Informazioni
Gruppo: Quake The Earth
Titolo: We Choose To Walk This Path
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Inverse Records
Contatti: facebook.com/quaketheearth
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Predator
2. We Own The Streets
3. The Unknown
4. Finger On The Trigger
5. We Choose To Walk This Path
6. From This Day To Last Day
7. We Are The Enemy
8. Brand New Day
9. Three Mofos
10. No Man Is Bigger Than A Bodybag
11. Crusader
12. Mask Of Deception
13. Red And White
14. Punainen Hevonen
DURATA: 49:00
I finnici Quake The Earth suonano una miscela "metalcore" che ha nel proprio DNA tratti dei Pantera, dei Lamb Of God e di formazioni come gli Hatebreed: questi potrebbero essere tre riferimenti immediati all'interno del sound, anche se non sono di certo gli unici a essere riversati nel debutto dalle discrete potenzialità intitolato "We Choose The Walk This Path".
Il quintetto in maniera prevedibile, ma non deprecabile, sfodera una prova che sostanzialmente ruota intorno alla muscolarità. Sin dalla traccia in apertura, "The Predator", è evidente il tentativo di animare la situazione puntando su un'attitudine da "mosh" che diviene croce e delizia del disco. La sua continuazione infatti, pur tirando in ballo pezzi dalle doti caratteriali spigolose e massicce come il breve macigno "Brand New Day", "Three Mofos" e "Mark Of Deception", o in alternativa palesando alcuni momenti orecchiabili nel riffato come avviene ad esempio in "From This Day To Last Day", non riesce comunque a innestare il cambio di marcia che avrebbe contribuito a fornire un minimo di varietà in più all'album.
C'è da tenere in conto che questo specifico filone musicale soffre più di altri una sorta d'immobilità stilistica che ne appiattisce i valori, quindi cerco di valutare in chiave positiva le scelte che risultano convincenti all'orecchio. Magari qualche mossa è stata azzardata (la sezione narrata in "We Are The Enemy") e qualcun'altra inaspettata (la morbida chiusura affidata al lento strumentale "Puainen Hevonen"), tuttavia nel complesso il disco si difende a denti stretti e raggiunge la meta prestabilita: piazzare la legnata.
"We Choose To Walk This Path" è un lavoro onesto che avanza grazie a una prestazione di squadra compatta e ordinata, non brilla per inventiva, ma possiede sia il groove che la carica giusti, oltre a un paio di buone tracce che permetteranno ai finlandesi di trovare un loro posto nell'affollato mondo in cui si sono inseriti.
Adesso tocca agli amanti del genere decidere se concedere o meno il proprio tempo e, fossi in loro, un ascolto lo darei, a priori non si scarta nulla nella vita.
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Gruppo: Quiet In The Cave
Titolo: Tell Him He's Dead
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Cave Canem D.I.Y.
Contatti: myspace.com/quietinthecave
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Dark Passenger
2. Run Out
3. Measure
4. Monstro
5. Lose
DURATA: 26:30
Inizio col dire che salterò premesse e presentazione della band, i Quiet In The Cave non sono sconosciuti ad Aristocrazia e il nostro Advent ne parlò già due anni or sono nella recensione che li vedeva coinvolti nello split con i The Drop Machine.
La band toscana è maturata e supportata da un progetto denominato Cave Canem D.I.Y., un collettivo che sta cercando di portare avanti le realtà della zona legata al monte Amiata ed oltre non limitandosi al panorama musicale, per i dettagli vi rimando al loro sito (cavecanemdiy.wordpress.com).
Hanno rilasciato un mini lavoro di cinque pezzi intitolato "Tell Him He's Dead" che si accoda alla "generazione bastarda" di act capaci e incredibilmente abili nel combinare più influenze stilistiche dando vita a prove quindi multisfaccettate che alternano malsanità ad atmosfere sognanti, acidità psichedelica a brutalità pura e cruda.
Il platter è un crocevia non lontano dall'incarnare un perfetto incontro-scontro fra le profondità del doom, la natura esplorativa del post metal sia in ambito black che più classicamente ricollegabile al mondo hardcore e una visione atmosferica affine al mondo gotico e per gotico intendo quello segnato dall'era primordiale del trio britannico Paradise Lost, Anathema, My Dying Bride.
"Tell Him He's Dead" al pari di una giornata dissestata da un umore spiazzante del tempo gode di continui cambi umorali che ne segnano il percorso, l'opener "The Dark Passenger" è il "manifesto" di ciò che i Quiet In The Cave sono adesso, montagne russe che passano dal grigio al nero a sprazzi di bianco con rapidità e giusti intenti, interessante il modo con il quale Munholy (Malfeitor, ma son splitatti?) utilizza la voce dando sfogo sia al lato più oscuro e tenebroso che a quello più recitativo e carezzevole. In "Run Out" e "Measure" le reminiscenze del passato prossimo che li vedeva interpretare brani quali "Ionosfear" e "Stalker" non sono andate di certo perdute, l'ambientazione acquisisce una concentrazione "goth" notevole nella prima e una fermentazione "extreme" nella seconda ancora non pervenute appieno nel precedente lavoro, è infatti altrettanto vero che quell'alone dark e i meandri post che appartenevano a quei due pezzi sono percettibili all'interno di queste nuove creazioni, il feeling si è evoluto ma non snaturato.
Che amino affondare il colpo se e quando è possibile non lo nascondono di certo tant'è che con "Monstro", titolo che fra le altre cose non poteva essere più indovinato, le striature black assumono corposità, i residui d'influenza "dronica/noise" si permeano nella canzone sfoderando la prestazione più corpulenta e ferina, fra le altre cose la parola "monstro" sembra avere per il combo una rilevanza notevole dato che anche il primo demo pubblicato portava tale nome, ci sarà dietro un motivo a noi ignoto? I ventisei minuti e mezzo del disco sono volati e "Lose" con il suo inglobare per l'ennesima volta tutto ciò che rappresenta il suono dei Quiet In Cave ci conduce a morte piacevole e della quale si ha ormai una interessata conoscenza.
È ammirevole come e quanto le piccole label diano linfa vitale e spazi ad artisti nostrani che meritano di ricevere consensi e soprattutto voce in capitolo, dato che ci ritroviamo frequentemente sommersi da produzioni molto meno meritevoli ma supportate da "etichette" industriali e poco affini a valorizzare l'arte in sé.
È quindi un piacere poter consigliare un ascolto come "Tell Him He's Dead" augurando ai toscani di produrre al più presto un prosieguo in versione full ed è altrettanto doveroso premiare gli sforzi di chi dal basso e con i propri mezzi, si vedano Frohike, Lo-Fi Creatures e la suddetta Cave Canem D.I.Y., ci mette cuore e portafoglio per dar forma a tali release, continuate così!
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Gruppo: Quo Vadis
Titolo: Infernal Chaos
Anno: 2010
Provenienza: Polonia
Etichetta: Total Metal
Contatti: myspace.com/QuoVadisPL
Autore: Mourning
Tracklist
1. Caducus
2. Blood For Oil
3. Bomb & Fire
4. Black Horizon
5. Chaos
6. Dreams
7. Cross Of Gold
8. East Vs. West
9. Nimue
10. Evil Dad
11. Russia
DURATA: 54:18
 I Quo Vadis di cui intendo parlare non sono i canadesi, il cui prog/death di razza è ben lontano dalla realtà polacca in questione, oltretutto più vecchia come nascita.
"Infernal Chaos" è l'ottavo disco prodotto da questa formazione e venne rilasciato nel 2010 tramite l'etichetta Total Metal.
Il platter si allontana decisamente dalle classiche produzioni "made in Poland" in primis per l'impostazione meno brutale e maggiormente ragionata, per una deriva thrash che miscela con discreta sapienza influenze che attingono dal panorama europeo ad altre ricollegabili alla scena Bay Area facendo filtrare la sensazione che vogliano andare ben più lontano provando a essere orecchiabili e melodici. Inoltre accentuano già dai titoli, spesso semplici e chiarificatori, le tematiche trattate, si vedano "Cadacus" (esoterismo), "Bomb & Fire" (fanatismo religioso) e "Evil Dad" (molestie).
Ci provano a uscire dal classico calderone da "minestra riscaldata" sfruttando tratti orientaleggianti nella già tirata in ballo "Bomb & Fire", infilano dentro anche le tastiere in "Cross Of Gold" offrendole da contorno a un brano robusto e come accennato in antecedenza non si fanno mancare il ritornello da canticchiare. Sono scelte rischiose e che solitamente tendono a dividere le opinioni fra coloro che amanti dell'old school sputeranno veleno a priori e altri che più tolleranti e fruitori di proposte "alternative" le troveranno di proprio gusto; anche in questo caso siamo dinanzi a un conflitto eterno e privo di soluzioni.
Tirando le somme, dopo svariati ascolti di "Infernal Chaos" ciò che appare evidente è che i Quo Vadis abbiano le idee chiare su come muoversi ed esporre le loro motivazioni in musica, il disco non diventerà mai un "masterpiece" ma lo s'inserisce nello stereo di buona lena e questo insieme alla piacevole ora scarsa di compagnia da loro offerta è ben più che un risultato sufficiente per un "on air" simile.
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Gruppo: Quartz
Titolo: Stand Up And Fight
Anno: 1980
Provenienza: Gran Bretagna
Etichetta: MCA Records
Contatti: non disponibili
Autore: ticino1
Tracklist
1. Stand Up And Fight
2. Charlie Snow
3. Can't Say No To You
4. Revenge
5. Stocking Up The Fires Of Hell
6. Rock 'n' Roll Children
7. Questions
8. Wildfire
DURATA: 37:59
 Spesso si sente parlare di NWOBHM limitandosi a citare gruppi come Saxon o Iron Maiden. Da dove arriva questo movimento (ricordo che non si tratta di un genere)? Quartz è una formazione nata già prima dell'Ottanta che era più legata al rock degli Anni Settanta e meno alla tradizione punk.
Per anni trascurai quest'onda metal che visse dei veri tempi d'oro un quarto di secolo fa. La mia ricerca sul tema mi condusse a qualche mp3 di questo quartetto proveniente da Birmingham. Durante un corto soggiorno a Milano trovai questo capolavoro negli scaffali del fornitissimo Metropolis in Via Padova che, bisogna dirlo, è un negozio diretto da persone molto competenti e piene d'esperienza in ramo musicale totalmente dedicate alle note e alla loro attività.
La copertina... guerriera di questo LP potrebbe essere abbinata banalmente a un disco dei Manowar. Rappresenta un combattente muscoloso che brandeggia una possente arma bianca contro un nemico fuori campo. Per l'osservatore moderno può apparire piuttosto kitsch ma nessuno negherà che l'immagine sia forte e molto emozionante.
Qual è la prima impressione ascoltando questo pezzo di vinile? La qualità dei musicisti è indiscutibilmente buona. Tutti sfruttano i proprî strumenti per trasmettere all'ascoltatore metal e rock legati a tante sensazioni e sentimenti. Il mio brano preferito è senza dubbio l'ultimo del lato A, “Revenge”. Leggendo il testo durante l'ascolto, i brividi mi scorrono lungo la spina dorsale. La voce rauca del cantante che ricorda alcuni mostri del rock come Robert Plant o Ian Gillan è il mezzo ideale per levigare il lavoro della sezione strumentale. Quest'ultima è in grado di produrre linee da dure a dolci senza cadere nella banalità e mantenendo una vera dignità metal, avvolgendo l'ascoltatore con le sensazioni più diverse.
Non aspettatevi “exploits” molto metallici che erano appannaggio di una generazione apparsa più tardi nell'evolversi della NWOBHM. I signori di Birmingham vizieranno il vostro udito con un metal classico e molto curato che soddisferà anche le voglie più intime di qualche amico dell'hard rock. Usai più sopra il termine “dolce”; non pensate che io intenda con ciò “sdolcinato”. Questo disco è definitivamente da evitare come colonna sonora per un incontro romantico. Oso definire in questo modo il lavoro: è il tentativo di trasformare disperazione, rabbia e tristezza in una forza che ti possa portare avanti.
La versione CD contiene anche un pezzo bonus che, detto tra parentesi, stona completamente fra le altre canzoni. Se vi capitasse fra le mani, vi consiglio pure di accaparrarvi il live; è una bomba.
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Gruppo: Quintessence Mystica
Anno: 2011
Etichetta: Schwarzdorn Productions
Autore: Mourning
Tracklist
1. Vector Space Of Desires
2. Triumph Of Cold Steel
3. Aspects Of Contemplation Projected Onto The Eternity
4. Entropy Of Sanity
5. Crossroads Of Time
6. Metaphysics Of War
7. Unleashing The Dogs Of War
8. When Sacred Flame Inspires The Souls Of Heroes
9. Memorial
10. The Symphony Of The Bare Feelings
11. Frankenwald Mystery
DURATA: 42:50
 Il progetto ucraino Quintessence Mystica prende forma per volontà di Master Alafern, musicista coinvolto nel ruolo di violinista, arrangiatore e compositore in act quali Thunderkraft, Svyatogor e Triglav.
In questa sua personale rappresentazione black sinfonica è coadiuvato dal cantante Dromos Aniliacos e tramite il supporto della tedesca Schwarzdorn Production col materiale che dal 2008 (anno di nascita della formazione) a oggi si è creato viene rilasciato "The 5th Harmonic Of Death".
L'album è canonico, le influenze norvegesi e certe tinteggiature pagan/black che ne diversificano lievemente l'incedere, spesso puntante sul lato più battagliero e andante, non salvano purtroppo una prova che pur mostrando un songwriting per nulla malvagio, è sin troppo penalizzata da dei suoni amatoriali.
E' un peccato perché brani come "Triumph Of Cold Steel", "Entropy Of Sanity", "Unleashing The Dogs Of War" e la doppietta composta da "Memorial" e "The Symphony Of The Bare Feelings" evidenziano che le idee al polistrumentista non mancano e che ha le capacità per svilupparle correttamente coprendo discretamente anche un ampio range emotivo trovando soluzioni che vanno dal ferale al romantico.
La batteria però è palesemente meccanica e fredda, i synth non suonano neanche male ma sono privi sia della magniloquenza orchestrale dei Dimmu che di quella pulizia cristallina che da quel senso di opprimente all'orecchio, offrono un supporto sufficiente ma che non fa la differenza.
Buona la prestazione del singer teatrale ed evocativo, tiene a galla per la maggior parte del tempo i pezzi, è poco però per concedere più di un paio di passaggi nello stereo a "The 5TH Harmonic Of Death", lo stato embrionale in cui è racchiuso sarà bypassato prossimamente?
Potremmo venire a contatto in questo 2011 con il secondo lavoro targato Quintessence Mystica, non resta quindi che attendere e sperare che le défaillance gambizzanti che affliggono la musica qui esposta vengano superate, in tal caso si potrà iniziare a tenerli in considerazione come una band che possedendo di base le carte in regola per dire la sua nel panorama sinfonico si mette in gioco, per ora rimandati.
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Gruppo: Quicksand Dream
Anno: 2010
Etichetta: High Roller / Planet Metal
Contatti: www.myspace.com/quicksanddream
Autore: Mourning
Tracklist
1. Prologue
2. A Child Was Born
3. House Of Wisdom
4. Caress Of The Breeze
5. Road Goes Ever On
6. The Lighthouse Dream
7. Aelin's Oath
DURATA: 51:15
 Per la serie "prima o dopo ce la facciamo": i Quicksand Dream. La band è in giro da oltre vent'anni, nasce nel 1988 come Epic Irae, sforna tre demo e decide di cambiare monicker passando all'attuale nel 1993 e da quell'attimo ne trascorrono altri sette (siamo nel 2000) prima di dare alle stampe l'unico album sinora pubblicato "Aelin - A Story About Destiny".
Gli svedesi al tempo stamparono solo una trentina di copie autoprodotte che finirono in mano ad amici e forse a qualche label, come spesso avviene comunque la musica finì nel dimenticatoio sino ai giorni nostri quando la High Roller Records ha preso la decisione di dare forma vinilica in numero limitato ovviamente (500 pezzi) e a quanto sembra c'è un accordo con la Planet Metal per l'uscita in versione cd.
E' una proposta che sapeva già di retrò sound quando inizialmente fu partorita, gli unici membri ancora attivi, Göran Jacobson (voce) e Patrick Backlund (basso) allora supportati da Thomas e Mikael Svedlund (rispettivamente chitarra e batteria), possono dire d'aver dato alla luce un gioiellino che forse molti abituati alle produzioni laccate odierne non riusciranno a sopportare ma che non è altro che una rappresentazione heavy/epic a tinte fantasy. La natura epico/metallica deriva dalle influenze evidenti derivanti da act quali Manilla Road e primi Candlemass, c'è una vibrazione seventies di matrice sabbathiana ed è innegabile che le atmosfere ancestrali facciano il resto avvolgendo l'ascoltatore sino a catapultarlo in tempi ormai obliati, il fantasy è invece incarnato dalla scelta in fase di composizione dei testi, la storia è un concept che va oltre il tempo e le ere, così come la passione di questi musicisti che dopo tanta attesa hanno avuto la ricompensa che spettava loro.
L'album viaggia su buoni livelli, le tracce godono di una buona produzione e la prova strumentale è capace di mostrare dinamismo e qualità più che discreti sia dal punto di vista delle strutture, molto affini al periodo ottantiano del genere, sia dal punto di visto del rilascio emotivo. E' trascinante anche se non perfetto e alle volte un po' scontato nel suo discernere, è nelle tracce più lunghe, "The Lighthouse Dream" e "Aelin's Oath", che vien fuori il meglio inserendo cambi d'umore e di tempo inaspettati, così come si difendono più che degnamente "A Child Was Born" e "House Of Wisdom" che forti di quel gancio epic sfrontato e suadente si lasciano ascoltare piacevolmente, nota che però non incide con lo stesso peso in "Caress Of The Breeze" e "Road Goes Ever On".
Se c'è un problema reale per l'ascolto di questo "Aelin - A Story About Destiny" è la voce di Goran, il cantante ha dalla sua una grande interpretazione, si cala nei pezzi in maniera fantastica infondendo quel senso d'atavico che fluisce nelle canzoni, al tempo stesso per alcuni la sua tonalità potrà risultare fastidiosa e non c'è cosa peggiore di quando si riesce magari ad apprezzare il sound in toto e trovare una voce che vi rende inascoltabile il disco.
Vi invito a non arrendervi a un ascolto iniziale, io stesso pur amando il genere mi sono trovato spiazzato la prima volta che l'ho messo su, volevo toglierlo perché mi dava sinceramente fastidio ma con l'aumentare dei giri nello stereo quella sensazione di disagio è andata scemando sino a scomparire, penso adesso che sia alquanto caratteristica e forse una marcia in più riguardo al trademark dei Quicksand Dream, gradevole infine la sporadica presenza delle tastiere ad opera di Henrik Flyman.
Chi è cresciuto negli eighties un platter simile se lo gusterà senza troppi problemi prendendolo per ciò che è, una release onesta che ricalca il vissuto di quegli anni, stesso discorso vale per chi segue con passione questa corrente musicale, i restanti potranno sempre trovare tutti i difetti che vogliono per criticarlo o più semplicemente evitare l'ascolto.
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Gruppo: The Drop Machine / Quiet In The Cave
Anno: 2010
Etichetta: Hypershape Records
Contatti: www.myspace.com/hypershaperecords
Autore: Advent
Tracklist
1. Solstice
2. Take it All
3. German Warehouse
4. 00:00 Light
5. Into the Deep
6. Breathe
7. Ionosfear
8. Stalker
DURATA: 55:04
Uscita minore, è questa la prima impressione. La copertina e il resto dell'artwork offrono sin da subito un primo giudizio grazie ad una visione molto suggestiva e onirica di figure complesse e dettagliate combinate tra di loro, viene però da pensare ad un lavoro molto stravagante. L'illusione viene smentita dalla prima traccia dello split tra The Drop Machine e Quiet In The Cave (due nomi un po' nascosti non trovate?) che vede iniziare i primi citati.
In "Solstice" la terra viene smossa dalla possente chitarra di Megalo Kayo B. per dare vita ad un intreccio melodico e graffiante, impiantato in solide basi che ha nella sua unica intercapedine un'aria tastabile e malleabile. Questo personaggio altri non è che Michele Basso, voce e chitarrista dei Viscera///, band tosta che fonde il grindcore più grezzo al post-metal più psichedelico. Il suo tocco è riconoscibile grazie alla definizione dei suoi riff marchiati da un riverbero prolungato che distende facilmente le membra, ed in questo split ogni cosa risuona rilassante. Abbandonate la voce rauca ascoltata nei Viscera/// e preparate le lenzuola. Le prime quattro tracce sono infatti delle piacevoli scorribande di chitarra accompagnate da un canonico duo batteria-basso che sta bene dietro al ritmo imposto dalla protagonista. Il riflettore è puntato su Mike e sulle sue lunghe incursioni strumentali, le parti sono assolutamente percepibili come scritte sotto un'intensa ed estatica ispirazione, durante un'improvvisazione riuscita alla luce di una bravura indiscutibile. Il fiotto di abilità proveniente dai giovanotti, soprattutto da uno, è impossibile da fermare o contenere, la psichedelia scorre e ti avvolge in una vertiginosa sperimentazione. Dopo le affollate invasioni di "German Warehouse", dopo che il tono si è fatto esoso e il cantante è stato quasi sempre muto arriva "00:00 Light": una fiaba cadenzata con una voce aggressiva ma non troppo incazzata che va dall'alternative/post-hardcore al sognante space rock/drone doom metal (si sentono i benefici di una profonda masterizzazione, complimenti per la produzione). Sentirete la maglietta appiccicata al petto per aver sudato acidi provenienti da un corpo esterno al vostro, prima parte heavy 'n' psych che promuove ottimamente questo piccolo ma portentoso act.
Finita l'ora The Drop Machine arriva quella Quiet In The Cave. "Into The Deep" è puro drone/doom al quale si aggiunge una contaminazione post-rock nella vena di Mogwai e dei più leggeri Isis, nudo, sei minuti di ascesa tra le nuvole per precipitare in un black metal cattivo e claustrofobico (Munholy, chitarrista dei Malfeitor, qua mostra denti e corde vocali), osserverete dissolversi l'oscurità davanti ai vostri occhi, in un intermezzo di onirico ambient una voce roboticamente distorta esalta un futuro musicale alla luce dell'avanguardia e della sperimentazione. In "Ionosfear" i Quiet In The Cave dimostrano di sapersi aggirare nei meandri del post-rock con grande dimestichezza, sfociando in un buono quanto oscuro dark rock in "Stalker", quest'ultima traccia è una imponente dichiarazione d'amore per il cinema. Vi sono al termine della canzone citazioni stupende dell'omonimo film di fantascienza del '79, roba di classe per dei ragazzi con una personalità marcata ed una musica piena di spunti che verranno evidenziati a dovere tra qualche tempo, ne siamo sicuri.
Se vi piace viaggiare e volete vivere intensamente anche un'ora del vostro pomeriggio stando sdraiati in casa dovete accanirvi sulla Hypershape Records per acquistare una copia dello split. Vi rilasserete in preda ad una nuova, allettante droga musicale. Ecco una citazione che conclude la release e descrive con accuratezza le varie fasi che la caratterizzano, da "Stalker" di Andrej Tarkovskij:
La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.
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Informazioni Gruppo: Quadrivium Anno: 2008 Etichetta: Soulseller Records Autore: Mourning Tracklist 1. A Sophic Fire 2. Works Of Glory 3. Svartamaal 4. Haust 5. Principal Cognizance 6. Nordover 7. Into The Void 8. Is 9. Ettertid DURATA: 39:57  Quando mi sono ritrovato per le mani il disco dei Quadrivium il monicker non mi ha convinto granchè ma data la nazione da cui provengono mi son fidato. Questi norvegesi infatti per fortuna poco hanno a che fare con gente che crede sia thrash o altre realtà per ragazzini convinti di suonare metal. La band si regge quasi in toto sulle spalle del polistrumentista Erlend Antonsen compositore oltre che della musica anche delle liriche e in questo primo album accompagnato da Sven-Ivar Sarassen al basso e Lars Jensen alla voce. Un disco di avantgarde/symphonic black metal che si muove sulle trame già stilate da gente come Arcturus o da band più sperimentalmente classiche nello stile come potrebbero essere gli Age Of Silence (Hellhammer/Lazare in line up). Nel suo complesso il platter non è malvagio, purtroppo al cospetto delle realtà citate vive di una carenza di base nel soundwriting poco dinamico e ancora troppo rozzo non definindo bene le sfumature. Le tastiere si ricamano un posto d'onore nelle composizioni ma un drumming per quanto buono troppo plastificato e le linee di basso di una linearità pura e semplice ne demoliscono il valore. Certo è vero che le potenzialità ci sono e vengono fuori in brani come l'opener "A Sophic Fire", "Svartmaal", l'acustica "Haust" e le buone "Principal Cognizance", "Nordover" o "Into The Void" ma è troppo poco, spunti sparsi che non fanno mai decollare a dovere un album che poteva e doveva essere meglio assemblato. A favore hanno una produzione che rasenta la perfezione e la prova vocale di un Lars Jensen ispirato sia nelle fasi di scream ed ancor più nelle clean dove per alcuni versi ricorda Lars Nedland/Lazare e Garm non tanto per la tonalità quanto per l'atmosferica teatralità dell'esecuzione. In futuro ripartendo da queste basi e con la coscienza acquisita di possedere le armi giuste su cui puntare possono sicuramente far maturare le idee che hanno composto questo primo atto evolvendosi in una creatura più solida e personale che potrebbe sorprendere positivamente. Non ci resta che attendere gli sviluppi nel frattempo un ascolto è giusto darlo anche per rendervi conto di quello che vi trovate dinanzi e dare il vostro personale parere.
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