lunedì 30 maggio 2011

CAMION

Informazioni
Autore: Dope Fiend

Formazione
Fede - Voce, Chitarra
Viola - Basso
Tix - Batteria



E' con grande piacere che oggi scambio due chiacchiere con i Camion, formazione nostrana che ha da poco sfornato il suo debutto "A Serenade For Yokels" (di cui troverete la recensione sul sito).

Benvenuti su Aristocrazia Webzine, ragazzi. Come va? Come vi sentite dopo la recente uscita del vostro primo disco?

Liberati! Questo disco è rimasto sepolto nel cassetto per un anno ed è una grande soddisfazione vederlo finalmente fuori. Siamo molto soddisfatti della produzione e non vedevamo l'ora di poterlo far ascoltare ad un pubblico più vasto di quello che in questi anni ci ha potuto vedere live.


Le nostre interviste in apertura riportano sempre uno spazio dedicato alla biografia della band. Ci volete quindi raccontare qualcosa a proposito di come sono nati i Camion?

Di solito raccontiamo la nostra biografia con un serafico "we met, we play", ed effettivamente non c'è molto altro da dire. Forse perché non c'è nulla di particolare. Ci conoscevamo da un po' e quando si è presentata l'occasione di poter perdere un po' di tempo in sala prove l'abbiamo colta al volo. Da quel giorno la line-up della band non è mai cambiata e non abbiamo mai pensato di aggiungere altri elementi (anche se in diverse occasioni abbiamo avuto la fortuna di suonare con Massimo degli Ira Del Baccano ed il suo moog... è stato bellissimo). Venendo da esperienze metal avevamo voglia di metter su una band classicamente stoner, per divertirci e provare cose nuove.


Il monicker Camion da perfettamente l'idea del vostro sound: robusto, potente e perfetto per l'"on the road". E' questo il motivo per cui è stato scelto?

In realtà il motivo è più stupido ma ci piace molto la tua interpretazione e la useremo per rispondere ad altre interviste in futuro! Il monicker è nato in modo piuttosto spontaneo ma effettivamente rende bene la nostra attitudine nel songwriting.


Ho notato che la voce di Federico ricorda un po' lo stile di Tom Angelripper quindi mi viene automatico chiedervi: quali sono le vostre maggiori ispirazioni in campo musicale?

Per quanto riguarda le influenze che si possono riscontrare nel disco sicuramente i NINE, soprattutto per l'unione di voce aggressiva e riffing rock'n'roll. Poi c'è tutta la scena sludge e stoner che apprezziamo molto ed è una parte importantissima dei Camion. Tra di noi poi siamo abbastanza eterogenei, ascoltiamo di tutto. Possiamo dirti cosa ci unisce: Iron Maiden, Motorhead e Kyuss!


Nella recensione ho affermato che la vostra proposta è stoner metal del più puro, pur presentando qualche inflessione quasi death'n'roll e prepotenti tratti motorheadiani. Cosa vi ha portato a suonare questo genere che, negli ultimi anni, sta sfornando delle vere e proprie perle?

Innanzitutto grazie per l'aggettivo MOTORHEADIANO! Come dicevamo la nostra prima intenzione era quella di suonare stoner, ma ci siamo resi conto di non saperlo fare. In più il fatto che in fondo siamo tre metallari senza scampo ha segnato irrimediabilmente il nostro sound!


Come nascono le vostre canzoni? Chi si occupa del songwriting e chi della stesura dei testi?

Tutti i pezzi nascono da uno o più riff ed è la mano del nostro batterista ad occuparsene. Il lavoro in sala serve per arrangiare e struttuare la canzone ed i testi sono l'ultimo ingrediente.


Nel finale di "Here Comes The Harley" spunta un organo Hammond semplicemente fantastico che si sposa benissimo con il vostro stile "grezzo" e stradaiolo, cosa vi ha spinto a fare questo inserimento?

E' stata un'intuizione geniale del nostro fonico/produttore/psicanalista (V.Fisik - Inferno). Senza dirci nulla ha chiesto a JimmyBax (Inferno) di comporre qualcosa sul finale della canzone. Inutile dire che il risultato non ci è piaciuto, ci ha commosso! Partendo da quell'Hammond abbiamo pensato alla collaborazione live con Massimo degli Ira Del Baccano di cui parlavamo all'inizio.


"A Serenade For Yokels" è un disco veramente bellissimo, come mai avete deciso di rilasciarlo e venderlo solo in formato digitale? Se posso permettermi credo che meriterebbe davvero di uscire in formato fisico.

Decidere di far uscire il disco online è stata una vera svolta. Non potendo permetterci di stampare un grosso quantitativo di copie fisiche avremmo dovuto aspettare ancora troppo! Inoltre non crediamo che l'uscita esclusiva sui webstore diminuisca il valore del disco. Piuttosto sarebbe un sogno per noi poterlo stampare su vinile mantenendo la distro online. Il supporto cd non aggiunge molto e non ci avrebbe concesso di essere a portata di click in tutto il mondo! Per concludere non abbiamo dovuto avere nulla a che fare con la SIAE.


E' un dato di fatto che in molti casi le etichette si rivelano nient'altro che dei vampiri assetati di denaro, mentre proposte veramente valide come la vostra non vengono considerate. Cosa ne pensate delle label in generale? E' anche colpa del pubblico se troppo spesso la qualità viene lasciata in secondo piano?

Hai notato che ultimamente, soprattutto in Italia, per creare un'etichetta discografica basta alzarsi la mattina e fare un bel sito internet? Per poi proporre alle band la formula: "voi producete il disco, io lo faccio mettere su un cd o ve lo inserisco nei miei canali di distribuzione". Noi con la vendita online abbiamo prodotto il disco e con cinquanta dollari siamo in vendita in tutto il mondo. Ovviamente ci sono anche delle belle realtà, persone che investono su un progetto e possono offrire un'esperienza che fa davvero la differenza. Etichette così non hanno ancora mostrato interesse per i Camion ma non ce ne facciamo un cruccio. "A Serenade For Yokels" è lì. Vedremo.


In Italia (ma non solo) siamo continuamente sommersi da pseudo-artisti vergognosi e imbarazzanti che ovviamente riscuotono un successo direttamente proporzionale al loro squallore e purtroppo questo accade a volte anche nel metal. A chi della scena musicale (italiana e non) vi piacerebbe dare un poderoso calcio nel culo ?

Rispettiamo chiunque salga su un palco e suoni ciò che gli piace per il piacere di farlo. Noi un calcio in culo lo daremmo volentieri a diverse booking agency presenti sul territorio e ad alcuni locali e alla loro gestione che spesso sembra più quella di una pizzeria. Non farci fare nomi dai!


5 album a vostro avviso fondamentali per chiunque ascolti Stoner?

"Welcome To Sky Valley" - Kyuss
"Masters Of Reality" - Black Sabbath
"Almost Heaten" - Karma To Burn
"Rated R" - Queens Of The Stone Age
"Eatin' Dust" - Fu Manchu


Ora vi dirò delle parole che voi dovrete descrivere con i primi vocaboli che esse vi fanno venire in mente: Kyuss, rock, Camion, birra, politica.

Kyuss: Grazie
Rock: Amore
Camion: Sesso
Birra: Buuurp
Politica: Sfiducia


Quali riscontri sta ottenendo "A Serenade For Yokels" da parte del pubblico e della critica?

Forse è ancora presto per dirlo ma piace! Riceviamo sempre pareri positivi soprattutto da musicisti che stimiamo e adoriamo da sempre. Tutto ciò ci riempie di orgoglio. Speriamo di non esplodere e che vada avanti così!


Ho letto che a causa di vari impegni il disco è rimasto "nel cassetto" per parecchio tempo. Quanto è difficile portare avanti una band e coniugarla con le incombenze quotidiane di ognuno? Chi sono i Camion nella vita di tutti i giorni?

Più che difficile a volte è frustrante. Spesso vorremmo dedicare ai Camion più tempo o più energie mentali e non ne abbiamo. Lavoriamo tutti ed uno di noi è un fonico live, ha degli orari simili a quelli di Batman ed anche andare a prendersi una birra può essere complicato.


Come vanno le cose sul fronte live? Avete già presentato on stage i pezzi del disco?

Oh sì! Alcune canzoni sono piuttosto datate. Il disco è rimasto chiuso in un cassetto per troppo tempo ma noi non abbiamo mai rinunciato a suonarle dal vivo! Tra l'altro proprio non riusciamo ad aspettare che un pezzo venga registrato senza averlo prima suonato dal vivo. Spesso lo suoniamo anche se ancora non lo sappiamo fare!


Avete date live già programmate da poterci comunicare?

Non al momento ma ci stiamo organizzando per il release party di "A Serenade For Yokels" che speriamo sarà a fine giugno, probabilmente a Roma.


L'intervista è finita, vi ringrazio della diponibilità, vi rinnovo i complimenti per il bellissimo disco e, porgendovi i migliori auguri per il futuro della band, vi passo la parola per concludere a vostro piacimento.

La nostra ultima parola non può che essere un invito ad ascoltare il disco! Lo trovate in streaming gratuito qui: http://soundcloud.com/camiontheband/sets/a...e-for-yokels-1/ mentre se lo volete acquistare potete partire da questa pagina e scegliere lo store che più vi piace: http://flavors.me/camiontheband#_
Horns up!

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CULT OF ERINYES (english version)


Information
Author: Mourning
Translation: Dope Fiend

Line Up
Mastema - Vocals
Corvus - Guitars, Bass, Synth
Baal - Drums



From Belgium comes the disk you do not expect, "A Place To Call My Unknown", the band is The Cult Of Erinyes, they are already being noticed with the previous ep "Golgotha??", let's have more news on them.

It's a pleasure to have you at Aristocrazia Webzine, the opening bars are usually assigned to the presentation of the band, its components and brief hints of their musical history, how did the reality Cult Of Erinyes born?

Cult Of Erinyes is an extreme and punitive entity willing to evolve in the realms of Black Metal. We belong to the forbidden experience, where music is only a symptom of a higher truth. The Cult was created at the end of 2009 as an Ambient Black Metal project to finally become a more organic trinity with the addition of Baal. His drumming added something ritualistic in the rhythmic that defines today the identity of CoE. We recorded our first Ep in September 2010 and only a few months later, we started the recording of our first full length "A Place To Call My Unknown", released the 23th April on Les Acteurs De L’Ombre Productions.


How did you choose the monicker that represents you? What is the feeling that share your music to the mythological figure of the Erinyes?

The modern society is based on money, hypocrisy and cowardice. The Erinyes, as the deities of vengeance, directly punished the one responsible for a sin. Religions usually see the judgement as an element that comes in the afterlife, and that’s why those dogmas are born to fail and enslave mankind. Cult Of Erinyes praises the facts and is for those who believe that assuming their essence and facing their consequences is the only way to find who you really are. Nowadays, various societies prefer to occult each individual's essence, so the world can "turn round". But that’s just an illusion for morons. Cult Of Erinyes aims at those who praise the forbidden, the occult and has the guts to look at themselves in the mirror without being afraid of what they will see.


What was the path that has led you to the evolution that, from the really awesome "Golgotha", it has made the first album had a so devastating an even more various soul?

"Golgotha" is raw and aggressive, and I’m very proud of it, even if you can hear a few mistakes here and there. I don’t think there is so much evolution between the EP and the full length: I actually wrote the tracks during the same period, so you’ll surely notice a lot of similarities. The biggest difference between "Golgotha" and "A Place To Call My Unknown" is the sound: "Golgotha" was recorded in a few hours, while the full length took way more time, especially for the mixing process. But the soul is the same: Ritualistic Black Metal.


"A Place To Call My Unknown" is a weapon that through ritual and presence is able to overwhelm and subdue the listener, how born the sound? Each song has different facets that characterize it, how you develop the songwriting?

The sound comes from the superposition of guitars and basses and the way they are mixed. There are a lot of guitar-basses tracks in each song. On a song like "Black Eyelids", you’ll find three different bass tracks for example. On "Call No Truce", there are parts were something like six-seven guitars are melting with each others. From that chaos will appear the order during the mixing process. Phorgath from the Blackout Studio rapidly understood our way of thinking and did an amazing job on the album. Each sound has indeed its own identity and it wasn’t easy to create the same sound for each song, but Phorgath succeeded! Also, drums and vocals are not always that obvious in the final mix: EVERY single note has to be a part of a whole. Cult of Erinyes is not about a great guitar player (which I’m not), a fantastic drummer or a twisted singer. It’s all about energy when all the elements are mixed together.


The production unleashes a powerful whip more, and the battery of Baal knocks continually with its tempo changes, what is black metal today? Many people look and listen with distrust those who put themselves to the genre breaking away from early fees, how has changed, in your opinion, this style, musically and especially ideologically? What are the passes that were "rightly exceeded"?

In my eyes, Black Metal is about cultivating your very essence. When you start to care about “what people think”, well, it’s better to stop playing music! Ideologically, I don’t think Black Metal has changed that much. What has evolved is the acceptance of radical opinions in the European society, and radical (ideologically) Black Metal bands are only the reflect of this "evolution", they are not the main problem (exception made for the lack of talent of those radical bands, even if there are a few exceptions). On the other hand, you now have Black Metal bands with more "positive" values, especially in Canada and the US. It’s funny to see the radical black metal addicts so pissed about the introduction of those messages into the Black Metal scene. Musically, the style has evolved a lot; bands like Blut Aus Nord, Axis Of Perdition pushed the limit further with the addition of some well distilled electronic elements. The avant-garde Black metal scene, with bands like DHG, Ved Buens Ende or Arcturus is clearly interesting. Black Metal became a genre and not a Metal subdivision, that’s for sure!


How much can be seductive sinking his mind in feeling as vengeance, hatred, revenge to the Christian deity? What elevates a disk making it a real conductor of personal feeling but full of that darkness that has characterized the nineties? It's anachronistic to think that black is a more elitist way of thinking and living?

We are in 2011 and those who think they can base their lives on the "christian values" are going back in the time when most of the people weren’t able to read and think by themselves. I don’t think I’m better than anyone because I play Black Metal. I don’t need to be better than the others; I need to be myself and to develop my very essence. So the elitist side of Black Metal doesn’t appeal to me. When you think you are better than the others, you stop evolving. The self proclaimed elite are for those who have nothing to propose on the artistic side. But that’s just my two cents...


The Belgian scene to which you belong has always been good bands like Enthroned, Huldrefolk, Berserk, Doodsdrek, Hellewacht, Trancelike Void, in which relationships are you with other compatriots and what do you think about the situation of the black movement in your country?

I learned to appreciate Phorgath and Nerath from Enthroned during the recording of "A Place to Call My Unknown". Nerath even recorded a very short part of a riff in the song "Last Light Fading". They are dedicated artists and you can be sure our next album will be recorded in the Blackout Studio! Hans from Trancelike Void and I are regularly talking via mails. He seems to appreciate the Cult, and I have only but respect for Trancelike Void; they changed their sound a lot, but their very essence is still the same. Black Metal is more than blastbeat and distorsion and I like when bands are taking risk. Regarding the Black Metal movement in Belgium, there are good shows, good bands (check Gorath, Winterblind etc.), and dedicated people. But there is also the nationalist side of Black metal in which I don’t find any interesting elements, musically and ideologically. But in the overall, considering we are a little country, we cannot complain about the quality.


Is there a particular scene in which you have, musically and mentally, a feeling and of which you like most band? What are the band that you feel the most interesting of this latest wave?

People need to categorize everything, but I don’t see the interest of it. I listen to a lot of stuff, so I don’t have the feeling to belong to a scene in particular. Besides extreme metal, I can enjoy blues, jazz or classic music. I’m looking for extreme music, whatever the style is. A twenty minutes jam from the Allman Brothers Band is more extreme (at least in my eyes) than some average Black Metal for example. Speaking of interesting bands, I recently discovered the French band Celeste, intense stuff for sure! And bands like Dissection, Craft or Celtic Frost have surely influenced me a lot.


If you had the opportunity to produce a split album soon, who would you like with traveling companions in such adventure? And why?

That’s a good question and actually we are thinking of doing a split album before releasing a new full length (in 2012-2013 I suppose). But nothing is certain. I won't give any name, but the first condition when you do a split is a mutual respect between the bands. Time will tell...


The Les Acteurs De L'Ombre is the same label that had published the works of Pensees Nocturnes, one of the most respected avant-garde of the last two years, how did the contact with this small but brilliant label born? What made you decide to entrust to their care?

I am in contact with Les Acteurs De L’Ombre Productions since the very beginning of the band. Gérald, the owner of the label, showed interest in the band after he listened to a preproduction version of the track “The Glowing Embers” on MySpace. I had only but respect for Pensées Nocturnes and the way their label promoted their releases, so I was certain that the label was the very best choice to launch the Cult. And I must say I’m more than satisfied with the collaboration. Les Acteurs De L’Ombre Productions is a very dedicated label!


There has already been occasion to bring live the tracks of "A Place To Call My Unknown"? What were the reactions of the public?

We had to appear on the Open Your Mind Fest with Bethlehem but the fest was cancelled because of Bethlehem and Kvarforth (who quit the band). We’ll probably play during the period September-December, but nothing is certain. You’ll find info about some live appearance on our Facebook (I know it sucks...) and Myspace (it sucks even more), and probably on an official website (still to be created by the way) soon.


What were the feedbacks from the critics and those who have listened to the record and that he was slim in a comment? Hanging out on the internet I noticed that you have caused a lot of good reactions.

Hanging out on the internet I noticed that you have caused a lot of good reactions. For the moment reviews are very good. We even got a 14/15 in the Legacy Magazine. I must say LADLO Productions is doing an excellent promo for the release and that surely helps to have a lot of exposure. On the other hand, we are not running after fame and recognition, only after quality and satisfaction. Of course I’m happy the album seems to be appreciated, but it only encourages us to work harder for the future releases.


I have the impression that you are not a band of those who likes to bask on the work, there are projects already running in your head or tracks ready for a possible new album?

I already have something like four-five tracks almost finished. But those tracks will certainly evolve; we’ll not enter the studio for a full length before (at least) mid-2012. Also, I don’t want to repeat myself. I already had to throw some material away because it sounded way too much like what we did before. I’m sure the future of the band will be musically surprising, but still extreme and intense. On the other hand, I also joined a new band (as the bassist); the line up is quite improbable so I’m sure the final result will be surprising.


We will have a chance to see your show in our peninsula?

We have no plan to play in Italy for the moment, maybe in the future...


I congratulate with you once again for "A Place To Call My Unknown", we come to the end of the conversation, all that remains is to leave one last message addressed to our readers.

Thanks for the interview! Salutations to those who still think Black Metal is more than music.

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lunedì 23 maggio 2011

SHININ' SHADE - Shinin' Shade


Informazioni
Gruppo: Shinin' Shade
Anno: 2010
Etichetta: Moonlight Records
Contatti: www.myspace.com/shininshade
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Means Finding Sunterra?
2. Riders Of The Dome Of Sagittarius
3. Sleepless/Vetronite
4. Journey Of A Man

DURATA: 44:11

Gli Shinin' Shade sono un quartetto proveniente da Parma, attivi fin dal principio del 2005, si presentano nel 2011 con il loro secondo EP autotitolato.
Il percorso musicale intrapreso dai ragazzi è quello che ricalca le illustri orme lasciate dai gruppi classici del rock sessanta/settantiano, signori come Led Zeppelin, Jimi Hendrix e The Doors, seppure elaborato con sapienza e personalità.
Ovviamente non possono mancare quei solchi acidi ricolmi di un groove che scatena effetti più che mai accostabili a pesanti razioni di sostanze illecite ma non c'è solo ciò; il tutto viene infatti amalgamato con una fortissima personalità blues incestuata ad una compatta e possente venatura doomish ereditata soprattutto dai Black Sabbath.
Il disco racchiude solo quattro canzoni, poche quindi, le quali hanno però le capacità di prendere ed entusiasmare come se fossero il triplo.
Fantastica è la strisciante ed avvolgente dose di psichedelia presente in tracce come "Riders Of The Dome Of Sagittarius" (nella quale l'effetto "trip" è quasi tangibile) e la lunga e strumentale "Journey Of A Man" che, sarei pronto a scommetterci, farebbe probabilmente andare in brodo di giuggiole il mitico combo di Birmingham, autore di pietre miliari quali "Paranoid" (obbligata l'associazione mentale con "Planet Caravan") e "Master Of Reality".
Le prove strumentali sono ottime in rapporto alla proposta: le chitarre corpose ed estranianti mentre il basso è molto ben presente ritagliandosi anche spazi di maggiore partecipazione, ad esempio nella struttura di "Sleepless/Vetronite". La batteria svolge il compito di mettere un ulteriore puntello a sostegno di un'impalcatura già molto efficiente, sulla quale è libero di appoggiarsi un andamento vocale quasi perfetto in ogni frangente.
La personalità messa in mostra dagli Shinin' Shade fa di questo EP un prodotto davvero interessantissimo e con qualità ottime, soprattutto se viste con uno sguardo volto ad una auspicabile prova full nel futuro prossimo (lo spero vivamente).
Vale senza dubbio la pena appuntarselo il monicker dei ragazzi, così come vale decisamente la pena ascoltare e acquistare il lavoro in questione.
E' lecito aspettarsi gran belle soddisfazioni dagli Shinin' Shade se continueranno a viaggiare su siffatto binario composto di passione e qualità.

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OWL - Owl


Informazioni
Gruppo: Owl
Anno: 2011
Etichetta: Zeitgeist
Contatti: www.zeitgeistermusic.com
Autore: Mourning

Tracklist
1. Conquering The Kingdom Of Rain (Enter Her Holy Halls)
2. Lost In Vaults Underneath The Melting Mountain Of The Saints
3. The Daimonion Of Dying Summers Looming Through The Golden Mist Of Dreams
4. Spell Of The Ignis Fatuus That Leads To The Impalpable Altar Of Beasts
5. Threnodical Ritual At The Spectral Shores Of The Eternal Sunset

DURATA: 01:05:09

Un'uscita per Zeitgeister? C'è sempre aria di discone quando un album arriva da questa label, un circolo di piccoli geni che ha sfornato e continua a sfornare lavori personali, avanguardistici e insani evitando noia e inutili ripetizioni.
Nuovo progetto stessa goduria, tocca agli Owl, band che vede il solo Christian Kolf (Valborg, Island, Woburn House) coadiuvato dal batterista Patrick Schroeder (Klabautamann, ex Valborg e Centaurus-A) trasportarci all'interno del suo mondo death metal influenzato da una miriade di band (Portal, Gorguts, Morbid Angel, Nile, Dead Congregation) ma che non si limita a solcare i territori dediti alla morte, incrociando bensì quelli del fato doomico delle figure di Paradise Lost e Anathema in veste primordiale e la sorpresa inattesa è sempre lì dietro l'angolo pronta a colpire.
Il platter omonimo piazza ben oltre un'ora di musica, la metà iniziale è racchiusa in quattro capitoli dai titoli lunghissimi che potrebbero ricordare le scelte di Nile e Bal-Sagoth, le note però mostrano la ricercatezza della fase gestazionale degli Island che vengono shakerate con tutte quelle formazioni citate, aggiungete un pizzico di dissonanze e ritualismo dei Deathspell Omega e l'odio che riversano Immolation e Incantation nelle loro release e il quadro non ha più colore ma solo una macchia nera che uniformemente si espande avvolgendo, ricoprendo e soffocando ciò che le sta intorno.
Che sia poi la natura più arcigna ma dinamicamente ineccepibile di "Conquering The Kingdom Of Rain (Enter Her Holy Halls)" a esser sferrata contro, il triangolo delle Bermude intitolato "Lost In Vaults Underneath The Melting Mountain Of The Saints" dove ci si perde cadendo continuamente abbattuti da un ritmo incessantemente martellante capace di stregare o le successive "The Daimonion Of Dying Summers Looming Through The Golden Mist Of Dreams" e "Spell Of The Ignis Fatuus That Leads To The Impalpable Altar Of Beasts" assemblate con un riffato a tratti delirante nella sua complessità e scelte nel dissonare, alimentate da un drumming instabile, altalenante, difficile da assorbire ma che rappresenta l'anima tormentata che viene soggiogata dal cantato infernale di Kolf a inchiodarvi, l'artista tedesco ha comunque fatto centro.
Un po' di righe più su accennavo a una sorpresa inattesa, come definire se non così "Threnodical Ritual At The Spectral Shores Of The Eternal Sunset"?
Questa canzone che in solitudine raccoglie metà dell'opera "Owl" è il finale che dopo una valanga nera schiantatasi contro le pareti del cervello proprio non immagini, il death metal viene messo a riposo, è l'ambient a sedersi sul trono del reggente al comando inserendo un'aura spettrale, un'atmosfera che diviene tetra al pari di un enorme spazio in cui l'unico suono percepibile è un vento gelido che a scatti ferisce la pelle mantenendo lo stato d'animo dell'ascoltatore costantemente sull'attenti.
Probabilmente avrebbe potuto minor estensione ma svolge correttamente il ruolo assegnatole dando al disco una conclusione che per grado e intensità non si discosta dal colore dominante per l'intero corso d'ascolto.
"Owl" è l'ennesimo esempio di come un circolo d'artisti ispirati, pronti a mettersi continuamente in discussione affrontando i generi che amano rimescolandoli, inserendo del proprio in ogni release che viene pubblicata riesca a spuntarla sempre e comunque producendo lavori di spessore ben al di sopra della norma, aggiungiamo un buonissimo operato dietro il mixer a cura di Armin Rave che aveva già collaborato sia con gli Island che i Klabautamann ma è conosciuto anche per le sue prestazioni offerte ad act quali Pavor e Darkened Nocturn Slaughtercult e "le jeux sont fait".
Cosa rimane da fare? Comprare l'album, nel momento in cui ci si trova fra le mani musica che goda di vita propria e sul piatto della bilancia faccia valere il peso del valore artistico in essa contenuta, solo il possederla originale è il riconoscimento adeguato per rendere grazie a colui che l'ha composta, gli Owl se lo meritano.

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THE KILIMANJARO DARKJAZZ ENSEMBLE - From The Stairwell

Informazioni
Gruppo: The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble
Anno: 2011
Etichetta: Denovali
Contatti: www.myspace.com/tkde
Autore: Mourning

Tracklist
1. All Is One
2. Giallo
3. White Eyes
4. Cocaine
5. Celladoor
6. Cotard Delusion
7. Les Etoiles Mutantes
8. Past Midnight

DURATA: 1:02:40

Esistono formazioni veramente geniali, che hanno una mentalità talmente incentrata sul viaggiare al di fuori del mondo costituito da routine e schemi ripetuti, tanto da permettere all'ascoltatore di voltare le spalle alla propria vita per un "attimo".
I The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble non sono più un nome nuovo nella scena sperimentale ma bensì una solida verità in musica, attivi dal 2000 e con uno splendido debutto omonimo rilasciato nel 2006, bissano nel 2009 con "Here Be Dragons" ponendo basi durature per un futuro in crescendo.
Il progetto nato dalla mente dei musicisti Jason Köhnen e Gideon Kiers è di quelli che fanno sognare e permette alla musica di assumere una forma visiva, non è un caso che il tutto abbia preso inizio quando decisero di reinterpretare colonne sonore di film storici quali "Nosferatu" di Murnau e "Metropolis" di Lang.
Il territorio musicale solcato dai TKDE è quanto di più vario ci si possa attendere, jazz, trip hop, elettronica (Jason è conosciuto anche come Bong-ra, pseudonimo che utilizza per le release breakcore), ambient e il post nelle sue sfaccettature più intime e fluttuanti si combinano, shakerano e giungono a collisione all'interno di brani che fanno del mood soffuso il loro dogma.
In alcuni frangenti decisamente retrò, inanellati con gusto e percezione del tempo che fugge, danno vita a "From The Stairwell".
L'album è scuro, sommesso ed elegante, la batteria viene "picchiata" utilizzando le spazzole, pulita, precisa nei cambi di tempo, si muovono accompagnate dal basso al di sotto di melodie che al pari d'espressioni facciali mutano la loro istintiva apparizione affievolendo o rinforzando quella sensazione di curiosità/paura che si ha durante una caduta nel vuoto.
Il calore scuro della suadente quanto inquietante voce di Charlotte Cegarra è la linea guida di canzoni come l'opener "All Is One" e "White Eyes", la performance del sassofonista e clarinettista Coen Kaldeway esalta "Giallo" posta in mezzo a loro e che dire di "Cocaine" minimalistico pensiero industrial condito da echi spettrali? Fantastica.
Il platter minuto dopo minuto rivela la sua essenza, l'elettronica ha per lo più lasciato il campo libero a scelte più classicamente jazzate, alle varianti più post/rock contenute nel trittico "Celladoor" (in cui vi è la partecipazione del trombettista Eirìkur Orri), "Cotard Delusion" e "Les Etoiles Mutantes" e stranamente si concede una lunga digressione tendente al drone nella finale "Past Midnight" che probabilmente accorciata di un paio di minuti sarebbe stata più gradevole e meno "stiracchiata" come chiusura.
Musicalmente è difficile criticare una creatura simile, la stranezza e la non complessità apparente della proposta sono sempre state le qualità che permettevano ai più d'avvicinarsi scoprendone di volta in volta il valore nascosto. L'unico appunto è legato al comparto ambientale che in certi casi risulta discontinuo e disallineato umoralmente, per un viaggio in discesa attraverso la "tromba delle scale" vi è una presenza dolciastra e quasi di compagnia in alcuni casi fuorviante al cospetto di una caduta melancolica sì ma che dovrebbe acuire il discendere con emozioni più intense e dalle tinte maggiormente annerite.
E' un'esperienza da fare, i The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble non riusciranno quasi mai a far collimare le idee di due appassionati proprio per l'approccio talmente coinvolgente nell'intimo da istigare giocoforza l'istinto e l'emozionalità di chi porge l'orecchio alla loro musica.
Non esistono vie di mezzo, è arte che si ama o si odia, si approfondisce sviscerandola o la si mette di lato perché non vi si entra in contatto, decidete quale sia in tal senso la vostra preferenza, ascoltateli più volte e chissà che il rimbombare in testa non riesca a far ricredere anche i più scettici.

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NOMAD - Transmigration Of Consciousness


Informazioni
Gruppo: Nomad
Anno: 2011
Etichetta: Witching Hour Productions
Contatti: www.myspace.com/nomadsatanicdeathmetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro - Are You Ready...
2. The Demons's Breath
3. Intro
4. Dazzling Black
5. Intro
6. Identity With Personification
7. Intro
8. Pearl Evil
9. Intro
10. Abyss Of Meditation
11. Intro
12. Flames Of Tomorrow
13. Intro
14. Raised Irony
15. Intro
16. Four Percent Of Hate
17. Outro

DURATA: 40:32

La formazione polacca dei Nomad, attiva dal 1994, è una di quelle che ho sempre atteso al varco, discreti i dischi sinora prodotti, in particolare consiglio d'ascoltare "The Devilish Whirl" e il successivo "Demonic Verses (Blessed Are Those Who Kill Jesus)", accoppiata che mi aveva fatto sperare in un salto di qualità ahimé mai giunto.
2011, nuovo capitolo, "Transmigration Of Consciouness", saranno riusciti nell'impresa? La risposta è nì.
Mi ritrovo fra le mani una prova solida, un riffato scuro, una tracklist infarcita da troppi stop sottoforma di "Intro", "Interlude" e "Outro" posti a creare una sorta di percorso a tappe da seguire ma che non fanno altro che spezzare il mood del platter che di per sè, per com'è stato concepito, è fautore di un climax inquietante, intrigante, peccato che venga penalizzato da soluzioni che non sfondano del tutto facendolo rimanere in bilico fra la prova appena sufficiente e "il vorrei ma non posso".
Esplico il concetto, la scaletta possiede delle tracce interessantissime come "Dazzing Black", "Abyss Of Meditation", "Pearl Evil" e "Flames Of Tomorrow", che sono sorrette da un songwriting deciso e dai tratti "spaziali", ambientazione perfetta per lo svolgimento del disco, si vedono però smorzate da un cantato sin troppo monocorde, l'impostazione usata ripetutamente da Bleyzabel Balberith con quel growl poco profondo e statico non muta quasi mai, dico quasi perché in alcuni passaggi tende a modificarsi graffiando maggiormente come avviene in "Raised Irony" e in "Four Percent Of Hate" in cui finalmente decide di spingere un pelo divenendo più "brutale", non è comunque abbastanza.
D'altro canto però strumentalmente i Nomad il loro mestiere lo conoscono bene e nel momento in cui infilano ritmiche tribali, cosa che succede in più di un'occasione, le chitarre inanellano riff che si frantumano nel nulla facendo espandere quella sensazione di adimensionalità e qualche buon assolo viene innestato per adornare le tracce, la ruota sembra quindi girare nel verso giusto.
Il pensiero che mi è rimbalzato più volte in testa è questo: se si sta osando, se si è così volenterosi dall'uscire da uno schema death metal classico nazionale ormai collaudato, perché perdersi in un bicchier d'acqua?
Sì, perchè in fin dei conti, "Transmigration Of Consciouness" è un lavoro discreto che se fosse stato dotato di dinamiche più evolute in chiave di riffing, magari mettendo da parte un po' di potenza a favore di un minimo di progressione, agevolando così il lavoro del batterista più libero di sfogarsi nella costruzione dei pattern che adesso risultano leggermente "inquadrati", probabilmente avrebbe donato a note e ambiente un collante dalla diversa e sostanzialmente più importante efficacia.
Un passaggio nello stereo ai Nomad non l'ho negato e non lo negherei di sicuro né ora, né in futuro, "Transmigration Of Consciousness" troverà di sicuro chi lo apprezzerà in pieno e chi se lo godrà per ciò che è, un gradevole album death metal che svolge il proprio compito e nulla più, da loro però vista la strada intrapresa attendo questo benedetto disco della svolta, ragazzi dopo diciassette anni è arrivata l'ora di entrare nel giro che conta.

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DESTROYER666 - To The Devil His Due


Informazioni
Gruppo: Destroyer666
Anno: 2011
Etichetta: Hell’s Headbangers Records
Contatti: www.destroyer666.net
Autore: ticino1

Tracklist
1. Satanic Speed Metal
2. The Sirens Call
3. King Of Kings
4. Lord Of the Wild
5. Ghost Dance
6. Taste The Poison
7. Levens Bloed
8. Through The Broken Pentagram
9. See You In Hell

DURATA: 34:36

Lo so, non è bello ascoltare qualcuno lamentarsi per ogni cazzata. Non posso però rinunciare a bestemmiare per il mare di uscite ristampate o riprese nel giro di pochi mesi dall’apparizione. Quando il sottoscritto chiese più informazioni con una descrizione dettagliata sul prodotto qui presentato, con la motivazione che il cliente dovrebbe sapere cosa acquista, non ricevette una risposta soddisfacente. Ricercando in rete ho scoperto che il disco uscì originariamente come vinile di dodici pollici con copertina libro sotto l’egida della Kneel Before The Master's Throne nel 2010 (!!!), limitato a sole mille copie. Perché fu pubblicato proprio in Germania? Probabilmente perché Mersus vi abita e ha sfruttato i suoi contatti.

L’Hell’s Headbanger’s Records vi offre ora sia il vinile sia il CD in versioni non limitate. La copertina è la stessa e mostra un bel disegno in bianco e nero schizzato col carboncino che incute il rispetto necessario ai miscredenti della religione metallica.

Tenterò di fornirvi una piccola recensione che vi permetta comunque di decidere se valga la pena d’acquistare questo disco o meno.

Sono fanatico dei vecchi Destroyer e ascolto con curiosità le note che escono dal mio portatile. Le prime due tracce sono chiaramente quelle contenute sul 7" uscito nel 1998 e intitolato "Satanic Speed Metal". Questo pezzetto di vinile non raggiunse purtroppo la classe del mostro che vide la luce l’anno prima, ma non per questo è meno divertente. "Kings Of Kings" apre la parte dedicata all’omonimo mini-disco che rispecchia già più il tipico suono degli australiani. Finalmente, sì, finalmente, le mie orecchie godono udendo le note di "Ghost Dance", il primo titolo di "...Of Wolves, Women & War", una delle registrazioni che osanno più di tutte! Attendevo da anni la ristampa di questo EP rarissimo. Finalmente ne esiste un’edizione alla portata di chiunque! I due pezzi del 7" “See You In Hell” chiudono questa raccolta.

La rabbia iniziale che m’invase dopo avere ricevuto questi pezzi in versione digitale si è diradata grazie a una raccolta che mantiene le promesse fatte. Non si tratta di un insieme formato da registrazioni che si trovano dappertutto in commercio. È veramente l’eredità di un gruppo storico ai suoi fan che godranno così delle vecchie foto di famiglia oramai ritenute perse.

Un po’ di amarezza resta comunque. La vecchia demo, seppur non eccelsa, avrebbe potuto anche essere parte integrante di questo disco. Chiesi qualche elucidazione alla KBTMT, responsabile per la prima uscita. Cito: "Sì, c’è un motivo (per cui non appare la demo, n.d.a.). Si tratta di una raccolta di 7" esauriti. In questo schema non c’è posto per la demo. Oltretutto questa fu già ristampata in precedenza".

Comunque: comprare, comprare, comprare!!!

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RAVEN BLACK NIGHT - Choose The Dark


Informazioni
Gruppo: Raven Black Night
Anno: 2005
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/ravenblacknight
Autore: Mourning

Tracklist
1. Morbid Gladiator
2. My Love Is Holy
3. Gothic Black
4. Nocturnal Birth
5. Swamped
6. If you Choose The Dark
7. Blood On My Wings
8. Morbid Soul
9. Guitar Solo
10. Princess Morticia
11. Ancient Mist

DURATA: 57:17

I Raven Black Night sono quella che si può definire una perla sommersa, una di quelle che solo con una botta di culo o più semplicemente tramite la conoscenza di qualche amico dalla cultura enciclopedica riesci a far tua.
La band australiana in cui milita Jim Petkoff dei The Loving Tongue è una creatura che fa degli anni Ottanta il proprio credo e formazioni quali Candlemass, Black Sabbath, Warlord, Mercyful Fate, Savage Grace, Liege Lord e chiunque altro vi venga in mente inerente ai filoni sonori rappresentati (doom ed heavy/speed/epic), e che si possa ritenere fondamentale per la storia del metal, potrebbero trovare una loro piccola rappresentanza nel sound che eregge le mura musicali di "Choose The Dark".
E' un album possente, vario, la tracklist contenente undici brani ne alterna in un paio di casi uno dalla durata nella norma, vedasi l'opener "Morbid Gladiator" teatrale, fascinosa, con un altro in cui i Mercyful Fate e una certa atmosfera vocale che rimanda in parte alle tonalità narranti di Harry "The Tyrant" Conklin la fanno da padrone come "My Love Is Holy".
La stessa tipologia d'accoppiata viene ripetuta successivamente nell'occasione in cui il nostro orecchio s'imbatte dapprima in "If You Choose The Dark", magari non aggressiva e ammantata di nero nella stessa dimensione delle citate poc'anzi ma fornita di un refrain che si stampa chiaramente in testa già dopo il primo passaggio nel lettore, e successivamente nella poderosa mole che da forma a "Blood On My Wings", un carroarmato epico che attanaglia, imbriglia utilizzando il fascino della natura doomica di cui è portatrice.
Se questi sono gli episodi che più attirano, difficilmente passano inosservate "Gothic Black" per il suo registro vocale che si estrania dal resto del platter per la presenza del growl costante e massiccio, stranamente devo dire più che calzante, e "Nocturnal Birth" figlia illegittima della storica "Planet Caravan" per atmosfera e mood seventies affidando il compito di condurre sul viale del tramonto l'album è poi affidato a canzoni di pregio che rincarano quanto di buono già udito, "Morbid Soul" e soprattuto "Ancient Mist".
"Choose The Dark" fu colpevolmente poco considerato all'epoca e ancor oggi è altrettanto poco chiamato in causa, eppure quest'autoproduzione dei Raven Black Night è per il sottoscritto una delle release più interessanti del panorama doom/heavy, gli amanti del genere farebbero bene a ricercarla e farla propria, meritano e tanto.

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NUNSLAUGHTER - DemoSlaughter


Informazioni
Gruppo: Nunslaughter
Anno: 2009/2011
Etichetta: Hell’s Headbangers Records
Contatti: www.nunslaughter.com
Autore: ticino1

Tracklist
Disco 1
"Ritual Of Darkness" – Demo 1987
"The Rotting Christ" – Demo 1989
"Impale The Soul Of Christ.... On The Inverted Cross Of Death" – Demo 1991
"The Guts Of Christ" – Demo 1993
"Pace Of Evil" – Demo 1995
"Evil Speaks" – Demo 1998

Disco 2:
Rare Rehearsal & Outtakes
"Death Sentence" – Demo 1985 (pre Nunslaughter)

DURATA: 111:43

La Hell’s Headbangers Records sembra dilettarsi nella riedizione a catena di dischi usciti poco tempo fa, anche se là fuori c’è una sfilza di materiale dimenticato e di altra qualità che aspetta un trattamento raffinato. Tanti sono i fanatici di metal che cercano perle dimenticate.

Oggi mi dedico alla raccolta di demo dei Nunslaughter. Rinuncio in partenza all’utilizzo del materiale digitale ricevuto dall’etichetta, giacché possiedo già il doppio CD con libercolo totalmente "chic" stampato su carta pesante. Perderò pochissime sillabe a proposito del gruppo che dovrebbe essere ormai conosciuto ai più e forse anche ai… meno.

La discografia di questi americani blasfemi al mille percento è infinita come il loro odio per la cristianità. Una prolificità tale, iniziata nel lontano 1987, non lascia possibilità alcuna al metallaro medio di annoiarsi durante la ricerca delle tante produzioni limitate a quantità così ridotte, da renderle rare già prima dell’uscita. La massa di adoratori che i Nunslaughter possiedono certifica il valore dei signori sul fronte metallico internazionale.

Che cosa aspettarsi da tale prodotto? La copia in mio possesso è formata da un box ingombrante e pesante di plastica, contenente due CD. Aprendolo, vedrete a sinistra un CD e a destra il libretto citato all’inizio. Togliendolo dall’involucro, i vostri polpastrelli godranno sentendo la carta spessa utilizzata per stamparlo. Non voglio togliervi la sorpresa descrivendovi il contenuto… Per la cronaca devo dire che, ed è proprio successo qualche secondo fa, tali box standard sono fragili, troppo fragili. Basta un nonnulla e le parti delicate si spezzano rendendo inutile l’involucro. Questo tipo di jewel cases sono per giunta difficili da reperire.

Vabbè, il Mondo non è perfetto. Il secondo comparto, meno spettacolare, contiene il dischetto che vi regalerà l’ascolto di alcune prove e registrazioni di qualità archeologica risalenti al tempo prima del cambiamento di nome in "Nunslaughter".

Le tracce contenute in questa collezione non sono state rimasterizzate e mantengono così il fascino dell’originale.

Se siete fanatici della formazione, e pongo l’accento su fanatici, dovrete procurarvi questa raccolta.

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KARBONIZED TRAITOR - Hell.Fire.Sex.


Informazioni
Gruppo: Karbonized Traitor
Anno: 2011
Etichetta: Bestial Invasion Records
Contatti: www.myspace.com/karbonizedtraitor
Autore: Mourning

Tracklist
1. Jodiendo Puta
2. Summer Cock Tale
3. Hell. Fire. Sex.
4. Meat Injection
5. Hole Sweet Hole
6. Hard Candy Cock (GG Allin cover)
7. Pagan Asshole
8. Bloody Knucles & Broken Bones
9. You Ain't The First (Guns 'N' Roses cover)
10. Menophiliac

DURATA: 36:11

Se amate i Darkthrone d'ultima generazione e gli Impaled Nazarene nella versione più punkeggiante, continuate a leggere, li odiate e non comprendete da dove derivi il loro suono? Mi dispiace molto per voi.
I Karbonized Traitor sono lussemburghesi che adorano inserire nel sound black inflessioni rock'n'roll e punk facendolo diventare bastardo e scanzonato.
Visto che il "porno" è una delle argomentazioni fondamentali del loro credo nei testi e nei samples utilizzati, lo comprenderete appena "Jodiendo Puta" avvierà la monta, "Summer Cock Tale" (cock-tail? ahaha) la porterà all'apice e "Hell.Fire.Sex" la farà esplodere di piacere in neanche otto minuti in cui verrete centrifugati da ritmi e refrain alcolici, allora perché non riproporre la copertina con quella bella donna a seno scoperto della tape version? Non che quella del cd non sia altrettanto indovinata, è diversa in quanto fumettistica e decisamente più gore-oriented, è solo un orpello in fin dei conti, è altro che conta, la musica.
I trentasei minuti come anticipato iniziano a tutto sex, servirà mica il viagra a qualcuno? Fatto sta che è difficile non capire dove possa andare a parare un pezzo intitolato "Hole Sweet Hole" (a quale buco si starà alludendo?), com'è altrettanto complicato non godersi l'istintività di brani quali "Metal Injection", "Pagan Asshole" e "Bloody Knucles & Broken Bones" dotata di accelerazioni frenetiche, riff che incitano all'headbanging e alla ricerca del primo distributore di condom per esser pronti a qualsiasi evenienza (sì, perché a chi non piace fare del buon sesso? Fottersi la vita magari lo si può evitare).
Godereccia la cover di "Hard Candy Cock" dell'icona trasgressiva G.G. Allin, uno che la parola "limite" non l'aveva mai considerata, scelta perfetta e inquadrata nel complesso, più azzardata quella di "You Ain't The First" dei Guns 'N' Roses, la traccia, una ballad acustica in cui veniva utilizzata anche la chitarra Dobro, venne scritta unicamente da Izzy Stradlin, la versione dei Karbonized Traitor è molto più massiccia e soprattutto elettrizzata, si lascia ascoltare e dopo tanto divertimento a base di sesso e rock'n'roll con "Menophiliac" giungiamo al termine di "Hell.Fire.Sex.".
Inutile disquisire sulla produzione, peraltro tutt'altro che malvagia, o su quali riscontri debba ricercare o ricevere un disco come questo, i Karbonized Traitor li metti nel lettore, prendi un litro di bionda e trinchi fino a quando non ne hai bisogno d'altra per rimetterlo nuovamente su. Necessitate di seghe mentali? Avete sbagliato platter, per quelle ci basta già Alcest e proposte similari... tristezza.

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NEGURA BUNGET - Poarta De Dincolo


Informazioni
Gruppo: Negura Bunget
Anno: 2011
Etichetta: Code666
Contatti: www.negurabunget.com - www.facebook.com/negurabunget - www.myspace.com/negurabunget
Autore: M1

Tracklist
1. Hotar
2. La Marginea Lumii
3. Frig In Oase
4. Poarta De Dincolo

DURATA: 28:20

Reduci dalla prova di forza di "Virstele Pamintului" che li aveva visti sfornare un altro grande disco nonostante la rivoluzione della formazione in cui era rimasto il solo Negru, tornano a farsi sentire i talentuosi Negura Bunget. I rumeni dal 1996 ad oggi hanno messo in piedi una discografia parecchio ricca composta fra l'altro di sei album e tre ep. "Poarta De Dincolo" diviene il quarto lavoro su breve distanza e l'ultimo sotto l'egida della Code666 dopo una collaborazione durata undici anni.

Le quattro tracce in questione offrono nuovamente il tipico sound della band ricco di atmosfere intense, fortemente spirituali, misteriose, naturaliste, prodotto delle terre transilvane, così come gli strumenti tipici utilizzati (flauto di Pan, Tulnic). "Hotar" e "La Marginea Lumii" possiedono un incipit dal flavour arcano che poi si sviluppa nell'alternanza con sezioni più intense e veloci in cui compare il cantato sporco di Ageru che nel suo essere "poco controllato" contrasta fortemente con l'aura mistica generata. Sinceramente la scelta di un timbro così "sgarbato" e "sgraziato" l'ho trovata personalmente infelice e poco adatta, anche se esisterà un motivo pregnante dietro questa preferenza; viceversa i passaggi puliti sono molto evocativi e azzeccati. "Frig In Oase" è invece un pezzo "ambientale" in cui la voce sembra recitare, quasi sibilando, un oscuro incantesimo. Fin qui i Negura Bunget hanno fornito una prova abbastanza canonica, senza particolari scossoni, fortunatamente la titletrack rialza le quotazioni di questo ep. "Poarta De Dincolo" infatti cambia marcia, proponendo un riffing decisamente più intenso e in generale una vena maggiormente ispirata, azzeccato fra l'altro l'inserimento del flauto di Pan.

Visto quanto detto, "Poarta De Dincolo" si candida a diventare un'uscita non fondamentale nella discografia dei Negura Bunget, che poco aggiunge a quanto detto in passato e a cui i profani della band dovranno preferire episodi quali "Om" e "Virstele Pamintului"; per i fan incalliti viceversa si tratterà dell'ennesimo tassello di una band unica.

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ELECTRIC MOON - Inferno


Informazioni
Gruppo: Electric Moon
Anno: 2011
Etichetta: Sulatron Records
Contatti: www.myspace.com/electricmoons
Autore: Mourning

Tracklist:
1. Mental Record
2. Inferno

DURATA: 1:06:14

Gli Electric Moon non arrestano la loro marcia, dopo aver pubblicato "Lunatics" e "Lunatics Revenge", il gruppo composto da Sula Bassana, Alex (sostituto definitivo di Pablo Carneval?) e Komet Lulu rilascia un cd-r limitato a sole cento copie intitolato "Inferno".
Cosa rappresenta questo nuovo episodio? E' l'ennesimo tassello posto a delineare il percorso che i precedenti lavori avevano avviato, due sole tracce (ma ben oltre un'ora di musica) che ci permettono ancora una volta di addentrarci all'interno del mondo psichedelico e drogaticcio che esplica il loro credo artistico.
Il platter da il via alle danze con "Mental Record", pezzo cangiante, dalle tonalità notevolmente più scure e abissali rispetto al passato, le linee di basso zampillano accaparrandosi spazio, l'atmosfera è densa e carica d'elettricità, è la faccia più tosta e pesante degli Electric Moon, lo stoner rock diviene una presenza più nitida e si sta facendo strada nel nostro orecchio.
In fin dei conti un brano di un quarto d'ora non è una novità nel genere e date la qualità strumentale e quella emotiva espressa, scivola via senza troppi problemi, è "Inferno" invece, che titolo più azzeccato non poteva possedere, a mettere a dura prova la nostra concentrazione, è lei lo scoglio possente che dinanzi ci si pone, tre/quarti del minutaggio complessivo sbattuti in faccia senza possibilità d'evitarli a meno che non spegniate lo stereo, sarebbe però un grosso errore visto il succulento banchetto che è stato organizzato.
Il pezzo è una summa e al tempo stesso l'evoluzione naturale di ciò sono gli Electric Moon, ci sono le movenze spacey dilatate, la psichedelia sognante e alterata, la cadenza ossessiva e avvolgente del riffing e l'organo che fornisce quella dimensione seventies aggiuntiva al sound, a tali requisiti di base potete addizionare una componente dispersiva e oscillante "elimina spazio e tempo", è un perdurante ondeggiare ciò che la mente deve piacevolmente subire una volta incrociata tale enorme centrifuga.
Siete pronti a lanciarvi in un vuoto lussurioso che v'inghiottirà decidendo se rimandarvi a casa o incantenarvi a esso per l'eternità?
Se la risposta è sì, quest'ulteriore approfondimento musicale di casa Electric Moon deve essere vostro.
Non bisogna saper suonare duemilaseicento note al secondo e avere una produzione talmente perfetta da risultare finta, i dischi vanno vissuti in quanto esperienza corporea e mentale, con trip simili è come stare in una scuola di cinema e avere Stanley Kubrick che ti fa lezione, c'è solo da imparare godendo dell'arte che ci viene donata.

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OCCULTA STRUTTURA - Appendice A: Paradigma Dell'Orrore



Informazioni
Gruppo: Occulta Struttura
Anno: 2011
Etichetta: autoprodotto
Contatti: non disponibili
Autore: 7.5-M

Tracklist
1. Azaghtoth
2. The Mystery Of R'lyeh
3. Paradigma Dell'Orrore (Paradigma dell'Orrore; Enunciazione Di Morte; Tributo Ad Una Deformita' Molecolare; Inferno Dormiente)

DURATA: 27:13

Ho ascoltato il nuovo lavoro Occulta Struttura dedicato ad H. P. Lovecraft, personaggio di sicura fama, a cui anche i toscani si dedicano sin dai loro esordi.
Devo fare un po' d'esegesi, scusatemi: l'opera non è originale, in quanto è per un terzo una trasformazione di un testo già scritto nel primi dischi del gruppo fiorentino (in "Vol. 0" e "Vol. I"); i primi due brani, "Azaghtoth" e "The Mystery Of R'lyeh", sono stati registrati più di un decennio fa, su nastri magnetici consumati dal tempo, nei quali rimane un rumore di fondo giunto fino a noi, per nostra fortuna arricchito dal passare degli anni. Questo materiale è stato reintegrato e rivisitato con nuove aggiunte in sintonia con il suono antico.
Devo ammettere, con piacere, che ci sono delle cose estremamente interessanti in questo lavoro, un certo uso del lo-fi, le vecchie registrazioni tagliate e reinventate, i disturbi di fondo innalzati a protagonisti. Alcune ritmiche noise (nel finale di "Paradigma Dell'Orrore") mi hanno fatto davvero un grande effetto e sono sicuramente potenti. Davvero un buon lavoro, anche se in certi frangenti non m'è piaciuto, come nella parte centrale di chitarra del lungo brano finale, che però riconosco essere un tratto distintivo di questo progetto e che ha, diciamo, una sua monumentalità. Non così efficace, per lo meno per il sottoscritto, però sicuramente potente. In bilico tra noise, industrial, ambient, black metal, tutto questo e nulla di tutto questo, il tutto sempre underground e lo-fi, un album che non va visto da nessuno di questi punti di vista, ma distante, nella sua unicità, come entità autonoma.
Devo concludere dicendo, sentitamente, che questo nuovo lavoro di Occulta Struttura è un lavoro sporco, che qualcuno doveva fare. Per tutti noi.

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BENIGHTED IN SODOM - Reverse Baptism


Informazioni
Gruppo: Benighted In Sodom
Anno: 2011
Etichetta: BadMoodMan
Contatti: www.myspace.com/benightedinsodom
Autore: Mourning

Tracklist
1. Sweetness Depraved
2. Chains Of Bliss
3. Try To Forget Us
4. Flauros
5. Ocean I
6. Ocean II
7. Reverse Baptism

DURATA: 59:22

Ho già incrociato parecchie volte la creatura di Matron Thorn e l'ho sempre ritenuta un progetto per onanisti del genere, una di quelle band che ti ascolti una volta l'anno e poi posi perché in giro c'è tanto di meglio.
Probabilmente il trend del depressive mi ha eccessivamente urtato, sarà che dopo anni la mia convinzione che uno non possa far uscire duemila release in cinque anni, sapendo che più di un sottobicchiere o poggialibro scapperà fuori, di sicuro è rimasta tale, fatto sta che mi son messo all'ascolto di questo "Reverse Baptism" con lo stesso animo delle altre volte, non aspettandomi nulla in partenza per non rimanerne deluso e rovinare il tutto sin da subito.
E' l'ennesimo viaggio all'interno della sofferenza, le atmosfere sono sì cupe come in passato ma la visione black sembra si stia spostando sempre più verso lidi tendenzialmente doomici anni Novanta, le cadenze, il sound delle sette tracce racchiuse nel nuovo capitolo attingono da un panorama vicino per alcuni versi allo stile funeral, sono presenti le ridondanze, i riff ciclici, quell'aura che copre una gamma cromatica che va dal grigio obliante al nero, apice della perdizione, aspetti che appaiono più evidenti nel momento in cui le chitarre si rilassano e la voce diviene un semplice contorno annullando quasi la matrice black della prova.
Solitamente dopo un paio di giri nello stereo la noia mi assaliva, il mood frequentemente compatto, monotono e a dir la verità anche poco interessante in più di un'occasione mi spingeva a premere il tasto per buttar fuori il cd, nell'ultimo biennio però sembra che qualcosa sia cambiato, soprattutto nell'incidenza ambientale della musica dei Benighted In Sodom.
E' questo che rende piacevole il passaggio "on air" di "Reverse Baptism", per quanto sia minima c'è una sorta di evoluzione di tale aspetto facendo sì che le canzoni assumano una connotazione definita non limitandosi alla solita "nenia" devastante. E' finalmente equilibrato il rapporto fra decadenza espressa e qualità della prova, certo fra due mesi con la pubblicazione di un altro disco potrei essere smentito ricevendo un piattello adatto solo per i campi da tiro.
Il rischio con questi artisti si nasconde dietro l'angolo, dico solo che un'ora in compagnia di Matron Thorn, che nel migliore dei casi avrebbe ucciso un toro vigoroso dopo due episodi, è stata stavolta un gradito ascolto, soprattutto pezzi come "Chains Of Bliss", le due parti di cui è composta "Ocean" e la titletrack strumentale possiedono un buon appeal e per giungere alla fine non ho avuto bisogno di rendere frammentario il percorso, altro segno positivo.
"Reverse In Baptism" è comunque un album che solo la ristretta cerchia di fruitori abituali del genere riuscirà magari ad apprezzare in toto, un "only for fanatics", consiglierei però anche a chi è abituato ad avere in playlist release di stampo doom-estremo una prova di questo lavoro, qualche piacevole dettaglio potrebbe attrarre il vostro interesse.

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THORONDIR - Aus Jenen Tagen


Informazioni
Gruppo: Thorondir
Anno: 2011
Etichetta: CCP Records
Contatti: www.myspace.com/thorondirmusic
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Ewige Reise
2. Bündnis
3. Reich Der Toten
4. Fremdes Land
5. Weltenbaum
6. Tillenschatz
7. Middsommar
8. Rauher Kulm
9. Nebelhauch
10. Heymoar
11. Weiße Frau
12. Wodan

DURATA: 58:38

I Thorondir sono una formazione tedesca, precisamente provenienti dalla Bavaria. Attivi fin dal 2007 hanno già alle spalle un full intitolato "Düsterwald", datato 2009, e si ripresentano quest'anno con il nuovo parto, "Aus Jenen Tagen".
Le coordinate musicali seguite sono quelle del filone che ha dato alla luce band quali Thrudvangar, Nebelhorn, Dråpsnatt ed Einherjer, quel filone che si poggia su una base principalmente Black Metal alla quale viene però unita una spiccata tendenza a solcare lidi Pagan/Folk.
L'apertura viene affidata a "Ewige Reise", strumentale fiera ed epica ma che funge solo da preludio alla furia belligerante che ci investirà successivamente grazie a brani quali "Bündnis", "Reich Der Toten", "Weltenbaum" e "Rauher Kulm"; nella prima e nell'ultima citata è forte l'influenza più "sfrontata" di band come i primi Ensiferum, mentre nelle altre due sono l'aggressività e la potenza a farla da padrone (specie in "Weltenbaum" che prende i connotati di una vera e propria sfuriata di stampo Death).
Uno dei punti di forza è la capacità del gruppo di articolare, e variare con parti distensive sapientemente piazzate, soluzioni melodiche avvincenti che sfruttano la scia classica del genere senza però essere banali o scontate. In tal senso esempi molto chiari lo sono pezzi come "Fremdes Land" e "Middsommar" (nella quale spunta anche una parte di fisarmonica tutt'altro che tranquilla) che sono forse quanto di più classico si possa immaginare: batteria marziale ed estremamente battente, chitarre acustiche e riffing battagliero, il tutto però presentato in modo da risultare estremamente trascinante.
E' necessario fare considerazioni a parte per il trittico di chiusura dell'album. "Heymoar" è una traccia ferocissima, con un attacco che potrebbe ricordare da vicino l'atmosfera presente in "Battles In The North" degli Immortal, una vera carneficina straripante di energia purissima che unisce sferzate terribili e rallentamenti doomish. Le finali "Weiße Frau" e "Wodan" sono altresì in possesso di un comparto atmosferico e melodico da applausi a scena aperta, corposo e vibrante di vero orgoglio nordico.
Le prestazioni strumentali sono buonissime: vi sono chitarre alternate in maniera molto equilibrata tra la melodia e un riffing crudo e feroce, un basso pulsante (che spettacolo in "Heymoar") e una batteria molto quadrata e potente che sorregge alla perfezione le strutture dei brani. Molto valida anche la voce che passa da uno scream rabbioso a parti di growl ottimamente inserite, inutile dire che l'utilizzo dell'idioma germanico renda il tutto maggiormente possente.
"Aus Jenen Tagen" è molto lontano dall'essere un rappresentante del Folk da sagra della cipolla ripiena (in stile Finntroll ed Eluveitie tanto per intenderci), al contrario è una rappresentazione di orgoglio e fierezza da parte dei Thorondir.
Il disco in questione è davvero valido e meritevole, ritengo che sia da tenere in seria considerazione e non solo da parte di coloro che masticano giornalmente tale tipo di proposte musicali.

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SETH.ECT - Godspeak


Informazioni
Gruppo: Seth.ECT
Anno: 2011
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: http://sethect.net - www.myspace.com/sethect
Autore: Insanity

Tracklist
1. ECT
2. B.L.A.S.T
3. For Se7en Years
4. Hollow Earth
5. Heart Beat
6. Call Of Ancients
7. Orison
8. Earth Rise
9. Keops
10. When The Simurgs Collapse
11. Orison II

DURATA: 45:56

Prendete il Death melodico svedese, infarcitelo con una dose sostanziosa di elettronica e aggiungete un tocco di oriente a completare il tutto. Questa è la ricetta che i Seth.ECT hanno utilizzato per scrivere il secondo album. Non avevo mai sentito parlare di loro, mi sarebbe piaciuto fare un confronto con il debutto ma a prescindere da questo ciò che è certo è che "Godspeak" sia una release di tutto rispetto.
Parliamo di un sound che trae ispirazione appunto dalla scena svedese nelle parti più propriamente Metal ma che viene condito da una buona dose di personalità, in primis grazie alle melodie arabeggianti che spesso fanno capolino qua e là. Non aspettatevi ud o altri strumenti tipici, l'influenza mediorientale viene incanalata in una forma più industriale e futuristica: è infatti il synth che si occupa principalmente di questo aspetto quando non intento ad esprimere la follia di un musicista che è veramente un piacere da ascoltare, date un ascolto a "B.L.A.S.T." e "For Se7en Years" per avere un'idea. Il lato più metallico si fonde alla perfezione con quello elettronico supportandolo con ritmiche decisamente cariche di groove, da notare la chitarra che ogni tanto si accoda al delirio del synth senza comunque raggiungerlo, come nell'opener "ECT". Le composizioni sono di alto livello, il disco riesce a scorrere senza problemi grazie a brani quali le due "Orison", caratterizzate da una melodia semplice quanto gradevole, e ad una generale varietà che porta in alcuni casi a soluzioni al limite con l'EBM ("Earth Rise", "When The Simurgs Collapse"), in altri a passaggi carichi di Death Metal, senza contare le numerose possibilità di incrocio dei due emisferi che vengono ampiamente sfruttate dalla band.
La fusione del Metal con l'Elettronica ha preso piede da un bel pezzo ormai ed ha coinvolto un po' tutti i suoi sottogeneri, alcuni di più ed altri meno; oggi in ambito estremo non è così raro trovare dischi come questo, piccoli gioielli nascosti ma che assolutamente non meritano di esserlo. Se amate l'unione di queste due anime diverse e al tempo stesso simili un ascolto a "Godspeak" potete benissimo darlo; personalmente l'ho apprezzato pur non essendo un cultore del Death Metal, non fermatevi quindi davanti ad un'etichetta, soprattutto perchè è disponibile sia in streaming che in download sul loro sito, provarlo non vi costa niente.

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KORPIUS - Shades Of Black


Informazioni
Gruppo: Korpius
Anno: 2011
Etichetta: Maple Metal
Contatti: www.myspace.com/korpius
Autore: Mourning

Tracklist
1. Shades Of Black
2. On The Edge
3. Fury
4. Stigmatized
5. Awakening Terror
6. Disillusion
7. At the Point Of Death
8. Six Feet Deep
9. The Final Charge

DURATA: 38:56

I Korpius sono da poco entrati a far parte del roster della Maple Metal, label loro connazionale, i canadesi dopo due ep, "Korpius" e "Apocalyptic Vision" prodotti rispettivamente nel 2006 e 2007, hanno da poco rilasciato l'album di debutto "Shades Of Black".
E' una formazione che suona moderna, aggressiva, combinando come ormai di frequente avviene la radice death metal con melodie e inflessioni blackish, sotto questo punto di vista quindi non abbiamo nulla di sorprendentemente innovativo fra le mani, sono però l'abilità nel miscelare le soluzioni dei vari stili e una più che discreta preparazione tecnica a far pendere l'ago della bilancia in positivo.
Un platter che muovendosi fra mid tempo corposi e accelerazioni in blast, sfruttando una dualità vocale growl/scream ben assestata e scelte catchy quanto improvvisamente d'attacco trova le chiavi adeguate per farsi apprezzare, difficile non gradire brani quali "Shades Of Black" e "Stigmatized" che incarnano appieno la mentalità con cui la band approccia il genere.
Il disco comunque è abbastanza vario fornendo più appigli ai quali rivolgere l'orecchio, il lato progressivo viene sviscerato in "Fury" e "Disillusion" con quest'ultima più estrema e impreziosita da un travolgente inserto solistico, cosa che vale anche per la coinvolgente e indiavolata "Awakening Terror".
Ben piazzata l'acustica che presenzia nella fase conclusiva di "Six Feet Deep", alleggerendo il carico permette all'ascoltatore di rilassarsi un attimo ricaricando le pile per l'assalto a titolo "The Final Charge" decisamente swedish-oriented con reminiscenze non distanti dal sound Amon Amarth e con richiami ai Dark Tranquillity di "The Gallery".
Sono assolutamente validi, possiedono sia le qualità tecniche, sia una forma compositiva ben al di sopra di molti loro colleghi rodati e dalla nomea altisonante, i Korpius possono diventare una delle rivelazioni nella fascia legata al modo d'intendere l'estremo odiernamente, tutto sta nel confermare e superare i valori acquisiti con questa buona prima prova che è "Shades Of Black".

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KHUDA - Iecava

Informazioni
Gruppo: Khuda
Anno: 2011
Etichetta: Field Records (cd) \ Pruegelprinz Records (vinile)
Contatti: www.myspace.com/khudamusic
Autore: Fedaykin

Tracklist
1. Seia
2. Boreas
3. Luka Mesto
4. Iecava
5. Haikyo
6. Marchmen
7. Don Benito
8. Tyche

DURATA: 35:41

I Khuda, in attività dal 2007, sono un duo proveniente da Leeds, nel Regno Unito: le chitarre di Tom Brooke e la batteria di Steve Myles si uniscono in un progetto di post-rock con qualche venatura metal, dalle sonorità essenziali ma molto particolari. Seguo il gruppo già dal 2010, quando il loro debutto "Palingenesia" mi colpì molto positivamente per l'enorme talento che i due ragazzi dimostravano nel produrre una tipologia di musica molto personale, atmosferica e intima nel modo giusto, che strizzava l'occhio qua e là a quella corrente post-metal in larga espansione negli ultimi anni mantenendo sempre, tuttavia, una linea non eccessivamente pesante, ma anzi, raffinata ed elaborata con un certo gusto. A distanza di un anno quell'ottimo debutto lascia spazio a "Iecava", prodotto da Ross Halden ai Ghosttown Studios di Leeds e del cui mastering si è occupato Carl Saff, della Saff Mastering di Chicago, in uscita agli inizi di giugno nella sua versione su supporto ottico (mentre l'edizione, limitata, in vinile, è uscita intorno al 20 di maggio sotto un'altra etichetta).

Ad un primo ascolto, devo ammettere di non aver compreso del tutto questo nuovo lavoro dei Khuda, che si sviluppa su otto tracce per una durata complessiva di appena trentacinque minuti; si tratta di un bel lavoro di post-rock esclusivamente strumentale, in cui chitarre e batteria si intrecciano in un alternarsi di sezioni prevalentemente lente e ad ampio respiro e altre in cui il continuo cambio tematico e ritmico difficilmente darà dei punti di riferimento precisi all'ascoltatore. Ci sono due elementi che in un primo momento possono risultare poco chiari; in primo luogo la scelta del gruppo di concentrarsi su tracce molto brevi, che solo in due casi superano i cinque minuti di durata, ma che tuttavia sono, proprio in virtù del loro stile, articolate e quasi sempre eterogenee, raramente ripetitive; in secondo luogo, i nostri hanno preferito, in questo disco, intraprendere una linea decisamente più soft e rock-oriented, a tratti pesantemente atmosferica, evitando spesso quelle sonorità metalliche presenti in modo più continuo nel loro precedente "Palingenesia", o interpretandole in modo molto più sbrigativo. Sin dal primo pezzo "Seia" si ha un esempio lampante di queste caratteristiche; laddove infatti sarebbe lecito aspettarsi un'evoluzione della splendida trama iniziale, essa viene bruscamente interrotta per lasciare spazio alla successiva "Boreas", peraltro ascoltabile gratuitamente in anteprima sul loro sito. Stesso discorso per la bella "Haikyo", una delle tracce più lunghe dell'album: il pezzo, piuttosto dilatato e dai toni bassi, pone con una certa ridondanza le basi per un crescendo finale che, però, al momento topico, non arriva, si perde all'orizzonte. E' come se, nel comporre i pezzi, gli Inglesi abbiano deciso di dare un assaggio di ogni tema, passando più o meno repentinamente al successivo nel momento in cui, forse, l'ascoltatore si aspettava uno sfogo, una sottolineatura o un'uscita meno disinvolta.

L'incedere che ne deriva è quindi, molte volte, frammentario, dispersivo, manca spesso di continuità, ma non per questo risulta meno intrigante; ad ogni ascolto successivo, infatti, l'album sa regalare degli spunti nuovi, sempre più coinvolgenti, e man mano che l'orecchio si adatterà al suo ritmo e sarà in grado di cogliere le sfumature più intime dei suoi passaggi, il disco saprà esprimersi in una vastissima gamma di sensazioni, da quelle calme di "Haikyo" e "Don Benito", composizioni più ripetitive e d’ambiente, a quelle sinistre e riflessive di "Iecava", a quelle più confusionarie di "Tyche", “Marchman” e “Luka Mesto”, dove i cambiamenti tematici repentini sono sostenuti da una base di batteria a tratti quasi progressiva, e le chitarre passano spesso dal distorto al pulito; se è vero che l'album, come detto, possiede una scarsa integrità, si può considerare ogni singolo pezzo come una storia a sè, autoconclusiva, e molto spesso ci sarà bisogno di più di un ascolto per comprenderne appieno il significato, o per poter godere delle sue tinte, siano esse omogenee o contrastate; la differenziazione che c'è tra una traccia e l'altra diventa, in questo modo, un pregio, da longevità all'intero prodotto, crea un interesse che sfuma molto più difficilmente.

"Iecava" è un viaggio tortuoso che attraversa fasi molto diverse, ma che, alla fine, non può lasciar delusi; la confusione di cui si può avere esperienza ad un primo approccio all'album, sottolineata e forse incoraggiata dal bel lavoro grafico presente sulla copertina, è parte dell'album stesso, e in fondo lo rende ancora più particolare. Personalmente credo che i Khuda stiano facendo un gran lavoro: hanno la capacità di produrre della buona musica, non necessariamente classificabile in un genere predefinito, e lo fanno rendendola, sì, abbastanza intellettuale da necessitare un'analisi approfondita, ma anche abbastanza accessibile da poter essere apprezzata da chiunque. Sicuramente il loro nome è in ascesa, come denota d’altra parte la produzione di due album nel giro di un anno e mezzo e la loro impegnativa attività on stage; non si può che sperare il meglio per questi due ragazzi, che sembrano mettere davvero una grande passione nella loro ricerca musicale.

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DESERT WIZARDS - Desert Wizards

Informazioni
Gruppo: Desert Wizards
Anno: 2011
Etichetta: Black Widow
Contatti: www.myspace.com/desertwizards
Autore: Mourning

Tracklist
1. Apocalipse Begins
2. Burn With Me
3. Funeral Smoke
4. The Lisergic Show
5. Serial Killer
6. Pulsar
7. Woman In White
8. Waiting For The Sun
9. Last Call To Saturn

DURATA: 52:38

I Desert Wizards sono una formazione romagnola nata nel 2007 per volere di musicisti appassionati della scena hardrock psichedelica anni Settanta, la line-up composta da Mambo (voce, basso, chitarra ritmica), Gito (chitarra ritmica, solistica, acustica e synth), Anna (organo, synth, piano, voce e cori) e Dallas (batteria), dopo aver prodotto un demo di cinque tracce nel 2008, pubblica questo debutto in forma autoprodotta, il deal stretto con la Black Widow Records permette poi loro di ridar vita al lavoro con una nuova veste grafica e una scaletta che si presenta diversa all'originale in quanto priva della traccia "Pilot The Dune".
E' una prestazione matura, atmosfericamente intrigante quella che i Desert Wizards espongono in nove tracce che racchiudono in sè la passionalità di act quali Led Zeppelin e Doors (l'organo li ricorda molto in più di un'occasione) affondando nel mood sognante di gente come i Black Sabbath di "Planet Caravan" invitandovi a partecipare a trip fantastici come odiernamente fanno band quali i Colour Haze e gli eleganti Hypnos69 figli legittimi come loro del resto ,di Pink Floyd e Hawkwind.
Solo questa premessa basterebbe a far venire l'acquolina in bocca a un ascoltatore legato a tali sonorità, il modus operandi utilizzato per modellare le canzoni fa sì che le luci siano per lo più soffuse, intime, un abbraccio caldo e avvolgente perpetuato per l'intera durata del platter che ci conduce attraverso un'esperienza sensoriale acutissima che annulla la percezione di spazio e tempo, il mood fluttuante asseconda i flussi più accesi (vedasi "Pulsar") alternatisi a movenze più rinfrescanti in stile brezza marina proiettando il mondo sin lì conosciuto e sicuro al di fuori del luogo dove si risiede.
La musica echeggia fissandovisi in testa e così facendo scorrere via via "Apocalipse Begins", "Funeral Smoke", "The Lisergic Show", "Woman In White" con la doppietta conclusiva formata da "Waiting For The Sun" (titolo che più doorsiano non poteva essere) e "Last Call To Saturn" si è giunti alla fine senza che ci sia preavviso alcuno, distrazione? Incanto? Probabilmente solo sensi assuefatti da una droga totalmente priva di effetti collaterali ma che una volta assorbita procura una dipendenza da cui è difficile sottrarsi, il sound psych può divenirlo, credetemi!
Accompagnati dal gioco di voci che si sovrappongono e presentano solitarie rinforzando il sentore melancolico (belle davvero le brevi apparizioni in cui Anna svolge tale compito) che s'intreccia alla natura delicatamente ribelle del disco state per rimetterlo ancora una volta su? Siete stati sedotti dal suono retrò interpretato con gusto e personalità dai Desert Wizards resisi autori di una splendida prova rock, "Desert Wizards" è una di quelle a cui il tasto "play" chiede pietà dopo l'innumerevole quantità di volte che è stato pigiato con violento piacere per ridarle vita e io sarò costretto a farlo soffrire ancora un po', è splendido.

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