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lunedì 28 gennaio 2013

TRIARII - Muse In Arms


Informazioni
Gruppo: Triarii
Titolo: Muse In Arms
Anno: 2008
Provenienza: Germania
Etichetta: Eternal Soul
Contatti: triarii.de
Autore: Istrice

Tracklist
1. Birth Of A Sun
2. Muse In Arms
3. Europa
4. Les Extrêmes Se Touchent
5. Fatalist
6. Legio I Martia
7. Sonnenwalzer
8. Ode To The Sun
9. Muse In Arms II
10. The Final Legion
11. Wir Kommen Wieder

DURATA: 50:45

Le scimmie musicali vanno e vengono. Questo è un periodo così, in cui, fra una recensione e l'altra e qualche casuale scambio di battute, m'è tornata una gran voglia di invadere la Polonia, di belligerare, di guerra. "M1, ascoltati i Triarii, così ti fai un'idea del genere", e mi ritrovo ancora una volta ad ascoltarli io, i Triarii, in heavy rotation manco fossi un invasato guerrafondaio, tanto da spingermi a scrivere queste quindici righe.
E se voi mi urlate, a ragion veduta, dalla distanza "e sticazzi?", da parte mia posso ribattere che se c'è un disco, uno solo, di tutta la scena martial che merita di essere conosciuto dal più vasto pubblico possibile, questo è "Muse In Arms".
Perchè lasciando da parte necessariamente le implicazioni ideologiche, più o meno condivisibili, ed il messaggio portato avanti da Christian Erdmann, mente creatrice dietro al progetto, non essendo questa la sede appropriata per discuterne, musicalmente parlando "Muse In Arms" è una delle opere più epiche ed intense che io abbia mai incontrato, un disco che a qualche livello non può non scuotere interiormente chi vi si avvicina.
Sono suoni di battaglia quelli che accolgono l'ascoltatore, immergendolo fin da subito in un clima cupo e claustrofobico, le mitragliatrici fan fuoco, esplodono bombe. Cinque minuti di conflitto portano alla vera apertura del disco, è la nascita di un sole sul campo di battaglia, la tensione si allenta, s'alzano cori wagneriani, mentre le percussioni scandiscono un ritmo potente.
È evidente fin da subito la distanza che separa il martial dei Triarii da quello più cupo e di derivazione dark ambient generalmente proposto da altri autori altrettanto in vista, una distanza aumentata di volta in volta con le precedenti release dei Triarii stessi, sempre alla ricerca della massima magniloquenza e pomposità.
Ne è esempio perfetto la traccia successiva, la titletrack nella fattispecie, in cui un violino pennella una meravigliosa linea melodica su cui vanno ad incastonarsi tamburi e trombe, creando una marcia di vittoria che conduce simbolicamente ad "Europa". Il brano, diventato ormai simbolo del progetto, si manifesta con ritmiche più incalzanti su cui Erdmann scandisce sobrie strofe costituenti una vera e propria elegia all'Europa, un canto d'amore romantico per un continente in declino, nella speranza di un futuro (dal punto di vista dell'autore) migliore.
Il cd procede senza mai calare di livello fra marce serrate ed inserti degni delle più epiche colonne sonore da colossal cinematografico, una perla dopo l'altra. "Fatalist" è un brano letteralmente da panico, in cui le campane lasciano il passo ai rullanti, e l'incisiva melodia viene interrotta per lasciar spazio al discorso di un qualche gerarca tedesco, mentre "Sonnenwalzer" col suo tempo terzinato (e non poteva essere altrimenti "il valzer del sole") ed il suo gusto retrò fa viaggiare nel tempo l'uditorio, fino a tempi in cui la potenza europea, pur nella sua frammentazione statale, non aveva rivali al mondo.
Nel corso della perigliosa battaglia c'è poi di nuovo spazio per alcuni momenti più ariosi ed atmosferici, "Muse In Arms II" arriva a placare gli animi, del tutto simile per struttura ed idea di fondo alla sua gemella precedente, ma diversa per linea melodica portante, facendo al tempo stesso le veci di introduzione all'enorme "The Final Legion", brano in cui tutta l'epicità ancora residua nella mente di Erdmann viene concentrata in quattro note in croce, ma quattro note talmente pregne di pathos e tensione estetica da far vacillare, arricchite da una cupola di cori dalle tinte gotiche.
Un disco completissimo, vario, di quelli che se fosse metal definiremmo "spesso così", indicando da una parete all'altra, drammaticamente coinvolgente, tanto da poter far alzare pericolosamente il braccio sbagliato anche al bolscevico più ferreo e convinto.

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lunedì 14 gennaio 2013

A.DEATH.EXPERIENCE - Experience 2008


Informazioni
Gruppo: A.Death.Experience
Titolo: Experience 2008
Anno: 2008
Etichetta: Autoprodotto
Provenienza: Germania
Contatti: Sito - Facebook - Myspace
Autore: Akh.

Tracklist
1. Lost In Illusion
2. Into Purple Skies
3. Chaos Vision

DURATA: 14:35

Proveniente dalla Germania, andiamo a recuperare un demo. Perchè interessarsi a tre pezzi di quasi cinque anni fa? Perchè i talent scout di Aristocrazia (nel nome di Mourning) vi vogliono bene e se amate il Melodic Death Metal vi segnerete immediatamente questo nome e ci ringrazierete.

Ovviamente chi ci legge saprà che il MDM moscio non mi entusiasma neanche un pochino, ma quando è incazzato e gira alla grande mi esalta in maniera incontrollabile e i nostrani Joyless Jokers mi hanno ricordato quanto sia possibile questo accostamento.

Saprete fin da subito che gli A.Death.Experience suonano alla grande e cercano di reimpostare le regole auree (che hanno spinto gli scandinavi a divenire gruppi semi pop) di questo genere, andando a spingere e picchiare su linee dal sapore In Flames, At The Gates, Arch Enemy ma prendendo esclusivamente il meglio dai gruppi menzionati e inserendoci pesantissime dosi di personalità. L'arrembante "Chaos Vision" è un immediato esempio di come girino questi ragazzi, nella parte centrale spunta pure un blastato da cui la chitarra di Paul graffierà con un riffing ispiratissimo e sempre molto fantasioso (questo per tutta la durata del demo in questione).

A mio avviso che questi teutonici siano senza contratto pare inverosimile, possibile che il pubblico di estrazione metal non richieda l'attenzione su musicisti di questo calibro? No signori, non è possibile! Tornatevi a spappolare le orecchie su una devastante "Lost In Illusion" in cui la potenza debordante delle pennate espresse vi farà alzare le chiappe dalle vostre comode poltroncine, dove un indiavolato Micha vi perseguiterà a suon di doppia cassa, bastonate e giri di batteria su cui esprimere tutto il proprio talento.

Ci sono stacchi e ripartenze, momenti di riflessione (come nell'introduzione di "Into Purple Skies" con annesso "destruction mode" a seguito) e tanta tanta voglia di sfasciare tutto ciò che sta attorno. Le linee vocali passano da timbriche aspre a parti growlate alla faccia di chi pensa che le sonorità melodiche siano solamente per il piacere di signorine e invertebrati.

Signori, se teniamo conto che questo demo ha cinque anni e ne ascoltate le sonorità non ci crederete tanta è la bontà! Pulizia e potenza, tecnica e fantasia, abbinamenti che non potranno veramente lasciarvi indifferenti e se inseriamo la mia variabile preferita, ovvero la Violenza!, non potrete non dar ragione ad Aristocrazia Webzine nel supportare questa band di indubbio talento.

Il lavoro appena visionato è liberamente scaricabile; quindi label, ascoltatori, addetti ai lavori, visitate il loro Bandcamp ed alzate il volume al massimo... Un'esaltante Esperienza di Morte vi attende, è ora che paghiate il vostro debito.

Supporto!

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lunedì 27 febbraio 2012

ASSESSOR - Invaze & Live Tour 1990


Informazioni
Gruppo: Assesor
Titolo: Invaze & Live Tour 1990
Anno: 2008
Provenienza: Repubblica Ceca
Etichetta: Underground Records
Contatti: bandzone.cz/assessor - ugr.webnode.cz
Autore: ticino1

Tracklist
1. Setkani
2. Posledni Cesta
3. Narky Zapomenutych
4. Hrad
5. Apokalypsa
6. Invaze
7. Volani Bitvy
8. Svedomi
9. Svit Luny
10. Destrukce
11. Prijmy Svuj Osud
12. Zabijej!
13. Hrad
14. Invaze
15. Instrumental

DURATA: 111:28

Quanti di voi si ricordano della Cecoslovacchia? Questa era la patria di tanti geni e artisti come Havel, Antonin Dvorský e molti altri. "Co Čech, to muzikant". significa all’incirca "in ogni ceco c’è un musicista"; ma quanti gruppi strabilianti e particolari provengono da quelle lande? Pensiamo solo a Master’s Hammer, Maniac Butcher, Tudor... tanti nomi, molti di loro conosciuti. Quante formazioni si sono perse nei meandri della storia scossi dal Muro di Berlino e dalla situazione politica di quegli anni di guerra fredda?

Nel 1988 nacque a Praga un gruppo che, malgrado sia attivo ancora oggi, sfornerà solo una demo e un LP. Gli Assesor suonano un thrash legato al death di non facile accesso per molti ascoltatori. Le forme di base sono quelle della regione: riff astrusi, tocchi jazz e influenze a volte indefinibili. Il quartetto si diletta a sperimentare con cambiamenti di ritmo, sonorità strane ed effetti. Ogni singola traccia è un piccolo esperimento, un trattato su quello che si potrebbe suonare diversamente nel metal. Ascoltate lo strumentale "Destrukce". Non potrebbe essere comodamente il prodotto di un progetto black? Questi signori sanno maneggiare gli strumenti, non si fidano troppo di quello che già è stato seminato e preferiscono arare il proprio campo. Qui parliamo di musica, di composizioni, signori!

L’etichetta Underground Records si prese cura dell’antologia. Questa è suddivisa in due capitoli; il primo CD contiene tutte le incisioni da studio, mentre il secondo presenta i pezzi registrati in concerto. La qualità del tutto è ottima, le piste sono state rimasterizzate e la raccolta rende perfettamente l’idea di quello che era il metallo allora. Non dimenticate che la scena non era ben vista dal partito, dunque il lavoro di gruppi come Assesor, Tormentor e altri dovrebbe essere valutato col dovuto rispetto.

Non posso garantirvi che il disco sia ancora reperibile presso l’etichetta. Chiedete. La mia copia la acquistai lì e il servizio, anche se le poste si presero parecchio tempo, fu ottimo.

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lunedì 12 dicembre 2011

BLEND 71 - Signs

Informazioni
Gruppo: Blend 71
Titolo: Signs
Anno: 2008
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Thexoomo.net
Contatti: myspace.com/blend71
Autore : Mourning

Tracklist
1. Egomania
2. Still Alive
3. Quietly
4. Among My Way
5. Go To Hell
6. Signs
7. Game, Shame
8. A Picture
9. Feel A Bit Strange
10. Hide & Seek
11. Nasty
12. Quietly II

DURATA: 41:44

Five piece svizzero, provengono da Lugano i Blend71 e s'inseriscono musicalmente nel filone che si adagia sul confine metal/rock, è una mistura di nu-metal, alternative e sonorità grunge quello che l'album di debutto "Signs", rilasciato ormai due anni or sono, offre all'ascoltatore.
Band quali Lacuna Coil, Evanescence i più recenti francesi Akentra potrebbero essere prese a riferimento, non vi sono tracce di gothic sarebbbe quantomeno scorretto tirare fuori questo termine legato a un sound distante anni luce dal tipo di sonorità che ne rappresentano la matrice portante (Epica et similia non sono gothic metal, è power sinfonico spacciato per altro quello che propinano).
È una proposta alquanto semplice fatta per lo più di melodie orecchiabili, che nel tentativo di incamerare atmosfere più cupe e pesanti cade in più di un'occasione in deja-vù e costruzioni abbastanza scontatelle, non è sempre un male, il genere non è di quelli che permettano particolari divagazioni a meno che non si sia volutamente ed estremamente sperimentali, è quindi solitamente una buona prestazione strumentale coadiuvata dall'indovinare i ritornelli "d'acchiappo" adatti a decretarne o meno la riuscita.
Il primo punto è rispettato, coralità, suoni e "canoni" dello stile vengono sviscerati in maniera forse sin troppo ordinata, il secondo invece centrato solo in un paio d'occasioni ("Among My Way", "Game, Shame", "Feel A Bit Strange" e "Nasty") che bastano comunque per assicurarsi una solida sufficienza.
I difetti insiti in "Signs" non sono tantissimi ma hanno comunque bisogno di esser quantomeno levigati per andare avanti, iniziando dall'eliminare le incursioni della voce maschile o almeno rivedendone l'utilizzo in ingresso perché o è scontata/fuori contesto ("Quietly II") oppure finisce con l'indebolire la prestazione di Ciny ("Go To Hell") rubandole colpevolmente spazio.
Il tentativo di mostrare con le due versioni di "Quietly" le due facce dei Blend71 potenzialmente era una buona carta da giocare, purtroppo si è rivelata un'arma a doppio taglio dato che entrambe le tracce indicano come ci sia bisogno di un'esplorazione più ampia sia in ambito di songwriting, ancora in fase "standard", che nelle impostazioni escursorie in territori extra metal.
La mia critica, che può sembrare dura, non lo è poi così tanto dato che "Signs" nel mio stereo gira e continuerà a girare, in fin dei conti è un ascolto piacevole.
Quello che consiglio ai ragazzi è intanto di indirizzarsi univocamente su di un versante sonoro, l'ibrido metal/rock è un'ottima soluzione per accapararsi consensi ma potrebbe condurli a concentrare le forze su di un percorso "radiofonico" che potrebbe rovinare le basi già impiantate, non si sente il bisogno di un'altra formazione che finisca nel giro delle tv musicali e onestamente non glielo auguro, quel mondo patinato fa veramente schifo.
A quanto mi è stato riportato da un amico e conoscente dei musicisti elvetici, sono a lavoro sul secondo disco, sembra non ci sarà molto da aspettare per udire se siano riusciti a fare passi avanti lungo la loro strada d'artisti.

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lunedì 7 novembre 2011

ASHEN EPITAPH - Somewhere Behind The Nervecell / Promo 2010


Informazioni
Gruppo: Ashen Epitaph
Titolo: Somewhere Behind The Nervecell / Promo 2010
Anno: 2008 / 2010
Provenienza: Serbia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/ashenepitaph
Autore: Mourning

Tracklist "Somewhere Behind The Nervecell"
1. After War
2. Thermochaos
3. Under The Global Terror
4. Looser Preacher
5. New God Rules
6. Land Of darkness
7. Brainrust
8. Somewhere Behind The Nervecell

DURATA: 32:12


Tracklist "Promo 2010"
1. In The Labyrinth
2. Andromeda 768
3. Losing All Hope

DURATA: 13:07

Dalla vicina Serbia giungono a noi gli Ashen Epitaph, formazione che seppur sia attiva nel 2003 non credo abbia avuto molto riscontro a livello internazionale, vediamo quindi di spendere due parole su di una realtà che fa del death metal old school la sua "fede", del resto si potevano avere dubbi con un monicker tratto da una delle song più conosciute dei Benediction?
Non conosco ciò che è stato pubblicato nel 2005, parlo del primo lavoro "From Underground / Föld Alól", grazie alla disponibilità di Norbert, chitarrista della band, mi sono stati inviati il secondo album "Somewhere Behind The Nervecell" e un "Promo 2010" per adesso loro ultimo sforzo discografico.
E' un suono compatto a cavallo fra la scena europea e quella statunitense a caratterizzare le composizioni spesso schiette e dirette, non si perdono in ghirigori, preferiscono affondare i colpi eseguendo un death/thrash arrembante che di tanto in tanto trova anche spazio per inserti melodici.
Pensate a un connubio fra gl'inglesi già citati, Malevolent Creation, Entombed, Carcass e come avviene in questi casi non saranno solo questi i nomi che vi salteranno in mente, fatto sta che l'arrembante e marcia opener "After War" viene seguita da una più accessibile "Thermochaos" dal riffato decisamente meno greve e che fa trapelare una natura svedeseggiante, l'attitudine thrash si rimarca nella successiva "Under The Global Terror" che sembra uscita da un disco di fine anni Ottanta e che sappiano anche picchiare lo dimostrano nell'apertura di una "Looser Preacher" che sul lungo andare assume movenze più o meno già esposte guadagnando però punti con dei discreti rallentamenti.
Il bello della proposta degli Ashen Epitaph è con tutta probabilità proprio quella sua naturale semplicità, il modo in cui è legata al genere in maniera primordiale, ascoltando una "New God Rules" con il suo riffato splettratissimo e le armonie classiche delle lande scandinave del periodo che andava dal 1989 al 1993 non ci si può esimere dal ricordare altri lavori più celebri e soprattutto un ambito storico nel quale suonare death era relegato realmente a pochi "eletti", questo vale anche per i pezzi rimanenti che mettendo ancora una volta in primo piano la passione per lo stile confermano il fatto che gli Ashen Epitah siano sulla strada giusta.
La conclusione con una titletrack dal buon aspetto groove è solo il tassello ultimo di una prestazione piacevole.
E' discreta la produzione e forse l'unico neo vero e proprio risiede nella voce di Attila Boros che quando tende a forzare risulta poco efficace ("New God Rules"), quasi fuori contesto.
Se "Somewhere Behind The Nervecell" è stato il primo incontro con questi ragazzi, il "Promo" di tre pezzi per neanche un quarto d'ora di durata registrato nel 2010 porta con sè una maggiore definizione sonora, una proposta che rimane ancora evidentemente "innamorata" del sound primorde di cui si sono sin qui nutriti con un appesantimento notevole in alcune sezioni e scelte di stampo carcassiano del secondo periodo che si palesano in più di un'occasione, vedasi alcuni frangenti di "Andromeda 768" innestati all'interno della solita macina death/thrash esaltata in "In The Labyrinth".
Piccoli passi nella medesima direzione quelli fatti dagli Ashen Epitaph, una band che suona e vuole suonare esclusivamente del buon death metal senza stravolgimenti particolari, lavori di tale tipo non si propongono di sicuro di cambiare la storia in corso, fanno però sempre e comunque la loro figura una volta inseriti nello stereo, una chance a questa formazione offritela.

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ELIMINATOR - Breaking The Wheel


Informazioni
Gruppo: Eliminator
Titolo: Breaking The Wheel
Anno: 2008
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Suffering Jesus Productions
Contatti: www.myspace.com/eliminatorus
Autore: Mourning

Tracklist
1. World Obliteration
2. Breaking The Wheel
3. Holocaust War Metal
4. The Punisher
5. Disgust
6. Service Your Leader
7. Prescription for Extinction... Time Enough At Last

DURATA: 34:50

Da Edison, New Jersey, gli Eliminator nel 2008 rilasciano il disco di debutto "Breaking The Wheel".
L'allora trio formato da Warchild (chitarra, basso e voce), Scythe (chitarra, uscito dalla line-up nel 2009) e Samus Paulicelli (batteria ed ex di Dark Empire, Abigail Williams e Goathwhore in sede live) con una prova schietta, ruvida e fottutamente retrò mette sul piatto trentacinque minuti di thrash spigoloso dalle venature venomiane e con influenze riconoscibilissime provenienti dalla scuola tedesca di matrice Kreator/Sodom.
Nulla di nuovo ma spaccaossa come ci si attende da un lavoro del genere che si poggia su tali basi storiche.
Il disco in questione è da ascoltare in unica sessione, nessuna pausa, un pezzo dietro l'altro in una sola mandata lasciandovi trasportare dalle velocità sostenute, dal riffing pronto a farvi sbattere la "capa" da un lato all'altro selvaggiamente, assoli frenetici e una voce rozza e cruda che inneggia i ritornelli, cosa si può desiderare di più?
E allora via con "Breaking The Wheel" titletrack a dir poco travolgente, con "The Punisher" unica che maggiormente si discosta dal disegno raffigurante la composizione stilistica del combo, le chitarre per come duellano sembrano uscite da un'accoppiata malsana fra Annihilator e Destruction mettendo in palese mostra il buonissimo affiatamento e l'ispirazione.
Non c'è spazio per "pipparolate" uber technical, nei momenti anche più concitati, nei quali le varianti acquistano un tasso tecnico lievemente più consistente, si può pensare a tutto meno che gli Eliminator vogliano girare intorno all'obbiettivo tanto che con "Service Your Leader" (fugacemente fanno comparsa strani tratti orientaleggianti ) e la conclusiva "Prescription For Extinction... Time Enough At Last" tornano a pestare come dei fabbri infuriati sino all'ultimo respiro di "Breaking The Wheel".
Certo si concedono qualche fase in cui diminuiscono i giri per permettere alla musica di cambiare passo in maniera repentina, si mantengono comunque su tonalità scure, non vi sono influssi moderni, nessun tipo di "svedeseggiata" all'orizzonte né inflessioni groove tanto in voga odiernamente.
Se devo trovare un difetto, beh, il suono di batteria sarebbe potuto essere più vivo, sembra talmente freddo in certi casi da far pensare a una drum machine, peccato.
L'artwork se non si fosse capito è del solito Ed Repka che col thrash ha un rapporto d'amore ormai da una vita, un artista che ci ha fatto amare anche molti album per le loro copertine, chi non ricorda a esempio quella dei Megadeth di "Peace Sells... But Who's Buying?
Volete triturarvi le orecchie? Avete bisogno di svegliarvi dopo una sonora sbronza e prenderne un'altra in buona compagnia musicale? In questo caso gli Eliminator fanno proprio al caso vostro.

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lunedì 19 settembre 2011

GHAST - May The Curse Bind


Informazioni
Gruppo: Ghast
Titolo: May The Curse Bind
Anno: 2008
Provenienza: Gran Bretagna
Etichetta: Todestrieb
Contatti: www.myspace.com/souldustgrave
Autore: Leonard Z

Tracklist
1. Crawl, Blighted And Afraid
2. Give Your Wrists
3. Evoke Spiritless Hell
4. Pale Robe
5. Hexed Under Moon

DURATA: 43:11

Rivelazione totale questo debut dei britannici Ghast. Ho avuto la fortuna di trovare "May The Curse Bind" in cassetta, uscito per Sinister Stench Records, e devo dire che mi ha colpito. Oltre quaranta minuti di metal sulfureo, che mischia tonalità prettamente Doom (che ricordano alla lontana i suoni dei conterranei Ramesses) con sonorità tipiche del Black metal. Si passa quindi da parti lente e cadenzate con voce growl ad altre più sparate con voce stridula e graffiante. I pezzi sono molto vari: brani maestosi, come nell'opener "Crawl, Blighted And Afraid", si alternano a pezzi come "Pale Robe", che ricordano, per melodia, i Bethlehem degli esordi. Il connubio tra stili diversi produce un album originale, che ha tutti i vantaggi dei mondi musicali a cui appartiene. Le terre albioniche danno sempre enormi soddisfazioni e i Ghast sono una nuova, giovane band che DEVE essere scoperta. Comprare o morire!

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lunedì 8 agosto 2011

FORGOTTEN REALM - Power And Glory


Informazioni
Gruppo: Forgotten Realm
Titolo: Power And Glory
Anno: 2008
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Sonic Age Records
Contatti: www.myspace.com/theforgottenrealmband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Path To The Fire
2. Time
3. Heart Turned To Stone
4. Mountain Of Dreams
5. Eyes Of My Soul
6. Shattered Horizons
7. Forgotten Realm
8. On WIngs Like The Eagle
9. Forged In Steel
10. Freedom Calls
11. Man On The Silver Mountain

DURATA: 56:05

Anno 2008, ennesima band che affaccia la testa nel mondo metal, sono i Forgotten Realm provenienti dalla Virginia e con una line-up che di per sè vanta artisti che da una vita calcano la scena iniziando dal cantante David Fefolt (Hawk, Valhalla e ora nei riformatisi Fifth Angel) e Rhino (ex Manowar e Holy Hell), batterista che sinceramente non mi ha mai fatto impazzire.
"Power And Glory" è un debutto, un album di power metal influenzato dal neo-classico in cui la figura del virtuoso chitarrista Matthew Mills la fa da padrone- Lo stile, per alcuni versi malmsteeniano, è abbastanza palese da identificare, quello che fa di questo lavoro un ascolto piacevole è il possedere dei brani che in primis evitano di buttarla sul becero discutere di draghi, spadoni e cavalieri fantasy, l'approccio dei testi trova una dimensione più intima ("Heart Turned To Stone") e terrena nell'approcciare i problemi ("Time").
La prestazione ci mostra una formazione solida, la titletrack è forse il pezzo Manowar-oriented per la struttura che la caratterizza, accompagnata da brani ricchi di enfasi quali "Mountain Of Dreams", "Eyes Of My Soul", "On Wings Like The Eagle", la concitata "Shattered Horizons" e una doppietta con i più classici degli intenti che non si discosta di una virgola dal panorama power sviscerato e rivoltato nel corso dell'ultima decade metal composta da "Forged In Steel" e "Freedom Calls". La bilancia riesce fortunatamente a pendere in positivo, con il tocco finale, la cover di "Man On The Silver Mountain" ben riproposta, si è giunti alla fine di questo "Power And Glory".
Le pecche come di frequente avviene sono riscontrabili nell'omogeneità della proposta, gli assoli decisamente ben suonati e interpretati da Matthew sono sin troppo riconducibili ad altri guitar-hero e David in certi momenti si poggia con delle linee che sembra si ripetano più volte, soddisfacente a pieno titoli invece la prova di Rhino che per una volta è riuscito a convincermi con il suo drumming massiccio.
I Forgotten Realm potenzialmente sono un progetto valido e il lavoro d'apertura dei giochi ne ha messo in mostra qualità e difetti trovando comunque il modo di farsi apprezzare, gli incalliti ascoltatori di power metal potrebbero ritenerli interessanti.
Dato che dopo quest'omonimo non hanno prodotto altro non ci sarebbe neanche da svenarsi a cercare chissà quanto materiale, provatelo.

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lunedì 4 luglio 2011

STONEBRIDE - Inner Seasons


Informazioni
Gruppo: Stonebride
Anno: 2008
Etichetta: Setalight
Contatti: www.myspace.com/stonebride
Autore: Mourning

Tracklist
1. Bending Roads
2. The Amazing Voyagers
3. To Follow
4. Mr.Plow Is Growing Hop
5. Drag & Drop

DURATA: 38:45

Non conosco particolarmente la scena stoner croata, anzi a dire il vero solo i Cojones sono fra i miei ascolti grazie al consiglio ricevuto da un buon amico, è stata quindi una sorpresa gradita trovare negli Stonebride un'altra risorsa proveniente dalla stessa area geografica da cui poter attingere.
La formazione di Zagabria ha pubblicato nel 2008 l'album di debutto intitolato "Inner Seasons" le cui coordinate sono semplici quanto chiare, ci sono i Kyuss e il sound di Palm Desert, le strutture sabbathiane classicheggianti e un'attitudine decisamente statunitense nell'approcciarsi allo stile che ricorda act quali Acid King, l'unico nome europeo a cui mi sento di collegarli per affinità e importante punto di riferimento direi che potrebbe essere quello dei Dozer, non è poco.
Nessuna novità o stravolgimento nei quasi quaranta minuti del platter, è ciò che ci piace, è la musica che ogni famelico, ossessionato amante del genere spera che le sue orecchie assaporino.
Attimi di calma si alternano con altri più grevi e che portano con sè la dovuta pesantezza, il fuzzrock e la psichedelia intagliano il lavoro ritagliandosi gli spazi in cui far fluire i loro flussi inebrianti e le profonde immersioni nei seventies di chiara matrice Iommi fanno il resto, tutto ciò che c'è da fare è seguire la corrente.
Si decida poi che lo scalo più adatto alla nostra esaltazione sia legato alla semplicità dell'opener "Bending Roads", alla connessione col filone doomico contaminato heavy blues che si sfoga maggiormente in "The Amazing Voyagers" e "To Follow" diventando un baratro in cui scivolare volteggiando come una piuma cullati dai solchi sabbath di "Mr.Plow Is Growing Hop" o aspettando sino all'ultimo per lanciarsi con foga contro un muro che ha in sè assorbito le qualità del combo rigettandole in undici minuti dal piglio incatenante a titolo "Drag & Drop", poco importa, sarete giunti al termine di "Inner Seasons" e con soddisfazione potreste pensare seriamente di rimetterlo daccapo.
Gli Stonebride erano agli inizi e già mostravano d'esser promettenti, nel 2010 è uscito il secondo capitolo "Summon The Waves" di cui vi darò notizie prossimamente, quello che posso dirvi sin da ora è che questi ragazzi croati vanno seguiti attentamente.
Se "Inner Seasons" avesse già fatto visita al vostro stereo vi consiglierei di riscoprirlo ancora una volta, non avete avuto invece ancora occasione di incontrare la musica di questa formazione e siete appassionati dello stile? L'acquisto non è un pensiero che dovreste scartare a priori.

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lunedì 30 maggio 2011

UNBURIED - Slut Decapitator


Informazioni
Gruppo: Unburied
Anno: 2008
Etichetta: Metalbolic Rec.
Contatti: www.myspace.com/unburieddeathmetal
Autore: The Inexorable

Tracklist
1. The Putrid Stench Of Humanity
2. Slut Decapitator
3. Love For Dismemberment
4. End It With A Knife
5. Human Butchery
6. Tortured Remains
7. Domicile Of Flesh
8. Gore – Soaked Revenge
9. Evil Lurks Within
10. Stab Hate Mutilate

DURATA: 24:57

Chi conosce abbastanza i miei gusti dovrebbe sapere che io di solito evito come la peste gruppi Brutal/Slam/Gore e affini, soprattutto se moderni, dato che tendenzialmente ci si trova davanti a dischi tutti uguali fra loro, impersonali e con lo stesso suono finto e preconfezionato. Bene, ma questi Unburied (un trio proveniente da Herndon, Virginia) fortunatamente sono riusciti a creare una proposta tutta loro, che seppur con alti e bassi è riuscita a convincermi abbastanza da decidere di parlarvene. Ok, prima di andare ad analizzare questo lavoro, partiamo però con un po' di storia: la band nasce nel lontano 1994, ma è una di quelle tante che per un motivo o per l'altro non è mai riuscita ad emergere dal quel brodo primordiale che è quell'underground fatto di gavetta, sudore e concerti suonati davanti a dieci persone in pessimi locali di periferia; infatti tolti un demo ed uno split sino a questo "Slut Decapitator" non avevano mai prodotto altro.
Tornando all'album, dicevo che il trio si discosta un poco dai soliti canoni, e miscela alcuni passaggi tipici del New York Death Metal a momenti più veloci e brutali che, se vogliamo, possono ricordare band come gli Exhumed (con tutte le dovute proporzioni del caso), e quindi ritroviamo parti al fulmicotone, qualche riff rallentato, il cantato doppio, ed un sound granitico e massiccio che lascia spazio a tutti gli strumenti. E scendendo nel dettaglio, la batteria non perde un colpo, sia nelle parti più veloci che in quelle più cadenzate, dove il batterista riesce a suonare in modo più personale e interessante. Buonissimo il lavoro alla sei corde, il suono è graffiante ed affilato senza lasciar spazio a momenti morti, e mi piace molto il fatto che il pulsare del basso sia sempre presente, a differenza di quanto accade spesso in album del genere, dove viene penalizzato e coperto da batteria e chitarre. Per il resto, le canzoni sono corte e questo le rende ancora più incisive e d'impatto. Insomma, meglio un brano da due minuti che non uno da cinque dove magari si disperde l'atmosfera del pezzo, no?
Però, come dicevo all'inizio non è tutto da incensare e infatti la band accosta ottime idee ad inspiegabili cali di stile, come ad esempio la title track dell'album che si "siede" su di un riff che viene ripetuto ad oltranza.
Concludendo, se si lasciano da parte questi particolari, vi ricorderei che nonostante tutto ci troviamo di fronte ad un buonissimo debutto e che quindi il mio giudizio finale è sicuramente positivo.

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ASTREAS DOMAINS - Via Astralis


Informazioni
Gruppo: Astreas Domains
Anno: 2008
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/astreasdomains
Autore: Insanity

Tracklist
1. Intro
2. Darkness Blood
3. Legion
4. Holocaust
5. Dark Entity
6. Blackest Storm (2008)
7. The Shadows Attack
8. Final Ceremony
9. Ad Astrum Per Oscura

DURATA: 39:54

Se da un lato è vero che il Black sinfonico ultimamente ci ha regalato lavori di qualità non indifferente (Carach Angren e Unholy Ritual su tutti), dall'altro la scena è ancora satura di cloni e copie; alcuni di questi non sarebbero neanche così male, se non fosse che l'assenza di personalità li faccia risultare banali e già sentiti. È il caso dei colombiani Astreas Domains, band nata ben quattordici anni fa ma che per varie vicende ha pubblicato un solo full length nel 2008 intitolato "Via Astralis".
Il nome Dimmu Borgir affiora molto, forse troppo spesso durante l'ascolto del disco, già la seconda "Darkness Blood" ad esempio mi ha fatto venire in mente "Progenies Of The Great Apocalypse" dei norvegesi; In generale le parti di chitarra, così come le sinfonie create dalla tastiera prendono a piene mani dalla band di riferimento, fortunatamente almeno lo scream è diverso da quello stucchevole di Shagrath. Qualche idea interessante qua e là si trova, l'assolo e i passaggi successivi ad esso in "Dark Entity" sono decisamente gradevoli, l'album è senza dubbio ben composto e strutturato, ma ciò non basta a farlo risaltare in mezzo a tutte le uscite del genere. È un vero peccato, brani quali "Blackest Storm" e "Ad Astrum Per Oscura" sono certamente buoni e indicano che le capacità non mancano, c'è da lavorare invece sull'originalità della proposta per non essere considerati solo uno dei tanti tributi. Un altro appunto va fatto alla produzione, in alcuni passaggi il suono è troppo moscio e ciò penalizza il risultato finale; va anche detto che recensire mp3 a 128kbps non è esattamente il massimo a livello di suoni, a questo proposito consiglierei alla band di offrire ai recensori un prodotto confezionato meglio, il rischio è di non essere considerati a causa del modo in cui ci si presenta a prescindere dalla qualità della musica in sè.
Tirando le somme non mi sento di bocciare il disco, chi cerca un sound alla Dimmu Borgir troverà pane per i suoi denti; personalmente tra un "Abrahadabra" e un "Via Astralis" non avrei dubbi e sceglierei il secondo, questo però è solo il debutto e in futuro spero che ci regaleranno qualcosa di più sostanzioso.

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PLAKKAGGIO HC - Fronte Del Sacco

Informazioni
Gruppo: Plakkaggio HC
Anno: 2009
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/plakkaggiohc
Autore: Advent

Tracklist
1. Tempesta
2. Germe
3. Engage
4. Macigno
5. Granito
6. War Black Metal Edge
7. Fronte Del Sacco
8. Vendetta
9. No Rules
10. Padroni Delle Strade
11. B.P.D.

DURATA: 25:29

Se l'hardcore punk vi piace grezzo, marcio e amelodico i Plakkaggio HC non fanno per voi. Sembrano dei duri, dei "burini de Roma", ma hanno un cuore tenero oi! ed un look da skinhead. La voce molto roca è solo all'apparenza incazzata, così come l'attitudine da metallari è presto smentita dalla musica troppo morbida che fa da ponte tra il metal più leggero e l'oi! più intransigente per dare vita ad un hardcore melodico (niente voce pulita alla Finley eh) sullo stile di nomi come Discipline e Blood For Blood. "Fronte Del Sacco" è un album oggettivamente valido per essere oi! ma melodico da far schifo se chi lo ascolta è abituato a produzioni purulente. Di tutto il platter io riesco a reggere un po' "War Black Metal Edge" che anzi è la più dura fra tutte, i cori sono una costante di ogni pezzo (anche irriverenti che urlano "Porco Dio" in "B.P.D."), così come la struttura delle tracce più o meno è sempre uguale. I Plakkaggio HC per i più aperti saranno stupendi, io me li filerei ad un concerto dopo aver bevuto almeno un litro di birra, nostalgico come sono del graffiante hardcore torinese degli anni '80 di Declino e Negazione. Se siete per il metal/hardcore meno scherzoso non ci troverete molto di accattivante ma "Fronte Del Sacco" è un album fatto bene; poi nel finale di "B.P.D." merita mille punti grazie ad un omaggio ai Darkthrone più satanassi.

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lunedì 2 maggio 2011

KOZA NOZTRA - Koza Noztra


Informazioni
Gruppo: Koza Noztra
Anno: 2008
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.kozanoztra.net - www.facebook.com/pages/Koza-Noztra/131492624607
Autore: M1

Tracklist
1. Cosche Italiane
2. Piovono Bestemmie
3. Habemus Papam
4. Minkia Dura
5. Colazione Col Travestito
6. Noia Da Morire
7. Carità Cristiana
8. La Cura Del Diavolo
9. Me Ne Fotto

DURATA: 41:18

"Koza Noztra" è uno sguardo che scava a fondo sulla triste realtà italiana, un affresco che però tutti noi preferiremmo non vedere: chi per non infangare la buona immagine della Patria (specie nelle recenti celebrazioni dell'Unità), chi per continuare nei propri loschi affari indisturbato e chi infine perchè vorrebbe che le cose andassero in maniera totalmente diversa. I "picciotti" confezionano nove tracce autoprodotte di un heavy metal adrenalinico condito dal tiro dell'hard rock più indiavolato su cui L'Onorevole imbastisce un cantato privo di limature e dolcezze, ma anzi aspro nei toni e nei contenuti.

Le tematiche trattate sono sempre piuttosto "forti": dalla Mafia come prima spa italiana allo scandalo della pedofilia ecclesiastica, dalla "moda" dell'amore transessuale alle stragi della follia; non mancano poi espressioni particolarmente colorite (leggasi bestemmie e parolacce) o riferimenti a personaggi (Tettamanzi) e associazioni (Opus Dei) realmente esistenti. Ogni singolo pezzo risulta ben distinguibile e trascinante e il cantato in italiano contribuisce a veicolare un messaggio diretto e di grande presa: cantare i ritornelli ad alta voce sarà quindi una conseguenza scontata.

I nostri prediligono il contenuto rispetto alla forma, quindi il valore del brano in sè rispetto alla mera esibizione tecnica, questo però non impedisce ai Koza Noztra di dimostrarsi musicisti poliedrici e capaci. Prendete l'elaborata "Noia Da Morire" ad esempio, il mood generale varia fra il "tranquillo" e lo "schizzato" differenziandosi totalmente dal resto del disco ed offrendo arrangiamenti pregevoli e curati, oltre all'inserimento del piano e della voce femminile. Vale la pena poi di citare anche "La Cura Del Diavolo" (il cui incipit mi ha riportato alla mente la splendida "Alone In The Dark" dei Testament), canzone preferita dal sottoscritto, assolutamente trascinante ed energica, ricca inoltre di citazioni ai videogames con i quali sono cresciute numerose generazioni: Karmageddon, Quake, Resident Evil...

Qualcuno potrebbe avere da ridire circa la qualità dei suoni ma a proposito di questo va ricordato come si tratti di un lavoro interamente autoprodotto, oltre al fatto che sono convintissimo che la dimensione live amplifichi a dismisura il potenziale esplosivo dei pezzi.

L'intero disco è scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale della band, motivo in più per dare una chance ai Koza Noztra, con una raccomandazione: astenersi perbenisti e papaboys! Del vostro giudizio "Me Ne Fotto"!

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BARBARIAN PIPE BAND - RotA


Informazioni
Gruppo: Barbarian Pipe Band
Titolo: RotA
Anno: 2008
Provenienza: Italia
Etichetta: Barbaric Released
Contatti: myspace.com/barbarianpipeband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Saltarello II
2. Le Bal De L'Ours
3. Barulho Parafuso
4. Andro 23
5. Tarantatum
6. Tarantarmoricana
7. Mundus Canide
8. Lo Cavalcone De Nantes
9. La Fija D'Un Cavaje'
10. Rota
11. Mitdans
12. LA Sagrinazione
13. Curenta 'd S.Pèire
14. Mustrudanso
15. Kokhanochka
16. Le Vin L'è Bun

DURATA: 54:15

Un certo lato folkloristico del metal mi ha sempre lasciato perplesso, sarà forse che troppa gente lo ha dirottato in una direzione che ha avuto come risultante prestazioni che personalmente ritengo al limite col ridicolo (Korpiklaani, Eluveite, Finntroll; di quest'ultimi salvo un paio di pezzi,) quindi ho preferito sempre e comunque di gran lunga ascoltare le radici più classiche di questo filone musicale.
In Italia abbiamo una formazione biellese, la Barbarian Pipe Band, che nella miglior tradizione — evitando chitarre distorte, bassi e quant'altro — incentra il proprio suono esclusivamente sull'emanazione ritualistica di cornamuse, piva, zampogne e flauti oltre all'accompagnamento ritmico di grancasse, rullanti e tamburi, che esulano dal generare un lavoro di batteria forbito e sin troppo schematizzato come frequentemente avviene nelle realtà sopracitate. Il bello del folclore difatti è l'istintività con cui viene espresso, quel naturale fluire che ti permette di respirare aria di terre magari non troppo lontane come la regione occitana della Francia o perché no, andando più a nord con il pensiero, dirigendo lo sguardo nelle valli teutoniche, di giungere alle Highland scozzesi, accompagnato in questo specifico caso da tratti della nostrana e arcaica cultura regionale. Tratti che ti fanno immaginare un passato in cui il tramandare era un valore, oggi sin troppo accantonato, se non in sede di raccomandazione lavorativa.

Nel 2008 la band, dopo aver pubblicato in antecedenza "Sacra Losna" nel 2004 e "Fosfeni" nel 2005, rilasciò il terzo album dal titolo "RotA", in esso sono contenuti poco più di cinquanta minuti di musica. Le melodie e lo spirito ancestrale della prestazione per venire assorbiti anche da chi come il sottoscritto non è un fruitore costante di questo tipo di sound necessitano di un bel "reset" mentale: sgombrate la testa dai pensieri, mettetevi a vostro agio e rilassandovi farete in modo di entrare in contatto con l'atmosfera fiera e al tempo stesso scanzonata delle tracce. La vita di un uomo è un percorso fatto di gioie e dolori, al pari d'essa è lo svolgimento del disco, il genere in questione è un connubio fra due nature: quella che ci circonda fatta di piccole e grandi sorprese regalateci dalla Madre Terra e quella insita nell'animale Uomo. È così che attimi più spensierati quali "Saltarello II", "Tarantatum" e "Le Vin L'è Bun" si alternano con altri quali "Mundus Canide", "Lo Cavalcone De Nantes" e "La Fija D'Un Cavaje", mentre altri ancora portano con sè un velo di malinconia e nostalgia dei tempi andati come "Mitdans".

È ovvio che la percezione delle singole emozioni sia da tenere in considerazione in quanto personale e non delineante una forma oggettiva dell'ampio spettro che la musica della Barbarian Pipe Band riesce a suscitare. L'aiuto che giunge dalle sparutissime apparizioni della voce sembra quasi tenere coi piedi per terra l'ascoltatore, come un gradito appiglio durante un lungo e piacevole viaggio.

Un mondo particolare e per fortuna non andato del tutto dimenticato quello riguardante la cura delle tradizioni, consiglio vivamente di affondare in un album come "RotA" senza porsi troppe domande, se vi capitasse l'occasione di poter vedere un'esibizione live della formazione, sfruttatela, reputo che l'esperienza dato anche l'uso di costumi a tono renderebbe ancor più vivide e realistiche le qualità sonore, sono veramente bravi.

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lunedì 11 aprile 2011

EMPIRE AURIGA - Auriga Dying


Informazioni
Gruppo: Empire Auriga
Anno: 2008
Etichetta: Moribund Records
Contatti: www.myspace.com/empireauriga
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Time Expanding
2. Sorrowsong
3. Dreaming Of Breath & Stars
4. The Lurker
5. Waiting For The Fall
6. Soul Interrupt
7. Dust & Ether

DURATA: 37:10

Smarrimento. Vuoto. Estraniamento.
Converrete con me che sono concetti un po' astratti.
Siamo nel 2008 quando, in quell'enorme, pullulante e frenetico teatro di vite chiamato Stati Uniti, un duo composto da BOETHIUS e 90000065b tenta di dare una forma ben precisa alle parole che ho posto in apertura.
Questa forma prende il nome di "Auriga Dying".
Non so se sia ancora possibile parlare di musica, forse sarebbe meglio una definizione tipo "Arte Sensoriale".
Sì certo, potrete trovare all'interno di questo disco riferimenti a realtà musicali: la disperazione di Nortt, l'inquietante timbrica di Xasthur, la vena apocalittica dei Godflesh e le atmosfere di Lurker Of Chalice. Ma non c'è solo questo.
Gli Empire Auriga non fanno altro che donarci una visione distorta e oscura di quello che potrebbe essere uno scenario post-apocalittico. Non ci è dato sapere quale sia la catastrofe che ha ridotto il mondo a brandelli, ma in fondo non è importante.
Siamo introdotti in questo scenario dalla marziale "Time Expanding", per poi essere presi per mano dall'alienante e ipnotica "Sorrowsong" e lasciati lì a scivolare nella consapevolezza e nella rassegnazione.
Proveremo angoscia con "Dreaming Of Breath & Stars", saremo disturbati dalla fitta coltre industrial di "The Lurker", verremo avvolti dalle atmosfere ambient di "Dust & Ether".
"Waiting For The Fall" farà risvegliare dentro di noi le sensazioni intime ed irreali che abbiamo provato ascoltando il celebre "Filosofem" di Burzum.
E alla fine di tutto ciò che cosa rimarrà?
Nulla.
Esattamente, sarà il nulla a prendere il sopravvento sull'ascoltatore. Una volta terminato il disco ci si potrà ritrovare a bocca aperta a fissare una parete bianca oppure a dondolare senza motivo su una sedia, rannicchiati in posizione fetale.
Ed ecco che "Auriga Dying" avrà svolto il suo compito. Avrà violentato la vostra mente in maniera subdola, senza che ve ne siate accorti.
Cosa potete fare ora? Prendere coscienza del grande potenziale insito in questa realtà e lasciarvi trascinare da essa oppure entrarvi in contatto se non l'avete ancora fatto.
Io non so più cosa aggiungere. Ho detto tutto e non ho detto nulla.
Per questo disco non avrei potuto fare diversamente del resto, le parole sono superflue.
Ascoltatelo, magari potrà non piacervi (anche se ne dubito) ma potrete dire di aver fatto un'esperienza intensa che non vi potrà lasciare indifferenti.

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lunedì 7 febbraio 2011

FROM THE SHORES - Until My Last Breath


Informazioni
Gruppo: From The Shores
Anno: 2008
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/fromtheshores
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Dawn At Sunset
2. Fury Of The Embers
3. Serve The Flesh For Dessert
4. I Have Never Been Hurt By Luxury
5. As The Firmament Ratifies The End

DURATA: 18:10

I veneti From The Shores sono una giovane quanto operosa realtà, si sbattono a più non posso per suonare live, dal 2005 sino ad ora hanno collezionato diverse presenze on stage e sono stati inseriti in varie compilation fra cui "Core From Italy" recensita al tempo da Advent per il nostro sito.
La formazione ha rilasciato in questo lustro un solo ep nel 2008 intitolato "Until My Last Breath", prova decisamente orientata verso la derivante moderna dell'ondata melodeath metal con influssi core, appena diciotto minuti di musica che però danno a grandi linee l'idea della direzione intrapresa dal combo.
Pezzi come "Fury Of The Embers" e "I Have Never Been Hurt By Luxury" improntano l'approccio su un legame con l'old school che vanta però più varianti tese a diversificare l'incedere, sono le più rappresentative per quanto riguarda le strutture del riffato e la possibile evoluzione in chiave futura.
Quando tirano sanno far male, "Serve The Flesh For Dessert" e "As The Firmament Ratifies The End" ne sono la testimonianza, mettono in rilievo la prestazione potente e precisa del batterista ferrato ed efferato nelle concitate e sconquassanti accelerazioni che efficace nelle fasi allentate e cadenzate le quali potrebbero essere rese più avvolgenti.
Nota positiva anche la prestazione dietro il microfono che se in fase di growl risulta nulla di eccezionale, un già sentito che svolge bene il proprio compito ma sin troppo accomunabile ad altre ugole, nel momento in cui decide di forzare con le parti scream fa fuoriuscire una timbrica non canonica e che si poggia bene sui pezzi guadagnando punti.
Non è un prodotto in grado di dire la sua ad alta voce in un campo di battaglia pieno di avversari decisamente agguerriti, il genere è colmo di produzioni similari e quest'ep dimostra che ci sono passione e una volontà ferrea da parte dei componenti di guardare avanti ma che l'immaturità compositiva frena la situazione.
Sicuramente nei due anni che son passati di migliorie ne saranno state apportate, "Until My Last Breath" in fin dei conti era pur sempre il piacevole primo passo fatto dai From The Shores.
Attendendo nuove dai ragazzi su una prossima uscita, v'invito a un ascolto di queste cinque tracce, le basi sono discrete vediamo adesso cosa ci riserverà il futuro.

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lunedì 31 gennaio 2011

ENOID - Suicide Genocide


Informazioni
Gruppo: Enoid
Anno: 2008
Etichetta: Bergstolz
Contatti: www.myspace.com/enoid - www.bergstolz.ch
Autore: ticino1

Tracklist
1. Skullfuck
2. Deathkult
3. Total Hate
4. Massmurder
5. Hellblood
6. King Of Darkness
7. Humans

DURATA: 22:52

Bornyhake é un nome già apparso qui, no? Certo! Quest'anno il suo progetto Borgne ci gratificò con un lavoro molto interessante. L'ep qui discusso mi giunse tramite la Bergstolz, senza che apparisse sulla lista del materiale fornito. Dopo parecchi strafalcioni, scoprii che si tratta di un lavoro degli Enoid. Il logo, per me difficile da decifrare all’inizio, mi mise in difficoltà.

Giacché l'ho, ve lo presento se permettete!

Enoid pare che sia una creatura giovane. In realtà invece, manifesta la sua malvagità già dal lontano 1996. La maschera chiamata Organ Trails portata originariamente, fu levata nel 2005 per sfuggire ai cacciatori di demoni. Questo cambiamento permise di perseguire in incognito l’opera di partigiano del black metal nel sottosuolo!

Mi vengono in mente ricordi della vecchia scena norvegese, sorvolando le note durante il primo ascolto. Bornyhake ha definitivamente una buona cultura metal e adora utilizzare atmosfere conosciute da tutti a suo favore, senza cadere nella banalità assoluta. Anzi, raccoglie voti presso la maggioranza dei partiti di metal estremo. Non si trova solo black su questo disco. "Total Hate", per esempio, contiene riff che sono un chiaro omaggio agli Slayer, mentre l’inizio ricorda piuttosto l'industrial. Soggettivamente credo che questa canzone sia la più riuscita sul vinile.

Particolarmente piacevoli e annichilenti sono i cambiamenti di tempo all'interno dei pezzi che sfoggiano diversi accordi perfettamente intrecciati fra loro. Alcune piste, come "Deathcult", faranno gonfiare il pacco ai fanatici del black "mitragliatrice", con i suoi ritmi estremi. Interessante in questa traccia é anche il lavoro della squadra chitarristica. Il fascino é provocato da due strumenti che seguono la loro strada su due corsie tonali totalmente differenti.

Se amate il black di base tradizionale che esce però un poco dal seminato, non perdete l'occasione di accaparrarvi questo ep, non ve ne pentirete.

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lunedì 17 gennaio 2011

ANTICHRISTIAN KOMMANDO - Vernichtungsfeldzug


Informazioni
Gruppo: Antichristian Kommando
Anno: 2008
Etichetta: Bergstolz
Contatti: www.myspace.com/akbmofficial - www.bergstolz.ch
Autore: ticino1

Tracklist
1. Trenches Of Fear
2. To Eternity
3. Vernichtungsfeldzug
4. Odium Ducatus
5. Antichristian Kommando

DURATA: 19:00

Dopo essere finalmente riuscito a mettere in moto il mio lettore di cassette, vecchio di circa venticinque anni, sono investito da una caterva di schiaffi che non promette nulla di buono. La doppia cassa mi martella le cervella e tenta di spaccare il mio duro cranio che si mostra comunque resistente a tanta violenza!

Cosa vi aspettate da un gruppo che afferma di suonare black'n'roll e di sostenere la lotta contro la razza umana? I pochi fra voi che appartengono all'esercito della salvezza, sanno già cosa insinuo. Sparite e non rompete più le palle, masse di rifiuti!

Questa cassetta, limitata a cento copie numerate a mano, è il risultato di un progetto internazionale. Scopriamo così uno dei miracoli del Web 2.0, altrimenti utile solo a offrire porno gratuito. Oggi si possono inviare pezzi a spasso attraverso tutto il globo, per comporne poi un disco completo. Il batterista degli Antichrist Kommando ha già suonato per un gruppo statunitense, ecco perché uso il termine internazionale. Se poi lui é svizzero o meno, io non posso neppure immaginarlo. Il fatto che i pezzi contengano le piste di batteria suonate da una “drum machine”, salvo che la produzione dello strumento faccia proprio tanto schifo da fornire questa impressione, mi lascia pensare che il musicista non sia sempre disponibile per le sessioni in studio.

Il nastro contiene su entrambe le parti gli stessi pezzi. Perciò non lasciatevi trarre in inganno da un déjà-vu come é capitato a me, che mi meravigliai dell'affinità delle piste sui due lati… (sì, me ne vergogno).

Questi diciannove minuti di musica ci offrono pochi alti e bassi ma in compenso una sfilza di angoli e curve stimolanti. Le canzoni mantengono elevata l'adrenalina dell'ascoltatore. Se le note d'apertura sono veloci, il resto é molto trascinante ed entusiasma l'ascoltatore con trame inneggianti che si trovano normalmente nel punk. Gli amici dei Darkthrone moderni sussulteranno all'ascolto del pezzo "Verninchtungsfeldzug" che é molto orientato verso i lavori più recenti dei norvegesi.

Non aggiungo molto altro. Le ritmiche sono pesanti e inesorabili come un rullo compressore che vi pressa nel catrame rovente posato di fresco e la doppia cassa vi polverizza quello che rimane delle cervicali. Cosa può desiderare di più un metallaro viziato?

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lunedì 3 gennaio 2011

KRYPT - Preludes To Death


Informazioni
Gruppo: Krypt
Anno: 2008
Etichetta: Agonia Rec
Contatti: www.myspace.com/krypt666
Autore: Leonard Z

Tracklist
1. Worthless
2. Krypt
3. I Am God
4. Misfits
5. Preludes To Death
6. Death
7. Jeg Hater Deg!
8. Death Satan Black Metal
9. Hell's Grim Tyrant

DURATA: 50:29

Ecco il primo album nato dai Krypt, progetto generato dalle ceneri dei norvegesi Tsjuder. Questo "Preludes To Death" è un parto dell'impegno di Nag (voce e basso negli Tsjuder) e Desecrator (vecchio batterista della stessa band) e può essere descritto come un album di black metal norvegese vecchio stile, senza fronzoli o ricerca di novità. Stilisticamente siamo lontani dal songwriting di quel capolavoro che fu "Northern Desert Hell": il doppio pedale è quasi del tutto assente, i riff sono molto più semplici e gli assoli molto meno presenti. Per quanto riguarda i pezzi, accanto a brani molto azzeccati come "I Am God" e "Death Satan Black Metal" vi sono alcuni riempitivi che non spiccano particolarmente né per tiro né per originalità. Se qualche fan degli Tsjuder si aspetta che i Krypt siano una sorta di "Tsjuder II" meglio che lasci perdere, perché questo gruppo è tutt'altro e non pretende in nessun modo di essere un clone della band madre. Questo "Preludes To Death" non sarà certo l'album del millennio, ma è un lavoro sincero, dove si sente che i musicisti hanno passione per il genere suonato, pertanto chi lo acquisterà non prenderà certo una fregatura. E' certo anche che non siamo davanti a un lavoro completo come era "Northern Desert Hell", ma a quanto pare nemmeno l'altra costola nata dallo scioglimento degli Tsjuder, ovvero i Tyrann, è riuscita ad arrivare agli stessi livelli raggiunti ai tempi in cui Nag e soci erano assieme. In definitiva un acquisto consigliato a chi ama il black metal nella sua forma più semplice e diretta, ma non a chi rivuole indietro gli Tsjuder.

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lunedì 13 dicembre 2010

NIOBETH - The Shining Harmony Of Universe


Informazioni
Gruppo: Niobeth
Anno: 2008
Etichetta: Molusco Discos
Contatti: www.niobeth.com - www.myspace.com/niobeth
Autore: Insanity

Tracklist
1. The Whisper Of Rain
2. Secrets
3. Tell Me Lord
4. A Frightening Shiver
5. My Silence Within
6. Requiem For Imogen
7. Dance Of Tragedy
8. Reflected Lights' Garden
9. Rhyme For My Gone Beloved
10. Musician' Soul
11. The Magic Flute - Queen Of The Night Aria
12. The Awakening
13. Kowasani Furuete [bonus track]

DURATA: 01:08:43

Ogni volta che mi trovo davanti ad un album Gothic/Symphonic vengo assalito dalla paura di trovare la solita copia sbiadita di act più famosi quali Within Temptation, Nightwish e compagnia bella. Per mia sfortuna spesso la paura è fondata, ed è anche il caso degli ispanici Niobeth, il cui debutto "The Shining Harmony Of Universe" datato 2008 non riesce a distaccarsi più di tanto dal marasma di band che infestano la scena.
In realtà la band dimostra di avere buone idee che sicuramente piaceranno ai fan di questo sound, ma che se fossero state sviluppate diversamente sarebbero state apprezzate da una fetta più ampia di ascoltatori. Un esempio lampante è la performance della vocalist Itea Benedicto Colás che canta quasi costantemente con impostazione lirica, caratteristica più che abusata in questo stile, e mi ha quasi infastidito sentire che nei rari frangenti in cui non lo fa, come nel finale di "Secrets", la ragazza ha una voce niente male. Per lo meno i cori che la supportano sono un punto a favore per i Niobeth, senza dubbio ben fatti e sempre al posto giusto. I brani godibili in ogni caso ci sono, non è un album brutto grazie anche ad un drumming vario e sempre adatto alla situazione; il vero problema è che è un deja vu continuo e non è un fattore da sottovalutare, nemmeno i riff neoclassicheggianti della solista, per quanto piacevoli, riescono a portare chissà quale novità sconvolgente. A risollevare lievemente le sorti di questo lavoro abbiamo le tastiere, che oltre a fornire il classico suono di archi in "Tell Me Lord" e "The Awakening" ci deliziano con sonorità differenti.
Niente di nuovo sotto il sole, molto probabilmente gli amanti del Metal sinfonico apprezzeranno questo album, al contrario chi ritiene che sia un genere troppo poco vario può anche evitarlo. Se i Niobeth vogliono fare il salto di qualità e distinguersi dalle decine di band (molto) simili a loro devono trovare la propria strada, le potenzialità sembrano esserci per cui non ci resta che sperare in miglioramenti futuri.

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