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lunedì 18 marzo 2013

GAOTH ANAIR - Gatherings In The Dark


Informazioni
Gruppo: Gaoth Anair
Titolo: Gatherings In The Dark
Anno: 2004
Provenienza: Auckland, Nuova Zelanda
Etichetta: Swampkult Productions
Contatti: facebook.com/GaothAnair
Autore: Bosj

Tracklist
1. Awoke By The Bloodstone Gate
2. Assault Chariot Of Scythes
3. Gatherings In The Dark
4. Fifth Plague
5. Tempestuous Half Shadows
6. Scratching Over The Face Of Black Angel
7. Night Meditation Part One
8. Forgotten Wanderers On The Sea Of Souls

DURATA: 56:48

Se ci seguite regolarmente, sapete che la nostra politica è contraria ad ogni forma di ristampa/riedizione/qualsivoglia trovata commerciale. Nel caso di questa nuova edizione di "Gatherings In The Dark", tuttavia, capirete bene che siamo di fronte a un caso che non rientra assolutamente nelle definizioni poco sopra.
Trattasi del secondo full lenght della one-man band Gaoth Anair, di stanza ad Auckland, anno 2004, riportato nei nostri impianti stereo nel 2012 dalla piccola ma attivissima Swampkult Productions. Proprio dal 2004, anno in cui fece uscire due full e un demo su nastro, si erano perse le tracce di Sean O'Kane Connolly, mente del progetto in questione e di numerose altre piccole realtà a me totalmente ignote (Taur Nu Fuin e Undiscovered Moons Of Saturn tra le altre); è dunque servita questa riedizione, rinnovata nell'artwork e nella masterizzazione, a chiarire che il musicista oceanico è ancora attivo con questa ragione sociale, anzi, ha anche creato una pagina Facebook per l'occasione.
Rispetto alla stampa originale, contro ogni usanza, in questa versione di "Gatherings In The Dark" è presente una traccia in meno, la conclusiva, ma non ho informazioni circa le motivazioni di questa scelta, quindi mi limito a prenderne atto e comunicarla.
Venendo al cuore di questa breve analisi, il materiale di Gaoth Anair rientra pienamente nel filone atmospheric black più lo-fi che possiate immaginare. Brani mediamente lunghi (con "Scratching..." si superano addirittura i dieci minuti), molto classici, con blast-beat, scream costante, chitarra zanzarosa e, per aver ragione dell'etichettatura atmosferica, tastiere e sottofondi sintetici. Il tutto chiaramente nella più totale "trueness".
L'ennesima proposta di derivazione cascadica? Potremmo dire di sì, non fosse che, particolare assolutamente di rilievo, tutto il materiale qui raccolto è stato composto in Nuova Zelanda tra il 2002 e il 2004. Quando di "cascadian scene" nessuno aveva mai sentito parlare. Contestualizzando l'album negli anni, quindi, se ne ha una percezione completamente diversa. L'allora ragazzo neozelandese, nell'isolamento geografico forzato dovuto alla sua terra, partorì un susseguirsi di brani ampiamente godibili, dal piglio classico, ma con importanti indizi di ciò che sarebbe di lì a un paio d'anni divenuta una delle formule portanti delle sonorità del black metal contemporaneo.
Il tutto in una veste torbida, fumosa, assolutamente sottoprodotta, per non dire non-prodotta, quando la matrice "del momento" era quella iperprodotta ed industrialoide della prima metà degli anni Zero. Lungi da me fare facili paragoni storici, che si rivelano sempre incontrovertibilmente sbagliati, sicuramente Gaoth Anair non era l'unica eccezione al sound moderno e plasticoso che stava vivendo il suo periodo di splendore, tuttavia è bene considerare che in Nuova Zelanda di black atmosferico lo-fi in quegli anni non ce n'era molto, tutto qui. Quindi fate un bel tuffo nel recente passato ed immergetevi nei suoni paludosi che Sean O'Kane ha preparato per voi, ne vale la pena.

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lunedì 11 marzo 2013

ENTHRONED - The Apocalypse Manifesto


Informazioni
Gruppo: Enthroned
Titolo: The Apocalypse Manifesto
Anno: 1999 / 2004
Provenienza: Belgio
Etichetta: Blackend Records
Contatti: enthroned.be - facebook.com/pages/ENTHRONED/126142654307
Autore: M1

Tracklist
1. Whispering Of Terror
2. The Apocalypse Manifesto
3. Death Faceless Chaos
4. Retribution Of The Holy Trinity
5. Post-Mortem Penetrations
6. Genocide (Concerto No. 35 For Razors)
7. Völkermord, Der Antigott
8. Alastor Rex Perpetuus Doloris
9. The Scourge Of God

DURATA: 44:13

"The Apocalypse Manifesto" è un disco spartiacque per i belgi Enthroned, i quali — una volta elaborato il lutto per la tragica scomparsa di Cernunnos con l'ep tributo "Regie Sathanas (A Tribute To Cernunnos)" — imboccano una differente direzione stilistica, parziale eredità del più violento "Towards The Skullthrone Of Satan" rispetto all'atmosferico e "mistico" esordio "Prophecies Of Pagan Fire".

Nel black metal dei Nostri subentrano sfumature thrash nel riffing, i ritmi si fanno più indiavolati e lineari, l'assalto sonoro maggiormente sostenuto e continuo, le tracce strutturalmente si semplificano, mantenendo qui e là eredità del passato come alcune aperture di più ampio respiro ("Retribution Of The Holy Trinity") e diversi assoli dal sapore heavy e quasi melodico se paragonati al contesto generale. Sfortunatamente la batteria è un punto debole micidiale per l'album, sia per una scelta di trame eccessivamente quadrate e semplicistiche — specie al cospetto del lavoro svolto dal defunto batterista in passato — che per un suono troppo "sintetico" e poco prestante. Nel complesso la produzione non valorizza la potenza di fuoco di nove brani che vorrebbero puntare quasi tutto su uno stile guerrigliero e senza compromessi.

Talvolta la bontà di alcuni pezzi come "Genocide" — davvero terremotante — permette di superare le limitazioni citate, ma questi rari spunti non sono sufficienti a elevare "The Apocalypse Manifesto", a dire il vero troppo anonimo a livello di creatività. Nornagest e soci d'altro canto condensano le proprie idee in meno di quaranta minuti effettivi di musica (non fatevi ingannare dalla durata scritta nelle informazioni, poiché al termine della conclusiva "The Scourge Of God" vi sono diversi minuti di silenzio prima di una breve ripartenza finale), impedendo così cali di concentrazione da parte dell'ascoltatore. Prima di chiudere, mi preme evidenziare la prova davvero tagliente e di valore di Lord Sabathan, dotato di uno scream aspro distinguibile e davvero letale, un'arma in più per i belgi.

L'epoca post Cernunnos insomma non inizia nel migliore dei modi per gli Enthroned, che non toccheranno più le vette qualitative di inizio carriera, divenendo con l'abbandono dello storico cantante nel 2006 niente più che il progetto di Nornagest, da allora anche frontman, in una formazione priva di membri fondatori.

Nota: la versione del disco recensita è quella presente nel cofanetto "The Blackend Collection", raccolta dei primi quattro dischi della band edita da Blackend Records al termine del rapporto di collaborazione con gli Enthroned, ma non riconosciuta come legittima dal gruppo. Al momento dell'acquisto il sottoscritto era all'oscuro della vicenda.

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lunedì 31 dicembre 2012

VITTORIO VANDELLI - A Day Of Warm Rain In Heaven

Informazioni
Artista: Vittorio Vandelli
Titolo: A Day Of Warm Rain In Heaven
Anno: 2004
Provenienza: Modena, Emilia-Romagna, Italia
Etichetta: Equilibrium Music
Contatti: non disponibili
Autore: Bosj

Tracklist
1. Farewell Farewell, Thou Wedding-Guest
2. Beneath The Lighting And The Moon
3. My Heart As Dry As Dust
4. The Ocean Green
5. A Sadder And A Wiser Man
6. The Bay Is White In Silent Light
7. The Curse In A Dead Man's Eye
8. A Day Of Warm Rain In Heaven
9. Whispers O'er The Sea
10. The Death-Fire Danced At Night
11. I Killed The Albatross
12. For The Sky And The Sea And The Sea And The Sky!
13. The Moment I Could Pray
14. Singeth A Quiet Tune
15. Sails In The Sun

DURATA: 59:48

Inauguriamo la collaborazione con la portoghese Equilibrium Music, etichetta di riferimento nel panorama europeo darkwave/neofolk, andando a ripescarne un'uscita decisamente datata, ma non priva di riferimenti all'orbita di Aristocrazia.
Innanzitutto "A Day Of Warm Rain In Heaven" è il primo e finora unico lavoro solista del modenese Vittorio Vandelli, già chitarrista dei seminali Ataraxia (band darkwave emiliana attiva da oltre venticinque anni). In questo lavoro, il compositore è stato affiancato alla voce da Francesca Nicoli, che oltre ad essere dietro al microfono degli stessi Ataraxia figura anche in veste di vocalist su un disco che agli appassionati di estremismo metallico nostrani con tutta probabilità ben conoscono: "In Absentia Christi", storico debutto dei milanesi Monumentum.
Ancora, questo esordio a proprio nome è un concept ispirato alla sempreverde "Ballata Del Vecchio Marinaio" del buon S. T. Coleridge, alla cui fama nel mondo hard'n'heavy contribuirono già nel 1984 cinque signori dei sobborghi di Londra.
Le sette parti in cui l'opera letteraria è suddivisa vengono trasformate dall'abile penna di Vandelli in quindici brani darkwave dalle mille sfumature che ripercorrono fedelmente il percorso intrapreso dal Marinaio, dal monito iniziale all'invitato a nozze, al finale veleggiare con cui la nave è miracolosamente riportata in patria da forze sovrumane.
E così, il viaggio del Marinaio torna a vivere attraverso le note delicate e carismatiche del lavoro compiuto da Vandelli: ora più acustico, ora tendente al neoclassicismo ("For The Sky..."), ora quasi litaniaco ("My Heart As Dry As Dust"), senza dimenticare la chitarra elettrica, di quando in quando ("A Sadder And A Wiser Man", "I Killed The Albatross").
Su tutto il lavoro aleggiano le presenze di Sam Rosenthal e Mike Van Portfleet, decisi punti di riferimento nel songwriting, che il Nostro riesce però con maestria a non rendere ingombranti o eccessivamente marcate. Possiamo così apprezzare appieno tutti i numerosi riferimenti in un raffinato gioco di ombre e sussurri, in cui a vincere è senza dubbio l'atmosfera fosca e misticheggiante di cui l'intero album è pervaso, anche grazie all'ottima interpretazione della Nicoli, decisamente a suo agio sui toni più bassi, ma in grado di regalare anche passaggi più sussurrati e melodiosi ("The Moment I Could Pray"), donando ancor più varietà al già diversificato lavoro compositivo.
Se cercate una pausa dall'assordante chiasso delle ultime uscite death e thrash, se volete ravvivare la vostra passione romantico-letteraria, se amate i Black Tape For A Blue Girl o i Lycia o più semplicemente musica "d'altri tempi", che faccia correre lontano con la mente, potete prestare orecchio al Vecchio Marinaio, la cui straordinaria storia perdura, raccontata ancora e ancora, nei secoli dei secoli.

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lunedì 2 maggio 2011

BLOODSTAINED - Greetings From Hell


Informazioni
Gruppo: Bloodstained
Anno: 2004
Etichetta: Cult Metal Classic
Contatti: www.sonicagerecords.com
Autore: Mourning

Tracklist
1. Smash Your Heads
2. Die by My Sword
3. Prisoners Of Time
4. Burn The Sky
5. Bloodstain
6. Greetings From Hell
7. Sacrifice
8. Related To Danger
9. The Fugitive
10. Son Of The Damned

DURATA: 45:21

Chissà come mai troppe realtà dopo un buon primo album si fermano, il problema vero è: ripartiranno mai? E' il caso anche dei Bloodstained, la formazione ellenica nel 2004 rilasciò un buon debutto, "Greetings From Hell", un esempio di power metal classico che attinge dal panorama Usa con i Jag Panzer come influenza principale con qualche frangente che tira in causa anche l'heavy di stampo british.
Ovviamente non è nulla di nuovo ma parlando del 2004, periodo in cui l'ondata metalcore et similia si stava per abbattere al pari di di un flagello sul metal, dischi semplici, rigorosamente tributanti al passato erano (e sono) sotto alcuni punti di vista manna dal cielo.
I pezzi sono robusti, massicci e la voce del cantante Theodoros Gourlomatis calza perfettamente su di essi pagando il dazio di una forte derivazione dall'approccio di Harry "The Tyrant "Conklin, singer proprio dei Panzer, mettendo però evidentemente in chiaro come di esser originali alla band interessasse veramente poco.
Ascoltare brani come l'accoppiata "Die By My Sword" e "Prisoners Of Time" orecchiabili, d'impatto e compositivamente ben composti, una più energica "Burn The Sky" (e qui il ricordo di "The Age Of Mastery" sale a galla prepotente), la più soft "Sacrifice" e via discorrendo una dietro l'altra, il resto che ne seguono la scia senza distaccarsi poi più di tanto, è sensazione piacevole per un'amante di tali sonorità.
Quando si ha un discreto riffing, un uomo dietro al microfono che svolge il compito assegnatogli non perfettamente ma almeno in modo emotivamente calzante, si possiede una base ritmica che funziona e assoli inseriti al momento giusto con quel tocco melodico che attira, cosa può rovinare un disco simile? La produzione.
Purtroppo chi ha operato dietro il mixer ha fatto delle scelte che personalmente ritengo poco accurate, ok la visione del metal anni Ottanta e mi piace quando il sound è fortemente incline al retrò ma è spoglia, sin troppo secca.
Sono passati sette anni, dei Bloodstained non vi sono notizie, "Greetings From Hell" è quindi rimasto ancora solitario nella discografia di una band dalle discrete potenzialità, date loro una chance e magari un giorno avremo la possibilità di avere fra le mani un successore, è pur sempre tempo di reunion quindi chi vivrà, vedrà!

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lunedì 1 novembre 2010

TSJUDER - Desert Northern Hell


Informazioni
Gruppo: Tsjuder
Anno: 2004
Etichetta: Season Of Mist
Contatti: www.myspace.com/666tsjuder666
Autore: Leonard Z

Tracklist
1. Malignant Coronation
2. Ghoul
3. Possessed
4. Lord of Swords
5. Helvete
6. Mouth Of Madness
7. Unholy Paragon
8. Sacrifice (Bathory cover)
9. Morbid Lust

DURATA: 49:30

Ecco l'ultimo album prodotto dai norvegesi Tsjuder prima di dissolversi e far nascere dai loro resti le due band Krypt (guidata da Nag) e Tyrann (formata da Draugluin e Anti Christian). Una fine dolorosa, ma COL BOTTO!!! Gli Tsjuder hanno fatto quello che tante band rinomate e famose non hanno avuto il coraggio di mettere in atto: dare alle stampe il loro capolavoro e poi chiudere i battenti (vero Iron Maiden?). Questo "Desert Northern Hell" è un album da avere assolutamente. Quasi cinquanta minuti di musica di gran classe, dove gli stilemi tipici del black metal norvegese delle origini (quello influenzato da quel capolavoro che è "Under The Sign Of The Black Mark" dei Bathory) si uniscono ad una registrazione di prim'ordine, che lascia spazio a tutti gli strumenti (in primis alla batteria) e non fa perdere niente della malvagità dei pezzi. I brani sono assalti sonori contraddistinti da molte variazioni sia nel riffing che nelle parti di batteria, dove la chitarra si lancia in assoli ben studiati, ma contemporaneamente con una alta dose di malvagità. Il pezzo che vi farà esplodere la testa è "Ghoul", vi assicuro che lo ascolterete di continuo per mesi (almeno a me è successo così). Per chi non si è ancora avvicinato a questa band il consiglio è solo uno: comprate questo album, diventerà presto uno dei vostri preferiti.

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lunedì 15 marzo 2010

MARE - Mare



Informazioni
Gruppo: Mare
Anno: 2004
Etichetta: Hydrahead
Autore: Advent

Tracklist
1. Anisette
2. They Sent You
3. Tropics
4. Palaces
5. Sun For Miles

DURATA: 24:26

Che belle le storie raccontate da una chitarra, un basso, una batteria ed una voce.
I Mare sono stato un act istantaneo. Da Toronto, Canada, hanno nel loro curriculum vitae qualcosa che agli occhi di chi non li conosce sembrerebbe un semplice EP. Chi nota con minuzia alcuni dettagli può vedere invece come l'etichetta che li ha prodotti abbia particolari band dell'esperienza post-core come Botch, Isis, Pelican e i poco conosciuti, ma splendidi Knut. Forse sono stato criptico, ma quelle cinque canzoni che hanno pubblicato nel 2004 li hanno consacrati come leggende.
Per chi ama alla folli
a la lentezza, l'oppressione, la serietà di un volto triste ma sincero come quello di "Anisette", che ti accarezza in tutta la sua miseria, un racconto come questo è bello quanto la dannazione, dei riff che anticipano e rasentano il post-metal, ed un cantante che urla per poi sussurrare in "They Sent You", una piacevole esplorazione doom/sludge all'interno di un universo creato in maniera perfettamente definita, ma, è assurdo, macroscopico. Così la seconda traccia finisce, sull'orlo di un'esplosione che poi termina in un breve cadere blues. Ripartenza alla Bohren & Der Club Of Gore con "Tropics", altro rasentamento della perfezione che continua la piccola linea blues in un'atmosfera totalmente notturna, nello scorrere di una pulita esecuzione vocale e sorridente ma oscura interpretazione strumentale i canadesi danno il penultimo sfoggio di quello che sono in "Palaces", rielaborazione più rabbiosa della loro musica: sette minuti di post-hardcore ridotti all'osso di un doom metal mostruosamente duro da far digrignare i denti.
La polvere di queste poche canzoni vola via in "Sun For Miles", dentro la quale l'ascoltatore esala gli ultimi vapori creati materialisticamente dal ripetuto spaccarsi di crash e pelli, nuovamente basso e chitarre sbattuti violentemente per dare effetti sconvolgenti nell'animo di chi ascolta, sicuramente qualcosa di adatto a pochi ma adatti amanti.

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domenica 24 gennaio 2010

VISION DIVINE - Stream Of Consciousness


Informazioni
Gruppo: Vision Divine
Anno: 2004
Etichetta: Scarlet Records
Autore: M1

Tracklist
1. Chapter I: Stream Of Unconsciousness
2. Chapter II: Secret Of Life
3. Chapter III: Colours Of My World
4. Chapter IV: In The Light
5. Chapter V: The Fallen Feather
6. Chapter VI: La Vita Fugge
7. Chapter VII: Versions Of The Same
8. Chapter VIII: Through The Eyes Of God
9. Chapter IX: Shades
10. Chapter X: We Are, We Are Not
11. Chapter XI: Fool's Garden
12. Chapter XII: The Fall Of Reason
13. Chapter XIII: Out Of The Maze
14. Chapter XIV: Identities...

DURATA: 61:40

Bazzicando il mondo della critica musicale è possibile imbattersi spesso in luoghi comuni del tipo: "il terzo album di un gruppo è sempre un punto di svolta (in positivo e in negativo)". Bene, parlando dei Vision Divine e di "Stream Of Consciousness" in particolare questa frase fatta trova finalmente riscontro! Uscito nel 2004 per Scarlet Records il disco in questione rappresenta infatti il trampolino di lancio per la power metal band tricolore sia a livello qualitativo che di successo "commerciale".
Il merito di questo va attribuito al terzetto composto dal chitarrista nonchè leader Olaf Thorsen (ex Labyrinth), dal talentuoso tastierista Oleg Smirnoff (al lavoro anche coi Death SS) e dalla sorpresa Michele Luppi, voce praticamente sconosciuta in campo metal prima di questo exploit. Il gruppo propone un power metal dalla preponderante vena melodica utilizzata per enfatizzare il lato emozionale della proposta in parallelo agli eventi narrati nel concept, ogni singola traccia infatti è unita alla successiva e altro non è che un singolo capitolo della storia. I pezzi sono sempre dinamici grazie alla presenza di una certa vena prog ma sono al tempo stesso assimilabili facilmente, anche quando la durata diviene corposa come accade in "Colours Of My World", per merito di linee vocali coinvolgenti e arrangiamenti messi al servizio della forma canzone e mai al mero esercizio di stile. Fra tutti spiccano sicuramente "The Secret Of Life" e "La Vita Fugge", impreziosito dalla presenza nel testo del celebre sonetto CCLXXII di Francesco Petrarca.
Michele Luppi si destreggia perfettamente sulle tonalità più acute senza voler strafare ma tocca il proprio apice nei momenti più "caldi" ed emozionanti, di stampo hard rock, riuscendo a reggere alla grande la scena anche in proprio come testimonia la prima parte di "Identities" strutturata sottoforma di ballata pianoforte più voce. In un contesto del genere non mancano poi momenti più tradizionalmente power, fatti di doppia cassa lanciatissima, intrecci e "duelli" fra chitarra e tastiera sino a richiami palesi al neoclassico ("Shades"). Oleg Smirnoff però non si limita al citazionismo verso Stratovarius e simili, tanto è vero che sono frequenti le incursioni di sonorità elettroniche talvolta solo abbozzate, altre pienamente espresse ("The Fall Or Reason"). L'ora in compagnia dei Vision Divine scorre dunque senza nemmeno rendersene conto, rapiti dalle vicende del protagonista della storia e dalla splendida musica offerta dal gruppo.
"Stream Of Consciousness" è stato quindi un colpaccio per Olaf Thorsen e soci che li ha proiettati fra i grandi nomi del panorama power/prog, sino a permettere il rientro in formazione di Fabio Lione per la registrazione nel 2009 di "9 Degrees West To The Moon", possedendo tutti i crismi per piacere ad una vasta gamma di ascoltatori, compreso il sottoscritto.

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lunedì 4 gennaio 2010

NEKROPOLIS - The Perversion Of Humanity


Informazioni
Gruppo: Nekropolis
Anno: 2004
Etichetta: Subversiv Records
Autore: ticino1

Tracklist
1. Nocturnus Aeternus
2. The Perverted Ideology
3. Aeons Of Technology
4. One Day in Hell
5. Misanthropy
6. Organ Removement
7. Mental Abuse
8. Bloody Bastards
9. Worship of Devotion
10. The Heretic
11. Damnation
12. Memories
13. Shadow Of Profanity

DURATA: 51:08

La cittadina di Spiez si trova sulla sponda sud del Lago di Thun. Si stende da un'altezza di 558 m a 852 m/sm. Sì, dalla sponda sale dolcemente verso le alte Alpi. La fondazione del luogo risale almeno agli inizi dell’XI secolo. Il castelletto é datato al XIII secolo.

Dove si trova Spiez? Nelle vicinanze di Thun, la città nel centro delle Alpi. E dove si trova Thun? Nell'Oberland Bernese, Canton Berna.

Ecco... Il Ct. Berna persegue molti ascoltatori che possiedono dischi di gruppi Svizzeri. Sun Of The Blind, Krokus, Darkspace, Paysage D'Hiver e ora pure i Nekropolis vengono da questo cantone. Ma perché? Anche la musica più profana mostra molti musicisti capaci provenienti da questa regione. Si specula sempre sul perché, senza trovare una risposta convincente.

Nekropolis é originariamente un progetto dei fratelli Steiner, di cui uno ha ormai lasciato il tutto. Il quintetto ha all'attivo un solo disco, "The Perversion Of Humanity", che sfoggia alcuni tocchi industrial. Credo di ricordare, che il gruppo si sciolse. Ora sembra che il gruppo sia nuovamente attivo. Che ci sorprenderà con un nuovo lavoro? Sfogliando il libercolo, noto la lista degli sponsor. Dalla città di Thun fino all'Ufficio Della Cultura Del Ct. Berna se li sono presi tutti. Come abbiano fatto, non lo so. Considerando quanti soldi si sperperano annualmente per della pseudocultura, non si può fare a meno di congratulare il gruppo per essere riuscito a sfondare tali porte.

I pezzi proposti sono orientati verso la Scandinavia e più precisamente verso Gotenburg. Molti di voi sono già assuefatti alle sonorità provenienti dalla città del metal melodico. Pensate ora all’ultimo lavoro dei Dark Tranquillity? Lasciate perdere. Io penso piuttosto ai gruppi degli albori, che erano sì orecchiabili ma non veramente melodici. I Nekropolis, nella loro parziale scontatezza, offrono degli spunti inabituali, che risvegliano spesso e volentieri l'interesse dell'ascoltatore anche con l'aiuto di tastiere curate e ben piazzate. Considero quest’album come un lavoro di concetto. I sampler usati mi aiutano a sostenere quest'opinione. “The Perversion Of Humanity” non è solo un disco di death abbastanza melodico, ma anche la colonna sonora ideale per passare una cinquantina di minuti senza annoiarsi.

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JIGSORE TERROR - World End Carnage


Informazioni
Gruppo: Jigsore Terror
Anno: 2004
Etichetta: Listenable Records
Autore: Leonard Z

Tracklist
1. Gorging On Exposed Arteries
2. Skeletal Decomposition
3. Slaughtered Existence
4. Death Rattle Cacaphony
5. Senseless Slaughter
6. Rotten Heads
7. Reeking Death
8. Insane Torture
9. Scattered Cranial Remains
10. Violent Molestation
11. Corpses On Fire
12. Feast of Dismembered Limbs
13. Brutally Murdered
14. Bestial Frenzy
15. World End Carnage

DURATA: 35:39

Che belli i gruppi che entrano a gamba tesa! Questi Jigsore Terror si presentano direttamente con un full, saltando demo, split, cazzi e mazzi. E lo fanno alla grande, merito anche della militanza secolare dei membri della band nella scena svedese: parliamo infatti di musicisti di varie band tra le quali General Surgery e Birdflesh. Già dal nome del gruppo e dal titolo dell’album sappiamo cosa aspettarci: death/grind sulle orme di Terrorizer (confrontate il nome dei debut dei due gruppi e poi ditemi se non ci vedete una similitudine) e Carcass (“Corporal Jigsore Quandary” dice niente?). Il risultato è veramente ottimo: trentacinque minuti in cui il sound svedese si alterna a quello del grindcore inglese e del death americano come se l’orologio si fosse fermato al 1990. L’unica differenza è la registrazione più moderna e pulita che però non snatura il lavoro. Insomma: tanta roba!
Per quanto riguarda testi e immagine del gruppo sapete già dove si va a parare leggendo i titoli delle canzoni! Quindi non mi dilungo. In definitiva un album compatto, dall’enorme forza trascinante, che vi farà venire voglia di lasciarvi da un palco (va bene anche il lavandino di casa vostra, in mancanza di meglio) e di farvi venire tre ernie alla cervicale con un headbanging furioso. Un album consigliato a chi ama le sonorità del vero death metal e del vero grindcore.
Non fatevelo scappare!
P.S. ho letto altre recensioni che bollano questo album come “solita vecchia roba senza innovazione”. Che si fottano! Questo è il death/grind che ci piace!

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sabato 5 dicembre 2009

HEIMDALL - Hard As Iron





Informazioni
Gruppo: Heimdall
Anno: 2004
Etichetta: Scarlet Records
Autore: M1

Tracklist
1. Hard As Iron
2. Midnight
3. Moon-Red Light
4. Black Tower
5. Cold
6. The Emperor
7. Dark Home
8. Black Heaven
9. Holy Night

DURATA : 48:40

2

Italia e power metal sono stati un connubio di successo, basti pensare a gruppi quali Labyrinth, Rhapsody (Of Fire) o più di recente ai Vision Divine di Olaf Thorsen, espressioni di un certo modo di suonare questa musica che calca la mano su melodia, tastiere e spesso e volentieri pomposità come nel caso di Turilli e soci. Gli Heimdall, formazione campana attiva dal 1994, possiedono invece un approccio totalmente diverso alla materia, il loro è un power roccioso dove sono le chitarre (suonate da Fabio Calluori e Carmelo Claps) ad essere protagoniste lasciando alla tastiera di Sergio Duccilli pochi momenti selezionati.
L’atmosfera generale di “Hard As Iron” è oscura e ricca di una tensione che solo ritornelli di grande presa e da cantare a squarcia gola spezzano, come accade nell’omonima traccia d’apertura mentre i cori, che talvolta rispondo e altre “doppiano” la voce solista di Giacomo Mercaldo, enfatizzano la componente epica. Il tono grave e profondo del cantante si discosta dalle ugole a sirena spaccavetri tipiche del symphonic, donando una forte caratterizzazione alla musica degli Heimdall, arrivando in “Black Tower” a fornire una prestazione strepitosa per intensità e capacità interpretativa.
Fra brani più andanti ed altri maggiormente rocciosi si collocano due ballad, o meglio i due pezzi più “sentimentali”: la prima, nonchè maggiormente riuscita, è “Cold” che parte supportata solamente da voce e piano per poi far subentrare il resto degli strumenti, si tratta di un brano emozionante e ben strutturato, cosa che non si può dire totalmente per l’acustica “Black Heaven”, un po’ troppo minimale per i miei gusti.
Non conoscendo il resto della discografia della band (si tratta di altri tre album: “Lord Of The Sky”, “The Temple Of Theil” e “The Almighty”) non posso compiere nessun paragone con la produzione passata, mi limito quindi ad elogiare questo “Hard As Iron” come un lavoro di power metal solido, ben fatto e di personalità.

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mercoledì 2 dicembre 2009

VULCANO - Tales From The Black Book





Informazioni
Gruppo: Vulcano
Anno: 2004
Etichetta: Renegados Records
Autore: Mourning

Tracklist
1. Gates Of Iron
2. The Bells Of Death
3. Priestes Of Bacchus
4. From The Black Metal Book
5. Devote To The Devil
6. Fall Of The Corpse
7. Face Of The Terror
8. Guerreiros De Satã
9. Troubled Mind
10. The Sign on the Door
11. Obscure Soldiers
12. Total Destruição
13. Bestial Insane

DURATA : 42:55



La band brasiliana dopo una lunga pausa dai tempi di “Rat Race” pubblicato nel 1990 ritorna sulla scena con un disco nuovo di zecca dal titolo “Tales From The Black Book” nel 2004.
Cosa ci si poteva aspettare dal combo carioca se non una prova basata su quel thrash contaminato da tempistiche death e influenze proto-black che sono il marchio di fabbrica di un certo stile nato proprio in quelle zone.
Di tempo ne è passato l’approccio è comunque fresco e piacevole senza però stupire mai, infatti per quanto questo lavoro sia ben fatto ed il mestiere non manchi, non è altro che un album dedicato solo agli afecionados.
Non vi sono pezzi di storica rilevanza se non “Guerreiros De Satã” e Total Destruição, a cui viene data nuova vita e qualche buona composizione come “The Bells Of Death” o “Fall Of The Corpse”.
Tutto si limita ad un compitino ben eseguito, che ha dentro i giusti ingredienti per tirare a sè i nostalgici ottantiani (velocità, sound sporco e rozzo, peccato sia privo per molti versi d’incisività) e quelli che amano culti anche se creati a parole più che a fatti, visto che la carriera di questa formazione vive di alti e bassi a dir poco esagerati.
Per chi adora il genere sudamericano un acquisto che non può mancare per completare la collezione, non essenziale per tutti gli altri.

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