. Eisenfresser
7. Why I Hate
8. Nightmare Of The Fashion Whore
9. Blackguard
10. Caterpillar Walk
11. Demise Of Dementia
12. Peeping Tom
DURATA: 46:02
 La Germania è fucina sempre in attività, forgia continuamente act devoti al verbo del metal, stavolta mi sono imbattuto nei Debt Of Nature, formazione al secondo disco di cui ero completamente all'oscuro.
Non conosco il debut, li ho approcciati direttamente con il nuovo "Crush, Kill And Burn" e dopo un paio d'ascolti è evidente che le influenze dei nomi altisonanti del grind come Napalm Death e Terrorizer siano riscontrabili a più riprese, così come si nota la presenza dei Dying Fetus e di un alone costantemente thrashy nel sound che mantiene una concettualità legata allo stile retrò.
Passato che però non viene evocato da una produzione pulitina e potente che ha visto dietro le manopole del mixer Andy Classen, uno che sa come fare il proprio mestiere, in effetti il suono offerto da la possibilità ai ragazzi di sfoderare una prova massiccia soprattutto nelle canzoni più veloci e compatte quali "Masturbator Generator" e "Eisenfresser" che rappresentano il taglio estremo interno al platter.
La titletrack mostra una buona prestanza, i cambi di tempo disseminati la rendono accattivante al contrario di una carica di groove "Insalata Tarantula" che scava profondi solchi e una "Why I Hate", pezzo in cui è la deriva thrash a guidare il carro.
I Debt Of Nature posseggono un discreto songwriting, il riffing ha dei picchi notevoli quando tende ad accelerare e in fase solistica le due asce, Simon Lukassek e Marcus Italiani, si destreggiano per nulla male, esempi ne sono l'adrenalinico assolo inserito in "Einsefresser" e quello indomito racchiuso in "Peeping Tom".
Il batterista Kevin Siepmann è in più di un'occasione esplosivo, dirompente esegue pattern veloci e pestati con Stavro Kamari che lo segue facendosi vivo quando la situazione permette di metter fuori la testa, buona infine la prestazione dei due cantanti, Marc Göhring e Masae Dausend, priva di sbavature evidenti.
Le uniche pecche di "Crush, Kill And Burn" sono quelle di avere un andamento altalenante con alcuni episodi sufficientemente validi ma che non riescono a tenere il passo delle altre e una produzione che, se da un lato come anticipato aumenta l'impatto di quei due pezzi, forse un po' più sporca avrebbe dato una forma più vivida al complesso imbrigliato da un sound ormai strabusato.
Chi ascolta death/grind faccia fare un paio di giri nello stereo ai Debt Of Nature, troverà di sicuro qualcosa di proprio gradimento all'interno di "Crush, Kill And Burn".
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Autore: Mourning
Formazione:
Leonardo Ciccarelli-Basso
Alessandro Morroni-Batteria
Marco Vitali-Chitarra
Simone Moggetta-Chitarra
Christian Bartolacci-Voce
Ho il piacere d'avere con noi gli Ibridoma, salve ragazzi e benvenuti su Aristocraziawebzine, come va?
Che ne dite d'iniziare presentando la band ai nostri lettori?
Ciao, ci siamo formati nel 2001 e attualmente la formazione vede alla batteria Alessandro Morroni, alle chitarre Simone Mogetta e Marco Vitali, al basso Leonardo Ciccarelli e alla voce Christian Bartolacci.
Vi eravate già fatti notare sia con il buon Ep "Lady Of Darkness" che con la demo "Page 26", com'è stato arrivare al passaggio successivo, la creazione del vostro omonimo debut?
Il passaggio è stato semplice, ma ci siamo dovuti impegnare molto. Grazie alla professionalità dello studio di registrazione DPF e a Mauro Ulag Mancinelli (il nostro fonico), siamo riusciti a tirare fuori questo lavoro, ottimo per noi considerando che siamo solo un gruppo underground. Alla fine abbiamo scelto nove tracce quelle che secondo noi erano le migliori e abbiamo dato vita a questo lavoro "Ibridoma".
Doveste scegliere tre band che vi hanno influenzato in maniera oggettivamente importante, quale citereste e perchè?
Direi sicuramente Maiden, Metallica, Megadeth, senza questi gruppi storici quale ragazzo in Italia o all'estero avrebbe iniziato a suonare metal?
Gli dobbiamo molto, anche se noi sinceramente cerchiamo costantemente di non imitare nessuno ma di fare la nostra strada, o meglio suoniamo pezzi che arrivano direttamente dal nostro cuore e dalle nostre mani.
Avete tutti un background musicale comune?
No ognuno di noi proviene da background diversi,svariamo da Iron a Bon Jovi, Queen, Deep Purple, Rem, Metallica, Scorpions, Pantera, Death, Europe, Guns, Helloween,ecc... insomma direi ibridi in tutto.
Trovo "Ibridoma" molto valido, pieno di riff heavy come da un po' non se ne sentivano, come nasce una vostra canzone?
Come sono divisi (se lo sono) i ruoli nel comporre musica, testi e su cosa incentrate le liriche?
Sì è giusto Heavy è la parola magica per noi. Di solito Marco e Christian sfornano riff, o portano pezzi quasi finiti, poi ognuno mette del suo e i pezzi vengono rodati in sala prove alla fine li portiamo in pubblico. I testi li scrive Chris, ma subito dopo la musica, è la canzone che ti dice quello di cui vuole parlare.
Le tematiche preferite sono quelle personali, o qualcosa letto o visto in tv, le cose che arrivano più facilmente al pubblico sono quelle che il musicista sente più sue.
Uno dei brani che mi ha colpito è sicuramente "Ibrido", come mai la scelta di cantare in Italiano? Siete coscienti d'avere fra le mani un pezzo che potrebbe diventare una hit radiofonica se solo qui in Italia non si limitassero a far girare sempre i soliti brani stile canzonetta?
Grazie per il complimento, ”Ibrido” è un pò il nostro lato nascosto se sia il migliore non lo so, ma noi non ci facciamo problemi suoniamo solo quello che ci piace, con questo brano abbiamo voluto mostrare le nostre potenzialità, poi sicuramente ai concerti le persone se vogliono la possono cantare dato che siamo Italiani.
Esaltare la voce di Christian mi sembra davvero inutile visto che c'è già il disco a farlo, quello che ho notato è una bella coesione strumentale, quant'è importante il vostro rapporto come persone oltre quello che come musicisti in studio?
Noi ci rispettiamo moltissimo la nostra è una piccola famiglia e in studio la differenza si vede, ognuno ha rispetto per le parti dell'altro e pensa solo a dare il massimo e al più uno da consigli che spesso sono bene accetti, di solito però ne parliamo prima di entrare in studio.
La vita nell'underground è dura, noto però che mentre per il metal estremo le strade sono più ampie e per certi versi percorribili per quello
di natura classica si fatica di più, a cosa è dovuta secondo voi questa tendenza? Riuscite a suonare on stage con una certa continuità e quali sono le difficoltà che incontrate più spesso?
Il metal classico è considerato purtroppo come un genere ormai vecchio non adatto alle nuove generazioni forse è per questo che si fatica molto ad emergere.
Noi riusciamo a suonare abbastanza spesso ma la difficoltà più grande è la mancanza di locali adatti a questo genere mancano gli spazi soprattutto dalle nostre parti.
Cosa ne pensate della piaga cover band?
La cover band rappresenta la massima resa con il minimo sforzo, ma salverei tutte quelle che riescono ad essere fedeli al gruppo originale. Purtroppo la verità è che loro suonano ovunque anche se uno non sa cantare o suonare quello che conta è scrivere cover band di ...... poi se non lo sai fare, canta il pubblico che le sa meglio.
La scena italiana com'è secondo voi? Quali sono le formazioni con cui avete buoni rapporti o che consigliereste d'ascoltare ad un amico?
Cosa si potrebbe fare per farle davvero spiccare quel volo che sembra sempre per prendere forma ma che non si è ancora realizzato?
Ci sono molti gruppi validi, un gruppo con cui abbiamo suonato che ci è piaciuto molto sono i Trick Or Treat davvero bravi, poi come non citare i The Dogma e gli Scala Mercalli l'altro gruppo di Chris. Il passa parola su internet oggi è l'arma migliore per i gruppi, non si vendono più i cd ma si arriva più facilmente ai ragazzi. Approfittiamo per ringraziare quelli che ci aiutano con internet.
Come sono gli Ibridoma live? Cosa ci si deve attendere da una vostra performance?
Il live è il banco di prova per ogni gruppo noi siamo piuttosto fedeli alle tracce registrate e diamo il massimo ogni volta, ci si può aspettare grinta e voglia di far arrivare il nostro messaggio alla gente, cioè voglia di vivere di dire la nostra superando le difficoltà che la vita ci propone ogni giorno, infine un'ora o più di divertimento.
Siete in giro per concerti adesso?
Sì suoniamo qui nelle nostre zone poi ci sposteremo a Pescara e al nord Italia, per essere più precisi si possono vedere le date cercando Ibridoma sul Myspace.
L'intervista si conclude qui, vi ringrazio per la disponibilità e lascio a voi il compito di chiudere a vostro piacimento:
Noi vi ringraziamo per lo spazio che ci avete dato, ringraziamo tutti quelli che leggeranno questa intervista. Vi invitiamo a visitare : www.myspace.com\ibridoma, vi aspettiamo ai concerti.
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Informazioni
Gruppo: Mondvolland
Anno: 2010
Etichetta: Apollon Records
Contatti: www.myspace.com/mondvolland
Autore: Mourning
Tracklist
1. Stemmen In De Avond
2. De vuurman Van Papendal
3. De Roep Der Gevallen Helden
4. 't Oudreemsterveld
5. Daar, Waar Donar Dondert
6. Vastelavond
7. De Witte Juffer Van Kernheim
8. ...Als De Grijze Sluier Over De Wouden Danst
9. Hoefslagen In De Verte
DURATA: 51:19
 Gli olandesi Mondvolland hanno finalmente rilasciato l'album di debutto, "D'Olde Roop" è una classica creatura folk/black anticipata da due demo e dall' ep "...Daar Naast De Urthensula!". La prima nota positiva riscontrabile è che la band è matura e persegue una via precisa, il black è parte fondamentale e frequentemente presente arricchito e adornato dalle venature folk vistose ma non pacchiane.
L'uso di strumenti come il flauto e il violino (la violinista è Irma Vos che ricorderete essere presente nella line-up dei connazionali Heidevolk) fa da contorno a una musica che è influenzata da Ulver, Storm, Heidevolk, Grimm e altri nomi solcheranno il vostro pensiero ascoltando un disco che si trova a proprio agio sia quando le melodie spesso orecchiabili di "De Vuurman Van Papendal", "Daar, Waar Donar Dondert" e "DeWitte Juffer Van Kernheim" reggono le trame, sia nel momento in cui si sfoga feralmente come accade in "De Roep Der Gevallen Helden" e nella parte centrale dell'opener "Stemmen In De Avond" dove le parvenze black prendono il controllo, interessante è "Vastelavond" che in termini di equilibrio è quella che meglio mostra e supporta in contemporanea la convivenza dei due stili.
E' un lavoro ben fatto che non presenta innovazioni significative e che ha ancora dei punti da inquadrare, non tutto suona come dovrebbe inziando dalla voce pulita che ha bisogno di studiare delle linee meno standard per evitare la monotonia, cantato che comunque nell'alternare scream e clean risulta più che sufficiente.
La produzione è scarna ma definisce piuttosto bene il sound offrendo spesso e volentieri le luci della ribalta al basso.
L'Olanda può adesso vantare una valida alternativa ai soliti nomi della scena nazionale, per chi segue il genere i Mondvolland e "D'Olde Roop" saranno una piacevole sorpresa e perché no, un nome da aggiungere alla propria lista deglia acquisti.
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Informazioni
Gruppo: Hacavitz
Anno: 2010
Etichetta: Moribund Records
Contatti: www.myspace.com/hacavitz666
Autore: ticino1
Tracklist
1. To Meet Again
2. Ye Parani Eojtocomol
3. Towards Black Pest
4. Hablan los Muertos
5. Most Unclean
6. Cauitl Glalticpac
7. Angstcraftwerk
8. Sulphur Winds
9. Gorajtzin Miqui
DURATA: 37:10
 Non è chiaro se Metztli fosse un dio o una dea. Gli Aztechi chiamavano così la divinità della Luna. La leggenda dice che Metztli fu relegata a dominare la notte, perché si rifiutò d’immolarsi per ottenere il regno del giorno e diventare così la signora del Sole.
Il Messico è un paese che ospita parecchi gruppi metal d’interesse o meno. Gli Hacavitz ci offrono un disco dalla copertina molto suggestiva. Da quello che posso capire, si tratta di un omaggio alla menzionata divinità. L’immagine risveglia nella mia mente scene di riti sanguinosi, praticati nell’antichità.
Il gruppo intavola un death metal con forti influenze black. I pezzi sono per i miei gusti abbastanza lineari. Trovo qui e là alcuni riff interessanti ma nulla di spettacolare. A essere onesto, mi aspettavo un disco molto più dedicato alle sonorità folcloristiche di stampo azteco-sudamericano, come si trovano sul primo lavoro degli Xibalba. Gli Hacavitz sfornano sì un disco solido, ma che pare vivere di un paio di riff conditi con un arpeggio tipicamente black e di parecchia monotonia. La voce non è male e il batterista pare essere l’unico con la volontà di inserire veramente un poco di varietà.
Soggettivamente devo dire che, malgrado parecchi ascolti, non fui colpito dalla scintilla capace di accendere in me l’entusiasmo per questa produzione. Non voglio sminuire eccessivamente questo disco che contiene comunque alcuni passaggi piacevoli.
Consiglio a tutti gli amici del death lineare sporco di black e senza pretese, di darvi un’ascoltata.
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Informazioni
Gruppo: Bretus
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/bretus64
Autore: Mourning
Tracklist
1. Sitting On The Grave
2. From The South
3. Dark Cloaks Arrive
4. In Okirica
5. The Only Truth
DURATA: 26:07
 La Calabria continua a mostrarsi regione attiva e propositiva, i Bretus differiscono però dalle realtà che vi abbiamo già presentato fra le quali ricordo Zora, Land Of Hate e Carnal Gore per il semplice fatto che i ragazzi sono legati a un altro movimento musicale: lo stoner/doom.
La formazione prende vita nel 2000 dalla mente Ghenes (basso) che in accoppiata con Neurot (chitarra) inizia a dar forma ai primi pezzi, la line up viene completata con gli inserimenti di Sest (batteria) e Marko (voce), ciò da ulteriore spinta alla nascita del demo partorito nel 2008.
Passa un solo anno e il motore si riavvia, le direttive sono quanto di più classico e piacevole un'amante dello stile possa ritrovare, le influenze di casa Sabbath, lo stoner di Wino e soci così come la psichedelia desertica dei Goatsnake si convogliano in unico flusso che da come risultante i cinque brani dell'ep "Bretus".
Non c'è nulla di nuovo sotto il sole e del resto il territorio già battuto lo si deve sempre e comunque saper interpretare e far proprio ed è nel carattere che i Bretus hanno una delle qualità migliori, s'impongono con l'opener "Sitting On The Grave" e "From The South" grazie a un riffato imponente e massiccio, scuro, andante, dai toni seveties accentuati dove la voce è libera di stagliarsi sopra alternando a un buon clean fasi grattate maligne e "urlando" quando ne sente il bisogno.
Suonano pesante, suonano cadenzatamente pesanti con la batteria pestata a rimarcare l'incedere come un piede che affonda volutamente la propria figura nel terreno, è quindi in un certo senso prevedibile quanto apprezzabile l'innesto di uno strumentale che spezzi le catene solide portando in rilievo la vena più sognante e atmosferica ed ecco quindi arrivato il turno di "Dark Cloacks Arrive".
La canzone ammanta l'ascoltatore ricoprendolo con un velo grigio fitto e malinconico tessuto dal mood tristemente acustico che la rende particolarmente affine a dare un degno riposo dalla frenesia che il resto del mini platter ha in dote, pausa breve ma intensa.
Con "In Onirica" è il groove fornito dal comparto ritmico a fare la voce grossa, basso e batteria si compattano e la chitarra infila un riffone dietro l'altro con l'innegabile Iommi a ispirazione, vorrei anche vedere, suonare questo genere e non amare i Black Sabbath sarebbe una contraddizione alquanto folle, "The Only Truth" infine accresce la sensazione di heavy impact aggiungendo altra carne al fuoco, la svolta verso una direzione più eighties e un cambio in corsa nella parte centrale la rendono coinvolgente e gli assoli s'incastrano alla perfezione nell'intelaiatura creata, "Bretus" finisce e un sorriso di soddisfazione rimane sul viso.
Ben prodotto e con una discreta cura per quanto riguarda gli arrangiamenti, è una bella presentazione quella messa in atto dai Bretus, se le coordinate su cui in futuro continueranno a muoversi manterranno la stessa energia e riusciranno a inserirvi un minimo di personalità propria nei brani (la derivazione in questo caso non è una colpa ma un credo) potrebbe scappar fuori un gran disco.
Non ci resta quindi che attendere e seguirne il percorso, ragazzi siete avvisati: una volta tirato il sasso non si può nascondere dietro la mano sia chiaro!
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