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lunedì 14 ottobre 2013

LEGIONARII - Disciples Of The State

Informazioni
Gruppo: Legionarii
Titolo: Disciples Of The State
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Rage In Eden
Contatti:
Autore: Istrice

Tracklist
1. Enter The Global Union
2. Ordo Ab Chao
3. The Inner Circle
4. Aristocracy
5. World In Flames
6. The State
7. Blood Of Millions
8. Strength & Power
9. The Titan
10. Dominion (Lux Aeterna)

DURATA: 53:50

Uno "Stato" totalitario che controlla l'intero globo terrestre, dodici "Discepoli" misteriosi nella stanza dei bottoni dell'intero sistema che guidano il mondo e lo piegano al proprio volere, rendendo l'umanità una sola enorme forza-lavoro, controllata giorno e notte; un tredicesimo, "autorità suprema", a capo dell'intera piramide in un sistema fortemente gerarchizzato che riesce a sfuggire alla percezione degli abitanti del mondo, che non lo sentono come costrittivo, ma anzi amano e apprezzano, divorati da un feroce consumismo che li spinge a vivere senza pensare. Da questa distopia a cavallo fra Orwell e Huxley, per stessa ammissione dell'artista, prende forma "Disciples Of The State".

È l'album della maturità, l'album della conferma, l'album che suggella il percorso di crescita di Legionarii, che entra da parte sua di diritto fra le più interessanti realtà della scena martial-industrial. Un disco guerrigliero e potente, che si apre con una simbolica quanto significativa cavalcata delle valchirie e che fin dai primi minuti riesce a trascinare l'ascoltatore in un vortice di suggestioni marziali. È subito evidente l'accurato lavoro di ricerca sonora che sta dietro le quinte di "Disciples Of The State", il sound è ricco, sempre stratificato, pieno, a volte vicino al clima da colonna sonora "triariiano", a volte più affine alla dark ambient, ma mai banale, e soprattutto, cosa rara, mai troppo monotono all'interno dello stesso brano. Ogni traccia è strutturata con maestria, e sebbene ognuna abbia una sua struttura ben delineata, spesso si notano piccole variazioni all'interno della stessa che rendono più movimentato e coinvolgente l'andamento dell'opera nel suo complesso.

"Ordo Ab Chao" è travolgente, cori e archi s'innalzano e si rigettano a capofitto nell'oscurità, spianando la strada ai tamburi; "Aristocracy", enorme cardine concettuale e musicale dell'intera opera, non lascia superstiti, l'impasto sonoro non manca di nulla, le voci corali raggiungono il loro apice, le percussioni sono mine in detonazione, mentre in secondo piano i gerarchi continuano i loro discorsi. Intervallato da alcuni episodi più calmi e cupi come "The Inner Circle" e "Blood Of Millions", passando per la gloriosa "The State", in cui l'atmosfera magnificente si tinge di un colore apocalittico, quasi generando un clima da "The Umbersun" degli Elend, il disco giunge a "Strength & Power". Il pezzo più incalzante nel ritmo, una vera marcia di guerra, che lascia il passo a "The Titan", in cui la pomposità e l'animo da colonna sonora raggiungono nuovi apici. Resta solo "Dominion", che con i suoi violini lenti e distesi pare quasi un invito a fermarsi un secondo e riflettere sull'esperienza appena vissuta. Totalitaria, in tutti i sensi.

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JUPITER SOCIETY - From Endangered To Extinct


Informazioni
Gruppo: Jupiter Society
Titolo: From Endangered To Extinct
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Fosfor Creation
Contatti: facebook.com/JupiterSociety
Autore: Mourning

Tracklist
1. Enemy March
2. Invasion
3. Queen Of Armageddon
4. No Survivors
5. Fight Back
6. Defeat

DURATA: 55:55

Carl Westholm è uno di quei personaggi che non passano inosservati, l'artista ruota da sempre intorno alla figura del signor Leif Edling (mente degli ormai a fine carriera Candlemass, degli sciolti Abstrakt Algebra e degli ancora attivi Krux), con il quale ha condiviso più e più avventure musicali. Anche da solista però si è creato spazi interessanti notevoli, dando vita a creature come i Carptree e gli Jupiter Society. Se in passato Aristocrazia si era già occupata dei Carptree recensendo "Nymf", non aveva invece ancora avuto la possibilità di scrivere dei secondi, occasione che abbiamo colto al volo data l'uscita del terzo capitolo della space-prog band intitolato "From Endangered To Extinct".

Le caratteristiche fondamentali del sound degli Jupiter Society sono rimaste invariate nel corso degli anni, infatti dal debutto "First Contact // Last Warning", passando per il secondo "Terraform", sino ad arrivare a quest'ultimo si può notare come si sia venuto a realizzare un sentiero fatto di coerenza generato attraverso l'utilizzo di atmosfere tetre e ampie coralità. Stavolta tuttavia l'aspetto progressivo sembra più scarno, volutamente crudo nello sviluppo, così da far incentrare molto del potenziale insito nei pezzi soprattutto nelle prestazioni evocative offerte dai cantanti: sia Mats Leven che Oivin Tronstad e Cia Backman svolgono egregiamente il loro compito dietro il microfono, dando così l'impressione che compositivamente parlando ci si potesse attendere qualcosa di più.

È innegabile che la visione scura, nella quale si possono riscontrare la frustrazione e il pericolo legati a un'invasione aliena che comporterebbe l'estinzione della razza umana, sia per l'album una componente importante, è altrettanto vero che a eccezione di un paio di episodi realmente trascinanti (penso a canzoni quali "Invasion", "Queen Of Armageddon" e "Fight Back", particolarmente impressionanti per esposizione e in tutto e per tutto capaci di trasmettere il malessere e l'instabilità dello scenario modellato dall'ingegno di Westholm), si rimanga appesi a un'idea sci-fi che stavolta affascina meno di quanto siano riuscite a fare le precedenti rappresentazioni.

È inutile che vi faccia l'intera lista dei musicisti che hanno partecipato a questa ennesima opera dello svedese, sappiate che è gente di prim'ordine e che sulla parte esecutiva del lavoro non c'è davvero nulla di cui potersi lamentare, così come del resto non ho specifiche rimostranze da muovere per ciò che riguarda l'ambito della produzione. Tirando le somme: coloro che in passato avessero già goduto degli Jupiter Society, gradiranno anche "From Endangered To Extinct"; mentre a chiunque volesse iniziare ad avventurarsi nelle sonorità proposte da Westholm, consiglio di intraprendere il percorso partendo dal capostipite della trilogia per viverne la storia passo dopo passo. In entrambi i casi, gli Jupiter Society sono una formazione che vale la pena annoverare fra le proprie conoscenze, non perdeteveli.

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B.O.S.C.H. - Apparat

Informazioni
Gruppo: B.o.s.c.h.
Titolo: Apparat
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Dust On The Tracks
Contatti: facebook.com/boschband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Der Apparat
2. Der Erste Stein
3. Engel
4. Schwarzer Mann
5. Gier
6. Schwarze Sonne
7. Eiszeit
8. Der Sturm
9. Meine Welt
10. Ein Augenblick
11. Sklaven Des Nichts
12. Amok
13. Die Lästerzungen
14. Treibgut Der Zeit

DURATA: 56:17

I tedeschi di Wilhelmshaven B.o.s.c.h. hanno da poco pubblicato il secondo album "Apparat". Dopo averlo ascoltato un paio di volte, l'unica cosa che mi viene in mente è se vi ricordate di Albertino al Deejay Time, quando negli anni Novanta invocava la cosiddetta musica "maranza". Ebbene che cosa hanno in comune questi due mondi? Da un certo punto di vista l'approccio industrial goth-metal proposto da questo quartetto, particolarmente influenzato da gente come i Rammstein, nonostante la band del carismatico Till Lindemann sia solo uno dei tanti nomi che vi verranno in mente insieme a Prodigy e Oomph!, è godereccio e "cazzaro" quanto basta da essere goduto perlopiù in ambito dancefloor.

Le ritmiche adatte al movimento da ballo e il modo in cui convivono la durezza dell'impostazione chitarristica metallica e le intrusioni delle sezioni elettroniche, a dire il vero mai troppo invasive e decisamente collaborative per ciò che concerne lo sviluppo melodico e atmosferico dei pezzi, ci consegnano un disco che nel suo muoversi su terreni battuti e ribattuti regala una buona compagnia, sia nei pezzi più veloci e scatenati (si vedano "Der Erste Stein" ed "Eiszeit", non a caso il primo è stato utilizzato come singolo apripista) sia in quelli dotati di un andazzo alquanto grooveggiante (in tal caso è da prendere in considerazione "Schwarzer Mann") che in altri in cui l'incedere diminuisce i bpm, affidandosi alla chiave ambientale per far colpo (basta ascoltare la più scura "Gier" per averne idea).

Nel complesso fra le melodie e le tastiere spiccate di "Engel" e "Amok", le martellate di "Schwarze Sonne" e la ballata a tratti sdolcinata con tanto di voce femminile "Der Sturm", canzoni che si vanno ad aggiungere a quelle già citate, il lavoro si difende davvero bene, tuttavia le somiglianze con le tante realtà più note non ne agevoleranno l'entrata nel circolo dei vostri interessi primari. Una volta che vi si parasse di fronte il dubbio se ascoltare loro o ad esempio i già citati Rammstein, a meno che non vogliate cambiare per il gusto di farlo, la scelta sarà facile, per non dire scontata: i B.o.s.c.h. finiranno per perdere lo scontro diretto.

"Apparat" si rivolge agli ultra-appassionati di questo panorama e ripeto: inserita nello stereo, la musica di questi artisti è di buona compagnia e particolarmente piacevole, quindi provate a dar loro almeno una chance, tenendoli in considerazione per una serata a base di puro divertimento.

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MASCOT PARADE - Cause & Effect


Informazioni
Gruppo: Mascot Parade
Titolo: Cause & Effect
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Noisehead Records
Contatti: facebook.com/mascotparadeband
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Uninvited Guest
2. Lost In Salvation
3. Devil / Angel
4. Bugs & Hope
5. Norma
6. Coexist
7. Cause & Effect

DURATA: 42:40

Gli svedesi Mascot Parade nascono nel 2007 per volere del cantante-chitarrista Henrik Bringås e del chitarrista Staffan Andersson, la formazione attualmente si completa con l'asse ritmico composto dal bassista Frej Drake e dal batterista Erik Lundin. La band ha già all'attivo un disco rilasciato nel 2008 intitolato "Deathmarch" che a quanto pare ricevette dei riscontri particolarmente positivi e il 2013 li vede pubblicare la seconda opera, "Cause & Effect", album che è stato registrato nei Music A Matic Studios di Gothenburg e prodotto da Chips Kiesbye, signore noto per le sue collaborazioni con gruppi come Crucificied Barbara, Hellacopters e Dozer.

Se il vostro pensiero immaginando il sound di questa compagine si ricollegasse in automatico in direzione retro-rock, stavolta avreste una sorpresa inaspettata: gli scandinavi infatti si distaccano nettamente dalla proposta classica che di anno in anno ha acquisito proseliti nella loro terra natia, ciò che propongono è una commistione di Kyuss, Queens Of The Stone Age e Alice In Chains (ma qualche altro nome lo si può di certo individuare) esposti in una versione che varia atmosfericamente da sensazioni narcotico-lisergiche ad altre melancoliche-pressanti. "Cause & Effect" è paragonabile a una bella farfalla che sbatte le ali in maniera pesante, essendo così costretta a viaggiare a una velocità ridotta, però al tempo stesso permette all'occhio umano di apprezzarne l'aspetto nel dettaglio.

Quello tracciato dal gruppo è un sentiero stranamente viscoso e che sulla lunga durata mette alla prova l'orecchio, invitandolo ad accedervi tramite una connessione fatta di suoni alle volte ruvidi e tutt'altro che raffinati, mentre in circostanze particolari tende ad addolcirsi notevolmente quasi a voler fornire una visione catartica. Il regredire-progredire nella robustezza del riffato, l'ammaliare riverberato del cantato e l'evoluzione ritmica della dinamica quadrata consentono di acquisire una corposità che diviene forma vera e propria. I pezzi in scaletta al pari di una macchia grigia che si espande invadono la testa, attenuando i toni cromatici a seconda dello stato d'animo che intendono imprimere; ansia e ossessione ballano un valzer costante accompagnate da melancolia e tormento, ed è in questo roteare ripetuto che assuefà — non generando tedio, bensì arrendevolezza nel lasciarsi cullare — che i Mascot Parade dimostrano di essere una realtà in possesso di idee ben chiare e che nel momento in cui si spoglia degli aspetti "palliativi", mira il centro della situazione, perché è consapevole che non basta girarvi attorno, sente la necessità di arrivare a colpirlo saltando i passaggi intermedi.

Gli svedesi sono lontani anni luce dalla definizione di "commerciale", il loro fascino scuro e intenso è tutt'altro che facilmente digeribile e l'inquadramento rigido che li contraddistingue colloca "Cause & Effect" in una dimensione a sé, nella quale chiunque può decidere di perdersi volutamente. E mentre voi riflettete se buttarvi o meno, io lo rimetto su e continuo a viaggiare.

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PATH TO IXTAB - Black Sky


Informazioni
Gruppo: Path To Ixtab
Titolo: Black Sky
Anno: 2013
Provenienza: Grecia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/PathtoIxtab
Autore: Mourning

Tracklist
1. To Incite Rebirth
2. Hunter / Defiant
3. Prayer # 1
4. Axe In Hand
5. No Redemption
6. At Nighttime...
7. Prayer #2
8. Black Sky Fill My Mind

DURATA: 38:35

La Grecia continua a offrirmi validi spunti da riportare sul nostro sito e stavolta è il turno dei neo-nati Path To Ixtab di entrare a far parte dei nostri ascolti grazie alla prima uscita "Black Sky". Il duo ellenico composto da Serafim, personaggio già passato su queste pagine data la sua presenza in qualità di batterista nei Brotherhood Of Sleep di "Dark As Light", e Andreas ha iniziato i lavori solo nel 2012 e, dopo aver dato vita a otto tracce, ha deciso di racchiuderle in questo primo album autoprodotto, al momento rilasciato unicamente in formato vinilico.

L'aura permanentemente scura che avvolge i pezzi, pur nutrendosi sia di atmosfere di riferimento black che di soluzioni stilistiche riguardanti il panorama death, sembra essere costantemente attraversata da una scia rock che in alcuni frangenti mi ha fatto immaginare uno strano incrocio fra Darkthrone e Glorior Belli: ciò permette ai Path To Ixtab di esprimersi sia tramite l'irruenza primordiale e cruda dei primi che con l'evoluzione intrapresa dai secondi negli ultimi anni. Esemplari a riguardo i brani "Hunter / Defiant", "Axe In Hand" e "At The Nighttime"; a questi si aggiungono i due capitoli recitati a titolo "Prayer" che, oltre al sentore di "drogaticcio", innestano connotati evocativi alla proposta.

In "Black Sky" non vi è nulla di complesso o intricato: i Path Of Ixtab giocano la partita in maniera intelligentemente semplice, trovando nel modo di mantenere lo sviluppo compositivo "easy", anche se perennemente intriso di quella componente ambientale cupa, il percorso per far assumere all'album una forma ben delineata e affascinante all'udito.

La band pare abbia trovato un accordo con la Venerate Industries per la ripubblicazione e la distribuzione, è quindi possibile che al più presto quest'uscita possa essere reperibile anche in altro formato. Ora come ora però, magari dopo aver saggiato le qualità della loro musica tramite un preventivo passaggio su Bandcamp, vi suggerisco di farne vostra una copia rivolgendovi direttamente a loro.

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ARS MANIFESTIA - Le Lacrime Dell'Universo


Informazioni
Gruppo: Ars Manifestia
Titolo: Le Lacrime Dell'Universo
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Obscura Lyd Productions
Contatti: facebook.com/pages/Ars-Manifestia/135786133263401 - myspace.com/harmful666
Autore: Akh.

Tracklist
1. No Conscience Without Madness
2. Taste This Disease
3. Le Lacrime Dell'Universo
4. Plead Splendour
5. To Infect Oneself To Recover
6. Home II
7. D.Y.D
8. Obsession For The Extreme Obscurity [traccia bonus]

DURATA: 01:12:49

Gli Ars Manifestia giungono al terzo disco per conto della norvegese Obscura Lyd Productions, per qualcuno considerato il lavoro della maturità, quindi cerchiamo di analizzare al meglio l'operato del polistrumentista Harmful e di questo "Le Lacrime Dell'Universo". La copertina ci regala probabilmente lo spaccato migliore per illustrare la musica proposta: la testa dell'artista da cui emerge il simbolo del Caos, attorniato dalle sette chiavi misteriche posizionate fra due guardiani d'ombra (come le due sagome accanto al ponte de "L'Urlo" di Munch), e "No Conscience Without Madness" ne è la giusta rappresentazione sonora.

A mio avviso questo è un album che dovrebbe interessare a una fetta di ascoltatori che va dagli adoratori di Burzum ai viaggiatori trascendenti e intimisti, infatti ascoltando attentamente i lunghi brani si ha la netta percezione che due nature contrastanti, ma ben armonizzate fra loro, confluiscano nei pezzi. Troveremo vibrazioni aggressive e ruvide dal forte sapore "raw" accompagnate da forti parti personali e da un incedere sospeso e ricco di tensioni, riprendendo e ampliando la lezione del leggendario "Conte”, che denotano il gusto e il substrato creativo di Harmful, il quale pone forti accenni personali nelle costruzioni di scuola tipicamente "norvegese".

La produzione è ottima e ci consente di ascoltare molto bene tutti gli strumenti suonati (bello e corposo il suono della cassa), con una giusta collocazione delle frequenze sia nelle parti più tirate che in quelle maggiormente sognanti (come nel caso di "Taste This Disease"), mentre lo scream oscuro ricopre il tutto con un velo mortifero e decadente.

Le canzoni vengono intessute riuscendo a ricreare atmosfere che alternano visioni corpuscolari a linee dall'incedere selvaggio, ciò senza sfociare nell'assalto estremo a tutti i costi, piuttosto grazie a una serie di arrangiamenti armonici azzeccati ed efficaci, come accade anche nella traccia che dà il titolo all'album. Generalmente non digerisco molto bene i riferimenti o le influenze nette, ma in questo caso l'associazione a Varg Vikernes viene talmente emancipata da estrapolarne solamente lo spirito indomito e certi giri di riferimento, per rendere naturale tramite il proprio sentire il resto dell'impronta sonora, la quale possiede una tipicità che valorizza ogni sfaccettatura.

Rispetto alla crescente scena Italiana si denota come le parti maggiormente oniriche non prendano spunto dalla Francia e dagli Alcest (se non forse nell'introduzione e nell'incedere di "To Infect Oneself To Recover"), ma conservino in seno un'oscurità più accentuata e nervosa come accade in "Pled Splendour": i tempi tendono a scendere lentamente di bpm, senza comunque far perdere intensità o generare noia, reazione che solitamente ricevo con i veri cloni di Burzum in ambito "Depressive"; viceversa qua l'introspezione è un'arma vincente e convincente che ci manifesta quanto l'artista riesca a sviscerare la propria anima attraverso la sua Arte. Le nerbature intimiste sono le pulsioni mediterranee che sfociano nell'urlo nordico di Harmful, non a caso Oslo è segnalata come sua sede: è questa intrinseca dualità che ha un fascino magnetico, misterioso e apre percezioni su altre dimensioni psichiche di cui la strumentale "Home II" è un ottimo manifesto espressivo. L'anima più viscerale e violenta esce allo scoperto invece nella breve e lanciata "D.Y.D.", dal riffing asciutto e rapace che chiude degnamente il cd.

"Obsession For The Extreme Obscurity" è la traccia bonus, l'ultimo colpo degli Ars Manifestia in cui fuoriesce la tipica vena tagliente e glaciale della terra dei fiordi, è quindi facile perdersi in stilettate affilate come lastre di ghiaccio, scudisciate dall'impeto imperioso dei venti polari, su cui vedere i riverberi della aurora boreale prima che il nostro corpo perda definitivamente ogni forma di calore e cada nell'immensità del buio assoluto del profondo Cosmo.

"Le Lacrime Dell'Universo" è un disco interessante e ricco di molti spunti, per questo riesce a interessare dove migliaia di altri hanno spudoratamente fallito.

Le sette chiavi hanno concesso l'apertura al Caos e il Caos ha aperto il cancello a Harmful. Harmful è Ars Manifestia.

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TRIGGER - Apocalypse Tomorrow


Informazioni
Gruppo: Trigger
Titolo: Apocalypse Tomorrow
Anno: 2012
Provenienza: Pavlovo, Russia
Etichetta: NitroAtmosfericum Records
Contatti: non disponibili
Autore: Bosj

Tracklist
1. Awakining
2. Friday The 13th
3. Creeping Grim
4. Bloody Mess
5. Apocalypse Tomorrow
6. Killer Machines
7. Eternal Memory
8. Little Evil

DURATA: 36:01

Ammetto di ignorare le peripezie per cui il debutto dei Trigger, targato fine 2012 e uscito sotto NitroAtmosfericum, mi sia arrivato poco meno di un anno dopo in un pacco proveniente dalla Wings Of Destruction Prods, ma tant'è che oggi mi ritrovo ad ascoltare "Apocalypse Tomorrow", disco death metal di stampo classico e, ahimè, poco ispirato.

Al di là dell'errore di battitura nel titolo del brano, "Awakining" apre le danze con un discreto riffing, un buon mid-tempo e delle atmosfere tutto sommato apprezzabili, seppur non brillanti per ispirazione e coinvolgimento. Il problema è che, da qui in poi, per tutti i quaranta minuti scarsi dell'album non ci sarà la benché minima variazione, tolto qualche stop and go... di nuovo in mid-tempo. Il lavoro dei Trigger parte da buone premesse: la band ha dei suoni chiari e distinguibili, ma non eccessivamente puliti, più che apprezzabili nel complesso. Le tre chitarre sono calde, ruvide e massicce; la batteria, per quanto un po' in ombra rispetto al resto, ha un suono pieno e corposo; il growl del cantante Alexey Myakishev è a mezza via tra l'estremo e la semi-intelligibilità. Insomma, il comparto strumentistico è a posto.

Ciò che manca a questo debutto per guadagnarsi l'attenzione del grande pubblico è l'ispirazione compositiva. Gli otto brani, al di là del perenne o quasi mid-tempo, non sono in grado di incidere, di lasciare il segno, o anche solo di farsi ricordare per più di cinque minuti. Non c'è nessun elemento di spicco che permetta ai pezzi di "uscire" e farsi riconoscere: il bridge thrash di "Creeping Grim" e lo sparuto assolo di "Little Evil" non sono decisamente sufficienti a dare carattere a un disco che fatica a trovare una propria identità. Mancano le punte di accelerazione, mancano i rallentamenti a spezzare il ritmo, manca il carisma.

Per un album che ha avuto una gestazione tanto lunga (la band si è formata nell'ormai lontano 2004), nonostante i vari avvicendamenti di formazione era lecito aspettarsi qualcosa di più, specialmente considerando che tutto il materiale qui raccolto è frutto della penna del "nucleo forte" della gruppo, ossia i due membri originali rimasti: il chitarrista Artem Mozhaev e il già citato Alexey. Magari l'ispirazione arriverà col tempo, per il momento i Trigger sono una buona confezione con un contenuto pressoché inesistente.

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TRUEP - 1986

Informazioni
Gruppo: TRUEP
Titolo: 1986
Anno: 2013
Provenienza: Russia
Etichetta: Wings Of Destruction Prods
Contatti: facebook.com/truepmetal
Autore: Bosj

Tracklist
1. 1986 (Intro)
2. Kill
3. Hate
4. Necrotoxic Death
5. New Heat
6. Die Motherf***er
7. Zumbi 666 (I3)

DURATA: 13:24

Se non avessi letto sulla pagina web della Wings Of Destruction che questo "1986" è un'uscita del 2013 di cinquecento esemplari, avrei pensato di trovarmi davanti ad un mini-cd... del 1986. I sette, brevissimi brani che compongono questo primo vagito della misconosciuta band TRUEP odorano di stantio e di marcio come poche altre cose. Tre pezzi da poco più di un minuto, tre pezzi da poco più di due minuti, un'intro. E basta.

La band, di cui dall'etichetta non riceviamo notizia, di cui non esistono informazioni nel libretto (questo, a onor del vero, è orribile in ogni sua parte, e oltre a essere del tutto inutile e illeggibile sembra stampato in cantina dal mio vicino di casa), in poco più di dieci minuti imbastisce una sciarada death-grind che ricorda i grandi nomi americani degli anni '80, a partire dagli immortali Terrorizer. In effetti, questi sei brani hanno proprio "World Downfall" scritto in fronte, e sulla schiena "Horrified". Ed è tutto bellissimo, perché le tracce suonano esattamente come dovrebbero: veloci, sporche, asciutte, incazzate e caciarone.

Dopo estenuanti ricerche sono riuscito a trovare una pagina Facebook che pare essere quella della band; non fosse stato per quella avrei pensato che, chissà, magari "1986" è davvero un demo dell'epoca, spuntato da qualche cantina o soffitta come per magia, ed è solo per caso che oggi nei libri di storia si studiano i Repulsion e non i TRUEP. Nostalgici: recuperatelo, sono tredici minuti di ricordi di un passato che forse non è così lontano.

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ANIMVS INFIRMVS - Rivolta


Informazioni
Gruppo: Animvs Infirmvs
Titolo: Rivolta
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Mother Death Productions
Contatti: facebook.com/legione.animvsinfirmvs
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Rivolta
2. Italia Nera
3. Identità
4. Squadrismo
5. Regime
6. RSI
7. Fiume
8. Abisso
9. Divina Terra
10. Pesttanz [cover Absurd]

DURATA: 44:34

Doverosa premessa: nel caso qualcuno non lo avesse ancora capito, Aristocrazia non si occupa di politica, mai. Aristocrazia valuta le qualità complessive dei dischi di cui vi propone le recensioni, cercando di sviscerare i legami indissolubili che intercorrono tra musica e concetto, ma senza mai appoggiare o contrastare le ideologie tirate in ballo, di qualunque colore esse siano. Apro in tal modo questa analisi perché, anche solo dopo un breve approccio distratto, sarà semplicissimo, pure per l'individuo più beota, intuire il tipo di terreno in cui affondano le radici degli Animvs Infirmvs, trio laziale che, con alle spalle una demo del 2009, debutta sotto l'ala protettrice della nostrana Mother Death Productions. E, per il lettore che dovesse sentirsi infastidito o urticato dalla lettura di una recensione che reca queste premesse, sarà dunque semplicissimo spostare la propria attenzione su qualcosa di differente.

L'introduzione malinconicamente trionfale di "Rivolta", dopo aver messo in chiaro immediatamente l'oltranzista direzione imboccata, si evolve in un crudo assalto che coniuga alla perfezione la spinta belluina del Black Metal con un sostrato di influenze rimandante agli albori del genere nero per eccellenza: Venom, Hellhammer, Celtic Frost e tutta la storica combriccola di marciumi assortiti. In virtù di quanto appena detto, sembra quasi pleonastico rimarcare il peso notevole che, nell'economia complessiva della proposta, hanno le immancabili venature Punk che serpeggiano all'interno di pezzi come "Italia Nera" e "Divina Terra", le quali rivolgono indiscutibilmente lo sguardo a certo retaggio Oi! e RAC. Non è però una cieca belligeranza musicale ininterrotta che ci viene propinata dagli Animvs Infirmvs: episodi come "Identità", "Squadrismo" e "Fiume" esibiscono infatti una notevole profondità sonora ed efficaci spinte propulsive da cui emergono una caustica attitudine fortemente individualista e una devastante volontà eversiva.

Vengono mantenuti indissolubili contatti con i selvaggi stilemi del Black Metal classico, come in "Regime" e "Abisso", ma ciò che fuoriesce dall'insieme è anche una sorta di nera e particolare epicità, fiera e disillusa allo stesso tempo. Abbiamo già avuto modo di inquadrare tale tratto attitudinale che si sta delineando fortemente negli ultimi anni e che sta diventando un po' una cifra stilistica di un modo tutto italiano di concepire e suonare il Black Metal: non a caso, echi di gruppi come Movimento D'Avanguardia Ermetico, Umbra Noctis e Funera Edo risuonano profondamente nell'intelaiatura espressiva di una composizione del calibro della magnifica "RSI". Casomai, arrivato a questo punto, qualche ascoltatore poco ricettivo avesse ancora dubbi sul percorso ideologico e musicale intrapreso, il terzetto pone a chiusura del disco una rivisitazione di "Pesttanz", pezzo degli Absurd di "Facta Loquuntur". La versione suonata dai nostri viene resa lievemente più cupa e pulita nell'andamento generale, ma rimane assolutamente fedele all'originale, mantenendo intatto l'assetto quadrato, istintivo e feroce che contraddistingue l'ossatura principale dell'operato del famigerato gruppo tedesco.

Avete ancora qualche dubbio irrisolto? Proverò a sradicarlo una volta per tutte. Se l'espressione musicale estrema ha per voi dei limiti troppo scottanti oltre i quali non riuscite ad accettarla e se non riuscite a convivere con prodotti figli di un certo comparto di pensiero, allora girate al largo. Se, invece, adorate abbeverarvi a fonti musicali che fanno della sovversione della morale sociale la propria missione, se ricercate proposte genuine, intense e sorrette da una potente espressività selvaggia, se siete in grado di riconoscere la grande qualità di una visione anche quando quest'ultima non coincide necessariamente con le vostre convinzioni, allora gli Animvs Infirmvs fanno davvero per voi!

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FRIJGARD - Nebelwacht


Informazioni
Gruppo: Frijgard
Titolo: Nebelwacht
Anno: 2011
Provenienza: Argovia, Svizzera
Etichetta: Black Tower Records
Contatti: frijgard.ch
Autore: ticino1

Tracklist
1. Frijas Tal
2. Nebelwacht
3. Frijgard
4. Eises Tränen
5. Kriegsgesang
6. Friedenslinde
7. Rabenwald
8. Blutpakt
9. Quell Des Lebens
10. Dem Tod geweiht
11. Ruf Der Heimat

DURATA: 50:12

L'ultimo pacchetto della nostrana Bergstolz conteneva anche qualche supplemento: Frijgard? Canton Argovia? Ah, quasi dei vicini di casa... Pagan black? Oh Cristo... perché proprio a me? Faccio buon viso a cattivo gioco e inserisco il CD nel mio lettore, che cosa sentirò?

Quali sono i primi punti che noto? Le canzoni che compongono "Nebelwacht" si astengono spesso e volentieri dalla velocità, un'eccezione la troverete in "Frijas Tal", ma approfittano di una buona dose di melodia non penetrante. I ragazzi non hanno timore e presentano anche parti acustiche ben eseguite, tuttavia — per evitare che il tutto cada nella banalità — le centellinano, come potrete sentire nella quarta traccia. I Frijgard s'impegnano a intrecciare le composizioni in modo intrigante, variando le scale impiegate e giocando con le diverse voci o cori. Con più brio, epicità e meno melanconia si presenta invece "Kriegsgesang", che con i suoi ritornelli potrebbe diventare un cavallo di battaglia in concerto. Il lavoro strumentale è pulito, non c'è che dire; soggettivamente trovo però che qui e là le canzoni contengano passaggi un po' blandi, come per esempio nell'ultimo terzo di "Friedenslinde". Questa impressione è forse dettata dal mio gusto personale, mi pare però che in questi casi gli argoviesi abbiano voluto strafare con la quantità di scale impiegate. Item, de gustibus non est disputandum, lo sappiamo. Dopo avervi reso l'idea generale del disco, tengo ancora ad accennare che i testi in tedesco danno quel tocco marziale che è ideale per mettere in risalto molti passaggi del disco, ascoltare per credere! Che dire ancora? "Rabenwald" e "Blutpakt" sono i miei pezzi preferiti: il primo lo gradisco particolarmente perché mi ricorda i Messiah della prima ora.

Il quartetto elvetico offre un disco che, e qui mi ripeto, è in sintonia con la neutralità svizzera, difatti "Nebelwacht" è, visto alla luce dell'artigianato musicale, molto al di sopra della linea tracciata dalla banalità, ma non riesce ad arrivare a livelli che siano in grado di stupire l'ascoltatore. Questi cinquanta minuti sono comunque parecchio goderecci, e li apprezzerete senz'altro passandoli in comodità con una birra in mano. Il gruppo è giovane e ha ancora davanti a sé tanta strada.

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MORMÂNT DE SNAGOV - Derisive Philosophy


Informazioni
Gruppo: Mormânt De Snagov
Titolo: Derisive Philosophy
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Pest Records
Contatti: facebook.com/mormantdesnagov - mormantdesnagov.com
Autore: M1

Tracklist
1. Comatose
2. Divine Dismemberment
3. The End Of My Thoughts
4. Detrimental Edict
5. Abnormities
6. Transient Lunar Phenomenon
7. The Triumph

DURATA: 27:58

In concomitanza col quinto anniversario della fondazione, i finlandesi Mormânt De Snagov rilasciano il loro secondo lavoro intitolato "Derisive Philosophy", che stando alla biografia presente sul loro sito dovrebbe rappresentare una nuova era per la band, sia a livello musicale che di look; non conoscendo però nulla del loro passato, non potrò effettuare paragoni. Scorgendo i nomi dei musicisti coinvolti è palese un richiamo al sudest europeo più che alla Scandinavia, difatti scopro che una leggenda narra della sepoltura di Vlad Tepes, meglio noto come l'Impalatore (personaggio cui si ispirò Bram Stoker per creare il conte Dracula e "celebrato" anche dai Marduk nella seconda parte di "Nightwing"), proprio nel monastero di Snagov, un villaggio situato nel sud della Romania e oggi centro di villeggiatura.

Il black metal di cui sono fautori Domnul Cadavru e compagni prende le distanze da quanto potreste banalmente aspettarvi dalla terra che ha dato i natali agli Horna, così vi troverete di fronte a brani potenti e tecnici, con una sezione ritmica che fa da colonna portante (con il basso ben presente) per il lavoro delle chitarre. Le asce dello stesso Domnul e di Faolàn Domhnall donano all'album un certo gusto "progressivo" (l'incipit di "Abnormities"), senza comunque eccedere in contorsionismi o approcci avantgarde: talvolta sono più affilate (come in "The End Of My Thoughts") o varcano i confini del death ("Divine Dismemberment"), altre regalano assoli in serie ("Detrimental Edict"), altre ancora catturano l'intera scena grazie a pregevoli crescendo di tensione. A testimoniare la volontà di restare comunque legati a un approccio diretto c'è la durata media contenuta dei singoli brani (con la sola eccezione di "Comatose", che è una sorta di lunga introduzione "concettuale") e quella del disco: neppure trenta minuti. Inoltre le ritmiche sono sovente veloci e battenti, mentre evolvono in "stop & go" o rallentamenti solamente quando richiesto dalla canzone.

Tirando le somme, "Derisive Philosophy" è un breve album di un gruppo in evoluzione, ha il pregio di essere scorrevole e diretto, senza essere grezzo; al contempo il neo della necessità di essere personalizzato per far imboccare al gruppo una via più chiara e netta, al fine di aumentare l'incisività dei brani. Capacità e ambizioni sembrano esserci, perciò ora è questione di tempo e dal prossimo lavoro potremo davvero valutare senza timori di essere smentiti la bontà del black metal tecnico, melodico e sporcato di death dei Mormânt De Snagov.

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lunedì 7 ottobre 2013

THAW - Thaw


Informazioni
Gruppo: Thaw
Titolo: Thaw
Anno: 2013
Provenienza: Sosnowiec, Polonia
Etichetta: Avantgarde Music
Contatti: facebook.com/THAWnoise
Autore: Bosj

Tracklist
1. The Gate
2. Ancestors
3. Divine Light
4. Kiara
5. On The World's Grave
6. Hunted Prey
7. Under The Slag Heap

DURATA: 42:56

Dei Thaw già vi parlammo all'epoca del loro primo demo, "Decay", che ci impressionò più che favorevolmente. Oggi, tre anni e un altro demo ("Advance") dopo, ritroviamo i quattro Polacchi sotto l'ala protettrice della nostrana Avantgarde Music, forti del primo vero e proprio album completo.

"Thaw", dal titolo omonimo, quasi a voler ribadire l'identità della band, è un lavoro oscuro e industriale, pieno di rumori ed echi, dove la matrice black metal si perde in riverberi, sovraincisioni e aggiunte in post-produzione, nella migliore tradizione noise. Questo, tuttavia, non rende l'album particolarmente indigesto o di difficile assimilazione: i sette brani, per quanto organici nella loro diversità, sono ancorati alla struttura canzone; questo, insieme alla durata di poco superiore ai quaranta minuti, rende l'approccio al disco più facile di quanto si pensi.

La struttura è regolare, senza cambi di tempo repentini, ma basata sull'alternanza tra elementi rumoristici e riverberi e cavalcate black metal: "The Gate" funge da intro al tutto, "Ancestors" aumenta pian piano i battiti e con "Divine Light" l'album arriva al proprio massimo di furia e violenza, salvo poi rallentare e discendere nuovamente nella liquida e straniante "Kiara", che in modo del tutto naturale prepara nuovamente al mid-tempo della successiva "On The World's Grave", dai tratti marcatamente depressive. In "Hunted Prey", dopo un inizio con feedback e graffi sonori di varia natura sullo sfondo, la formazione torna a scatenare rabbia e malvagità con immutata competenza: blast beat, urla coperte da effetti ruvidi e grevi, chitarre fredde e dure come acciaio. A concludere il tutto il feedback interminabile di "Under The Slag Heap", in cui si sovrappongono gemiti litaniaci e canti lamentosi.

Dei quattro musicisti coinvolti continua a non sapersi nulla di certo, quantomeno per vie dirette, anche se qualcosa si può intuire risalendo ai vari progetti alternativi di ciascuno dei membri; lo stesso packaging dell'album è piuttosto ermetico ed esprime un notevole disagio: nessun libretto all'interno del digipak, solo qualche frase sparsa stampata per metà su un lato e per metà sull'altro della confezione, così da costringere ad aprire e chiudere continuamente per comprendere il messaggio. Frasi del calibro di "da qualche parte nei campi un'anziana donna piange, lo sguardo rivolto in basso, verso il cadavere del suo primogenito". Un immaginario esplicativo di ciò che il gruppo di Sosnowiec ha tradotto in musica.

Nonostante abbia apprezzato maggiormente le parti veloci rispetto a quelle più contenute, la classe dei Thaw è un dato di fatto, e la loro capacità di coniugare semplicità e correnti estreme con tanta naturalezza è encomiabile. Aspettiamo un seguito.

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OBSIDIAN TONGUE - A Nest Of Ravens In The Throat Of Time


Informazioni
Gruppo: Obsidian Tongue
Titolo: A Nest Of Ravens In The Throat Of Time
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Hypnotic Dirge Records / Dissociation Records
Contatti: facebook.com/obsidiantongueband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Brothers In The Stars
2. Black Hole In Human Form
3. My Hands Were Made To Hold The Wind
4. The Birth Of Tragedy
5. Individuation
6. A Nest Of Ravens In The Throat Of Time

DURATA: 52:08

Gli Obsidian Tongue si erano fatti conoscere nel 2010 con il demo "DemoTape"; successivamente avevano proposto il primo album intitolato "Volume I: Subradiant Architecture" uscito nel 2012 e che aveva ricevuto dei buoni riscontri sia da parte degli ascoltatori che dalla critica. In questo 2013 rientrano invece in scena con il secondo disco supportato dalla collaborazione fra l'etichetta canadese Hypnotic Dirge Records e la Dissociation Records. Com'è "A Nest Of Ravens In The Throat Of Time"? Nel maggio scorso Brendan l'aveva presentato così:

We took a slower and less aggressive, spacey kind of approach with the new album. We wanted to conjure a hypnotic atmosphere that perpetuates through the record, yet we wanted to cover a lot of ground within that atmosphere, conceptually and emotionally. We infused a lot of very personal ideas and feelings into these songs, almost too much to list. I'’s almost unnecessary to list... all I can really tell people is, "A Nest Of Ravens In The Throat Of Time" is our lifeblood, our mission statement, and really the only thing we give a fuck about right now.

Per quel che mi riguarda siamo dinanzi al compimento di un netto passo in avanti, in quanto il lavoro del duo (l'altro membro è il batterista Greg Murphy), pur facendo trasparire un legame sonoro ed emotivo che lo collega a realtà quali Wolves In The Throne Room, Alda, Agalloch e Ash Borer, sembra aver trovato un equilibrio sia ritmico che atmosferico in grado di fornire ai brani quella qualità tale da permettere loro una presenza ripetuta all'interno del lettore cd. Le sei canzoni contenute in questa seconda fatica degli statunitensi mostrano una diversificazione del sound che — oltre a spingersi classicamente in territorio black-atmosferico — ha nelle sue fasi maggiormente dilatate, dal respiro quasi doom psichedelico, un'ottima variante: si veda a esempio la prima traccia "Brother In The Stars", canzone nella quale la voce pulita è accompagnata dalla chitarra dotata di un suono "galleggiante".

Il cantato pulito si rivela essere una gradevole arma da utilizzare e si presta ad arricchire ripetutamente la prova degli Obsiadian Tongue, elevando il valore, di per sé alto, di episodi quali la cupa e malinconica "The Birth Of Tragedy" (segnata da una seconda parte in cui affiorano venature acustiche), la dinamica "Individuation" e la poetica "A Nest Of Ravens In The Throat Of Time" (dove partecipa John Haughm degli Agalloch).

L'album in fin dei conti non inventa nulla, ma grazie ad alcuni elementi dalle sensazioni al limite con il post-rock e allo stabile confluire di diverse sensazioni mantiene costantemente viva l'attenzione: in questo la formazione è stata brava, avendo confezionato cinquanta minuti di musica intensa e introspettiva, pronta a far andare in brodo di giuggiole i seguaci di questo specifico panorama. In caso lo foste, non vi rimane quindi che segnarvi il titolo ed entrarne in possesso, in una collezione già ricca farebbe comunque la sua "sporca" figura.

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TRANSPORT LEAGUE - Boogie From Hell


Informazioni
Gruppo: Transport League
Titolo: Boogie From Hell
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/transportleague
Autore: Mourning

Tracklist
1. Swing Satanic Swing
2. Blood Inn
3. Bitter Sand
4. Electric Wolf
5. Holy Motherfucker
6. Fight Back
7. Barabbas Venomous
8. Demon Apparatus
9. Hi-Octane Slave
10. Snake Infested Swamp
11. Doctor Demon

DURATA: 44:40

La formazione svedese dei Transport League ha ripreso le attività e odiernamente si presenta come un quintetto composto dai membri fondatori Tony Jelencovich (voce e chitarra) e Lars Häglund (batterista nella prima era, adesso bassista) ai quali si sono aggregati Peter Hunyadi (chitarra) e Mattias Starander (batteria). Il loro quinto album "Boogie From Hell" è stato partorito a una decade di distanza da "Multiple Organ Harvest" e una volta inserito nello stereo mette sul piatto groove e grinta da vendere, con una derivazione piacevolissima da realtà quali Entombed, Clutch, Cathedral, White Zombie e Danzig (qualche altro nome sono sicuro si potrebbe ancora citare), oltre a una serie di brani dal piglio sicuro e dalle strutture ben elaborate, efficaci quanto basta per garantirvi tre quarti d'ora di buona musica.

La scaletta è robusta, esente da momenti morti e poco importa se la tendenza dell'attimo in corso sia favorevole a un'espressione più diretta e veloce, a una più atmosferica o ancora si diletti a impaludarsi, pezzi come "Swing Satanic Swing", "Bitter Sand", "Electric Wolf", "Barabbas Venomous" e "Snake Infested Swamp" shakerano e coinvolgono. Inoltre per non farsi mancare proprio nulla incroceremo pure il ritornello da intonare a ripetizione nella semplicemente godereccia "Holy Motherfucker".

Qualcuno potrà pur dire che questa è l'ennesima prestazione "di mestiere" che prova a dire la sua all'interno di un filone che ci sta ormai rimpinzando di uscite quasi mai deludenti, e non sarebbe un'affermazione del tutto errata, il gruppo mostra però di essere realmente in uno stato di forma invidiabile e le prove offerte dai singoli, certamente al di sopra di una resa da "sei canonico", lo palesano, rendendo il disco appetibilissimo agli amanti del genere: prendo in considerazione il vario e diligente Tony dietro al microfono e la capacità certosina di rifinitura e solistica di Peter.

Con "Boogie From Hell" i Transport League si sono rimessi in carreggiata e data la qualità del lavoro non stento a credere che a breve un'etichetta fra le tante attivissime e pronte a supportare tale panorama musicale possa inserirli nel proprio roster. Le vostre orecchie hanno bisogno di ascoltare un album che sia orecchiabile ed energico? "Boogie From Hell" è la piacevole risposta che andavate cercando.

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BEYOND YE GRAVE - Ester Panim


Informazioni
Gruppo: Beyond Ye Grave
Titolo: Ester Panim
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: Hidden Marly Production
Contatti: beyondyegrave.org
Autore: M1

Tracklist
1. Inquisitor's Bliss
2. Hankering For The Dead
3. Ester Panim
4. Dreadful Morning
5. Bottomless Chalice
6. The Punisher
7. Delirium Nocturnum
8. Drunk Funeral

DURATA: 47:41

Quarta apparizione sulle nostre pagine per i russi Beyond Ye Grave, che ho avuto modo di seguire e proporvi sin dall'esordio nel 2009. Questa volta ad accompagnare il leader Hater (cantante-chitarrista) c'è Hangover al basso, mentre Unholy Father si è occupato delle parti di batteria in qualità di membro temporaneo. "Ester Panim" prosegue nel percorso evolutivo del disco precedente "Total Fucking Decadence", calcando la mano sulle melodie, ravvisabili non soltanto nel riffing affilato di stampo svedese, quanto in vere e proprie sezioni più "ariose", dove viene stemperata la furia del black metal delle origini, e puntando su brani mediamente lunghi per gli standard del genere.

Per la prima volta il termine "black metal" potrebbe risultare eccessivamente riduttivo e insufficiente a comprendere tutte le soluzioni proposte dai ragazzi di Zhukovsky, poiché non mancano derive più massicce e death, oltre a passaggi quasi "groove" e dal sapore decisamente moderno come in "Dreadful Morning"; in questi diversi frangenti la coppia Hangover-Unholy Father picchia parecchio e genera una bella botta di suono, nonostante taluni passaggi non godano di una incisività esagerata (segno che c'è ancora da lavorare). Anche l'intermezzo acustico "Bottomless Chalice" è piuttosto sorprendente, data la forza introspettiva e riflessiva di cui è portatore, infatti non mi sarei mai aspettato qualcosa di così raffinato ed elegante da un "pazzo" come Hater; evidentemente la vodka produce anche effetti "raffinanti"! Le atmosfere orientaleggianti invece sono una riproposizione di quanto già mostrato in passato, quindi non spiazzano durante l'ascolto, perché già assimilate.

A livello di produzione il salto è netto questa volta: l'impasto sonoro ora è percepibile in ogni dettaglio, più potente e nitido, inoltre viene riservato un occhio di riguardo per i suoni medio-bassi che spiccano spesso e volentieri; per di più così facendole le aperture melodiche sono valorizzate al meglio. Sappiate a ogni modo che in un disco di questi russi non troverete mai la perfezione stilistica e la cura maniacale dietro il mixer, la produzione resta sempre sincera e genuina, sebbene l'approccio estremo della "bassa fedeltà" sia stato messo da parte.

Va dato atto ai Beyond Ye Grave di essere una formazione in movimento, che allarga i propri confini e non si autorinchiude in inutili gabbie stilistiche, pur non proponendo artifici particolarmente complessi o innovativi. Al tempo stesso però "Ester Panim" potrebbe correre il rischio di ritrovarsi in una sorta di terra di nessuno: troppo poco ortodosso per i fan intransigenti di un unico filone e troppo poco raffinato per gli altri. A mio giudizio è un album piacevole, cresciuto con gli ascolti e senza grosse pretese, se non quella di intrattenere.

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SADHAKA - Terma

Informazioni
Gruppo: Sadhaka
Titolo: Terma
Anno: 2013
Provenienza: Oregon, Stati Uniti
Etichetta: Pest Productions
Contatti: sadhaka108.bandcamp.com
Autore: LordPist

Tracklist
1. Dissolution
2. Padmasambhava
3. Impermanence
4. Ancient Ones

DURATA: 51:59

Negli ultimi sei o sette anni, sembra esserci stata una sovrabbondanza di black metal proveniente dalle regioni nordoccidentali di Stati Uniti e Canada, l'area che grossomodo corrisponde alle montagne della Catena delle Cascate. Ogni anno una manciata di nuovi gruppi arricchisce quella lista e il risultato, abbastanza spesso, è che sembra di star ascoltando una sorta di "tutto" organico, che in qualche modo attraversa gran parte dei progetti in termini sia concettuali che atmosferici. Di conseguenza, possiamo sentire una connessione molto forte, o addirittura una continuità, tra i vari Alda, Skagos, Oskoreien e così via. Questo aspetto è di solito menzionato come un difetto da parte di chi non apprezza questa "nuova ondata" di seguaci dei Wolves In The Throne Room provenienti dal Nord America; e spesso e volentieri anche riguardo i WITTR o gli Agalloch stessi, che ovviamente sono i nomi più conosciuti del lotto.

In realtà, ciò che molti di questi musicisti stanno mettendo in atto — consciamente o meno — è la creazione di un nuovo discorso intorno al ramo più viscerale del metal, attraverso la sua relazione con il potenziale umano e come questo potenziale interagisca con il mondo. Le fonti e le ispirazioni sono varie, dal trascendentalismo all'anarchismo, fino all'ambientalismo più intransigente e via dicendo; il summenzionato "tutto" organico è il contenitore in cui tutti questi gruppi cercano di mettere in musica la loro visione del mondo, condividendo alcune caratteristiche.

Ecco che arriviamo ai Sadhaka, uno dei nomi emergenti in una scena non più così giovane. Formato in Oregon, il trio sottolinea che tutte le canzoni sono state "scoperte in solitudine in un remoto eremo di montagna tra gli altipiani selvaggi della gola del fiume Columbia, Cascadia centrale", cercando di recuperare parte di quel mito che connette il black metal al "selvaggio". Non sorprendentemente, scelgono il termine "Cascadia" per definire il luogo.

L'album è composto da quattro tracce lunghe — alla maniera dei classici dei WITTR — e presenta gran parte delle caratteristiche tipiche della cosiddetta "Cascadian scene": lunghi passaggi atmosferici, canti che cercano di connetterci a un piano più alto, feedback sparsi qua e là, fino alla natura che comprende tutto, rappresentata attraverso i maestosi blast beat che avvolgono il nostro essere e in qualche modo lo ricollegano a essa. La terza traccia "Impermanence" è un esempio perfetto di questo approccio. Ciò che separa questo album da molte altre uscite Cascadian black metal, in termini musicali, è l'uso di qualcosa più vicino alle urla dell'hardcore che allo scream del black metal.

Per quanto riguarda il contenuto, il titolo dell'album "Terma" si riferisce a un concetto buddhista che indica alcuni "insegnamenti speciali" presumibilmente nascosti in giro per il mondo in passato da santi o divinità. Quest'album può essere visto come una ricerca di quei tesori mistici attraverso la natura, proprio come ci dicono i primi versi di "Dissolution": "Listen to the stones, listen to the cold, listen to the ground, they have secrets to tell you". La confezione include anche una descrizione dettagliata del termine, concludendo che "sono ovunque", e ci incoraggia a partire alla loro ricerca. Il background buddhista addirittura viene fuori un paio di volte nella musica, e questo contribuisce a dare un'aria più personale ai Sadhaka. La quarta traccia "Ancient Ones" (precedentemente rilasciata online come brano separato nel 2012) è concettualmente un po' fuori contesto rispetto alle altre tre, ma funziona molto bene come chiusura.

Credo che la Pest Productions abbia trovato una band molto interessante, che potrebbe avere qualcosa da dire nell'affollata scena "cascadica" anche nel futuro. Quest'album è decisamente consigliato ai fan del genere, e possibilmente anche a chi vorrebbe cercare di avvicinarvisi.

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SADHAKA - Terma [english version]

Information
Band: Sadhaka
Title: Terma
Year: 2013
From: Oregon, United States
Label: Pest Productions
Contacts: sadhaka108.bandcamp.com
Author: LordPist

Tracklist
1. Dissolution
2. Padmasambhava
3. Impermanence
4. Ancient Ones

RUNNING TIME: 51:59

In the past six or seven years, there appears to have been an overabundance in the black metal output coming from the Northwestern regions of the United States and Canada, the area roughly correspondent to the mountains of the Cascade Range. Every year a bunch of new bands enrich that list and the result, quite often, is that it seems to listen to some kind of organic "whole", somehow encompassing most of the projects in both conceptual and atmospheric terms.

Consequently, we might feel that there is a very strong connection, even continuity, between the many Alda, Skagos, or Oskoreien, and so on. This is frequently cited as a flaw by people who don't appreciate this "new wave" of Wolves In The Throne Room followers hailing from North America — and WITTR or Agalloch themselves more often than not, obviously being the best known names of the lot.

Actually, what many of these musicians are doing — whether consciously or not — is creating a new discourse around the most visceral branch of metal, through its relationship with humanity's potential and how this potential interacts with the world. The sources and inspirations are varied, from transcendentalism to anarchism, to staunch environmentalism and so on; the afore-mentioned organic "whole" is this container in which the many acts strive to put into music their worldview, sharing some features.

And here we get to Sadhaka, one of the newest names in a scene not so young anymore. Hailing from Oregon, the trio stresses that all the songs were "uncovered in solitude from a remote mountain hermitage in the wild highlands of the Columbia River Gorge, central Cascadia", trying to recover part of that myth that connects black metal to the "wild". Not surprisingly, they choose the term "Cascadia" to describe the location.

The album comprises four long tracks – in the WITTR’s classic albums vein – and features most of the trademarks in the so-called Cascadian scene: long atmospheric passages, chants that endeavor to connect us to a higher plane, feedbacks here and there, and then the all-comprising nature signaled through majestic blast beats enshrouding and somehow reconnecting our being to it. The third track "Impermanence" is a perfect example of this approach.

What separates this album from many other Cascadian black metal releases is, in musical terms, the use of something more similar to a hardcore rant than a black metal scream. As for the content, the album title "Terma" refers to a Buddhist concept that defines some "precious teachings" allegedly hidden by enlightened people or deities in the past around the world. This album may be viewed a search for those mystical treasures through nature, as the first lines in "Dissolution" tell us: "Listen to the stones, listen to the cold, listen to the ground, they have secrets to tell you".

The package also provides a detailed description of the term, concluding that "They are everywhere", and encouraging us to set forth and look for them. The Buddhist background even emerges a couple of times in the music, and this contributes in giving Sadhaka a more personal air. The fourth track "Ancient Ones" (previously released online as a separate track in 2012) is conceptually a little out of context when compared to the other three, but works really well as a closure.

I believe Pest Productions found a very interesting band here, that might have something to say in the crowded Cascadian scene in the future as well. This album is highly recommended to fans of the genre, and possibly to those who would like to try approaching it.

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A.M.B.S. - L'Ultimo Sogno


Informazioni
Gruppo: A.M.B.S. (A Monumental Black Statue)
Titolo: L'Ultimo Sogno
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Death Cult Records
Contatti: Facebook - Myspace
Autore: Akh.

Tracklist
1. I. Introduzione
2. II. Non C'è Tregua
3. III. Filosofia Sacerdotale
4. IV. Aere Perenmius (Parte II)
5. V. I Am Elite [cover War]
6. VI. L'Iperbolco Vertice
7. VII. L'Ultimo Sogno
8. VIII. Vivo
9. IX. Conclusione

DURATA: 56:41

Oramai chi segue le uscite di Aristocrazia Webzine avrà imparato a conoscere e apprezzare gli A.M.B.S., già precedentemente valutati in queste sedi con "Aere Perennivs" e "Alcoholic Tyrants": gruppo umbro che fa dell'intransigenza B.M. un vessillo con cui poter liberarsi senza remore di tutte le proprie negatività, riversate in maniera totale in questo "L'Ultimo Sogno".

L'attacco del disco è fulminante, un vero e proprio blitzkrieg degno dei Marduk più violenti: la programmazione di Der Heilige tiene ritmi serratissimi su un riffing tagliente come non mai. La breve introduzione potrebbe benissimo venire associata ai Bolt Thrower con una propensione verso il B.M. e apre le danze in maniera decisa e guerrafondaia a una "Non C'è Tregua" che rispetta chiaramente il proprio titolo, unendo scudisciate in linea con i Mysticum a soluzioni dalle tinte maggiormente folk condite in salsa di blast beat. Ovviamente gli umbri non hanno minimamente fatto marcia indietro, né dal punto di vista lirico né da quello musicale, quindi ritroviamo il solito allineamento intransigente di estrema destra (troverete termini come "Roma", "Svastica", "fascista", perciò i debolini di cuore sono allertati) unito alla follia compositiva schietta e verace del duo (ascoltatevi bene "Filosofia Sacerdotale" per trovarne conferma), il quale erige una cattedrale di livore da rivendicare e rigettare come melma addosso alla società con assoluta belligeranza.

È incredibile come si riesca a volte a cambiare il registro, nell'appena citata "Filosofia Sacerdotale" si passa dalle vibrazioni più turpi a stacchi al limite del sospeso, per ripartire immediatamente con blastati e dissonanze degne dei nuovi Abigor, per un totale di tredici minuti che scoperchiano il lato alienato e allucinato del gruppo, il quale poi si spinge sino a creare una poesia epica e popolare (con alcuni riferimenti agli Enslaved di "Blodhemn") quasi al limite del delicato; se non considerassimo le voci marcescenti e distortissime di "IV. Aere Perenmius (Parte II)". Subito dopo si torna a seminare macerie con un omaggio a uno dei brani più sfrontati realizzati dai War: quella "I Am The Elite" che tanto fermento sdegnato riuscì a generare in certi ambienti metallici e non.

Lasciati alle spalle gli infernali War, si aprono i cancelli della pazzia e dell'alienazione totale (di fatto quasi dividendo in due il cd), tessuto di cui Xyx e Der Heilige sembrano essersi ammantati, per liberare tutti i propri demoni e quindi ci ritroviamo "L'Iperbolico Vertice" che passa da soluzioni Post B.M. ad arpeggi deliranti e di pura dissonanza attorniati da armonizzazioni efficaci che rimandano al titolo scelto per questo lavoro, creando scenari devastanti e devastati, attraverso assalti urbani e tratti di intimità surreale.

Il muro eretto è determinato a sviscerare i lati più ambigui e pessimi della laida faida che spesso viene chiamata "Umanità" occidentale, come si denota dall'introduzione della sbilenca e teatrale "L'Ultimo Sogno", in cui è chiaramente presente un'analogia, un avvicinamento alla canzone di regime cantautoriale nel finale, e dai riflessi quasi melanconici della recitata "Vivo", dotata di lontani echi "post apocalittici".

Rispetto all'esordio la produzione lascia indietro il suono ruvido e tipico dei gruppi Oi, per riabbracciare in toto le propensioni più in linea con il Black Metal, quindi le frequenze utilizzate sono indubbiamente differenti e nette, mostrandoci ancora una volta come A.M.B.S. sappia ben destreggiarsi fra i suoni estremi della nostra epoca "negra", traducendo il tutto in "botte e deliro". I riflessi immessi e gli arrangiamenti sono veramente degni di nota, mentre con i vari ascolti si trovano tutta una serie di sfumature che impreziosiscono i vari brani, le quali confermano i protagonisti di questo progetto come caparbi e sfaccettati, in grado di tessere trame anche inedite, unendo soluzioni violente ed estreme a quel tocco di onnipotenza e sconsolazione tipico di certi stati psicofisici di trance negativista.

"Conclusione" è il breve finale compiuto e perenne di questo monumento debordante vomito e ideali, e si materializza con un riffing epico e dal tono trionfale: come colui che sicuro del proprio operato abbia saputo riversare causticamente dosi pregnanti di risentimento, astio e fedele arroganza nel proprio spaccato quotidiano. Questo è il respiro allucinato de "L'Ultimo Sogno".

Gli A.M.B.S. tengono ancora il bastone fra le mani.

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AUT MORI - Pervaja Sleza Oseni


Informazioni
Gruppo: Aut Mori
Titolo: Pervaja Sleza Oseni
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: BadMoodMan Music
Contatti: facebook.com/autmoriband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Pervaya Sleza Oseni
2. Moya Pesnya – Tishina
3. Nebo
4. Proschay
5. Moy Vechnyi Dozhd'
6. Zhdi
7. Elegiya Bezmyatezhnosti
8. Na Stsene Osen'...

DURATA: 44:59

Il proliferare di gruppi gothic-doom è privo di soste e quindi nuovo giro, nuova band e nuovo disco, ma la solfa è nota. La BadMoodMan, sotto-etichetta della Solitude Productions, stavolta presenta gli Aut Mori, formazione proveniente da Yaroslavl che incarna in maniera maggiormente diluita e dolciastra il sound empatico-melancolico dei Draconian. A quanto pare il gruppo svedese di Anders Jacobsson piace talmente tanto a questi russi da ricorrere al supporto artistico di due personaggi più o meno coinvolti in quella realtà: il batterista Jerry Torstensson — che insieme a Jonte Andersson ha curato la produzione del debutto "Pervaja Sleza Oseni" presso i Dead Dog Farm Studio — e il violinista Olof Gothlin, musicista presente in qualità di membro temporaneo in "A Rose For The Apocalypse".

Ci sono differenze evidenti mettendo a confronto le due realtà? I russi devono fare i conti con una omogeneità compositiva più netta e distinguibile, inoltre non possiedono una Lisa Johansson; per quanto la voce di Nati Chitadze, a quanto pare ormai ex della situazione, non sia disprezzabile, i suoi interventi angelici che contrastano le linee in growl di Evgeniy Chepur risultano alle volte sin troppo flebili come intensità, piacevolmente eterei sì, ma poco incisivi.

Non voglio mettermi a cercare il pelo nell'uovo, la band ha dato vita a un album talmente gradevole che, pur mettendo in mostra palesemente l'asservimento compositivo nei confronti della figura Draconian, si fa ascoltare in ossequioso, riflessivo, ma compiaciuto stato silente, lasciando dei piacevoli ricordi. In scaletta non troviamo riempitivi e in altrettanto modo viene a mancare un pezzo che ostenti grandezza e sontuosità capaci di ergerlo al di sopra degli altri: è una prestazione colma di buoni episodi, di riff impostati in maniera tale da essere in grado di supportare l'emotività coerentemente grigia della proposta, che dal canto suo fornisce quelle atmosfere care ai fruitori del lato più romantico-decadente del filone gothic-doom.

"Pervaja Sleza Oseni" vuole intrattenervi e se preso a piccole dosi il suo perché lo possiede, quindi perché non tentare di riporre un po' della vostra fiducia negli Aut Mori? In futuro potremo, e dovremo, pretendere di più.

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IL BALLO DELLE CASTAGNE - Surpassing All The Other Kings

Informazioni
Gruppo: Il Ballo Delle Castagne
Titolo: Surpassing All The Other Kings
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: BloodRock Records
Contatti: ballodellecastagne.com
Autore: Mourning

Tracklist
1. Tema Di Gilgamesh
2. Il Risveglio
3. Il Viaggio
4. Rorate Coeli
5. Konigin Der Nacht
6. Il Segreto
7. Aquarius Age
8. Fire In The Sky
9. Eoni
10. Apocriphon Of Gilgamesh

DURATA: 39:59

"Il ballo delle castagne" secondo l'accusatore dei Borgia Johannes Burchard (Bucardo di Straburgo) fu:

Un banchetto al quale presero parte cinquanta meretrici oneste, quelle dette cortigiane. Finito di cenare le cortigiane danzarono con i servitori e altre persone che si trovarono lì; da principio vestite, poi nude. Sempre dopo cena vennero posati in terra i candelabri con le candele accese che illuminarono la mensa; dove vennero sparse delle castagne che le meretrici, nude, raccolsero strisciando fra i candelabri sulle mani. Tutto alla presenza e sotto lo sguardo del Papa, del Duca e di sua sorella Lucrezia. Infine furono mostrati mantelli di seta, sandali, berretti e altri doni da assegnare a quanti ebbero il maggior numero di rapporti.

Oggi quel rituale sabbatico è divenuto il nome-icona di una band prog italiana dalle indubbie qualità che — dopo aver pubblicato l'omonimo disco di debutto nel 2009 — ha dato vita a una trilogia composta dal dieci pollici "108", dal secondo lavoro "Kalachakra" e da "Surpassing All The Other Kings", ultimo parto datato 2013. L'album è imperniato sulla figura del sovrano sumero Gilgamesh, divenuto protagonista del poema epico babilonese intitolato "Epopea Di Gilgamesh".

Sul suono progressivo di base, rimembrante in più di un'occasione figure della nostra scena anni Settanta come le Orme e Biglietto Per L'Inferno (questi ultimi a mio avviso riconoscibili nella stupenda esecuzione de "Il Viaggio", adornata dalla voce dell'ex Argine Carolina D'Onofrio), vengono installate di volta in volta atmosfere e varianti che forzatamente portano la mente a chiamare in causa realtà d'Oltremanica come Dead Can Dance e Black Widow; ciò avviene in "Tema Di Gilgamesh" e in "Fire In The Sky". Nel trittico centrale della scaletta la visione sonora assume una forma psichedelica-space, sia "Konigin Der Nacht" (brano nel quale il pianoforte di Davide Bruzzi e il cantato farneticante di Vinz Aquarian infondono un pizzico d'insanità straniante) che "Il Segreto" (in cui spicca l'apporto decisivo delle percussioni) e "Aquarius Age" ne sono testimonianze cristalline.

La mutazione della pelle dei Nostri però è una costante e il viaggio diviene maggiormente esoterico, pur se in parte questo aspetto viene anticipato in "Rorate Coeli", splendidamente intarsiata dal moog suonato da Aquarian; tuttavia è con le conclusive "Eoni", ispirata dalla figura del maestro di Providence H.P. Lovecraft, le cui famose parole sono racchiuse nel racconto "La Città Senza Nome" ("non è morto ciò che in eterno può attendere e col passare di strani Eoni anche la morte può morire"), e "Apocriphon Of Gilgamesh" che prende realmente corpo.

Quella realizzata dal gruppo italiano è un'opera in cui musica e testi si fondono in un ammasso di spiritualità che si propaga tramite una psichedelia incantevolmente scura. Non è sicuramente di facile approccio e se proprio un difetto lo si volesse cercare, più che trovare, lo si potrebbe identificare con il divagare eterogeneo all'interno del mondo musicale, aspetto che in un paio di circostanze potrebbe anche spiazzare. I musicisti in questione sono veramente eclettici e purtroppo non sempre questo risulta essere un vantaggio, la loro composizione necessita di numerosi giri nello stereo per essere pienamente apprezzata e se per l'ascolto venisse adoperata la modalità "usa e getta" odiernamente in voga, si rischierebbe solo di non godere colpevolmente delle sfaccettature che ne contraddistinguono il cammino. L'arte richiede tempo e passione, in pratica il necessario per godere al massimo di un disco come "Surpassing All The Other Kings".

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