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Gruppo: Goatcraft
Titolo: All For Naught
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Forbidden Records
Contatti: facebook.com/goatcraft.texas
Autore: Mourning
Tracklist
1. Call Me Judas
2. Infinite Death
3. Journey To The Depths
4. Goat Will Riot
5. Gate I
6. Isolation Ripens
7. Vestibule To The Abyss
8. Laconism Of The Cosmos
9. Gate II
10. Everything Will Die
11. The Rape Of Europa
12. Consciousness Is A Disease
13. Hidden Track
DURATA: 50:22
Non mi era sinora capitato d'imbattermi nel progetto Goatcraft, del resto la creatura dello statunitense Lonegoat è di recente formazione (2010), con un paio di demo cd-r all'attivo, ma è questo "All For Naught", debutto targato Forbidden Records, a far sì che il suono "necroclassical" mi giunga all'orecchio. Già, "necroclassical" è il termine coniato dal texano per descrivere la sua musica: l'immaginario iconografico e gli scenari riconducono al mondo black metal, ma le note e l'impostazione scevra da ogni pulsione generata dal trio chitarra-basso-batteria, sostituiti integralmente dal pianoforte e dalle tastiere, rendono imperante il verbo della scena dark ambient neoclassica.
È un panorama seducente, nero lucente e in bilico tra il gotico decadente, l'orrifico e l'obliante nel quale il minimalismo è all'ordine del giorno, in cui l'artista in qualche occasione tende a essere leggermente pretenzioso, infilando in pezzi dalla durata contenuta quel passaggio che sembra essere in più; è anche vero però che le canzoni, pur "pretendendo", riescono ad ammaliare. In "All For Naught" è il fascino disturbante della solitudine a regnare, come se si fosse chiusi in una stanza dalla quale non si può e non si vuole scappare, con le azioni compiute e da compiere a ossessionare la nostra mente, i pensieri di un passato che continua a essere attuale, Lonegoat lo dice chiaramente: "Consciousness Is A Disease"; e più ci si addentra nel ricercarne il dettaglio che la riveli, più si corre il rischio di subirne le reazioni contrastanti.
I brani scorrono uno dietro l'altro, lasciando una scia emotiva intensa, ma di colorazione perennemente grigia che s'infittisce sino a divenire nera nei frangenti in cui l'atmosfera si elettrizza a causa di scansioni umorali nevrotiche, o in alternativa s'incupisce chiudendosi a riccio e quasi spegnendosi, riducendo il tutto a un bisbiglio tetro e inquietante.
Che i Goatcraft possano diventare quindi una delle vostre colonne sonore preferite? Beh, se in genere siete immersi in questo tipo d'ascolti, provarli non guasterebbe, non è detto che non possa capitarvi.
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Gruppo: Guilty As Sin
Titolo: Future History
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/guiltymusic2008
Autore: Mourning
Tracklist
1. One Way Ticket To Oblivion
2. I Hate Hipsters
3. R.S.D.T.Y.
4. Ensnared In Stygian Tentacles
5. Magical Papyri Of The Tetragrammaton
6. Midnight Hammer
7. Human Husk
8. Death From Alpha Centauri
9. Future History
DURATA: 43:30
I Guily As Sin sono ancora una volta con noi, gli statunitensi tornano a far visita ad Aristocrazia con il quarto capitolo discografico "Future History". In un corso ristretto un lustro questi musicisti hanno tirato fuori musica intenzionalmente e qualitativamente interessante, rimanendo sempre ancorati a una volontà underground e a una visione personale nel rapporto con le influenze da cui traggono spunto. Questi sono sempre stati i punti di forza di una proposta che, anche in questa occasione, scavalca i recinti stilistici classici, infilando dentro dal thrash all'hardcore, dal death alla musica orientale con puntatine appena accennate in campo jazz e di stampo atmosferico space, che la infoltiscono ulteriormente.
Se in passato era già difficile spiegare cosa la band volesse realizzare, peraltro mantenendosi all'orecchio sempre particolarmente gradita e intrigante, adesso dovreste immaginare una collisione sonora in cui la componente estrema è divenuta preponderante, con nomi quali Death e Nile (fra i tanti) riscontrabili a più riprese all'interno del disco. È infatti innegabile che a esempio pezzi come "One Way Ticket To Oblivion", "Ensnared In Stygian Tentacles" e la lunga "Magical Papyri Of The Tetragrammaton" risentano in parte di contaminazioni e voglie provenienti da quelle realtà assimilate e alle quali i Guilty As Sin hanno dato un'interpretazione propria.
L'album comunque si riserva sempre il diritto di spiazzare l'ascoltatore, ci si ritrova così a dover fronteggiare le trombe nell'assaltante e sclerotica follia di un minuto a titolo "R.S.D.T.Y." e nella conclusiva "Future History" dal tocco "country / western", e a vibrare in stile floydiano nello spazio dai risvolti settantiani insito nella tutt'altro che tranquilla "Midnight Hammer".
Se però, e il però c'è, l'essere vari si pone spesso a loro favore per ciò che concerne l'aspetto strutturale e strumentale dei brani, non si può dire lo stesso per quanto riguarda la prestazione vocale. Il cantante Steve Milionis, efficace e adeguato nel suo impattare negli episodi più ruvidi e arcigni, sfoderando una timbrica rocciosa, sembra invece essere non perfettamente "incastrato" nei momenti in cui il sound assume connotati differenti; probabilmente l'utilizzo di un'esecuzione pulita in alcune circostanze sarebbe potuta divenire un appoggio da prendere in considerazione per ampliare le soluzioni in questo specifico reparto.
"Future History" è l'ennesima testimonianza a riprova del fatto che i Guilty As Sin credono in ciò che fanno e — all'interno di un panorama metal che sta trovando continuamente il modo di sponsorizzare le cosiddette band "sperimentali" — mi chiedo come mai questi ragazzi non abbiano trovato uno straccio di etichetta che riponesse un minimo di fiducia nelle loro possibilità, è davvero disarmante se pensate al numero di formazioni clone che vengono prodotte annualmente. Attendendo quindi nuove notizie da parte del trio, e conoscendolo non dovrebbe trascorrere poi chissà quanto, ve ne raccomando l'ascolto.
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Gruppo: Giacomo Castellano
Titolo: Cutting Bridges V2.0 Remastered
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Red Cat Records
Contatti: facebook.com/OFFICIALGIACOMOCASTELLANO
Autore: Mourning
Tracklist
1. Gatztambide
2. L.F.L.
3. Music (Part One)
4. The Dream Laying On My Bed
5. Music (Part Two)
6. Garbage
7. Little Elves
8. Bis As A Key
9. Ariete
10. Try To Save Yr Song
11. Enviroments
12. Cutting Bridges #1
DURATA: 1:01:38
Spesso e volentieri a supportare gli artisti "pop" — che tanti adorano e altrettanti odiano — ci sono dei musicisti validissimi e che provano a ritagliarsi un proprio spazio vitale che si spinga al di fuori del ruolo di esecutore-turnista per il grande nome, fra questi va sicuramente menzionata la figura di Giacomo Castellano. Il chitarrista fiorentino è noto per aver contribuito alla causa di Vasco, Gianna Nannini, Claudio Simonetti, Gianluca Grignani, Elisa e negli ultimi anni lo si è visto in giro con una delle promesse uscite da X-Factor, parlo di Noemi. Non è però di "quel" Castellano che scrivo, bensì dell'uomo che da vita alla propria arte. Col suo progetto solista pubblicò i brani composti fra il 1991 e il 2003 in "Cutting Bridges", primo disco uscito originariamente nel 2004 per la losangelina Muso Entertainmentche che oggi rivive nella versione 2.0 rimasterizzata, prodotta dall'etichetta nostrana Red Cat Records. In questa versione l'operato dietro al mixer è stato curato dallo stesso Castellano, mentre la masterizzazione è stata affidata alle cure di Tommy Bianchi nei White Sound Studio di Scandicci.
L'album è un po' come Arlecchino, una raccolta variopinta di tessuti musicali, la summa delle voglie e delle passioni del chitarrista, che si diletta alternando con sapienza e gusto generi su generi, mantenendo così la prestazione invitante all'orecchio. Non vi è infatti la presenza di elucubrazioni strumentali esagerate, la chitarra è al servizio dei pezzi e il Nostro si diverte nel renderla rock, blues e a tinte heavy in "Gatztambide" e "L.F.L." o a farla divenire un tutt'uno con le pulsioni jazz e boogie woogie che confluiscono in "Music Part One", caratterizzata tra le altre cose dal cantato in stile "hip-hop" di Dre Love e dalle splendide impronte lasciate dal sax di Aldevis Tibaldi e dalla tromba di Vladimiro Martini. Dopo tutto questo siamo solo all'inizio...
La scaletta regala più di una soddisfazione, le prime tre tracce servono a dare la sveglia, i toni diventano leggermente soffusi, carezzevoli, tuttavia neanche tanto, infatti "The Dream Laying On My Bed", canzone nella quale appare la bellissima voce di Rossella Ruini, pur rimanendo agganciata al filone popular, sfodera una classe e un'eleganza affini al jazz e quella minima dose di caparbietà rock che la rende degna delle migliori prove di Fiona Apple. Potrei dilungarmi e continuare l'analisi traccia per traccia, ma sarebbe davvero utile?
Una virata settantiana in stile Santana racchiusa in "Garbage", il ritorno dietro al microfono della Ruini nella pura atmosfera di "Little Elves", l'indurimento del suono in direzione metallica di "Ariete": ogni singolo episodio ha il suo perché e potrei aggiungere una menzione per il lavoro di squadra fondamentale per dare un corpo e molte anime al lavoro oppure per le pregevoli prestazioni di Stefano Allegra al contrabbasso e Simone Milli con l'hammond. Infine andrebbe citato il piacevole uso della parte elettronica mai invasiva, sottolineando al contempo come la parola "eccesso" non possa inserirsi all'interno della definizione di "Cutting Bridges".
Tutto ciò vi basterebbe? Personalmente, direi di no. L'unica risposta reale ve la darà la musica, quindi se amate le belle storie, quelle che possiedono il gusto del vissuto di chi le racconta, e la sperimentazione, non perdete l'occasione di trascorrere un po' del vostro tempo in compagnia di questo disco, nell'attesa — a quanto pare breve — che ci venga dato in pasto qualcosa di nuovo. Godetevelo.
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Gruppo: Godwatt
Titolo: Senza Redenzione
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Auoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Godwatt/136926363033903 - godwatt[at]hotmail.com
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Cicatrici
2. Venus
3. Senza Redenzione
4. Scheletro
5. Il Male
6. Sulphurea
7. Tra I Tuoi Dei
8. Oltre Il Buio
9. Verme
10. Spectro
DURATA: 46:43
Sono sempre molto felice di poter parlare positivamente di un gruppo nostrano e sono ancora più felice quando il suddetto gruppo è inserito all'interno di certi stili musicali che mi fanno sempre sbavare copiosamente, primo tra tutti lo Stoner. Passo a presentarvi dunque il nuovo album dei Godwatt, trio laziale precedentemente conosciuto con il nome Godwatt Redemption sotto cui erano già stati rilasciati altri due dischi negli anni scorsi, "The Hard Ride Of Mr. Slumber" e "The Rough Sessions".
Il cambio (o meglio, la mutilazione) del nome ha segnato una svolta molto importante nella carriera dei ragazzi che nel nuovo parto intitolato, appunto, "Senza Redenzione" hanno deciso di esprimersi esclusivamente in lingua italica. "Cicatrici", "Scheletro" e "Oltre il Buio" sono pezzi ottimi per esemplificare la proposta: abbiamo nelle orecchie uno Stoner Rock dalle vivide sfumature metalliche che pesca a piene mani dai soliti riferimenti obbligati quali Kyuss e Fu Manchu, ma anche da compagini più "dure" come Earthride e Orange Goblin. Come accennavo prima, la scelta di avvalersi unicamente della lingua madre è stata assolutamente decisiva, in quanto impreziosisce l'intero apparato con tocchi di spiccata identità personale in cui i nostri si muovono in maniera evidentemente molto agevole.
Episodi come "Venus", "Tra I Tuoi Dei" e "Verme" evocano tutto il carico dell'aria afosa di Palm Desert che viene scurito e appesantito da un considerevole dosaggio di pesanti molecole "doomiche"; queste ultime legandosi a un elevatissimo voltaggio elettrico danno vita a una soluzione decisamente instabile ed esplosiva, un adrenalinico concentrato di sfacciataggine e prepotenza che, inutile dirlo, offre parecchi attimi di godimento agli amanti di tale genere. Sicuramente notevole è la strabiliante capacità che i Godwatt dimostrano in tracce come "Il Male" e la magnifica "Sulphurea": l'interazione tra la languida acidità di certe melodie e l'atmosfera densa ricreata viene manipolata in maniera sfrontata e assolutamente capace, in modo da modellare una proposta che coniuga alla perfezione parti annerite da un'evidente disillusione di fondo e l'energia strabordante insita nel genoma Stoner.
Prova davvero magistrale per i Godwatt che, infilandolo ripetutamente in mezzo alle natiche di quei "critici" che giudicano malignamente siffatto panorama musicale come statico e sempre uguale a se stesso, offrono una strepitosa dimostrazione su come sia possibile coniare una stile decisamente personale che allo stesso tempo suoni fottutamente classico, come è giusto che sia. Fatevi un favore: ascoltate e portatevi a casa "Senza Redenzione", perché vi assicuro che lo scuro e riarso vento del deserto non soffia solo dalla California!
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Gruppo: Godsplague
Titolo: Revival
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Stay Heavy Records
Contatti: facebook.com/pages/Godsplague/27005316172
Autore: Mourning
Tracklist
1. Spit It Out
2. Gears Of Destruction
3. I Like It Like That
4. Live Like It's Your Last Day
5. Misery
6. Like Heaven & Hell
7. Honorrhoea
8. One Black Soul
9. I Am Trouble
10. Born, Erased, Revived
11. The Vast Sound Of Tuning Out
DURATA: 43:12
Il nome Godsplague a tanti dirà poco o nulla, ma devo essere sincero: anch'io ho avuto modo di conoscerli e apprezzarli in netto ritardo, soltanto dopo averne ascoltato il terzo lavoro "H8". Dall'uscita di quell'album sono trascorsi sei anni, nel 2009 poi è entrato a far parte della formazione il bassista Reeo Tiiainen, prendendo il posto lasciato dall'ex Arska Hietala, e successivamente è rientrato nei ranghi il batterista originale Sami O.J. Ojala. Questi musicisti insieme ai i due membri storici del gruppo, Euge Valovirta alla chitarra e Nico Hartonen dietro al microfono, hanno realizzato il quarto capitolo discografico intitolato "Revival".
I finnici sanno il fatto loro, la proposta ibrida è ricca di sensazioni sia metal che rock ed è divenuta col tempo maggiormente fruibile e orecchiabile, mantenendo però una qualità compositiva più che soddisfacente. Il disco infatti — pur presentando in più occasioni delle situazioni marcatamente derivative in brani come i "I Like It Like That" e la successiva "Misery", entrambi apprezzabilissimi viste le tracce del DNA dei Faith No More (nella prima) e dei connazionali Sentenced (nella seconda) — si difende benissimo, alternando grinta e melodia, momenti di puro e coinvolgente divertimento ad altri più rocciosi o ragionati. La scaletta giunge al termine senza trascinarsi dietro problemi, offrendo movenze alla Black Label Society evidenti in "Gears Of Destruction" ed escursioni gradite in territori groove dal rimando panteriano sparse qua e là, regalandoci inoltre il rockeggiare scatenato di "One Black Soul" e l'elementare eleganza inattesa del duetto piano-voce racchiuso in "The Vast Sound Of Tuning Out".
"Revival" insomma gira bene, le ruote degli ingranaggi sono oliate a dovere e strumentalmente ho trovato i finlandesi in gran forma, con un piacevolissimo lavoro di Euge alla sei corde anche in fase solistica e Nico che ha dissolto definitivamente i miei dubbi circa la sua capacità di fornire alle linee quella varietà e quelle sfaccettature tali da garantire all'impostazione una resa maggiormente accattivante rispetto al passato.
I Godsplague si confermano una band dotata di buone qualità e pur non inventando nulla si propongono di entrare tra i vostri ascolti giornalieri, nella speranza di farvi compagnia in maniera gradita. Se ciò che andate cercando è una bella scossa, tenete in considerazione l'idea di far girare nel lettore "Revival": non ve ne pentirete.
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Gruppo: Golgotha
Titolo: Dangerous Games
Anno: 1984
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Goth
Contatti: realgolgotha.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Dangerous Games
2. Old England's Green
3. Air
4. The Great Divide
DURATA: 17:58
Questa recensione fa parte dell'articolo intitolato "New Wave Of British Heavy Metal - Una Retrospettiva".
 NWOBHM e folk? Chi l'avrebbe mai detto! I Golgotha escono totalmente dai canoni dell'onda britannica. Appena udirete le prime note, capirete perché questa formazione non abbia nulla in comune con altre che celebravano il motto "sex, drugs & rock'n'roll". Certo, questo disco uscì tardi, nel 1984, rappresentando però un passo verso quella che sarebbe stata la scena metal attuale.
"The Great Divide", con i suoi cori, è una canzone che sorprende per la sua complessa naturalezza piena di energia. Le linee di chitarra sono varie e piene di sorprese, a volte con tocchi classici. La voce è un portento con i suoi cambiamenti di tonalità e potrebbe ricordare qui e là le qualità di un signore, ormai deceduto, che militava presso i Queen. "Dangerous Games" è un pezzo che spazia notevolmente tra i confini metal e quelli folk in maniera mirabile. È impossibile descrivere ogni singola canzone; ascoltate e stupitevi! Qui si passa dal granito alla tristezza pura.
Mi dispiace che questo lavoro non sia sfociato in un LP che, forse, avrebbe così ricevuto la meritata attenzione. Non so cosa dire di più. Questo disco è purtroppo una perla dimenticata che non è mai stata ristampata.
I Golgotha si dedicarono infine al rock progressivo e abbandonarono le loro radici storiche.
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Gruppo: Gestos Grosseiros
Titolo: Countdown To Kill / Satanchandising
Anno: 2007 - 2011
Provenienza: Brasile
Etichetta: Autoprodotto / Rapture Records
Contatti: facebook.com/gestosgrosseiros
Autore: Mourning
Tracklist "Countdown To Kill"
1. Lord Of The Lie
2. Chaos Domination
3. Help!
4. Countdown To Kill
5. Human Destruction
6. Mind Beyond
7. Zone Of Death
8. Take Your Cross
DURATA: 41:05
Tracklist "Satanchandising"
1. Humanity Victory (Kill By Power)
2. Slaves Of Imagination
3. Mirror Of Death
4. Satanchandising
5. Evil Witness
6. Predator Of Soul
7. Attack
8. Brutality Century
9. Religions Plague
10. Stronger Than Never
11. Extreme Aggression [versione demo, cover Kreator]
DURATA: 48:09
 Il bello dell'arte e della vita in genere è che non si finisce mai d'imparare e scoprire cose nuove. Nella musica nello specifico conoscere band delle quali non avevi la minima idea dell'esistenza molte volte ha portato con sé riscontri positivi, stavolta sono i brasiliani Gestos Grosseiros ad avere allietato i miei pomeriggi. La formazione di Guarulhos (São Paulo) è di quelle rimaste parecchio nell'ombra, era nata come una cover band dei Metallica, ma si è spostata sul death ed è in attività dal lontano 1996, quindi si parla di oltre tre lustri di carriera nei quali però le produzioni sono state davvero poche: sinora ha pubblicato due demo ("No Rest" e "First Pain", rispettivamente nel 2001 e 2003) e due full ("Countdown To Kill" e "Satanchandising", datati 2007 e 2011).
 I lavori più corposi e importanti sono quelli di cui vi scrivo, ho avuto il piacere di riceverli grazie alla disponibilità del batterista cantante Andy Souza, attualmente accompagnato in questa avventura da Danilo Dill al basso e Kleber alla chitarra. Il sound al quale erano e sono totalmente devoti è quello old school, c'è tanta Florida, con influenze del panorama thrash in genere evidenti (Metallica, Slayer, Kreator, etc.) e non vi sono concessioni a nessun tipo di modernismo o ricerca del fronzolo. Le composizioni sono schiette, cattive quanto basta e adornate da melodie che esulano dall'essere orecchiabili, emanando un feeling heavy alle volte notevole, ascoltando la titletrack "Countdown To Kill" ne avrete la conferma.
In quel disco il growl dell'allora cantante e bassista Indìo si presentava profondo e gorgogliante, la batteria di Andy robusta e non troppo elaborata, adatta a fornire basi solide e pesanti, tirando alla vecchia maniera e pestando in stile fabbro, mentre le chitarre rozze e gli inserti solistici di Bruno e Kleber — puntuali e adrenalinici come avviene in "Mind Beyond" e "Zone Of Death" — completavano un quadro nel complesso noto, ma allo stesso tempo invitante. In occasione di brani come "Lords Of The Lie", "Help!" e "Take Your Cross" invece sembrava proprio che i brasiliani ordinassero alle lancette dell'orologio di andare indietro negli anni e la cosa è stata particolarmente gradita.
Quel primo album ebbe un rilascio un po' travagliato, essendo già completo nel 2006, ma venendo distribuito soltanto nel 2008, poi si dovette attendere il 2011 per vedere ultimato il successore "Satanchandising". La formazione subì un rimodellamento, passando da quattro elementi a tre, con la dipartita di Bruno e Indìo: mentre per il primo non fu scelto un sostituto, affidando l'operato della sei corde al solo Kleber, il basso e la voce vennero stavolta suddivisi rispettivamente fra l'entrante Danilo e lo stesso Andy con risultati più che piacevoli. Questi cambiamenti comunque non incisero sul valore della prova prodotta. Il disco conferma infatti l'attitudine e le pulsazioni che caratterizzavano "Countdown To Kill", una creatura che si rivolge con lo sguardo costantemente al passato. Il death metal dei Gestos Grosseiros è rude, tecnicamente si è innalzato un po' il livello con gli arrangiamenti che sembrano più fluidi e le dinamiche maggiormente definite, senza però per questo intaccare l'irruenza e la voglia di pestare che trasudano passione sin dalla traccia in apertura "Humanity Victory (Kill By Power)".
È la passione a tenere banco per l'intera durata della sessione d'ascolto ed è inevitabile incappare qua e là in déjà-vu più o meno evidenti, la bravura del gruppo sudamericano è racchiusa però nella capacità di non strafare, dando comunque un'impronta chiara alla propria musica. I cliché vengono rispettati, i suoni in altrettanta maniera hanno ricevuto un trattamento lievemente più accurato rispetto a quelli del precedente album, divenendo più corposi e distinguibili, ma non meno pesanti. Ci si ritrova così all'orecchio canzoni come "Mirror Of Death", "Satanchandising" e "Religion Plague" che — attenendosi alla lezioni impartite dai grandi — adempiono al loro dovere in maniera esemplare. La chiusura della tracklist è infine nelle mani dell'esecuzione amarcord di "Extreme Aggression" dei Kreator, a sottolineare ancora una volta l'intensa relazione affettiva che i nostri possiedono nei confronti del thrash.
I Gestos Grosseiros sono una band che onestamente e in maniera operaia suona i propri pezzi e crede in quello che fa, avrete compreso che non porteranno con sé chissà quale ventata d'aria fresca o credenziali particolari, puntando invece sulla bontà di una proposta integra nel carattere e nella forma, che ci dona buona musica. Per il sottoscritto è sufficiente, per voi sarà lo stesso? Provate e lo scoprirete.
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Gruppo: Kepsah / Graad
Titolo: Split 10"
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Annoying Records
Contatti: facebook.com/kepsah - facebook.com/pages/Graad/217546284965374
Autore: Istrice
Tracklist
1. Kepsah - Coelispex
2. Graad - Summoning
DURATA: 25:37
È un vinile 10" a tiratura rigorosamente limitata quello che contiene la collaborazione fra due realtà estremamente interessanti dell'underground nostrano. Due realtà non ancora emerse agli occhi del pubblico più numeroso, ma sicuramente meritevoli d'essere tenute sott'occhio, vista la qualità della proposta contenuta nel disco in questione.
Aprono le danze i trentini Kepsah, band che macina un post-hardcore intenso e dilatato. Il brano parte da lontano, un arpeggio appena percettibile che lentamente si ingrossa, e risveglia l'ascoltatore dal torpore provocato dall'incipit. È una progressione inesorabile quella che porta al cuore di "Coelispex", un agglomerato di distorsioni, un riffing ossessivo che strizza l'occhio allo sludge psichedelico d'oltreoceano, arricchito dall'inatteso inserimento di un sax caldo e coinvolgente, che crea un momento di distensione, ma è solo l'occhio del ciclone, pochi secondi e si viene rigettati nel disturbante turbinio post-whatever che cede il passo solo nei minuti finali del brano.
Le coordinate musicali di Graad invece sono differenti, drone e black ne sono gli ingredienti principali. In "Summoning" ci accoglie il canto stonato di un muezzin, l'atmosfera si fa immediatamente irrespirabile, mentre l'autore lascia cadenzati droni distorti dietro di sé. Un accenno di melodia si fa strada fra le macerie, mettendosi sempre più in evidenza, in un costante arricchimento e sovrapposizione di tracce sonore. Bisogna attendere la metà del pezzo per sentire lo scream di Bøulevard Pasteur (membro unico della band) insinuarsi nel tessuto musicale e condurre l'ascoltatore verso l'esplosione, verso la feroce cavalcata post-black che compone l'ultimo terzo di brano. La batteria è un martello, costantemente inseguita dalle chitarre, zanzare in cerca di sangue, sempre pronte a ripartire più feroci di prima ogni volta che il brano sembra giungere a una conclusione. Gran pezzo.
Ancora una volta il sottosuolo italico si dimostra ricco di idee e di talento.
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Gruppo: Gigatron 2000
Titolo: The Cosmic Desert Cruise
Anno: 2013
Provenienza: Tilburg, Olanda
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Gigatron2000/126061167543284
Autore: Bosj
Tracklist
1. Ancient Hyperdrive
2. Event Horizon Detector
3. Battlestations
4. Astral Highway
5. Monochromatique
6. Cosmic Desert Cruise
7. Ion Cannon
8. Hunk-O-Matic
9. First Contact
10. Positronic Accellerator
11. Background Radiation Shielding
12. Starcommand
DURATA: 33:06
Le voci di Neil Armstrong e del suo equipaggio risuonano nel lettore, mentre ascoltiamo il primo allunaggio. Questo è l'inizio di "Ancient Hyperdrive", prima tappa della "Cosmic Desert Cruise", la crociera sul Deserto Cosmico organizzata dall'agenzia viaggi spaziali Gigatron2000, il cui shuttle parte da Tilburg, Paesi Bassi e il cui nome è già tutto un programma.
Il viaggio è breve, poco più di mezzora, ma sarete occupatissimi tutto il tempo: superstrade spaziali, stazioni orbitali, persino un primo contatto con strane e sconosciute creature. Tuttavia niente da temere, il trio olandese ha preso tutte le precauzioni del caso e la gita si svolgerà in tutta sicurezza, non correremo nessun pericolo. Nemmeno quando, trovata l'unica autostrada galattica sbarrata per un non meglio specificato intoppo, ci si troverà costretti ad attivare il cannone ionico e sgombrare il passaggio ci sarà alcunché di cui aver paura, tutto ciò che sentiremo da dietro gli oblò sarà il rumore di un blaster che spara su ordine del comandante, e potremo continuare a goderci il panorama arido e brullo. Anche se il percorso sarà tutto fuorché tranquillo.
Dodici brevi pezzi stoner, totalmente strumentali, sono la più immaginifica traversata interstellare che mi sia mai capitato di sentire. Le più grandi influenze riscontrabili in "The Cosmic Desert Cruise"? I viaggi dell'Enterprise e i tramonti dei due soli di Tatooine. Cui viene aggiunta una sensibilità musicale ineccepibile: né la logica e il raziocinio vulcaniani né la meditazione e l'atarassia jedi sarebbero mai in grado di riempire il vuoto che viene invece colmato da chitarroni, linee di basso slabbrate e mid-tempo incalzanti. Il tutto senza fare uso di alcuna voce, perché nel vuoto e nel silenzio dello spazio le parole non servono, inutile retaggio di una comunicazione troppo umana per trovare un ruolo all'interno della piccola grande scampagnata spaziotemporale creata dai Gigatron2000. Che poi, più che una crociera, l'impressione è quella di trovarsi su un caccia dell'Impero, da cui sì ammirare il panorama, ma a ritmi ben più sostenuti di quelli che si associano solitamente ai placidi e rilassati viaggi di piacere. Qui si corre, gente. Si spara, si scatta e si manovra nello stretto delle cinture di asteroidi, si sterza e ci si scansa per evitare i podracer che ci sfrecciano accanto.
La tensione non cala mai, d'altronde per attraversare il cosmo in trentatré minuti la tabella di marcia deve per forza essere abbastanza serrata. I pezzi si succedono l'un l'altro senza particolari variazioni, ma tutti con una propria personalità, ciascuno con una propria posizione nella costellazione dei Gigatron2000. E tutto, dico tutto, nell'album suona a meraviglia. Chitarre, basso, batteria, tutto prodotto ed equalizzato alla perfezione; suoni caldi, graffianti quando serve e polverosi e desertici altrimenti.
E se un viaggio nello spazio profondo non dovesse essere motivo sufficiente per comprare un disco di intrattenimento puro come questo, beh, sappiate che all'acquisto i tre membri dell'equipaggio saranno lieti di allegare al cd un robottino di plastica. Accendete i motori a reazione, le turbine iniziano a girare, si decolla.
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Gruppo: Galderia
Titolo: The Universality
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Metalodic Records
Contatti: facebook.com/GalderiaOfficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. Universal Glory
2. Children Of The Earth
3. Universality
4. Raise The World
5. Sundancers
6. Farspace
7. Galderians
8. Ocean Of Light
9. Beyond The Cosmic Winds
10. Rising Soul
11. One Million Dreams
12. Call To The World
13. Outro
DURATA: 01:07:00
I francesi Galderia ci riprovano, dopo una separazione lampo durata neanche un annetto nel 2009, durante il quale si gettarono nella mischia con ben due album autoprodotti ("Puissance Et Unité" e "Royaume De l'Universalité"), il quartetto torna a farsi sentire a tre anni di distanza con "The Universality" e un'arma in più a disposizione, il supporto dell'etichetta canadese Metalodic Records che crede nella loro musica.
Diciamocela tutta sin dall'inizio, il power metal particolarmente "happy & friendly" dei transalpini è infoltito da cliché del genere, le influenze di gruppi imponenti per nome e storia con il signor Kai Hansen all'interno — ovviamente parlo dei Gamma Ray e della prima era delle "Zucche" amburghesi — e di derivati talvolta anche troppo sdolcinati come i Freedom Call sono evidenti al pari del Sole che risplende a mezzogiorno. Questo può rappresentare sia un difetto per coloro che a priori vorranno dare addosso all'uscita, sia un pregio per chi ne apprezzerà l'assimilazione e la maniera con la quale sono stati sfruttati per creare i pezzi. I brani risultano in alcuni casi coinvolgenti, avviene nell'accoppiata successiva all'intro "Universal Glory" (composta da "Children Of The Earth" e "Universality"), offrono delle buone prove ritmate in "Sundancers" e "Rising Soul", mostrando anche una preparazione strumentale capace di sviluppare soluzioni interessanti in "Ocean Of Light" e di avere fra i suoi assi nella manica un pezzo che dal vivo potrebbe fare la differenza come "One Million Dreams".
I lati positivi ci sono ed è giusto elencarli, è anche vero però che il disco possiede quale contraltare un eccessivo contenuto di zuccheri nell'ipermelodica "Galderians", una "Beyond The Cosmic Winds" un po' moscia, una durata complessiva che sembra tirata per i capelli (l'ora e sette minuti è veramente esagerata) e una prestazione vocale da parte del buon Seb che per quanto non dispiaccia non ha un vero e proprio carattere distintivo, tanto da rendere così più interessanti le sezioni corali che quelle in cui è lui a tener banco.
"The Universality" invia un messaggio positivo che incita alla libertà e all'unione, è prodotto bene, anche se il basso sembra essere un po' relegato in disparte e questo è un peccato, il lavoro svolto in fase di masterizzazione ai Finnivox Studios da parte di Mika Jussila è la ciliegina sulla torta e la copertina curata dall'esperto Felipe Machado (Blind Guardian, Rhapsody Of Fire, Secret Sphere e Rebellion) incarna fedelmente il credo dei Galderia. Tirando le somme però siamo ben lontani dal poter descrivere il disco come un acquisto necessario, a meno che non siate dei fan accaniti di qualsiasi uscita del genere, in quel caso, probabilmente solo in quel caso, potreste o dovreste dar loro almeno la possibilità di girare nello stereo.
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Informazioni
Gruppo: Gallops
Titolo: Yours Sincerely, Dr. Hardcore
Anno: 2012
Provenienza: Galles
Etichetta: Holy Roar / Blood & Biscuits
Contatti: facebook.com/gallopsgallops
Autore: Mourning
Tracklist
1. Astaroth
2. Jeff Leopard
3. Hongliday
4. Lasers
5. Rhythm Is A Misery
6. G Is For A Jaile
7. Window Fx
8. Bromden
9. Skyworth
10. Crutches
DURATA: 54:58
Math-Rock? Post-Rock? Musica strumentale? Mah, capita di trovarti fra le mani un disco che ti impegni ad ascoltare, cercando di cavare il cosiddetto ragno dal buco, e alla fine della fiera tuttavia ti risulta più fruttuoso lasciarlo scorrere per quel che è, senza porti troppe domande. Con i Gallops, formazione gallese proveniente da Wrexham, è stato così, una volta deciso di approcciare "Yours Sincerely, Dr. Hardcore" ho dapprima iniziato a interrogarmi su cosa suonassero, dato che il miscuglio è ampio, con l'elettronica presenza costante, mentre la pressione dell'hardcore — che speravo di riscontrare vista la dedica nel titolo — è decisamente evanescente, per non dire assente ingiustificata.
Allora cos'è che propongono? Il termine usato per identificare il loro stile su Facebook è "Wolf-Step/Rainbow-Thrash", delirante e totalmente senza senso, come del resto lo sono gli pseudonimi dei componenti del gruppo: Grum Kid Hacker, Up Animal Like Curve, Dear! A Vomit e Relaxedly Breathed Yaw. Ascoltando il trittico posto in apertura composto da "Astaroth", "Jeff Leopard" e "Hongliday", avremo a che fare con una band che offre un beat da trip con atmosfere dilatate nella prima, tratti ossessivi e cantilenanti dotati di melodie e fraseggi capaci d'incastrarsi in testa nella seconda, una lieve aggressività e un alone scuro che dona profondità e una strana vivacità alla composizione nella terza. E l'hardcore (di nuovo)? No, l'hardcore non c'è, è solo suggestione.
In effetti più si va avanti e più la tracklist sembra ingabbiarsi in uno scenario a metà fra il videogioco anni Ottanta e una scelta cinematografica retrospettiva, prendete "Lasers", un pezzo che richiede di essere strafatti da quanto è acido, le partiture elettroniche sono da "mangiacervello", ricordando le basi techno-progressive anni Novanta, comunque niente "tunz tunz tunz" inutili, una sorta di "sclero" chimico che si dipana sul finire tramite un'avanzata costante dei feedback di stampo noise. "G Is For A Jaile" invece spara in più direzioni, cambiando liberamente, mutando forma e percorso senza seguire regole precise in una sorta di lunga, contorta e seducente jam-session che evidenzia però quanto il quartetto sia in grado di adoperare la strumentazione in maniera professionale ed estrapolarne suoni e combinazioni in possesso di un discreto fascino tanto in ambito rock atmosferico quanto elettronico.
"Yours Sincerely, Dr. Hardcore" ha probabilmente quale unico difetto vero e proprio una durata troppo estesa, quasi un'ora di musica che vibra con assiduità, guardandosi troppo attorno, infatti potrebbe risultare non del tutto digeribilissima, è anche vero però che sarebbe un peccato dover saltare tracce quali "Rhythm Is A Misery", "Skyworth" (il secondo capitolo più "nero" per ciò che concerne l'intensità emotiva) e la lunga "Crutches". È quindi consigliabile provare a indorare la pillola, avvicinandosi un po' per volta, sino a godersi il disco per intero; ridurlo a una mera compagnia di sottofondo limiterebbe comunque il piacere di addentrarsi in tale lavoro.
A chi consigliare l'ascolto dei Gallops? Bella domanda, è più semplice pensare a coloro che dovrebbero evitarlo, infatti se odiate i miscugli sonori eterogenei, se preferite avere con voi musica che mostri una prestanza più diretta e solitamente schivate in automatico qualsiasi cosa abbia collegata a sé termini come "math" e "post", "Yours Sincerely, Dr.Hardcore" non farà sicuramente al caso vostro. I restanti invece avranno modo di tirare le somme e decidere se fare un tentativo o meno.
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Gruppo: Gypsy Chief Goliath
Titolo: It's A Walk In The Mist
Anno: 2012
Provenienza: Canada
Etichetta: Black Vulture Records
Contatti: facebook.com/groups/gypsychiefgoliath
Autore: Mourning
Tracklist
1. Black Samurai
2. The Return
3. Cold Hand Of Death
4. We Are The Devils Thieves
5. Dreaming In Color
6. Elephant In The Room
7. Intermission#
8. Chapter Fire
9. Out Of Control
10. Course Of Time
11. Listen To Static
12. Saint Covens Tavern
DURATA: 48:27
I Gypsy Chief Goliath sono fra i possessori di un suono che mi rende felice ogni qualvolta inserisca un disco simile nello stereo, parlo di musica stoner, di rock psichedelico che si tinge di venature hard e country, il sound caloroso e avvolgente del sud degli U.S.A., certo è strano che tutto ciò arrivi però dal più freddo territorio canadese.
La formazione guidata dal carismatico cantante Al "The Yeti" Bones (The Mighty Nimbus, ex Georgian Skull e Mister Bones) è così composta: Al "The Yeti" Petrovich (voce), Dave Ljubanovich (chitarra), Sean De Faria (chitarra), Brodie Stevenson (armonica), Sean Hamilton (basso) e Adam Saitti (batteria).
Nel 2012 hanno rilasciato un piacevolissimo album che fonde gli stili prima accennati, si ha la sensazione di venire inondati dalla calura, dal sapore alcolico e dalle ondate blues che portano a immaginare questi canadesi come una miscela ben riuscita di Black Sabbath, Lynyrd Skynyrd, Blue Öyster Cult, Thin Lizzy, Down, Clutch e Hogjaw, al solo pensiero viene l'acquolina alla bocca. Sin da subito vi preannuncio che il disco non ha momenti morti e nemmeno riempitivi, la tracklist fila via liscia e particolarmente godereccia.
I giochi si avviano ed è l'opener "Black Samurai" ad accoglierci, è il primo esempio di quanto i musicisti siano abili nel mantenere in equilibrio le componenti stoner e psichedelica, facendo sì che entrambe aderiscano al pezzo come entità fluide e viscerali; seguono due canzoni, "The Return" e "Cold Hand Of Death", robuste, sanguigne e di chiara entità settantiana, che scaldano il cuore e invitano ad alzare i boccali.
È poi il turno di "We Are The Devils Thieves" con l'intrufolarsi della vena country che rende il brano coinvolgente e quando ci si attenderebbe di proseguire su tale percorso i Gypsy Chief Goliath fanno un passo indietro, appesantendo il sound in "Dreaming In Color", nella quale l'unico colore difforme dalle tonalità grigie e pressanti viene evidenziato dall'armonica a bocca di Brodie, che ritroveremo anche nella successiva "Elephant In The Room" dall'atteggiamento acido e scostante; la voce di Al è graffiante, scura, incisiva e ricorda non poco quella dei signori Phil Anselmo e Neil Fallon dopo una bella botta da whiskey, il rozzume ci piace.
Il settimo capitolo "Intermission#" è stravagante, non mi viene in mente altro termine per definirlo, è poco meno di un minuto e mezzo di musica acustica, il suono nella prima parte sembra essere guidato da una diamonica (avete presente?), mutando poi in una sorta di melodia orientaleggiante un po' fuori contesto, ma neanche così disturbante. La band deve essere andata fuori dagli schemi per più di un attimo, poiché la traccia seguente intitolata "Chapter Of Fire" vira in territorio molto classico e improntato su un heavy stradaiolo che rimembra qualcosa anche degli Steppenwolf.
Non si può certo dire che questi musicisti non sappiano attizzare il fuoco del rock, confermandolo oltretutto nella ritmicamente incalzante e prestante "Out Of Control" dal titolo azzeccatissimo e poi... Poi come la quiete dopo la tempesta compare "Course Of Time" a cavallo tra il vissuto della piovosa Seattle e il southern che scorre nelle vene delle note sinora udite, sorpresi? Io un po' sì e devo dire che il risultato è davvero niente male.
Ancora due soli brani e "It's Walk In The Mist" avrà compiuto il suo corso, si fa sotto "Listen To Static" dall'attitudine maggiormente intima e riflessiva, conservando quell'acidità blues di fondo e centellinando gli sforzi in un crescendo lieve e costante, l'ennesimo incontro con l'armonica a bocca e l'aumentare dei ritmi sul finire spalancano la porta d'ingresso all'ultima "Saint Covens Tavern" che, dopo aver omaggiato la tradizione a "stelle e strisce" con una piccola sezione di "When The Saints Go Marching In", celebra la passione per rock, folk e country in unica sessione.
Dopo un paio di giri in un locale si potrebbe rischiare di pagare un salatissimo conto al banco del bar, il pezzo desidera animare la serata e "buona musica più alcol in compagnia" è un modo per far sì che avvenga.
Siamo di fronte ai Gypsy Chief Goliath e alla loro goliardia, a un sound che come appassionato del genere, e tanti di voi lo sono, non riuscirò mai e poi mai a non inserire nello stereo. Citazionisti o meno, i canadesi con questo "It's Walk In The Mist" mi danno, e ci danno, ciò che vogliamo davvero: un motivo per premere "play", aggiungete un pizzico di personalità e un paio di brani che diveranno delle vostre "hit" e la magia è bella che pronta. Lo compriamo? Io direi di sì.
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Gruppo: Gaoth Anair
Titolo: Gatherings In The Dark
Anno: 2004
Provenienza: Auckland, Nuova Zelanda
Etichetta: Swampkult Productions
Contatti: facebook.com/GaothAnair
Autore: Bosj
Tracklist
1. Awoke By The Bloodstone Gate
2. Assault Chariot Of Scythes
3. Gatherings In The Dark
4. Fifth Plague
5. Tempestuous Half Shadows
6. Scratching Over The Face Of Black Angel
7. Night Meditation Part One
8. Forgotten Wanderers On The Sea Of Souls
DURATA: 56:48
Se ci seguite regolarmente, sapete che la nostra politica è contraria ad ogni forma di ristampa/riedizione/qualsivoglia trovata commerciale. Nel caso di questa nuova edizione di "Gatherings In The Dark", tuttavia, capirete bene che siamo di fronte a un caso che non rientra assolutamente nelle definizioni poco sopra.
Trattasi del secondo full lenght della one-man band Gaoth Anair, di stanza ad Auckland, anno 2004, riportato nei nostri impianti stereo nel 2012 dalla piccola ma attivissima Swampkult Productions. Proprio dal 2004, anno in cui fece uscire due full e un demo su nastro, si erano perse le tracce di Sean O'Kane Connolly, mente del progetto in questione e di numerose altre piccole realtà a me totalmente ignote (Taur Nu Fuin e Undiscovered Moons Of Saturn tra le altre); è dunque servita questa riedizione, rinnovata nell'artwork e nella masterizzazione, a chiarire che il musicista oceanico è ancora attivo con questa ragione sociale, anzi, ha anche creato una pagina Facebook per l'occasione.
Rispetto alla stampa originale, contro ogni usanza, in questa versione di "Gatherings In The Dark" è presente una traccia in meno, la conclusiva, ma non ho informazioni circa le motivazioni di questa scelta, quindi mi limito a prenderne atto e comunicarla.
Venendo al cuore di questa breve analisi, il materiale di Gaoth Anair rientra pienamente nel filone atmospheric black più lo-fi che possiate immaginare. Brani mediamente lunghi (con "Scratching..." si superano addirittura i dieci minuti), molto classici, con blast-beat, scream costante, chitarra zanzarosa e, per aver ragione dell'etichettatura atmosferica, tastiere e sottofondi sintetici. Il tutto chiaramente nella più totale "trueness".
L'ennesima proposta di derivazione cascadica? Potremmo dire di sì, non fosse che, particolare assolutamente di rilievo, tutto il materiale qui raccolto è stato composto in Nuova Zelanda tra il 2002 e il 2004. Quando di "cascadian scene" nessuno aveva mai sentito parlare. Contestualizzando l'album negli anni, quindi, se ne ha una percezione completamente diversa. L'allora ragazzo neozelandese, nell'isolamento geografico forzato dovuto alla sua terra, partorì un susseguirsi di brani ampiamente godibili, dal piglio classico, ma con importanti indizi di ciò che sarebbe di lì a un paio d'anni divenuta una delle formule portanti delle sonorità del black metal contemporaneo.
Il tutto in una veste torbida, fumosa, assolutamente sottoprodotta, per non dire non-prodotta, quando la matrice "del momento" era quella iperprodotta ed industrialoide della prima metà degli anni Zero. Lungi da me fare facili paragoni storici, che si rivelano sempre incontrovertibilmente sbagliati, sicuramente Gaoth Anair non era l'unica eccezione al sound moderno e plasticoso che stava vivendo il suo periodo di splendore, tuttavia è bene considerare che in Nuova Zelanda di black atmosferico lo-fi in quegli anni non ce n'era molto, tutto qui. Quindi fate un bel tuffo nel recente passato ed immergetevi nei suoni paludosi che Sean O'Kane ha preparato per voi, ne vale la pena.
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Gruppo: Gospel Of The Horns
Titolo: Ceremonial Conjuration
Anno: 2012
Provenienza: Australia
Etichetta: Invictus Productions
Contatti: myspace.com/gospelofthehorns
Autore: ticino1
Tracklist
1. Sorcery And Blood
2. Awakening
3. Ceremonial Conjuration
4. Conquering Self
5. The Fog [cover Goatlord]
DURATA: 18:12
L'Australia è un immenso paese, arido... sì, mandatemi pure a fare in culo, lo farei anch’io, se qualcuno iniziasse così un discorso sui Gospel Of The Horns. Sono passati ben cinque anni, per poter sentire notizie da parte di questi signori. Rinfreschiamoci la memoria: nel 2007 apparvero un full, che non era male, e una raccolta con registrazioni del decennio precedente. Queste erano indubbiamente attese da tanti fanatici e a ragione. Le canzoni d'allora non solo spaccano, ma sono pure ardue da trovare su disco o cassetta originali.
L'etichetta tedesca Invictus ci sorprende con un EP che all'uscita di questa critica daterà oltre sette mesi. Mark Howitzer, con la sua voce caratteristica, e i suoi compagni ci assaltano con un thrash nero, grezzo e privo di compromessi che è stato inciso e prodotto in Germania. I quattro pezzi nuovi sono fedeli alla linea offerta abitualmente dagli australiani e, almeno così mi pare, lasciano affiorare qualche tocco norvegese in più del solito che si dimentica appena entra in azione l'obice solista. M'immagino come il pubblico impazzisca durante l'esecuzione in concerto di "Awakening", pezzo non troppo veloce ideale per scuotere la testa e fare casino. Scale marziali, ritmi insolentemente secchi, assoli sferzanti e grida aizzanti vi accompagnano durante questi scarsi venti minuti che avrebbero meritato di presentarsi in un disco pieno. La — sì, diciamolo pure — riuscita cover dei Goatlord non riesce a consolare gli ascoltatori come me che hanno già tutto il possibile in collezione e lascia dunque un tantino d'amaro in bocca.
Che cosa dire? Le canzoni non sono male, ma dopo tanta attesa sarebbe stato bello ricevere almeno una mezz'oretta di materiale fresco. Non ho ancora deciso, so comunque già che alla fine mi troverò questo pezzo di metallo in collezione.
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Gruppo: GrimNote
Titolo: Screaming Underground
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Ghost Records
Contatti: facebook.com/pages/GrimNote-Rock-band-page/220414974676091
Autore: Mourning
Tracklist
1. Screaming Underground
2. Pirati
3. Mistery
4. 27 Coffees
5. Burning My Sky
6. La Meta Lontana
7. Beautiful Tits
8. Mirando El Mar
9. Sad Reality
10. Crow Will Come
DURATA: 46:25
Le buone intenzioni vanno sicuramente premiate, questo è stato il pensiero finale dopo aver ascoltato un paio di volte il debutto dei GrimNote, giovane formazione nostrana interprete di un più che discreto hard rock con aperture sonore anche in territori musicali più leggeri.
La formazione veneta mostra una notevole maturità strumentale, di aver lavorato sodo in fase di arrangiamento e di essere stata particolarmente attenta all'operato dietro il mixer svolto da Riccardo Damian. Il risultato ottenuto con il debutto "Screaming Underground" detta così potrebbe sembrare dei più positivi, purtroppo i musicisti devono fare il conto con un'ispirazione altalenante.
Formalmente come dicevo non hanno granché da farsi perdonare, il disco però "ballonzola" ripetutamente, passando da episodi convincenti in toto come la titletrack, "Mistery" (pur se leggermente melensa è ricca di fascino) e "Sad Reality", ad altri che "rendono" a un buon 70% come "Burning My Sky", "27 Coffees", "Beautiful Tits" e "Crow Will Come" e altri ancora che invece ti fanno un po' storcere il naso, vuoi per una musicalità poco interessante e non si sa per quale motivo latineggiante (si veda "Mirando El Mar"), per un ritornello che ne abbassa il livello di presa (cosa che avviene in "Pirati", se non fosse per quello la canzone sarebbe molto più che buona) e la fruibilità radiofonica forse un po' troppo "facilona" di "La Meta Lontana".
Quello che manca a "Screaming Underground" è l'amalgama, sembra che i GrimNote vogliano accontentare tutto e tutti sparando in più direzioni, così fra una virata grunge, una al panorama italiano e una verso sonorità medio-orientali si perde in parte il bandolo della matassa.
È un peccato perché la voce dai toni scuri di Edoardo Fusaro piace, il chitarrista Giovanni Bergamin è un buonissimo riffmaker e solisticamente conferma che i GrimNote hanno voglia di fare le cose sul serio. La preparazione insomma non manca e l'ennesima riprova arriva dal comparto ritmico che vede Antonio Isca e Marco Zanini, rispettivamente al basso e alla batteria, fornire un apporto solido e ben orchestrato. Possiamo quindi scommettere su questi ragazzi?
I presupposti per rilasciare degli album di valore qui ci sono davvero tutti, un ottimo supporto viene offerto dal tastierista Alessandro Moro nell'adornare i brani (alle volte con lo stesso produttore Damian a dare una mano), sarebbe il caso quindi di inserire in pianta stabile uno strumentista che ricopra quel ruolo. Inoltre fissarsi in testa un punto per tracciare poi una ideale linea guida da seguire, affinché avvenga quel salto di qualità che consentirebbe la realizzazione di un lavoro esente dalle montagne russe qualitative qui presenti.
Il tempo è dalla loro, la voglia non manca e la fiducia del sottoscritto neanche, auguro ai GrimNote di sistemare il tiro e di poter ascoltare un secondo album che cancelli le mie perplessità. Nell'attesa un altro giro a "Screaming Underground" non lo nego. In bocca al lupo ragazzi!
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Gruppo: Grendel
Titolo: Voices Of The Dawn
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Sonic Pump Studios
Contatti: facebook.com/grendelband
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Path Of Dawn
2. Left Behind
3. Voices Of The Dead
4. The Spark
5. Sunburns And Blinded Eyes
DURATA: >22:12
Che i finnici Grendel fossero in continua evoluzione era cosa nota, con l'ultimo album "Corrupt To The Core" non solo avevano dimostrato di saper stare al passo con i tempi facendo filtrare all'interno del loro melodic death una visione catchy e una d'avanguardia tutt'altro che disdicevoli, avevano infatti anche dato riprova di una qualità compositiva che di anno in anno si era affinata.
Nel 2013 ritornano sulla scena in versione ridotta, la nuova pubblicazione degli scandinavi è infatti un ep contenente cinque tracce dal titolo "Voices Of The Dawn", la vera sorpresa però è ciò che ci offrirà la musica.
Chi si attendesse un'ennesima valida prestazione sulle coordinate sonore ormai tracciate rimarrebbe altamente deluso, la pressione del melo-death e le sue scorribande sono state del tutto eliminate, la voce di Mikko, elogiato dal sottoscritto anche per l'ottima prova con i Dead End Finland di "Stain Of Disgrace" rimane costantemente "pulita", così come decisamente pulita è l'intera esecuzione che si affida a una tipologia di sound evocante nomi noti del panorama di quelle lande.
Il primo pensiero ha portato alla ribalta le figure di Dan Swano e gli Opeth più fruibili, tuttavia quella più importante si è fatta strada dirompente in più maniere, parlo dei connazionali Amorphis molto presenti e udibili nelle soluzioni attuate per realizzare i pezzi del mini, regalandoci una inattesa uscita incentrata sul fattore atmosferico ed emotivo.
I brani sono eleganti, altamente ricchi di melodie, le chitarre di Jussy Kraft e Mika Kivi (autore anche dei cori a supporto) semplicemente sublimi nell'accompagnare l'ugola di Mikko, in coppia aggiungono toni malinconici suadenti alla proposta nello splendido ritornello che si staglia all'interno di "Left Behind".
Gli ingranaggi della band girano alla perfezione, gli inserimenti di tastiera a opera di Juha Terrilä sono veramente belli, in alcuni frangenti la scelta dei suoni non è lontana dal rimembrare gli ultimi album degli Amorphis, ascoltando a esempio "The Spark" noterete una somiglianza gradevolissima con lo stile progressivo - settantiano più volte esaltato nei lavori prodotti dall'accoppiata storica formata da Holopainen e Koivusaari.
Si viaggia su livelli di bravura considerevoli, questi musicisti dimostrano di poter tenere testa a simili giganti. I finlandesi non fanno "pop", sono riusciti però a creare delle canzoni davvero accattivanti e dei ritornelli particolarmente affascinanti e capaci di rimanerti in testa, ho citato quello di "Left Behind" ma il discorso vale anche per quello di "Voices Of The Dead" che sembra invocare a gran voce d'esser cantato.
Stranamente, molto stranamente, poi mi chiedo: perché quando attacca la strofa di "Sunburn And Blinded Eyes" il primo collegamento che fa il mio cervello riporta al duo composto da Annie Lennox e David Stewart con la loro "Sweet Dreams"? Si tratta esclusivamente di un attimo fugace che lascia il sorriso stampato sulle labbra, per essere infine successivamente inghiottito nell'ennesima brillante esecuzione che stavolta porterà però a conclusione il disco.
"Voices Of The Dawn" è solo un episodio estemporaneo o rappresenta invece una svolta che farà mutare del tutto pelle alla formazione? Onestamente sono curioso di vedere come gestirà la situazione, in entrambi i casi visto ciò che han tirato fuori da "Corrupt To The Core" e da questo ep personalmente posso considerarmi inserito fra gli interessati ad ascoltarne gli sviluppi futuri e vi consiglio di fare altrettanto.
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Gruppo: Graveyhard
Titolo: Black Train Starting
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/Graveyhard - soundcloud.com/graveyhard
Autore: Mourning / Dope Fiend
Tracklist
1. Black Train
2. Never Walk Alone
3. The Land Of The Dead
4. Followers Of Death
5. Signs Of War
DURATA: 17:55
 Mourning: Oh Dope Fiend, hai ascoltato l'EP dei Graveyhard? Che mi dici? Io li ho trovati ancora acerbi, ma ci sono sonorità Southern/Stoner e quel Grunge alla Soundgarden di "Badmotorfinger" che mi piacciono.
Dope Fiend: Sì Mourning, ho avuto il piacere di ascoltarlo e devo dire che sono concorde con la tua visione. Diciamo che il fatto di essere ancora un po' acerbi penso sia normale: in fondo i ragazzi sono alla prima prova e il disco è autoprodotto. Certo che tutto quel bel riffing grasso e polveroso di pezzi come "Followers Of Death" e "Signs Of War" è davvero da orgasmo per chi, come noi, ama i Black Label Society, i Down e tutta quella combriccola di zozzoni!
Mourning: Vero, stavo un po' riflettendo sulla prestazione in genere dei ragazzi. Ivan è vocalmente interessante, perchè è tutt'altro che perfetto: sembra un incrocio strano fra Phil Anselmo e Pete "Trippy" Holland dei Trippy Wicked (sai che li adoro) e ascoltando "Land Of The Dead" hai fatto caso che il ritornello pare avere un paio d'inflessioni Muse? La cosa è anche divertente, ci si deve solo fare un po' l'orecchio. Sulle basi, per quanto siano rocciose e forse un tantino elementari, direi che siamo sulla buona strada, non credi?
Dope Fiend: Assolutamente sì, la prestazione di Ivan al microfono è davvero degna di nota: ascolta "Never Walk Alone", ad esempio, e dimmi se non ti fa venire in mente quello spettro sonoro fascinoso, un po' sghembo e ipnotico che era tipico di Kurt Cobain oppure, ancora, le vocalità di Layne Staley negli Alice In Chains. Sicuramente quella di Ivan, tenendo conto anche degli aspetti menzionati da te, è una prestazione variegata e che potrebbe quasi essere uno dei punti di forza di quest'uscita. A proposito di prestazioni: cosa non è il basso di Carlo? Non molla un attimo, si sbatte come un pazzo e dona una robustezza fantastica ai pezzi... dai, lo sai che sono malato per il basso, non mi guardare così!
Mourning: No, sono d'accordo con te. Gli strumenti questi tre musicisti li sanno usare e non sono male neanche le divagazioni solistiche: più adrenalina che tecnica e va bene così! La stessa produzione, del resto, la trovo indovinata, anche se forse a qualcuno farà storcere il naso per la sua rudezza: è cruda, ma a mio avviso è un punto a favore, perchè permette loro di esprimersi in maniera alquanto naturale. La batteria di Gabriele ha un bel suono, è viva, è reale ed è quello che voglio ascoltare. Basta con le pentolacce e quelle batterie che sembrano uscite dai Lego.
Dope Fiend: Hai centrato il punto, ecco ciò che gli amanti di questo sound vogliono sentire: una produzione ruvida e naturalissima! Chi la criticasse, semplicemente dovrebbe volgere la signorile delicatezza dei suoi femminei (per rimanere all'interno del politicamente corretto) timpani verso qualcos'altro. Io sono assolutamente convinto che, nonostante quelle piccole limature da effettuare in previsione futura, i ragazzi con "Black Train Starting" hanno tirato fuori qualcosa di davvero meritevole. E' impossibile non apprezzare quei ritratti fumosi e grigi tipici del Grunge e quella sensazione di oppressione malaticcia e quasi rassegnata immersa nella muscolarità dello Stoner!
Mourning: Sì dai, è un ottimo inizio! A questo punto credo che dobbiamo proprio pretendere di più dai Graveyhard: speriamo tirino fuori un disco al più presto e te che sei "piede lungo" più di me magari andrai a vederli live, così poi mi farai un bel resoconto della situazione anche da quel punto di vista, ci posso contare?
Dope Fiend: Ovviamente, se ne avrò la possibilità sarò ben felice di andarli a "testare" anche in sede live... e sono sicuro che questi pezzi faranno faville sul palco! Beh, allora non ci resta che attendere impazientemente il prossimo passo dei ragazzi, sperando che nel frattempo altri appassionati di questo sound si avvicinino a loro e, chissà, magari anche che un'etichetta offra loro supporto. Se lo meriterebbero davvero!
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Gruppo: Grief Of Emerald
Titolo: It All Turns To Ashes
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Non Serviam Records
Contatti: Myspace - Sito - Facebook
Autore: Akh.
Tracklist
1. And Yes It Moves
2. God Of Carnage
3. Where Tears Are Born
4. It All Turns To Ashes
5. Cage Of Pain
6. When Silence Became Eternal
7. Warstorms
8. Stormlegion (Warstorms Part II)
9. The Third Eclipse
DURATA: 40:31
 Continuando il nostro peregrinare in giro per l'Europa, ci fermiamo a fare una sosta in Svezia e incontriamo una vecchia amicizia: i Grief Of Emerald, band che ho seguito agli esordi con "...The Beginning" e il successivo "Nightspawn", dopodiché ne ho perse le tracce.
Li ritrovo quindi al loro quinto album, accasati presso la Non Serviam Records, che concede loro la possibilità di sviscerare tutto il potenziale distruttivo realizzato da un amalgama di Black Metal e influenze Death con l'aggiunta di tastiere che donano un certo alone sinfonico, a tratti morboso, alla devastazione messa in atto dal gruppo di Andreas Hedström (unico superstite della formazione originale). C'è da notare inoltre come l'intero artwork sia abbinato a fiamme e tonalità nero rossastre all'interno di una cattedrale, il che rafforza ulteriormente il concetto di attacco totale alla cristianità ed ai suoi principi.
Il riffing utilizzato per realizzare tale "blitzkrieg" è un insieme ben organizzato di Svezia e Norvegia, l'apporto melodico è però ridotto ai minimi termini e spesso concesso alle sole tastiere o ai solo chitarristici, mentre i ritmi sanno variare da pure sfuriate demoniche ad accenni o stacchi marziali come nella chiusura di "And Yes It Moves", in cui Havas trova una scala che mi ricorda molto da vicino "KZ" degli O.S. Non mancano poi aperture più Black/Death, dove l'ombra dell'Imperatore epoca "IX Equilibrium" affiora con tutto il suo tasso tecnico, "Where Tears Are Born" invece con il suo mid tempo incede fragorosa e altisonante. La stessa matrice Death è sfruttata per tirare l'ennesima bordata in "It All Turns To Ashes", nella quale i cambi di tempo la fanno da padrone e ci mostrano un gruppo che sa come maneggiare in maniera mefitica il proprio arsenale.
Oramai il quadro della situazione mi pare chiaro e comprende la veemenza ritmica della madre patria, la violenta fantasia espressiva dei Limbonic Art, la malignità dei vecchi Dissection (soprattutto negli innesti di pianoforte), la vena "power" dei migliori Dimmu Borgir, la carismatica verve degli Emperor, il taglio ferale dei Naglfar e la brutalità del Death Metal, ma è presente anche una vena personale tipicamente Grief Of Emerald ad accompagnare il tutto e il sigillo di Astaroth è compiuto.
Il massacro ovviamente non accenna a fermarsi, e dopo un più calibrata "Cage Of Pain" i messaggeri infernali (la mercuriale croce rovesciata ne è una conferma) ci asfaltano con una triade che non concede tregua: "When Silence Became Eternal", "Warstorms" e "Stormlegion (Warstorms Part II)" esplodono in deflagrazioni continue, in cui frangenti Morbid Angel si riaffacciano fra le liturgie ricreate dai tasti d'avorio, in un crescendo epico di furia e violenza su cui Lehto può lanciarsi in strali di viscerale odio e sacrale feralità, lasciando macerie fumiganti tutte attorno, innalzando il proprio bordone satanico. La chiusura viene infine lasciata a una lanciata "The Third Eclipse" (che mi ricorda la spinta di certi Sinstorm) dotata di un ritmo altissimo e un drumming al fulmicotone che cancellano i residui ostacoli sulla strada: l'avvento degli svedesi è giunto!
Dopo questo "It All Turns To Ashes", la voglia di tornare a seguire lo schieramento dei Grief Of Emerald è tornata prepotentemente, perché se amate i gruppi sopracitati non potrete non valutarli fra gli alfieri di spicco di questo genere "sinfonico". Forse potrebbero inglobare ulteriormente le influenze, arricchendo ancora lo spessore della personalità, in quel momento niente e nessuno potrà più fermare il loro dominio.
L'ultimo fronte di battaglia non ha retto... la disfatta delle coorti angeliche è compiuta, materializzata e consumata.
L'unico vessillo rimasto nei cieli, è cenere.
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Informazioni
Gruppo: Geist
Titolo: Der Ungeist
Anno: 2012
Provenienza: Israele
Etichetta: Total Rust
Contatti: myspace.com/geistfluch
Autore: Bosj
Tracklist:
1. Mord
2. Von Blut
3. Der Wald
4. Tot
5. Northern Pride
6. Der Ungeist
7. Taub
DURATA: 35:38
 La Total Rust, da Gerusalemme, ci ha sempre abituati a suoni sporchi, vere e proprie marcescenze sonore, spesse volte dilatate, vista la predilezione della label per la promozione di lavori ibridi, vicini ora al black ( Chaos Dei), ora allo sludge ( Tort).
Il progetto Geist, pur non avendo nulla di sludge, rispetta appieno tutti gli altri requisiti. One man band proveniente presumibilmente da Gerusalemme a sua volta (pochissime sono le informazioni precise, mi rifaccio qui al luogo di origine di uno dei side-project del musicista, i Bartholomeus Night), in ogni caso israeliana, è la seconda incarnazione solista di Ratimus, susseguente a un interessante monicker che nel 2009 consegnò ai posteri un ottimo esempio di black metal quadrato e battagliero, "Hall Of The Slain", a nome Mucous Scrotum.
Dopo quel disco, sul fronte Mucous Scrotum tutto ha taciuto; i Bartholomeus Night hanno rilasciato una sola traccia nell'ultimo decennio, da cui (sempre senza informazioni certe) supponiamo che Ratimus in questi tre anni abbia avuto tempo e modo di affilare le lame per prepararsi a questo nuovo assalto.
Dopo un iniziale demo nel 2009, ecco finalmente stampato "Der Ungeist", primo vero full che ci fa intendere quale sia il cammino intrapreso dall'Israeliano. "Basato sull'idea che il tutto dovesse essere registrato in una volta, in presa diretta e senza rifiniture o revisioni", l'album si muove per tutta la sua durata su suoni che potrebbero provenire dalle registrazioni perdute di "Nattens Madrigal", non fosse che l'intento e il mood delle composizioni e del disco sono totalmente diversi. Downtempo, riff tendenti al depressive, persino un booklet che sembra uscito da una session creativa dei Lifelover o da un esperimento di recupero psichiatrico di Nattramn, con foto paesaggistiche nelle prime pagine e di cocaina e tubi di scarico nelle ultime.
A concludere il tutto, l'agghiacciante dedica ad una ragazza morta diciottenne.
Dai titoli, la maggior parte dei quali curiosamente in tedesco, ben si immagina la portata di angoscia e di dolore che permea tutti i brani, senza eccezione. L'utilizzo di voce e strumentazione di Ratimus ricorda da vicino la disperazione e l'oscurità tipica della scena depressive post-burzumiana, come accennato: dai Nyktalgia al già nominato Nattramn epoca Silencer. Tuttavia, per qualche strano motivo, il senso di esagerato disturbo tipico di certe proposte in questo caso non arriva; con "Der Ungeist" non si toccano mai le vette di disagio emotivo completo e totale cui il depressive black metal "puro" ci ha abituati, probabilmente a causa di (o grazie a, vedete voi) momenti, nella seconda parte del lavoro, che spezzano la tensione psicologica creatasi fino a quel punto per riportarci su territori più classici e "razionali", è il caso di "Northern Pride" e buona parte della titletrack, sei minuti ciascuna di cavalcata e uptempo e accelerazione e roba old school piuttosto estranei al contesto di cui si parlava.
Un lavoro particolare, che non è dato sapere se sia frutto di precisa pianificazione o semplicemente di urgenze compositive spaiate ed assecondate sul momento. Quel che è certo è che il sound organico e graffiante mescolato all'atmosfera prevalentemente depressiva possiede un proprio fascino.
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Informazioni
Gruppo: Gloomy Suicide
Titolo: Sol MMXII
Anno: 2012
Provenienza: Nuova Zelanda
Etichetta: Salute Records
Contatti: facebook.com/pages/Gloomy-Suicide/310826535638654
Autore: Mourning
Tracklist
1. Satana
2. Soul Desecration
3. Fucking Darkest Carnage
4. Suicide
5. Finally Dead
6. Genevieve
7. All For You
8. War [cover Burzum]
9. Satanic Blood [cover Von]
10. Freezing Moon [cover Mayhem]
11. Burning The Churches Of God
DURATA: 41:18
Adolescenza e black metal... I neozelandesi Gloomy Suicide sono un trio alquanto giovane, girando su Internet sembra che uno dei tre non abbia raggiunto neanche la maggiore età ma se colleghiamo questo periodo di "ribellione" a ciò che venne messo in atto in terra scandinava da ragazzi che al tempo stavano vivendo questo passaggio di "stato", e che li avrebbe condotti poi a creare un vero e proprio "credo" musicale, di certo non lo si può considerare un limite.
Come avvenne all'inizio degli anni Novanta, questi tre artisti in "erba" si cimentano con una prestazione ruvida, prodotta in maniera "casereccia", sono presenti infatti parecchi sbalzi di volume e pezzi che sembrano stati inseriti in tracklist dopo varie sessioni e senza un particolare filo logico, così nasce "Sol MMXII".
I Gloomy Suicide pare abbiano intenzione di sfogarsi continuamente con il "raw black" di "Soul Desecration" e "Fuckin Darkest Carnage", in alcuni casi sfoderando dei tratti depressive come avviene in "Genevieve" e dal risvolto atmosferico nel finale di "All For You", prima di cimentarsi in una tripletta di cover storiche. "War" di Burzum, "Satanic Blood" dei Von e "Freezing Moon" dei Mayhem rappresentano in pratica ciò che il terzetto ama, musica cruda e oscura. Il platter poi è chiuso con un altro loro pezzo, "Burning The Churches Of God", che fa letteralmente incetta di cliché ma in fin dei conti non dispiace.
Per tanti versi il platter trasuda genuinità e ingenuità come la copertina così "amatoriale" o il fatto di ricalcare pedissequamente le orme storiche di band del passato. Per tanti questi saranno dei limiti, per altrettanti una sincera forma di dedizione, per questo motivo l'unica cosa che vi suggerisco è di dare un ascolto ai brani di "Sol MMXII" e poi decidere se valga o meno la pena d'inverstirci sopra, dato che la band è ancora in fase di maturazione e di strada da fare ne ha parecchia.
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