Informazioni
Gruppo: Before The Fall
Titolo: Antibody
Anno: 2012
Provenienza: Austria
Etichetta: Noisehead Records
Contatti: facebook.com/pages/BEFORE-THE-FALL/105753348216
Autore: Mourning
Tracklist
1. Prepare Thy Way Before Thee
2. Fucked Up World
3. Burden Of The Past
4. Destroy
5. On Your Knees
6. Crucified Perdition
7. Blood Tsunami
8. Go To Hell
9. Becoming The Enemy
10. Never Been Born
11. Warcry
12. Antibody
DURATA: 50:42
Il metal moderno fa male alla salute del metallaro? In molti la pensano così, il motivo è strettamente connesso alle scelte poco "metal", troppo scontate, piatte o in direzione pop, che fanno storcere il naso. Vi sono però casi in cui metti su un disco di matrice "groove" datato 2012 e non puoi fare a meno di dire: che botta!
Gli austriaci Before The Fall sono probabilmente quella che potrei definire una rivelazione all'interno di un panorama di stampo "metalcore" che fa sempre più schifo. Le mazzate inflitte dal quintetto capitanato dal cantante Michael Kronstorfer sono pesanti come mattoni all'interno di un miscuglio che li vede coniugare death (melodico o meno che sia) e thrash per l'intera esecuzione del debutto "Antibody".
Il disco in questione è già stato distribuito nel 2011 tramite Twilight Vertrieb, una volta entrati a far parte del roster dell'etichetta connazionale Noisehead, vede però nuova vita e dato che non avevo avuto modo di ascoltarlo è stata una fortuna.
La prima cosa da notare è come la tracklist sia stata riassestata, non combacia con quella precedente, l'album inizia difatti subito in quarta, bombardando con "Prepare Thy Way Before Thee" e "Fucked Up World", mentre l'altra versione aveva la titletrack e "Becoming The Enemy" come pezzi posti in apertura. Viene sfoderata un'aggressività costante da parte della coppia d'asce composta da Rudolf Obermann e Ljubo in episodi quali "Destroy" e "Becoming The Enemy", "Crucified Perdition" si fa apprezzare per l'imposizione melodica innestata, "Blood Tsunami" per le varianti sinfoniche oscure.
Dopo un paio di giri nel lettore emerge la cura con la quale la band ha permesso all'odio espresso dai brani di essere supportato a più riprese da una componente atmosferica non di poco conto (ascoltate ad esempio "Burden Of The Past" e la parte centrale di "On Your Knees") e come l'utilizzo dei break-down e degli stacchi — solitamente divenuti la "croce" dolorosa che le uscite del genere si portano dietro — sia stato studiato in maniera certosina.
Non voglio assolutamente affermare che ci troviamo dinanzi a un lavoro "nuovo", le frecce in dotazione all'arco dei Before The Fall le conosciamo ormai da tempo, è però vero che "Antibody" ha ricevuto le cure adeguate sotto ogni punto di vista e le fasi di produzione e master (delle quali è stato incaricato Tue Madsen) confermano la professionalità degli austriaci, che sprigionano potenza tramite una pulizia sonora non sterile, tuttavia un appunto si potrebbe comunque fare.
Alle volte ci si imbatte in una certa monoliticità che limita la capacità delle tracce di conquistare tramite i dettagli ed è un peccato visto che i musicisti sono bravi nell'immettere all'interno del flusso sonoro l'assolo al momento giusto e ad aggiungere striature multiformi che dovrebbero invece esaltare e non essere relegate in un angolo.
I Before The Fall sono dei detonatori che attendono solo di essere attivati e "Antibody" è il loro esplosivo, sono sicuro che i puristi troveranno sempre e comunque una scusa per non offrire una chance a una formazione che suona così "nuova", eppure anche solo per curiosità, o per fare il bastian contrario se preferite, vi suggerisco di provarci.
Coloro i quali invece ritengono la miscela musicale degna d'attenzione troveranno pane per i propri denti, l'ascolto va sparato nello stereo a tutto volume e sono sicuro che il vicino di turno vi ringrazierà!
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Gruppo: GrimNote
Titolo: Screaming Underground
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Ghost Records
Contatti: facebook.com/pages/GrimNote-Rock-band-page/220414974676091
Autore: Mourning
Tracklist
1. Screaming Underground
2. Pirati
3. Mistery
4. 27 Coffees
5. Burning My Sky
6. La Meta Lontana
7. Beautiful Tits
8. Mirando El Mar
9. Sad Reality
10. Crow Will Come
DURATA: 46:25
Le buone intenzioni vanno sicuramente premiate, questo è stato il pensiero finale dopo aver ascoltato un paio di volte il debutto dei GrimNote, giovane formazione nostrana interprete di un più che discreto hard rock con aperture sonore anche in territori musicali più leggeri.
La formazione veneta mostra una notevole maturità strumentale, di aver lavorato sodo in fase di arrangiamento e di essere stata particolarmente attenta all'operato dietro il mixer svolto da Riccardo Damian. Il risultato ottenuto con il debutto "Screaming Underground" detta così potrebbe sembrare dei più positivi, purtroppo i musicisti devono fare il conto con un'ispirazione altalenante.
Formalmente come dicevo non hanno granché da farsi perdonare, il disco però "ballonzola" ripetutamente, passando da episodi convincenti in toto come la titletrack, "Mistery" (pur se leggermente melensa è ricca di fascino) e "Sad Reality", ad altri che "rendono" a un buon 70% come "Burning My Sky", "27 Coffees", "Beautiful Tits" e "Crow Will Come" e altri ancora che invece ti fanno un po' storcere il naso, vuoi per una musicalità poco interessante e non si sa per quale motivo latineggiante (si veda "Mirando El Mar"), per un ritornello che ne abbassa il livello di presa (cosa che avviene in "Pirati", se non fosse per quello la canzone sarebbe molto più che buona) e la fruibilità radiofonica forse un po' troppo "facilona" di "La Meta Lontana".
Quello che manca a "Screaming Underground" è l'amalgama, sembra che i GrimNote vogliano accontentare tutto e tutti sparando in più direzioni, così fra una virata grunge, una al panorama italiano e una verso sonorità medio-orientali si perde in parte il bandolo della matassa.
È un peccato perché la voce dai toni scuri di Edoardo Fusaro piace, il chitarrista Giovanni Bergamin è un buonissimo riffmaker e solisticamente conferma che i GrimNote hanno voglia di fare le cose sul serio. La preparazione insomma non manca e l'ennesima riprova arriva dal comparto ritmico che vede Antonio Isca e Marco Zanini, rispettivamente al basso e alla batteria, fornire un apporto solido e ben orchestrato. Possiamo quindi scommettere su questi ragazzi?
I presupposti per rilasciare degli album di valore qui ci sono davvero tutti, un ottimo supporto viene offerto dal tastierista Alessandro Moro nell'adornare i brani (alle volte con lo stesso produttore Damian a dare una mano), sarebbe il caso quindi di inserire in pianta stabile uno strumentista che ricopra quel ruolo. Inoltre fissarsi in testa un punto per tracciare poi una ideale linea guida da seguire, affinché avvenga quel salto di qualità che consentirebbe la realizzazione di un lavoro esente dalle montagne russe qualitative qui presenti.
Il tempo è dalla loro, la voglia non manca e la fiducia del sottoscritto neanche, auguro ai GrimNote di sistemare il tiro e di poter ascoltare un secondo album che cancelli le mie perplessità. Nell'attesa un altro giro a "Screaming Underground" non lo nego. In bocca al lupo ragazzi!
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Gruppo: Echoe
Titolo: Echoe
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/echoeband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Kornishawn
2. Illusions
3. Stoned Dog
4. Undefined Blood
5. And Now...
6. ...The Statue Burns
7. Captive
8. Indiana Jones
9. Feats Divine
10. Time
11. Restless
DURATA: 52:42
Si parla continuamente di una scena musicale che decade, di un mondo artistico in crisi di vendite e volontà, eppure chi segue siti come il nostro avrà potuto constatare che non è proprio così. Il mainstream probabilmente risente di una assenza quasi totale di contenuti, l'underground potrà anche arrancare per mancanza di fondi, ma la volontà di far musica e produrre ciò che si ama con passione non è mai venuta meno, ha forse soltanto faticato nel mettere la testa fuori da un recinto fatto di soluzioni pre-impostate che ritorna ciclicamente a ostacolarne il vissuto, questo sì.
Il rock è probabilmente l'arma più potente e duttile che l'arte in note possieda, domarlo è impossibile, farlo morire non se ne parla, non esistono barriere linguistiche né carenze strumentali che possano frenarlo, che una band sia inglese o del Bangladesh sono ritmo e dedizione frequentemente a fare la differenza.
Da un territorio a noi notissimo per la sua folta presenza metallica arrivano gli Echoe, la formazione polacca ha atteso il 2012 per pubblicare il primo disco omonimo, registrato e a quanto sembra già pronto sul finire del 2010.
Come si presentano questi musicisti? Con un album affascinante e vario, la loro miscela sonora è decisamente ampia, attingono da frequenze progressive, psichedeliche, funky e grunge racchiuse in oltre cinquanta minuti di musica che si espone in un paio di occasioni ad alcuni dejà-vu causati dalle influenze palesi di artisti quali Pink Floyd, Faith No More e derivati dai progetti di Patton, Pearl Jam e R.H.C.P. (ovviamente vecchi); e ne potrei aggiungere altri ancora quali Dream Theater, Meat Puppets, Jeff Buckley, Pj Harvey e Crush Test Dummies (qualcuno li ricorderà, divennero famosissimi per la hit "Mmm Mmm Mmm Mmm"). Tutti questi nomi sono ben assortiti e gli Echoe sono abili nell'evitare di divenire una mera raffigurazione in formato collage dei gruppi nominati. La loro personalità è infatti presente, non dirompente tuttavia in quantità sufficiente per spezzare il legame che frequentemente rende asserviti album così "voluminosi" a coloro che "ci sono già stati".
"Echoe" all'ascolto pare tutto fuorché una prova d'inizio carriera, è particolarmente "adulto" nel suo modo di connettersi con chi vuole riceverne il contenuto, la prestazione strumentale e compositiva sottolinea la bravura della band nel farsi coinvolgere da più di uno stile per volta, mantenendo sempre "intatto" il bandolo della matassa sia negli episodi altamente carichi di pathos emotivo — è fantastico il brillare malinconico retrò emesso da "Captive" — sia nelle situazioni in cui fa la sua comparsa un delirante desiderio di divertirsi, pur se la situazione rimane comunque rilassata, e in questo caso un pezzo in stile "Indiana Jones" è perfetto per rappresentarlo.
L'altalena di emozioni con la quale si dilettano è seducente, alquanto fruibile in molteplici circostanze, un pezzo brioso e capace d'iniettare buon umore qual è "Stoned Dog" bluesy — dal basso pulsante e condito dal suono dell'hammond — trova il suo naturale contraltare nel grigiore malinconico di una "Feats Divine" nella quale condividono lo spazio momenti metallizzati e altri acustici; le vibrazioni scoppiettanti dell'opener dall'alto tasso funky "Kornishawn" saranno contrastate piacevolmente dall'atmosfera da ballata di "And Now..." che si propagherà infettando anche la successiva agrodolce "...The Statue Burns", orientata a favorire le sensazioni cupe del suono di Seattle.
Quella degli Echoe è un meccanismo che gira alla perfezione, oliato a dovere e che con tutta probabilità, pur possedendo dei mezzi utili anche a farsi largo nel settore radiofonico o di larga scala (penso a Mtv), proprio per le sue fattezze in parte elucubrative e una dimensione "commerciale" molto anni Novanta, difficilmente verrebbe apprezzatp dal popolo della musica da "fast food".
Non mi dilungherò oltre, giusto il tempo di porgere i miei complimenti al cantante e chitarrista Michal Szablowski, la cui prova dietro al microfono è fra le migliori che abbia avuto modo di ascoltare ultimamente, è sempre sul pezzo e veramente bravo nel modulare l'impostazione delle linee in maniera tale da entrare in contatto con lo stile a cui in quel frangente sta dando voce.
In un periodo nel quale il modello rock alternativo da Virgin Radio e le baracconate pseudo intellettualoidi sembrano non mollare la carovana dei vincenti, per nostra fortuna c'è ancora chi s'impegna nel dar vita ad album audaci, composti con perizia e che facciano trasparire l'esistenza di un cuore pulsante che batte nelle loro note; questo sono gli Echoe, consigliati non solo a chi ama il rock, bensì a tutti coloro che amano la buona musica.
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Gruppo: Komah
Titolo: Beetween Vice And Virtue
Anno: 2012
Provenienza: Belgio
Etichetta: Spinal Records
Contatti: facebook.com/komahofficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Birth
2. One After The Other
3. Breaking Horns
4. A Humbling Experience
5. The King of Raptors
6. Last Way To Cerberus
7. Beyond The Limits
8. Destiny Written In Blood
9. Hidden Sacrifice
10. The Hunt
DURATA: 40:53
Premessa: per quanto gli ultimi lavori dei Machine Head siano esaltati dalla massa in genere, il sottoscritto li trova altamente pallosi, ne odia i ritornelli orecchiabili e quelle "sviate" melodiche adolescenziali, li reputo morti da una vita e mi auguro che un giorno riescano a convincermi del contrario. Chiusa premessa: possiamo iniziare a discutere dei Komah.
La band belga fondata nel 2009 dal chitarrista Luigi Chiarelli è una delle tante che propone il cosiddetto sound post-thrash odierno, con la formazione di Flynn a esserne la chiara ispirazione principale e purtroppo con la figura dei Trivium che si affaccia di tanto in tanto. Abbiamo quindi a che fare con un album, "Beetween Vice And Virtue", che formalmente se la cava bene spingendo, "grooveggiando" e com'era alquanto prevedibile concedendosi quelle aperture moderne e che favoriscono intrusioni di stampo melodico internamente ai brani; fortunatamente devo riconoscere una sostanziale assenza di melassa e sin qui nessun tipo di problema o remora particolare, l'ascolto fila liscio e scandito da una buonissima prestazione per ciò che concerne impatto e intensità.
Con il passare degli ascolti però si incrociano schemi compositivi ormai triti e ritriti, ben assemblati, su questo c'è poco da dire, tuttavia sulla lunga distanza ciò che ne rimane è poco.
Andando per esclusione, esaltando i lati positivi di "Beetween Vice And Virtue" racchiusi nelle dinamiche percussive di brani come l'opener "The Birth" e "Beyond The Limits", nella collaborazione con due membri dei Pro-Pain (il fondatore Gary Meskil, cantante e bassista del gruppo statunitense e il chitarrista Adam Phillips, entrato a farne parte nel 2011) in "The King Of Raptors", che è davvero una bella padellata, e nell'ottima prova dietro al microfono del cantante Leny Andrieux, efficace sempre e comunque, il contorno è caratterizzato da un già sentito che si ripete e ripete.
Il lavoro chitarristico di Chiarelli è perfettamente dedito a creare riff nello stile, la solistica fa il suo senza strafare, in pratica il compito è svolto con pulizia; una nota lieta è la produzione decisamente adatta, ma il risultato come si usava dire durante il periodo da militare è un "tutto a posto e niente in ordine" che non ti cambia di una virgola la giornata.
Le doti in possesso dei Komah sono più che discrete, le armi devono però essere affinate per provare quantomeno a rivolgere lo sguardo al di fuori di un recinto compositivo divenuto oggigiorno sin troppo limitante.
Ovviamente coloro che seguono con passione e interesse questa frangia della scena thrash non potranno che trovare piacevole un disco come "Beetween Vice And Virtue", se siete tra questi la proposta dei musicisti belgi vi sarà di lieta compagnia.
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Gruppo: Bad Brains
Titolo: Into The Future
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Megaforce
Contatti: facebook.com/badbrains
Autore: Mourning
Tracklist
1. Into The Future
2. Popcorn
3. We Belong Togheter
4. Youth Of Today
5. Rub A Dub Love
6. Yes I
7. Suck Sess
8. Jah Love
9. Earnest Love
10. Come Down
11. Fun
12. Make A Joyful Noise
13. MCA DUB
DURATA: 37:32
I Bad Brains sono sempre stati una formazione particolare, definirli unicamente "hardcore" è un limite, anche se è innegabile che siano fra i pionieri del genere e lo stesso Henry Rollins degli immensi Black Flag ne abbia spesso e volentieri decantato le lodi.
Limite già, perché la band rastafariana ha avuto un'evoluzione personale che l'ha resa unica e distinguibilissima grazie alle influenze reggae, dub, jazz e alle scorribande metalliche. Ascoltando quelli che vengono reputati i capitoli fondamentali del progressivo cambio di direzione stilistica ("Rock For Light", "I Against I" e "Rise", quest'ultimo contestatissimo dai fan di vecchia data), avrete all'orecchio tre versioni difformi di ciò che erano.
Il 2012 rivede la band nuovamente con la formazione originale: H.R. alla voce, Dr. Know alla chitarra, Darryl Jenifer e Earl Hudson rispettivamente al basso e alla batteria; e con un nuovo disco, "Into The Future", pronto a coinvolgere.
Il titolo è a mio avviso fuorviante, infatti mettendo su l'album sembra di rivivere il "Back To The Future" nel quale Marty McFly, personaggio interpretato da Michael J. Fox, compie un viaggio a ritroso nel tempo.
La proposta degli statunitensi guarda decisamente indietro, agli anni Ottanta che li hanno visti particolarmente attivi in termini di sound e l'impatto è dirompente grazie dapprima alla ritmata titletrack, nella quale i musicisti sono abili nell'allentare la presa rendendola mefitica e poi ripartire in corsa, per poi slanciarsi nella successiva e affascinante "Popcorn". Ditemi in quanti di voi ascoltando questo pezzo si saranno detti: "Anthony Kiedis facci un favore, prendi nota"; i Red Hot Chili Peppers forse udendola potrebbero rendersi conto di quanto facciano schifo odiernamente.
Il quartetto è veloce e irriverente in brani come "We Belong Togheter", "Yes I" e "Fun", ballabile in "Jah Love", deciso e prestante in "Earnest Love" e solare, quasi sornione in "Make A Joyful Noise". Gli anni, i vari scioglimenti e i rientri sulla scena, la sensazione che alti e bassi l'avessero avuta vinta pare non abbiano pesato sulla loro vena artistica che in questo lavoro sembra florida, magari non brillante come lo era nei momenti topici, ma ispirata quanto basta a consegnarci un lavoro che sa il fatto suo.
"Into The Future" è talmente old school da essere tremendamente attuale, non si è mai certi di cosa i Bad Brains possano tirar fuori dal cilindro, in questo caso è un regalo indirizzato ai fan che non li hanno mai mollati, non c'è però nostalgia, il loro passato è il futuro che avanza, voi ne volete far parte? Premere "play" vi sarà sicuramente d'aiuto.
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Gruppo: Dark Season
Titolo: Cruel Domination
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Dark-Season/294933253259
Autore: Mourning
Tracklist:
1. Shadow Of The Evil
2. Interceptor
3. Groom Lake
4. Final War
5. Channel 666
6. Fight The Day
7. Going Down
8. This Cruel Domination
DURATA: 40:35
I Dark Season sono una formazione bolzanina dalle indubbie capacità, ma alla quale manca ancora una dote fondamentale per fuoriuscire dalla massa: la personalità.
Intendiamoci, non parlo di offrire delle composizioni che brillino per innovazione o svelino chissà quale arcano mistero celato dietro soluzioni mai giunte all'orecchio, in questi anni è soprattutto il modo con il quale si propongono scelte magari note, tuttavia dando loro un'impronta propria assemblandole e gestendole, a fare la differenza tra una band da "sei fisso in pagella" e una che aspira a una promozione a pieni voti.
Ascoltando l'album di debutto dei Nostri, è palese che sia stato concepito da musicisti preparati e in possesso di una conoscenza del metal ampia e che volutamente guarda in più direzioni. La base mostra influenze heavy/thrash che si spingono in più di una circostanza oltre il loro territorio, affondando in ambito thrash/death, con la melodia a divenire un orpello importante e onnipresente in un sound arricchito ulteriormente dal buon apporto offerto dalle intrusioni elettroniche, quasi sempre relegate però nelle retrovie, e tastieristiche.
Il sestetto — pur seguendo in maniera ossequiosa le impronte musicali impresse da più artisti (tra l'altro riconoscibilissimi), dai Metallica ai Megadeth, dagli In Flames e Arch Enemy ai Children Of Bodom, ma ve ne verranno in mente anche ulteriori — trova comunque il modo di farsi apprezzare con brani robusti e intensi quali "Shadow Of The Evil", "Interceptor" e "Channel 666", e altri maggiormente melodici come nel caso di "Going Down".
"Cruel Domination" non annoia né fa sobbalzare dalla sedia, si mantiene costantemente su livelli sufficienti/buoni che permettono al disco di risultare gradevolmente fruibile, ma al tempo stesso fanno risaltare l'assenza di zampate vincenti, insomma il freno a mano è tirato.
Cosa ci possiamo attendere dai Dark Season? Con le qualità messe in campo sinora, chiedere di più è d'obbligo, devono per forza metterci un po' d'anima propria e osare nel rompere gli schemi, devono tirarsi fuori da un modo di comporre che non si scosta di un centimetro da un riproposizione pedissequa di ciò che amano. In caso contrario il rischio è quello di rimanere ingabbiati nella lande di mezzo dei "vorrei, ma non posso" e sarebbe davvero un peccato, in bocca al lupo ragazzi!
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Gruppo: Scent Of Death
Titolo: Of Martyr's Agony And Hate
Anno: 2013
Provenienza: Spagna
Etichetta: Pathologically Explicit Recordings / Sevared Records
Contatti: facebook.com/scentofdeathmetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. Awakening Of The Liar
2. The Enemy Of My Enemy
3. Ego Te Provoco
4. Feeling The Fear
5. A Simple Twist Of Fate
6. Man Kills, God Too
7. The Father's Sins
8. The Sleeper Must Awake
9. Sear Me In A Sea Of Snakes
DURATA: 39:26
Gli Scent Of Death non sono un nome nuovo all'interno della scena death, la formazione spagnola si era presa un bel periodo di pausa dopo aver pubblicato l'ep "Entangled In Hate" nel 2002 e il primo album "Woven In The Book Of Hate" nel 2005, sono infatti dovuti trascorrere sette anni circa per avere la possibilità di ascoltarne il successore, finalmente "Of Martyr's Agony And Hate" è stato dato alla luce.
Sono anticristiani, brutali e cattivissimi, questi iberici hanno piazzato nove martellate che inchiodano nuovamente il Cristo in croce, le influenze sono palesemente statunitensi, troviamo nomi tutelari quali Immolation e Morbid Angel seguiti a ruota da Hate Eternal, Deicide e qualche sprazzo e più di Suffocation e Origin sparsi qui e là a reggere le sorti di un disco che smantella l'udito grazie a una prestazione strumentale solidissima, a una vena compositiva più che discretamente ispirata e a un cantato che neanche tanto celatamente ricorda quelli dei mitici Ross Dolan, Eric Rutan e Glen Benton.
Signori siamo lì, nella zona che fa male, che lascia il segno e ci fa godere di più, nell'area che comprende il death metal che adoriamo da sempre interpretato in maniera spaccaossa e malvagia così come dovrebbe sempre esser fatto.
Non ci sono attimi di pausa, la scaletta infila un'emozione negativa dietro l'altra, la pressione assecondando l'incedere dei pezzi tende a compattarsi utilizzando sfuriate schiaccia-crani o alimentando brevi aperture nelle quali si condensano rabbia e livore.
Che gli Scent Of Death siano una band a oggi molto più capace e tecnicamente migliore rispetto al passato lo chiarisce sin da subito la stupenda opener "Awakening Of The Liar" — sì, ho pensato subito alla mazzata degli Hate leggendone il titolo, del resto i polacchi una volta avevano la salutare abitudine di produrre dischi di questo stampo e non le stronzate filo-Behemoth plastificate alle quali si sono dedicati da un quinquennio a questa parte — incalzando incalzando con un riffato non solo prestante e minaccioso, ma che evidenzia quanto la coppia di chitarristi composta da Bernardo Estévez e Jorge Fernández sia affiatata e abbia curato attentamente le rifiniture dei dei brani.
Questo aspetto si nota in maniera ancor più particolareggiata in "Man Kills, God Too", non mettendo però di lato la parte belluina che esplode cinica e bastarda in "Feeling The Fear" e aumentando il tasso atmosferico con la breve e indovinata strumentale "The Sleeper Must Awake" posta a dare il là al carro armato conclusivo dal titolo "Sear Me In A Sea Of Snakes".
"Of Martyr's Agony And Hate" è una bestemmia in musica dotata di un lavoro dietro al mixer di tutto rispetto, il cui operato contribuisce a demolire il divino.
Non fanno poi di certo eccezione i testi — ok, qualcuno potrà argomentare dicendo che si fa un bel "girotondo" tematico su cliché ormai strabusati ed è vero, tuttavia con le note malevole prodotte dalla compagine si sposano alla grande) — e le soluzioni grafiche per cromatica e scelte iconoclastiche, abbiamo quindi una degna rappresentazione a 360° di ciò che significa vivere e alimentarsi con questo tipo di musica.
Citando il booklet degli Scent Of Death: "Where is your god now?", probabilmente sarà stato abbattuto dalla violenza contenuta nel disco, motivo per cui con gioia premo nuovamente "play" e consiglio calorosamente agli amanti del genere di entrare in possesso di "Of Martyrs's Agony And Hate", è salutare.
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Gruppo: A-II-Z
Titolo: The Witch Of Berkeley
Anno: 2011
Provenienza: Gran Bretagna
Etichetta: Krescendo Recods
Contatti: non disponibili
Autore: ticino1
Tracklist
CD 1
1. No Fun After Midnight
2. Lay Down
3. Walking The Distance
4. Glastonbury Massacre
5. Danger U.X.B.
6. The Witch Of Berkeley
7. Last Stand
8. The Romp
9. The King Is Dead
10. No Fun After Midnight [single version]
11. Treason [single b-side]
12. Valhalla Force [single b-side]
13. I'm The One Who Loves You [single]
14. Ringside Seat [single b-side]
CD 2 (BBC Friday Rock Show)
1. S.O.S.
2. Rest In Peace
3. Walk A Distance
4. U.X.B.
5. The Witch Of Berkeley
DURATA: 86:13
Approfitto dell'occasione per riprendere un tema a me tanto caro, la NWOBHM. Vi presento l'antologia degli storici AIIZ, formazione di Manchester fondata nel 1979 dai fratelli Owens. I ragazzi si trovarono al posto giusto nel momento giusto, incassando così un bel contratto presso la Polydor. Il movimento nato in Gran Bretagna ha più tardi vissuto un nuovo revival spinto dal Web 2.0 e ha portato alcune case discografiche a ristampare su licenza (o anche no...) lavori ormai difficili da trovare in versione originale o comunque impagabili per un consumatore comune.
Il doppio CD della Krescendo Records si presenta con la stessa copertina dell'ellepì uscito nel 1981 che mostra la bella signorina semi nuda. Contiene come bonus i singoli e lo spettacolo registrato durante uno dei mitici Friday Rock Shows della BCC. Nel libercolo John Tucker, autore profondo conoscitore della NWOBHM, ci racconta su qualche pagina la storia del gruppo; il tutto è completato da alcune immagini. "The Witch Of Berkeley" fu inciso in concerto ed è l'unico LP dei ragazzi. Vi chiederete perché il lavoro non fu registrato in studio? Beh, principalmente si tratta di una questione economica; i musicisti si presentavano comunque al pubblico e catturare le note durante una tale sessione richiede ancora oggi poco personale, si risparmia così anche l'affitto di un locale attrezzato. L'atmosfera live è stata catturata in maniera eccellente, a volte ho la sensazione di essere davvero in sala, e la qualità sonora la considero migliore di quella dei pezzi suonati presso la BBC contenuti nel secondo CD; lì, infatti, il basso è molto prominente e le note sono impastate.
Vi attendono momenti heavy pieni di brio che vi trascineranno durante tutta la durata del disco. Lo stile è molto segnato dagli Anni Settanta, ma tenta una spaccata in direzione degli Ottanta con tracce molto pesanti, tracce che incitano a scuotere il capo al loro ritmo vivace che forse ricorderà un poco anche gli Scorpions (non quelli delle ballate) e raramente i primi Motorhead. Quello che era il lato B del vinile originale si apre con la canzone che dà il titolo al disco, "The Witch Of Berkeley"; al più tardi a questo punto anche l'ascoltatore più scettico si lascerà pigliare dall'intensità delle scale che scacciano ogni stanchezza e il cattivo umore. La ritmica è senza dubbio il punto forte del gruppo e la voce decisa di Dave Owens ha il timbro ideale per legare il tutto in un ottimo amalgama metallico. Il dischetto è completato dalle canzoni dei singoli usciti nel 1981 in cui ritroviamo note sentite nel concerto, dei piacevoli déjà-vu che sono allo stesso tempo da considerare inediti, vista la rarità del materiale.
Non so che altro dirvi... scoprite gli AIIZ, se non li conoscete ancora, e approfittate di un piccolo pezzo di storia fortunatamente ripreso e presentato in maniera curata. La Krescendo Records onora così una formazione che è scomparsa fulmineamente dalla scena metal. Nel 2006 è stata pubblicata dalla Majestic Rock anche una ristampa in vinile che è analoga al primo disco della raccolta discussa qui.
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Gruppo: Dogma
Titolo: In His Trinity Essence
Anno: 2012e.v.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/dogmablackofficial
Autore: Akh.
Tracklist
1. In Nomine Patris
2. Filii
3. (Et) Spiritus Sancti
4. Amen
DURATA: 18.06
Provenienti dall'Emilia Romagna, giungono alla loro prima pubblicazione i Dogma, che nascono nel 2011e.v. per volontà di Amnesia ed El, nei mesi seguenti coadiuvati da Algerith e Alaskan. Definiscono la loro proposta un Raw Black Metal di ispirazione Satanic Warmaster e primi Deathspell Omega, con tematiche vicine al filone "Religious". L'esordio è un ep autoprodotto a tiratura limitata a cinquanta copie, basato sulla trinità, dove ogni figura viene criticata attraverso un brano.
Dal punto di vista prettamente musicale, si percepiscono chiaramente le influenze indicate, talvolta con dejà vu che sfiorano altri contesti, come i Rotting Christ nonostante la produzione diverga dalle sonorità tipicamente elleniche, ma rimanga sempre molto affilata e ruvida, in particolar modo nei contesti vocali.
Se possiamo tranquillamente dire che siamo lontani dagli astrusismi di Dodecahedron e ultimi Deathspell Omega, il riffing rimane piacevole ed ha alcuni spunti interessanti che strizzano l'occhio verso lidi Death Metal ("In Nomine Patris"), per poi ritornare fortemente in ambiti puramente Black Metal. In "Filii" a mio avviso esce fuori una certa influenza dei Mayhem, l'arpeggio iniziale richiama immediatamente alla memoria la classicissima "Freezing Moon" ed anche il seguente e insano riffato cadenzato rievoca la seconda epoca del gruppo norvegese; un brano che quindi ha una vena che si ammanta di ortodossia (con una chiusura ampiamente melodica) da una parte, mentre dall'altra è arrangiato in maniera non convenzionale (almeno rispetto ai canoni Raw B.M.), creando un connubio che potrebbe essere evoluto ulteriormente con enorme interesse.
Altro nome influente per il sound dei Dogma sembra essere quello degli Immortal, in "(Et) Spiritus Sancti" infatti inseriscono con perizia una certa epicità alla "Beyond The North Waves", chiudendo il cerchio e ampliando ulteriormente il proprio raggio d'azione. La chiusura ("Amen") infineè costituita da un arpeggio di basso di Amnesia, intrigante e misterioso, che pare essere un preludio al prossimo lavoro.
Questo mini ci fa conoscere una nuova realtà, non priva di piccoli nei o citazionismi, eppure che fa ben sperare poiché già ben strutturata e con ampi margini di miglioramento nell'interessante tessuto teso. Lavoro quindi consigliato agli amanti del Black Metal di matrice nordica, ma con quel pizzico di follia occulta tipicamente italica.
Il Dogma è giunto a noi... Amen.
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Informazioni
Gruppo: Doublestone
Titolo: Doublestone EP
Anno: 2013
Provenienza: Danimarca
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: doublestone.dk - facebook.com/doublestone
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Hand Of Lucifer
2. An Omen
3. Wyoming Is Burning
4. Low
5. Your Mother Said
6. Wolves Gotta Howl
DURATA: 23:44
Da un po' di tempo a questa parte ho ormai smesso di tenere il conto del numero di uscite gravitanti attorno all'universo Doom e Stoner di cui ho scritto e che ho ascoltato.
Tale panorama musicale ha infatti negli ultimi anni goduto di un'esponenziale crescita di interesse e di uno sviluppo enorme, tutti fattori che mandano in estatica fibrillazione gli appassionati di questo tipo di sonorità.
I Doublestone sono un gruppo formato da tre ragazzi danesi nei primi giorni del 2011 che, a due anni di distanza da allora, sforna la quarta uscita, un meraviglioso 12" autotitolato.
A partire dalle primissime note di pezzi come "Hand Of Lucifer" e "Your Mother Said" qualsiasi appassionato fedele di codeste sonorità avrà subito bene chiara in mente la situazione: ciò che ci troviamo di fronte è un omogeneo composto che si nutre principalmente del Rock degli anni Settanta, quel Rock che rese celebri band immortali come Led Zeppelin e Deep Purple, quel Rock ancora fortemente legato alla tradizione del decennio precedente e al Blues, quel Rock che, con tutte le sue sinuose e ammalianti venature occulte, ancora adesso fa palpitare tanti cuori narcotizzati dal fascino di questo suono retrò.
In "An Omen" e "Wyoming Is Burning" possiamo invece imbatterci in un'interpretazione orientata verso una visione più Stoner: qui i primi vagiti del Doom rappresentati da Black Sabbath e Pentagram si coniugano al versante classico dello Stoner Rock, ricolmo di adrenalina, ma anche sinistro e avvolgente, intrinsecamente oscuro e diabolico.
Quasi dimenticavo: parlando di movenze occulte, chi tra di voi che amate e seguite questa scena musicale potrebbe, ascoltando "Wolves Gotta Howl", non rimembrare i Blood Ceremony quando quell'organo Hammond si insinua, malefico e vintage, sotto il suono roco e secco della chitarra?
Ad essere particolarmente interessante e interpretativo è proprio il contrasto tra le espressioni abrasive e acide della sei corde e la voce di Bo, la quale ricorda in alcuni momenti (ad esempio in "Low") il tono caldo e ammaliante di Glenn Danzig, rimanendo comunque generalmente impostata proprio su standard stilistici indiscutibilmente settantiani.
Io non credo di dover aggiungere molto altro, a parte il fatto che il disco lo si può sia scaricare che comprare sul sito della band, ma voglio ricordarvi anche che il prodotto ha visto la luce in vinile, quindi va da sè la conclusione riguardo a quale sia il mezzo più soddisfacente per l'ascolto.
Non indugiate oltre, dunque: alzate i crani che utilizzate come coppe per il vino e rendete grazie a Lucifero mentre ascoltate i Doublestone e il fuoco illumina la notte!
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Informazioni
Gruppo: The Gardnerz
Titolo: It All Fades
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Abyss Records
Contatti: facebook.com/thegardnerz
Autore: Mourning
Tracklist
1. Don't Look Back
2. A Horrible Disease
3. Transilvanian Hunger [cover Darkthrone]
4. It All Fades
5. Melatonin
6. Erasing Bad Specimen
DURATA: 35:57
I The Gardnerz erano approdati su Aristocrazia quando il primo album "The System Of Nature" mi fu inviato da Wilhelm in forma ancora autoprodotta, successivamente entrarono a far parte del roster della Abyss Records, la stessa etichetta che supporta la loro seconda uscita, l'ep "It All Fades".
Il mini album contenente cinque inediti e una cover è l'evoluzione che ci si attendeva da una band doom/death dalla più che discreta impronta personale, ritroviamo infatti sia la corrosività che la prestanza del metallo della morte di stampo scandinavo, la madre patria Svezia è evidente anche se qualche reminiscenza finnica qua e là la si può percepire.
È aumentato invece il tasso di elementi progressivi sia per quanto concerne la composizione del riffing — lievemente più intricato ma capace di destreggiarsi adeguatamente tra sensazioni puramente metalliche e altre devote al versante acustico, con la conseguenza di accrescere il fattore limpidezza all'interno dei brani — sia per ciò che riguarda l'aspetto prettamente atmosferico adesso ancor più vario e intrigante.
I brani si muovono su queste coordinate dando più o meno libero sfogo alla natura primordiale, combinandola sempre e comunque con questa tendenza ad ammorbidirsi e divenire dolciastri ma mai melensi, l'opener "Don't Look Back" è l'esempio lampante di come la band abbia lavorato particolarmente sulla tessitura di trame capaci di divincolarsi agevolmente mutando forma e sostanza in corsa, mentre la cover dei Darkthrone dell'immortale "Transilvanian Hunger" è una lezione di classe e personalità che andrebbe schiaffata in faccia alle miriadi di cover band che non riescono ad andare oltre la banale imitazione dell'originale.
La canzone viene stravolta, il gelo stringente diviene malinconia dominante, le schegge chitarristiche del riffato tramutate in un'esibizione folkloristica delicata, le è stata fornita nuova linfa vitale e la prestazione della cantante Paulina Strihavka (che si presterà anche per le seconde voci nella titletrack) è sublime, l'interpretazione data alle liriche scritte da Fenriz è suadente e talmente delicata in certi tratti da sfiorare il cullante, eppure ascoltandola bene noterete che la musica sia quella, pur sempre la "Transilvanian Hunger" che amiamo.
I The Gardnerz hanno fatto un bel passo in avanti, le basi che avevano piantato con il debutto erano già quadrate e perfette per sostenere le qualità artistiche di buona fattura insite nel combo svedese, adesso questa svolta così ampiamente dedita a dar spazio a sonorità "di mezzo" fa sì che nel complesso tutto l'organismo musicale ne riceva guadagno, andando avanti nell'ascolto infatti avrete modo di apprezzare anche capitoli come "Melatonin" e "Erasing Bad Specimen" nei quali l'aura classica e uno strato di desolazione aggiuntivo si uniscono alla compagnia sinora offerta.
Guardando avanti non posso che attendere con ansia l'uscita del secondo lavoro di questa formazione, augurandomi che le modifiche apportate in questo "It All Fades" — anche in sede di produzione noterete un progresso importante per quanto riguarda la resa e cura sia dei suoni — trovino ulteriore sviluppo e maturazione, pertanto non mi resta che consigliarvi caldamente l'acquisto di questo piccolo gioiellino.
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Gruppo: Iminazole
Titolo: Osaka And Manipulated Loops
Anno: 2013
Provenienza: Rio De Janeiro, Brasile
Etichetta: Coldtear
Contatti: coldtear.com - facebook.com/pages/Iminazole/155108474629543
Autore: Insanity
Tracklist
1. Shoyedo
2. Hotel Shinosaka
3. Miyako
4. Daybreak
5. Sunny
6. Ryuno
7. Quiet Presence
8. Red Fog Over Dotonbori
9. Tobitashinchi
10. Warm Morning
DURATA: 51:52
Ah, Osaka, una delle più grandi città giapponesi che ci ha regalato decine di artisti tra cui Boredoms, Afrirampo, Blood Stain Child, L'Arc~En~Ciel e potremmo andare avanti per un bel po', ma non è di questo che dovrei parlare; permettetemi di fare un ultimo nome però: le Scandal.
Torniamo a noi, Iminazole è un progetto del brasiliano Cesar "M1A1" Alexandre. Questo album è stato composto durante una vacanza dell'artista nella terra del Sol Levante ed è quindi direttamente ispirato ad essa, più precisamente proprio alla città che da il nome al disco. Ad ognuna delle dieci tracce è associata una foto scattata durante lo stesso periodo di tempo, in modo da rendere più realistica l'esperienza. Considerando quindi l'importanza del lato visivo, è obbligatorio dare un'occhiata alla cover: è l'immagine sfocata e vagamente spettrale di un lampione a presentarci questo lavoro, i colori dalle tonalità vive ma confuse creano un'atmosfera malinconica e sognante, accingiamoci quindi ad iniziare l'ascolto.
La musica segue uno stile che effettivamente rispecchia la copertina, si tratta di Dub Techno pesantemente impregnata di Ambient che attraverso un certo minimalismo mira a suggestionare l'ascoltatore trasportandolo nell'Estremo Oriente. I beat sono essenziali, molto spesso in 4/4, e vengono accompagnati da un basso che in brani quali "Tobitashinchi", "Miyako" e "Daybreak" pulsa a ritmo costante ipnotizzando ed ammaliando; in altri pezzi la batteria assume invece un ruolo più da background, non si occupa di dare un ritmo, ma si limita a sussultare in sottofondo ("Quiet Presence"), quasi simulando la presenza di un cuore come nell'opener "Shoyedo". Troviamo inoltre tracce più puramente Ambient, "Ryuno" e "Warm Morning", fatte solo di synth acquosi ed eterei, bassi sempre presenti e sample che tra pioggia, voci che si mischiano e rumori vari ricreano una malinconica ambientazione urbana. Come in molte uscite del genere i suoni non sono mai cristallini, il sound è sempre un po' offuscato grazie anche all'effettistica tipica della Dub Techno (ottimo uso del riverbero). La melodia è sempre ridotta al minimo e volutamente ripetitiva, spesso vengono usate poche note (se non una sola), tuttavia si gioca molto sugli effetti per compensare; l'ostacolo noia viene superato con maestria proprio attraverso queste leggere variazioni.
L'ascolto di questo album è consigliato a chi è interessato, sia per conoscenza che per curiosità, al genere; è disponibile sia in free download che a pagamento, per chi volesse dare una mano all'artista. Ovviamente è un'esperienza da seguire con le immagini correlate a portata di mano, il legame tra musica e foto fa sì che la propria mente riesca senza fatica a sentirsi immersa nel maltempo e nelle strade di Osaka.
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Gruppo: Grendel
Titolo: Voices Of The Dawn
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Sonic Pump Studios
Contatti: facebook.com/grendelband
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Path Of Dawn
2. Left Behind
3. Voices Of The Dead
4. The Spark
5. Sunburns And Blinded Eyes
DURATA: >22:12
Che i finnici Grendel fossero in continua evoluzione era cosa nota, con l'ultimo album "Corrupt To The Core" non solo avevano dimostrato di saper stare al passo con i tempi facendo filtrare all'interno del loro melodic death una visione catchy e una d'avanguardia tutt'altro che disdicevoli, avevano infatti anche dato riprova di una qualità compositiva che di anno in anno si era affinata.
Nel 2013 ritornano sulla scena in versione ridotta, la nuova pubblicazione degli scandinavi è infatti un ep contenente cinque tracce dal titolo "Voices Of The Dawn", la vera sorpresa però è ciò che ci offrirà la musica.
Chi si attendesse un'ennesima valida prestazione sulle coordinate sonore ormai tracciate rimarrebbe altamente deluso, la pressione del melo-death e le sue scorribande sono state del tutto eliminate, la voce di Mikko, elogiato dal sottoscritto anche per l'ottima prova con i Dead End Finland di "Stain Of Disgrace" rimane costantemente "pulita", così come decisamente pulita è l'intera esecuzione che si affida a una tipologia di sound evocante nomi noti del panorama di quelle lande.
Il primo pensiero ha portato alla ribalta le figure di Dan Swano e gli Opeth più fruibili, tuttavia quella più importante si è fatta strada dirompente in più maniere, parlo dei connazionali Amorphis molto presenti e udibili nelle soluzioni attuate per realizzare i pezzi del mini, regalandoci una inattesa uscita incentrata sul fattore atmosferico ed emotivo.
I brani sono eleganti, altamente ricchi di melodie, le chitarre di Jussy Kraft e Mika Kivi (autore anche dei cori a supporto) semplicemente sublimi nell'accompagnare l'ugola di Mikko, in coppia aggiungono toni malinconici suadenti alla proposta nello splendido ritornello che si staglia all'interno di "Left Behind".
Gli ingranaggi della band girano alla perfezione, gli inserimenti di tastiera a opera di Juha Terrilä sono veramente belli, in alcuni frangenti la scelta dei suoni non è lontana dal rimembrare gli ultimi album degli Amorphis, ascoltando a esempio "The Spark" noterete una somiglianza gradevolissima con lo stile progressivo - settantiano più volte esaltato nei lavori prodotti dall'accoppiata storica formata da Holopainen e Koivusaari.
Si viaggia su livelli di bravura considerevoli, questi musicisti dimostrano di poter tenere testa a simili giganti. I finlandesi non fanno "pop", sono riusciti però a creare delle canzoni davvero accattivanti e dei ritornelli particolarmente affascinanti e capaci di rimanerti in testa, ho citato quello di "Left Behind" ma il discorso vale anche per quello di "Voices Of The Dead" che sembra invocare a gran voce d'esser cantato.
Stranamente, molto stranamente, poi mi chiedo: perché quando attacca la strofa di "Sunburn And Blinded Eyes" il primo collegamento che fa il mio cervello riporta al duo composto da Annie Lennox e David Stewart con la loro "Sweet Dreams"? Si tratta esclusivamente di un attimo fugace che lascia il sorriso stampato sulle labbra, per essere infine successivamente inghiottito nell'ennesima brillante esecuzione che stavolta porterà però a conclusione il disco.
"Voices Of The Dawn" è solo un episodio estemporaneo o rappresenta invece una svolta che farà mutare del tutto pelle alla formazione? Onestamente sono curioso di vedere come gestirà la situazione, in entrambi i casi visto ciò che han tirato fuori da "Corrupt To The Core" e da questo ep personalmente posso considerarmi inserito fra gli interessati ad ascoltarne gli sviluppi futuri e vi consiglio di fare altrettanto.
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Gruppo: Severe Storm / Slavecrushing Tyrant
Titolo: We Will Drown The Dawn In Blood
Anno: 2012
Provenienza: Tychy, Polonia / Wroclaw, Polonia
Etichetta: Lower Silesian Stronghold / Werewolf Promotion
Contatti: trueunderground.cba.pl
Autore: Bosj
Tracklist
1. Severe Storm - Skuty Lodem Świat
2. Severe Storm - Königstiger
3. Severe Storm - Płonie Wiara Twoja
4. Severe Storm - Krzyż ,Który Dusi Mój Kraj
5. Severe Storm - Śmierć
6. Slavecrushing Tyrant - The Fortress Of Time
7. Slavecrushing Tyrant - Snow On A Razor Wire
8. Slavecrushing Tyrant - The Awaekening
9. Slavecrushing Tyrant - As We Reconquer Our Lands
DURATA: 53:30
Torniamo dalle parti della Polonia, terra di contraddizioni e patria della Lower Silesian Stronghold, etichetta politicamente schierata di cui (mantenendo la più disinteressata neutralità per tutto ciò che attiene a questioni ideologiche e soprattutto extra-musicali) questo split in collaborazione con Werewolf Promotion è la più recente uscita.
Una volta ancora abbiamo conseguentemente a che fare con un black metal proposto in termini molto freddi, quadrati e battaglieri, sia per quanto riguarda il progetto Severe Storm sia per i Slavecrushing Tyrant.
La prima è una one-man band parallela al progetto Antisemitex, delle cui tematiche non serve spiegazione, capitanata dal polistrumentista Kolan, già autore in questa guisa di un full lenght e un paio di demo, mentre la seconda è una formazione capitanata da Njord (Flame Of War, Dark Fury), cui in queste registrazioni si è affiancato P. (aka Kriegsminister, compagno del primo nei Dark Fury e mente del progetto Wschód). Il booklet riporta, tra i tre soli testi disponibili ("The Fortress...", "Snow..." e "The Awakening"), anche il nome di Strzygon come compositore per i Slavecrushing Tyrant, tuttavia come sempre le informazioni sono poco dettagliate e non posso riferire altro che quanto disponibile. Ossia nulla di più.
Venendo alla musica, se avete dimestichezza con la scena di estrazione di questo split le righe che seguono non vi serviranno. "We Will Drown The Dawn In Blood" non è altro che un ulteriore assalto all'arma bianca, o meglio al panzerfaust, perpetrato da una generazione di musicisti cresciuta a pane, reperti bellici e "A Blaze In The Northern Sky". Ne abbiamo sentiti tanti, negli anni, e ne sentiremo ancora. Lo stacco tra la quinta e la sesta traccia, tra l'una formazione e l'altra, è sufficientemente marcato da lasciare intendere il passaggio del testimone, ma non abbastanza da permettere di parlare di una vera e propria differenza tra il materiale dei diversi milites. Tolti la durata dei brani, mediamente più lunga nel caso dei Slavecrushing Tyrant (a riprova di come Njord sia naturalmente portato a tempistiche piuttosto lunghe e dilatate) e i diversi idiomi utilizzati, la differenza più rilevante tra la prima metà di questo split e la seconda è il suono delle chitarre, più tagliente e graffiante nel caso di Severe Storm, laddove nei suoni di Njord è più facile risalire ad una matrice quasi "punkeggiante", però si tratta davvero di lievi sfumature e nulla più.
Il nucleo dei cinquanta minuti di quest'alba rosso sangue è vividamente scandito dalla rabbia e dall'ardore per la patria, e tanto basta.
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Gruppo: Malignant Christ
Titolo: Ageless Reign
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Inverted Cross Records / Tumourous Music
Contatti: facebook.com/malignantchrist
Autore: Mourning
Tracklist
1. Infested With Cancer
2. Ageless Reign
3. Endless Cadaverment
4. Forgotten Necrosphere
5. Melted Into Gold
6. Laying Amongst The Rotten
7. Unheavenly Torture
8. Engulf Thyself In Blackness
DURATA: 37:09
Brandon Von e i suoi Malignant Christ sono di nuovo fra noi, la one man band proveniente da Seymour in Tennessee, dopo aver prodotto il debutto "Forever In Chaos" una bestemmia pura tramutata in note, si ripresenta nel 2012 con il secondo "Ageless Reign" mantenendo fede alla parola data.
Quello che ci viene consegnato è un album "old style" nel quale il credo blasfemo e puramente devastante del death metal anni Novanta ha radicato ancora una volta il suo essere.
Inizio da subito con una nota positiva, la precedente produzione soffriva dannatamente per colpa di un lavoro al mixer deficitario, la scelta di Brandon di andare avanti senza un batterista in carne e ossa, con la drum machine a supporto ritmico-dinamico gambizzava il complesso a causa di volumi e suoni mal congeniati, eppure quel disco era una carneficina in grado di risvegliare gli istinti più rozzi e malevoli degli amanti dell'old school.
In "Ageless Reign" in parte il problema è stato risolto, il rullante ha adesso un volume più consono, fornisce una maggiore profondità e cattiveria, l'unico neo rimane per lo più legato ai passaggi sui cimbali che non sono valorizzati a dovere, tuttavia la strada è quella giusta e al terzo tentativo sono sicuro che il centro lo si potrà fare.
Perché sono fiducioso? Una volta inserito il disco nello stereo sono stato ammorbato da otto bordate nere come il petrolio, il riffing e la malignità d'esecuzione del musicista statunitense continuano ad affondare nelle lezioni impartite dalla gentaglia che adoriamo: Morbid Angel, Immolation, Gorguts, Incantation, primi Cannibal Corpse e Suffocation.
Immaginate quindi il piacere che si può provare nell'essere investiti da canzoni che non offrono tregua all'ascoltatore, che incarnano appieno quelle sensazioni di odio che ribolle e carne che si macera, titoli come "Infected With Cancer", "Endless Cadaverment" e "Unheavenly Torture" non è che poi possano lasciare molti dubbi in proposito.
Infine il growl ferino di Brandon e quel basso che vibra frequentemente udibilissimo che producono ulteriore ira sommandola al già corposo collage di emozioni riottose.
I Malignant Christ suonano death metal, non vogliono né pensano neanche lontanamente di potersi compromettere dando libertà e spazio a qualsiasi tipo d'inflessione distintamente melodica o di natura moderna, adorano le viscere infernali e conquistare terreno tramite l'incorrotta violenza del sound novantiano, presa di forza che viene trasmessa pure dalla cover dell'album raffigurante l'opera del Tintoretto che tiene viva la memoria storica dei Gonzaga nel dipinto "Federico II Conquista Parma" del 1521.
Se è questo mantenersi su una "retta via" perseguendola con obbiettivi precisi che andate ricercando, un lavoro come "Ageless Reign" non potrà che porsi al vostro fianco condividendo con voi quell'ideale, vi basterà come motivazione? Per me è stata sufficiente, lo ascolto e sicuramente lo farò ancora e ancora, perché di certe uscite nel bene, quanto nel male, non ci si stanca proprio mai.
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Gruppo: Southern Cross
Titolo: From Tragedy
Anno: 2012
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/southerncrossmetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. Tightrope
2. Between The Lines
3. Carousel
4. Invisible Roads
5. Reaching the Bottom
6. Poetry
7. Violento [traccia bonus]
DURATA: 48:20
I canadesi Southern Cross li avevamo lasciati con l'uscita del buon secondo album "Down Below" ormai tre anni or sono, era tempo che la formazione di Quebec City si rifacesse viva e infatti il 2012 ha portato con sé il rilascio del terzo capitolo discografico "From The Tragedy".
Il quintetto riparte dalle solide basi progressive metal erette in antecedenza, dimostrando di aver maturato una propria forma canzone, il "problema", se così vogliamo definirlo, è che questa diviene sia l'aspetto di crescita sia quello limite dell'ultimo lavoro.
Ascoltando le tracce contenute in "From Tragedy" noterete una struttura che similarmente si ripete di passo in passo: apertura affidata a melodie dolci, carezzevoli e melancoliche quasi in stile ballata, fase centrale che si ravviva sfiorando partiture thrashy e utilizzando il cantato in growl del batterista Antoine Guertin e finale che tende solitamente ad acquietare gli animi affidandosi nuovamente a soluzioni più delicate.
Con l'opener "Tightrope" e la successiva "Beetween The Lines", quest'ultima stupendamente vezzeggiata dalle tastiere di Jean-Benoit Lemire, potreste quindi avere un quadro quasi completo di ciò che successivamente andrete a incrociare, ma non per questo voglio assolutamente sminuire i valori messi sul piatto dai Southern Cross.
I brani presi singolarmente sono eleganti, affascinanti e ricchi di pathos, la prestazione del cantante e chitarrista David Lizotte è ottima, vocalmente in alcuni frangenti si possono percepire certi rimandi a James LaBrie (e non è il solo) piacevolissimi, il riffing fornito ai pezzi dal suddetto e dall'altra ascia Olivier Perrier-Maurel è multiforme e abile nell'adattarsi in corsa all'esigenza emotiva del momento e in altrettanta maniera si pone la sezione ritmica con il basso di Jean-François Boudreault a dar manforte alla batteria di Guertin.
I meccanismi insomma, per quanto "schematici", sono oliati alla perfezione, riuscendo a trasmettere all'ascoltatore ciò che le note sono desiderose di esprimere, dandone una fervida rappresentazione, l'aver centrato tali punti è quindi un risultato importante.
Nell'operato di questi musicisti sono quasi assenti le eccezioni, l'unica canzone definibile come tale contenuta in scaletta è quella bonus, "Violento", il cui titolo non sarebbe potuto essere più azzeccato, rispetto alle altre canzoni, pur possedendo la stessa "pasta" compositiva, suona più "spinta" e fresca, è una botta che chiude l'album con un inaspettato crescendo.
I Southern Cross combinano con gusto alta fruibilità, buona tecnica e dosi elevate di atmosfere malinconiche, con questo mix potrebbero aver trovato la chiave corretta per aumentare il proprio numero d'ascoltatori, evitando in tal modo di snaturare un sound che di anno in anno si è rafforzato, risulteranno così gradevoli a coloro che hanno amato i primi Dream Theater quanto per alcuni aspetti a quelli che apprezzano gruppi totalmente diversi come i Katatonia ai quali si possono legare esclusivamente per un fattore viscerale.
Ovviamente sono solo alcuni dei nomi a riferimento, trovassero però il modo di ampliare e variare ulteriormente il songwriting non sarebbe loro precluso di poter compiere ancora enormi passi in avanti.
"From Tragedy" è un disco per chi, come il sottoscritto, all'essere cervellotici e ultra "piripiripeggianti" preferisce un approccio più soft e ambientale, musica di qualità e relax? Un'accoppiata sempre vincente.
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Gruppo: Mallediction
Titolo: Impaled Of The Slammering
Anno: 2012
Provenienza: Grecia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/Malledictionband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro
2. Addicted To Sin
3. Stench Of Filth
4. Mallediction
5. Decapitated Minds
6. Plan Of The Ancients
7. Manifestation
8. Transmutation Of The False
9. Impaled Of The Slammering
DURATA: 34:35
La penisola ellenica produce "brutallo" e di qualità, nel 2010 nella zona di Atene un'altra formazione iniziò a muovere i propri primi passi pubblicando l'ep "Warsaw" e nel 2011 un promo di due pezzi, parlo dei Mallediction, gruppo che oggi ufficialmente si presenta al pubblico metal con il disco di debutto "Impaled Of The Slammering".
Il quintetto nel momento dell'uscita dell'album era così composto: John "Sothis" Giakoumakis alla voce, Panos Lambropoulos e Chris Dimopoulos (Incineration) alle chitarre, con Thanasis Violetis e Nick Gotsis (Incineration) a dare vita alla sezione ritmica rispettivamente al basso e dietro le pelli; l'ultimo però non fa più parte della band, a percuoterle vi è George Canavari (ex Valet Parn e Wastefall).
A cosa mirano i greci? A randellare con continuità massacrante l'ascoltatore, il sound da cui sono fortemente influenzati è quello degli anni Novanta, la brutalità dei tanti nomi noti, anche "anneriti" nei suoni, che più e più volte abbiamo citato viene racchiusa in una prestazione equilibrata durante il corso del tempo e dotata di martellate sfondacranio, ma che oltre alla mera violenza riversata nei brani possiede una struttura dei pezzi di per sé matura.
Il lavoro indefesso delle due asce nel creare riff dediti alla scarnificazione e l'assetto da attacco frontale delle scorribande di una batteria impetuosa non lasciano molti dubbi in proposito e se inizialmente si potrebbe pensare alla solita solfa, graditissima se suonata in tal modo, episodi quali "Stench Of Filth", "Decapitated Minds", "Plan Of The Ancients", "Trasmutation Of The False" e la titletrack posta in coda riprovano che, al cospetto delle idee standardizzate e spesso perfezionate da iper-produzioni, i Mallediction contrappongono una brutalità genuina che sgorga diretta e limpida dalla valvola di sfogo finale insita nel growl astioso di "Sothis".
"Impaled Of The Slammering" è un gran bel lancio, l'operato di Nick Glykiotis negli Incorporated Studios ha dato al disco suoni e profondità che rispecchiano i canoni del genere, tralasciando forzature e ripuliture che l'avrebbero danneggiato, l'orecchio gode così della brutalità delle canzoni e ne può apprezzare senza troppi problemi l'esecuzione.
Siamo di fronte a un "do it yourself" alquanto professionale, non mi stupirei quindi se in un breve lasso di tempo trovassimo i Mallediction accasati con un' etichetta pronta a far fare loro il salto di qualità, quello che mi chiedo è: è davvero necessario? Le formazioni che si autoproducono con una frequenza sempre più alta tendono tendono a produrre materiale capace di stracciare le uscite delle grandi etichette, un motivo ci dovrà pur essere non credete?
Cose da fare: prendere nota del nome in questione, contattare i Mallediction, comprare una copia di "Impaled Of The Slammering", inserirla nello stereo e... headbanging.
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Gruppo: Abriosis
Titolo: Vessel
Anno: 2013
Provenienza: Vancouver, Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: abriosis.com
Autore: Bosj
Tracklist:
1. Crypsis
2. Vessel
3. Peering Into Oblivion
4. Apochra
DURATA: 20:06
Il Canada, inutile a dirsi, ci ha sempre abituati bene. Relativamente al death metal le formazioni di valore non sono mai mancate, sia in ambito più grezzo, tamarro e caciarone (qualcuno ha detto Kataklysm?), sia in acque più "tech-". Bene, proprio a quest'ultima categoria si ascrivono gli Abriosis, da Vancouver, autori nel 2011 del buon debutto "Tattered And Bound".
All'uscita del disco ha fatto presto seguito l'uscita dalla formazione del cantante Chris McDermott e, dopo un ulteriore ed estremamente repentino cambio, il posto dietro al microfono è stato preso dall'attuale frontgirl Alxs Ness.
Il che ci porta ai giorni nostri e a questo "Vessel", ep di quattro tracce liberamente scaricabile dal sito della band stessa (operazione fino a qualche tempo fa possibile anche con l'album di debutto, che oggi invece presenta UNA traccia a pagamento... scelta particolare, anzichenò).
Ebbene, partiamo con una considerazione di fondo: i ragazzi fanno death metal tecnico, molto tecnico, in cui le variazioni e le strutture arzigogolate sono all'ordine del giorno, anzi del minuto.
Taylor Lipton, membro fondatore nonché addetto alla sei corde, non lesina sul lavoro di manico, né Ryan McDonnel si risparmia sulle sei corde del suo basso. Questo non deve assolutamente portare a pensare all'ennesimo tentativo di clonare i Gorguts: i ragazzi di Vancouver suonano molto più moderni, più schizofrenici, più puliti; qualcuno potrebbe parlare di iper-produzione, io tendo a ritenerla una scelta ponderata (condivisibile o meno, chiaramente) funzionale alla musica, quasi complementare ad essa. I brani suonano freddi, gelidi, asettici, sicuramente non per tutti, ma gli amanti di certo death metal non potranno non adorare i venti minuti di "Vessel".
Ovviamente non c'è una struttura uguale all'altra, né riff portanti a determinare il "giro" su cui un pezzo si articola e si snoda: tutto è in perenne divenire, in continua modificazione, quasi il nucleo di ciascun brano fosse materia liquida su cui i quattro canadesi si sono trovati ad agire in maniera sempre nuova e imprevedibile. Il tutto sempre con estrema perizia. Cambi di tempo, disparità, blast-beat, urla strazianti da cui scaturiscono complessi assoli di chitarra, basso o batteria.
Dimenticate perciò la lezione che Amott ci ha dato con gli Arch Enemy della sua cara biondina tedesca: qui l'estremismo è di casa e non esistono cali di tensione, non fatevi ingannare dalla presenza di una donna alla voce. Anzi, con tutta probabilità la cara Alxs potrebbe dare del filo da torcere a una buona parte di pseudo-growler o presunti tali, stando a quanto sentito su queste quattro tracce.
Cosa dire di più? È pure un download gratuito, magari è il caso di fare conoscenza con gli Abriosis.
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Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Dope Fiend
Formazione
Niclas Ankarbranth - Voce
Wilhelm Lindh - Chitarra
Francisco Martin - Basso
Vedran Benčić - Batteria
Ho il piacere di scambiare nuovamente un paio di pensieri con Wilhelm dei The Gardnerz. L'artista infatti è già stato nostro ospite al tempo dell'uscita del debutto "The System Of Nature" e con lui avevamo approfondito la conoscenza della band. A che punto saranno adesso? Scopriamolo.
Bentornato su Aristocrazia Webzine Wilhelm, come stai?
Wilhelm: Ehi! Sto benissimo, ho appena finito il mio corso di portoghese, così ora ho finalmente un po' di tempo libero. Sono sempre un po' troppo impegnato con un lavoro a tempo pieno, gli studi a tempo pieno e cercando pure di fare alcune cose con la band.
Dalla nostra prima chiacchierata sono trascorsi quasi due anni, cos'è cambiato in questo lasso di tempo? Cos'hanno fatto i The Gardnerz?
Cazzo, è passato così tanto tempo? Merda amico, il tempo vola. Il cambiamento più grande è che abbiamo un nuovo batterista, Vedran Benčić. Oltre a questo, stiamo solo continuando con il nostro "deadly doom". Siamo stati impegnati a creare nuova musica, a cercare di promuovere la band e i nostri dischi, per quanto possibile. Quando Vedran viveva in Svezia provavamo come dei pazzi, ma ora che è tornato in Croazia è un po' più complicato [ride].
Grazie a Francisco, il tuo bassista, ho avuto modo di macinare per un bel po' prima della sua uscita ufficiale l'ep "It All Fades" e ciò che mi ha sorpreso particolarmente è stata la constatazione di avere a che fare con un sound più particolare e meno racchiuso nelle sue influenze estreme. Ce ne vuoi parlare prima che continui a porti domande?
Con voi parlarei di qualsiasi cosa! Credo che ciò di cui stiamo parlando abbia le sue radici in ciò che ascolto e io amo ascoltare tutti i tipi di musica. Mi piace molto quando la musica è dinamica e in continua evoluzione. Quindi penso che sia divertente suonare con tutti i diversi tipi di influenze e modi di comporre. Con questa band ho questo tipo di approccio.
Come mai la scelta di un sound così pulito e così tanto spazio concesso al settore acustico? È un antipasto che anticipa un'ulteriore evoluzione che sfocerà nel secondo album?
Mi piacciono molto le parti pulite nella musica metal come ascoltatore, quindi penso che sia naturale per me inserirle nella mia musica. Penso che le parti pulite e dolci aiutino le parti pesanti a diventare ancora più pesanti, quasi come dare all'ascoltatore un attimo di respiro prima di colpirlo con un bello schiaffo di roba dura. Nelle nuove canzoni ci sono parti pulite certo, ma non più di "It All Fades": non stiamo cambiando il nostro stile o qualcosa di simile, stiamo solo aumentando tutto. Voglio continuare a inserire tutte le parti che ci sono nelle altre canzoni. Naturalmente cerco sempre di far evolvere la musica e di giocare con essa, voglio però mantenere la nostra idea principale: "deadly doom"! Oppure come lo chiama il mio amico Martin: "brutal doom".
Capitolo "Transilvanian Hunger": perché scegliere di coverizzare questo brano? Com'è nata la versione che avete creato e soprattutto da dove sbuca fuori l'angelica voce di Paulina Strihavka?
Devo dare parte della colpa al nostro bassista Francisco, il quale mi ha chiesto se non sarebbe stato bello fare una versione acustica di una canzone metal, come una sorta di traccia bonus. Ho pensato "perché no" e, dopo qualche riflessione, mi sono ricordato la parte principale di "Transilvanian Hunger" che avevo suonato quando lavoravo come insegnante di chitarra. Avevo creato questa mia versione per caso, mentre stavo imparando la canzone "Dust In The Wind" dei Kansas, (richiestami da alcuni miei studenti). Mi è capitato di sbagliarmi con le accordature e tutto ad un tratto stavo suonando "Transilvanian Hunger"! La mia idea originale era quella di farne un piccolo intermezzo, un minuto o giù di lì, ma quando l'ho suonata mi è piaciuta così tanto che ho deciso di fare l'intera canzone. Pauline è una mia amica con cui ho suonato qualche cover acustica rock, blues e country. Aveva già deciso di fare qualcosa sul brano "It All Fades", così è stata felice di collaborare pure alla cover dei Darkthrone. È stato un po' strano, dato che lei non è esattamente una metallara e, quando stavo suonando la versione originale di "Transilvanian Hunger", lei mi ha risposto "hmm, ok", ma ha davvero interpretato il pezzo e penso che la sua voce abbia reso bene.
Il vostro primo disco da autoprodotto è diventato un'uscita ufficiale sotto Abyss Records, l'ep ha seguito la stessa strada, avremo anche il secondo album rilasciato tramite l'etichetta di Daniel Ferguson? Come vi siete trovati a collaborare con lui?
Ad essere onesto non te lo so dire: mi piace lavorare con lui e ci ha trattato molto bene finora ma noi non abbiamo obblighi contrattuali con lui, quindi chi lo sa. Se qualcun altro ci offrisse un contratto bello grasso, potremmo accettarlo. Abbiamo in programma di rilasciare un singolo con lui quest'anno ed è in preparazione in questo momento, in attesa di essere mixato e masterizzato, poi esploderà in faccia come una bella bordata di epicità doom.
Qual è lo status dei The Gardnerz adesso? Si è sbloccata la situazione live? Avete avuto modo di far ascoltare i brani di "It All Fades" dal vivo?
Stiamo principalmente scrivendo nuove canzoni e facendo del nostro meglio per promuovere i nostri album. Ora abbiamo una formazione con cui avremmo potuto fare spettacoli dal vivo, almeno quando il nostro batterista era abbastanza vicino. Avremmo dovuto fare un tour nel settembre scorso, ma purtroppo è saltato. Stiamo parlando di poter suonare tutti insieme e fare davvero alcuni spettacoli quest'anno. Quindi spero che qualcosa si presenti, dal momento che questa parte della nostra vita di band è stata molto difficile per noi. Le occasioni saltano e le offerte sono insensate.
Nell'ultimo lustro la scena doom ha avuto un risalto notevole, la qualità delle uscite si è attestata su livelli altissimi e c'è sempre gente che si appassiona a un panorama frequentemente trascurato. Secondo te a cosa è dovuta questa "vetrina" che si è andata creando? Penso ad esempio alla Nuclear Blast che si avventura mettendo sotto contratto gente come i Witchcraft e gli Orchid, è solo un ciclo di moda?
Cazzo, amico, non lo so [ride]! Forse la scena garage rock è veramente esplosa e alcuni di quei ragazzi si sono messi ad ascoltare qualche merda più pesante. Ad essere onesti, non ho alcuna conoscenza di quella scena in generale, visto che sono più legato al death metal. Io ho sempre preferito le band death più lente. Mai stato veramente all'interno della scena doom. Ho sempre preferito il death e il black metal. È solo negli ultimi anni che ho ascoltato più band doom, come Trouble e Warning (cazzo, erano veramente ottimi). Sono sempre stato un grande fan dei Black Sabbath, quindi li ho sempre amati, senza aver avuto il bisogno di altre cose del genere, dal momento che loro sono i migliori in ogni caso. Per quanto riguarda le major che mettono sotto contratto le band doom, direi che è questione di monetizzare una tendenza. Non sto dicendo che è una brutta cosa, perché è ciò che una società deve fare e, dal momento che è una buona cosa per le band, vincono tutti.
Come ascoltatore e appassionato di musica, quali sono i lavori che ti hanno più coinvolto quest'anno? E ci sono un paio di nomi con i quali vorresti collaborare, magari dando vita a uno split o immaginandoli come "ospiti" all'interno di un vostro album?
A dire il vero non ho comprato molti nuovi album, a parte il nuovo dei Dying Fetus, l'album dei Woods Of Ypres e l'ultimo disco di Bob Dylan (che è fottutamente incredibile). Alcuni album che ho comprato, non nuovi ma che mi sono piaciuti e ho ascoltato un sacco, sono: "From These Wounds" dei Funeral; "Third Wound" dei Chemical Disaster, grazie a Luiz per avermelo inviato, "muito obrigado"; "Watching From A Distance" dei Warning,devo classificarlo come uno dei miei preferiti di tutti i tempi, avevo voglia di comprarlo da quando il nostro cantante Niclas lo ha suonato per me e all'inizio di quest'anno l'ho finalmente preso. Mentre rispondo a questa intervista mi ascolto "Hate Is Born" dei Fleshless che, per qualche strana ragione, la Earache ha incluso nel mio ordine dei Woods Of Ypres, fantastico, i Fleshless sono un gruppo incredibile, un mix folle di brutalità e melodia! Per quanto riguarda la collaborazione non posso davvero dirlo, non ci ho mai pensato molto.
Cosa bolle nella pentola dei The Gardnerz? Siete in fase di scrittura?
In questo momento il singolo che ho citato prima è la cosa principale, è presto per essere i classici Gardnerz! Credo che tu mia abbia fottuto, cazzo! Beh, visto che sono quello che scrive tutta la musica, avrei dovuto rispondere di sì [ride]! Finora abbiamo pronte una decina di nuove canzoni e due nuove cover.
Vi sono anche altri progetti musicali che girano attorno agli attuali membri del gruppo?
Sì! Niclas ha la sua bella band, i Vandöd, che tira fuori davvero buone cose. Francisco è coinvolto in quasi tutte le formazioni esistenti: senza Francisco Martín, nessuna scena musicale al momento! Sta suonando con i Sacramento, con gli Inner Sanctvm e qualche altro gruppo che non riesco a ricordare. Vedran non è coinvolto in nient'altro che io sappia, mentre io suono il basso nei Pandemonium, una band black metal con cui abbiamo già pronta un po' di roba da far uscire presto!
Ringraziandoti nuovamente per la tua disponibilità, chiudiamo qui la nostra chiacchierata in attesa magari di una futura occasione per aggiornarci. A te quindi un'ultima volta la parola per un saluto indirizzato ai nostri lettori.
Ciao fottuti! Spero che abbiate apprezzato le mie divagazioni e, se non lo avete già fatto, ascoltate i The Gardnerz tramite qualunque media che si adatti alle vostre esigenze di ascolto.
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