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lunedì 14 ottobre 2013

LEGIONARII - Disciples Of The State

Informazioni
Gruppo: Legionarii
Titolo: Disciples Of The State
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Rage In Eden
Contatti:
Autore: Istrice

Tracklist
1. Enter The Global Union
2. Ordo Ab Chao
3. The Inner Circle
4. Aristocracy
5. World In Flames
6. The State
7. Blood Of Millions
8. Strength & Power
9. The Titan
10. Dominion (Lux Aeterna)

DURATA: 53:50

Uno "Stato" totalitario che controlla l'intero globo terrestre, dodici "Discepoli" misteriosi nella stanza dei bottoni dell'intero sistema che guidano il mondo e lo piegano al proprio volere, rendendo l'umanità una sola enorme forza-lavoro, controllata giorno e notte; un tredicesimo, "autorità suprema", a capo dell'intera piramide in un sistema fortemente gerarchizzato che riesce a sfuggire alla percezione degli abitanti del mondo, che non lo sentono come costrittivo, ma anzi amano e apprezzano, divorati da un feroce consumismo che li spinge a vivere senza pensare. Da questa distopia a cavallo fra Orwell e Huxley, per stessa ammissione dell'artista, prende forma "Disciples Of The State".

È l'album della maturità, l'album della conferma, l'album che suggella il percorso di crescita di Legionarii, che entra da parte sua di diritto fra le più interessanti realtà della scena martial-industrial. Un disco guerrigliero e potente, che si apre con una simbolica quanto significativa cavalcata delle valchirie e che fin dai primi minuti riesce a trascinare l'ascoltatore in un vortice di suggestioni marziali. È subito evidente l'accurato lavoro di ricerca sonora che sta dietro le quinte di "Disciples Of The State", il sound è ricco, sempre stratificato, pieno, a volte vicino al clima da colonna sonora "triariiano", a volte più affine alla dark ambient, ma mai banale, e soprattutto, cosa rara, mai troppo monotono all'interno dello stesso brano. Ogni traccia è strutturata con maestria, e sebbene ognuna abbia una sua struttura ben delineata, spesso si notano piccole variazioni all'interno della stessa che rendono più movimentato e coinvolgente l'andamento dell'opera nel suo complesso.

"Ordo Ab Chao" è travolgente, cori e archi s'innalzano e si rigettano a capofitto nell'oscurità, spianando la strada ai tamburi; "Aristocracy", enorme cardine concettuale e musicale dell'intera opera, non lascia superstiti, l'impasto sonoro non manca di nulla, le voci corali raggiungono il loro apice, le percussioni sono mine in detonazione, mentre in secondo piano i gerarchi continuano i loro discorsi. Intervallato da alcuni episodi più calmi e cupi come "The Inner Circle" e "Blood Of Millions", passando per la gloriosa "The State", in cui l'atmosfera magnificente si tinge di un colore apocalittico, quasi generando un clima da "The Umbersun" degli Elend, il disco giunge a "Strength & Power". Il pezzo più incalzante nel ritmo, una vera marcia di guerra, che lascia il passo a "The Titan", in cui la pomposità e l'animo da colonna sonora raggiungono nuovi apici. Resta solo "Dominion", che con i suoi violini lenti e distesi pare quasi un invito a fermarsi un secondo e riflettere sull'esperienza appena vissuta. Totalitaria, in tutti i sensi.

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JUPITER SOCIETY - From Endangered To Extinct


Informazioni
Gruppo: Jupiter Society
Titolo: From Endangered To Extinct
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Fosfor Creation
Contatti: facebook.com/JupiterSociety
Autore: Mourning

Tracklist
1. Enemy March
2. Invasion
3. Queen Of Armageddon
4. No Survivors
5. Fight Back
6. Defeat

DURATA: 55:55

Carl Westholm è uno di quei personaggi che non passano inosservati, l'artista ruota da sempre intorno alla figura del signor Leif Edling (mente degli ormai a fine carriera Candlemass, degli sciolti Abstrakt Algebra e degli ancora attivi Krux), con il quale ha condiviso più e più avventure musicali. Anche da solista però si è creato spazi interessanti notevoli, dando vita a creature come i Carptree e gli Jupiter Society. Se in passato Aristocrazia si era già occupata dei Carptree recensendo "Nymf", non aveva invece ancora avuto la possibilità di scrivere dei secondi, occasione che abbiamo colto al volo data l'uscita del terzo capitolo della space-prog band intitolato "From Endangered To Extinct".

Le caratteristiche fondamentali del sound degli Jupiter Society sono rimaste invariate nel corso degli anni, infatti dal debutto "First Contact // Last Warning", passando per il secondo "Terraform", sino ad arrivare a quest'ultimo si può notare come si sia venuto a realizzare un sentiero fatto di coerenza generato attraverso l'utilizzo di atmosfere tetre e ampie coralità. Stavolta tuttavia l'aspetto progressivo sembra più scarno, volutamente crudo nello sviluppo, così da far incentrare molto del potenziale insito nei pezzi soprattutto nelle prestazioni evocative offerte dai cantanti: sia Mats Leven che Oivin Tronstad e Cia Backman svolgono egregiamente il loro compito dietro il microfono, dando così l'impressione che compositivamente parlando ci si potesse attendere qualcosa di più.

È innegabile che la visione scura, nella quale si possono riscontrare la frustrazione e il pericolo legati a un'invasione aliena che comporterebbe l'estinzione della razza umana, sia per l'album una componente importante, è altrettanto vero che a eccezione di un paio di episodi realmente trascinanti (penso a canzoni quali "Invasion", "Queen Of Armageddon" e "Fight Back", particolarmente impressionanti per esposizione e in tutto e per tutto capaci di trasmettere il malessere e l'instabilità dello scenario modellato dall'ingegno di Westholm), si rimanga appesi a un'idea sci-fi che stavolta affascina meno di quanto siano riuscite a fare le precedenti rappresentazioni.

È inutile che vi faccia l'intera lista dei musicisti che hanno partecipato a questa ennesima opera dello svedese, sappiate che è gente di prim'ordine e che sulla parte esecutiva del lavoro non c'è davvero nulla di cui potersi lamentare, così come del resto non ho specifiche rimostranze da muovere per ciò che riguarda l'ambito della produzione. Tirando le somme: coloro che in passato avessero già goduto degli Jupiter Society, gradiranno anche "From Endangered To Extinct"; mentre a chiunque volesse iniziare ad avventurarsi nelle sonorità proposte da Westholm, consiglio di intraprendere il percorso partendo dal capostipite della trilogia per viverne la storia passo dopo passo. In entrambi i casi, gli Jupiter Society sono una formazione che vale la pena annoverare fra le proprie conoscenze, non perdeteveli.

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B.O.S.C.H. - Apparat

Informazioni
Gruppo: B.o.s.c.h.
Titolo: Apparat
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Dust On The Tracks
Contatti: facebook.com/boschband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Der Apparat
2. Der Erste Stein
3. Engel
4. Schwarzer Mann
5. Gier
6. Schwarze Sonne
7. Eiszeit
8. Der Sturm
9. Meine Welt
10. Ein Augenblick
11. Sklaven Des Nichts
12. Amok
13. Die Lästerzungen
14. Treibgut Der Zeit

DURATA: 56:17

I tedeschi di Wilhelmshaven B.o.s.c.h. hanno da poco pubblicato il secondo album "Apparat". Dopo averlo ascoltato un paio di volte, l'unica cosa che mi viene in mente è se vi ricordate di Albertino al Deejay Time, quando negli anni Novanta invocava la cosiddetta musica "maranza". Ebbene che cosa hanno in comune questi due mondi? Da un certo punto di vista l'approccio industrial goth-metal proposto da questo quartetto, particolarmente influenzato da gente come i Rammstein, nonostante la band del carismatico Till Lindemann sia solo uno dei tanti nomi che vi verranno in mente insieme a Prodigy e Oomph!, è godereccio e "cazzaro" quanto basta da essere goduto perlopiù in ambito dancefloor.

Le ritmiche adatte al movimento da ballo e il modo in cui convivono la durezza dell'impostazione chitarristica metallica e le intrusioni delle sezioni elettroniche, a dire il vero mai troppo invasive e decisamente collaborative per ciò che concerne lo sviluppo melodico e atmosferico dei pezzi, ci consegnano un disco che nel suo muoversi su terreni battuti e ribattuti regala una buona compagnia, sia nei pezzi più veloci e scatenati (si vedano "Der Erste Stein" ed "Eiszeit", non a caso il primo è stato utilizzato come singolo apripista) sia in quelli dotati di un andazzo alquanto grooveggiante (in tal caso è da prendere in considerazione "Schwarzer Mann") che in altri in cui l'incedere diminuisce i bpm, affidandosi alla chiave ambientale per far colpo (basta ascoltare la più scura "Gier" per averne idea).

Nel complesso fra le melodie e le tastiere spiccate di "Engel" e "Amok", le martellate di "Schwarze Sonne" e la ballata a tratti sdolcinata con tanto di voce femminile "Der Sturm", canzoni che si vanno ad aggiungere a quelle già citate, il lavoro si difende davvero bene, tuttavia le somiglianze con le tante realtà più note non ne agevoleranno l'entrata nel circolo dei vostri interessi primari. Una volta che vi si parasse di fronte il dubbio se ascoltare loro o ad esempio i già citati Rammstein, a meno che non vogliate cambiare per il gusto di farlo, la scelta sarà facile, per non dire scontata: i B.o.s.c.h. finiranno per perdere lo scontro diretto.

"Apparat" si rivolge agli ultra-appassionati di questo panorama e ripeto: inserita nello stereo, la musica di questi artisti è di buona compagnia e particolarmente piacevole, quindi provate a dar loro almeno una chance, tenendoli in considerazione per una serata a base di puro divertimento.

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MASCOT PARADE - Cause & Effect


Informazioni
Gruppo: Mascot Parade
Titolo: Cause & Effect
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Noisehead Records
Contatti: facebook.com/mascotparadeband
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Uninvited Guest
2. Lost In Salvation
3. Devil / Angel
4. Bugs & Hope
5. Norma
6. Coexist
7. Cause & Effect

DURATA: 42:40

Gli svedesi Mascot Parade nascono nel 2007 per volere del cantante-chitarrista Henrik Bringås e del chitarrista Staffan Andersson, la formazione attualmente si completa con l'asse ritmico composto dal bassista Frej Drake e dal batterista Erik Lundin. La band ha già all'attivo un disco rilasciato nel 2008 intitolato "Deathmarch" che a quanto pare ricevette dei riscontri particolarmente positivi e il 2013 li vede pubblicare la seconda opera, "Cause & Effect", album che è stato registrato nei Music A Matic Studios di Gothenburg e prodotto da Chips Kiesbye, signore noto per le sue collaborazioni con gruppi come Crucificied Barbara, Hellacopters e Dozer.

Se il vostro pensiero immaginando il sound di questa compagine si ricollegasse in automatico in direzione retro-rock, stavolta avreste una sorpresa inaspettata: gli scandinavi infatti si distaccano nettamente dalla proposta classica che di anno in anno ha acquisito proseliti nella loro terra natia, ciò che propongono è una commistione di Kyuss, Queens Of The Stone Age e Alice In Chains (ma qualche altro nome lo si può di certo individuare) esposti in una versione che varia atmosfericamente da sensazioni narcotico-lisergiche ad altre melancoliche-pressanti. "Cause & Effect" è paragonabile a una bella farfalla che sbatte le ali in maniera pesante, essendo così costretta a viaggiare a una velocità ridotta, però al tempo stesso permette all'occhio umano di apprezzarne l'aspetto nel dettaglio.

Quello tracciato dal gruppo è un sentiero stranamente viscoso e che sulla lunga durata mette alla prova l'orecchio, invitandolo ad accedervi tramite una connessione fatta di suoni alle volte ruvidi e tutt'altro che raffinati, mentre in circostanze particolari tende ad addolcirsi notevolmente quasi a voler fornire una visione catartica. Il regredire-progredire nella robustezza del riffato, l'ammaliare riverberato del cantato e l'evoluzione ritmica della dinamica quadrata consentono di acquisire una corposità che diviene forma vera e propria. I pezzi in scaletta al pari di una macchia grigia che si espande invadono la testa, attenuando i toni cromatici a seconda dello stato d'animo che intendono imprimere; ansia e ossessione ballano un valzer costante accompagnate da melancolia e tormento, ed è in questo roteare ripetuto che assuefà — non generando tedio, bensì arrendevolezza nel lasciarsi cullare — che i Mascot Parade dimostrano di essere una realtà in possesso di idee ben chiare e che nel momento in cui si spoglia degli aspetti "palliativi", mira il centro della situazione, perché è consapevole che non basta girarvi attorno, sente la necessità di arrivare a colpirlo saltando i passaggi intermedi.

Gli svedesi sono lontani anni luce dalla definizione di "commerciale", il loro fascino scuro e intenso è tutt'altro che facilmente digeribile e l'inquadramento rigido che li contraddistingue colloca "Cause & Effect" in una dimensione a sé, nella quale chiunque può decidere di perdersi volutamente. E mentre voi riflettete se buttarvi o meno, io lo rimetto su e continuo a viaggiare.

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PATH TO IXTAB - Black Sky


Informazioni
Gruppo: Path To Ixtab
Titolo: Black Sky
Anno: 2013
Provenienza: Grecia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/PathtoIxtab
Autore: Mourning

Tracklist
1. To Incite Rebirth
2. Hunter / Defiant
3. Prayer # 1
4. Axe In Hand
5. No Redemption
6. At Nighttime...
7. Prayer #2
8. Black Sky Fill My Mind

DURATA: 38:35

La Grecia continua a offrirmi validi spunti da riportare sul nostro sito e stavolta è il turno dei neo-nati Path To Ixtab di entrare a far parte dei nostri ascolti grazie alla prima uscita "Black Sky". Il duo ellenico composto da Serafim, personaggio già passato su queste pagine data la sua presenza in qualità di batterista nei Brotherhood Of Sleep di "Dark As Light", e Andreas ha iniziato i lavori solo nel 2012 e, dopo aver dato vita a otto tracce, ha deciso di racchiuderle in questo primo album autoprodotto, al momento rilasciato unicamente in formato vinilico.

L'aura permanentemente scura che avvolge i pezzi, pur nutrendosi sia di atmosfere di riferimento black che di soluzioni stilistiche riguardanti il panorama death, sembra essere costantemente attraversata da una scia rock che in alcuni frangenti mi ha fatto immaginare uno strano incrocio fra Darkthrone e Glorior Belli: ciò permette ai Path To Ixtab di esprimersi sia tramite l'irruenza primordiale e cruda dei primi che con l'evoluzione intrapresa dai secondi negli ultimi anni. Esemplari a riguardo i brani "Hunter / Defiant", "Axe In Hand" e "At The Nighttime"; a questi si aggiungono i due capitoli recitati a titolo "Prayer" che, oltre al sentore di "drogaticcio", innestano connotati evocativi alla proposta.

In "Black Sky" non vi è nulla di complesso o intricato: i Path Of Ixtab giocano la partita in maniera intelligentemente semplice, trovando nel modo di mantenere lo sviluppo compositivo "easy", anche se perennemente intriso di quella componente ambientale cupa, il percorso per far assumere all'album una forma ben delineata e affascinante all'udito.

La band pare abbia trovato un accordo con la Venerate Industries per la ripubblicazione e la distribuzione, è quindi possibile che al più presto quest'uscita possa essere reperibile anche in altro formato. Ora come ora però, magari dopo aver saggiato le qualità della loro musica tramite un preventivo passaggio su Bandcamp, vi suggerisco di farne vostra una copia rivolgendovi direttamente a loro.

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TRUEP - 1986

Informazioni
Gruppo: TRUEP
Titolo: 1986
Anno: 2013
Provenienza: Russia
Etichetta: Wings Of Destruction Prods
Contatti: facebook.com/truepmetal
Autore: Bosj

Tracklist
1. 1986 (Intro)
2. Kill
3. Hate
4. Necrotoxic Death
5. New Heat
6. Die Motherf***er
7. Zumbi 666 (I3)

DURATA: 13:24

Se non avessi letto sulla pagina web della Wings Of Destruction che questo "1986" è un'uscita del 2013 di cinquecento esemplari, avrei pensato di trovarmi davanti ad un mini-cd... del 1986. I sette, brevissimi brani che compongono questo primo vagito della misconosciuta band TRUEP odorano di stantio e di marcio come poche altre cose. Tre pezzi da poco più di un minuto, tre pezzi da poco più di due minuti, un'intro. E basta.

La band, di cui dall'etichetta non riceviamo notizia, di cui non esistono informazioni nel libretto (questo, a onor del vero, è orribile in ogni sua parte, e oltre a essere del tutto inutile e illeggibile sembra stampato in cantina dal mio vicino di casa), in poco più di dieci minuti imbastisce una sciarada death-grind che ricorda i grandi nomi americani degli anni '80, a partire dagli immortali Terrorizer. In effetti, questi sei brani hanno proprio "World Downfall" scritto in fronte, e sulla schiena "Horrified". Ed è tutto bellissimo, perché le tracce suonano esattamente come dovrebbero: veloci, sporche, asciutte, incazzate e caciarone.

Dopo estenuanti ricerche sono riuscito a trovare una pagina Facebook che pare essere quella della band; non fosse stato per quella avrei pensato che, chissà, magari "1986" è davvero un demo dell'epoca, spuntato da qualche cantina o soffitta come per magia, ed è solo per caso che oggi nei libri di storia si studiano i Repulsion e non i TRUEP. Nostalgici: recuperatelo, sono tredici minuti di ricordi di un passato che forse non è così lontano.

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ANIMVS INFIRMVS - Rivolta


Informazioni
Gruppo: Animvs Infirmvs
Titolo: Rivolta
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Mother Death Productions
Contatti: facebook.com/legione.animvsinfirmvs
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Rivolta
2. Italia Nera
3. Identità
4. Squadrismo
5. Regime
6. RSI
7. Fiume
8. Abisso
9. Divina Terra
10. Pesttanz [cover Absurd]

DURATA: 44:34

Doverosa premessa: nel caso qualcuno non lo avesse ancora capito, Aristocrazia non si occupa di politica, mai. Aristocrazia valuta le qualità complessive dei dischi di cui vi propone le recensioni, cercando di sviscerare i legami indissolubili che intercorrono tra musica e concetto, ma senza mai appoggiare o contrastare le ideologie tirate in ballo, di qualunque colore esse siano. Apro in tal modo questa analisi perché, anche solo dopo un breve approccio distratto, sarà semplicissimo, pure per l'individuo più beota, intuire il tipo di terreno in cui affondano le radici degli Animvs Infirmvs, trio laziale che, con alle spalle una demo del 2009, debutta sotto l'ala protettrice della nostrana Mother Death Productions. E, per il lettore che dovesse sentirsi infastidito o urticato dalla lettura di una recensione che reca queste premesse, sarà dunque semplicissimo spostare la propria attenzione su qualcosa di differente.

L'introduzione malinconicamente trionfale di "Rivolta", dopo aver messo in chiaro immediatamente l'oltranzista direzione imboccata, si evolve in un crudo assalto che coniuga alla perfezione la spinta belluina del Black Metal con un sostrato di influenze rimandante agli albori del genere nero per eccellenza: Venom, Hellhammer, Celtic Frost e tutta la storica combriccola di marciumi assortiti. In virtù di quanto appena detto, sembra quasi pleonastico rimarcare il peso notevole che, nell'economia complessiva della proposta, hanno le immancabili venature Punk che serpeggiano all'interno di pezzi come "Italia Nera" e "Divina Terra", le quali rivolgono indiscutibilmente lo sguardo a certo retaggio Oi! e RAC. Non è però una cieca belligeranza musicale ininterrotta che ci viene propinata dagli Animvs Infirmvs: episodi come "Identità", "Squadrismo" e "Fiume" esibiscono infatti una notevole profondità sonora ed efficaci spinte propulsive da cui emergono una caustica attitudine fortemente individualista e una devastante volontà eversiva.

Vengono mantenuti indissolubili contatti con i selvaggi stilemi del Black Metal classico, come in "Regime" e "Abisso", ma ciò che fuoriesce dall'insieme è anche una sorta di nera e particolare epicità, fiera e disillusa allo stesso tempo. Abbiamo già avuto modo di inquadrare tale tratto attitudinale che si sta delineando fortemente negli ultimi anni e che sta diventando un po' una cifra stilistica di un modo tutto italiano di concepire e suonare il Black Metal: non a caso, echi di gruppi come Movimento D'Avanguardia Ermetico, Umbra Noctis e Funera Edo risuonano profondamente nell'intelaiatura espressiva di una composizione del calibro della magnifica "RSI". Casomai, arrivato a questo punto, qualche ascoltatore poco ricettivo avesse ancora dubbi sul percorso ideologico e musicale intrapreso, il terzetto pone a chiusura del disco una rivisitazione di "Pesttanz", pezzo degli Absurd di "Facta Loquuntur". La versione suonata dai nostri viene resa lievemente più cupa e pulita nell'andamento generale, ma rimane assolutamente fedele all'originale, mantenendo intatto l'assetto quadrato, istintivo e feroce che contraddistingue l'ossatura principale dell'operato del famigerato gruppo tedesco.

Avete ancora qualche dubbio irrisolto? Proverò a sradicarlo una volta per tutte. Se l'espressione musicale estrema ha per voi dei limiti troppo scottanti oltre i quali non riuscite ad accettarla e se non riuscite a convivere con prodotti figli di un certo comparto di pensiero, allora girate al largo. Se, invece, adorate abbeverarvi a fonti musicali che fanno della sovversione della morale sociale la propria missione, se ricercate proposte genuine, intense e sorrette da una potente espressività selvaggia, se siete in grado di riconoscere la grande qualità di una visione anche quando quest'ultima non coincide necessariamente con le vostre convinzioni, allora gli Animvs Infirmvs fanno davvero per voi!

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MORMÂNT DE SNAGOV - Derisive Philosophy


Informazioni
Gruppo: Mormânt De Snagov
Titolo: Derisive Philosophy
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Pest Records
Contatti: facebook.com/mormantdesnagov - mormantdesnagov.com
Autore: M1

Tracklist
1. Comatose
2. Divine Dismemberment
3. The End Of My Thoughts
4. Detrimental Edict
5. Abnormities
6. Transient Lunar Phenomenon
7. The Triumph

DURATA: 27:58

In concomitanza col quinto anniversario della fondazione, i finlandesi Mormânt De Snagov rilasciano il loro secondo lavoro intitolato "Derisive Philosophy", che stando alla biografia presente sul loro sito dovrebbe rappresentare una nuova era per la band, sia a livello musicale che di look; non conoscendo però nulla del loro passato, non potrò effettuare paragoni. Scorgendo i nomi dei musicisti coinvolti è palese un richiamo al sudest europeo più che alla Scandinavia, difatti scopro che una leggenda narra della sepoltura di Vlad Tepes, meglio noto come l'Impalatore (personaggio cui si ispirò Bram Stoker per creare il conte Dracula e "celebrato" anche dai Marduk nella seconda parte di "Nightwing"), proprio nel monastero di Snagov, un villaggio situato nel sud della Romania e oggi centro di villeggiatura.

Il black metal di cui sono fautori Domnul Cadavru e compagni prende le distanze da quanto potreste banalmente aspettarvi dalla terra che ha dato i natali agli Horna, così vi troverete di fronte a brani potenti e tecnici, con una sezione ritmica che fa da colonna portante (con il basso ben presente) per il lavoro delle chitarre. Le asce dello stesso Domnul e di Faolàn Domhnall donano all'album un certo gusto "progressivo" (l'incipit di "Abnormities"), senza comunque eccedere in contorsionismi o approcci avantgarde: talvolta sono più affilate (come in "The End Of My Thoughts") o varcano i confini del death ("Divine Dismemberment"), altre regalano assoli in serie ("Detrimental Edict"), altre ancora catturano l'intera scena grazie a pregevoli crescendo di tensione. A testimoniare la volontà di restare comunque legati a un approccio diretto c'è la durata media contenuta dei singoli brani (con la sola eccezione di "Comatose", che è una sorta di lunga introduzione "concettuale") e quella del disco: neppure trenta minuti. Inoltre le ritmiche sono sovente veloci e battenti, mentre evolvono in "stop & go" o rallentamenti solamente quando richiesto dalla canzone.

Tirando le somme, "Derisive Philosophy" è un breve album di un gruppo in evoluzione, ha il pregio di essere scorrevole e diretto, senza essere grezzo; al contempo il neo della necessità di essere personalizzato per far imboccare al gruppo una via più chiara e netta, al fine di aumentare l'incisività dei brani. Capacità e ambizioni sembrano esserci, perciò ora è questione di tempo e dal prossimo lavoro potremo davvero valutare senza timori di essere smentiti la bontà del black metal tecnico, melodico e sporcato di death dei Mormânt De Snagov.

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lunedì 7 ottobre 2013

THAW - Thaw


Informazioni
Gruppo: Thaw
Titolo: Thaw
Anno: 2013
Provenienza: Sosnowiec, Polonia
Etichetta: Avantgarde Music
Contatti: facebook.com/THAWnoise
Autore: Bosj

Tracklist
1. The Gate
2. Ancestors
3. Divine Light
4. Kiara
5. On The World's Grave
6. Hunted Prey
7. Under The Slag Heap

DURATA: 42:56

Dei Thaw già vi parlammo all'epoca del loro primo demo, "Decay", che ci impressionò più che favorevolmente. Oggi, tre anni e un altro demo ("Advance") dopo, ritroviamo i quattro Polacchi sotto l'ala protettrice della nostrana Avantgarde Music, forti del primo vero e proprio album completo.

"Thaw", dal titolo omonimo, quasi a voler ribadire l'identità della band, è un lavoro oscuro e industriale, pieno di rumori ed echi, dove la matrice black metal si perde in riverberi, sovraincisioni e aggiunte in post-produzione, nella migliore tradizione noise. Questo, tuttavia, non rende l'album particolarmente indigesto o di difficile assimilazione: i sette brani, per quanto organici nella loro diversità, sono ancorati alla struttura canzone; questo, insieme alla durata di poco superiore ai quaranta minuti, rende l'approccio al disco più facile di quanto si pensi.

La struttura è regolare, senza cambi di tempo repentini, ma basata sull'alternanza tra elementi rumoristici e riverberi e cavalcate black metal: "The Gate" funge da intro al tutto, "Ancestors" aumenta pian piano i battiti e con "Divine Light" l'album arriva al proprio massimo di furia e violenza, salvo poi rallentare e discendere nuovamente nella liquida e straniante "Kiara", che in modo del tutto naturale prepara nuovamente al mid-tempo della successiva "On The World's Grave", dai tratti marcatamente depressive. In "Hunted Prey", dopo un inizio con feedback e graffi sonori di varia natura sullo sfondo, la formazione torna a scatenare rabbia e malvagità con immutata competenza: blast beat, urla coperte da effetti ruvidi e grevi, chitarre fredde e dure come acciaio. A concludere il tutto il feedback interminabile di "Under The Slag Heap", in cui si sovrappongono gemiti litaniaci e canti lamentosi.

Dei quattro musicisti coinvolti continua a non sapersi nulla di certo, quantomeno per vie dirette, anche se qualcosa si può intuire risalendo ai vari progetti alternativi di ciascuno dei membri; lo stesso packaging dell'album è piuttosto ermetico ed esprime un notevole disagio: nessun libretto all'interno del digipak, solo qualche frase sparsa stampata per metà su un lato e per metà sull'altro della confezione, così da costringere ad aprire e chiudere continuamente per comprendere il messaggio. Frasi del calibro di "da qualche parte nei campi un'anziana donna piange, lo sguardo rivolto in basso, verso il cadavere del suo primogenito". Un immaginario esplicativo di ciò che il gruppo di Sosnowiec ha tradotto in musica.

Nonostante abbia apprezzato maggiormente le parti veloci rispetto a quelle più contenute, la classe dei Thaw è un dato di fatto, e la loro capacità di coniugare semplicità e correnti estreme con tanta naturalezza è encomiabile. Aspettiamo un seguito.

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OBSIDIAN TONGUE - A Nest Of Ravens In The Throat Of Time


Informazioni
Gruppo: Obsidian Tongue
Titolo: A Nest Of Ravens In The Throat Of Time
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Hypnotic Dirge Records / Dissociation Records
Contatti: facebook.com/obsidiantongueband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Brothers In The Stars
2. Black Hole In Human Form
3. My Hands Were Made To Hold The Wind
4. The Birth Of Tragedy
5. Individuation
6. A Nest Of Ravens In The Throat Of Time

DURATA: 52:08

Gli Obsidian Tongue si erano fatti conoscere nel 2010 con il demo "DemoTape"; successivamente avevano proposto il primo album intitolato "Volume I: Subradiant Architecture" uscito nel 2012 e che aveva ricevuto dei buoni riscontri sia da parte degli ascoltatori che dalla critica. In questo 2013 rientrano invece in scena con il secondo disco supportato dalla collaborazione fra l'etichetta canadese Hypnotic Dirge Records e la Dissociation Records. Com'è "A Nest Of Ravens In The Throat Of Time"? Nel maggio scorso Brendan l'aveva presentato così:

We took a slower and less aggressive, spacey kind of approach with the new album. We wanted to conjure a hypnotic atmosphere that perpetuates through the record, yet we wanted to cover a lot of ground within that atmosphere, conceptually and emotionally. We infused a lot of very personal ideas and feelings into these songs, almost too much to list. I'’s almost unnecessary to list... all I can really tell people is, "A Nest Of Ravens In The Throat Of Time" is our lifeblood, our mission statement, and really the only thing we give a fuck about right now.

Per quel che mi riguarda siamo dinanzi al compimento di un netto passo in avanti, in quanto il lavoro del duo (l'altro membro è il batterista Greg Murphy), pur facendo trasparire un legame sonoro ed emotivo che lo collega a realtà quali Wolves In The Throne Room, Alda, Agalloch e Ash Borer, sembra aver trovato un equilibrio sia ritmico che atmosferico in grado di fornire ai brani quella qualità tale da permettere loro una presenza ripetuta all'interno del lettore cd. Le sei canzoni contenute in questa seconda fatica degli statunitensi mostrano una diversificazione del sound che — oltre a spingersi classicamente in territorio black-atmosferico — ha nelle sue fasi maggiormente dilatate, dal respiro quasi doom psichedelico, un'ottima variante: si veda a esempio la prima traccia "Brother In The Stars", canzone nella quale la voce pulita è accompagnata dalla chitarra dotata di un suono "galleggiante".

Il cantato pulito si rivela essere una gradevole arma da utilizzare e si presta ad arricchire ripetutamente la prova degli Obsiadian Tongue, elevando il valore, di per sé alto, di episodi quali la cupa e malinconica "The Birth Of Tragedy" (segnata da una seconda parte in cui affiorano venature acustiche), la dinamica "Individuation" e la poetica "A Nest Of Ravens In The Throat Of Time" (dove partecipa John Haughm degli Agalloch).

L'album in fin dei conti non inventa nulla, ma grazie ad alcuni elementi dalle sensazioni al limite con il post-rock e allo stabile confluire di diverse sensazioni mantiene costantemente viva l'attenzione: in questo la formazione è stata brava, avendo confezionato cinquanta minuti di musica intensa e introspettiva, pronta a far andare in brodo di giuggiole i seguaci di questo specifico panorama. In caso lo foste, non vi rimane quindi che segnarvi il titolo ed entrarne in possesso, in una collezione già ricca farebbe comunque la sua "sporca" figura.

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TRANSPORT LEAGUE - Boogie From Hell


Informazioni
Gruppo: Transport League
Titolo: Boogie From Hell
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/transportleague
Autore: Mourning

Tracklist
1. Swing Satanic Swing
2. Blood Inn
3. Bitter Sand
4. Electric Wolf
5. Holy Motherfucker
6. Fight Back
7. Barabbas Venomous
8. Demon Apparatus
9. Hi-Octane Slave
10. Snake Infested Swamp
11. Doctor Demon

DURATA: 44:40

La formazione svedese dei Transport League ha ripreso le attività e odiernamente si presenta come un quintetto composto dai membri fondatori Tony Jelencovich (voce e chitarra) e Lars Häglund (batterista nella prima era, adesso bassista) ai quali si sono aggregati Peter Hunyadi (chitarra) e Mattias Starander (batteria). Il loro quinto album "Boogie From Hell" è stato partorito a una decade di distanza da "Multiple Organ Harvest" e una volta inserito nello stereo mette sul piatto groove e grinta da vendere, con una derivazione piacevolissima da realtà quali Entombed, Clutch, Cathedral, White Zombie e Danzig (qualche altro nome sono sicuro si potrebbe ancora citare), oltre a una serie di brani dal piglio sicuro e dalle strutture ben elaborate, efficaci quanto basta per garantirvi tre quarti d'ora di buona musica.

La scaletta è robusta, esente da momenti morti e poco importa se la tendenza dell'attimo in corso sia favorevole a un'espressione più diretta e veloce, a una più atmosferica o ancora si diletti a impaludarsi, pezzi come "Swing Satanic Swing", "Bitter Sand", "Electric Wolf", "Barabbas Venomous" e "Snake Infested Swamp" shakerano e coinvolgono. Inoltre per non farsi mancare proprio nulla incroceremo pure il ritornello da intonare a ripetizione nella semplicemente godereccia "Holy Motherfucker".

Qualcuno potrà pur dire che questa è l'ennesima prestazione "di mestiere" che prova a dire la sua all'interno di un filone che ci sta ormai rimpinzando di uscite quasi mai deludenti, e non sarebbe un'affermazione del tutto errata, il gruppo mostra però di essere realmente in uno stato di forma invidiabile e le prove offerte dai singoli, certamente al di sopra di una resa da "sei canonico", lo palesano, rendendo il disco appetibilissimo agli amanti del genere: prendo in considerazione il vario e diligente Tony dietro al microfono e la capacità certosina di rifinitura e solistica di Peter.

Con "Boogie From Hell" i Transport League si sono rimessi in carreggiata e data la qualità del lavoro non stento a credere che a breve un'etichetta fra le tante attivissime e pronte a supportare tale panorama musicale possa inserirli nel proprio roster. Le vostre orecchie hanno bisogno di ascoltare un album che sia orecchiabile ed energico? "Boogie From Hell" è la piacevole risposta che andavate cercando.

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BEYOND YE GRAVE - Ester Panim


Informazioni
Gruppo: Beyond Ye Grave
Titolo: Ester Panim
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: Hidden Marly Production
Contatti: beyondyegrave.org
Autore: M1

Tracklist
1. Inquisitor's Bliss
2. Hankering For The Dead
3. Ester Panim
4. Dreadful Morning
5. Bottomless Chalice
6. The Punisher
7. Delirium Nocturnum
8. Drunk Funeral

DURATA: 47:41

Quarta apparizione sulle nostre pagine per i russi Beyond Ye Grave, che ho avuto modo di seguire e proporvi sin dall'esordio nel 2009. Questa volta ad accompagnare il leader Hater (cantante-chitarrista) c'è Hangover al basso, mentre Unholy Father si è occupato delle parti di batteria in qualità di membro temporaneo. "Ester Panim" prosegue nel percorso evolutivo del disco precedente "Total Fucking Decadence", calcando la mano sulle melodie, ravvisabili non soltanto nel riffing affilato di stampo svedese, quanto in vere e proprie sezioni più "ariose", dove viene stemperata la furia del black metal delle origini, e puntando su brani mediamente lunghi per gli standard del genere.

Per la prima volta il termine "black metal" potrebbe risultare eccessivamente riduttivo e insufficiente a comprendere tutte le soluzioni proposte dai ragazzi di Zhukovsky, poiché non mancano derive più massicce e death, oltre a passaggi quasi "groove" e dal sapore decisamente moderno come in "Dreadful Morning"; in questi diversi frangenti la coppia Hangover-Unholy Father picchia parecchio e genera una bella botta di suono, nonostante taluni passaggi non godano di una incisività esagerata (segno che c'è ancora da lavorare). Anche l'intermezzo acustico "Bottomless Chalice" è piuttosto sorprendente, data la forza introspettiva e riflessiva di cui è portatore, infatti non mi sarei mai aspettato qualcosa di così raffinato ed elegante da un "pazzo" come Hater; evidentemente la vodka produce anche effetti "raffinanti"! Le atmosfere orientaleggianti invece sono una riproposizione di quanto già mostrato in passato, quindi non spiazzano durante l'ascolto, perché già assimilate.

A livello di produzione il salto è netto questa volta: l'impasto sonoro ora è percepibile in ogni dettaglio, più potente e nitido, inoltre viene riservato un occhio di riguardo per i suoni medio-bassi che spiccano spesso e volentieri; per di più così facendole le aperture melodiche sono valorizzate al meglio. Sappiate a ogni modo che in un disco di questi russi non troverete mai la perfezione stilistica e la cura maniacale dietro il mixer, la produzione resta sempre sincera e genuina, sebbene l'approccio estremo della "bassa fedeltà" sia stato messo da parte.

Va dato atto ai Beyond Ye Grave di essere una formazione in movimento, che allarga i propri confini e non si autorinchiude in inutili gabbie stilistiche, pur non proponendo artifici particolarmente complessi o innovativi. Al tempo stesso però "Ester Panim" potrebbe correre il rischio di ritrovarsi in una sorta di terra di nessuno: troppo poco ortodosso per i fan intransigenti di un unico filone e troppo poco raffinato per gli altri. A mio giudizio è un album piacevole, cresciuto con gli ascolti e senza grosse pretese, se non quella di intrattenere.

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SADHAKA - Terma

Informazioni
Gruppo: Sadhaka
Titolo: Terma
Anno: 2013
Provenienza: Oregon, Stati Uniti
Etichetta: Pest Productions
Contatti: sadhaka108.bandcamp.com
Autore: LordPist

Tracklist
1. Dissolution
2. Padmasambhava
3. Impermanence
4. Ancient Ones

DURATA: 51:59

Negli ultimi sei o sette anni, sembra esserci stata una sovrabbondanza di black metal proveniente dalle regioni nordoccidentali di Stati Uniti e Canada, l'area che grossomodo corrisponde alle montagne della Catena delle Cascate. Ogni anno una manciata di nuovi gruppi arricchisce quella lista e il risultato, abbastanza spesso, è che sembra di star ascoltando una sorta di "tutto" organico, che in qualche modo attraversa gran parte dei progetti in termini sia concettuali che atmosferici. Di conseguenza, possiamo sentire una connessione molto forte, o addirittura una continuità, tra i vari Alda, Skagos, Oskoreien e così via. Questo aspetto è di solito menzionato come un difetto da parte di chi non apprezza questa "nuova ondata" di seguaci dei Wolves In The Throne Room provenienti dal Nord America; e spesso e volentieri anche riguardo i WITTR o gli Agalloch stessi, che ovviamente sono i nomi più conosciuti del lotto.

In realtà, ciò che molti di questi musicisti stanno mettendo in atto — consciamente o meno — è la creazione di un nuovo discorso intorno al ramo più viscerale del metal, attraverso la sua relazione con il potenziale umano e come questo potenziale interagisca con il mondo. Le fonti e le ispirazioni sono varie, dal trascendentalismo all'anarchismo, fino all'ambientalismo più intransigente e via dicendo; il summenzionato "tutto" organico è il contenitore in cui tutti questi gruppi cercano di mettere in musica la loro visione del mondo, condividendo alcune caratteristiche.

Ecco che arriviamo ai Sadhaka, uno dei nomi emergenti in una scena non più così giovane. Formato in Oregon, il trio sottolinea che tutte le canzoni sono state "scoperte in solitudine in un remoto eremo di montagna tra gli altipiani selvaggi della gola del fiume Columbia, Cascadia centrale", cercando di recuperare parte di quel mito che connette il black metal al "selvaggio". Non sorprendentemente, scelgono il termine "Cascadia" per definire il luogo.

L'album è composto da quattro tracce lunghe — alla maniera dei classici dei WITTR — e presenta gran parte delle caratteristiche tipiche della cosiddetta "Cascadian scene": lunghi passaggi atmosferici, canti che cercano di connetterci a un piano più alto, feedback sparsi qua e là, fino alla natura che comprende tutto, rappresentata attraverso i maestosi blast beat che avvolgono il nostro essere e in qualche modo lo ricollegano a essa. La terza traccia "Impermanence" è un esempio perfetto di questo approccio. Ciò che separa questo album da molte altre uscite Cascadian black metal, in termini musicali, è l'uso di qualcosa più vicino alle urla dell'hardcore che allo scream del black metal.

Per quanto riguarda il contenuto, il titolo dell'album "Terma" si riferisce a un concetto buddhista che indica alcuni "insegnamenti speciali" presumibilmente nascosti in giro per il mondo in passato da santi o divinità. Quest'album può essere visto come una ricerca di quei tesori mistici attraverso la natura, proprio come ci dicono i primi versi di "Dissolution": "Listen to the stones, listen to the cold, listen to the ground, they have secrets to tell you". La confezione include anche una descrizione dettagliata del termine, concludendo che "sono ovunque", e ci incoraggia a partire alla loro ricerca. Il background buddhista addirittura viene fuori un paio di volte nella musica, e questo contribuisce a dare un'aria più personale ai Sadhaka. La quarta traccia "Ancient Ones" (precedentemente rilasciata online come brano separato nel 2012) è concettualmente un po' fuori contesto rispetto alle altre tre, ma funziona molto bene come chiusura.

Credo che la Pest Productions abbia trovato una band molto interessante, che potrebbe avere qualcosa da dire nell'affollata scena "cascadica" anche nel futuro. Quest'album è decisamente consigliato ai fan del genere, e possibilmente anche a chi vorrebbe cercare di avvicinarvisi.

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SADHAKA - Terma [english version]

Information
Band: Sadhaka
Title: Terma
Year: 2013
From: Oregon, United States
Label: Pest Productions
Contacts: sadhaka108.bandcamp.com
Author: LordPist

Tracklist
1. Dissolution
2. Padmasambhava
3. Impermanence
4. Ancient Ones

RUNNING TIME: 51:59

In the past six or seven years, there appears to have been an overabundance in the black metal output coming from the Northwestern regions of the United States and Canada, the area roughly correspondent to the mountains of the Cascade Range. Every year a bunch of new bands enrich that list and the result, quite often, is that it seems to listen to some kind of organic "whole", somehow encompassing most of the projects in both conceptual and atmospheric terms.

Consequently, we might feel that there is a very strong connection, even continuity, between the many Alda, Skagos, or Oskoreien, and so on. This is frequently cited as a flaw by people who don't appreciate this "new wave" of Wolves In The Throne Room followers hailing from North America — and WITTR or Agalloch themselves more often than not, obviously being the best known names of the lot.

Actually, what many of these musicians are doing — whether consciously or not — is creating a new discourse around the most visceral branch of metal, through its relationship with humanity's potential and how this potential interacts with the world. The sources and inspirations are varied, from transcendentalism to anarchism, to staunch environmentalism and so on; the afore-mentioned organic "whole" is this container in which the many acts strive to put into music their worldview, sharing some features.

And here we get to Sadhaka, one of the newest names in a scene not so young anymore. Hailing from Oregon, the trio stresses that all the songs were "uncovered in solitude from a remote mountain hermitage in the wild highlands of the Columbia River Gorge, central Cascadia", trying to recover part of that myth that connects black metal to the "wild". Not surprisingly, they choose the term "Cascadia" to describe the location.

The album comprises four long tracks – in the WITTR’s classic albums vein – and features most of the trademarks in the so-called Cascadian scene: long atmospheric passages, chants that endeavor to connect us to a higher plane, feedbacks here and there, and then the all-comprising nature signaled through majestic blast beats enshrouding and somehow reconnecting our being to it. The third track "Impermanence" is a perfect example of this approach.

What separates this album from many other Cascadian black metal releases is, in musical terms, the use of something more similar to a hardcore rant than a black metal scream. As for the content, the album title "Terma" refers to a Buddhist concept that defines some "precious teachings" allegedly hidden by enlightened people or deities in the past around the world. This album may be viewed a search for those mystical treasures through nature, as the first lines in "Dissolution" tell us: "Listen to the stones, listen to the cold, listen to the ground, they have secrets to tell you".

The package also provides a detailed description of the term, concluding that "They are everywhere", and encouraging us to set forth and look for them. The Buddhist background even emerges a couple of times in the music, and this contributes in giving Sadhaka a more personal air. The fourth track "Ancient Ones" (previously released online as a separate track in 2012) is conceptually a little out of context when compared to the other three, but works really well as a closure.

I believe Pest Productions found a very interesting band here, that might have something to say in the crowded Cascadian scene in the future as well. This album is highly recommended to fans of the genre, and possibly to those who would like to try approaching it.

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lunedì 30 settembre 2013

MOTORFINGER - Coming In Clear


Informazioni
Gruppo: Motorfinger
Titolo: Coming In Clear
Anno: 2013
Provenienza: Norvegia
Etichetta: autoprodotto
Contatti: facebook.com/motorfinger
Autore: LordPist

Tracklist
1. Never Mine
2. Double Rainbow
3. My Secrets
4. Arms Of The Sun

DURATA: 14:29

In genere, quando parliamo di Norvegia su queste pagine, si tratta di gruppi variamente affini al black metal, è invece abbastanza raro per noi trovarsi tra le mani un lavoro di rock alternativo proveniente da Oslo. "Coming In Clear" è il secondo EP pubblicato dai Motorfinger (a due anni di distanza dal primo "Best Of") e non cerca di nascondere le influenze alle spalle del quintetto.

Il nome della band — fondata nel 2009 — è un evidente richiamo ai Soundgarden, mentre la copertina cita scherzosamente quella di "Nevermind". Nel mondo della musica sono molto frequenti i revival più o meno consapevoli di sonorità appartenenti a epoche precedenti; in questo caso i Motorfinger cercano di recuperare il filo di un discorso esplicitamente novantiano, forse anche ispirati dal ritorno sui palchi di band come gli Alice In Chains o gli stessi Soundgarden.

Lo stile vocale del cantante Maurice Adams è molto vicino a quello di Chris Cornell, a tratti ricordando Eddie Vedder o addirittura Myles Kennedy nei momenti più melodici ("Double Rainbow"). Le chitarre di Fossli e Lundh viaggiano principalmente tra Cantrell e Thayil, portatrici allo stesso tempo di un approccio riconoscibilmente moderno, passato attraverso i vari Puddle Of Mudd, Alter Bridge e altri nomi dei tardi anni '90–'00. C'è da dire che nessuno dei brani supera i quattro minuti, rendendo così l'EP un lavoro molto diretto e facile da assimilare in tutte le sue parti. Mancano, almeno per il momento, i passaggi più cupi e sofferti che avevano caratterizzato sia gli Alice In Chains che i Soundgarden.

La band è potenzialmente una novità interessante nel panorama norvegese, di cui non si parla molto frequentemente nell'ambito del rock alternativo. Attenderemo con curiosità il primo LP, augurando ai Motorfinger di far fruttare le influenze eccellenti con una maggiore consapevolezza, potendo sviluppare il proprio sound in più tempo su disco.

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TOXYDOLL - Live At The LoopHole

Informazioni
Gruppo: Toxydoll
Titolo: Live At The LoopHole
Anno: 2013
Provenienza: Europa
Etichetta: Aut Records
Contatti: autrecords.com
Autore: 7.5-M

Tracklist
1. Mantis Dance
2. Castellana
3. Loopaholic
4. Testone
5. Viruta
6. Toxydoll

DURATA: 53:35

L'improvvisazione è la vita. Sapere quali sono i propri strumenti è uno degli esercizi che ogni giorno facciamo: chi si ritiene ottimo nelle relazioni si eserciterà a crearne di nuove, sempre (e allora in una sera può stabilire legami con tre, quattro persone); chi si ritiene ottimo nell'organizzare il proprio tempo farà piani a lungo termine (che puntualmente rispetterà nonostante il caso caotico che sfugge alle sue previsioni); chi si ritiene ottimo nel conservare le proprie abitudini farà di tutto perché niente le faccia errare (e si opporrà agli eventi in modo da dirigerli dove vuole). Poi c'è chi non si rende conto di quali siano i propri strumenti e perciò non li esercita: così si incaglia o procede per inerzia, seguendo quello che accade intorno, che viene detto e che è considerato giusto.

Il free-jazz è improvvisazione. Come per la vita, nel free-jazz bisogna sapere quali sono i propri strumenti, quindi bisogna sapere dove si vuole andare per non farsi trascinare dall'inerzia o dall'influenza degli altri. I Toxydoll hanno scelto, fortunatamente, quali strumenti usare: non si sono lasciati trascinare dalle abitudini del genere. Poche cose: a ognuno il suo suono. Un tema su cui fare affidamento, sempre. Al quale si può ritornare, se è necessario perché ci si è persi. Poi, il resto, è vita. È vivo. È "live". Non potrebbe essere altrimenti. I Toxydoll non avrebbero potuto produrre un disco in altra maniera, come la vita non si può riprodurre in studio. C'è bisogno del caso, delle volontà e degli errori, delle rivelazioni e delle scoperte, delle improvvisazioni. Dell'ascolto.

Avete presente John Zorn. Ecco, dimenticatelo. Il free-jazz dei Toxydoll non risponde ai criteri di frammentazione a cui ci ha abituato il caro sassofonista americano. Il nostro sassofonista francese (Vincet Doménech), coadiuvato da una ottima batterista (Olga Nasova), da un chitarrista italiano (Alberto Cavenati) e da un tastierista e musicista elettronico (Bob Meanza, di origine ignota), si muove in maniera continua, senza soluzione di continuità: tutto è fluido ed estremamente compatto, non c'è il minimo segno di rottura. Ogni cosa è in ascolto di quella precedente e della successiva. Viva perché attenta a quello che sta attorno, dietro, davanti. Ogni strumento è capace di ascoltare e raccogliere i segnali che l'altro manda, di seguirlo o di opporvisi, di farsi trascinare da una ritmica o di contrastare la tonalità dominante. Insomma anarchia in ascolto. Non edonismo, non compiacimento di sé, ma soddisfazione nel collaborare con gli altri nel perseguire un modo. Conoscere i propri strumenti e metterli al servizio di una situazione comune.

I Toxydoll sono dei buoni esempi di free-jazz attento e deciso. Da sentire. Dal vivo. Sul vivo.

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AOSOTH - IV: An Arrow In Heart


Informazioni
Gruppo: Aosoth
Titolo: IV: An Arrow In Heart
Anno: 2013
Provenienza: Francia
Etichetta: Agonia Records
Contatti: aosoth.fr
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. An Arrow In Heart
2. One With The Prince With A Thousand Enemies
3. Temple Of Knowledge
4. Under The Nails And Fingertips
5. Broken Dialogue 1
6. Broken Dialogue 2
7. Ritual Marks Of Penitence

DURATA: 56:08

Tra le cerchie di appassionati del Black Metal, e della scena francese in particolare, gli Aosoth non hanno bisogno di alcuna presentazione: l'infernale macchina di morte d'oltralpe è giunta quest'anno a sfornare "IV: An Arrow In Heart", quarto album (quinto, se vogliamo considerare anche "Variations Of Violence", la versione strumentale del precedente "III - Violence & Variations") e ideale culmine qualitativo del percorso intrapreso nel 2008 con l'omonimo debutto.

"An Arrow In Heart" e la sacrale "Ritual Marks Of Penitence" (rispettivamente apertura e chiusura del disco) vengono edificate sulle fondamenta di un marchio sonoro catacombale e claustrofobico che trascina impietosamente sul fondo di un abisso malsano. Melodie bollenti e nere, una voce demoniaca proveniente dai più angusti anfratti avernali, inquietanti movimenti intestini di forze potentissime e atmosfere maligne deflagranti in progressioni violentissime: questi sono gli elementi che compongono un impianto vibrante di una viscosa volontà distruttrice che nulla lascia di integro al proprio passaggio. Ciò che domina la scena, nel trittico formato da "One With The Prince With A Thousand Enemies", "Temple Of Knowledge" e "Under The Nails And Fingertips" è un'aura venefica ricreata attraverso dissonanze malefiche che rimandano al panorama francese più avanguardistico (Blut Aus Nord e Deathspell Omega su tutti), melodie mortifere e l'intensità globale di un'espressività selvaggia e pienamente consapevole del suo scopo decostruttivo. Le visioni provocate dagli Aosoth vengono private di ogni barlume di luce, vengono impestate e saturate dall'imponenza di un percorso lastricato di sangue, di fuoco, di pestilenza e di devozione assoluta verso le entità più empie che la spiritualità umana abbia incrociato nel suo millenario cammino.

Il blocco più "sperimentale" di "IV: An Arrow In Heart" è rappresentato da "Broken Dialogue 1" e "Broken Dialogue 2" in cui declamazioni di vario genere si sovrappongono a tracce stilistiche dei Glorior Belli di "Meet Us At The Southern Sign" e dissonanti acidità, impasto il cui risultato è un effetto altamente disturbante e agghiacciante. Ennesimo punto a favore della indubbia qualità di "IV: An Arrow In Heart" è la produzione scelta: la dimensione sonora che è stata selezionata per dar vita a questo lavoro è estremamente cupa, pastosa e, di conseguenza, dannatamente adatta a veicolare ed evocare quell'oscurità tentacolare e opprimente che rappresenta davvero la marcia aggiuntiva del disco.

Con un tale nuovo parto gli Aosoth hanno ulteriormente incrementato il loro nero ascendente spirituale, offrendoci un lavoro di enorme spessore. "IV: An Arrow In Heart" è un atroce affresco di morbosa e fiera devozione, è un baluardo di dominante discendenza demoniaca, è un bellicoso monumento infernale che, come un valente condottiero, si staglia orgoglioso e altero di fronte alle proprie armate e che, con la sola vigoria dello sguardo, domina un orizzonte sempre più nero, sempre più minaccioso, sempre più gravido di potenza.

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DEAD AGAIN - Occultus Lake


Informazioni
Gruppo: Dead Again
Titolo: Occultus Lake
Anno: 2013
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Dead-Again/191977307546943
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Sleeper Has Awakened
2. Chestburster
3. Empty Burial
4. Bug Hunt
5. The Lament Configuration
6. Occultus Lake
7. A Torn Mouth
8. Body Parts And Power Drills
9. Shapeless Horror
10. Post Secondary Decapitation

DURATA: 20:39

I Dead Again? Beh, dopo l'ascolto di questi canadesi il nostro Matteo Montesi vi risponderebbe così: "È il Diaulo"! Evan (basso), Shaun (batteria), Steve (chitarra e voce) e Cole (voce) sono quattro musicisti provenienti da Vancouver (Canada) che si cimentano nella creazione di un connubio stilistico nel quale confluiscono la rabbia dell'hardcore, la prepotenza massacrante del grind e la fangosa pressione dello sludge.

Inserendo nel lettore cassette "Occultus Lake", il loro primo e unico lavoro rilasciato, mi è parso d'avere a che fare con una mistura ossessiva, malvagia e pressante di Napalm Death, Trap Them, Down e Soilent Green: non vi sembra che lo scenario sia di quelli assurdamente pesanti da affrontare? L'album è composto da dieci tracce, una sequela di piallate in pieno volto che si apprestano a scontrarsi e a demolire ciò che si para loro contro, iniziando sin da subito con l'apertura affidata ai baratri scavati da "The Sleeper Has Awakened" e perpetuando tale atteggiamento sino all'arcigna conclusione sulle note di "Post Secondary Decapitation".

"Occultus Lake" dura poco più di venti minuti e in questo lasso di tempo la presa non viene mai mollata, è ferrea e supportata da un comparto ambientale opprimente e scuro che rende lugubre e fascinoso l'incontro con brani come "Chetburster", "The Lament Configuration" e la stessa "Occultus Lake".

Il disco si alimenta delle passioni che i canadesi nutrono per lo sci-fi, gli slasher movie e il male in quanto entità; quest'ultimo prende il controllo della storia che le canzoni vanno a comporre, vi è infatti un filo logico che unisce i vari episodi, una caccia all'uomo che si tinge perennemente di un color rosso sangue. Violenti, sfrontati e privi di fronzoli, è così che sono i Dead Again: tutto ciò non vi basta? Non avete idea di cosa state rischiando di perdervi.

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WACHT - Indigen


Informazioni
Gruppo: Wacht
Titolo: Indigen
Anno: 2013
Provenienza: Grigioni, Svizzera
Etichetta: Bergstolz
Contatti: bergstolz.ch
Autore: ticino1

Tracklist
1. Il Capricorn Solitari
2. Intellect Inflamà
3. Nos Privilegi
4. Engiadina Sur Tuot!
5. Indigen
6. Grischun Abandunà
7. Sbrais Sanza Sun
8. Güstizia, Per La Vardà
9. Fundà Sün Fö
10. Black Metal Über Alles
11. Epilog Engiadina

DURATA: 54:07

Quante volte vi ho già presentato lavori dei grigionesi Wacht? Neppure lo so. Dal 2006 a oggi ne è caduta di neve sui pizzi delle Alpi Retiche e tante sono le registrazioni uscite sotto l'egida del gruppo diretto dall'onnipresente Steynsberg. Sovente vi ho parlato di una certa costanza compositiva e d'esecuzione da disco a disco. Ora che cosa è cambiato?

Tanto per cominciare ho dovuto aprire il PDF del libretto per essere sicuro che si trattasse davvero di quei Wacht... I titoli e i testi sono ancora prevalentemente in reto romancio e i temi trattati sono quelli offerti dall'amata patria di Steynsberg, i Grigioni. L'intro, con il suo tocco "alpino", mi lascia un poco perplesso; non è la musica in sé che provoca questa sensazione, ma l'evoluzione che vi ha avuto luogo. L'altro ieri mi lamentavo di sentire troppe trame "burzumiane", mentre oggi le fasi ritmiche coprono la discografia basilare dei Bathory, ricombinandola sì con il black scandinavo classico, sfiorando però tocchi rock (qui potrei diventare becero e dire addirittura "post") per addentrarsi in frangenti più atmosferici o melodici che ricordano un poco il progetto Hatesworn, proveniente dalla stessa forgia romancia. Le prove che sostengono queste mie affermazioni le troverete comodamente ascoltando "Intellect Inflamà" e "Indigen", questi sono alcuni dei pezzi più vari presentati su questo disco, oppure la melanconica "Sbrais Sanza Sun" che dopo un inizio black tipico si trasforma progressivamente in una colata di resina. Notevole nel citato progresso compositivo è l'effetto provocato dal gioco fra due chitarre che seguono a volte frasi differenti e una batteria che sapientemente offre una solida base ritmica. Quasi me ne dimenticavo: ho criticato sovente la voce di Steynsberg, in questo lavoro però mi sembra che ci sia meno monotonia nel timbro e la combinazione con alcuni passaggi puliti, o addirittura femminili, sia ben riuscita, mescolandosi senza attriti nella trama d'insieme.

Perché sprecare tante parole? Secondo me i Wacht forniscono con "Indigen" il loro disco più riuscito finora. È pieno di varietà, fantasia e, malgrado non rappresenti l'invenzione dell'acqua calda, offre a te, ascoltatore esigente, oltre cinquanta minuti di musica pieni di passione e privi di noia. Attenzione: non è digeribile per i puristi! Potenziale? C'è: il futuro ci rivelerà se sarà sfruttato.

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[ówt krì] - The New Seed

Informazioni
Gruppo: [ówt krì]
Titolo: The New Seed
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Alrealon Musique
Contatti: owtkri.com
Autore: Bosj

Tracklist
1. Deep South
2. The New Seed
3. On Hostile Ground
4. Abandoned Path
5. Dance In Silence
6. We Sleep Forever
7. Confrontations
8. Ocean Hymn
9. Darker Sensation
10. The Sirens Call

DURATA: 40:33

Kenneth K., in arte [ówt krì], nonostante giunga solo oggi al primo, vero debutto sulla lunga distanza e sotto l'egida di una etichetta a tutto tondo, è in giro dal tardo 2005 e in questi anni ha vissuto un'evoluzione piuttosto profonda; passando da un iniziale orientamento drone-doom, scorre oggi lungo un ambient dalle spruzzate ora dark e molto vagamente industriali ("Abandoned Path"), ora ritualistiche e litaniache ("On Hostile Ground"), ma votando il grosso dei suoi sforzi alla creazione di una musica di accompagnamento e sottofondo molto delicata, per non dire raffinata.

Pur provenendo dalla fredda Finlandia, determinati passaggi della sua musica ricordano da vicino l'Eluvium di Copia ("Dance In Silence", certamente i minuti più melodiosi e vellultati dell'intero insieme), con una predominanza di piano e tastiera sul morbido tappeto di suoni sintetici, mentre in altri frangenti ("Ocean Hymn") è più dichiarato il retaggio di artisti come Biosphere e del suo tocco scandinavo. Su tutti, però, spiccano gli unici due brani con parti cantate: "On Hostile Ground" e "Darker Sensation", poche, asciutte parole, ma dall'incedere insistente, disturbante, ritualistico e al tempo stesso nervoso, quasi fastidioso, a sottolineare la nota negativa individuata dai titoli stessi dei pezzi.

In generale, "The New Seed" ha molti pregi e ben pochi difetti: estremamente variegato eppure mai eccessivo, diversificato ma organico, di sottofondo tuttavia scorrevole anche a un ascolto più "concentrato". L'ambient di Kenneth K., forse per il proprio percorso affrancatosi via via da suoni più estremi, non è un'esperienza felice, anzi, i colori sono per la maggior parte cupi, ombrosi, pur nel calore di suoni molto lavorati e ben prodotti (la masterizzazione è opera delle sapienti mani di Markus Skhroch. Cionondimeno l'atmosfera non si fa mai opprimente, rendendo quest'ultima uscita a nome [ówt krì] facilmente digeribile anche per gli stomaci meno avvezzi a quaranta minuti di suoni elettronici in loop.

La svizzera Alrealon Musique, con questa nuova produzione, si conferma per l'ennesima volta un'etichetta molto attenta alla qualità del proprio roster, e [ówt krì] aggiunge un ulteriore, importante tassello al proprio già nutrito percorso.

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