domenica 27 maggio 2012

HERRATIK - Compromise Gone


Informazioni
Gruppo: Herratik
Titolo: Compromise Gone
Anno: 2011
Provenienza: Australia
Etichetta: Battlegod Productions
Contatti: myspace.com/herratiktheband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. Enough
3. Bottom Feeder
4. End Of Compromise
5. Closed Book... Opened Wrist
6. Talk So Much... Say Nothing
 7.Filth In Numbers
8. Good Things Come To Those Who Hate
9. The Fall
10. The Zone

DURATA: 31:11

Gli Herratik sono una band australiana nata come Abortus nella seconda metà degli anni Novanta e che dopo aver prodotto due dischi ("Judge Me Not" e "Process Of Elimination" rispettivamente nel 1999 e 2001) decise di cambiare il proprio nome nell'attuale dando alle stampe nel 2006 il debutto "Wrath-Divine". Cinque anni più tardi, nel 2011, sono pronti a rilasciare il successore di questa seconda avventura intitolato "Compromise Gone".
Il compromesso non è uno dei mezzi in voga nel sound di questi musicisti, il platter di breve durata, poco più di mezzora complessiva, è di quelli che spingono a manetta, che tengono volutamente il piede sull'acceleratore e in altrettanta voluta maniera si attengono alla mentalità da old schooler della quale sono intrise le canzoni, per com'è impostato e suonato fosse uscito una ventina d'anni fa avrebbe sicuramente fatto breccia nei cuori di moltissimi. Adesso come adesso, mettendo in conto che siamo nel 2012 e il panorama metal ha subito parecchi smottamenti, fra deja-vù inevitabili e una patina di "vecchio" a quanto pare fortemente voluta diviene una release dall'appeal e dal fascino intrigante per gli over trenta e oltre.
È un male? Ci mancherebbe... Dico solo che gli Herratik, pur possedendo la conoscenza, la passione e delle qualità tecnico/compositive più che discrete, lasciano il segno in pezzi come "Enough", "Closed Book... Opened Wrist" e il concludersi del platter con "Good Things Come To Those Who Hate" e "The Zone" ma calcano un po' troppo la mano in una "Talk So Much... Say Nothing" che in fin dei conti è poca cosa e sprigionano violenza però sterile in "The Fall".
Avrebbero potuto trovare un equilibrio più adatto fra la due controparti in gioco: impatto e resa sul lungo corso; la prima vince incontrastata e in questo caso non è forse il migliore degli scenari auspicabili, ridimensionando il valore del lavoro a un comunque apprezzabile ascolto in stile "mordi e fuggi".

Tirando le somme della situazione siamo ancora di fronte a una formazione dalla maturazione in corso, non mi attenderò mai un cambio di direzione o stile improvviso, però inanellando una serie di riff cazzuti, in questo "Compromise Gone" ce ne sono già più di un paio, e affinando la struttura dei brani, di per sé non complessa ma alle volte tenuta in piedi dalla sola irruenza, gli Herratik dovrebbero entrare in possesso di ciò che serve per portare a casa un gran bel risultato, vedremo quindi se il disco numero tre sarà quello buono.
Vi consiglio comunque di sbatacchiare ossessivamente in loro compagnia, una buona dose d'adrenalina giornaliera non fa mai male e "Compromise Gone" da questo punto di vista vi sarà certamente d'aiuto.

Continua a leggere...

TYRANT WRATH - Torture Deathcult


Informazioni
Gruppo: Tyrant Wrath
Titolo: Torture Deathcult
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: Battlegod Productions
Contatti: myspace.com/tyrantwrath
Autore: Mourning

Tracklist
1. Hollow
2. Deaths Lair
3. This Dark Past
4. The Ravens Are Rising
5. Hellfuck
6. Till Intet
7. Torture Deathcult
8. Revelation Of Life
9. I, Above

DURATA: 44:02

Oltre alla musica una delle mie tante passioni era, visto che è andata scemando col tempo e con le delusioni, quella calcistica. Chi come me ha provato un sentimento forte per questo gioco ricorderà l'esistenza di alcuni incontri cosiddetti "soporiferi", novanta minuti quasi del tutto privi di emozioni, giocati ordinatamente in modo da non far danno né a se stessi, né all'avversario ma privandosi del tutto dell'adrenalina che scaturisce dalla voglia di vincere. Questa raffigurazione trasportata in musica potrebbe essere il sunto dei Tyrant Wrath e del loro debutto "Torture Deathcult".
Gli svedesi sono formalmente preparati, è innegabile che le strutture, forse un po' troppo uguali fra loro caratterizzate da movenze in costante mid-tempo e fornite di un riffing per lo più affine a realtà della nazione a loro confinante, la Norvegia (abbastanza semplice individuare a esempio nomi come Gorgoroth e Satyricon nell'impasto sonoro), innalzino un muro che quasi volutamente non si è oltrepassato, tant'è che scegliere in tracklist quale sia il pezzo più bello, interessante o di spicco è arduo.
Sono sin troppe le similarità fra una canzone e l'altra e la compattezza quadrata dell'asse ritmico riscontrabile in ognuno dei nove capitoli non lascia scampo, purtroppo non basta qualche passaggio acustico e una quantità immane di groove a rendere speziata una proposta che rimane scialba, ascoltabile ma non di certo inseribile né fra le priorità d'acquisto, né fra le seconde linee.

Se l'intento era quello di andare sul sicuro i Tyrant Wrath ci sono riusciti, dimenticandosi proprio di togliere il freno a mano, un po' come avere sotto il sedere una Kawasaki Ninja e farla "viaggiare" come fosse uno "Zip 50" (qualcuno lo ricorderà no?).
"Torture Deathcult" potrà essere un diversivo o una compagnia estemporanea, non si può pretendere altro da un disco che lascia il tempo che trova e con il potenziale in possesso degli scandinavi è un vero peccato.

Continua a leggere...

SECTORIAL - Erase And Reborn The Humanity


Informazioni
Gruppo: Sectorial
Titolo: Erase And Reborn The Humanity
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: myspace.com/sectorial
Autore: Mourning

Tracklist
1. He Who Eats The Tale
2. Cage With No Limits
3. Too Much?
4. The Exhausted
5. Passing By…
6. Stones Have A Vote
7. In Deep Shit
8. Before The Silence Come
9. Viva Nature
10. The Unknown
11. Internal Enemy
12. Why Are You Killing Yourself?
13. Thy New Horizon
14. The Policy
15. Stolen World
16. Religion - Business
17. Rushing Ahead
18. In Endless Motion
19. Flaw Of law
20. Step By Step
21. Outro
22. Truth Of Life
23. Rise Up! (cover Phobia)

DURATA: 44:54

Estremo e divertimento, folclore e impegno sociale, grind/core, thrash, fraseggi anneriti black e adrenalina a mille? In una parola: Sectorial. La formazione ucraina, attiva dal 2007 con tre ep ("Cerebrum Necrosis Est It In Nobis", "Boiler" e "Controlled Insane") a rappresentarne il bagaglio personale sino al 2009, ha rilasciato nel 2012 il debutto "Erase And Reborn The Humanity", il titolo è abbastanza esplicativo del pensiero che alimenta il flusso energico a tratti strampalato della proposta del combo di Kyyiv.
Ventitré pezzi, quasi quarantacinque minuti complessivi di durata e una sequela di schiaffi in faccia che non si fanno di certo pregare, questo è ciò che presentano, non vi è una particolare originalità nell'esporre il metal estremo e battente a più riprese che attinge da vari territori cibandosi anche di pulsioni "crust". Le minuzie folcloristiche che adornano i brani di estensione maggiore, si vedano "Too Much?" nella quale ci si trova a confrontarsi con l'intrusione divertita del flauto e dello "scacciapensieri", il silvestre strumentale "Before The Silence Come" con il flauto accompagnato da "rumori" quali il cinguettio degli uccelli e "Stolen Word" nel quale ancora una volta si ripresentano connotazioni similari al primo dei tre episodi citati, offrono una variante all'espressione di violenza comunque tutt'altro che statica ma alquanto derivativa.

Vi sono poi pezzi più scuri e dirompenti come "Viva Nature" che sembra in parte uscita da una release black e sullo stampo andante del death annerito polacco si espandono le note di "Internal Enemy", fra esse si frappone "The Unknown" che invece tira fuori passaggi che potrebbero chiamare in causa fra i tanti il nome Disfear.
Dopo uno o più ascolti sarà palese quanto formazioni quali Napalm Death e Agatochles abbiano inciso sul sound dei Sectorial, di come non si risparmino le vangate in stile "mordi e fuggi" piazzando "The Exhausted", "Stones Have A Vote" e "Rushing Ahead" che insieme non raggiungono i due minuti e mezzo e di quanto i testi abbiano un chiaro legame con ciò che il nostro mondo sta affrontando attualmente ma includano anche temi che da secoli ci fanno "roteare i satelliti", ad esempio la lampante "Religion – Business".
Quale modo più adatto infine per chiudere un platter? Gli ucraini hanno puntato su di una cover. La canzone prescelta è "Rise Up" dei sottovalutatissimi e storici grinder statunitensi Phobia dell'album "22 Random Acts Of Violence" che calza loro a pennello.
I Sectorial sono una band professionale, potranno magari pagar pegno nel caso ci si volesse fissare sulla mancanza di originalità ma chi ne è realmente dotato al giorno d'oggi? Una prova come quella insita "Erase And Reborn Humanity", caratterizzata da una efficacissima esecuzione sia in ambito corale che nel singolo strumento con apprezzamento, e non di poco, nei confronti del drumming terrificante messo in atto da Igor Kovalenko, e valorizzata da una produzione "di confine", cioè capace di far convivere una discreta dose di pulizia con rimasugli di sporco che la rendono viva, è ciò che potrebbe far pendere l'ago della bilancia a loro favore nel momento in cui vi decidiate dopo vari passaggi nello stereo ad acquistare o meno il disco.
Mentre voi ci pensate un po' su, io me lo risparo al volo e sono certo che il mio vicino sarà "ultra contento" di tale scelta (schiamazzi, urla contro ed epiteti vari in "mode on").

Continua a leggere...

INNER SANCTUM - Christi Testamenta


Informazioni
Gruppo: Inner Sanctum
Titolo: Christi Testamenta
Anno: 2011
Provenienza: Uruguay
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/innersanctvm
Autore: Mourning

Tracklist
1. Machines
2. Hemoglobin
3. Waking The Dead
4. The Emperor Wears No Clothes
5. Trial By Fire
6. The Good Shepherd
7. Myths Of Creation
8. Wisdom's Call
9. Dark Frozen Mud
10. And The Truth Shall Make You Free
11. Return To The Eve (cover Celtic Frost Cover)
12. Heaven On Their Minds (cover OST Jesus Christ Superstar)

DURATA: 44:25

Continua la serie degli "a volte ritornano", è il turno degli Inner Sanctum riprendere le attività dopo ben diciassette anni di fermo compositivo, è infatti legata al 1994 l'uscita del debutto "Frozen Souls" e del 2011 il come-back con "Christi Testamenta" rilasciato tramite autoproduzione.
La formazione contempla al suo interno due nomi noti alla scena europea: il bassista Francisco Martìn, oltre a partecipare al progetto cileno Sacramento, è un ex dei Vesania e attivo all'interno degli svedesi The Gardnerz mentre il chitarrista cantante Anton Reisenegger lo si conosce per la sua militanza in act quali Criminal, Lock Up e Pentagram.
La musica è volutamente retrò-oriented, è impossibile non notare la matrice thrash all'interno del progetto e i rimandi a uno dei monicker caposaldo del metal estremo quale sono i Celtic Frost, non attendetevi quindi accelerazioni impressionanti o chissà quale tecnicismo esasperato, la mole compositiva tende a riflettere una posizione volutamente annerita, dai tratti sì melodici ma inevitabilmente tutt'altro che leggeri o svedeseggianti e una dose di groove inconfondibile che si espande a più riprese, vedasi l'intrigante "The Emperor Wears No Clothes" che sul finire tira in ballo i Death di Schuldiner.

Il riffato da headbanging di "Machines" incrocia la prestanza nera ed epicheggiante di "Hemoglobin" nella quale il basso trova spazio per ritagliarsi una breve apparizione solistica, la cavalcata dal gusto punk della striminzita "Trial By Fire" si scontra con le sulfuree scanalature di "Myths Of Creation", ogni singola movenza all'interno di "Christi Testamenta" riporta alla memoria il periodo intriso di fervore e genuina oscurità del death di fine anni Ottanta, primi anni Novanta e in questo lauto pasto musicale si fa strada la brillante prestazione del chitarrista solista Heber W. Hammer che aggiunge valore a una prova di per sé già ben oltre la media.
Il platter trova la sua conclusione nella realizzazione di due cover: la prima è un omaggio ai padrini Celtic Frost di "Morbid Tales" con l'esecuzione di "Return To Eve", decisamente nelle corde degli Inner Sanctvm; la seconda è "Heaven On Their Minds", pezzo appartenente alla colonna sonora del musical "Jesus Christ Superstar" nella cui prima versione datata 1970 partecipò Ian Gillan prestando la sua voce alle parti cantate di Gesù, scelta inusuale ma dato che è Giuda a tenere le redini del suddetto brano questa versione più acida e prestante non si distacca poi dalla figura fantoccio che la Chiesa ha millenariamente incolpato per la cattura del proprio "leader".
Gli Inner Sanctvm hanno tutte le carte in regola per appassionare i cultori della vecchia scuola, qualità e sostanza si amalgamano molto bene all'interno di un "Christi Testamenta" che mi auguro trovi una label per ricevere il supporto che merita, bel lavoro.

Continua a leggere...

VOICE OF MIDNIGHT - Bifrost


Informazioni
Gruppo: Voice Of Midnight
Titolo: Byfrost
Anno: 2011
Provenienza: Russia
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: myspace.com/voiceofmidnight
Autore: Mourning

Tracklist
1. Epics
2. Voice Of War
3. Polka
4. Tale Of Severe Normans
5. Rune Stone
6. Wind
7. Know Your Worth
8. Regnar And Helga

DURATA: 30:19

I Voice Of Midnight sono l'ennesima formazione che si dichiara pagan/folk o viking/folk? Sì, l'affermazione potrebbe anche starci, purtroppo però in "Bifrost", album di debutto del combo russo, c'è poco da prendere. La band si adagia sin da subito su schemi e riff che dicono poco, il cantante Ivan Kutznetov urla in maniera costante e per quanto la lingua madre possa venirgli in soccorso per rendere leggermente identificativa la sua prestazione, la prova nel complesso risulta essere troppo monocorde.
Il lavoro delle asce sia in chiave di costruzione del riffato che delle melodie è abbastanza prevedibile, anche nei momenti più divertenti racchiusi nella scatenata "Polka" e nell'emotiva "Regnar And Helga" nella quale spuntano clean vocals sia maschili che femminili, con quest'ultime interpretate dalla flautista della band Mariya Zhochova.

La ragazza nei suoi sparuti interventi strumentali è spesso vittima dei cambi di sound che puntano a indurire l'incedere a volte senza motivo, come avviene a esempio nel primo pezzo sopra citato, piacevole nella sua natura frivola e danzereccia, meno quando si appesantisce.
La catena di eventi si ripete e ripete, lo schema è praticamente quasi uguale per tutti i brani nei quali troverete all'interno uno spazietto per l'intrusione della solistica di chitarra, probabilmente l'aspetto più riuscito di "Bifrost", un passaggio del flauto e poi una serie di giri che vanno a prendere da qualsiasi genere attraversando thrash, melo-death e derive blackish senza affondare in nessuna d'esse.
Qual è quindi l'anima portante del lavoro? Bella domanda, la risposta è ancora dispersa nei meandri compositivi dei Voice Of Midnight.

Se non si fornisce a nessuna delle due facce caratteristiche delineanti, in modo da fornire un peso specifico al proprio sound, si rimane incastrati in un limbo che ha mille uscite e nessuna di queste che conduca in una direzione utile. I Voice Of Midnight devono lavorare su forma e sostanza, trovando la maniera di decidere quale sia per loro l'obbiettivo da perseguire o finiranno nel mondo del né carne né pesce com'è successo agli svizzeri Eluveitie, act del quale non si capisce più cosa voglia effettivamente suonare: folk? Melodeath? Divenire una cover band dei Dark Tranquillity? Chissà...
Per ora non mi sento di consigliare "Bifrost", magari qualcuno estremamente patito tenterà di scovarvi del buono ma nel mare di release prodotte anno dopo anno i Voice Of Midnight rischiano di scomparire senza lasciare traccia. Si può sempre fare di meglio e in futuro auguro loro di riuscirvi.

Continua a leggere...

TARANTULO - Tarantulo

Informazioni
Gruppo: Tarantulo
Titolo: Tarantulo
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: myspace.com/metalscraprecords
Autore: Mourning

Tracklist
1. Brothel In A Head
2. Go In The Fucking Hell
3. Coneranchozzz
4. Rejected
5. Pride Of Prime
6. Why
7. New Revolution
8. One Day
9. We Will Fight
10. We Drive Now

DURATA: 48:55

Quando ti si para dinanzi un sito che ti presenta un disco ed elenca termini come "groove/thrash" e "hardcore" le aspettative, forse un po' pessimisticamente parlando, tendono a farti prendere sottogamba tali uscite per il pericolo di ritrovarsi con l'ennesimo clone di Sepultura, Machine Head, Pantera, The Haunted, Hatesphere e via dicendo, quindi o troppo ancorato a certe soluzioni anni Novanta "ammodernate", o troppo moderni e in alcuni casi melodicamente inaccettabili, con il rischio di annoiarti per il continuo ripetersi ciclicamente di cliché alle volte veramente pesanti da sopportare.
I Tarantulo sono una formazione siberiana che giunge al debutto in questo 2012 con un album dal titolo omonimo e che ha innegabilmente per riferimento un paio di band già citate alle quali aggiungono una lieve inflessione che piega sul versante heavy e hard-rock/southern, nulla di realmente trascendentale né di particolarmente innovativo.
È una realtà muscolare che svolge il proprio dovere con efficacia, infliggendo delle serie batoste sonore nei frangenti in cui pesantezza, atmosfere cupe e rabbia sofferta congiungono le loro forze fuoriuscendo con dirompenza tanto da far inserire "Coneranchozzz" e "One Day" a guida di una tracklist che evita cadute di stile e scappatoie melodiche eccessive. Sia "Pride Of Prime" che "We Drive Now" pur sfoderando una discreta e piacevole vena di quel tipo non ammorbano mai l'ascoltatore con fraseggi di stampo melenso.
L'alternativa "Why" rappresenta il diversivo che non t'attendi, si distacca dall'operato che contraddistingue il resto del platter agevolando un excursus emotivo più intimo caratterizzato dall'uso dell'acustica, da reminiscenze retrò sabbathiane e un alternarsi nel cantato che oltre al "ringhiare" stremante adotta anche linee clean sommesse, quasi parlate. riminescenza solo un caso ma basta comunque a spezzare l'atmosfera in modo da porsi in qualità di spartiacque fra due serie di brani che possiedono parecchie doti e che rivolgono la loro attenzione sull'impatto.

"Brothel In A Head", "We Will Fight" e "Go In The Fucking Hell" si accodano a quelle nominate dando sostanza a un "Tarantulo" che pur non brillando per chissà quale qualità specifica nel complesso si fa ascoltare e godere con dei picchi di gradevole sbattimento molto ben accetti.
I giovani musicisti russi ci sanno fare, è una prima prova che espone oltre a una buona conoscenza del genere anche il volersi distaccare almeno in parte da una riproposizione musicale che consista in un assetto monolitico o nell'interpretazione catchy "commerciale" di uno stile che per quanto inquadrato da "rigidi" steccati compositivi ha in sé dei piccoli accorgimenti che possono fare la differenza. In questo preciso caso sono il carico emotivo e un songwriting maturo che giocano a favore dei Tarantulo, band che consiglio di tenere d'occhio agli appassionati del genere.

Continua a leggere...

DRUKNROLL - On The Knife Blade

Informazioni
Gruppo: Druknroll
Titolo: On The Knife Blade
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: non disponibili
Autore: Mourning

Tracklist
1. Face To Face
2. Adrenaline
3. Light Of The Night Star
4. Grief
5. Live Outlaw
6. On The Knife Blade
7. 5 Seconds
8. To Infinite
9. Don’t Kill
10. Whirl By Cloud

DURATA: 50:05

Sulla band russa dei Druknroll le informazioni sono poche, a quanto pare hanno già all'attivo un disco rilasciato nel 2010 intitolato "Brownian Motion" e tutto partì dalla mente dell'artista omonimo che da il nome al progetto.
Secondo disco nel 2012 "On The Knife Blade", ho preferito cercare su internet per non tartassarmi con il cirillico e non potendomi basare su esperienze passate, ho dovuto affrontare una sfida inaspettata, la musica è tutt'altro che brutta ma da quale verso prenderla?
È una strana orchestrazione di symphonic metal, hard rock, progressive e thrash/groove alle volte elegante, altre sgraziato o stranamente al limite col circense infilando dentro il tutto.

Il platter è decisamente orecchiabile, le linee vocali eseguite dal cantante nelle strofe dell'opener "Face To Face" sembrano urlare l'apprezzamento per il "Black Album" dei Metallica; la terza "Light Of The Night Star" combina fraseggi delicati di chitarra e violino, assolo retrò seventies e una visione che sembra strizzare l'occhio al power nel ritornello ed è ancora la parte più melodica a fuoriuscire nella successiva "Grief" nella quale il cantante usando quella vocina sottile che vorrebbe arrivare chissà dove rischia (per non dire che ci riesca) di divenire fastidioso, peccato perché il brano nella sua forma intima rende più di quando metta in mostra una certa dose di grinta. La chitarra solista invece se la spassa rendendosi sempre disponibile a cavalcare qualsiasi onda emotiva e riuscendovi con una serie di assoli di buona fattura, il coro di bambini che ricorda quello dei Sentenced nell'ora dell'addio era invece evitabilissimo.
Con la titletrack non si capisce davvero in quale mondo vogliano vivere, suonare symphonic estremo, assomigliare alla band di Ville Laihiala, sfondare con la commercialità degli H.I.M. o continuare nel tentativo di garantire una prova di qualità cercando un minimo di bilanciamento? Nel frattempo il batterista si esibisce anche in una divagazione da solista, piacevole ma la carne al fuoco è decisamente troppao e ciò non va bene visto che alla fine il mangiabile viene guastato dalle parti bruciacchiate.
È un ciclo che si ripete e ripete con l'anello debole della catena rappresentato sempre e comunque dalla prestazione di Horror che pare lontana dal sembrare l'esplosione finale adatta a far spiccare ulteriormente i pezzi, è un male dato che proprio le basi, tranne qualche ingenuità che ricade sulla volontà di complicarsi la vita mutando continuamente anche quando non ce ne sarebbe nessun bisogno, soffrono il suo forzare nei fraseggi ampiamente melodici.
E se avessero invece optato per un lavoro unicamente strumentale? Chissà... magari ci avrebbero guadagnato e quel difetto sarebbe passato in secondo piano.

L'ho ascoltato più volte ma giungere alla fine è sempre stato faticoso a meno che non lasciassi scorrere "On The Knife Blade" in sottofondo svolgendo in contemporanea altro compito, è dispersivo e malgrado le potenzialità dei Druknroll, e un songwriting che affinato con qualche probabilità in futuro potrebbe regalare uscite sicuramente più interessanti, rimane un disco che si limita a fare compagnia e nulla più.

Continua a leggere...

PERISHING HUMANITY - The Monument Of Human Lies And Hypocrisy


Informazioni
Gruppo: Perishing Humanity
Titolo: The Monument Of Lies And Hypocrisy
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: myspace.com/wastelandmusicua
Autore: Mourning

Tracklist
1. Gate 248
2. Interminable
3. Overcome Myself
4. Bloody-Red Product
5. Martyr
6. Left To Die
7. The Shape Of My Fear

DURATA: 20:55

Alle volte non comprendo realmente quali siano le intenzioni delle band, mi ritrovo fra le mani il primo rilascio in assoluto dei Perishing Humanity intitolato "The Monument Of Human Lies And Hypocrisy" e a quanto mi risulta la band ucraina non ha all'attivo né demo, né ep, si è quindi lanciata subito in un'uscita full che però dura poco più di venti minuti.
Non stiamo parlando di efferatissimo grind ma bensì di una mistura che di tratti grind ne possiede così come possiede l'attitudine "core" dell'ultima ora, per intenderci quella dove i break-down ci sono eccome pur senza avere una cadenza irritevolmente continua per fortuna e alimentandosi perlopiù d'influenze che spaziano dall'area floridiana malevola dei Morbid Angel a quella newyorkese brutale dei Suffocation. Vista così sembrerebbe un'operazione tutt'altro che disdicevole no?
E in effetti il quartetto non suona né interpreta male la commistione di flussi sonori sopraelencata, quello che non comprendo è perché affidarsi a una versione così breve e farla girare in qualità di full-lenght, togliendo infatti l'opener "Gate 248", unicamente posta a svolgere il ruolo di intro, abbiamo sei pezzi che proprio per la durata "striminzita" e la compattezza con la quale infieriscono sull'ascoltatore riescono a girare nel lettore più volte senza troppi problemi, pur cadendo inevitabilmente nella trappola del già sentito e finendo troppo presto.

Il songwriting è discreto, buone accelerazioni prendono corpo con decisione lasciando però dei valichi percorribili utilizzando dinamiche meno terremotanti, apportanti morbosità. I Perishing Humanity se la cavano poi tecnicamente ed è dimostrato in più di una circostanza da quei due o tre brani che lasciano il segno come "Bloody Red-Product" e "Left To Die".
È un biglietto da visita invitante "The Monument Of Human Lies And Hypocrisy", la produzione permette l'intellegibilità della strumentazione in toto, la prestazione vocale è decisamente "nota" agli amanti della scena death con l'ormai più classico growl/scream modulato con risultati niente male ed è apprezzabile anche l'esecuzione/impostazione degli assoli che intersecano i brani, come avviene con quelli contenuti in "Interminable" e "Martyr", con questa seconda arricchita anche dalla presenza guest di Max Nabokov dei Prime Mover nel reparto vocale.
I punti dai quali ripartire per garantire in futuro uno stacco qualitativo ci sono tutti e le idee sembrano essere decisamente chiare, non ci resta che sperare in una conferma magari un po' più "estesa" nei contenuti per provare a capire quale ruolo potrebbero ritagliarsi all'interno di una scena continuamente in ebollizione com'è quella death.

Continua a leggere...

PATRONYMICON - Coldborn


Informazioni
Gruppo: Patronymicon
Titolo: Coldborn
Anno: 2010
Provenienza: Svezia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/patronymicon
Autore: Mourning

Tracklist
1. Coldborn
2. I Failed You
3. The Carving
4. Propatronymicon

DURATA: 15:33

I Patronymicon sono un act black metal svedese nato per volontà di N. Sadist nel 2008. Stranamente gli Archivi Metallici non sono granché d'aiuto, ho infatti notato l'assenza del demo "Coldborn", release primogenita contenente quattro brani per un quarto d'ora di musica che in una parola potremmo definire "ortodossa".
Atmosfere gelide, riff taglienti, scorribande veloci, ficcanti, orchestrate in modo da concentrare gli sfoghi di pura violenza solo in alcuni tratti per sfoggiarli al meglio, non per questo rinunciando a quelle forme più diluite e malsane dal retrogusto dolce che permettono all'odio di galleggiare, si veda "Propatronymicon".
Per quanto conducano all'orecchio sonorità e soluzioni note e volutamente scrutanti con riluttanza la visione odierna di ciò che potrebbe esser definito black metal, hanno dalla loro quell'essenza nineties che attirerà a sè i "nostalgici", gli impenitenti adoratori di un modo di suonare e cingersi all'oscurità che di anno in anno ha subito una violenta commercializzazione e un imbastardimento non poi gradito in alcune forme.

Per chi non ha mai smesso di credere e omaggiare i propri ideali immettendoli nel flusso di ascolti primordi del genere, gruppi come i Patronymicon sono più che un semplice diversivo, evitando di calcare la mano sul piano dei cliché o clonare i Darkthrone, come avviene in moltissimi casi, riescono a guadagnarsi qualche punto aggiuntivo.
Nel 2011 è stato rilasciato il debutto "Prime Omega" che con curiosità spero d'inserire nel lettore al più presto, chissà che in futuro non arrivi anche uno scritto che ne approfondisca il discorso confermandovi o meno la mia buona impressione su questa creatura scandinava, vedremo.

Continua a leggere...

DEMON LUNG - Pareidolia


Informazioni
Gruppo: Demon Lung
Titolo: Pareidolia
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/demonlungband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Lament Code
2. Sour Ground
3. Death Mask
4. Pareidolia

DURATA: 21:56


Il doom e l'occult rock female fronted stanno vivendo un periodo di boom fantastico, conosciamo act quali Jex Thoth, Subrosa, Blood Ceremony, The Devil's Blood e ultimi i The Wounded Kings che basterebbero già per rendere orgasmica la giornata dell'amante per eccellenza di tali filoni artistici. Ebbene adesso possiamo aggiungere a tale lista anche i Demon Lung.
La formazione di Las Vegas vede dietro al microfono la presenza di Shandra Fredick e il reparto strumentale è così composto: Patrick Warren al basso, Phillip Burn alla chitarra e Jeremy Brenton a percuotere le pelli.
Questo quartetto formatosi nel 2011 ha già rilasciato il primo lavoro, si tratta di un ep contenente quattro pezzi e intitolato "Pareidolia" che evidenzia ancora una volta quanto i legami con i primordi del genere siano fondamenta talmente solide e radicate all'interno dell'animo di chi suona questi generi da rendere omaggio volontariamente o meno a band immense quali sono i Black Sabbath e gli ormai in fase di abbandono alla scena Candlemass.

Non sono solo queste due le realtà che si possono riscontrare assorbendo i quasi ventidue minuti offerti dai brani, vi sono riferimenti ricollegabili a Electric Wizard, Solitude Aeturnus, Sacrilege (Uk) e può divenire un problema? Non direi perché come accennato poco più su è difficile "estraniarsi" e non incrociare nel proprio percorso artistico una parte di sé che guardi con "ammirazione" e magari come punto di riferimento artisti simili.
Quello che mi piace di "Pareidolia" è che, al cospetto di ciò che spesso ci si attende da una produzione female-fronted, mette di lato la parte ritualistica per affidarsi a una composizione massiccia, muscolare, fatta di riff pesanti e minacciosi, non sempre memorabili ma dediti al compito affidato loro. Questo non impedisce alle tracce di riversare nel flusso compositivo anche frangenti in cui mostrare il lato più epico e atmosferico, le chitarre pulite che costituiscono la fase ponte di "Sour Ground". L'inquietudine statica della titletrack e le melodie cupe, tetre affini a rappresentare in note il versante occulto dei testi danno a "Pareidolia" una marcia in più.
Si potrebbe "criticare" la scelta in fase di produzione chiaramente a favore della resa chitarrista, messa in maggior evidenza rispetto al resto, si potrebbe affermare che le linee di voce e la loro interpretazione da parte di Shandra risultino monocorde, in quest'ultimo caso però le ritengo adeguate allo sviluppo e al mood dei pezzi, quell'imporsi quasi cantilenante in alcuni attimi acuisce la sensazione di non definito che diviene definito e in fin dei conti "Pareidolia" è pur sempre un'illusione subcosciente, un fenomeno che ogni giorno possiamo riscontrare. Chi non ha mai visto una nuvola con una forma strana è si è convinto d'aver notato una figura a lui nota come un animale o un oggetto d'uso quotidiano? Dai, è capitato a tutti almeno una volta.
Zero fronzoli, niente tastiere, qui c'è solo doom nero, greve e di piacevole ascolto, quindi vi consiglio di inserire i Demon Lung nella lista delle promesse da tenere in considerazione quali prossime realtà di spicco del genere, le basi e le potenzialità ci sono tutte, starà a loro dimostrare nel tempo che la nostra fiducia è stata riposta in buone mani.

Continua a leggere...

KRAANIUM - Post Mortal Coital Fixation


Informazioni
Gruppo: Kraanium
Titolo: Post Mortal Coital Fixation
Anno: 2012
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Comatose Records
Contatti: myspace.com/kraanium
Autore: Mourning

Tracklist
1. Post Mortal Fixation
2. Stillborn Necrotic Fuck Feast
3. Bursting Rectal Sores
4. Compulsive Mutilation Disorder
5. Slurping The Vaginal Pus
6. Crack Whore Pounding
7. Coprophagial Asphyxiation
8. Slammed Kranial Remains
9. Sculptures Of Perverse Suffering
10. Baptized In Boiling Sewage
11. Orgy Of Cannibalistic Fornication
12. Entrails Full Of Vermin (cover Abominable Putridity)

DURATA: 35:21

I norvegesi Kraanium sono un monicker conosciuto alla comunità del brutallo e palesemente distante dalla realtà europea, il sound e la devozione per lo stile made in U.S.A. di act quali Disgorge, Gorgasm, Dying Fetus e Deeds Of Flesh primordi, Devourment sono sicuramente palesi in questi deathster incalliti che con "Post Mortal Coital Fixation" infilano il terzo anello in discografia e con esso superano anche il test della maturità.
Il platter è una carneficina, è un vagare tra sangue, rimasugli, corpi smembrati e ovviamente non può mancare anche quel tocco necrofilo che renda ancor più insana e malsana la situazione, come si fa a non "divertirsi" leggendo titoli quali "Stillborn Necrotick Fuck Feast", "Coprophagial Asphyxiation" e "Orgy Of Cannibalistic Fornication"?
Ciò che rende apprezzabile ancor di più la prestazione del combo scandinavo è il non limitarsi a un'esecuzione di stampo "slam", è impossibile pensare che le fasi in accelerazione vengano estraniate dal contesto, sono però calibrate in modo da fornire una sensazione serpeggiante, col mantenimento di cadenze allentate nelle quali gli scatti divengono improvvisi e lasciano ampio spazio alle fughe in doppia cassa che s'intrufolano nel cervello malignamente come avviene in "Compulsive Mutilation Disorder"; che direi poi dello scarico fognario di Grindmaster Flesh che decanta con la dolcezza di un mulinello lercio i testi? Raccapricciante, gutturale e da macello com'è giusto che sia.
La formazione a conclusione del disco si diletta nel coverizzare i colleghi russi degli Abominable Putridity di "Entrails Full Of Vermin", pezzo contenuto nel debutto del 2007 "In The End Of Human Existence", marciume che rende omaggio al marciume, cosa ne avranno tirato fuori? È perfettamente nelle loro corde e si sente.

"Post Mortal Coital Fixiation" è rivolto a un target preciso d'ascolto, tutti coloro che si reputano maniaci e ossessivi fruitori di death metal con tematiche gore e affini saranno ben serviti dai Kraanium, l'Inferno è qui, basta solo premere il tasto "play" e attendere il vostro turno per la tortura assegnatavi.

Continua a leggere...

NEXHYMN - Black Horizon


Informazioni
Gruppo: Nexhymn
Titolo: Black Horizon
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/nexhymn
Autore: Mourning

Tracklist
1. Decaying Monument
2. Undetermined Supplication
3. Repacious Tempest
4. Black Horizon
5. Exquisite Plague
6. Death Emotion

DURATA: 22:10

7. Decaying Monument (bonus video)
DURATA: 4:46

I Nexhymn sono in giro dal 2008 ma solo adesso nel 2012 questa realtà vien fuori del tutto con l'ep "Black Horizon".
Per quanto ne so, e le notizie che girano non sono poi tantissime, tale formazione dovrebbe essere l'evoluzione, si spera finale, di ciò che era rimasto dei Throat Culture poi divenuti Throcult e della quale fece parte il chitarrista Ivan Alcala in qualità di axeman e cantante.
Non è però lui che risiede dietro il microfono, la scelta è ricaduta su di una donna dalla vocalità growl possente e decisamente mascolina, sarebbe difficile identificarla come tale se non se ne conoscesse il sesso, la prestazione di Holly Wedel (ex Torrid Flesh) è di sicuro conforto per coloro che si approcciano con remore a una qualsiasi release targata come female-fronted, qui non ci sono ringhi e miagolii, solo disperazione e collera tramutate in un "vocione" pesantissimo e ricolmo d'odio.

Su cosa si muove cotanta "dolcezza"? I sei pezzi di "Black Horizon" sono delle mattonate, pure e semplici picconate, che totalmente prive di compromessi, pur mettendo in mostra una più che discreta preparazione tecnica, si scatenano e si lanciano sull'ascoltatore avvinghiandolo a sé con un fattore dominante comune: la violenza.
Mettiamo subito in chiaro le cose, qui per chi cerca innovazione o chissà quale progressione nel sound non c'è proprio trippa per gatti, il sound è a metà strada fra la rocciosa pulizia del "made in Poland", grazie a una produzione a dir poco perfetta, e la blasfema espressione death metal del versante statunitense, tanto dalla Florida quanto dal panorama di New York, i nomi non li cito perché sarebbe inutile tirare in ballo divinità ultranote. A queste due fazioni si può aggiungere l'aggressività dei vecchi Krisiun e la risultante sono pezzi come l'opener "Decaying Monument", "Undetermined Supplication" e "Rapacious Tempest" capaci di scalfire il cuore dell'ormai navigato fruitore di tali sonorità.

Molto buona la prestazione di Pete Gonzales (Satan's Host), la batteria è sfrontatamente arrembante ma evita l'incedere monocorde con cambi di tempo e varianti sul tema non eccessivi però ben incastrati fra loro, arma non da sottovalutare.
"Black Horizon" è sicuramente un più che discreto biglietto da visita e dato che i Nexhymn sono ancora catalogabili all'interno dell'infinita schiera di band autoprodotte, potrebbe valere loro, e glielo auguro, l'attenzione da parte di label del settore, il materiale sul quale mettere in piedi una proposta convincente c'è tutto.
Attendendo quindi riscontri futuri per avere la certezza che tanta bontà non sia solo un fuoco di paglia, consiglio ai deathster incalliti l'ascolto ed acquisto di questa prima prova, il possedere "Black Horizon" diverrebbe un ottimo modo per non dimenticare l'esistenza di questa formazione nel marasma di act che ogni giorno nascono e muoiono in una scena che continua a espandersi e si sa: solo chi vale (o spende di più col "pay to play", gente da eliminare) alla fine rimane dentro.

Continua a leggere...

lunedì 21 maggio 2012

ILLOGICIST - The Uncosciouness Of Living


Informazioni
Gruppo: Illogicist
Titolo: The Uncosciouness Of Living
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Willowtip Records
Contatti: myspace.com/illogicist
Autore: Mourning

Tracklist
1. Ghosts Of Unconsciousness
2. Hypnotized
3. Perceptions From A Deceiving Memory
4. The Mind Reaper
5. A Past Defeated Suffering
6. The Same Old Collision
7. Misery Of A Profaned Soul
8. A Never Ending Fall

DURATA: 44:53

Chiunque sia appassionato della scena death metal nostrana credo conosca il monicker Illogicist, la formazione valdostana attiva ormai da quasi tre lustri, e nella quale ha militato anche un certo Marco Minnemann, ha prodotto sinora delle ottime prove di ciò che reputo essere l'unico modo reale per suonare technical death, cioè raffinatezza e impatto sì, seghe sullo strumento no.
La base sulla quale hanno costruito il proprio sound è ricollegabile a un quartetto di realtà note e fondamentali: in primis i Death di Schuldiner, chiaramente influenza preponderante, seguiti a ruota da Atheist, Pestilence e tratti di gente come gli svedesi Anata che si trovano a far capolino di tanto in tanto nei pezzi, è un male? Certo che no.
Terzo album, "The Uncosciouness Of Living", la tappa che solitamente diventa l'indicatore della raggiunta o meno maturità per una band, partiamo col dire che gli Illogicist non hanno mai avuto tale tipo di problema, le due release antecedenti, sia il debutto "Subjected" ma soprattutto "The Insight Eye", mettevano in mostra qualità e prestazioni sia nel singolo ruolo strumentale che nel complesso artistico d'indubbio valore, con quest'ultimo lavoro si ottiene la conferma sperata.

Il disco ruota su di un'atmosfera sonora particolarmente nineties, sembra di essere ancora rinchiusi in quella gabbia d'oro rappresentante il biennio che va dal 1993 al 1995, vi devo ricordare quali capolavori vennero pubblicati in quegli anni? Non penso ce ne sia il bisogno, prendete spunto da quest'affermazione per immergervi in un "The Uncosciousness Of Living" che non avrebbe di certo sfigurato con le prove del tempo, tenendo conto però che n'è figlio, appare evidente che se la maturazione in ambito compositivo è giunta con tutta probabilità al proprio culmine, i nostri alfieri del tech-death possono ancora accrescere il loro potenziale aumentando il peso della personalità imposta alla musica.
È evidente che nelle orecchie non si riceva univocamente un clone di ciò che è stato, il modus operandi e la creatività del combo ci offrono un quantitativo di riff, una dinamicità esaltante nei cambi di tempo e una varietà d'approccio che porta con sé dall'eleganza melodica al sovente picchiato che sfocia in brevi circostanze in territori di stampo thrash coinvolgenti e che al di fuor di qualsiasi dubbio realizzano con pieno merito la richiesta d'ascolto di tutti gli amanti del death tecnico.
Potrei quindi scegliere di dilungarmi analizzando il platter brano per brano, evidenziando ancora una volta quanto sia incredibilmente affiatata la coppia d'asce composta da Luca Minieri, anche cantante e altrettanto sicuro e convincente in quella veste, e Diego Ambrosi, esclamando senza problemi che Emilio Dattolo con il suo basso svolge il compito meticolosamente e non limitandosi al ruolo di mero accompagnatore delle cadenze ritmiche elaborate dall'ormai ex batterista Alessandro Tinti ma se aveste già incrociato la band, avreste davvero pensato che un album targato Illogicist venisse fuori in maniera differente?
Ora mi chiedo: in un panorama italico che sbava in maniera assurda dietro gli Obscura, formazione sicuramente valida ma tutt'altro che innovativa e dotata di chissà quale miracolo divino se non il fatto di non essere italiani, riusciranno stavolta gli Illogicist a conquistare un doveroso riconoscimento della loro bravura da parte dei loro (e miei) connazionali? Mi sembra che le carte in regola vi siano tutte, la dedizione e la dimostrazione di non esser stati un semplice fuoco di paglia altrettanto, non sarebbe ora di premiarli?
Non fatevi ingannare dalla massiccia presenza del passato che amiamo incondizionatamente, vivete il presente lasciando che siano gli Illogicist a farvi da colonna sonora e comunque sia per il capolavoro, quello da inserire fra virgolette, manca sempre meno, ragazzi basta girare intorno, adesso ci vuole il masterpiece da tramandare ai posteri.

Continua a leggere...

MHONOS - Humiliati


Informazioni
Gruppo: Mhönos
Titolo: Humiliati
Anno: 2011
Provenienza: Francia
Etichetta: Le Crepuscule Du Soir
Contatti: myspace.com/mhonos
Autore: Mourning

Tracklist:
1. Alves Terra
2. Ex Nihilo... Ad Nihilum
3. Mortificare

DURATA: 1:07:05

La congrega oscura dei Mhönos sul finire del 2011 pubblica "Humiliati", ero già stato rapito dal sound tetro, rituale e difficilmente decifrabile della realtà transalpina, chi ha seguito Aristocrazia avrà infatti incrociato il loro monicker accostato al disco "Rotomagus Ritualism" e per chiarire da subito le idee, le tenebre non mollano la presa.
Il nuovo percorso sotterraneo al quale obbligano l'ascoltatore è pari al precedente per pesantezza e "liturgia", è un culto che si svolge in movimento fra cunicoli nei quali strisciare e ampie grotte nelle quali flagellazioni verranno imposte per attirare a sé lo spirito guida.
Tre tracce che insieme raggiungono quasi un'ora e dieci minuti di disturbante, ossessivo e pragmatico cerimoniale nel quale far confluire influssi sonori ad ampio raggio, il drone degli "eletti" Sunn O))) si fonde con una scia ambient strisciante, animosa e una oscurità funerea degna di gente come Thergoton e Skepticism.

Non è difficile rendersi quindi conto che il tragitto sia tutt'altro che accomodante, il periglio è sempre dietro l'angolo celato da un nebbioso grigiore che non si cura minimamente della presenza umana avvolgendola, ricoprendola sino ad ammantarla completamente e divenire nero.
I due colossi "Alves Terra" e "Mortificare" identificano il passaggio di stato iniziale e finale di questa marcia agonizzante scandita dal vocalizzo inquieto, angosciante, tormentato dei "frater" che vengono spinti verso il basso, dirigendosi nelle recondite profondità di un antro nel quale regna il nulla assoluto con l'urlare straziante di Necropiss a rincarare la dose di malsano che impesta l'aria.
Piuttosto differente il compito della "breve", se così si può definire un pezzo di oltre otto minuti, "Ex Nihilo... Ad Nihilum", l'invocazione venefica e anestetizzante si pone nel mezzo sfiancando e lavorando ai fianchi l'animo, assuefacendolo al messaggio che gl'impone la discesa successiva.
Le movenze diluite che in alcuni segmenti palesano una natura quasi accondiscendente e cautamente quieta al cospetto delle nevrosi alteranti e a quell'aura da black metal che agevola l'istinto suicida non vi traggano in inganno, la fruibilità di "Humiliati" è esclusivamente di parvenza più immediata rispetto a "Rotomagus Ritualism".
È invece più elaborato, vario e insano l'approccio di una creatura, i Mhönos che, nell'accrescere la propria consapevolezza nel raffigurare tramite un mondo proprio l'approccio con un mood "religioso" dimenticato e secolarmente antico, riversa nelle proprie opere una forma di misticismo alla quale accostare il termine "estremo" di fianco è quasi riduttivo.
La magia e l'attrazione di un lavoro come "Humiliati" superano di gran lunga ogni più rosea aspettativa riposta in un nuovo capitolo a cura della band, pensavo avessero già raggiunto il loro apice e sono stato prontamente smentito.
Posso quindi con piacere invitare ad inoltrarsi in tale affascinante e preziosa esecuzione "ritual" sia coloro che nel recente passato hanno avuto contatti con il mondo dei Mhönos che chi fa dell'incedere slow, very slow, del distacco dall'odierno essere e di un'intimità nera i cardini di una continua ricerca musicale. L'acquisto è caldamente consigliato.

Continua a leggere...

OH HOW IT ENDED - Welcome To Brown Rock

Informazioni
Gruppo: Oh How It Ended
Titolo: Welcome To Brown Rock
Anno: 2011
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/ohhowitended
Autore: Mourning

Tracklist
1. Everglades
2. Great Northern Raid
3. Old Man Jenkins
4. Touring The Sun
5. Gold Plated Rhinoceri
6. Thieves & Djentlemen
7. The Invasion
8. Wolves Of War
9. Butterfly Man

DURATA: 27:28

La musica è arte, la musica è sfogo ma anche divertimento, alle volte non abbiamo bisogno di album cervellotici o impegnati per sfamare il nostro appetito sonoro, ci sono giorni nei quali c'è il solo bisogno di una compagnia magari nell'attimo in cui si sta per aprire una bottiglia di birra mangiando una pizza, dedicando un bel "fuck" generale alla giornata che è andata a meretrici.
In questa direzione potrebbe risultare ben accolto all'animo e all'orecchio un album come "Welcome To Brown Rock" del trio canadese degli Oh How It Ended.
Un agglomerato Rock che racchiude influssi che vanno dallo stoner al post-grunge sino all'alternative metal che si fa forte di una discreta dose di adrenalina, di tanta passione riversatavi all'interno e del possesso di un paio di pezzi dal piglio sicuro e valido per esternare al mondo lo stato da "vaffa" perenne che si vuole far fuoriuscire.
Due doppiette composte la prima dall'opener "Everglades" e "Great Northern Raid", la seconda da "Wolves Of War" e "Butterfly Man", stranamente capo e coda dell'album, sono quelle consigliabili per il pieno coinvolgimento.

Il disco ha un andamento altalenante soprattutto nella parte centrale, gli Oh How It Ended sono più convincenti e sicuri quando spingono il motore a pieni giri con la pressione di un cantato più sporco e pesante come avviene in "Touring The Sun" che possiede quell'efficacia della quale viene spogliato nei frangenti più melodici; in "Thieves & Djentlemen" però si tende a essere un po' troppo monocordi mentre nella canzone precedente "Gold Plated Rhinoceri" si ha un picco di melenso evitabile, forse l'essere ancora legata al passato ha nuociuto.
Ho ascoltato alcuni brani del primo lavoro e le sonorità erano molto più accessibili e radio-friendly, direzione che non deve essere per forza abbandonata ma l'averla ridimensionata notevolmente ha dato i suoi frutti. Il risultato ottenuto sinora dagli Oh How It Ended è quello d'aver tanta carne al fuoco talvolta cotta a puntino altra meno, c'è ancora qualcosa da rivedere e quantomeno cercare di far convivere al meglio le varie correnti stilistiche dalle quali attingono.
"Welcome To Brown Rock" è un guardare avanti, probabilmente la strada imboccata è quella che sembra calzare al meglio alla band e l'ascolto gradevole lo conferma, non ci resta che vedere come sapranno elaborare e dove guarderanno in futuro questi canadesi, per ora godiamoci un po' di rock e lasciamoci i pensieri alle spalle.

Continua a leggere...

DESTRÖYER 666 + Grave Miasma + Lvcifyre (04/05/2012 @ Londra)

Informazioni
Gruppi: Deströyer 666, Grave Miasma, Lvcifyre
Data: 04/05/2012
Luogo: The Bull & Gate, Londra
Autore: ticino1

La Divisione Aristocrazia assale Londra (vi risparmio l’aneddoto dello scoiattolo che, difendendo la sua noce, mi mise in fuga...)!

Perché andare a vedere i Destroyer666 proprio nella capitale britannica? Primariamente non sono stato lì da circa dieci anni e oltretutto l’idea di passare una corta vacanza non mi dispiaceva... tutto iniziò con un volo da Zurigo. Dovete sapere che nel mio set d’igiene personale ho sempre un coltellino; non si sa mai cosa possa succedere in campeggio. Ecco, questa volta ho dimenticato di toglierlo dal bagaglio. La poliziotta all’aeroporto mi lasciò gentilmente notare il fatto, e le risposi succintamente di buttare via quell’utensile. Lei continuò a insistere a tenerlo, affermando che da Zurigo una tale lama non sarebbe stata un problema da quest’aeroporto. La discussione andò per le lunghe. Tagliamo corto: vi è mai capitato che un poliziotto fosse tanto insistentemente libertino per qualcosa che potrebbe essere anche proibito e forse pure problematico per voi?


Londra... qui tutto sembra essere più fluido e veloce, almeno in paragone alla Svizzera. Le mie eroine locali sono senza dubbio le scale mobili; in stazione a Zurigo arrivate di corsa col bagaglio, vi piazzate sul gradino e vi addormentate grazie alla velocità soporifera con cui scivolano quei cosi che dovrebbero aiutarvi ad arrivare più in fretta al piano superiore... a Londra pare di volarci sopra.

Il Bulls & Gate è un pub vicino alla stazione di Kentish Town che è dotato di una sala annessa. Più volte vi passai accanto senza notarlo. La scritta sull’insegna è quasi più grande di me ma non la vidi... forse perché il locale non ha nulla di metallico a parte le rifiniture?

Fortunatamente ho trovato un bed & breakfast nelle vicinanze e posso così raggiungere il locale a piedi in circa dieci minuti. Al mio arrivo la sala in cui avrà luogo il massacro è ancora chiusa. Al bar chiedo una birra e, che sorpresa, il prezzo è poco più elevato rispetto ai dintorni. Tre sterline e mezzo per una pinta sono un costo veramente piacevole. Sorprendo i responsabili della cassa grazie a un agguato teso dalla porta del gabinetto adiacente alla loro postazione. Si difendono con la scusa che sia ancora troppo presto. D’accordo... perché allora si può passare dal cesso direttamente al locale, senza degnare di uno sguardo la porta d’entrata (sbarrata)? Mi piego alla ragione intrinseca di tali misteri occulti ed esco a scambiare quattro chiacchiere con altri presenti. Alcuni di loro penseranno che io sia pazzo per decidere di venire a Londra a vedere un concerto.

L’atrio è molto piccolo davanti al bar della sala, due bancarelle occupano spazio supplementare e c’è poca possibilità di muoversi per attaccare bottone con qualcuno. Questo è comunque quello che credo si possa attendere da un club londinese: buio, relativamente piccolo e rustico.


La serata ci mostrerà le prestazioni di due gruppi londinesi e di uno australiano. Che ci sarà da aspettarsi? Sono curioso di saperlo! I Lvcifyre entrano in scena e, sentendosi a casa, non hanno nessun problema ad aprire le danze. Il pubblico è ancora incompleto e in parte restìo a partecipare davvero ma non congelato. Presto vedo dietro di me qualche testa muoversi. Calma non significa necessariamente disinteresse, no? Il quartetto è definitivamente in vena oggi e coccola il pubblico con dei riff tanto possenti quanto taglienti che compongono il suo death nero. Già ora penso che i musicisti ospitati questa sera si siano motivati fra loro in anteprima. La presenza sul palco è esemplare, anche se il suono lascia un poco a desiderare come poi durante tutta la manifestazione. Spero davvero di aver sentito bene... sono quasi sicuro al 100% che i ragazzi abbiano suonato in chiusura "Dead By Dawn" dei Deicide... il pubblico nel suo piccolo ha partecipato e sostenuto la formazione. Bella prestazione davvero!


"Londinium" pare attaccarci di continuo con armate death metal. Anche i Grave Miasma appartengono a questa frazione e intrigano l’ascoltatore con sonorità molto nere che, impiegando l’immaginazione, li imparentano con gli italiani Mefitic. La preparazione della scena sul palco mi ricorda un poco i Behexen (la versione slavata però). Candele e contenitori pieni di bastoncini d’incenso adorano il palco. Il fumo di quel cazzo d’incenso mi seccherà gli occhi e atrofizzerà le mie vie respiratorie durante quel concerto in un locale chiuso. Molta gente si pigia davanti al palco, testimoniando così la popolarità nella scena londinese di questo quartetto. I presenti mostrano di conoscere a memoria i testi, scandendoli spesso e volentieri. Cosa c’è di meglio per mostrare il proprio sostegno? Questo comportamento caratterizzerà la serata; impressionante! I Grave Miasma devono tenere testa alla prestazione dei loro colleghi Lvcifyre e offrono dunque una scaletta suonata in maniera molto stretta e inesorabilmente priva di pause. Pezzi come "This Tomb Is My Altar" oppure "Gnosis Of The Summon" mandano in delirio i presenti che si spezzano il collo seguendo le note dei loro eroi locali. Londra-Resto del Mondo: 2-0!


Destroyer666... Australia... Commonwealth... il tutto sembra tanto grande e lontano se osservato su una scala mondiale. Ebbene, sono stato assolutamente sorpreso di scoprire che questi ragazzi originari di Down Under abbiano fama ben nutrita, forse anche perché alcuni di loro vivono ora a Londra. Vicino a me un signore della mia età, tipo hooligan e già barcollante, li incita già molto prima dell’inizio: "DEE-STRO-YER-6-6-6!". Lo ignoro; voglio scattare foto e non trovarmi indosso qualcuno che m’incoraggi a partecipare a pozzi o simili. Più tardi costui avrebbe quasi rovesciato il microfono del chitarrista, intravvedendo così il motivo di essere superfluo vicino a un corrispondente di Aristocrazia!


I miei (nostri) eroi entrano in scena... K.K. Warslut passa dal suo ruolo di venditore demotivato a frontman di un gruppo storico! La sua massa di muscoli è impressionante, paragonata alla sua taglia. Il suo entusiasmo per l’alcool durante le feste si mostra tramite una bottiglia di Jack Daniel’s fredda da congelatore e una qualche birra. Puntualizzo che non si dedicherà ad alcuna orgia di bevute oscene. L’obiettivo sarà definitivamente fissato sulla musica. I ragazzi (o signori, vista l’età) si scatenano e già dall’inizio approfittano della miccia da lungo accesa nel pubblico. Non c’è dubbio: K.K. e i suoi colleghi non sono solo seriamente motivati, all’inizio, ma sono il magnete che ha permesso di colmare oggi questo locale londinese. Presto, molto presto, i loro ingranaggi metteranno in moto una macchina satanica guerriera. A circa metà della rappresentazione la chitarra di Shrapnel si perde ed è solo grazie all’intervento del bassista (credo) dei Grave Miasma che il concerto non è interrotto. I colleghi della squadra continuano a suonare qualche giro in attesa che il problema sia risolto, anche per non castrare l’entusiasmo regnante nella platea. "Savage Pitch", "I Am Not Deceived" e, come bis, "Satanic Speed Metal" sono alcune delle tracce che scatenano l’inferno nel Bull & Gate di Londra!

Tre gruppi, elettricità, potenza e rabbia pura! I perdenti sono quelli che non c’erano.

Continua a leggere...

CENERE MUTO - Giambattista Vico


Informazioni
Gruppo: Cenere Muto
Titolo: Giambattista Vico
Anno: 2010
Provenienza: Italia
Etichetta: DNA Collective / Frohike
Contatti: thyminstrel.altervista.org/homecm1.html - dnanetlabel.altervista.org - frohikerecords.com - ceneremuto.bandcamp.com/album/giambattista-vico
Autore: Akh.

Tracklist
I - 1298: Crede'Io Ch'Eo Credette Ch'Io Credessi
2. II - 1349-1353: Summertime (G.Gershwin, I.Gershwin, DB.Heyward)
3. III - 1525: Venezia
4. IV - 1864: Deaf
5. V - 1920: Architexture Delle Lingue

DURATA: 33:42

Edito in formato fisico da Frohike Records (C40 tape, confezione fatta a mano con materiale riciclato, limitato a 70 copie) e distribuito in free download da D.N.A. Collective e Frohike Records. Mi piace iniziare questa visione ai Cenere Muto con questa premessa posta in evidenza sul loro Bandcamp; il perchè è semplice: Libertà, Improvvisazione, Creatività, questa è la sintesi assoluta di "Giambattista Vico".

Come altre forme d’Arte esposte da A. ed E. ci troviamo di fronte ad un’espressione che prende forma dal nulla, se non da un’idea non preconcetta di fare musica, lasciandosi alle spalle stereotipi e clichè. Se ancora si avverte l’influenza teatrale che da sempre contraddistingue i lavori del duo, stavolta dobbiamo ammettere che è solo l’espressività del non schema a fornirci quest’immagine, per darci in pasto cinque brani che sanno fortemente di jazz ("Deaf" ne è una controprova indubbia), contemporaneità e analisi subconscia, in quanto a parte "Architexture Delle Lingue" (brano originariamente affiliato al progetto U.L.S., ma che solamente qui ha potuto esplodere in tutta la sua motivazione) la destrutturazione del veicolo brano è solamente un vestibolo fra la società e gli artisti in questione, passando attraverso la causale letteraria.

Ci troviamo quindi di fronte a frammenti, foto musicali, inadatte a chi non sa indossare abiti leggeri o che non può permettersi dubbi visionari ("Crede'Io Ch'Eo Credette Ch'Io Credessi" mi pare dar subito voce forte in tal senso), per passare ai suoni rivisitati di "1349-1353: Summertime" ma elegantemente contemporanei di Gershwin & Co. in cui nonostante le forti critiche in altri lidi espressi lasciano posto a respiri e ovattate riflessioni su cui farsi semplicemente trasportare, senza l’ansia dell’ansia. Molto suadente anche l’atmosfera generale di "Venezia" che a tratti mi ha riportato alla mente il verbo musicale dei fiorentini Zeph (senza il loro isterismo comunque), un brano che si fa veramente godere per tutti gli otto minuti di lunghezza, in cui sono il frame personalizzato e la visione interiore ad uscire prepotentemente in suoni lievi ed intimi, con alcuni accenni quasi soft rock negli arrangiamenti ritmici, ma che ricreano una tensione affascinante e struggente, quasi come vedere la laguna con gli occhi romantici di un giovane ribelle.

Come accennato "Architexture Delle Lingue" è il brano che più si distacca dal resto in cui gli inserimenti "modernizzanti" si fanno più incisivi, basti vedere la data appresso al titolo per comprendere che l’evoluzione di questo suono è stata calcolata in base ad un’espressiva ben precisa, per quanto sempre libera di crescere indipendentemente. I suoni diventano disarmonici, duri e a tratti nervosi, il tessuto musicale s’incanala in una più precisa connotazione strutturale o comunque meglio identificativa, qui ovviamenti anche i più elastici viaggiatori sperimentatori avranno di che godere grazie ai forti cambi espressivi ed ai contrasti marcati che questo pezzo ha in seno; la percezione di pesantezza aumenta con il passare dei minuti, regalandoci uno spaccato asincrono con il resto del lavoro, ma che ben evidenzia lo stato attuale delle nostre catene artistiche, nevrotiche, acide e frenetiche.

Farei i complimenti alle due etichette per quanto prodotto; "Giambattista Vico" non è di facile assimilazione, chi si diletta con musica mainstream ne stia ampiamente alla larga, perchè potrebbe essere un’esperienza scardinante, dolorosa, mal digeribile; bisogna sapersi integrare con questi suoni per poterne apprezzare la natura non viceversa.

Cenere Muto non è sicuramente silenzio, almeno in questo caso.

Continua a leggere...

HELSLAKT - Corruption


Informazioni
Gruppo: Helslakt
Titolo: Corruption
Anno: 2012
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Bergstolz
Contatti: bergstolz.ch
Autore: ticino1

Tracklist
1. Helslakt Protocol
2. Suppression De La Race Hurbaine
3. La Grande Chasse
4. Cosmoagonie
5. Létal Orviétan
6. Sainte Démence
7. Complaisance Dans La Corruption

DURATA: 39:21

Non mi aspettavo neppure che nella città e repubblica di Neuchâtel esistessero delle formazioni black metal. Gli Helslakt hanno avuto una carriera molto ristretta, circa sei anni dalla fondazione nel 2006, che ha dato luce a qualche demo e due dischi. L’ultimo, uscito quest’anno, è il tema di questa valutazione. Il materiale contenuto è il frutto di un lungo triennio compositivo terminatosi nel 2010.

La copertina del CD è molto sobria e porta i testi in francese della formazione. Per la cronaca credo che sia necessario ricordare la pluralità linguistica svizzera. Neuchâtel giace nella parte occidentale, francofona. Le parole del gruppo sono piene di negatività e descrivono parecchie situazioni che conducono alla demolizione della mente umana. Solitudine e tossicodipendenza sono solo due dei soggetti trattati.

La prima differenza che noto paragonando queste note con quelle di altre uscite elvetiche è il disinteresse per il black norvegese. Gli Helslakt si muovono sempre in Scandinavia ma tralasciano i classici, tessendo trame nere come la pece intrise di death e a volte thrash, strizzando l’occhio alla Svezia. Il risultato è un disco molto bombastico e a volte marziale con parti che sono magnifiche per scuotere la testa. Quasi ossessivamente Ardelean scandisce le sue frasi straziate, senza perdere l’occasione per ricordarti la negatività e l’inutilità della nostra esistenza. La canzone "Létal Orviétan" è una di quelle che mostra un bel gioco fra strumenti che s’inseguono e una voce adirata al loro seguito; essa è, secondo me, una delle più riuscite con la sua pesantezza.

Varietà e indole negativa caratterizzano "Corruption" che, sì lo ammetto, non pretende di mostrare d’aver inventato l’acqua calda. Si muove però in una direzione che è spesso dimenticata dalle formazioni moderne. La Bergstolz ha limitato la produzione a 500 copie, allora che attendete?

Continua a leggere...

RITUALS - Rituals


Informazioni
Gruppo: Rituals
Titolo: Rituals
Anno: 2012
Provenienza: Phoenix, Arizona, U.S.A.
Etichetta: Replenish Records
Contatti: facebook.com/ritualsphx
Autore: Advent

Tracklist
1. Cognitive Dissonance
2. Kubler-Ross Model
3. Induced Compliance Paradigm
4. Takotsubo Cardiomyopathy
5. It Was All Very Sudden

DURATA: 44:24

Quanti nomi stiamo vedendo passare ultimamente dietro l’etichetta post-metal? I Rituals non sono i primi e non saranno neanche gli ultimi, ma c’è un motivo in più per ascoltare loro?
La prima nota positiva sta nell’oscurità della proposta. Post-rock? Se proprio ce ne deve essere i Rituals lo vogliono far arrancare lentamente, con una ripetitività volta ad intrecciare con le nostre percezioni un rapporto intimo, verso un epilogo melmoso, dall'interno del quale l’unica luce proviene da piccole fessure tra le possenti ma marce cortecce di cipressi calvi che oscurano anche la notte. Musicalmente lo stile non è nuovo, le atmosfere sono simili a quelle create da gruppi come Overmars, HKY, Nahrayan, Forgotten Tomb. Le inclinazioni sullo stoner/drone ricordano i Bongripper, la voce è satura come quella degli Indian o dei This Gift Is A Curse anche se molto più bassa e soffocata.
I pezzi sono dotati di calma apparente pronta a volatilizzarsi grazie a riffoni cavalcati da chitarre fischianti, la voce di un uomo che si contorce durante uno strangolamento, e poi: gli strumenti che descrivono lentamente la marcia remota e silenziosa della natura trasmettendo il formicolio sottoterra delle radici sepolte. Sarebbe sbagliato nominare una canzone specifica, sono tutte legate da una ragnatela invisibile ad una certa luce ma sapientemente architettata.
Un esordio retto da colonne semplici, ma dotate di scanalature profonde sulle quali è cresciuto del muschio, sul quale strisciano gatte pelose.
La cosa più piacevole per gli amanti di questa ultima ondata doom continua ad essere l’estetica del suono: perfidamente buio. Come i Rorcal che appaiono sempre più malefici, anche i Rituals sono impregnati di un interesse esoterico che mesto alla malinconia li rende “totally black”; non siamo ai livelli compositivi dei Suffocate For Fuck Sake o dentro i tunnel dei Terra Tenebrosa, i Rituals masticano più sludge che altro, ma come primo full-lenght si sanno già far valere. Volete proprio un assaggio di questo self-titled? Prendete questo full-lenght, lasciate che il terremoto doom/post-hardcore parta dalla vostra testa, lasciate che si propaghi nell’aria della vostra stanza, lasciate che le pareti cadano a pezzi, non mettetevi ad osservare passivamente l’universo che trema con voi, siate un tutt'uno con la musica. E ancora: fatevi una bella canna. Qua di stordimento ce n’è per tutti.

Continua a leggere...

GRIM - Masturbating Zombie


Informazioni
Gruppo: Grim
Titolo: Masturbating Zombie
Anno: 2011
Provenienza: Abruzzo, Italia
Etichetta: Necrotorture Live & Promotions
Contatti: grimrocks.com - facebook.com/grim.officialband
Autore: Bosj

Tracklist
1. Nightmare Castle
2. My Black Widow
3. Society
4. Venomous
5. Premature Burial
6. Cutting
7. Breathless
8. Painful
9. Inferno
10. It's Better To Be Buried
11. The Dead Are After Me
12. Beverly Hells

DURATA: 35:26

Anche stavolta parliamo di un disco uscito l'anno passato: "Masturbating Zombie", datato agosto 2011, è il secondo full lenght del trio abruzzese Grim e, chiariamo in partenza, è un disco con le palle. Il filone heavy/rock a tematica orrorifica negli ultimi anni ha conosciuto un revival, anche e soprattutto grazie al successo di acts come i Lordi, e il rischio di imbattersi in una band molto scenografica tuttavia poco "concreta" è purtroppo alto. Fortunatamente, nulla di più lontano da quanto invece rappresentano i Grim. I tre ragazzi, Alex Grim al microfono e alle chitarre, Grave Rob al basso e Mark Mastiff alle pelli, scelgono di proseguire lungo la via tracciata da capostipiti dell'horror rock come Steve Sylvester in maniera personale e, cosa più importante, divertente. Tutto, nel disco, dagli assoli, ai testi, alle foto, all'artwork stesso (bellissimo, nel caso non ve ne foste accorti, e dello stesso livello le immagini interne al digipak e al booklet) fa intendere quanto i Grim si divertano a fare quello che fanno, e la loro goliardia non fa altro che aumentare il valore di un disco che fa dell'ironia il suo punto di forza.
La musica in sè, va detto, se analizzata e decontestualizzata, non è nulla di nuovo: un riffing heavy bello quadrato, assoli (di quattro e sei corde) tamarri che fanno capolino qua e là, qualche cavalcata in up-tempo, una batteria solida a supportare il tutto, e il gioco è fatto, la formula è rodata. Tuttavia l'analisi "razionale" in questo caso lascia il tempo che trova: le soluzioni imbastite dai tre sono ottime, nella loro semplicità non scadono mai nel banale e i dodici brani, complice la durata mediamente breve, scorrono che è un piacere. Non stupitevi, anzi, se vi ritroverete in macchina a canticchiare "My Black Widow" o "Beverly Hells" senza nemmeno accorgervene: l'inno hard'n'heavy è la dimensione naturale dei Grim.
L'unico appunto che mi sento di muovere al lavoro finale è la mancanza di alternative nelle parti di chitarra: una maggiore varietà nei riff permetterebbe una diversificazione ben maggiore tra i diversi pezzi, donando loro ancor più personalità. Chiaramente, essendo un trio, di più non si può chiedere.
Un'ultima nota, positivissima, per la produzione: il disco suona che è un piacere, pulitissimo in ogni sua parte e perfettamente mixato. Anche in questo caso il gruppo ha scansato l'enorme burrone della produzione iper-plasticosa che tanto sembra andare di moda nelle proposte meno estreme.
Per tutti gli amanti del sano intrattenimento, seguite il consiglio del dottore: "After midnight have a snack / pop-corn, beer and chicken legs / take a chair and watch the mess" ("Beverly Hells").

Continua a leggere...
Aristocrazia Webzine © 2008. Design by :Yanku Templates Sponsored by: Tutorial87 Commentcute