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lunedì 30 settembre 2013

DEAD AGAIN - Occultus Lake


Informazioni
Gruppo: Dead Again
Titolo: Occultus Lake
Anno: 2013
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Dead-Again/191977307546943
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Sleeper Has Awakened
2. Chestburster
3. Empty Burial
4. Bug Hunt
5. The Lament Configuration
6. Occultus Lake
7. A Torn Mouth
8. Body Parts And Power Drills
9. Shapeless Horror
10. Post Secondary Decapitation

DURATA: 20:39

I Dead Again? Beh, dopo l'ascolto di questi canadesi il nostro Matteo Montesi vi risponderebbe così: "È il Diaulo"! Evan (basso), Shaun (batteria), Steve (chitarra e voce) e Cole (voce) sono quattro musicisti provenienti da Vancouver (Canada) che si cimentano nella creazione di un connubio stilistico nel quale confluiscono la rabbia dell'hardcore, la prepotenza massacrante del grind e la fangosa pressione dello sludge.

Inserendo nel lettore cassette "Occultus Lake", il loro primo e unico lavoro rilasciato, mi è parso d'avere a che fare con una mistura ossessiva, malvagia e pressante di Napalm Death, Trap Them, Down e Soilent Green: non vi sembra che lo scenario sia di quelli assurdamente pesanti da affrontare? L'album è composto da dieci tracce, una sequela di piallate in pieno volto che si apprestano a scontrarsi e a demolire ciò che si para loro contro, iniziando sin da subito con l'apertura affidata ai baratri scavati da "The Sleeper Has Awakened" e perpetuando tale atteggiamento sino all'arcigna conclusione sulle note di "Post Secondary Decapitation".

"Occultus Lake" dura poco più di venti minuti e in questo lasso di tempo la presa non viene mai mollata, è ferrea e supportata da un comparto ambientale opprimente e scuro che rende lugubre e fascinoso l'incontro con brani come "Chetburster", "The Lament Configuration" e la stessa "Occultus Lake".

Il disco si alimenta delle passioni che i canadesi nutrono per lo sci-fi, gli slasher movie e il male in quanto entità; quest'ultimo prende il controllo della storia che le canzoni vanno a comporre, vi è infatti un filo logico che unisce i vari episodi, una caccia all'uomo che si tinge perennemente di un color rosso sangue. Violenti, sfrontati e privi di fronzoli, è così che sono i Dead Again: tutto ciò non vi basta? Non avete idea di cosa state rischiando di perdervi.

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lunedì 9 settembre 2013

DECONSTRUCTING SEQUENCE - Year One



Informazioni
Gruppo: Deconstructing Sequence
Titolo: Year One
Anno: 2013
Provenienza: Polonia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: Facebook - Myspace - Reverbnation
Autore: Akh.

Tracklist
1. Departure Of The Stellar Fleet Marks The Year One
2. Enmanzed In White Heavently Stronghold Of The Cyberangel
3. Rediscovered Beauty Of The Internal Evil

DURATA: 23.37

La ragnatela del sottosuolo metallico è affare per duri e puri, così il duo ticino1-Mourning mi mette a conoscenza di questa costola impazzita proveniente dalle ceneri dei Northwail (già abbondantemente sondati da Aristocrazia Webzine con "Cold Season" ed "Enigma"): i Deconstructing Sequence. Il duo polacco ci propone una versione molto intricata di Death Metal e Progressive estremo con forti accenti Post Black Metal e una certa sfumatura indirizzata verso il Techno Brutal di stampo americano, il tutto condito da una sospensione onirica e un senso di deriva cosmico-spirituale.

Detto così, il tutto potrebbe apparire molto arzigogolato e complicato, e difatti è lo è: chi di voi pasteggia a suon di War Metal e suoni minimali stia alla larga dai D.S., poiché la loro marea potrebbe non garbare alla ruggine delle vostre catene; l'unica eccezione è per gli amanti di quei pionieri che furono gli Order From Chaos che volessero ampliarne lo spettro e ripulirne la forma. Se al contrario la vostra mente si accorda bene con ritmiche sincopate, chitarre abrasive e dai levare che si insinuano come aghi nel substrato psicofisico, cambi di ritmo "blastati", parti cervellotiche contornate da banchi di suono ariosi e trionfali, allora avrete di che essere soddisfatti.

Apre le danze "Departure Of The Stellar Fleet Marks The Year One", il brano forse più riflessivo del lotto, quello dalla struttura più eterogenea e dal piglio maggiormente "sensibile", tanto da riportarmi alla mente in alcuni momenti i Septicflesh dalle inclinazioni "cyber", complice una drum machine dai suoni duri e molto delineati, che subito crea contrasto ed evidenzia l'anima profonda di questa creatura. Qui momenti di violenza Death Metal vengono seguiti da stacchi ed echi di riflessione che costruiscono visioni e labirinti non comuni; va sottolineata inoltre l'abilità di Tiberius e Morph nel tessere trame intricate e solide. La chiusura del pezzo invece mostra una natura Post B.M. che rimanda agli ultimi Abigor, mentre nel caso di "Enmanzed In White Heavently Stronghold Of The Cyberangel" emergono alcune reminiscenze di Oxiplegatz, progetto assolutamente geniale di un certo Alf Svensson di cui vi consiglio assolutamente l'ascolto. Va rammentato a questo proposito come la lezione assuma maggiori venature brutali rispetto al brano precedente, le ritmiche si fanno assolutamente più serrate e robuste nei momenti in cui le schegge progressive non lampeggiano nella struttura del brano, pur concedendo accenni molto sfumati che mi ricordano gli Emperor di "IX Equilibrium" per un certo tecnicismo e gli Origin, come anche i nostrani Nefas.

A tratti mi viene da credere che i Deconstructing Sequence vogliano sfociare in ambiti Avantgarde, delineando scenari che partecipano alla decostruzione degli stili musicali come simbolo interiore, stili e simbolo entrambi proiettati nelle profondità del Cosmo. Anche l'immagine di copertina rafforza questa sensazione: un altro pianeta Terra si manifesta oltre l'orizzonte soggettivo e l'atmosfera, indicandoci la proiezione e la destinazione "metafisica" verso cui queste menti artistiche tendono. In questo senso accosterei i Nostri a un'altra realtà assolutamente atipica e originale che ha i natali nella grande Polonia, ovvero gli StrongHold: per quanto le due band si differenzino per il genere di partenza e il sapore maggiormente decadente della seconda, la qualità e la forza di osare accomunano i due progetti e ciò è indice della policromia che viene espressa anche nella rivalutazione di "Rediscovered Beauty Of The Internal Evil", già precedentemente utilizzata con i Northwail. Anche in questo episodio la componente D.M. si fascia di soluzioni che spaziano fra irruenza e spigolosità sognanti, rimanendo pur sempre ben delineate nei propositi e risultando perennemente armonizzate con l'idea estrema di progressione insita nei D.S., che si dimostrano sovente distruttivi ma senza cadere negli eccessi Djent o Math. Da notare la varietà dell'alternanza vocale, con un giusto bilanciamento fra grugniti growl e voci sintetizzate, che ben si inseriscono nel contesto futuristico dei tre brani in maniera ottima.

Strano che un gruppo con questo potenziale non abbia ancora trovato un accordo con una etichetta che ne possa supportare le indubbie qualità; viceversa se si trattasse di una scelta procrastinata per poter sviluppare al meglio e in assoluta autonomia la complessa visione di Morph e Tiberius, non ne rimarrei deluso, tutt'altro. Comunque stiano le cose, drizzate le orecchie, perché questi ragazzi hanno caratteristiche peculiari e il loro approccio riesce a essere aggressivo, brutale, moderno, atmosferico, cosmico e intricato con una naturalezza sorprendente. Se le vostre onde radio sono orientate verso la ricerca del profondo spazio, potreste ricevere importanti segni dai Deconstructing Sequence; attenti, potrebbero invadervi le frequenze cerebrali e rivelarsi un'opzione fondamentale per sondare nuove sezioni spazio-temporali, fino a trovare una Terra da colonizzare: che sia nell'oscuro cosmo o nei meandri della vostra psiche, a voi dedurlo e scoprirlo.

Prendo nota di questo nominativo, perché mi è molto gradito e con questa consapevolezza comprendo che il viaggio che è iniziato porterà in lidi non comuni, affascinanti e dalle sfaccettature mistiche intriganti e sorprendenti.

Che l'Orda Dal Caos non me ne voglia, la Sequenza Decostruttiva è iniziata.

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lunedì 19 agosto 2013

DOGS FOR BREAKFAST - The Sun Left These Places

Informazioni
Gruppo: Dogs For Breakfast
Titolo: The Sun Left These Places
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Subsound Records
Contatti: facebook.com/pages/Dogs-For-Breakfast/137811169031
Autore: Mourning

Tracklist
1. January 21
2. Cypress Grove blues
3. Father Sea
4. The Lady
5. Vision
6. Last Run
7. Tsaatan
8. Red Flowers
9. Pull The Plug
10. The Chariot Of Death

DURATA: 49:52

I cuneesi Dogs For Breakfast si rifanno vivi ripartendo dalla solida collaborazione con l'etichetta Subsound Records per regalarci l'atteso debutto intitolato "The Sun Left These Places", a tre anni di distanza dall'ep "Rose Lane Was Tucker's Girlfriend", che li vedeva supportati dietro al mixer da Giulio "Ragno" Favero (Zu, Il Teatro Degli Orrori, One Dimensional Man) e al quale partecipò anche Luca T. Mai (Zu e Mombu). Stavolta in fase di missaggio c'è Massimiliano "Mano" Moccia, coadiuvato in due tracce da Gionata Mirai (Il Teatro Degli Orrori e Super Elastic Bubble Plastic).

Il trio piemontese è di quelli che hanno fatto il botto. L'album è una ruvida collisione di più stili amalgamati in maniera tale da disorientare e ossessionare l'ascoltatore: il post-hardcore dei maestri Neurosis e le visioni legate all'ultima versione dei Cult Of Luna vengono sporcati da una coltre che si avvale di caratteristiche dei panorami noise, sludge, psichedelici per aumentare la sua valenza decadente e incatenante. L'esempio lampante è racchiuso nella disturbata e altalenante immagine sonora inglobata in "Vision". I Dogs For Breakfast sono oltranzisti retrò: il calore delle scelte totalmente analogiche fa ribollire come un magma l'ondata "core" che trapela di traccia in traccia. Pezzi come "January 21", "Pull The Plug" e "The Chariot Of Death" ti ustionano con la pesantezza delle chitarre; altri brani, tipo la trilogia infernale posta in fase centrale-prefinale formata da "Last Run", "Tsaatan" e "Red Flowers", invece alimentano un flusso ambientale sulfureo e intossicante apocalittico. Del resto il titolo del disco, "The Sun Left These Places", non è che lasci poi molto spazio alla luce e al sentore di speranza che a essa solitamente viene riconosciuta. Speranza che viene peraltro ulteriormente tramortita e gettata di lato dalla loro versione del classico Delta Blues "Cypress Grove Blues" di Skip James, rivoluzionato e reso affine al mondo lisergico e riottoso della band.

Chiamatelo disagio, chiamatela espressione di accecata frustrazione, usate e nominate le sensazioni emanate da questi ragazzi come meglio credete: ciò che non muterà sarà la voglia di mettere nel lettore il disco e calarvisi dimenticando di possedere dei freni inibitori. Pertanto ve ne consiglio caldamente l'acquisto: è di quelli che valgono.

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DARK TRANQUILLITY - Trail Of Life Decayed


Informazioni
Artista: Dark Tranquillity
Titolo: Trail Of Life Decayed Demo 1991
Anno: 1991
Provenienza: Svezia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: Martin Henriksson, Labackavägen 53, S-430 50 Kallered, Sweden
Autore: ticino1

Tracklist
1. Midwinter
2. Beyond Enlightenment
3. Vernal Awakening
4. Void Of Tranquillity

DURATA: 18:43

Un annuncio fatidico nel Rock Hard tedesco, e già la mia letterina è partita verso la Svezia. Conosco già un poco il death metal americano e sentire che anche dall'Europa arriva qualcosa del genere è una lieta novella. Sarà simile? Totalmente diverso? Mi lascerò sorprendere dal momento.

La cassetta offre copertina e fattura professionali, questi sono i primi punti positivi che mi toccano all'apertura della busta. Come sarà la musica? Guardando la copertina, sogno paesaggi oscuri ma ameni... ora so che queste piste mi trasporteranno con loro durante le prossime settimane. Chi ha mai sentito riff tanto semplici, stimolanti in modo positivo e melodici allo stesso tempo? Non resta altro che lasciarsi andare scuotendo la testa come mai. Perché solo pochi si fanno trascinare da questi ritmi e da quest'atmosfera? Non capisco...

Niklas Sundin mi chiede nella sua lettera di commentare la musica. La mia risposta è semplice: "Magnifica. Resta solo da migliorare la tecnica strumentale".

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lunedì 12 agosto 2013

DRUG HONKEY - Ghost In The Fire


Informazioni
Gruppo: Drug Honkey
Titolo: Ghost In The Fire
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Diabolical Conquest Records
Contatti: facebook.com/drughonkey
Autore: Mourning

Tracklist
1. Order Of The Solar Temple
2. Ghost In The Fire
3. Weight Of The World
4. This Time I Won't Hesitate
5. In Black Robe
6. Dead Days (Heroin III)
7. Five Years Up
8. Out Of My Mind
9. Twitcher [cover Scorn]
10. Saturate / Annihilate

DURATA: 51:03

Il Male. Sì, avete capito bene: i Drug Honkey sono il Male, sono una raccolta di sensazioni negative che viene centrifugata e iniettata tramite endovena, distruggendo lentamente il corpo e l'animo dell'ascoltatore, una formazione che ti esaspera e ti fa godere nello stesso momento. Il gruppo di Chicago è da tempo attivo nell'underground: probabilmente coloro i quali amano affondare i propri timpani in prestazione devastanti e assuefacenti li avranno già incrociati.

Il 2012 li ha visti produrre il quarto capitolo discografico intitolato "Ghost In The Fire": l'album è un viaggio allucinante in una sola direzione che spinge e sotterra, una discesa nelle profondità fatta di affondi fangosi e torturanti ("Order Of The Solar Temple" e "Ghost In The Fire"), minacce all'udito con ronzii malevoli ("Ghost In The Fire" e "Weight Of The World), acide forme psichedeliche ("Heroin III") ed emozioni squilibrate che si instaurano nella nostra mente ("Out Of My Mind"). Un disco che fa del suo essere perverso, astioso e perennemente infoltito da una invalicabile coltre grigio-nera una corazza sulla quale fare affidamento duraturo, alla cui composizione contribuisce anche l'ipnotica e dissestante cover di una già di per sé tutt'altro che salutare "Twicher" degli Scorn.

I Drug Honkey sono cattivi, non lasciano adito alla speranza, sono dei cacciatori che attanagliano la preda, rinchiudendola in un angolino e portandola alla disperazione attendendone il collasso. È questo che si raggiunge dopo svariati passaggi nello stereo di "Ghost In The Fire": un soddisfacente collasso emotivo. Lo so, magari avrete già avuto modo di apprezzare il lavoro degli statunitensi, in tal caso prendete la recensione come un promemoria che vuole ricordarvene il valore. Se però non avete mai ascoltato l'opera in questione, vi consiglio vivamente di provare quest'esperienza musicale perché fa soffrire piacevolmente.

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lunedì 29 luglio 2013

DEATHENING - Chained In Blood


Informazioni
Gruppo: Deathening
Titolo: Chained In Blood
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Rakamarow
Contatti: facebook.com/Deathening
Autore: Mourning

Tracklist
1. Self Impaled
2. Slave To The Kill
3. Bleed
4. Terminal Retribution
5. Beast Inside
6. The Living Burn
7. Ether
8. Prepare To Die
9. Lights Out
10. Butchered Souls Of No Tomorrow
11. Final Pearce Disdain
12. Cease

DURATA: 46:14

Devo essere sincero, il nome Deathening non mi diceva proprio nulla, sono arrivato ad ascoltare la musica di questi svedesi per puro caso, attirato dal fatto che il gruppo vede al suo interno ben tre membri dei defunti Murderplan e del gruppo stoner Supraload: parlo del batterista Arnold Lindberg e dei chitarristi Niklas Fridh e Pål Callmer. A completare la formazione del quintetto vi sono il bassista Pär Hallgren e il cantante Kalle Johansson, quest'ultimo con un passato trascorso negli ormai sciolti Embraced.

I Deathening sono musicisti che hanno già detto la loro all'interno del panorama melodic death e che hanno all'attivo un primo album, "Open Up And Swallow", che però non ho avuto modo di ascoltare, mi sono quindi fiduciosamente approcciato alla loro proposta, sperando di non ricevere una delusione dato che in questo ambito è sempre dietro l'angolo. Per fortuna posso affermare che la Svezia ha ancora molto da dire e da donare alle nostre orecchie, questo secondo capitolo "Chained In Blood" n'è ulteriore testimonianza. Chiariamoci: il disco è in tutto e per tutto legato allo stile Anni Novanta e miscela le scorribande del death e l'adrenalina dell'attitudine thrash della scuola di Gothenburg, palesando a più riprese le influenze originarie che forniscono ai pezzi in apertura come "Self Impaled" e "Slave To Kill" una carica detonante; soprattutto il secondo si fa valere grazie alla prestazione eccezionalmente incisiva sfoderata da Kalle dietro al microfono. Non vi sono pertanto novità o variazioni sul tema a rendere maggiormente appetibile la proposta, al contrario è il D.N.A. estrapolato da quel mondo nei suoi aspetti fondamentali, ad esempio lo sviluppo delle melodie e la cura nei cambi di tempo, a farne un lavoro gradevolissimo.

La scaletta, tralasciando un paio di lungaggini evitabili, non mostra dei cali evidenti, offre invece alcuni episodi interessanti come "Beast Inside" (nella quale è ancora la voce di Kalle a farla da padrone), "The Living Burn" (la cui sezione melodica andrebbe fatta ascoltare agli Arch Enemy per ricordare loro come si compone una canzone decente) e l'accoppiata che vede susseguirsi le arcigne e pestate "Prepare To Die" e "Lights Out". A mio avviso questi brani sono più che sufficienti, dato anche l'andazzo odierno, a far sì che "Chained In Blood" trovi i meritati riscontri presso gli appassionati del genere. Un plauso va fatto alle due asce, Niklas e Pål, che in più di una circostanza si dimostrano alquanto competenti anche nell'adornare i brani con pregevoli aperture solistiche, alle volte talmente ben fatte da ricordare il periodo d'oro del signor Michael Amott, che ahimè non ci farà più rivivere.

I Deathening sono una sorta di oasi felice che ci ripara dalle intrusioni delle voci femminili pulite non volute e dai ritornelli assurdamente frivoli e alle volte al limite con l'attitudine alla Justin Bieber, che ci tiene lontani dall'ennesimo inutile break di stampo "core", sono ciò che uno desidera avere all'orecchio quando pronuncia il termine "melodic-death". Certamente è possibile trovare a "Chained In Blood" qualche piccolo difetto, ma se amate il genere ne apprezzerete le doti: è solido, melodico e soprattutto death. Godetevelo!

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lunedì 22 luglio 2013

DEHUMANIZED - Controlled Elite


Informazioni
Gruppo: Dehumanized
Titolo: Controlled Elite
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Comatose Music
Contatti: facebook.com/DEHUMANIZED.NY
Autore: Mourning

Tracklist
1. Bloodties
2. Body Colonizers
3. Soiled
4. Set In Stone
5. Controlled Elite
6. Immorally Reborn
7. His Burden
8. Root Of Evil
9. None Shall Remain
10. Man Vs. Man
11. Condemned

DURATA: 40:45

Alle volte ritornano, il punto è: rimarranno in vita? I Dehumanized sono l'esempio classico del tira e molla costante: la formazione statunitense in giro da metà Anni Novanta aveva rilasciato una doppietta composta dal demo "Terminal Punishment" (1996) e dal debutto "Prophecies Foretold" (1998) che faceva presagire grandissime cose per il futuro, invece da lì pausa, riunione nel 2004, il demo "Man Vs Man", altra pausa e ripartenza dei lavori nel 2011, con l'anno successivo che vede finalmente dato alla luce il secondo album "Controlled Elite". In che stato saranno i newyorkesi? Saranno stati capaci di mantenersi su buoni livelli? È con sollievo che posso esclamare un grosso e sentito "sì".

Sono tornati e con intenti da demolitori, la riprova ci viene fornita sin dall'approccio diretto e scarnificato che prende piede con il groove prodotto da "Bloodties" e l'attacco frontale sferrato da "Body Colonizers", mettendo da subito i cosiddetti puntini sulle "i". Il comandamento che in maniera silente striscia fra le canzoni sembra recitare "niente complicazioni, solo legnate" e viene rispettato grazie all'uso di rallentamenti angoscianti come accade in "Immoraly Reborn" e ripartenze spaccaossa in "His Burden". La loro è un'attitudine che predilige ripercorrere il sentiero tracciato in passato da Suffocation, Dying Fetus, primi Devourment e Malignancy, ciò si rende ancora più evidente in pezzi quali "Soiled", "Root Of Evil" e la ripartorita "Condemned", (traccia in origine appartenente al demo).

I Dehumanized dichiarano di esserci e di volersi far ascoltare a gran voce. L'album è un macigno che nella sua interezza riesce a coinvolgere con la facilità e la genuinità di pezzi nati per svolgere il compito più naturale per loro: randellare! Alle orecchie avrete un'ottima prova di rientro, "Controlled Elite" è lo slam che non annoia, che non vive di "monotirate" e che si schianta contro il nostro apparato uditivo come farebbe un bulldozer privo di freni pronto ad arrecare danni a una palazzina. L'apporto vocale di Mike Centrone, veramente bravo nell'impostare le sue linee di voce, non fa che renderlo ancor più gradevole e interessante.

Sono quasi certo che qualcuno troverà il modo di lamentarsi, tirando fuori la vecchia e pallosissima storia che non inventano nulla di nuovo, vi consiglio di inserire il disco nel lettore e farvi malmenare piacevolmente dalla musica di questi statunitensi, lasciando da parte le pippe mentali; quelle andrebbero direzionate verso coloro che dicono di suonare old school e hanno produzioni con suoni degni di "Final Fantasy". Dando quindi il bentornato ufficiale ai Dehumanized, ciò che adesso auguro alla band è di non scomparire nuovamente e presentare invece al più presto una nuova pubblicazione con la quale poterci allietare, poiché non ci si stanca proprio mai di ascoltare brutallo di questo stampo.

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DEVASTATOR [CAN] - Fragile Messiah


Informazioni
Gruppo: Devastator
Titolo: Fragile Messiah
Anno: 2013
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Devastator/220697668027905
Autore: Mourning

Tracklist
1. One More Altar
2. Fragile Messiah
3. Cowboy [versione 2013]
4. Dirty Laundry
5. Initiation
6. My Own Enemy
7. Blood Sky
8. Delete Me
9. Black Stump
10. Killed By Pride

DURATA: 44:16

I canadesi Devastator fanno parte della vecchia guardia, in attività dal lontano 1990, fra alti e bassi sono comunque andati avanti, producendo una serie di demo, nonostante siano trascorsi la bellezza di dodici anni fra l'ultimo di questi (l'omonimo del 1996) e l'uscita del primo album "Savage Wasteland"; e ne sono dovuti passare altri cinque prima di poter ascoltare questo secondo "Fragile Messiah".

Che il quintetto avesse una vocazione thrash era indiscutibile, è quello il genere che sin dagli albori ha influenzato in maniera dominante il loro sound, e le prove più sostanziose, per quanto più robuste e dai rimandi death metal, si attengono a quel tipo di DNA nel groove, nel riffing e nelle esecuzioni solistiche. Pur venendo da una landa fredda come il Canada, i suoni e il modo d'imporsi musicalmente portano alla mente formazioni vissute molto più a sud, a tratti sembra di ascoltare una versione più ruvida dei Pantera che si combina con alcuni elementi degli Obituary per ciò che concerne il groove, mentre nelle fasi più pressanti si respira aria di battaglia, seppur siano solo accenni, e i nomi li lascio indovinare a voi.

In "Fragile Messiah" risiedono una serie di brani che la mettono giù dura, dopo un'introduzione di stampo acustico, come in apertura "One More Altar", poi "Initiation", "Delete Me" e "Black Stump"; è presente inoltre una canzone alla quale viene data nuova vita e uno spessore maggiore, parlo di "Cowboy", pezzo dapprima inciso per "Savage Wasteland", che in questa versione risulta essere più convincente; infine si trova la traccia che spiazza, la cover di "Dirty Laundry" di Don Henley (personaggio che molti ricorderanno in qualità di batterista degli Eagles), tra l'altro ben fatta. Gli episodi rimanenti, "Fragile Messiah", "My Own Enemy", "Blood Sky", "Black Stump" e "Killed By Pride", non fanno altro che confermare la solidità dell'album.

Tutto è in ordine nel lavoro dei canadesi, con la prestazione dietro al microfono di Darryl Reddy particolarmente convincente, il cantante infatti è bravo nell'impostare in maniera varia le sue linee, assecondando lo sviluppo delle canzoni. I Devastator sono una formazione che sa ciò che vuole e voi? Se la vostra giornata necessitasse di una bella botta di vita, vi consiglierei vivamente di provare a mettere su "Fragile Messiah" a tutto volume e godervelo.

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lunedì 15 luglio 2013

DORMANT ORDEAL - It Rains, It Pours


Informazioni
Gruppo: Dormant Ordeal
Titolo: It Rains, It Pours
Anno: 2013
Provenienza: Polonia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/dormant.ordeal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Depopulation Of Io
2. Cypress Mourning
3. The Stepfather
4. The Sinless
5. Your Mother-Slave
6. Unimagined, Unwritten, Unseen
7. Dememorization
8. Days That Didn't Make It
9. The Animal
10. Man From The Water
11. Here Be Lions
12. Depopulation Of Earth

DURATA: 42:15

"More To Come" è quanto di più godereccio la Polonia possa offrire, l'ennesima conferma che quella terra è baciata dalla morte e la ama, rendendole omaggio con prestazioni valide e ossequiose. Tenete d'occhio i Dormant Ordeal, in futuro ne sentiremo parlare.

Fu così che chiusi la recensione del demo dei Dormant Ordeal scritta ormai più di tre anni fa, ero sicuro che la band si sarebbe rifatta viva con qualcosa di realmente interessante e a quanto pare le mie rosee aspettative sono state confermate dall'uscita di "It Rains, It Pours", il loro album di debutto.

La creatura mitteleuropea fondata dal batterista Radek Kowal non è la solita macchina da guerra devastante che marcia tritando continuamente l'ascoltatore, o meglio non si limita a scaricare unicamente violenza, potrete notare infatti come la loro composizione sia decisamente varia e dinamicamente dirompente e che la sostanza rabbiosa e astiosa della quale è composta si avvalga, oltre che dei più classici assalti all'arma bianca, di partiture atmosferiche particolarmente fruibili che ne rendono fluido lo scorrere. Non è casuale l'inserimento in apertura ("Depopulation Of Io"), in zona centrale ("Dememorization") e in chiusura del lavoro ("Depopulation Of Earth") di brani strumentali funzionali proprio a questo scopo.

Ovviamente le mazzate non mancano, sin dalle prime battute di "Cypress Mourning" si viene demoliti, i polacchi mostrano di avere in dotazione sia la cattiveria che la tecnica per fare davvero male e rincarano la dose in "Your Mother Slave", "Unimagined, Unwritten, Unseen" e "Man From The Water". A dire il vero in questa prima prova è difficile trovare un pezzo che risulti realmente debole, grazie a una prestazione collettiva efficacissima, avvalorata da una produzione davvero valida che ne favorisce i colpi; in fin dei conti stiamo parlando di un album autoprodotto, il che conferma però che questo specifico "settore" ha da tempo guadagnato in professionalità e voglia di stupire.

"It Rains, It Pours" è energico, brutale e anche intelligente, è death metal sino all'osso, ma ha in sé quelle sfaccettature che potrebbero attirare più fasce d'ascoltatori di questo variegato panorama; è invece inutile dire che per coloro i quali Morbid Angel, Behemoth e Hate Eternal fossero presenze irremovibili all'interno dello stereo, il lavoro dei Dormant Ordeal sarà una manna dal cielo. Auguriamoci perciò che questo sia solo il primo di una lunga serie, bravi!

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DELETE THE MASS - Μάζα


Informazioni
Gruppo: Delete The Mass
Titolo: Μάζα
Anno: 2013
Provenienza: Grecia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/DeleteTheMass
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. Εκκένωση Του Κόσμου
3. Copy / Paste
4. Agonist
5. Concrete
6. Feed Me
7. The Essence Of Existence
8. Ain't Care
9. The Yard
10. Διαφημιστικό Σποτ: Γυρισταί Κλωτσαί
11. Sorrowful Occasion
12. Στάχτες
13. Epyllion
14. Κοινή Γνώμη
15. Mind Pollution
16. Mora

DURATA: 24:46

La società è il pane quotidiano dell'area grind, l'alimento che più di ogni altro ne ha forgiato i pensieri e le pulsioni primordiali. Il credo di questo genere è fatto di tematiche impegnate sgradite ai "governanti", di immagini contrastanti immortalate e scontri con le oppiacee dottrine religiose conditi da ironia cupa e rabbia da vendere, instillando schegge impazzite di realtà in direzione delle nostre orecchie. Ed è proprio da questa forma di verità nuda e cruda che tanti hanno appreso e tanti ancora continueranno ad apprendere.

I greci Delete The Mass sono una giovane formazione sorta nel 2009 entrata a far parte di questo panorama, hanno un'infinità di strada dinanzi da percorrere e alle spalle un solo demo prodotto nel 2012 a rappresentarne il passato, tocca quindi all'esordio discografico "Μάζα" fornirci ulteriori indicazioni sulla loro pasta. Il disco in questione, rispettando i cliché del genere, ci rifila sedici tracce cattive e intrise di malcontento, nelle quali si riflette lo stato di ansia e disagio che la Penisola Ellenica (non unica) sta vivendo nell'affrontare una crisi economica che ha gambizzato e ridotto ai minimi termini la dignità e la crescita di un popolo. Il quartetto si sfoga ripetutamente, riversando la propria cosciente frustrazione attraverso brani nevrotici, il più delle volte sparati e tendendo a calcare la mano, andandoci giù pesante sia dal punto di vista ritmico che da quello vocale. Infatti se basso e batteria sono praticamente sempre pronti a demolire muri, il growl dalle forti connotazioni core e lo scream sguaiato non si tirano certo indietro e rincarano la dose, aggredendo con costanza. Sono davvero pochi i frangenti in cui è possibile riscontrare rallentamenti dell'azione in favore di una fase atmosferica più ampia, ciò avviene ad esempio nella conclusiva "Mora".

La proposta dei greci non potrà che far piacere agli affezionati seguaci di questo mondo, i Delete The Mass scuotono la situazione violentemente, evitando chissà quali improbabili accoppiate e non sfruttando l'artificialità in fase di produzione che, pur fornendo lucidità e spessore ai suoni, non sempre porta il guadagno sperato, scivolando verso l'appiattimento. In "Μάζα" sono racchiuse sedici martellate, siete pronti a godervele? Se la risposta fosse sì, non vi rimane che aprire il cassettino del lettore, alzare il volume e doverosamente premere "play" più volte. Buon ascolto!

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lunedì 8 luglio 2013

DEUS OTIOSUS - Godless


Informazioni
Gruppo: Deus Otiosus
Titolo: Godless
Anno: 2012
Provenienza: Danimarca
Etichetta: Deepsend Records
Contatti: facebook.com/deusotiosus.dk
Autore: Mourning

Tracklist
1. Snakes Of The Low
2. In Harm's Way
3. New Dawn
4. Pest Grave
5. Surrounded By The Dead
6. Cast From Heaven
7. Face The Enemy
8. Death Dance

DURATA: 41:05

I Deus Otiosus sono una delle tante buone promesse che si erano affacciate all'interno del panorama death con un debutto nel 2010, "Murder", album recensito per noi da Bosj, infatti ci aveva offerto una prestazione onesta, al tempo supportata dalla F.D.A. Rekotz. Il 2012 li ha visti ridiscendere in campo con la seconda prova "Godless", stavolta però è la Deepsend Records a spalleggiarli.

Ciò che mi piace dell'atteggiamento di questi musicisti verso il genere risiede nel fatto che, pur rimanendo incollati a una natura death / thrash in bilico fra l'istintività del finire degli Anni Ottanta e la concretezza delle prestazioni targate inizio anni Novanta, abbiano optato per una scelta dietro al mixer al passo con i tempi. La produzione infatti non si può definire né lo-fi né rozza, eppure l'album emana evidentemente un'energia e una carica detonanti affini a quelle che ci entusiasmano da una vita grazie a nomi quali Possessed, Obituary, Gorefest, Deceased, Necrophobic e di sicuro tanti altri che vi verranno in mente durante l'ascolto.

La band è arrembante, infila una dietro l'altro una sequela di brani che possiedono sia l'adrenalina adatta a far scattare la molla sia la pesantezza schiacciante che ammorba l'aria con l'odore acre delle morte. C'è realmente di che cibarsi in questo "Godless", iniziando dall'impetuosa "Snakes Of The Low" e passando poi di capitolo in capitolo attraverso "New Dawn", "Pest Grave", "Face The Enemy", sino alla conclusione fornita da "Death Dance", avrete modo d'incrociare riffing tremolanti, melodie che strizzano l'occhio al versante annerito di questo mondo e un utilizzo del wah wah in più di una circostanza dal sentore blues / death'n'roll che non dispiace. I Deus Otiosus insomma hanno una buona mano servita e giocano le loro carte in maniera convincente.

Se devo dirla tutta, trovo che quest'ultimo disco messo a confronto con il primo album sia più completo e maturo, inoltre la band rispetto a molti colleghi, anche ben più rodati e rinomati, ha trovato il modo di fornire una marcia in più alla proposta, esponendo con varietà e una più che discreta dose di attrattiva soluzioni anche stranote senza essere vittime dell'effetto stereotipo che spesso ti porta a distogliere l'attenzione nel tentativo di capire a chi appartenga l'idea originale.

Amate il sound della vecchia scuola? "Godless" fa per voi. Le formazioni citate nel testo sono da sempre fra i vostri ascolti abituali? "Godless" fa per voi (e sono due). Preferite ascoltare death metal, ma con una resa sonora che sia più moderna? Anche in questo caso sarete accontentati. In poche parole la frittata comunque la giriate rimane appetibile e di buon gusto, quindi lasciate perdere qualsiasi tentennamento e concedetevi un po' di tempo in compagnia di questi danesi.

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lunedì 17 giugno 2013

DETHRONE - Humanity


Informazioni
Gruppo: Dethrone
Titolo: Humanity
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: HoboRec
Contatti: Facebook - Myspace - Reverbnation
Autore: Akh.

Tracklist
1. Dead Eyes Open
2. Blood Red Dawn
3. Deathwish
4. Greed
5. Forced Paranoia
6. Towards The Abyss
7. Blessed By The Light Of Dying
8. Hell Before Hell
9. When I Decide

DURATA: 38:04

Formatisi nel 2011 e.v. in quel di Värnamo (Svezia), giungono all'esordio i Dethrone grazie alla HoboRec e a questo "Humanity" che rende bene l'idea di che tipo di suoni provengano dalle loro parti.

I ragazzi partono immediatamente con il piede pigiato sul acceleratore con il pezzo più veloce del disco, un incrocio fra suono svedese e pennate Thrash / Death dinamitarde e violentissime in cui si esaltano le caratteristiche vocali di un ottimo Mattias Vestlund e del batterista Simon Lundh che sostiene i ritmi egregiamente. Sia che si trovi di fronte a chitarre melodiose o a riff asciutti, l'apporto della doppia cassa rimane presente e ben godibile, facendo sì che "Dead Eyes Open" convinca e sia una delle mie preferite in assoluto, anche per quel piglio scuro e le accelerazioni ai 200 Km/h. Senza avere nemmeno il tempo di riflettere, ci ritroviamo fra i denti l'altra granata esplosiva dal titolo significativo di "Blood Red Dawn", dove convivono le influenze Slayeriane e le parti "core", mentre le ritmiche sono da tritatutto (soprattutto per la mia povera cervicale): il trio composto da Kenni (basso), Jonas e David (chitarre) non vuole fare prigionieri, esibendo da subito l'artiglieria pesante.

I Dethrone non sembrano per niente incerti, la seguente "Deathwish" è infatti una cavalcata ritmica asciutta ed efficace, con la quale urlare in faccia al primo passante diventa quasi irresistibile. Anche "Greed" con il suo riffing mortifero non aiuta a trattenersi, grazie alle bordate in pieno stile Death Metal scandinavo che vengono piazzate sapientemente. Pure le parti con tempi medi sembrano panzer inarrestabili, in aggiunta sono dotate di quel pizzico di melodia che nel contesto fa la differenza. "Forced Paranoia" dal canto suo torna a pestare di brutto, inserendo anche contaminazioni di matrice maggiormente moderna e accenni dissonanti, pur mantenendo totalmente inalterato lo stato di belligeranza Death Metal; molto affascinante inoltre lo stacco in cui un arpeggio crea la base per un crescendo vocale di spessore ed incisivo, prima che certi momenti convulsi e dissonanti prendano possesso della situazione.

"Towards The Abyss" mi riporta alla mente certi A Canorous Quintet di "...As Tears" (enorme mini che dovreste ascoltare almeno una volta se amate il Death Metal svedese), alle ritmiche tritaossa si miscelano soluzioni tipicamente svedesi e la voce ficcante e aspra di Mattias, per poi aprirsi in una parte centrale di stampo classico, ma che certamente farà godere gli amanti di queste sonorità.

Va rimarcato come la sezione ritmica supporti il riffing delle chitarre, specie quando le parti armoniche dipingono i loro tratti, inspessendo e irrobustendo la struttura stessa del brano e mantenendo al contempo il contesto grintoso e solido, ciò accade in "Hell Before Hell" e nella conclusiva "When I Decide"; qui fa capolino anche un'accelerazione ritmica che a mio avviso è un'arma in più. I Dethrone sanno dosare sapientemente violenza e variazioni ritmiche, inserendo a piccole dosi anche accenni malinconici e riflessivi, come nella canzone di chiusura, dove si ritaglia uno spazio solista pure il basso con una eccellente trama, per poi lasciare strada libera alle sei corde e a un finale agrodolce, che ci fa comprendere quanto potenziale possano avere per il futuro i ragazzi di Värnamo.

A questo punto mi pare oramai certo che qui non si parli di cali o anacronismi in merito al Death Metal scandinavo, gli operatori e le etichette sono avvisate! "Humanity" è un lavoro che vi consiglio espressamente di ascoltare, perché detto fra noi qua di sostanza ce n'è a bizzeffe, così come voglia di sfasciare grugni; in un certo qual senso si nota pure una buona dose di personalità, supportata da un piglio maturo, rimanendo tuttavia nei confini del genere, mentre energia sprigionata, convinzione e freschezza non mancano mai. Se amate lo spirito di gruppi come At The Gates, Slayer o The Haunted, i Dethrone faranno sicuramente per voi.

Devo ammettere che quest'anno ho avuto grandi sorprese da questo genere e i Dethrone sono indubbiamente fra queste. "Humanity" è un disco da cercare e gustare ripetutamente, non vi verrà certamente a noia, anzi credo fermamente che se manterranno queste credenziali presto sentiremo parlare di loro con ottimi responsi.

Ci tengo a presentarvi questa citazione in calce al libretto: "Humanity will collapse under the weight of despair and decadence darkness will not fail"... sicuramente i Dethrone non hanno fallito.

L'oscurità svedese imperversa sopra l'Umanità.

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DEEP DESOLATION - Rites Of Blasphemy


Informazioni
Gruppo: Deep Desolation
Titolo: Rites Of Blasphemy
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Darkzone Productions
Contatti: myspace.com/deepdesolationband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Between The Tits Of A Witch
2. Searching For Yesterday
3. Intermezzo
4. Blasphemous Rite
5. Mroczny Hymn
6. Cuius Regio / Eius Religio
7. I Became Your God
8. Necromouth

DURATA: 55:15

Anche per i Deep Desolation è giunto il momento di pubblicare il secondo disco, "Rites Of Blasphemy" è fuori e pronto a deliziarci con la miscela black / doom a tinte psych che è andata elaborandosi nel corso di questi pochi anni d'attività dei polacchi. Se con "Subliminal Visions" alcuni aspetti del sound erano da rodare, con atmosfere e groove alquanto piacevoli, mentre la parte black sarebbe potuta essere più convincente, nei due pezzi contenuti nello split "Chapel Of Fear" avevano già messo in mostra dei netti miglioramenti. Adesso posso affermare che il cerchio si è chiuso.

Il nuovo lavoro è completo, non è un capolavoro, però è ascoltabilissimo nel suo miscelare con sapienza elementi stoner / doom alla Electric Wizard con le basi del black fornite da gente come Master's Hammer ed Hellhammer (al solito qualche altro nome salterà fuori durante l'ascolto), ai quali si uniscono delle venature settantiane particolarmente affascinanti di cui il pezzo d'apertura "Beetween The Tits Of A Witch" è intriso e che si adattano perfettamente. A quanto pare la maturità artistica non si è fatta attendere, sembra di ascoltare una band molto più decisa e cosciente dei propri mezzi, i cambi d'ambiente — alle volte anche netti — non creano nessun tipo di danno al trascorrere dei pezzi, così come le lunghe fasi strumentali scivolano via inebriando e seducendo, pur rimanendo saldamente ancorate a un fondale nero dal quale non hanno nessuna intenzione di distaccarsi; "Searching For Yesterday" non lascia dubbi in proposito, scuotendo la situazione in maniera maggiormente decisa.

Dopo una breve pausa affidata al trascurabilissimo "Intermezzo", si riparte con "Blasphemous Rite", figlioccia di Tom G. Warrior e soci e dell'evoluzione darkthroniana di quel suono, con tanto di ridondanze e psichedelia annessa: vogliono forse drogarci e indurci alla blasfemia tramite trip? Me gusta! L'ennesimo assolo di Markiz pare proprio incitare allo "strafarsi" e dato che il testo parla di fantasmi e allucinazioni la situazione è ideale:

Crazy hallucinations vortex sucks me in
deeper and deeper
I have to make a sacrifices to live
human sacrifices for the ancient gods
.

Non so che cosa abbia motivato i Deep Desolation a intraprendere questa svolta sempre più netta, di certo è stata ulteriormente utile, ora più che mai difatti possiedono una personalità e un carattere che si stanno delineando, la riprova viene fornita sia nella più lunga, tortuosa e orientata verso il black (con tanto di finale in stile processione) "Mroczny Hymn" che nella successiva e cerimoniale "Cuius Regio / Eius Religio" ("di chi è il potere, di lui sia la religione"), che esorta a prendere posizione, assecondando le proprie necessità e concludendo il pezzo con un simbolico "ite missa est" che congeda:

Your desire is the only way
which you should choose throughout your life
try to feel the blood
that runs in your veins
for your self you're the lord not someone's slave
.

Che il loro desiderio sia quello d'imporsi all'orecchio è palese, un titolo come "I Became Your God" n'è la chiara dimostrazione, la canzone poi prosegue nell'alimentare l'ondata di toni cupi e desolanti che ha preso largamente piede, il riffing è talvolta stridulo e ripetitivo, s'infiltra nell'orecchio impossessandosene e l'avvento dell'ultima "Necromouth" è come la ciliegina che si pone in capo alla torta, il tassello finale dell'album che non ti aspettavi, non aggiunge nulla ma è stato detto talmente tanto che non ve n'è nessun bisogno.

Le aspettative riposte in questo secondo capitolo targato Deep Desolation non erano altissime: la qualità compositiva della band seppur allo stato grezzo faceva ben sperare, tuttavia non immaginavo una prestazione così completa sotto tutti gli aspetti, con il lavoro svolto da Markiz in sede solistica e Meriath dietro al microfono sugli scudi ad affermare che a oggi si può parlare di questa formazione come una realtà competitiva.

L'ascolto di "Rites Of Blasphemy" potrebbe non essere di facile assimilazione per coloro che prediligono le correnti integraliste del mondo black, ciò non toglie il fatto che un disco simile andrebbe ascoltato e riascoltato prima di dare un giudizio definitivo. Consiglio di fermarsi il più possibile sulle singole tracce per apprezzarne sia il lato incline alle influenze primordiali del genere sia le varianti che permettono al disco di divagare in altre lande, evitando così di incappare in "brutte sorprese" per chi inserisce il cd nello stereo. Personalmente l'acquisto ci scappa, eccome se ci scappa!

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lunedì 3 giugno 2013

DECAYED - The Ancient Brethren


Informazioni
Gruppo: Decayed
Titolo: The Ancient Brethren
Anno: 2012
Provenienza: Lisbona, Portogallo
Etichetta: BlackSeed Productions
Contatti: facebook.com/DKD666 - myspace.com/decayedlusitania
Autore: Insanity

Tracklist
1. Accursed / Overture
2. Ancient Abgal
3. Blood Flow
4. Burning Skies
5. Chasm Of Fire
6. Destroy Their Reign
7. Flame Of Lucifer
8. Gleaming Moonlight
9. Hellish Incantations
10. Nocturnal Severance
11. Symbol Of Deceit
12. T.O.T.B. / Epitaph

DURATA: 48:04

Eccoci a parlare di una di quelle realtà attive dall'alba dei tempi, ma che — per un motivo o per l'altro — rimangono nel sottosuolo musicale. I portoghesi Decayed hanno esattamente la mia età, si sono formati nel 1990 con il nome Decay (cambiato un anno dopo in quello attuale) e non si sono mai fermati, anzi il numero di uscite annuali resta sempre elevato. L'oggetto di questa recensione è uno degli ultimi arrivati, "The Ancient Brethren", uscito a fine 2012: cerchiamo di capire in che modo il passare del tempo ha influenzato l'evoluzione di questa formazione.

La risposta è semplicissima: in nessun modo. Questo album dimostra come la band sia ancora saldamente ancorata alle sonorità di tre o quattro lustri fa, quando il Black Metal era un movimento strettamente legato all'ambiente Metal e non era ancora stato infarcito di qualsiasi genere ci venga in mente. Dal sound vagamente thrasheggiante ai testi riguardanti satanismo e occultismo, se non fosse per la produzione più moderna (comunque non limpida e cristallina, sia chiaro) sembrerebbe di ascoltare un disco della prima metà degli anni Novanta: semplice e diretto quanto basta per farci scapocciare un po', qualche arpeggio qua e là e tastiere ispirate ai primi Emperor in sottofondo a dare quel tocco atmosferico come nell'intermezzo "Chasm Of Fire" o in "T.O.T.B. / Epitaph". Si passa da pezzi veloci e aggressivi ("Destroy Their Reign" e "Symbol Of Deceit") ad altri più ritualistici quali "Flame Of Lucifer", che con un organo in apertura e un finale fatto di tempi lenti, arpeggi e voci spettrali risulta un episodio riuscitissimo. Non mancano brani di puro headbanging, "Ancient Abgal" mette subito in evidenza questa caratteristica con una ritmica a cui nemmeno un amante di stili più sognanti o sperimentali come me ha saputo resistere. In sostanza il lavoro è relativamente vario, dove questo aggettivo va ovviamente contestualizzato al tipo di proposta.

A livello tecnico questa è una band capace, come avrete già capito non troverete nessun tipo di masturbazione degli strumenti, ma nonostante ciò possiamo sentire un basso che ogni tanto si prende qualche spazio, un discreto numero di assoli di chitarra e — in generale — una prestazione a cui non si può rimproverare niente. Ad aggiungere valore al lavoro infine abbiamo una traccia bonus di quasi dieci minuti che racchiude un po' le principali caratteristiche del sound e un bel libretto completo di tutti i testi.

Certo, chi è legato a stili più moderni non considererà "The Ancient Brethren" un disco troppo interessante, ma a mio parere la scena Black ha bisogno anche di realtà come questa che non si dimenticano delle origini. Pezzi come "Burning Skies" o la già citata "Flame Of Lucifer", ad esempio, sono assolutamente godibili da qualunque amante del genere, per cui se aveste nostalgia del passato, cercando qualcosa di diverso dai soliti nomi, i Decayed potrebbero fare al caso vostro.

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lunedì 27 maggio 2013

DIMICANDUM - The Legacy Of Gaia


Informazioni
Gruppo: Dimicandum
Titolo: The Legacy Of Gaia
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Metal Scrap Records/Total Metal Records
Contatti: facebook.com/dimicandum.official
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Legacy Of Gaia
2. Give Me A Name
3. The Walls Of Jericho
4. At the Gates Of Ishtar
5. Indigo Child
6. Sumerian's Warning
7. Bring Me Down To My Atlantis
8. When The Sun Burns Out

DURATA: 37:32

Non vi piace il metal moderno? Lasciate subito questo testo. Non gradite i "mischioni" sonori? Idem come prima.

I Dimicandum, giovane formazione ucraina proveniente dalla capitale Kiev, hanno deciso di puntare su ciò che è attuale per dar forma al proprio debutto "The Legacy Of Gaia". Il disco è confezionato avvalendosi di una congiunzione composta da metal atmosferico a tinte "gotiche" nella quale appaiono intrusioni del growl a rappresentare l'unico elemento di reale contrasto a un'incondizionata vocazione melodica e alla consistente e volutamente densa malinconia che incrosta i pezzi. Il nome a riferimento che più volte mi è balzato in testa è quello dei tedeschi Dark At Dawn, band alquanto abile nel far convivere l'aspetto armonioso e seducente delle composizioni con quel tipo di retaggio ambientale, anche se le differenze tra i due gruppi sono distinguibilissime e importanti. Il quintetto ucraino è infatti propenso ad avvalersi di soluzioni sin troppo "pulitine", a virare in ambito metal-core melodico e a usufruire di coralità di stampo nu metal, come avviene in "Indigo Child".

Pur trovandoci di fronte a una prima prova, la scaletta è ben assortita e condensata in modo da non divenire dispersiva, mentre il rapporto fra la varietà strumentale esposta e la durata dei brani fa sì che questi ultimi — per quanto non riescano a sorprendere per chissà quale arguzia compositiva — risultino comunque particolarmente fruibili. Pronti a testimoniare quanto appena detto ci sono pezzi quali "The Legacy Of Gaia" e "The Walls Of Jericho", i quali tendenzialmente dovrebbero (e sottolineo dovrebbero) rapportarsi in maniera più evidente con il filone melo-death, "Sumerian's Wing" dai tratti epici spiccati e "Bring Me Down To My Atlantis", il più pesante e prestante del lotto.

Singolarmente c'è da tener conto del contributo offerto dal cantante Roman Semenchuk, che ricopre anche il ruolo di compositore unico della musica e dei testi, più che discreto nell'impattare sulle canzoni, sia per quanto concerne l'aspetto emotivo che quello interpretativo. Stesso discorso per il chitarrista Oleg Aditon, il quale con Roman forma l'asse ritmico e si distingue per le buone divagazioni solistiche, e per la tastierista Anastasia Loginova, efficace nel supportare l'operato delle sei corde, aumentando il tasso atmosferico in possesso del complesso strumentale.

I Dimicandum dimostrano di avere delle basi solide sulle quali in futuro si potrà lavorare per fornire un minimo di personalità e un'impronta più decisa che renda le tracce maggiormente memorabili; per ora il livello è abbastanza appiattito, superiore sì alla sufficienza, ma non adeguatamente attrezzato per puntare a una valutazione più importante. Questi ragazzi sono come una promessa che attende d'esser mantenuta e auguro loro di riuscirci.

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DEATHROW - Through A Cold, Endless Winter - 7 Years Of Torment


Informazioni
Gruppo: Deathrow
Titolo: Through A Cold, Endless Winter - 7 Years Of Torment
Anno: 2012
Provenienza: Livorno, Italia
Etichetta: Lo-Fi Creatures
Contatti: facebook.com/deathrowblackmetal - myspace.com/deathrowblackmetal
Autore: Insanity

Tracklist
1. My Cold World
2. Neverending Rain
3. Rivers Of Foreshadowing Demise
4. Deceit
5. Words Untold II
6. A Dying Tyrant
7. Forged In White Renaissance
8. Beholding Evil
9. The Claws Of Time [cover Darkthrone]
10. Watain [cover Von]
11. Nigredo
12. The Sentinel

DURATA: 01:06:03

Deathrow è il progetto solista di Thorns, al secolo Gionata Potenti; chi tiene d'occhio un minimo l'ambiente Black Metal avrà già sentito più volte questo nome, per chi invece non lo conoscesse potrei citare gruppi di cui fa o ha fatto parte quali Frostmoon Eclipse, 11 As In Adversaries, Macabre Omen, Tumulus Anmatus e molti altri. La nostrana Lo-Fi Creatures ci porta all'attenzione questa one man band con una compilation di brani inediti e non registrati nel corso degli anni intitolata "Through a Cold, Endless Winter - 7 Years Of Torment".

La differenza tra i pezzi più datati e quelli più recenti rende possibile notare l'evoluzione sviluppata nel corso degli anni: da un lato troviamo un'evidente devozione al passato di tracce quali la lenta e malvagia "Beholding Evil", le più dirette e dinamiche, a tratti quasi Punk nelle ritmiche, "Forged In White Renaissance" e "The Sentinel", o delle due cover presenti nel disco ("The Claws Of Time" dei Darkthrone, molto simile all'originale, e "Watain" dei Von); dall'altro abbiamo un sound più pulito e studiato che prende forma nel trittico iniziale e in "Words Untold II". È proprio in questi brani che Thorns da il meglio, sfruttando tempi in genere lenti (con l'eccezione di "Neverending Rain") — che riecheggiano vagamente certo Doom Metal malinconico e atmosferico — e una chitarra solista che appare spesso e che insieme a un basso ben sfruttato regala momenti d'oro ("My Cold World" è un perfetto esempio di ciò).

Per non farci mancare niente, Deathrow ci propone anche la sua idea di Ambient che non si limita ai due intermezzi (molto bello "A Dying Tyrant", interamente in organo), ma anzi trova uno spazio non indifferente negli undici minuti della fredda e grigia "Nigredo"; il pezzo è tratto dallo split con Moloch ( "Abgrund Meines Wesens" - "Der Schein Des Schwarzesten Schnees" ), progetto di cui vi ho parlato non molte settimane fa, e si adatta alla perfezione alla proposta dell'ucraino. Anche la produzione varia, se la parte più nostalgica del Black Metal dei bei tempi ha un suono più grezzo e sporco ("The Sentinel", inedita e con una performance vocale degna di nota, raggiunge il culmine sotto questo aspetto), in quella più moderna è possibile notare una maggiore cura e pulizia.

Se lo scopo delle compilation è quello di far conoscere diversi aspetti di una band, con questo disco posso dire che l'obiettivo è stato raggiunto, anche grazie all'eccellente presentazione stampata sul digipak. Per chi fosse interessato a conoscere Deathrow, questo è un ottimo biglietto da visita: starà poi a voi capire quali lavori possano essere di vostro interesse. L'album può risultare interessante anche per chi già apprezza il progetto, in quanto sono presenti ben sei inediti e molti dei brani pubblicati sono rarità.

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DEATH RIDES A HORSE - Tree Of Woe


Informazioni
Gruppo: Death Rides A Horse
Titolo: Tree Of Woe
Anno: 2013
Provenienza: Danimarca
Etichetta: Infernö Records
Contatti: facebook.com/pages/Death-Rides-a-Horse/434141543331677
Autore: Mourning

Tracklist
1. For Those About To Die
2. (A Unified Vision Of A Transgalactic Empire) Open The Gates
3. Tree Of Woe
4. Beyond The Granite Threshold
5. Pantokrator
6. The Eye
7. Fly To The Rainbow [cover Scorpions]
8. Dominion Of Metal

DURATA: 58:32

I danesi Death Rides A Horse sono una band veramente interessante e infatti l'occhio attento di Fabien "Fab" Pinneteau, titolare dell'etichetta francese Infernö Records e amante delle belle voci femminili, li aveva già presi in considerazione nel 2012. Ricordo parecchi post su Facebook nei quali supportava la formazione ed esprimeva il desiderio di collaborarvi, beh, questo matrimonio artistico è avvenuto.

La ristampa di "Tree Of Woe", il secondo ep rilasciato dal quartetto l'anno scorso, in versione ampliata con il primo mini "Pantokrator" e la traccia inedita "Dominion Of Metal" a rendere più appetitoso il piatto servito, è un'operazione indovinata quanto gradita ai tanti che — come il sottoscritto — speravano di poterne acquisire una copia. L'incontro heavy/doom dalle reminiscenze stoner proposto gode di un più che discreto sviluppo nel songwriting e soprattutto di una carica emotiva passionale che rende i Death Rides A Horse particolarmente distanti dalle scelte "standardizzate" che sembra stiano diventando un peso gravoso nei confronti di una scena incentrata da sempre sulla qualità del prodotto più che sulla quantità dei lavori pubblicati. In questo specifico caso il gruppo è paragonabile a un incrocio che vede quali partecipanti Ronnie James Dio, Black Sabbath, Chastain, Candlemass e The Sword e che viene fornito di una produzione sporca quanto basta a supportare l'atmosfera scura.

In questa ambientazione che per tanti, per non dire tutti, versi ha un cuore che batte per gli anni Ottanta fa breccia come un coltello nel burro Ida (voce e basso) con la sua ugola pulita ed espressiva. La cantante fa affiorare un pizzico di personalità in una serie di brani che possiedono molto di conosciuto, evitando forzature e "digrignamenti" inutili, è tutto gradevolissimo. Non mi dilungherò in un "track by track" che ritengo inutile, i pezzi si assimilano facilmente e il bello è proprio quello: ricevere all'orecchio in maniera semplice ed efficace canzoni che fanno venir voglia di essere riascoltate svariate volte, con il gruppo che se la cava dignitosamente anche quando è chiamato a confrontarsi con episodi come la storica "Fly To The Rainbow", titletrack del secondo disco degli Scorpions, e la nuova, ma alquanto celebrativa, "Dominion Of Metal", traccia che i danesi dedicano agli Accept, accreditandoli quali ispiratori in fase di creazione e che insomma è valutabile al pari di un vero e proprio omaggio rivolto ai tedeschi.

Se nel recente passato avete avuto modo di apprezzare la musica dei Death Rides A Horse, tuttavia non siete riusciti a procurarvi nulla, questa speciale ristampa di "Tree Of Woe" diviene motivo valido d'acquisto; se invece non vi fosse stata ancora presentazione ufficiale fra le parti, quale occasione migliore per farlo se non questa? Pensateci.

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lunedì 20 maggio 2013

DESOLATION ANGELS - Desolation Angels


Informazioni
Gruppo: Desolation Angels
Titolo: Desolation Angels
Anno: 1986
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: desolationangels.co.uk
Autore: ticino1

Tracklist
1. Spirit Of The Deep
2. Evil Possessor
3. Valhalla
4. Unsung Hero
5. Death Machine
6. Wild Gypsy Woman
7. Dance Of The Demons
8. Angry Rain

DURATA: 45:51

Questa recensione fa parte dell'articolo intitolato "New Wave Of British Heavy Metal - Una Retrospettiva".

Desolation Angels è un nome veramente diverso da quelli utilizzati nel movimento NWOBHM. La musica non lo è di meno. Certo, si trovano altre stranezze ma questa formazione spunta particolarmente dalla massa, nonostante molti non lo abbiano mai notato.

Sei anni interi furono necessari per pubblicare questo disco, ora naturalmente dimenticato, composto anche da pezzi contenuti nelle demo dell'inizio carriera. Nel 1986 il thrash era già grande e il death era pronto a lasciare il trampolino. Il lavoro dei Desolation Angel mostra comunque nuovamente che il metal puro non era ancora morto e sepolto. Molti riff accattivanti e pezzi pieni di varietà allietano l'ascoltare attento e propenso agli stili più classici dell'espressione metallica. L'inizio è quasi malinconico, poi preceduto da una parte oggi definibile "ambient", ancora più straziante. Questo filo è teso durante tutta la durate dell'ellepì. Sono cosciente di utilizzare paroloni. I Demolition Angels erano una formazione che fornì metallo veramente resistente e che non deve necessariamente nascondersi dietro i grandi che ebbero più successo. La ritmica tende a volte la mano alla frazione hard rock, restando comunque nettamente metal.

Col passare del tempo la musica si evolse verso un power metal sobrio.

Ascoltate quello che volete di questi londinesi; non ne sarete delusi.

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lunedì 6 maggio 2013

DECEPTOR - Chains Of Delusion


Informazioni
Gruppo: Deceptor
Titolo: Chains Of Delusion
Anno: 2013
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Shadow Kingdom Records
Contatti: facebook.com/deceptoruk
Autore: Mourning

Tracklist
1. Transmission I
2. To Know Infinity
3. Heatseeker
4. Transmission II
5. Sentient Shackles
6. Oblivion's Call

DURATA: 19:31

Quando Tim McGrogan, titolare della Shadow Kingdom Records, ripone fiducia in un progetto difficilmente si sbaglia. La sua è una di quelle etichette delle quali ci si può fidare ciecamente, il rischio di ricevere delle delusioni è quasi azzerato. L'inserimento all'interno del proprio roster dei britannici Deceptor, band nella quale militano l'attuale batterista dei Solstice e membro dei Craven Idol James Ashbey, l'ex bassista (qui anche voce) dei Mutant Paul Fulda e Sam Mackertich alla chitarra e voce, rappresenta l'ennesima scommessa che lo statunitense è pronto a vincere; non senza qualche ostacolo, ma ci riesce.

Il trio, dopo aver pubblicato due demo ("Start The Assault" e "Bound To The Oath") e un ep ("Soothsayer"), si rifà vivo nel 2013, ancora una volta con una mini prova. Intitolato "Chains Of Delusion", il lavoro contiene sei tracce, due delle quali sono brevi intermezzi, uno posto in apertura e l'altro a metà lavoro, entrambi nominati "Transmission", la scaletta è quindi ridotta a sole quattro tracce di buonissimo speed-thrash. Gli anglosassoni dimostrano di essere in possesso della grinta e delle capacità per dar vita a canzoni che, utilizzando sia i muscoli che una struttura tecnica più che discreta nel tentativo di vivacizzarne il corso (nonostante su quest'ultimo aspetto ci sia ancora da lavorare), provano a dire la loro.

Se è vero che "Heat Seeker" e la conclusiva "Oblivion's Call" risultano apprezzabili per il modo in cui sfruttano i cambi di tempo, con la seconda decisamente multisfaccettata e meglio elaborata, "To Know Infinity" invece è costretta a difendersi tramite una composizione elementare che non dispiace, evidenziando però dei limiti che non appartengono a "Sentient Shackles", nella quale è stata innestata una lieve forma progressiva ad accrescerne il potenziale. Rimandi ai grandi dell'heavy quali Judas Priest e Maiden sono udibili nel sound, così come in alcuni momenti la voce sembra avvicinarsi a quella di Cronos, senza però mai diventare acida e graffiante come quella dei leader dei Venom.

I Deceptor dunque, pur rimanendo profondamente ancorati al metallo di stampo inglese, cercano di scuotere le acque. Certo la produzione approssimativa non gioca a loro favore, tuttavia "Chains Of Delusion" è l'ennesima riprova che il materiale sul quale poter continuare la propria crescita c'è. In attesa che la band ne dia conferma attraverso un'esposizione musicale di durata maggiore (sì, signori, ci vuole un album), vi consiglio di ascoltare l'ep e inserirli nella lista dei nomi "da rivedere" in futuro, per ora la promozione se la sono guadagnata sulla fiducia.

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DEATHMARCHED - Spearhead Of Iron


Informazioni
Gruppo: Deathmarched
Titolo: Spearhead Of Iron
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Violent Journey Records
Contatti: facebook.com/deathmarched
Autore: Mourning

Tracklist
1. Eve Of The Battle
2. Go War
3. Open Fire!
4. Death Master
5. In The Gory Fields Of Death
6. Iron Coffins
7. Sonderkommando III
8. Massmurderer
9. Sniper
10. The Witch Of Horror
11. Deathmarched

DURATA: 37:13

La formazione finnica dei Deathmarched è composta da veterani della scena, musicisti che ormai da anni solcano il panorama estremo avendo fatto parte, o facendone tuttora, di gruppi quali God Forsaken, Putrid, Bloodride, Funeral Planet, Veristi, Cryptic e Unshine. Perché dar vita a una nuova creatura allora? Chi lo sa, fatto sta che il 2012 per loro è stato l'anno del debutto con "Spearhead Of Iron", una classica incarnazione di death metal nella quale si fondono la matrice thrash, le scanalature profonde fornite dal groove e quel piglio epico battagliero riconducibile a più nomi, tutti distinguibilissimi.

Potrei mettermi qui a scrivere una lista di band che influenzano palesemente il suono dei Deathmarched, ma — dato che sono veramente evidenti — eviterei di dilungarmi, anche perché il difetto più grande insito nel disco è quello di seguirne pedissequamente le orme. Pur nutrendosi con devozione dello stesso spirito, la prestazione manca di quella vitalità che il passato del genere possiede. "Spearhead Of Iron" è pesante, duro e rozzo quanto basta, tira fuori i denti in un paio di circostanze ("Go War", "In The Glory Fields Of Death", "Sonderkommando III", "Massmurderer"), le quali fanno sperare in un cambio di marcia, o quantomeno in una presa di posizione, che possa garantire una "sveglia" alla fiera conquista che sembra sia in atto e che invece si pone appiattita nel corso della scaletta.

Intendiamoci, il disco è tutt'altro che definibile brutto e chi ama il death metal suonato e vissuto alla vecchia maniera lo gradirà come compagnia da infilare nello stereo. Gli si può chiedere però di affiancare l'orecchio esclusivamente in quel ruolo, poiché difficilmente troverà una strada che lo conduca a divenire un ascolto fisso e perpetuato nel tempo.

I Deathmarched hanno le idee ben chiare, sono sicuro che il futuro li vedrà proseguire su questa rotta e ciò che si chiede a coloro che suonano questo genere da una vita è di mettere un po' di se stessi all'interno del proprio lavoro. I musicisti interpretano il death con professionalità e con la conoscenza di chi questo mondo lo vive da una vita, adesso serve un pizzico di pepe "personale" nella proposta, renderla insomma compositivamente meno "canonica" e, se vi riuscissero, da lì in poi si parerebbe loro dinanzi una via in sola discesa.

A chi consigliare un album come "Spearhead Of Iron"? Ovviamente agli adoratori dell'old school senza compromessi. Se appartenete a tale cerchia d'ascoltatori, almeno una possibilità gliela dovreste dare.

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