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lunedì 26 agosto 2013

UR - Ur


Informazioni
Gruppo: Ur
Titolo: Ur
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/ur.doom.band
Autore: Mourning

Tracklist
1. Aurochs
2. Condor
3. Megaloceros

DURATA: 41:08

Gli Ur sono una nuova realtà appartenente all'ambito sludge-doom atmosferico proveniente dalla Germania che nasce dalla passione di altre due realtà già passate su Aristocrazia: parlo dei Chakrun e dei Seas Of Stone, recensite dal sottoscritto al tempo dello split condiviso. Il nome della band deriva da un gigantesco tipo di bestiame ormai estinto (dalla copertina non avrei escluso Uri, la divinità longobarda della neve e della caccia) e che a quanto pare, data la mole e il carattere tutt'altro che docile, sembra sposarsi bene col suono di questi musicisti.

Le movenze scelte per i tre capitoli del loro omonimo debutto sono lente, maceranti, psichedeliche e lugubri. La sensazione è pari a quella di chi raschia costantemente il fondo, circondato da un nero avvolgente e vigoroso che assume una connotazione più decisa e minacciosa nell'attimo in cui fa il suo ingresso il growl profondo, come nella prima traccia "Aurochs". Nella successiva "Condor" invece l'inquietante forma di epicità presente si tramuterà in agonia e disperazione dovute alla pesantezza pachidermica aggiuntiva, innestata dalla cattiveria e dalla dissestante flemma di stampo doom-death. Questa discesa perpetua è interrotta da un'improvvisa e dilaniante quiete post-metal, nella quale la strumentazione mantiene un profilo basso e crea un'atmosfera malinconica, nell'attesa del ritorno di quel sentore epico precedentemente evidenziatosi. A chiudere il trittico giunge "Megaloceros", canzone strumentale che — mantenendo la presa emotiva scura e alimentando l'incubo sinora raffigurato dalle sue sorelle — pone la parola fine al disco, lasciando un retrogusto di malsano che rimarrà in circolo per molto tempo dopo lo scoccare dell'ultima nota.

La produzione è più che buona, la strumentazione è distinguibile in toto e il basso, soprattutto, viene più volte messo in evidenza, dando alle corde pulsanti l'importanza che meritano.

"Ur" è tragicamente affascinante, un interessante segnale inviatoci da una formazione che potrebbe far breccia nel cuore degli appassionati fruitori di questo mondo particolare e a suo modo strettamente elitario. A essi consiglio caldamente non solo l'ascolto, ma l'acquisto dell'album, mentre agli Ur auguro vivamente di non rimanere autoprodotti ancora per molto, speriamo che un'etichetta attenta dia loro fiducia. In bocca al lupo ragazzi!utatela.

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lunedì 29 luglio 2013

ULTRA VIOLENCE - Privilege To Overcome


Informazioni
Gruppo: Ultra Violence
Titolo: Privilege To Overcome
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18
Contatti: facebook.com/ultraviolencemetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Spell Of The Moon
2. L.F.D.Y.
3. Order Of The Black
4. Stigmatized Reality
5. Restless Parasite
6. Turn Into Dust
7. The Voodoo Cross
8. You're Dead!
9. The Beast Behind Your Back
10. 10,000 Ways To Spread My Hate
11. Metal Milizia [cover Ira]
12. When Future & Past Collide
13. Ride Across The Storm

DURATA: 57:18

I piemontesi Ultra-Violence erano una promessa in attesa d'esser mantenuta, la band con l'ep "Wildcrush" aveva lanciato il sasso nello stagno agitando le acque, toccava quindi dare sostanza alla mossa compiuta, dimostrando di poter andare oltre il semplice smuoverle e a questo ci pensa il debutto "Privilege To Overcome".

Il quartetto composto dalle due asce Loris Castiglia (anche cantante) e Andrea Vacchiotti, dal bassista Roberto "Robba" Dimasi e dal batterista Simone Verre prosegue sulla strada intrapresa con il mini: il sound è basato sulla passione riversata dagli artisti nostrani nei confronti del thrash della vecchia scuola proveniente sia dalla Bay Area che dalla scena teutonica, abbiamo quindi a che fare con una prestazione robusta, corposa, frequentemente arrembante nell'impostazione ritmica, che mette sul piatto delle belle badilate come "L.F.D.Y.", "Restless Parasite", "Turn Into Dust" e "The Beast Behind Your Back". La band palesa una discreta propensione al variare, è cazzuta "Order Of The Black", nella quale troviamo in qualità di ospite Simone Mularoni (Dgm ed Empyrios), ed è anche melodicamente piacevole, mentre è invece forse un po' tirata per i capelli "The Voodo Cross" in cui appare la figura di Tony "Demolition" Dolan (Atomkraft, M-pire Of Evil, ex Venom e Mantas).

Il gruppo dimostra di saper spingere sul lato "core" nell'esecuzione in stile mordi e fuggi di "You're Dead" e di non aver timore nell'estremizzare la proposta, infliggendo delle sonore batoste in "10,000 Ways To Spread My Hate", dove Verre picchia sul rullante e velocizza la situazione in maniera prolifica, e in "Ride Across The Storm" dotata di un incipit annerito. Gli Ultra-Violence stanno crescendo e il riffing dell'opener "Spell Of The Moon", qualcosa di fantastico e ispirato, è l'ennesimo segnale che ne risalta le doti. Il passato per questi quattro ragazzi torinesi è fonte continua dalla quale attingere e l'omaggio rivolto ai loro corregionali Ira con "Metal Milizia" (pezzo pubblicato nel lontano 1985 e contenuto nell'unico demo "Power In Black") è solamente un ulteriore tassello che si va a inserire al posto giusto in un congegno che risulta ben oliato.

"Privilege To Overcome" è ben prodotto, il lavoro del già nominato Simone Mularoni svoltosi ai Domination Studio di Imola è pregevole, graficamente è supportato da un'opera orientata a richiamare il capolavoro di Stanley Kubrick "Arancia Meccanica" che porta la firma di Ed Repka (chi non conosce questo signore?); quale difetto gli si potrebbe addossare? I detrattori, quei "gentlemen" che vivono per contrastare e contestare tutto ciò che è prodotto al di fuori delle decadi storiche, soprattutto se rilasciato in Italia, tireranno fuori la solita manfrina sulla mancanza di personalità, sul nulla di nuovo privo di emozione e via dicendo, una critica che in parte potrebbe esser anche più che condivisibile in alcune occasioni, ma non mi sembra questo il caso. Quindi se dovessi cercare il cosiddetto pelo nell'uovo, forse, e dico forse, lo troverei nell'eccessiva lunghezza dell'album che, con una scaletta lievemente più contenuta sarebbe potuto essere ancora più diretto e decisivo nell'intento, tuttavia è questione di gusto, sono sicuro che ad altri andrà più che bene così com'è.

Tirando le somme: la promessa di cui scrivevo in testa alla recensione è stata mantenuta, i torinesi iniziano a brillare, non abbiamo fra le mani un capolavoro, ma un bel disco di salutare, vivace e ben suonato thrash. Augurandoci che questo sia solo il primo passo di un'avventura che porti loro ulteriori soddisfazioni in futuro, vi consiglio vivamente d'ascoltarlo. È la conferma di come il nostro panorama metal non sia per nulla inferiore a quello di nazioni maggiormente quotate, è il supporto che manca... ma quello si sa, è storia vecchia, troppo vecchia.

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lunedì 17 giugno 2013

UTAH - Utah


Informazioni
Gruppo: Utah
Titolo: Utah
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/utahrock
Autore: Mourning

Tracklist
1. Bisontennial
2. Chickamagua
3. Ambian
4. Help
5. Kneecaps
6. Traveler
7. Leaf Us
8. Cryogenics
9. Black Sandwich

DURATA: 52:32

Capita spesso di scoprire una band che non conoscevo, una di quelle formazioni prima ignote ma che diventano parte integrante dei miei ascolti quotidiani: a quanto pare, questo ruolo viene adesso ricoperto dagli Utah. Il quartetto statunitense proviene da Athens, Georgia, ed è così composto: Wil Smith e John McNee alle chitarre e alle voci, Erik Budde al basso e Chris Holocombe alle pelli. Il primo contatto con la loro musica è avvenuto tramite la loro pagina Bandcamp, poi successivamente, dopo aver richiesto e ottenuto il loro disco di debutto, ho potuto approfondire l'ascolto con piacere.

Il gruppo fa confluire stoner, sludge, psichedelia e sottili venature doom all'interno di canzoni capaci di avere sia un impatto solido e roccioso che un'atmosfera dal retrogusto southern rock. Esempio esplicito di questo modo di comporre e fondere le numerose influenze la tripletta di brani posta in apertura: "Bisontennial", "Chickamagua" e "Ambian". La proposta degli Utah, comunque, non si limita esclusivamente a questi aspetti: nella contorta "Help" l'aria diventa più densa, sinistra e minacciosa; "Kneecaps" offre spazio a uno sviluppo maggiormente melodico, con le voci a tratti cantilenanti di Will e John. "Traveler" invece, quasi a dar vita a un'altalena emotiva spinta dall'amarezza, appesantisce l'atmosfera guidandoci nel secondo trittico, quello composto da "Leaf Us", "Cryogenics" e "Black Sandwich": qui luci e ombre già presenti nei brani precedenti emergono nuovamente in una conclusione che conferma la solidità della proposta della formazione americana.

"Utah" è un disco che sprizza genuinità e una marcata personalità, fra passaggi di synth, momenti fuzzy e qualche sessione acustica utile per far mollare un po' la presa a una morsa ben stretta. L'album non palesa difetti che possano svalutarne il contenuto: anzi, la proposta è talmente ricca che la voglia di riascoltarlo una volta finito non manca di certo. Vi consiglio di cimentarvi nell'ascolto di questo lavoro e considerarne l'acquisto: è una band con la quale gli appassionati del panorama sludge/stoner dovrebbero entrare in confidenza. Se non vi fidate del mio pensiero, mi auguro sia il vostro udito a fornirvi la prova necessaria a farlo.

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lunedì 3 giugno 2013

UNDERFLOOR - Quattro

Informazioni
Gruppo: Underfloor
Titolo: Quattro
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Suburban Sky
Contatti: facebook.com/underfloor
Autore: Mourning

Tracklist
1. Come Un Gioco
2. Don't Mind
3. Indian Song
4. Lei Non Sa
5. Linea Di Confine
6. Solaris
7. Intorno A Me
8. Stomp
9. L'Uomo Dei Palloni
10. Sul Fondo

DURATA: 39:52

I toscani Underfloor sono già stati nostri ospiti, il sottoscritto ha avuto il piacere di recensire il loro terzo album "Solitari Blu" e di intervistarli. In questo 2013 ho occasione di entrare in contatto con "Quattro", il nuovo album che conferma le buonissime impressioni lasciatemi nel recente passato.

La qualità più intrigante del disco risiede nel suo essere costantemente ricco di sfaccettature sonore, difatti è impossibile rinchiudere la band all'interno di un genere preciso. Il rock proposto sa essere cantautorale, popolare e allo stesso tempo giocare con le evoluzioni del prog settantiano e fasciarsi con la raffinatezza di certi atteggiamenti jazz, lasciandosi così aperta ogni possibilità di variare e far fluire al suo interno chissà quale soluzione tesa ad arricchire sia la prospettiva strumentale che quella atmosferica. Fascino, sì: i pezzi ne sono letteralmente ammantati, sarà per le melodie che sembrano nascere in maniera così genuina e improvvisata, sarà per quell'animo un po' melancolico, un po' giocoso e a momenti lievemente psichedelico che tiene incollato l'orecchio.

Di brano in brano si succedono "Come Un Gioco", "Indian Song", "Stomp", non te ne sei neanche accorto e sei già arrivato alla fine, passando attraverso due episodi strumentali perfettamente amalgamati nel contesto come "Solaris" e "L'Uomo Dei Palloni", i quali rendono ancor più sognante e ammaliante l'ambientazione. "Quattro" emana calore, sensazione rafforzata dalle continue vibrazioni fornite dalla chitarra di Marco Superti, dalla stupenda ed elegante prova di Giulia Nuti che adorna i pezzi con la sua viola, dalle indovinate intrusioni elettroniche e dagli effetti che vanno a fornire un'ulteriore carica d'etereo al canto di Guido Melis. A tutto ciò poi si aggiunge la perpetuata scelta di registrare utilizzando esclusivamente tecnologia analogica.

Gli Underfloor sanno quali sono i loro obiettivi e in altrettanta maniera conoscono ciò che serve loro per raggiungerli, questo disco ne è la riprova. Sono una realtà decisamente da seguire e da valutare anche in sede live, aspetto che certamente diverrà fondamentale per coloro i quali decidano di intraprendere, o continuare a percorrere, i loro sentieri lastricati di note. E come farlo se non ascoltandone le pubblicazioni?

Perché andare a cercare proposte "alternative" fuori dai nostri confini se abbiamo formazioni come questa che non hanno nulla da invidiare a compagini più "celebrate"? Prendete quindi in considerazione il pensiero di far vostro "Quattro", è ancora un centro pieno quello fatto registrare dai toscani, sono bravi, davvero bravi.

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lunedì 20 maggio 2013

UNBORN SUFFER - Unborn Suffer


Informazioni
Gruppo: Unborn Suffer
Titolo: Unborn Suffer
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Ghastly Music
Contatti: facebook.com/UnbornSuffer
Autore: Mourning

Tracklist
1. Human (I Am)
2. I Am Your Nemesis
3. Drugie Powolanie
4. Chains Of Nothingness (Rotten Womb)
5. From Torture To Concience
6. Post Abortum Pt 2
7. All Hope Abandoned
8. In Shadows And Dust [cover Kataklysm]
9. Deadly Deceivers
10. Fuck Until I Die
11. Procreated Suffering
12. Unborn Suffer

DURATA: 26:34

Gli Unborn Suffer hanno festeggiato la decade d'attività nel 2012, dopo aver mosso i primi passi nel 2002 con il demo "Unborn Suffer". L'anno passato hanno rilasciato fra l'altro la loro quarta uscita full, anch'essa dal titolo omonimo, come a voler rinverdire gli intenti d'inizio carriera.

La formazione polacca, la quale cambia membri in formazione come fossero mutande al mattino (l'ultimo a finire fuori dai ranghi è stato il cantante Maciej "Mithras" Sybilski, presente proprio in questo disco), si muove all'interno della zona "brutallara", rimanendo legata a uno stile affine agli anni Novanta, in cui le tirate all'impazzata sempre e comunque non erano d'obbligo. Troviamo quindi, oltre alla forma di violenza caratterizzata da tempistiche martellanti e a spron battuto, anche sezioni dove il sound diviene più cupo e morboso, allentando la presa.

Non inventano niente di nuovo, la solfa è quella che conosciamo e ascoltiamo da tempo immemore, e che ci piace proprio perché pesta cattiva e alimenta atmosfere marcescenti, oltretutto con buonissimi risultati: "Human (I Am)", dal quale è stato ricavato anche un video; "I Am Your Nemesis", in cui appare il primo ospite (Levan dei Mastabah, autore pure dell'assolo contenuto in "All Hope Abandoned") che inserisce la sua "dolce" ugola nel contesto; la brevissima e ficcante "Chains Of Nothingness (Rotten Womb)"; "Procreated Suffering", secondo episodio che vede il supporto di un elemento esterno alla band (Andy Weedgrinder dei particolarmente "stoned" Cannabis Corpse) sempre alla voce.

È discutibile invece l'utilità degli intermezzi "Post Abortum Pt 2" e "Fuck Until I Die", mentre sono apprezzabili sia la cover dei Kataklysm di "In Shadows And Dust", estremizzata per l'occasione, che l'ambientazione decadente fornita dai synth dell'ospite Lestath nella titletrack strumentale posta in chiusura del lavoro. C'è pure una piccola sorpresa prima della reale conclusione del disco, però la lascio scoprire a voi.

Gli Unborn Suffer sono una di quelle band che svolgono il compito in modo onesto e privo di sbavature. Mostrano di possedere un batterista, Lukasz "Lukass" Ziólkowski, capace di fornire dinamismo alla proposta (notate i buonissimi i cambi di tempo in "Deadly Deceivers") e dal canto suo Maciej sciorina una prova convincente per quanto concerne la combinazione fra growl, scream soffocati e invasioni "suine" dietro al microfono.

In definitiva, se nel vostro stereo girano ancora e ancora gli album dei vecchi Devourment e Dying Fetus, se quel periodo musicale per voi non è mai finito, un ascolto a "Unbourn Suffer" dovreste decisamente darlo e chissà, magari a un prezzo discreto potreste anche togliervi lo sfizio dell'acquisto.

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lunedì 4 marzo 2013

UNSPOKEN - Requiem Aeternam Deo


Informazioni
Gruppo: Unspoken
Titolo: Requiem Aeternam Deo
Anno: 2013
Provenienza: Oslo, Norvegia
Etichetta: Deathrune Records
Contatti: facebook.com/unspokennorway
Autore: Bosj

Tracklist
1. Baptised On The Altar Of Rats
2. Redemption Scars
3. Death Of A Dinasty
4. Among The Carnage
5. Dawn Of The Maggots
6. Leviathan Rise
7. The Culprit
8. Void Of Eden Pt. I
9. Void Of Eden Pt. II
10. Oppression Pawns And Poisonous Tongues

DURATA: 47:54

Sette anni, sette anni e uno split separano "Requiem Aeternam Deo" dal precedente "Primal Revelation". La Norvegia non ci ha mai abituati al death metal, ma ascoltando questi dieci brani del quintetto di Oslo abbiamo la conferma che anche la terra dei fiordi può dire la sua in un genere storicamente legato ai "cugini" più ad est.
Il secondo disco degli Unspoken si è fatto attendere a lungo, tuttavia ne è valsa la pena.
È bene premettere che stiamo parlando di death metal di un certo tipo: non la foga, non l'ignoranza caciarona e divertente, non la velocità a tutti i costi, né, soprattutto, il tecnicismo spesso sterile e fine a se stesso. Questo è un disco pensato, è un album curato, ragionato e particolare nel suo essere classico. Registrato ad Oslo, sebbene mixato e masterizzato dalla nostra vecchia conoscenza Markus Skroch (Hel) nel suo Kalthallen Studio, il platter gode di suoni ottimi, puliti e "caldi", oltre che di una confezione di tutto rispetto: un elegante digipak al cui interno il booklet riporta testi e immagini correlate.
Il lavoro si apre con un brano che è una dichiarazione d'intenti: "Baptised On The Altar Of Rats" ci racconta niente altro che della nascita e del rito di adorazione dell'Anticristo. Da cui un facile, ma indubbiamente particolare parallelismo: gli Unspoken fanno propria la lezione tematica del black svedese, tra Ondskapt, Watain e via discorrendo, e la traducono con sapienza e personalità nella propria visione musicale. Tenebra, malvagità, simbolismo più o meno celato e disprezzo dichiarato per la religione: ecco le colonne su cui è costruito "Requiem Aeternam Deo".
I brani non sono immediati: le strutture quasi mai prevedono ritornelli eccezion fatta per "The Culprit" e "Void Of Eden", i testi sono tutt'altro che brevi, né gli sparuti up-tempo sono lì per fare facile presa. Tutto è finalizzato all'odio, al rifiuto e al rigetto del sacro, cionondimeno per comprendere appieno il verbo degli Unspoken è necessario un ascolto approfondito, da cui volta per volta fuoriusciranno nuovi dettagli.
La voce di Kent Are Sommerseth ricorda il taglio di Micke Jansson dietro il microfono degli Unanimated: un urlo sporco, maligno, ma comprensibile e non animalesco, perfetto per il "mood" generale dell'album. Le linee di chitarra seguono lo stesso filone, non permettendosi mai uno "spessore" esagerato, né rifugiandosi nella freddezza degli assoli, bensì intessendo trame mediamente semplici eppure funzionali, i cui riff spesso dilatati assumono il ruolo di palcoscenico su cui vermi ("Dawn Of The Maggots") e mostri biblici ("Leviathan Rise") recitano la loro parte.
Per gli amanti di certo death metal e di certo black metal, un album da approfondire, scoprire e sviscerare.

There's no place for regrets and no time for their creed
Allow all our morals to collapse into dust
And rebuild all our structures

("Void Of Eden").

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domenica 3 marzo 2013

UNDER THE ABYSS - A Wavering Path


Informazioni
Gruppo: Under The Abyss
Titolo: A Wavering Path
Anno: 2012
Provenienza: France
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/undertheabyss
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Descent
2. Stoneskin
3. I Forgot Who I Am
4. Dead Inside
5. Behind The Eyes Of Ignorance
6. Despicable Life
7. Against The Dreams
8. Way Of Life
9. Another Day To Survive
10. The Will To Change
11. Buried Alive

DURATA: 57:48

Le autoproduzioni sono il settore che odiernamente regala le maggiori sorprese. L'underground metal è sempre stato florido, e se una volta si poteva lamentare probabilmente la mancanza di accuratezza nel rilascio del demo o del debutto che poteva fare la differenza, oggi in molti alzano la testa, forti di produzioni di livello anche superiore rispetto a nomi noti di certe case discografiche.
Prendiamo il caso degli Under The Abyss, la formazione di Brest suona un heavy/thrash decisamente sporcato dalle influenze moderne alla Trivium, i cui numi tutelari sono i Metallica, parzialmente Megadeth e Iced Earth, con un pizzico di Blind Guardian che si cela dietro l'angolo; ascoltate "Dead Inside" e capirete. Le basi sono solide e gli influssi assorbiti con ottimo risultato e fatti propri per convogliare il tutto all'interno di "A Wavering Path".
Cosa possiedono in meno dei floridiani? A parte un contratto con la Roadrunner, direi proprio poco o nulla, infatti una volta ascoltato il disco e incrociati brani che per composizione e resa risultano veramente trascinanti, ci si
chiede spontaneamente perché non siano supportati da una etichetta: è il caso dell'opener "Stoneskin" e dell'accoppiata formata da "Behind The Eyes Of Ignorance" e "Despicable Life"; la parte introduttiva di quest'ultimo brano fornisce un breve déjà vu, ricordando molto lo stile dei norvegesi Communic,
Tale panorama musicale non è certamente gradito a tanti, il cosiddetto metalcore ha un po' rotto i maroni, inutile girarci attorno, dato che la stragrande maggioranza di noi, compreso il sottoscritto, la pensa così; è però altrettanto vero per gli amanti del filone che un disco come "A Wavering Path" si attesterebbe comunque ben oltre la media non esaltante delle uscite che fanno il verso agli stili più datati.
Tenendo poi conto che le sezioni altamente melodiche e orecchiabili non mancano né sfigurano al cospetto di quelle sin qui propinate dai rinomati statunitensi
(e sono sicuro che un appassionato le desideri) e che il richiamo da videoclip potrebbe giocare a loro favore, scegliere un singolo da trasmettere in rotazione e tentare di sbarcare nel mercato a stelle e strisce sarebbe una mossa opportuna da compiere.
Cosa servirebbe agli Under The Abyss? Un colpo di fortuna e una etichetta pronta a scommettere su di loro, la presentazione offerta con questo debutto dovrebbe essere un biglietto da visita alquanto invitante. In bocca al lupo ragazzi.

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lunedì 25 febbraio 2013

UPIR - Possession


Informazioni
Gruppo: Upir
Titolo: Possession
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Eastside - Witches Sabbath Records
Contatti: facebook.com/upirrr - upir666@hotmail.com
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Ritual I
2. The Blinds Of Winter Storms
3. Rats
4. Satanic Curse
5. Possession
6. Ritual II

DURATA: 22:16

Ho notato che negli ultimi tempi, qui su Aristocrazia, abbiamo assistito al passaggio di una curiosa quantità di band Black Metal provenienti dall'Europa dell'Est, Polonia in particolare, se non erro.
Perchè non proseguire dunque sulla stessa scia con il debutto degli Upir?
Il duo composto da Herr Legion (responsabile di voce e testi) e Herr Skogen (curatore di tutti gli strumenti) però, contrariamente a quanto spesso accade al Black Metal proveniente da quelle lande, non è politicamente schierato (e se lo è non lo lascia intendere, ecco), preferendo invece argomenti satanico/antireligiosi di natura più canonica.
Ci introduce in questo lavoro l'atmosfera sinistra, ancestrale e demoniaca di "Ritual I" che, con "The Blinds Of Winter Storms", si tramuta presto nell'espressività oscura e primordiale che ben conosciamo: i Mayhem, i Satyricon più gelidi e i Darkthrone rimangono riferimenti imprescindibili per chiunque si cimenti nel suonare la forma più classica del Black Metal.
Il suono non concede tregua, è basso, grezzo, tagliente, malvagio e il timbro vocale impiegato, soprattutto nei momenti più "sgolati", non potrà che riportare alla memoria Nocturno Culto, al punto che molte volte mi sono mentalmente preparato a sentir uscire da quella gola contorta l'agghiacciante "the eye of Satan", espressione in cui il caro norvegese si produceva in un pezzo come "Quintessence".
Gli Upir sono comunque in possesso di una discreta capacità di variazione, fatto facilmente riscontrabile in episodi come "Possession" e "Rats", schegge di malignità che ruotano attorno a tempi non soltanto furiosamente veloci, un andamento tale da lasciar fluire anche un certo sviluppo atmosferico ribollente di pece e zolfo.
Un punto che potrei contestare nel lavoro svolto dal duo polacco potrebbe essere il fatto che ben tre pezzi su sei, costituenti più di un terzo dello scarso minutaggio complessivo, sono soltanto intermezzi. Tralasciando "Ritual I" e "Ritual II", rispettivamente intro e outro, la scelta di piazzare un pezzo "da chiusura" come "Satanic Curse", senza nulla voler togliere alla visione oscura e diabolica evocata, in centro alla tracklist, spezzando così il ritmo del prodotto, mi pare una scelta non proprio felice.
Tutto sommato, comunque, "Possession" è un EP onesto e senza fronzoli, una prova canonica e schietta che potrà essere un ascolto interessante per tutti coloro che pasteggiano giornalmente con le portate più tipiche della tradizione Black Metal.

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lunedì 4 febbraio 2013

URTICANT - Apocalyptical Invocations


Informazioni
Gruppo: Urticant
Titolo: Apocalyptical Invocations
Anno: 2012
Provenienza: Massa, Toscana, Italia
Etichetta: Obscurus Records
Contatti: myspace.com/urticant
Autore: Bosj

Tracklist
1. Burial Of Affections
2. Intolerant Deathfuck
3. I Am Armageddon
4. Demon Fever
5. Holy Regurgitation
6. Rabid Death

DURATA: 19:27

Approfitto della recensione per scusarmi con la band per le mie tempistiche bibliche nel prepararla. Questo specificato, lasciate che vi presenti gli Urticant, o meglio, che ve li ri-presenti, dato che d'altri non si tratta che dei Nebrus, di cui avevamo parlato la scorsa primavera: Mortifero (strumenti) e Noctuaria (voce) sono tornati e sono più agguerriti e battaglieri che mai.
Il progetto Urticant nasce infatti come costola della band madre (i Nebrus, chiaramente), con, citando testualmente Noctuaria, "l'intenzione di rendere omaggio alle band di metal estremo della fine degli anni '80, come Hellhammer, Possessed, primi Bathory e Mayhem". Intento pienamente raggiunto, aggiungo io.
Le sei tracce di "Apocalyptical Invocations" raccolgono tutto il materiale creato dalla nascita del progetto (2009) ad oggi, se non lo sapessimo (e non riconoscessimo il cantato di Noctuaria) potremmo benissimo pensare però di trovarci davanti alla rimasterizzazione di una cassetta datata 1989.
La matrice black è ovviamente dichiarata e palese, ma è come se in questi brani i due musicisti toscani avessero deciso di prendere la musica dei Nebrus, decostruirla e letteralmente "invecchiarla" fino al periodo desiderato per vedere cosa sarebbe saltato fuori.
Da cui il black marcio, veloce, lo-fi e fottutamente thrashy di questa manciata di invocazioni apocalittiche, registrate nella "Camera Ardente" di Mortifero che, come nel caso di "From The Black Ashes" per i Nebrus, si è anche occupato di produzione, mastering e mixaggi.
Siccome non era abbastanza, il polistrumentista ha realizzato anche il (bell')artwork, rendendo questo ep una uscita gestita al 101% secondo il gusto dei propri creatori. Noctuaria come sempre ha l'invidiabile capacità di infondere personalità con il proprio cantato particolare, roco e inferocito, mentre Mortifero riesce a mescolare perfettamente una chitarra che sembra uscita da "Into The Pandemonium" o "Welcome To Hell" ad accelerazioni di batteria furiose e scalpitanti.
Le tematiche naturalmente sono in linea con quanto la cosiddetta "first wave" del black metal propose al mondo ormai venticinque anni or sono: non c'è da stupirsi leggendo del rifiuto (anzi, della ripugnanza) nei confronti della religione secolarizzata ("Holy Regurgitation"), o del disprezzo del perbenismo ("Intolerant Deathfuck").
Per concludere, informazioni "tecniche": l'ep è stato prodotto lo scorso autunno in sole sessantasei copie su cd, ma proprio di questi giorni è la notizia della sua ristampa in tape ad opera della Shattenkult Prod, che già si premurò l'anno passato di stampare proprio "From The Black Ashes".

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domenica 30 settembre 2012

UNCHALLENGED HATE - New Hate Order


Informazioni
Gruppo: Unchallenged Hate
Titolo: New Hate Order
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Grind Attack
Contatti: facebook.com/unchallengedhate
Autore: Mourning

Tracklist vinile
1. Concept Of Deceit
2. Dichotomy
3. Of Thousand Fires
4. Democracide
5. Hostile Intent
6. Dowpal
7. Blackwater Rising
8. Wooden Pride
9. WW III
10. The Three Beasts
11. Laid To Waste
12. New Hate Order

Tracklist bonus
1. Henkersmahlzeit
2. Politics (2012)
3. Foul Existence

DURATA: 44:45

I tedeschi Unchallenged Hate si sono pian piano ritagliati una fetta di spazio all'interno della scena death/grind.
La formazione che vede nelle sue fila l'axeman Robert Nowak (ex di Jack Slater, Japanische Kampfhörspiele e membro attivo di Fake Idyll e Phobiat) e il batterista Carsten Rehman (Mercury Tide ed ex Call Of Charon) ha da poco rilasciato la quarta release "New Hate Order" in versione vinile, a questo è stato allegato un codice per il download di tre tracce bonus. In totale ci sbattono contro tre quarti d'ora di musica "no compromise" e dal gusto molto nineties.
Inevitabile citare il Napalm Death fra le influenze primarie, non credo proprio si tratti di una casualità la scelta del monicker, sono poi riscontrabili quelli che erano i Dying Fetus primordiali e in minima parte anche il passato di Nowak negli Jack Slater si fa sentire (ascoltando un brano come "Democracide" lo noterete più che in altri momenti).
Il platter è energico, disposto a percuotere con assiduità e intenzione di affondare i colpi senza pensarci su due volte, ad esempio le accelerazioni di "Dowpal" rimembrano le spietate martellate dei Brutal Truth, le soluzioni in alcuni frangenti avvalorano partiture core come in "Blackwater Rising", la cattiveria di "Of Thousand Fires" dichiara a voce grossa che non si fanno sconti per nessuno e allora... e allora arrivi a "The Three Beasts", pezzo bello quanto inusuale all'interno del contesto sinora snocciolato, e ti chiedi se ci stia davvero bene oppure no, cingendo con melodie malevole azzeccate e la profondità del growl di Tobias a incastrarsi in una forma quasi "epica" che di primo acchito potrebbe spiazzare.
Eppure le sue dinamiche evolutive e una composizione che scardina i sino allora graditissimi ma rigidi cardini death/grind fanno confluire in "New Hate Order" linfa vitale inaspettata. Questi musicisti sanno sorprendere e con la titletrack posta in coda ne danno riprova, confezionando una traccia dalle ritmiche e dagli umori altamente instabili che scemano in un protrarsi di rumori sempre più scevro e minimale sino al definitivo spegnersi.
I tre episodi bonus ("Henkersmahlzeit", la versione 2012 del brano che da titolo al loro secondo lavoro in studio del 2002 "Politics" e "Foul Existence") si allineano alla schiera di legnate ben assestate già esibite in precedenza, il dessert che sta bene a chiusura di un lauto pasto.
Gli Unchallenged Hate sono in ottima forma e si candidano a divenire un porto sempre più sicuro per coloro che amano il death/grind, siete fra loro? Bene, il consiglio è quello di acquistare "New Hate Order" e godervelo a volume esagerato.

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lunedì 3 settembre 2012

UZALA - Uzala


Informazioni
Gruppo: Uzala
Titolo: Uzala
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: At War With False Noise
Contatti: facebook.com/pages/UZALA/108093595875096
Autore: Mourning

Tracklist
1. Batholith
2. The Reaping
3. Ice Castle
4. Fracture
5. Wardrums
6. Cataract
7. Plague
8. Gloomy Sunday

DURATA: 44:37

Le donne e il panorama doom, signori non ce lo neghiamo, stanno diventando una potenza crescente e inarrestabile, è sempre più facile incrociare formazioni non valide ma di più, che in qualità di cantante esibiscono una fanciulla brava e artisticamente competente.
Jex, Alia, Lori, vi dicono qualcosa questi nomi? Sono sicuro li avrete subito ricollegati alle band di appartenenza e adesso inserite in memoria anche quello di Darcy Nutt, chitarrista e cantante degli statunitensi Uzala.
Dopo aver prodotto un solo demo nel 2010, il quartetto dell'Idaho rilascia il debutto omonimo e se è vero che nessuno al giorno d'oggi riesce ad inventare più nulla, è altrettanto vero che quando si ha fra le mani un disco dalle indubbie qualità quest'ultime vengono fuori, si fanno notare e attraggono.
La tracklist prende il via con "Batholith" e il pezzo spiazza, la produzione è ovattata e il sound disturbante mi fanno chiedere il perché di questa scelta. Pensavo infatti il prosieguo mantenesse tale caratteristica e invece l'introduzione differisce dal resto del platter, l'esecuzione di "The Reaping" diviene chiaramente intellegibile innescando quel feeling doom ipnotico e suadente che verrà confermato dall'atmosfera decadentemente grigia di "Ice Castle".
Le frizioni provocate dall'iraconda "Fracture" e l'appeal melodico di una "Wardrums" elegantemente malevola, episodi nei quali è Chad Remains, anch'esso chitarrista e cantante, a dare apporto vocale, s'imperniano su ambientazioni maggiormente ruvide e abrasive ma quell'aura ancestrale, quell'essere quasi a spasso nel tempo tramortiti da sostanze allucinogene i quali effetti si espandono con le note non è stato accantonato, infatti la profondità e l'immersione nei desolati, lenti e affascinanti panorami doom dipinti da "Plague" e "Gloom" sono lì, attendono solo d'essere scoperti e visitati dalla nostra mente.
Non mi stancherò mai di ripeterlo, il mondo del "Destino" sforna piccole gemme con una continuità che ha dell'esaltante, il nome Uzala che fino a pochi mesi fa era per me sconosciuto è adesso l'ennesimo monicker da segnalare a voi che adorate il genere quanto e più del sottoscritto.
La naturalezza e il fascino occulto di album come "Uzala" non possono e non devono passare inosservati. Comprate, comprate, comprate!!!

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domenica 5 agosto 2012

UGH! - Waste

Informazioni
Gruppo: Ugh!
Titolo: Waste
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Elektrohasch Records
Contatti: elektrohasch.de
Autore: Mourning

Tracklist
1. Trank
2. Mine
3. Tar
4. Heat
5. Suck
6. Ira
7. Starve
8. Down
9. Kite
10. One Second
11. Ash
12. Manhole

DURATA: 51:25

Gli Ugh! sono di sicuro un nome conosciuto fra gli appassionati di un certo sound che si divide tra sensazioni desertiche, noisy e alternative, i tedeschi sono al quarto disco con "Waste" e si confermano come artisti capacissimi ma ai quali manca ancora lo spunto da "star".
Il platter in questione ci propone parecchi spunti interessanti, è perennemente in bilico, una sensazione da altalena che pervade le tracce e che nel blocco iniziale si presenta maggiormente decisa e incline a connotazioni stoner/doom miste grungy/noise che potrebbero essere viste come una strana coincidenza astrale fra Jesus Lizard, Kyuss e Nirvana. Con quest'assetto così "ibrido" si evita ai brani la cosiddetta fossilizzazione, c'è una vitalità pimpante e coinvolgente, di sicuro coinvolgimento in tal senso l'accoppiata che vede susseguirsi "Mine" e "Tar" mentre "Ira", il pezzo più breve in scaletta, ci regala anche un discreto feeling punkettone.
L'organo hammond eseguito da Burkhard Gottmanns in "Heat" e Christian Sonnberger in "One Second" aumenta la profondità atmosferica dei brani, quest'ultimo strumentale possiede un animo decisamente rivolto al southern sound degli States, offrendo anche un'ambientazione più da viaggio, le linee di violino in "Ash" risultano poi ben incastonate in un impianto sonoro che quando suona più rock raggiunge le vette più alte.
"Waste" è un buon disco, un tantino omogeneo nella prima parte ma che recupera alla grande nella seconda, se non fosse per qualche forzatura e voglia in alcuni casi di strafare gli Ugh! avrebbero potuto partorire un gioiellino.
Gli undici minuti di "Manhole" dai contorni pesantemente "fangosi" rispetto al resto confermano che non è di certo l'ispirazione a mancare alla band, quanto una visione globale del disegno.
Non è questo che bloccherà, vi è una discreta quantità di buona musica e il disco l'ascolto lo merita, sul mantenersi o meno all'interno della vostra personale lista di "on air" giornalieri ci scommetto meno ma la vita è imprevedibile e i gusti personali.
L'unica cosa che rimane da fare è inserire "Waste" nello stereo e prendere la decisione che ritenete più adatta a voi.

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lunedì 23 luglio 2012

ULTRA-VIOLENCE - Wildcrash


Informazioni
Gruppo: Ultra-Violence
Titolo: Wildcrash
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18
Contatti: myspace.com/ultraviolencemetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Wildcrash
2. Infernal Trip
3. Frustration Of The Soul
4. Inhuman Slaves
5. Herpes

DURATA: 21:32

Una band che si presenta con un monicker come Ultra-Violence direttamente ripreso in maniera quasi certa dallo storico album dei Death Angel che musica potrà mai proporre? A meno di sorprese la risposta è ovviamente thrash metal.
La formazione piemontese non disinganna le attese infilando nel primo ep della loro carriera cinque pezzi che sembrano usciti in tutto e per tutto dal periodo d'oro della generazione prima del Bay Area sound, inutile quindi ripetere all'infinito chi siano i nomi e quali siano le caratteristiche di sonorità che amiamo, conosciamo da tempo e che accompagnano e continueranno ad accompagnare le nostre voglie metalliche.
Quello che conta davvero è che i musicisti nostrani nella loro ostinata "ortodossia" piazzino quasi ventidue minuti di ottima musica da far invidia a tanti nomi maggiormente blasonati, non c'è respiro, solo una carica spietata e una sequela di riff che obbliga le lancette del tempo a tornare magicamente indietro di ben oltre due decadi.
Non mi lancerò in un track by track tedioso e onestamente inutile, per apprezzare "Wildcrash" basterà semplicemente aprire il cassettino del lettore, inserirlo, alzare fottutamente il volume e scuotere notevolmente "la capa". Devo dire che la produzione molto ben curata offre il suo contributo all'esplosione delle tracce, c'è davvero di che gongolare.
Thrash per chi ama il thrash e per di più una produzione di casa nostra? Che dirvi se non acquistate e supportate questa giovane realtà e chissà che in futuro gli Ultra-Violence non ci regalino anche un disco di debutto esaltante, con queste basi tutto è possibile!

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URLO NERO - Abbi Fede


Informazioni
Gruppo: Urlo Nero
Titolo: Abbi Fede
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Dramma Records
Contatti: infourlonero[at]gmail.com
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Tenebra
2. Agnello Di Dio
3. Abbi Fede
4. Guerra Interiore

DURATA: 15:44

Ditemi, non pensate che "urlo nero" sia una sinestesia stupenda da utilizzare come monicker di una band metal?
Devo ammettere che fu proprio l'uso di questa figura retorica a suscitare il mio primissimo interesse nello scrivere al riguardo di un duo agrigentino, gli Urlo Nero appunto, di cui mi trovo tra le mani il debutto assoluto in studio, un demo intitolato "Abbi Fede".
"Tenebra", un mid-tempo maligno e tagliente, funge da opener a questo lavoro: la voce di A. può riportare facilmente alla mente alcune performance del caro vecchio Abbath ("Battles In The North" è un richiamo forte) mentre il versante musicale è più orientato a ricalcare le orme lasciate dai Darkthrone nelle loro più recenti uscite.
In "Agnello Di Dio" e "Guerra Interiore" i riferimenti si spostano maggiormente verso una sfera Black/Thrash che miscela bene elementi Aura Noir a certi insegnamenti di casa Venom e alcune lievi spruzzate Carpathian Forest, e che si avvale di morbose e malsane atmosfere in cui ristagnano spesso echi oscuri e sinistri. A proposito di echi: aspetto da rimarcare, in "Guerra Interiore, è l'utilizzo della seconda voce (ad opera dell'ospite Kalàth, stando alle informazioni) che, seguendo la linea principale, ne rinforza la scia e che sembra ricalcare con sangue e fuoco i concetti espressi.
La title-track è invece una strumentale decisamente valida in cui i nostri riescono ad inanellare una bella serie di riff che vanno a scandagliare praticamente ogni angolo conosciuto della Scandinavia, mentre una sezione ritmica davvero egregia (la prestazione dietro le pelli di Xaphan, in particolare) e in assetto da guerra contribuisce ad instillare nel flusso emozionale del pezzo vaghi sentori trionfali.
La produzione purtroppo, in alcuni casi, tende a sminuire un po' la chitarra e/o la voce a favore della batteria ma, in tutta onestà, non è un difetto così preoccupante dal momento che sotto questo aspetto noi tutti, diciamoci la verità, abbiamo purtroppo ascoltato cose davvero improponibili rifilateci da formazioni ben più esperte e navigate.
"Abbi Fede" è un ottimo punto di partenza per gli Urlo Nero che, considerata la giovane età della band, limando alcuni difetti legati all'inesperienza e proseguendo su questo stesso schietto sentiero, potranno davvero fare molto bene.
Come? Il prodotto non è originale? Pienamente d'accordo ma io credo che, nella stragrande maggioranza dei casi, la semplicità e la qualità contino molto più dell'innovazione o della ricerca a tutti i costi del non-ancora-sentito.
E quindi, signori: supporto, supporto, supporto!

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lunedì 30 aprile 2012

UNITED MIND CLUB - World Blood History


Informazioni
Gruppo: United Mind Club
Titolo: World Blood History
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: myspace.com/unitedmindclub
Autore: Mourning

Tracklist
1. When You Were Still Alive
2. B.B.B.P.
3. Dreams Of Luther
4. Jaguar
5. It's Just Bleeding
6. Interview With The Beast
7. For Nobody But Me
8. World Blood Of History

DURATA: 34:34

Sono giovani, russi e decisamente incasinati, già, incasinati davvero questi United Mind Club che con "World Blood History", debutto che segue l'ep "The Last Performance" del 2008, non riescono a centrare l'obbiettivo non per mancanza di qualità o di visione ma per la voglia continua di strafare, c'è troppa roba compressa nei quasi trentacinque minuti del disco.
Pensate a una collisione costante fra thrash e metal/industrial, nomi come Megadeth, Rammstein e Rob Zombie più che allearsi sembrano contrastarsi in più di un'occasione, ogni tanto appare anche qualche tratto orientale e una propensione dark/wave a infoltire una schiera d'influenze di per sè combattuta e il risultato è quello d'avere nell'orecchio un disco che potrebbe dare tantissimo e invece diviene particolarmente frammentato.
Ci sono episodi interessanti come "B.B.B.P.", fra l'altro intrigante e adombrata da melodie tutt'altro che zuccherose, e "Dreams Of Luther" nella quale il cantante Dmitry Zimin sembra una via di mezzo fra Rob e una versione catchy del signor Mike Muir, singer dei Suicidal Tendencies, ascoltate il ritornello di questo pezzo e quello della titletrack e capirete cosa intendo.
Il problema è che anche in queste che ritengo fra le più riuscite, ci sono dei momenti di vuoto, l'anima "circense", quella spregiudicatezza del cercare la mossa in più per fornire un gancio all'ascoltatore tramite l'uso del refrain giusto o il supporto atmosferico adeguato, non sempre collima con la visione thrashy o con quella elettronica creando dei momenti di puro vuoto.
Se fino ad adesso si è parlato dei difetti, è anche vero che "World Blood History" nel suo stato ancora embrionale riesce a mantenere viva la sezione ritmica nella maggior parte delle circostanze alternando scanalature lente tese ad aumentare il potenziale dell'ambiente formatosi a brevi e veloci scorribande come avviene in "Interview With The Beast", mentre la solistica si fa apprezzare.
È ovvio che le falle rimangano e le noterete, questi due punti non bastano di certo a rattoppare una situazione simile però una volta trovata l'amalgama con il resto la proposta potrebbe divenire di buon valore e da prendere in seria considerazione.
Per ora non ci siamo, gli United Mind Club possono fare sicuramente meglio e gli assi nella manica a quanto pare non mancano, vedremo quale sarà la direzione che intraprenderanno in futuro, volessero proseguire su questa strada fatta di perseveranti misture, dovranno giocoforza trovare il modo di farle convivere e fornire loro di una solidità che per ora è latente.
Una volta si diceva rimandati a settembre, speriamo superino l'esame di riparazione partendo dal presupposto d'avere tutto ciò che serve per farlo.

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lunedì 2 aprile 2012

UMBAH - Enter The Dagobah Core


Informazioni
Gruppo: Umbah
Titolo: Enter The Dagobah Core
Anno: 2012
Provenienza: Gran Bretagna
Etichetta: I, Voidhanger Records
Contatti: myspace.com/umbah
Autore: ticino1

Tracklist
1. Whispers Of A Dying Sun, Part I
2. Bolderok Naron
3. Temple Bar
4. Dr. Geiger
5. Enter The Dagobah Core
6. Hypnotic Implant
7. Cosmic Garland
8. Mad Zu Chong
9. Oberon Tales
10. Rackborn Skin Expulsion
11. Serokate Fornion
12. Zombinods
13. Whispers Of A Dying Sun, Part II

DURATA: 53:44

Che approccio mostrare quando si vuole scrivere un articolo riguardante una formazione death con tendenze industrial? Quando poi questa si sforza di sortire da ogni canone possibile, come trovare un appoggio su una parete tanto difficile e irta?

Gli Umbah ci invitano a entrare con "Whispers Of A Dying Sun, Part I", traccia trascinante all’inizio che si rivela poi essere molto complessa e ostica da seguire. La ritmica avvincente e l’elettronica si legano a formare una struttura complicata che alla fine si mostra meno aspra del previsto. Inserti jazz completano questa trama difficile. Sorpresa… il secondo pezzo sfonda quasi nel melodico e ostenta alcune linee di voce chiara. Una conversazione di giochi vocali inizia il suo corso accompagnato da trame musicali astruse, ludiche e piacevoli. Sembrerò profano… questi musicisti di Brighton paiono a volte voler rendere omaggio ai Prodigy della prima ora con le loro astrusità coerenti. Una granata di varietà segue l’altra incalzante come mai. Ciò non vuol dire che le canzoni siano tutte mantenute sullo stesso livello ritmico, no. Senza accorgervene passerete dalla velocità all’ossessiva ripetizione strisciante. La tecnica strumentale è elevata, così come quella compositiva. Questi due fattori non vi daranno tempo di meditare su cosa verrà o su quello che avete già sentito. L’elettronica non è solo un pezzo a lato ma parte integrante del tutto. Come detto sopra, il miscuglio è riuscito e qualche volta irritante come in "Enter The Dagobah Core" che, con il suo inizio quasi minimale, sconvolge l’ascoltatore sprofondato nel suono, prima di drogarlo con "Hypnotic Implant", traccia quasi… trance. Trance? Sì, ma solo fino al punto in cui l’industrial e il metallo prendono il sopravvento.

Insomma… potrei commentare un pezzo dopo l’altro. Credo però sia meglio per voi, sempre che io vi abbia convinto all’ascolto, testare questo disco per ottenere un parere vostro. È difficile descrivere il lavoro di una formazione tanto aperta alle novità e amica delle strutture complicate.

Questo CD può essere amato o odiato; vie di mezzo non ne esistono. Chi sono gli Umbah? Umbah, appunto!

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venerdì 3 febbraio 2012

ULVERHEIM - När Dimman Lättar


Informazioni
Gruppo: Ulverheim
Titolo: När Dimman Lättar
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: Soulseller Records
Contatti: myspace.com/ulverheim
Autore: Mourning

Tracklist
1. Allting Är Dött
2. Rop Från De Döda
3. Terror
4. När Dimman Lättar
5. Levande Begravd
6. Arkebusering
7. Dödens Väg
8. Bomberna Faller
9. Pest

DURATA: 51:04

Due ex Thornium (svedesi) si uniscono e danno vita nel 2007 al progetto Ulverheim, sono lo stesso Ulverheim (voce, chitarra e batteria), titolare del monicker e protagonista nell'underground nazionale anche nei primi anni Novanta con act primordi death e black quali Cabal, Forsaken e Cryptic nonché presente nelle file dei Deletion, e la bassista Kali Ma.
La proposta è legata agli sviluppi del filone più nero nella seconda metà degli anni Novanta, il sound è direzionato in zona Satyricon, il duo norvegese è innegabilmente la fonte primaria dalla quale hanno attinto prendendo spunto dall'album della svolta "Rebel Extravaganza" guardando però poco oltre, è questo probabilmente il pregio e contemporaneamente il limite più evidente di una prova come "När Dimman Lättar".
Il platter è coinvolgente, suona freddo, talmente schietto da sembrare disinteressato nei confronti dell'ascoltatore alternando classiche sfuriate di stampo black ad atmosfere ancor più intrinsecamente vuote emotivamente, sterili, rese asettiche da scelte di suono pulite che sfociano in ambito melodico grazie a un paio di riff più "addolciti", ai solo che si ritagliano brevi spazi e acquisiscono appeal 'n' roll che plausibilmente potrebbe portarvi a chiamare in causa anche i Carpathian Forest, sin qui tutto è comunque piacevole.
Il problema si pone non tanto al primo giro nello stereo quanto sul lungo corso nel quale ogni nota, giro e soluzione negli schemi improntati dagli Ulverheim riconduce evidentemente e senza mezzi termini alle realtà citate, neanche gli stacchi ambient o il militarismo che tenta di percuotere a più riprese l'aria riescono ad andare oltre un apprezzabile "deja vù". Pur tenendo conto della validità di tracce come "Terror", "Levande Begravd", "Dödens Väg" e la conclusiva "Pest", un pizzico più varia rispetto alle altre, è praticamente impossibile non accorgersi d'aver a che fare con un disco che non ha una propria personalità.
"När Dimman Lättar" ha dalla sua il fatto che i padrini di tale sound abbiano perso grinta e subito un calo d'ispirazione nell'ultimo periodo, sarà quindi apprezzato da chi ha ricevuto con "The Age Of Nero" una delusione cocente, immaginatelo come il prosieguo che avreste voluto ascoltare firmato Satyr, beh, Ulverheim è riuscito nel concepirlo senza troppi problemi.

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lunedì 12 dicembre 2011

UNSCRIPTURAL - Oblivion


Informazioni
Gruppo: Unscriptural
Titolo: Oblivion
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/Unscriptural - myspace.com/unscriptural
Autore: Akh

Tracklist
1. Pact With Satan
2. Blood
3. Werewolf
4. The Ritual
5. Unscriptural

DURATA: 31:02

I nostrani Unscriptural potrebbero incominciare a vedersi etichettati come band "storica" in quanto è dall’inizio del 1990e.v. che decisero di muoversi nel mondo del metallo pesante; e ci tengono aggiornati dei loro passi con questo nuovo mini dal titolo di "Oblivion".

I calabresi hanno reclutato Francesco Messina dietro al microfono tornando ad avere una line up stabile pronta a salire sui palchi di tutta Italia per portare il Death/Black di cui sono alfieri; ma giungiamo alla nuova pubblicazione. Mi ritrovo fra le mani cinque brani dal sapore vario, sicuramente ben elaborato che sa spaziare ben oltre i generi inserendo nella propria proposta Death, Black (di stampo sinfonico), e piu’ di un riferimento Thrashy e classicamente H.M., una spolverata di Horror metal come in "The Ritual" e piccoli stacchi dal sapore Doom; il tutto in maniera omogenea e assolutamente naturale, con una spigliatezza non indifferente.
Di primo acchito nell’ascoltare "Pact With Satan" e "Unscriptural" mi sono venuti in mente i Soulgrind (senza averne la componente melanconica, ma mostrando tutte le altre qualità del combo fiorentino), per la capacità di intrecciare chitarre, growl, tastiere, in affreschi variegati ed eleganti in cui poter dar sfogo alla creatività in maniera libera e convincente.

Buonissima la prestazione della sezione ritmica, che sa donare spessore e dinamica in tutti i frangenti affrontati, manifestando una prestazione tecnica degna di nota per il feelings intessuto ed interessanti le divagazioni di basso (suonato da Tato, già con Glacial Fear e Schizo, giusto per capire la qualità dello strumentista) quando lasciano le armonizzazioni e le accoppiature della chitarre; ottima pure la produzione curata ai rinomati Sound Farm Studio, che dona cristallinità e potenza a tutta la strumentazione, creando veramente una buona alchimia fra gli strumenti, ben bilanciati fra di loro.

Francesco riesce a modulare molto abilmente le proprie timbriche passando da un growl medio a tonalita più alte, fino a giungere a propri e veri screams, non male davvero per un novizio, che spesso mi ha ricordato una miscela timbrica fra il cantante degli sconosciuti fiorentini Immortal Brain e Michele Nocentini; forse migliorabile l’estensione nei growl più lunghi, la prova è comunque altamente carica di pathos e farcita da camei interpretativi notevoli come ben evidenzia "Werewolf" che mi riportano alla mente i migliori Moonspell di "Wolfheart" (in particolare citerei "Vampiria"), ma dotati di maggior impatto soprattutto nei breaks stoppati a metà brano.

Qua e là giungono intermezzi di voce femminile (retaggio probabilmente della vecchia formazione) che in alcuni frangenti si fanno associare a certe cose degli svedesi Lord Belial (epoca "The Unholy Crusade"), che creano un contrasto collaudato con le chitarre rocciose di Giuseppe; le tastiere generalmente si affidano a soluzioni classiche per il genere impreziosendo con arabeschi ma soprattutto accompagnado il mood generale con tappeti, anche se ci sono piccole parti lead o l’introduzione della lunga "Unscriptural" che sanno farsi ben valere, uscendo fuori da certe impostazioni ed accennando altre atmosfere.

Come dicevamo in apertura il sapore di questo lavoro è policromatico seppur in linea con la proposta sinfonica del genere, si percepiscono fin da subito sia l’attenzione per i dettagli che la voglia di spaziare su tutte le influenze che si sono raccolte in una vita di ascolti metallici per metterle a disposizione dei propri canovacci artistici creando composizioni melodicamente intriganti ed elaborate, un microcosmo da sviluppare e coltivare con la passione e devozione che solamente dei "ragazzini terribili" in campo da più di quattro lustri possono avere. Un lavoro dagli aloni a tratti tetri ed orrorifici che si ampliano a sorreggere fantasia e capacità, in definitiva: Emozioni non scritte.

Una chance gli Unscriptural se la sono davvero meritata, se amate composizioni dure ma ariose, se il mondo del sinfonico è la vostra via astrale e se volete ascoltare cinque brani davvero ben fatti ed eseguiti, mollate gli ormeggi ed affidatevi a loro.
Il fatto poi che mettano questo lavoro in condivisione gratuita dovrebbe farveli amare ulteriormente (download), gruppo da supportare senza dubbio.

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lunedì 21 novembre 2011

UNFOLD - Cosmogon

Informazioni
Gruppo: Unfold
Titolo: Cosmogon
Anno: 2011
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Division Records
Contatti: www.myspace.com/aeonaony
Autore: Mourning

Tracklist
1. Erebe
2. Hemere
3. Hystrion
4. Hexahedron
5. Ethera
6. Eschaton

DURATA: 38:35

Che la scena post/hardcore abbia raggiunto dei livelli di notorietà e di credibilità altissimi lo si può riscontrare dal numero di grandi band che hanno in questi anni disseminato il proprio seme dando vita a una miriade di cloni ma anche a realtà di grande interesse.
Una delle formazioni che gli assidui fruitori di questo panorama attendeva al varco è sicuramente quella degli svizzeri Unfold.
Non si sentiva parlare di loro da ormai sin troppo tempo, sono passati ben undici anni dal debutto "Pure" (2000) che li vedeva all'interno del roster della Division Records, otto invece dal secondo e da molti osannato come capolavoro "Aeon-Aony" rilasciato in autoproduzione e lanciato sul mercato statunitense tramite la Earache Records.
Sarà un caso che per far esplodere la terza bomba intitolata "Cosmogon" siano ritornati sotto l'ala della Division Records? A mio parere no, la label è una fra le migliori nell'ambito e di certo nomi come Dirge, Knut e Rorcal bastano a far venire l'acquolina in bocca agli appassionati, non ci poteva essere accoppiata migliore per questo come-back.
"Cosmogon", sei brani, sei piccoli gioielli ricchi di sfaccettature, esaurienti nel dare risposte fulminanti per l'impatto con cui si schiantano contro l'orecchio o per la capacità di produrre una sorta di adimensionalità che nei frangenti eterei diviene perdurante, è un fiume che al batter di ciglio s'ingrossa straripando rabbiosamente oltre gli argini o s'addormenta placidamente lasciando che il suo letto faccia da contenitore alla tranquillità fornita dall'acqua a specchio.
Ci si può fidare di una situazione così imprevedibile e umoralmente instabile? Assolutamente no, è proprio questo il bello del disco, le tracce come concatenate nell'esporre gli eventi s'infiammano sfociando nell'infervorato canto grattato all'inverosimile di Danek.
"Erebe" la canzone che apre le danze, raccoglie in sè l'essenza completa degli Unfold, i cambi caratteriali con cui si espone sono evidenti e a più riprese, "Hemere" ripartendo da quelle coordinate piomba la situazione con un riffing ancor più profondo e massiccio, l'introspezione acida di "Hystrion" lascia il passo alle coordinate molto più minacciose e ruvide di "Hexahedron", sono la preparazione adeguata per accingersi alla portata pesante del platter, "Ethera", tredici minuti nei quali il combo fa letteralmente ciò che gli pare sia per quanto riguarda l'approccio emotivo che quello strumentale costruendo e decostruendo le proprie idee sino a giungere al chiudersi del lavoro con l'ipnotico, martellante e oscuro incedere contenuto in "Eschaton".
Sono tornati, sono in grandissima forma e "Cosmogon" renderà accese le discussioni su quale dei tre album sinora pubblicati sia davvero il migliore, sì perché questo terzo capitolo come avrete capito non è per nulla inferiore a ciò che l'ha preceduto e chissà che dopo varie sessioni d'ascolto non risulti essere il loro nuovo "capolavoro"? Bando alle ciance, l'unica cosa che posso consigliare è di farlo vostro sperando non ci vogliano altri otto anni per vedere un altro disco targato Unfold, una certezza che sino a questo momento vanta un tre su tre praticamente perfetto.

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lunedì 31 ottobre 2011

FREITOD / UNHUMAN DISEASE - Split



Informazioni
Artista: Freitod / Unhuman Disease
Titolo: Split
Anno: 2011
Provenienza: Svizzera - USA
Etichetta: Bergstolz
Contatti: www.bergstolz.ch - www.blackhate.de
Autore: ticino1

Tracklist
1. Freitod - To The Eternal Kingdom Of Darkness
2. Unhuman Disease - The Serpents Eyes

DURATA: 14:54

Le uscite black non sembrano diminuire. La Bergstolz ci invita all’ascolto di un vinile sette pollici split con gruppi che vivono quasi ai due opposti del globo. Mentre i Freitod, di cui avrete già letto qualche mia recensione, sono svizzeri, di Zurigo per essere precisi, gli Unhuman Disease abitano nello stato americano dell’Oklahoma.

Il lato degli elvetici investe l’ascoltatore con un black classico composto di ritmiche variate che rinunciano al pedale del gas costantemente pigiato. I passaggi veloci alternati a quelli medio-rapidi e medî riescono a mantenere attento l’ascoltatore, incitandolo così a scuotere la testa al ritmo. La tavola non offre un filetto ma pur sempre un bel piatto di pasta al nero di seppia fatto da mamma con tanto amore per il dettaglio.

Unhuman Disease? Mai sentiti prima. Credevo si trattasse nuovamente di un progetto nato nella città di Ulrico Zwingli, invece scopro che è un americano. L’intro è molto classico, una campana suona cupamente a morto. Mi aspetto parecchio... le prime note non sono veramente quelle che rispecchiano le mie attese. È un black abbastanza scontato. Questo mi ricorda un poco i nostrani Wacht, con la differenza che la voce, strumento molto marcante dei grigionesi, mostra meno carattere ed è molto meno straziata. La ritmica è sostenuta ma non presenta dei punti emergenti dal mare di note. Se non avete troppe pretese, potrete senza dubbio godervi questa pista che è pur sempre ben suonata.

I vincitori sono senza dubbio gli svizzeri Freitod che mostrano più volontà nell’arruvidire la superficie del black classico e standard. Non lasciatevi influenzare troppo dai miei giudizî e date comunque una possibilità ai gruppi che con duro lavoro e grande sacrificio tentano di allietare le nostre orecchie.

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