Informazioni
Gruppo: Exhumed
Titolo: Necrocracy
Anno: 2013
Provenienza: USA
Etichetta: Relapse
Contatti: exhumed.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Coins Upon The Eyes
2. The Shape Of Deaths To Come
3. Necrocracy
4. Dysmorphic
5. Sickened
6. (So Passes) The Glory Of Death
7. Ravening
8. The Carrion Call
9. The Rotting
DURATA: 38:22
Quanto sarà necessario presentarvi gli Exhumed? Siete lettori assidui, dunque la risposta è... per niente! Nel 2011 vi parlai in maniera entusiasta di "All Guts, No Glory" che diventò la mia colonna sonora estiva.
Ora "l'estate sta finendo e un anno se ne va", come cantavano i Righeira, ma gli Exhumed restano e ci servono un lavoretto intitolato "Necrocracy". Il libercolo mostra una copertina poco abituale per il gruppo e la prima domanda che mi pongo è: "Sono diventati politici?". Fortuna vuole che sia ben fornito e che contenga quattro pagine redatte dal gruppo, nelle quali Matt ci racconta come Rob Babcock e Mike Hamilton sostituirono alle pelli e al basso i colleghi che non erano più disponibili per delle lunghe serie di concerti. Forse vi ricorderete che Danny Walker e Leon Del Müerte sono stati protagonisti di un viavai continuo, dentro e fuori dagli Exhumed. Chissà che un giorno li rincontreremo? Finalmente trovo la risposta che cercavo... sì, i testi sono socio-critici e si rivolgono verso il sistema nel suo complesso, particolarmente quello statunitense. Passiamo ora al prodotto musicale, quello che interessa maggiormente ai lettori.
La prima pista intitolata "Coins Upon The Eyes" è basata su una scala molto "carcassiana" e automaticamente mi chiedo se la scelta sia dovuta all'uscita di un nuovo disco degli inglesi. Calcolo? Omaggio? È un fatto che lo stile dei Carcass si trova come un filo d'Arianna nel corso dell'opera; combinato con ritmi thrash della Bay Area, crea tracce medio-lente come "Dysmorphic" che sono da divertimento puro. Gli Exhumed hanno forse tolto un poco il piede dall'acceleratore, ma non temete, voi amici della velocità starete forse un poco a dieta, trovando comunque abbastanza da masticare. "Necrocracy" ha bisogno di essere ascoltato più volte per permettere all'utente di scoprire tutte le sfumature e di apprezzarne la qualità fornita da musicisti esperti.
Il quartetto californiano ha forse regolato leggermente il suo stile oppure semplicemente non è riuscito a offrirci uno dei suoi dischi di livello più alto. È però indiscutibile il fatto che "Necrocracy" resti un lavoro solido e compatto, con alti e bassi dettati dalla percezione individuale del pubblico. C'è un solo modo per scoprire se vi garbi: ascoltarlo.
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Gruppo: Estrangement
Titolo: Belong Beneath
Anno: 2013
Provenienza: Australia
Etichetta: Australis Records
Contatti: non disponibili
Autore: Mourning
Tracklist
1. Disentanglement (Of Sound From Mind)
2. Interlude
3. Infinitesimal Spark
DURATA: 20:47
Gli australiani Estrangement sono un piacevole mistero: della band in questione si sa davvero poco o nulla e la tape gentilmente inviatami da Simon della Australis Records non da risposte alle mie domande su quanti siano i membri coinvolti in tale progetto (dovrebbe essere una one man band con il solo J.S. a muoverne le fila) né su come siano sbucati fuori dal nulla. In fin dei conti però ciò che interessa è la musica e allora parliamone.
"Belong Beneath" è la prima demo rilasciata da questa realtà e contiene tre brani: "Disentanglement (Of Sound From Mind)" e "Infinitesimal Spark" sono due lunghi pezzi, tortuosi e infoltiti di atmosfere classiche che si poggiano su di una base funeral doom a tinte goth che pesca direttamente da nomi quali Thergothon, Skepticism, Ea, Worship e My Dying Bride, ai quali si aggiunge un intermezzo che fa da spartiacque intitolato "Interlude".
I venti minuti e poco più registrati su questa cassetta, la cui tiratura è limitata a sole duecentocinquanta copie, ci consegnano una formula musicale acerba, ma intensa e intrigante. Le venature fornite dal filtrare del violoncello, gli assoli di chitarra schizoidi e le trame tessute dall'organo vanno a sedimentarsi su una chiave ritmica che, mantenendo perlopiù costante l'andatura pachidermica caratteristica del genere, non si nega un paio di scappatoie in accelerazione: cambi che aumentano la sensazione di disagio e la velenosità della voce, col suo profondo growl, le urla acide o le tonalità cristalline in un breve frangente del pezzo in apertura.
In "Belong Beneath" non mancano le sbavature, difatti non sempre le incursioni della strumentazione sono perfette, ci si potrebbe lamentare della volontà di "strafare" in alcuni frangenti e la produzione avrebbe potuto essere curata meglio. Tuttavia è una demo e il primo passo di questi Estrangement viene comunque valorizzato dall'efficacia delle melodie e dall'atmosfera soffocante di cui il lavoro è impregnato.
Se amate il funeral, dovreste tentare di far vostro questo nastro. Augurandoci che non siano una cometa passeggera, rimaniamo in attesa di nuove uscite che ci possano dare una conferma sull'effettivo valore del progetto.
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Gruppo: Evildead
Titolo: Annihilation Of Civilization
Anno: 1989
Etichetta: Steamhammer
Contatti: Evildead, Box 3182, Alhambra, Ca. 91803 U.S.A.
Autore: ticino1
Tracklist
1. F.C.I. / The Awakening
2. Annihilation Of Civilization
3. Living Good
4. Future Shock
5. Holy Trials
6. Gone Shooting
7. Parricide
8. Unauthorized Exploitation
DURATA: 36:50
La copertina data al nuovo lavoro degli Evildead dal grande Ed Repka rispecchia le realtà dei nostri giorni. Le testate dei giornali non servono a rassicurare il pubblico. La guerra in Afghanistan sta finendo, il disarmo nucleare pare ancora essere lontano e la paura di catastrofi tecnologiche è onnipresente; sarà Bush, il nuovo presidente statunitense, in grado di portare un poco di calma a livello internazionale? Sarà il metal a salvare il Mondo?
La Steamhammer pare avere la manina d'oro nella scelta dei suoi gruppi in scuderia. Gli Evildead ci gratificano con il loro primo LP, dopo averci sollazzati con una demo e l'EP uscito l'anno scorso. Quelle due registrazioni ci offrirono un thrash aggressivo e di alto livello tecnico, grazie anche, ma non solo, alle qualità di Juan Garcia. Questi è indubbiamente uno dei migliori chitarristi metal sul mercato odierno.
Il 33 giri ci viene servito in una copertina apribile a libro che presenta all'interno tutti i testi sulla sinistra, mentre sulla destra ci sono la foto del gruppo, la lista dei membri e, cosa molto simpatica, quella dei roadie. Senza di loro una formazione sarebbe persa durante le tournée.
Poso la puntina nel solco per sentire l'introduzione, corta, intitolata "F.C.I.", preludio dell'inferno che sarà "The Awakening". La scala orientale d'entrata serve solo a mitigare la mitragliata che segue. Rabbia, violenza... tutti ingredienti di quello che potrebbe essere thrashcore dei più incazzati. Non ci sono dubbi: gli Evildead continuano a scavare nella vena scoperta agli inizî. La formazione intreccia una buona quantità di scale nella trama delle canzoni. Alcune sono annichilenti, come il passaggio spaccacollo a meno di un minuto di "Living Good" che, purtroppo, dura poco e appare in una sola occasione. A volte l'effetto è più importante del divertimento. Situazioni per pogare e per fare casino ne scoprirete a bizzeffe su questo lavoro, non temete. Vedo già una massa di thrasher spaccarsi le ossa a vicenda nel pozzo e corpi che si lanciano intrepidi dal palco. Un punto che trovo sia molto rilevante è la totale dominanza della tecnica nell'uso di tutti gli strumenti, tecnica che viene investita in violenza e non in seghe a manici e pelli. Altri punti forti del disco sono sicuramente "Holy Trial", pezzo molto complesso e variato con assoli da lacrime, e "Future Shock", che convince non grazie alla sua velocità ma piuttosto per il gioco fra le due chitarre.
M'infastidisce la produzione, molto moscia, che credo sarà un punto tanto criticato dagli ascoltatori. Non riesco a comprendere come possa succedere un "incidente" tale. Cacey McMakin non è un nome sconosciuto nell'ambiente metal, poiché ha già lavorato con gruppi come i Nuclear Assault e conosce perciò questo tipo di suono.
"Annihilation Of Civilization" è un album che troverà parecchi amici e offrirà tanto divertimento e una scarica di violenza gratuita! Tenete d'occhio le locandine dei vostri locali abituali per non perdere un'eventuale presenza live di questi statunitensi.
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Gruppo: Evangelist
Titolo: Doominicanes
Anno: 2013
Provenienza: Polonia
Etichetta: Doomentia
Contatti: facebook.com/evangelistmetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. Blood Curse
2. Pain And Rapture
3. Deadspeak
4. To Praise, To Bless, To Preach
5. Militis Fidelis Deus
DURATA: 44:36
Vi ricordate dei polacchi Evangelist? Il 2011 ce li presentò inaspettatamente con un disco, "In Partibus Infidelium", che per il sottoscritto divenne un ascolto fisso: un album che non inventava nulla, piuttosto viaggiava su onde sonore che vedevano i Candlemass praticamente onnipresenti insieme a una schiera ampia di realtà gigantesche e riconoscibilissime, peraltro citate nella recensione, ma che al tempo stesso era letteralmente affascinante sia per la piacevole maniera ortodossa con la quale dava vita al doom che per l'ottima prova del cantante. È da quelle basi che la formazione proveniente da Cracovia è ripartita, basi che hanno modellato il secondo capitolo "Doominicanes", in tutto e per tutto sulla scia segnata dal predecessore.
Per portare a casa un buon risultato, mettendo a disposizione degli ascoltatori navigati prove così classiche e volutamente ancorate agli stilemi del genere epico, bisogna essere in possesso di una grande capacità compositiva, di incantare ed emozionare, oltre a una bravura esecutiva e una componente vocale ben al di sopra della media. Su tali punti sembra proprio che non vi siano lacune riscontrabili, difatti quella degli Evangelist è una prestazione permeata continuamente dal grigiore ancestrale e dalla fierezza, anche battagliera e rituale, grazie a spunti che sembrano uscire dall'operato dei britannici Solstice, dei nostrani Doomsword e dei maltesi Forsaken, che confluiscono in brani possenti e gravemente impegnati. Il trittico formato dall'iniziatica "Blood Curse", dalla seducente "Deadspeak" (dove spicca il ritornello) e dall'epopea conclusiva di "Militis Feudis Deus" (pezzo che racconta il periodo storico delle crociate, analizzandolo però attraverso gli occhi dei crociati stessi) guida un lotto breve, appena cinque gli episodi racchiusi nell'album, ma di gran valore. In "Doominicanes" non c'è una sola nota fuori posto, gli assoli sono perfettamente incastonati all'interno dei brani, le melodie evocano solitudine, malinconia e in generale quelle sensazioni derivate da epoche marchiate dall'incertezza, dalla decadenza e dal misticismo distruttivo dovuti al progressivo aumento di potere della follia religiosa.
Adesso che i Candlemass si sono ritirati, questi ragazzi potrebbero forse esserne i successori. Lo so, un'affermazione simile sa tanto di "bestemmia", eppure le atmosfere in stile "Epicus Doomicus Metallicus" che li accompagnano sono veramente belle ed è impossibile per me non tenerne conto, data la mia passione per Leif e soci. Purtroppo non si hanno notizie certe su chi siano i componenti della band, sarebbe da far loro i complimenti.
È vero che questo panorama ci offre una gamma di uscite ultra valide con una costanza che altre scene non hanno, e magari azzeccare due dischi brillanti di seguito non verrà visto come un vero e proprio miracolo, di sicuro però c'è che sia "In Partibus Infidelium" che "Doominicanes" lo sono. E dato che al tempo vi consigliai l'acquisto del primo, non posso esimermi dal fare altrettanto con quest'ultimo. Se il vostro orientamento religioso vi vede fedeli alla "Church Of Doom", allora non dovete proprio perdervelo.
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Gruppo: Extrema
Titolo: The Seed Of Foolishness
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Fuel Records
Contatti: facebook.com/pages/EXTREMA/51303509991
Autore: Mourning
Tracklist
1. Between The Lines
2. The Politics
3. Pyre Of Fire
4. The Distance
5. Ending Prophecies
6. Bones
7. Again And Again
8. Deep Infection
9. Sick And Tired
10. A Moment Of Truth
DURATA: 46:56
Gli Extrema sono uno di quei nomi che durante una discussione riescono a spaccare l'opinione, dividendola più o meno nettamente in schieramenti che si contrappongono. I milanesi hanno sempre dimostrato di fare ciò che preferivano senza vincoli e non hanno mai rinnegato i passi falsi, o definiamoli contestabili, commessi nella loro ormai lunga carriera, venendo così apprezzati e supportati per le indiscutibili doti di musicisti quanto contestati per un presunto tradimento perpetuato nei confronti del metal come i più classici dei venduti. Eppure oggi sono ancora qui, dopo oltre venticinque anni ci sono ancora.
Non so cosa li abbia risvegliati, è certo però che a parte i primi due album, "Tension At The Seams" e "The Positive Pressure (Of Injustice)", non mi avevano impressionato granché. Fra l'altro già allora, nonostante si presentassero come una band incazzata, pesante e godereccia, molti li avevano relegati in un angolo poiché troppo simili ai maestri Pantera; eppure non so cosa ci sia di totalmente negativo in questo, visto che non suonavano cover, mentre oggigiorno c'è gente che infila nei propri scaffali tonnellate di dischi thrash totalmente fatti col "copia e incolla". In seguito con la partecipazione nei singoli "Mollami" e "Vai Bello" degli Articolo 31, accoppiata che paragonare a quella composta da Anthrax e Run Dmc per "Bring The Noise" è pura bestemmia, il mio interesse verso di loro era del tutto scomparso, tanto che ascoltai distrattamente i dischi seguenti sino a quando non ritrovai tracce di ciò che ritenevo essere una ripresa in "Pound For Pound".
A quattro anni di distanza da quel quinto disco è stato partorito "The Seed Of Foolishness" e finalmente la formazione nostrana è tornata a brillare. Il lavoro è di quelli completi da qualsiasi punto di vista lo si voglia analizzare e rappresenta senza ombra di dubbio uno degli apici sia compositivi che di maturità raggiunti da Massara e soci. Pronti, partenza e via: martellando con "Beetween The Lines" sin dalle prime battute, questi Extrema sfoderano una grinta e un fervore che non si sentivano da anni, come rimarcato anche in episodi dal piglio sicuro, thrash e devastante come "Pyre Of Fire" (nel quale appaiono echi dei Meshuggah) e "The Distance". Il gruppo riesce pure ad ammaliare l'ascoltatore con ritornelli affascinanti, belli quelli inseriti nella già citata "Pyre Of Fire" e in "Ending Prophecies"; immette invece mattoni su mattoni di groove in "Again And Again", lasciando poi la scena alla quiete melanconica inaspettata sul finire di "Ending Prophecies" e nella conclusiva, a tratti southern, "A Moment Of Truth". Infine trova anche il modo di far affiorare venature grunge (Alice In Chains) in "Bones".
Quella fornita dal quartetto milanese è una prestazione di livello superiore: Tommy Massara sia in chiave di costruttore di riff che in quella di solista non solo coinvolge, ma conquista letteralmente la scena; la sezione ritmica è robusta e quadrata, grazie al lavoro di batteria veramente corposo e ben scandito di Paolo Crimi, che in più di una circostanza valorizza i brani con un ottimo utilizzo dei cimbali, e all'apporto massiccio offerto dal compagno Gabri Giovanna al basso; Gl Perotti dal canto suo sembra tornato un ventenne, veracemente astioso e ribelle. Gli Extrema sembrano (o sono) davvero rinati.
Il concept che graficamente e testualmente da corpo al pensiero apocalittico-complottista e la traccia fantasma che celebra una fra le più famose scene delle avventure/disavventure di Mr. Fracchia ("Da Sergio E Bruno Gli Incivili") sono solo orpelli? La si può pensare così, oppure dar merito agli Extrema di esser riusciti a far convivere con semplicità tematiche serie e attuali con l'ilarità casereccia, o cafona se preferite, dell'Italia scanzonata. In fin dei conti due risate alleggeriscono l'atmosfera prima dell'ennesima immersione di ascolto in "The Seed Of Foolishness".
Non so da quale parte della barricata voi stiate, se amiate od odiate questi ragazzi, so però che a prescindere dai gusti personali si può, e si deve, riconoscere agli Extrema una professionalità e uno spirito che hanno garantito loro di poter andare avanti, pur scendendo talvolta a compromessi nel corso del tempo. Va rimarcato tuttavia che con quest'ultima uscita sono ancora capaci di regalare al nostro udito del buonissimo metal. Adesso decidete cosa fare: dal mio punto di vista, soprattutto chi in passato apprezzò i dischi d'inizio carriera dovrebbe almeno provare a divertirsi scapocciando con "The Seed Of Foolishness" e poi chissà, da cosa potrebbe nascere cosa... Tentar non nuoce.
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Gruppo: Electric Taurus
Titolo: Veneralia
Anno: 2012
Provenienza: Irlanda
Etichetta: Moonlight Records
Contatti: facebook.com/electrictaurus
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Mountains
2. A New Moon
3. Mescalina / If / At The Edge Of The Earth
4. Two Gods / Caput Algol
5. Prelude To The Madness
6. Magic Eye
DURATA: 48:40
Prima prova intitolata "Veneralia" per il trio di musicisti che si cela sotto il nome Electric Taurus, gruppo irlandese accolto dalla scuderia dell'italiana Moonlight Records. I nostri provengono dall'Isola Smeralda, certo, ma non lasciatevi ingannare: non troverete atmosfere bucoliche e verdeggianti nella loro proposta. Soprattutto, però, non lasciatevi ingannare dall'anno di uscita dell'album, il 2012: "Veneralia", in realtà, racchiude al suo interno circa cinquant'anni di musica.
Viste le premesse e buttato uno sguardo alla copertina del lavoro, sicuramente molti di voi saranno già stati in grado di circoscrivere in maniera potenzialmente piuttosto precisa il campo d'azione degli Electric Taurus: ascoltando poi tracce come "Mountains" e "Prelude To The Madness", tutti voi saprete già perfettamente in cosa siete incappati. Le più classiche e immortali influenze Black Sabbath vengono miscelate con digressioni vintage degne di Led Zeppelin e Deep Purple, con movenze derivanti dal sempreverde retaggio di Jimi Hendrix e con una sfrontata attitudine Stoner: il risultato è dunque semplice da immaginare e non ha bisogno di presentazioni. Pezzi come "A New Moon" e "Two Gods / Caput Algol" poggiano, appunto, proprio su un animo ancora più istintivo, il quale offre un perfetto incrocio tra riffoni polverosi, grezzi, strabordanti di fuzz e l'imprescindibile ascendente esercitato dall'eredità del leggendario gruppo di Birmingham. L'intero apparato degli Electric Taurus si sviluppa perfettamente partendo da un corredo genetico di tutto rispetto che cresce in modo esponenziale, rincarando continuamente la grevità di un suono gonfio, gravido di tempesta, di vento arido e di sensazioni fumose. Nemmeno gli effetti dei più potenti acidi potrebbero poi eguagliare la scarica di fitta psichedelia di cui vengono impregnate la lunga "Mescalina / If / At The Edge Of The Earth" e "Magic Eye": il potenziale lisergico sprigionato, unito a uno spirito ricco di molecole di purissimo Rock sessanta-settantiano, partorisce un amalgama potentissimo, un concentrato di qualità e un grado di penetrazione musicale che, senza mezzi termini, è semplicemente ligio al compito di farci implodere i neuroni.
Devo essere sincero: nemmeno volendo riuscirei a trovare falle o difetti che possano pregiudicare in maniera significativa il mio giudizio su "Veneralia". Questo lavoro è uno dei tanti tasselli componenti una scena che negli ultimi anni ha dimostrato di essere, qualitativamente e quantitativamente, forse la migliore dell'intero panorama metallico (e non solo). Gli Electric Taurus hanno sfornato un lavoro splendido, un lavoro che potrà soltanto far gonfiare a dismisura di soddisfazione il "pacco" di chiunque (compreso il sottoscritto) sia quotidianamente alla ricerca di dischi simili.
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Gruppo: Enshine
Titolo: Origin
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Rain Without End
Contatti: facebook.com/enshine.band
Autore: Mourning
Tracklist
1. Stream Of Light
2. Refraction
3. Cinders
4. Astrarium
5. Ambivalence
6. Nightwave
7. Immersed
8. Above Us
9. Constellation
DURATA: 42:49
Gli Enshine nascono nel 2009 come progetto solista melodic doom / death del chitarrista svedese Jari Lindholm (Seas Of Years, ex di Slumber e Atoma), per poi diventare un duo per l'uscita del debutto intitolato "Origin" con l'entrata in scena del cantante francese Sebastien Pierre (Cold Insight, Fractal Gates, ex di Inborn Suffering e Lethian Dreams), avvalendosi inoltre del supporto di altri tre elementi quali Siavosh Bigonah e Oscar Borgenstahm, entrambi membri degli Atoma e quindi già ben noti a Jari, rispettivamente nei ruoli di bassista e batterista, e della cantante svizzera Sandy Mahrer ai cori.
Musicalmente questa realtà scandinava, tenendo conto dei soli quattro anni d'esistenza, dimostra di essere in possesso di forma e sostanza mature, muovendosi senza troppe difficoltà in un ambito atmosferico i cui nomi di riferimento sono Katatonia, October's Tide, Daylight Dies e in parte anche gli In Mourning. Lo sviluppo delle tracce è incentrato su un approccio particolarmente vellutato, ma che volutamente si distacca dalle forzature malinconiche ed eccessivamente dolciastre rilevabili nel dilagante utilizzo della voce femminile e nell'abuso di componenti sonore extra metal (penso all'ingresso degli archi sempre più in voga) che stanno rendendo piacevole quanto scontato all'inverosimile questo filone. Nel loro caso sono infatti le tastiere a tessere trame portanti, nelle quali l'influenza e la funzionalità del riffing e della solistica (ascoltate quelli di "Nightwave" e "Above Us") proposte da Jari divengono fondamentali per fornire quell'atmosfera sognante e in parte meditabonda che si estende a macchia d'olio, grazie a una prestazione complessiva che perlopiù accantona l'animo greve del genere, preferendo una sorta di carezza emotiva lievemente "appesantita" per comunicare all'ascoltatore il proprio umore.
"Origin" è ben fatto, gli episodi arricchiti dalla presenza del cantato di Sebastien ("Stream Of Light", "Refraction", "Cinders", "Ambivalence", "Nightwave" e "Above Us") sono seducenti quanto basta per mettere a suo agio un abituale fruitore di questo panorama musicale, mentre i tre strumentali ("Astrarium", "Immersed" e "Constellation") risultano amalgamati con il resto della scaletta in maniera tale da non interrompere il flusso di sensazioni emanate, che col trascorrere dei minuti fa segnalare un sottile, ma importante ispessimento. Se proprio volessimo trovare un paio di difetti, potrei affermare che l'album è in possesso di un paio di situazioni alquanto conosciute come impostazione. La produzione a cura di Thomas "Plec" Johansson (svoltasi presso i Panic Room Studio) invece avrebbe dovuto garantire alla sezione ritmica una presenza più massiccia, limando in parte quella prepotente delle tastiere; quest'ultima del resto in sparuti frangenti finisce per dar un leggero fastidio alle chitarre.
Il disco gira nello stereo facendosi apprezzare a più riprese ed essendo ancora una prima prova, una fase di rodaggio portata a compimento con la dovuta efficacia, non è male davvero. Gli Enshine sono fra le band da inserire nella lista delle promesse in attesa di conferma, le premesse offerte da "Origin" sono valide e gradevolissime, vi consiglio quindi di prestarvi attenzione, sono però altrettanto sicuro che possano fare ancora meglio e mi auguro che in un futuro prossimo ne possa ricevere riscontro. Formazione da tenere d'occhio.
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Gruppo: Edvian
Titolo: 2012
Anno: 2013
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: myspace.com/edvianprogressiveband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Progress Of Death
2. 2012
3. This Is War
4. Cradle Of Life
5. Time
6. Storm
7. For The Sake Of Love
8. Crazy World
DURATA: 39:07
Gli Edvian sono un gruppo prog nato in Russia per volontà di Victor Plitkin-Cherkasov (chitarra) e Andrew Plitkin (batteria), due fratelli provenienti dalla città di Terv che hanno trovato in Alexey Serov (voce) e Ivan Nechaev (basso) gli altri elementi per costituirne la formazione ufficiale che ha sin qui rilasciato dapprima il demo digitale autoprodotto "Apo" e poi il debutto "2012", così intitolato data la scelta di legarsi alle tematiche riconducibili alla mancata Apocalisse.
La band suona moderna e accattivante: il compromesso per cui la tecnica fornita ai brani non divenisse talmente ingombrante da annullare il valore degli inserti melodici ed elettronici è stata una mossa preventiva indovinata. La prestazione del quartetto risulta essere particolarmente equilibrata: si possono apprezzare a più riprese sia le varianti maggiormente complesse in "Progress Of Death", che le soluzioni che tendono a garantire respiro e fascino ipnotico a pezzi quali "This Is The War" e "Time". L'alternarsi di elementi carezzevoli trasportando il sound in direzione dello stile da ballata in "For The Sake Of Love" e altri che lo spingono invece in vie "electro-industrial" come avviene in "Storm" e "Crazy World".
In "2012", per quanto sia derivativo, noterete in svariate circostanze la presenza non poi così celata delle influenze provenienti da numi tutelari del panorama progressive. È un album decisamente interessante proprio per la capacità con la quale cambia, seppur non stravolgendosi continuamente, di passo in passo: ciò fa sì che gli Edvian, supportati da una buona produzione curata dallo stesso chitarrista Victor e da una prova strumentale e vocale di discreta fattura anche nell'inserimento delle fasi più "cattive", raggiungano l'obbiettivo che conta, consegnandoci un disco che vale la pena di conoscere e ascoltare. Date loro una chance.
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Gruppo: E Aktion
Titolo: BIID - Body Integrity Identity Disorder
Anno: 2013
Etichetta: Autoprodotto
Provenienza: Italia
Contatti: Facebook - Soundcloud - eaktion[at]hotmail.it
Tracklist
1. BIID - Body Integrity Identity Disorder
2. Left Leg
3. Right Leg
4. Left Arm
5. Right Arm
6 Left Hand
7. Right Hand
8. Left Foot
9. Right Foot
10. Whole
DURATA: 68:08
Non ci vengono forniti dati biografici in merito al progetto E Aktion, sappiamo semplicemente che questo album è stato realizzato fra il 2012 e.v. e il 2013 e.v., che il luogo d'origine pare essere Roma e che gli autori si firmano S Shaytan e Mor.Xiten.
Detto questo, vi descrivo immediatamente il concetto del cd ovvero una analisi di ciò che parrebbe trovare felicità nell'amputazione di varie parti del organismo: proprio o non proprio, non ci è dato saperlo, ma chi è appassionato di film potrebbe trovare maggiori indicazioni data l'ispirazione a "BIID - Body Integrity Identity Disorder", che è anche il titolo del primo brano. Da qui una disamina paziente e personale di ogni singolo arto da cui scaturisce appunto il filone.
Se il primo brano ha il sapore più armonico e maggiori riferimenti ai sintetizzatori (quindi ipotizzo al complesso integro del corpo prima dei vari processi amputativi), con il prosieguo dei capitoli veniamo dirottati nel campo più strettamente Harsh e Noise, a seconda degli episodi. Passiamo anche attraverso una prima parte che per incedere o ripetitività ritmiche mi fa pensare a certe situazioni "rituali", in cui l'ascoltatore si trova avvolto da ipnotici droni meccanici, morbosi e alienati che gli autori vorrebbero ipoteticamente trasmetterci o quantomeno portarci a visionare.
A partire dal quinto pezzo gli accenti mantrici si dissolvono lievemente in favore di sezioni maggiormente votate al Power Noise, anche in questo senso ponendo il probabile accento quindi sul lato più deviato e disturbato della situazione. Qui i campionamenti utilizzati esprimono il rapporto malato che si instaura fra il soggetto protagonista e il dolore; dolore inteso come esperienza psico-fisica patologica e degenerativa.
A tratti questi dieci paragrafi sonori mi hanno riportato alla mente i Satanismo Calibro 9 o certi Megaptera, mentre per struttura e concetto mi viene immediatamente da associare le varie parti del corpo umano al percorso "rovescio" delle Qliphoth. L'alto volume favorisce l'associazione fra queste e il P.N. diviene un fucile puntato alle sinapsi (anche se per certi versi consiglierei un maggior studio dei suoni, soprattutto addensandone la natura, rendendoli così ancora più funzionali), fino a raggiungere lo stato di alterazione desiderato.
L'ultimo atto ha un incipit maggiormente danzereccio, azione che per certi versi pare avere un appiglio narcotizzante, per quanto rimangano inalterate le caratteristiche sopra descritte, quindi sia l'integralità dell'azione sia lo stadio ultimo e il distacco completo, passando per l'inferno delle "carni", hanno quel tratto tipico della risoluzione finale.
"BIID - Body Integrity Identity Disorder" è un album interessante per gli appassionati della degenerazione estrema e dell'Harsh Music, poiché coglie sfaccettature e sfumature intrinseche e sensibilità patologiche tradotte in sofferenza e mutilazioni.
Citando il frontespizio della loro pagina FB:
Project E AKTION. extreme noise, a purely rhythmic industrial with dark ambient suggestions.
A page is open to all!!!!!!!!!!!!!
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Gruppo: Echoes Of Yul
Titolo: Cold Ground
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Avantgarde Music
Contatti: echoesofyul.bandcamp.com - facebook.com/pages/Echoes-Of-Yul/120481074639837
Autore: Istrice
Tracklist
1. Octagon
2. Foundation
3. The Tenant
4. Crosses
5. Numbers
6. Haunebu
7. Libra
8. Save Yourself
9. The Plane
10. The Message
11. Cold Ground
12. Chrome
13. Last
DURATA: 64:16
Questi sanno il fatto loro. Questi sanno proprio il fatto loro. Comporre un disco doom / drone oggi non è semplice, la materia è complessa, lo studio alle spalle pure, e il rischio di diventare la sterile copia di altri artisti altissimo. D'altra parte i padri fondatori del genere hanno talmente sviscerato l'argomento da rendere ardue eventuali evoluzioni.
I polacchi Echoes Of Yul cercano di fare la loro parte in questa torbida scena musicale e la parola d'ordine è una sola: contaminazione. Il risultato, va detto fin da subito, è davvero ottimo, "Cold Ground" è un cd glaciale, oscuro, malato. La perizia degli artisti, e ancora una volta di James Plotkin dietro il vetro, crea un tessuto sonoro originale e multistrato, difficile da penetrare, e da ascoltare, rigorosamente in cuffia, più e più volte per poterne comprendere la complessità.
Sarà che a me questa roba piace proprio, ma di "Cold Ground" va segnalata anche la capacità di non risultare quasi mai tedioso o superfluo nonostante la lunghezza sia ragguardevole, superando un altro degli scogli che più facilmente affondano dischi di questo tipo. Ancora una volta sono la varietà e l'eterogeneità della proposta le chiavi, perché — sebbene le influenze dark ambient e noise siano onnipresenti in tutti i settanta minuti di durata — la grana sonora della componente elettronica riesce a essere sempre differente, e ogni brano assume una propria fisionomia particolare, distintiva. Se le sostanze che danno vita alla loro musica non sono nuove, di certo i polacchi sono stati in grado di distruggerle, smembrarle, atomizzarle e riassemblarle in una nuova forma totalmente originale. Originale e disturbante.
"Foundation" porta in dote atmosfere claustrofobiche, esalazioni radioattive che emergono dal terreno, in un costante gioco di riverberi, sample vocali e distorsioni. "The Tenant" cambia immediatamente il clima con il suo riffing sludge poderoso e graffiante. In un costante gioco delle tre carte gli Echoes Of Yul aggrediscono con tirate più violente, "Libra" e il suo alternarsi di noise e sludge è pura aggressione ai timpani dell'ascoltatore e la titletrack "Cold Ground", uno dei pezzi migliori del lotto, alienano con momenti di elettronica oscurità, in special modo negli intermezzi fra i brani più decisi ("Crosses", "Hanebu") e spiazzano l'ascoltatore introducendo sonorità inaspettate. Mi riferisco ad esempio al finale magniloquente e arioso di "Save Yourself", che arriva a stemperare le distorsioni della sopra citata "Libra", o ancor di più a "The Message", la cui ritmica assimilabile più alla scena dubstep londinese che a quella apparentemente di riferimento per il duo polacco impreziosisce ulteriormente l'album, senza tuttavia modificare le atmosfere mefitiche che costantemente si respirano in "Cold Ground".
Una grande prova per gli Echoes Of Yul, al secolo Mateusz Czech e Michal Sliwa, la cui perversità musicale ha dato i natali a uno degli album più originali e apprezzabili del 2012, e dei più morbosi di sempre.
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Gruppo: Eisenherz
Titolo: Fluch Der Zeit
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Dust On The Tracks
Contatti: facebook.com/EISENHERZofficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro
2. Die Nacht
3. Du Liebst Mich Nicht
4. Fluch Der Zeit
5. Racheengel
6. Licht Der Welt
7. Du Bist So Kalt
8. Vampir
9. Schlampenball
10. Scheintot
11. Manipulator
12. Schicksal
13. Die Seele Brennt
DURATA: 51:23
È la prima volta che incontro gli Eisenherz, la formazione tedesca non era mai finita sulla mia strada, perciò non sono a conoscenza di come suoni il disco di debutto omonimo pubblicato sette anni or sono, è quindi sul solo "Fluch Der Zeit" che provo a valutarne i valori. La proposta è particolarmente fruibile, un connubio di gothic rock e metal dai tratti sinfonici al quale si potrebbero associare i nomi di Crematory, Nachtblut e per certi aspetti anche Rammstein, Megaherz e alla lontana i Moonspell e gli Oomph!.
È uno scenario derivativo e che non aggiunge nulla di nuovo a un filone musicale solcato in più direzioni da tempo immemore, ma che comunque si difende sfruttando la combinazione di sezioni aggressive caratterizzate perlopiù dalle linee vocali maschili taglienti e ruvide interpretata da Heinz Zürl e momenti ad ampio respiro nei quali il lato melancolico e suadente prende forma grazie all'entrata in scena di quelle femminili a cura di Yvonne Groh.
L'album — seppur trascinato in varie occasioni da una composizione che si rifà in tutto e per tutto a cliché noti e che non li risparmia nemmeno all'ambito dei testi (l'esempio evidente è un pezzo orecchiabile e facilmente assimilabile come "Vampir") — tira fuori delle canzoni dalla buona resa: vi sono infatti la corpulenta traccia d'apertura "Die Nacht", "Du Liebst Mich Nicht" nella quale sono i sinfonismi a dominare la scena, la stravagante "Schlampenball" (a metà fra uno strano sogno e una rocciosa prestazione "heavy"), "Racheengel" e "Scheintot" maggiormente severe e scure nei toni e si giunge infine con una certa soddisfazione di fondo alla nuova veste di "Die Seele Brennt", unico pezzo datato in quanto contenuto originariamente in "Eisenherz".
Non si riscontrano grandi difficoltà ad ascoltare il lavoro degli Eisenherz, anzi nel complesso risulta essere alquanto convincente e solido, manca solo quel "quid" che permetta loro di distaccarsi dal carrozzone dei nomi citati nelle righe precedenti e che troppe volte diviene una presenza ingombrante all'interno delle tracce.
Se siete degli sfegatati fruitori del genere, un ascolto a questo "Fluch Der Zeit" dovreste decisamente concederlo, possiede più di un perché che me lo fa ritenere adatto a intrattenervi.
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Gruppo: Execration
Titolo: The Acceptance Of Zero Existence
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Comatose Music
Contatti: facebook.com/execrationbrutality
Autore: Mourning
Tracklist
1. Through The Portal
2. Awake The Darkened
3. The Acceptance Of Zero Existence
4. Infernal Rites Of Exsanguination
5. Serpentine Changeling
6. The Stars Will Make Known My Rage
7. Further Through The Portal
8. Queen Amongst The Wolves
9. The Great Fall
10. Falling Through The Portal
11. The First Death
DURATA: 37:39
Gli statunitensi Execration non sono dei fuoriclasse, non sono dei capofila, non sono tutto ciò che volete, ma Cristo Santo quanto martellano! La Comatose Music dopo aver prodotto nel 2008 "A Feast For The Wretched", debutto di questi musicisti provenienti da Colorado Springs, li rigetta nella mischia con il secondo "The Acceptance Of Zero Existence", un disco che per come suona e per quello che suona potrebbe avere anche una quindicina d'anni alle spalle invece di essere targato 2012.
La mistura ossessiva di brutalità, collera e sezioni atmosferiche morbose è facilmente ricollegabile all'influenza congiunta di grandi nomi della scena estrema, dai più classici Morbid Angel, Immolation, Deicide e Cryptopsy sino alla bestiali e più recenti prestazioni di band quali Inherit Disease e Odious Mortem. Ciò che frega in parte il quintetto è la mancanza sia della classe che di un livello di composizione dinamico ed espositivo che permettano loro di competere con le realtà tirate in ballo. A tutto questo purtroppo si aggiunge una produzione che sembra fatta apposta per farti incazzare come una iena, perchè il suono è reso troppo, troppo piatto: immaginate d'essere inseguiti da una folla adirata e voi che al posto di correre come dei dannati camminate, perché tanto chi sta dietro va al rallentatore. L'impatto dei pezzi alle volte risulta essere sterile, al posto di menar le mani tirando schiaffoni pare colpiscano utilizzando dei buffetti ed è difficile non notarlo.
Con quanto affermato poco più su non voglio assolutamente dire che ci troviamo dinanzi a un disco scadente, qui non mancano la pesantezza e il gravare sull'ascoltatore, infliggendo mazzate brutal vorticose e scatenate, inoltre vengono messe in mostra delle qualità di base veramente valide. Il trio di brani formato da "Infernal Rites Of Exsanguination, "Serpentine Changeling" e "The Stars Will Make Known My Rage" è quanto di più godereccio ci si possa attendere da un'uscita del genere, mentre con "The Great Fall" finalmente abbiamo anche la possibilità di constatare che l'assetto ritmico fornito al pezzo dal batterista Kevin Elrod e dal bassista Shawn Shannon sfrutta dei cambi di tempo da smontare il cervello. Solo che poi ripensi all'inutilità degli strumentali "Through The Portal", "Further Among The Portal" e "Falling Through The Portal", decisamente non necessari, e a qualche calo sparso qua e là e ti rendi conto che con due chitarristi furiosi e preparati quali sono Jerred Houseman e Brian Palmer, avendo a disposizione pure un cantante granitico e greve come Wyatt Houseman, avrebbero potuto ottenere sicuramente di più.
È cosa certa che l'operato dietro il mixer debba essere rivisto, oggigiorno è un peccato risultare limitati a causa di quest'aspetto, così come le pause prese in alcune circostanze devono essere eliminate, ad esempio la parte iniziale di "The First Dead" non convince proprio.
In definitiva? "The Acceptance Of Zero Existence" è consigliato agli sfegatati fruitori di questo mondo fatto di randellate e cattiveria gratuita. Gli Execration meritano la nostra fiducia, la formazione ha le carte in regola per svoltare e con il terzo album potrebbe tirar fuori un piccolo gioiellino. Non ci resta che attendere e sperare sia così, per ora premo di nuovo "play" e il vicinato — come al solito — ringrazia.
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Gruppo: Elio E Le Storie Tese
Titolo: L'Album Biango
Anno: 2013
Provenienza: Milano, Italia
Etichetta: Hukapan / Sony Music
Contatti: elioelestorietese.it
Autore: Istrice
Tracklist
1. Televisione Russa
2. Dannati Forever
3. La Canzone Mononota
4. Il Ritmo Della Sala Prove
5. Lettere Dal WWW
6. Enlarge (Your Penis)
7. Lampo
8. Luigi Il Pugilista
9. Una Sera Con Gli Amici
10. Amore Amorissimo
11. Il Tutor Di Nerone
12. Reggia (Base Per Altezza)
13. Come Gli Area
14. A Piazza San Giovanni
15. Il Complesso Del Primo Maggio
DURATA: 65:09
Ogni nuova uscita degli Elio E Le Storie Tese porta con sé una dose di attesa, di impazienza, di speranze e successivamente di critiche, lodi, controcritiche, controlodi come nessuna altra band del panorama musicale italiano. In tre decenni di carriera (e oltre due di produzioni) si sono trasformati da gruppo di culto preservato attentamente da una schiera di sostenitori irriducibili (sarebbe il caso di parlare di "fave", come vengono nominati i membri del loro fan club) a un fenomeno musicale di massima visibilità grazie alle sempre più frequenti apparizioni (da molti anni a questa parte, va detto) degli stessi su ogni sorta di media, riuscendo tuttavia a non allontanare le frange più intransigenti. La ricetta è stata semplice, proseguire nel proprio percorso cercando di scendere il meno possibile a compromessi e mantenendo sempre ai massimi livelli la qualità musicale e intellettuale della propria proposta.
Il 2013 li vede tornare sulle scene con la nona prova in studio, "L'Album Biango", titolo dagli evidenti riferimenti "beatlesiani", già ampiamente svelato durante le tappe del tour, Sanremo e concertone del primo maggio. Aspetto che peraltro incarna uno dei due problemi fondamentali di questo disco. Partiamo appunto dal primo: la mancanza di sorpresa, fondamentale in ogni nuovo disco degli EelST. Le hit ci sono eccome, ma i pezzi da novanta erano già diventati tutti di dominio pubblico: "Dannati Forever" è una parodia icastica del concetto di peccato e peccatore; "La Canzone Mononota" va ad inserirsi nel novero delle migliori composizioni mai sfornate dal gruppo, un delirante esercizio di stile che avrebbe fatto gridare al miracolo a un primo ascolto, non fosse stata già tanto celebrata sul palco dell'Ariston;, infine la conclusiva "Il Complesso Del Primo Maggio" annienta l'ascoltatore col suo ghigno beffardo e ironico e, assieme alla sua introduzione cantata da Eugenio Finardi "A Piazza San Giovanni", prende colossalmente per i fondelli usi e costumi del concertone.
Non mancano altri pezzi meritevoli, su "Enlarge (Your Penis)" non riesco a spendere parole, mentre segnalo su tutte "Lampo", che con le sue ritmiche rock dileggia la mania moderna di intasare i social network di foto, e "Come Gli Area", celebrazione in pieno stile "eliano" della band capitanata da Demetrio Stratos. Per il resto il disco si snoda attraverso un pacchetto di brani assolutamente di buon livello, che tuttavia per l'ascoltatore incallito, abituato agli standard sovrumani della band, non riescono a essere del tutto convincenti seppure assolutamente divertenti, godibili, con picchi di non-sense davvero pregevoli.
Arriviamo così al secondo problema. L'insostenibile pesantezza di essere uscito dopo quel capolavoro che porta il titolo di "Studentessi", album incredibile, il cui lotto innumerevole di canzoni da classifica riportava prepotentemente gli Elii ai fasti dei primi anni Novanta, dopo qualche uscita non scintillante, se paragonata con il livello irraggiungibile del primo trittico di album. Il fardello è decisamente pesante, e a larghi tratti schiaccia il malcapitato neonato che da parte sua non ha in realtà particolari colpe. Semplicemente ci si trova davanti a un ottimo disco degli EelST, ovvero un album che per il resto dell'umanità è pura fantascienza, ma questo al giorno d'oggi può non bastare.
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Gruppo: Early Graves
Titolo: Red Horse
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: No Sleep Records
Contatti: facebook.com/earlygraves
Autore: Mourning
Tracklist
1. Skinwalker
2. Misery
3. Days Grow Cold
4. Red Horse
5. Apocalyptic Nights
6. Death Obsessed
7. Pure Hell
8. Quietus
DURATA: 32:43
I californiani Early Graves hanno passato un periodaccio, la morte del cantante Makh Daniels avvenuta in un incidente con il furgone che stavano utilizzando per il tour fu una botta di quelle pesanti da superare. La scelta di continuare il proprio percorso artistico e farlo con l'ingresso in formazione di John Strachan dei Funeral Pyre, loro amico e anch'egli al tempo coinvolto in quel tragico evento, sul finire del 2012 ha dato vita alla terza uscita intitolata "Red Horse".
Gli statunitensi sono sempre stati incazzati e violenti, nei lavori precedenti però non vi era la presenza-strascico che fa capolino in quest'ultimo: nell'assemblaggio hardcore/crust/death si percepiscono una vena — neanche tanto sottile — di malinconia e un grigiore probabilmente affiorati per colpa della triste vicenda che ne ha rafforzato il legame di band. Una band che comunque continua a menare e tirare fuori la propria rabbia in maniera decisa, attraverso una combinazione impazzita di Entombed, Carcass, Disfear, Martyrdöd, Napalm Death, Tragedy e His Hero Is Gone. Sì, lo so, i nomi chiamati in causa sono tanti, ma sono lì esclusivamente in qualità di "riferimento", perché stavolta gli Early Graves hanno riversato nel loro lavoro carattere e personalità non indifferenti. Le mazzate sono profuse con volontà piena di centrare il bersaglio in "Misery", "Apocalyptic Nights" e "Pure Hell", inglobate in una scaletta che in varie circostanze lascia trasparire inquietudine e la voglia di andare oltre i "pugni dritti in pieno volto". Ce lo confermano l'introduzione di chitarra pulita del pezzo d'apertura "Skinwalker" (tutt'altro che considerabile "permissivo" nel suo incedere massiccio e fornito di un ottimo lavoro del batterista Dan Sneddon), la conclusione acustica dai toni scuri e concilianti di "Days Grow Cold" e l'ossessionante intensità "allentata" che prende piede in "Death Obssessed".
Il disco scorre bene, non perde mai di vista il suo obbiettivo, raggiungendolo facilmente. È adrenalina pura e in quanto tale sino all'ultimo non si risparmia, spinge e continua a farlo, tanto che "Quietus", la canzone posta in coda, possiede una carica niente male nonostante la sua durata ben al di sopra della media delle altre tracce, in questo caso è la buonissima prova dei chitarristi Chris Brock e Tyler Jensen — abili nell'affinarne il contenuto melodico — a renderla una delle "hit" di "Red Horse". La ruota gira e nel verso giusto, la produzione scelta è meno appariscente e lucida al cospetto di quella che caratterizzava "Goner", mentre dietro al microfono va segnalato il debutto affascinante di John. Ho letto girando per la rete che per certi versi è stato paragonato a Jacob Bannon dei Converge e JR Hayes dei Pig Destroyer, non che non sia vero, personalmente però ho riscontrato anche dei tratti similari al Tompa dei Disfear di "Misanthropic Generation", il che è piacevole all'udito, molto piacevole.
Sinceramente non posso che consigliare l'acquisto di un album come "Red Horse", è la migliore ripartenza che ci si potesse attendere da questi ragazzi dopo aver sfiorato l'inferno, perdere un amico e un compagno d'avventura non è una cosa semplice da assimilare e probabilmente non ci saranno ancora riusciti, in fondo chi lo sa se non loro? Ciò che invece so, è che la musica suona, si esprime ed emoziona come non mai, per questo mi ha convinto ad acquistare "Red Horse" e a condividere con voi un parere indiscutibilmente positivo su quello che gli Early Graves hanno realizzato. Non mi resta che far loro un grosso in bocca al lupo, continuate così!
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Gruppo: El Tercer Semestre
Titolo: Tender Tropic
Anno: 2013
Provenienza: Spagna
Etichetta: Aloud Music
Contatti: facebook.com/eltercersemestre
Autore: Mourning
Tracklist
1. Ratalan
2. Manuel
3. Tropicat
4. Flowers
5. Felix Millet
6. Obsolescencia
DURATA: 22:03
La spagnola Aloud Music continua a puntare sul rock perlopiù strumentale: nuova uscita e nuova scoperta affascinante, stavolta è il turno degli El Tercer Semestre. Il trio proveniente da Sabadell nel mini "Tender Tropic" suona un rock che trovo difficile inserire all'interno di un panorama specifico, è contaminato da venature alternative, math, post e progressive e presenta una dose elevata di melodie che nutrono il riffato, frequentemente ciclico e ossessivo.
Brani come "Ratalan" — unico nel quale è presente la voce, che ripete la frase "there's anybody takes care of me" — e il terzo "Tropicat" alternano un feeling acustico ampio a sortite in elettrico, inchiodandosi nel cervello, mentre lo svolgimento quasi ilare di "Flowers" lascia un sorriso stampato in viso, così come avviene nei frangenti più animati, folkloristici e nella stravagante citazione di "Eye Of The Tiger" dei Survivor insita nella vivace "Obsolescencia", la quale conclude questo breve, ma piacevole, viaggio in loro compagnia. Ciascuno di essi invita a premere nuovamente il tasto "play".
Gli El Tercer Semestre sono divertenti, rilassanti e alleggeriscono in maniera gradevole le tensioni durante una giornata andata storta, provate quindi a dar loro una possibilità, iniziando ad ascoltarli sul loro Bandcamp e chissà che da cosa non nasca cosa, arrivando all'acquisto di "Tender Tropic".
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Gruppo: EDAQ (Ensemble D'Autunno Quartet)
Titolo: Dalla Parte Del Cervo
Anno: 2012
Provenienza: Alpi Occitane, Piemonte
Etichetta: Grand-Mere
Contatti: edaq.it - facebook.com/edaq.ensemble
Autore: Istrice
Tracklist
1. Bollito Crudo
2. Hanter-dro Du Trehic / Buxus Semper Virens
3. Valse À Bu
4. Polca Del Limousin / Di Corsa Acquattata
5. Acqua Scorre
6. Statebbuoni
7. Bourrée À Trois Temps / Bourrée Girasole
8. Rigodon
9. Morenic Hill
10. Chiaccherina / The Little African Sparrrow
11. Valse De Bardamu
12. Interplaygine / Interplay
DURATA: 67:47
Le Alpi Occidentali sono da parecchio tempo terreno estremamente fertile per il folk d'autore. Ultimo arrivo in ordine di tempo, ma non per rilevanza e qualità, direttamente dall'Occitania nostrana, quello degli EDAQ, acronimo per Ensemble D'Autunno Quartet. Un quartetto sui generis, a partire dal fatto che i ragazzi sono cinque in origine, sei oggi con l'ingresso in pianta stabile di Adriano De Micco (già conosciuto per aver collaborato con artisti di grande visibilità come Pino Daniele) alle percussioni. Sui generis per il modo spontaneo, istintivo e al tempo stesso raffinato ed elevato di manipolare la materia musicale, all'interno di un disco in cui la tradizione viene contaminata da impressioni elettroniche e momenti di totale libertà compositiva.
Forse il termine "folktronica" tirato in ballo dalla band stessa è esagerato (o forse ancora limitativo), tuttavia in taluni passaggi riesce a descrivere bene il contenuto del prodotto. Prima di addentrarmi però nella recensione vera e propria, concedetemi una brevissima presentazione dei membri della formazione, poiché credo sia fondamentale per comprendere fin da subito la grande varietà messa in campo: Francesco Basso alla ghironda, Gabriele Ferrero si occupa di violino, viola e mandolino, Flavio Giacchero suona clarinetto e cornamusa, Enrico Negro la chitarra acustica e infine Stefano Risso oltre alla sezione ritmica col contrabbasso è addetto anche ai sample e a tutto ciò che riguarda l'elettronica. Il panorama strumentale è davvero vasto e s'unisce a una totale eterogeneità d'esperienze pregresse da parte dei componenti, dal jazz d'improvvisazione al folk più tradizionale, alla scena alternativa e cantautorale nazionale (Risso collabora da tempo con Roy Paci e De Gregori).
Come già accennato in apertura, il risultato di questo sodalizio è un disco di grande spessore musicale e intellettuale, esplicitato nei suoi contenuti dalla band stessa al momento dell'uscita: rispetto per le tradizioni e libertà espressiva. La proposta si mostra ben radicata nel folk del loro territorio, l'Occitania, però non esita a riprendere in mano brani appartenenti alla cultura celtica o valzer d'oltralpe, a tratti strizzando l'occhio al folk balcanico, rivisitando costantemente, e a tratti "artisticamente", l'argomento, commistionandolo con momenti avvicinabili al jazz più d'avanguardia, a tratti difficilmente penetrabile, e con suggestioni elettroniche minimali sempre ben studiate, inserite con precisione matematica per spaiare le carte in tavola, talvolta accompagnando l'ascoltatore con sonorità più vicine all'ambient, talvolta spiazzandolo con sample più distorti e fastidiosi.
L'atmosfera è coinvolgente, contagiosa, ma al tempo stesso non frivola, ed anzi pervasa da un senso antico e primitivo di devozione per la musica e per la natura, il cervo eretto a totem di una sensibilità arcaica oggi pressoché dimenticata, totem dietro cui, racconta la band stessa, vengono raccolte le diverse personalità dei componenti.
"Dalla Parte Del Cervo" è un album d'esordio da assaporare, costantemente da scoprire, che trasuda talento, passione e soprattutto originalità, impresa non da poco se si considera la matrice antichissima su cui gli EDAQ costruiscono le proprie composizioni.
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Gruppo: Edge Of Attack
Titolo: Edge Of Attack
Anno: 2013
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/edgeofattackofficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. In Hell
2. The Haunting
3. Demon (Of The Northern Seas)
4. Take Me Alive
5. In The Night
6. Edge Of Attack
7. Rise Above
8. Forever
9. The Damned
10. Set The World Aflame
DURATA: 53:02
Quando una band si presenta inserendo dopo la dicitura "power / thrash" anche quella di gruppo sinfonico e con una cantante alla guida, il rischio di trovarsi all'orecchio una boiata è davvero alto. Sarò anche prevenuto, ma rimango convinto che il più delle volte la volontà di esagerare non porti da nessuna parte, anzi faccia più danni che altro.
Gli Edge Of Attack e il loro debutto omonimo sono stati quindi spesso nelle stereo prima di decidermi a scriverci sopra, avrei potuto infatti immaginarmi tutto e il contrario di tutto, per fortuna l'ascolto è risultato essere più gradevole e meno periglioso del previsto. Il quintetto canadese proveniente da Alberta è così composto: Dallas Dyck e Jurek Whipple alle chitarre (con il secondo anche solista), Denver Whipple al basso, Trevor Swain dietro le pelli e Roxanne Gordey a ricoprire il ruolo di cantante.
In fin dei conti la presentazione iniziale avrebbe messo in guardia in molti, invece la musica — per quanto in alcune circostanze tenda a divenire particolarmente dolciastra, penso a "Demon (Of The Northern Sea)", dotata di uno strano incipit che assomiglia vagamente alla sabbathiana "Children Of The Grave" e poi si trasforma in un brano che porta alla mente i pirati per eccellenza Running Wild, alleggerendosi notevolmente nel ritornello corale — è tutt'altro che disdicevolmente pacchiana o filo-adolescenziale. Il pezzo citato è tra le altre cose anche uno dei più adatti per inquadrare le capacità di Roxanne, la cantante è dotata di una voce dall'animo più scuro rispetto a quello di molte sue colleghe, nonostante mostri una certa brillantezza nei momenti in cui decide di salire su di nota.
"In The Night" nella sua quieta partenza sembra prendere una forma affine agli Iced Earth o ai Metal Church d'annata, invece diventa un pezzo nel quale spiccano la vena sinfonica d'accompagnamento e il nome di riferimento diventa quello dei Nightwish. Brani come l'iniziale "In Hell", "The Haunting" e "Rise Above" invece ti fanno chiedere quale sia il motivo d'inserire la voce maschile incazzata come una iena che non serve proprio a nulla, mentre con "Forever" in più di un attimo si percepisce un rimando alla figura di Tobias Sammet.
Più aumentano i giri nello stereo e più "Edge Of Attack" porta a galla una peculiarità che si riferisce a qualcun altro, non che il genere permetta chissà quale inventiva, però in certi momenti, prendo a esempio le esecuzioni solistiche di Jurek che sono fra le note positive insite nell'album, l'impressione di stare ascoltando gli Helloween e "familiari" non è poi così lontana e potrei continuare e continuare.
Tutto sommato i canadesi si difendono bene, nel disco non ci sono dei brani da considerare scarti e dato che si parla comunque di un'autoproduzione i valori messi sul piatto pendono verso il segno positivo, anche se un aspetto di sicuro si sarebbe potuto curare con maggior attenzione: quello riguardante la produzione. In quell'ambito — a parte i volumi non sempre coordinati a dovere, alle volte la voce è esageratamente in primo piano, in altre è la batteria a essere ingombrante — manca la valorizzazione del buon operato al basso di Denver, relegato in un angolino.
Tanto potenziale, buone idee e una struttura compositiva che deve ancora maturare, gli Edge Of Attack percorrono la strada giusta, per ottenere risultati degni di memoria però ci vuole ancora un po'. L'impegno da parte loro non manca e speriamo che in futuro le pecche limitanti di questo piacevole debutto vengano rimosse. Nell'attesa provate ad ascoltarli e chissà che non vi siano graditi.
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Gruppo: Epistasis
Titolo: Epistasis
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: The Path Less Travelled
Contatti: facebook.com/epistasis
Autore: Mourning
Tracklist
1. Wroth
2. Transience
3. Wretched
4. Dangling
5. Psychalgia
6. Yegge
7. Abscissin
DURATA: 34:41
Gli Epistasis sono uno schizofrenico quartetto al quale il termine avanguardistico calza a pennello. Sono formati da Amy Mills alla tromba e artefice della composizione, Alex Cohen alla batteria, Kevin Wunderlich alla chitarra e Joelle Wagner al fagotto.
La loro musica è flessibile, la composizione è scombinata, altamente contaminata e alle volte oserei dire "incasinata", ma non per questo priva di una sua logica, magari a tratti esageratamente cervellotica, ciò permette agli statunitensi di confezionare un debutto omonimo alquanto affascinante.
L'ascolto delle sette tracce racchiuse in questo disco non è un viaggio comodo, le sonorità dissonanti, le incursioni sbilenche e assordanti della tromba e l'attitudine "noise" che lo attraversano vanno a costituire una trama che potrebbe risultare indigesta a molti, eppure il suo caotico essere urbano intriga e tiene incollati all'ascolto.
La musica proposta è un connubio d'influenze vario e altalenante, le cadenze, le melodie e le impostazioni provenienti da mondi quali post-rock, prog anni Settanta, jazz, area tribale, proto-doom sabbathiano, e chi più ne ha ne metta, si fondono producendo come risultante una serie di canzoni dall'animo disturbato, capaci di portare con sé una quiete "noir", come avviene in "Transience" e sul finire a dir poco etereo di "Dangling", intrecciarsi e stordire con una sequenza di melodie e ritmiche dall'andazzo tutt'altro che lineare (si veda "Psychalgia") e di assuefare con la propria ambientazione straniante e malinconica, riscontrabile a esempio in "Yegge". Tutto ciò è comunque poco o nulla al cospetto delle doti che si troverebbe all'orecchio un amante di uscite così multiformi.
Non perdete tempo nel tentativo di identificare precisamente il suono e lo stile, godetevi lo spirito libero con il quale gli Epistasis si dilettano a modellare la propria personale interpretazione di ciò che è arte. Se siete alla ricerca di un disco che vada volutamente al di fuori dai canoni tradizionali, quest'omonimo primo lavoro andrebbe quantomeno tenuto in considerazione in primis come compagnia nello stereo, e fossi in voi non scarterei l'idea legata all'acquisto. Strani, ma belli.
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Gruppo: Even Less
Titolo: Soundtrack To A Wasted Day
Anno: 2012
Provenienza: Beijing, Cina
Etichetta: Pest Productions
Contatti: evenlesscn.bandcamp.com
Autore: LordPist
Tracklist
1. Forgotten One
2. Dead End
3. The Day The World Went Away [cover Nine Inch Nails]
4. Soundtrack To A Wasted Day
DURATA: 26:32
La Cina non è esattamente nota all'estero per la sua scena alternativa e, quando si parla di musica in generale, di solito vengono in mente i soliti artisti pop (in larga parte, in realtà, provenienti da Hong Kong e Taiwan). Il rock è una realtà relativamente nuova (seconda metà degli anni '80) e ancora piuttosto minoritaria, a parte qualche eccezione come la prolifica scena di Pechino. Si tratta di un discorso piuttosto complesso, che meriterà un apposito approfondimento.
In questa sede, invece, presenterò una delle band che di recente sono riuscite addirittura ad affacciarsi al mercato internazionale, complice la scelta di scrivere testi in inglese. Even Less è un progetto che prende evidentemente le mosse dai Porcupine Tree (a cui si deve il nome, brano tratto dall'album "Stupid Dream"), e basta un assaggio delle scelte visive, contenutistiche e musicali per notare le parentele tutt'altro che nascoste con l'approccio wilson-åkerfeldtiano.
Questo gruppo si forma nel 2009 nell'area di Pechino e nel giro di un paio d'anni attira l'attenzione della più attiva etichetta rock/metal cinese, la Pest Productions, che tanto sta facendo per promuovere anche all'estero alcuni dei nomi di punta dell'ambiente (inizialmente interessata soprattutto alla scena black metal). Dopo la partecipazione a una compilation nel 2011 con "l'opethiano" brano "In Another Life", ecco che nel 2012 Luo Keju e soci registrano il primo EP ufficiale, "Soundtrack To A Wasted Day".
Ho avuto occasione di assistere alla tappa di Shanghai del loro tour promozionale per l'uscita fisica del disco questo febbraio (era già possibile scaricarlo sul solito Bandcamp), e i quattro ragazzi hanno un repertorio piuttosto vasto (superata tranquillamente l'ora di performance) e sono molto puliti nell'esecuzione, anche vocale, dei brani. Insolita la combinazione di due "prime voci", con il chitarrista Luo Keju e il batterista Nong Andi ad alternarsi tra voce principale e cori. La somiglianza con il tono e l'interpretazione di Åkerfeldt e Renkse è impressionante, e a volte chiudendo gli occhi sembra proprio di star ascoltando una band a scelta tra Opeth o Katatonia.
Tornando al disco, contiene quattro tracce, una delle quali è una cover di "The Day The World Went Away" dei Nine Inch Nails (Luo Keju, tra l'altro, indossava una maglia dei NIN durante il concerto). L'universo musicale di riferimento è chiarissimo, anche troppo, e sembra quasi che gli Even Less non vogliano provare a uscirne, tanto che si sentono a loro agio in queste coordinate. L'EP scorre senza problemi, funziona bene come "manifesto" e ha coerenza visivo-musicale. Siamo comunque di fronte a qualcosa che in Cina non si era visto fino a qualche anno fa, soprattutto a questi livelli qualitativi, per quanto si tratti di suoni che in Europa si conoscono da tanto.
A questo punto, sarebbe lecito aspettarsi "qualcosa di più" quando il gruppo sarà pronto per incidere un album vero e proprio, magari anche provando a inserire qualche testo in cinese.
In breve: band estremamente influenzata da Opeth, Katatonia e Porcupine Tree, c'è una cover dei NIN, questo EP si può trovare in download digitale sulla loro pagina Bandcamp.
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Information
Band: Even Less
Title: Soundtrack To A Wasted Day
Year: 2012
Origin: Beijing, Cina
Label: Pest Productions
Contact: bandcamp
Author: LordPist
Tracklist
1. Forgotten One
2. Dead End
3. The Day The World Went Away [Nine Inch Nails cover]
4. Soundtrack To A Wasted Day
RUNNING TIME: 26:32
 When it comes to alternative music in China, Beijing is the most frequently mentioned area when speaking about interesting bands and "Even Less" is no exception to this rule. This project was clearly inspired by Porcupine Tree (the name being taken from a track off the "Stupid Dream" album) and it only takes a snippet of the visual, lyrical and musical aspects to acknowledge the all but hidden influence that Steven Wilson's project has had on this band.
Even Less formed in 2009 and in about a couple of years got noticed by the most dedicated Chinese rock/metal label, Pest Productions, which is doing so much in order to promote some of the top acts of the Chinese scene (this is also one of the relatively few bands that opted for English lyrics, helping them to get some international attention). After taking part in a compilation in 2011 with the "Opeth-esque" track "In Another Life", Luo Keju and the others went on to record their first official EP, "Soundtrack To A Wasted Day".
I've had chance to see the Shanghai gig of their CD release promotional tour (it was available for download through Bandcamp). The four guys proved to have quite a vast repertoire (easily playing for over one hour) and delivered a clean performance, even on the vocals.
The dual lead vocalists combination is quite unusual for this kind of band, with guitarist Luo Keju and drummer Nong Andi alternating on vocals. The degree of similarity with the vocals and the interpretation of both Åkerfeldt and Renkse is nothing short of impressive. With eyes closed you could be forgiven for mistaking Even Less for Opeth or Katatonia.
Getting back to the EP, it contains four tracks, one of which is a cover of Nine Inch Nails' "The Day The World Went Away" (Luo Keju was wearing a NIN t-shirt during the performance). The musical background is extremely clear, perhaps even too much, and sometimes it seems that Even Less don't want to try and get out of it as they are so comfortable within their environment. However, the disc is not a tough listen by any means and flows with ease. It works well as a "manifesto" and is coherent in both visual and musical terms. After all, this is something quite unheard of in China, especially played with such proficiency, even though this style is something that has been played around Europe for quite some time now.
At this point we might expect "something more" when the band will be ready to record a full-length album, perhaps trying to write some Chinese lyrics.
In short: this band is extremely influenced by Opeth, Katatonia and Porcupine Tree, the disc contains a NIN cover and you can find this EP on their Bandcamp page.
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