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lunedì 7 ottobre 2013

HADRON COLLYDER - Pitch Black Attitude

Informazioni
Gruppo: Hadron Collyder
Titolo: Pitch Black Attitude
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/hadroncollyder
Autore: Mourning

Tracklist
1. UFO Dictator
2. Holiness Is Offline
3. Viral Propaganda
4. Pitch Black Attitude
5. Revolution 1337
6. Capitalist Theory Breakdown
7. Dead Soul, Dead Path
8. Deranged, Depraved And Disapproved
9. Watershed
10. Oblivion

DURATA: 42:16

Il nome Hadron Collyder non l'avevo mai sentito, non avevo proprio idea di cosa suonassero e quando sono casualmente capitato sulla loro pagina Bandcamp e ho iniziato ad ascoltare "Pitch Black Attitude", l'unico lavoro all'attivo, non avevo nessuna pretesa; ciò ha giocato a mio favore, dato che ho avuto modo di apprezzare l'imperfetta, ma adrenalinica proposta della compagine tedesca.

Il quintetto composto da Kai H. Tubbesing alla voce, Markus Kratz e Lars Rademacher alle chitarre, Fabian Regman al basso e Martin Rusch alla batteria suona un metal particolarmente grooveggiante che attinge da sonorità death'n'roll, thrash e heavy-rock, una miscela identificabile come una sorta d'unione godereccia fra Entombed, Motorhead e qualcosa alla lontana dei Pantera, ai quali potreste aggiungere parecchi altri nomi, penso a signori quali Gorefest e Black Sabbath, ma chissà quanti ve ne potrebbero girare in testa.

Il disco è stato elaborato in modo da non risultare forzato, il trascorrere delle tracce evidenzia quanto il fattore groove sia importante, difatti esse mantengono una muscolarità quasi sempre spiccata e le due canzoni in apertura, "UFO Dictator" e "Holiness Is Offline", insieme a "Watershed" ne sono chiari esempi. La band si concede però anche degli spazi intimi, come avviene sul finire del capitolo posto in coda intitolato "Oblivion", con la canzone che si spegne con una emozionante esecuzione solistica.

Per quanto la formula con la quale i pezzi prendono vita non muti mai più di tanto, "Pitch Black Attitude" riesce a non scendere mai al di sotto di uno standard qualitativo sufficiente: alle volte prevalgono i toni più scuri utilizzati per aumentare il carico atmosferico, come noterete maggiormente all'interno del brano che dà il titolo al disco; altre la capacità di regalare una buona dose di scapocciate, penso a "Revolution 1337"; altre ancora è proprio l'animo rock a farla da padrone, si vedano "Capitalist Theory Breakdown" e "Dead Soul, Dead Path". Ad ogni modo regna sempre una solidità non indifferente, che alla fine della fiera ci consegna una prima prova di tutto rispetto.

I tedeschi sono solo agli inizi e fanno comunque ben sperare per il futuro, quindi se aveste voglia di avere come compagnia un album in grado di dare la carica, perché non provare "Pitch Black Attitude"? Del resto, tentare non costa proprio nulla.

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lunedì 23 settembre 2013

HEBOSAGIL - Lähtö


Informazioni
Gruppo: Hebosagil
Titolo: Lähtö
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Ektro Records
Contatti: facebook.com/Hebosagil
Autore: Mourning

Tracklist
1. Ei Ole Mitään Mihin Palata
2. Valot Päälle
3. Valinta
4. Kävelet Pois
5. Matkalaulu
6. Padot
7. Valmis Mihin Vaan
8. Juippi

DURATA: 26:40

I finlandesi Hebosagil sono ormai in giro dal 2003 e pur avendo già alle spalle una decina di uscite fra demo, split e album non sono poi così conosciuti. Il loro decimo anno d'attività viene festeggiato con la terza prova di lunga durata depositata negli scaffali: "Lähtö" è infatti pronto a smontarvi con la sua efficace e abrasiva aggressione che sovrappone hardcore, thrash e sludge-doom all'interno di otto pezzi per neanche mezz'ora di botta.

Le canzoni sono ruvide e ossessive, fangose e rabbiose: immaginate di creare una maledettissima "Royal Rumble" sul ring dove se la vedono a muso duro Melvins, EyeHateGod, Superjoint Ritual e Pro-Pain, alimentando una melma pesante e stridente nella quale spicca sia il lavoro dei chitarristi Antti Karjalainen e Remi Rousselle, sparato in prima linea, che la prestazione coriacea e trascinante del cantante Tatu Junno.

Lo sporco affare nel quale sono invischiati è di quelli che rapisce per la sua essenza integralista, pervaso da una corrente rock marcescente che ne aumenta il fattore godereccio. Non c'è un attimo di pausa o un momento in cui gli Hebosagil tendono a mollare realmente la presa, tant'è che dall'episodio d'apertura "Ei Ole Mitään Mihin Palata", nel quale si percepisce un certo retrogusto stoner, alla conclusiva "Juippi", passando per lo stupendo prefinale offerto dall'ipnotica "Valmis Mihin Vaan", l'album tiene incollato a sé l'orecchio frustandolo con perseveranza.

"Lähtö" è un disco che non scende a compromessi: è brutale, diretto e il cantato in finnico di certo non è il miglior mezzo per rendere "commerciale" una proposta. Certo, non è il massimo per ciò che concerne l'inventiva e qualcuno potrebbe lamentare una sensazione di già sentito che in un paio di sezioni diviene maggiormente evidente; è chiaro come il sole a mezzodì però che questi finnici non abbiano voluto perdersi in chissà quale ricerca, preferendo puntare i piedi sul terreno con forza e ottenendo così il risultato voluto: un muro sonoro contro il quale sfondarsi la testa dedicato agli amanti del genere.

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lunedì 2 settembre 2013

HAGL - In The Heart


Informazioni
Gruppo: Hagl
Titolo: In The Heart
Anno: 2013
Provenienza: Russia
Etichetta: Casus Belli Musica
Contatti: vk.com/haglofficial - facebook.com/hagloffiacial - reverberetion.com/hagl
Autore: Akh.

Tracklist
1. Intro (In The Heart)
2. Heavy Gale
3. Mors Triumphalis
4. Thunderstorm
5. Howl As A Wolf
6. Europe
7.Above Death
8. The North
9. Wake Up!
10. Outro

DURATA: 41.14

Gli Hagl giungono dalla Russia con il terzo album "In The Heart" grazie alla Casus Belli Musica, allineandosi assieme alla moltitudine di guerrieri Pagan-Black Metal che l'Est Europa e il suo forte senso nazionalistico formano.

L'introduzione al disco è atmosferica e sussurrata, come se uno spirito soffiasse sulle braci per far divampare nuovo fuoco, incarnato nella musica dei russi. Con le prime due canzoni ("Heavy Gale" e "Mors Triumphalis") vengono abbinate in maniera corretta influenze Black Metal a quelle più Heavy Metal, riportandomi alla mente i primi lavori della scuola svedese della allora nascente frangia Death di Göteborg, oppure quelle reminiscenze classiche che affiorarono in Europa in certe fasce estreme, esempio culminato nel clamoroso "Heartwork" dei leggendari Carcass. Il tutto è tradotto ovviamente in un linguaggio nero, eredità lasciata dalla prima incarnazione del gruppo, mantenendo però inalterato quell'approccio in bilico fra melodie e ripartenze fulminee.

Dopo questi due episodi devo dire che la struttura dei pezzi e le melodie si discostano dalle rimembranze svedesi, e forse anche da quel raro approccio "Folk", per acquisire una sostanza maggiormente europea. Se nei primi ascolti ogni tanto fuoriusciva un senso di déjà vu, col passare del tempo si sono fatte più vive la forza e la potenza dei pezzi, anche grazie alla complicità di una buonissima produzione che fa risaltare gli assalti furiosi e battaglieri; mentre il tuttofare Swarm (solo la batteria e una parte delle tastiere non sono opera sua, ma di Alarm e Aria) innalza sulle parti ritmiche scream corposi e arcigni, come nelle incalzanti "Thunderstorm" e "Howl As A Wolf" o in "Above Death".

Il senso più prettamente "popolare" è dettato dalle liriche e dalla grafica, nella quale si inneggia a quell'ardore selvaggio e sacro che nutre il guerriero e a quel lato eroico di cui è portatore il libretto (compresi i testi in lingua madre e la loro traduzione in inglese), ma anche da certi arrangiamenti di chitarra acustica, soprattutto nella parte conclusiva del cd. Potrei quasi affermare che la seconda parte è quella con un maggiore spettro d'azione e anche i vari brani tendono ad ampliarsi, sfondando il muro dei quattro minuti, cosa che non avveniva nelle precedenti stilettate musicali. L'impulso principale rimane in quel senso di irruenza a tratti minimale e votata alla carica cieca che viene veicolata dai vari blast beat e dalle chitarre talvolta ruvide e scarne, in piena linea con l'anima del Black Metal più "guerrafondaio", che sicuramente garantiranno ancora maggiore efficacia e atmosfera riprodotte accuratamente dal vivo.

Qua non ci sono grossi echi alla tradizione dell'Est come poteva accadere coi cechi Zrec e non ci sono neanche le suggestioni acustiche dei norvegesi Wardruna: negli Hagl esiste un incedere più spietato, ma con meno rinvii alle radici e al terreno, qui Perun (il grande Dio della folgore slava) preferisce benedire l'acciaio e il braccio valoroso che lo brandisce, che innalza la gloria in "Europa", "The North" e nella suggestiva e simbolica "Wake Up!", fino alla conclusiva "Outro" dove si materializza la parte più sognante e vagamente progressiva del gruppo, tanto da farmi giungere alla mente certi Green Carnation.

"In The Heart" si tramuta quindi in una alchimia ben organizzata di melodie e scudisciate furiose, in cui tradurre la visione eroica e poetica di Swarm, dove la Guerra è la musa ispiratrice per i valori del Coraggio, della Determinazione, della Fedeltà, della Furia e della Forza, incorniciato in una forte ispirazione "pagana" dove gli Dei possono ben volere il proprio popolo o dove semplicemente un guerriero canta una ode che riecheggia profonda... nel cuore.

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lunedì 12 agosto 2013

HIGHGATE - Survival


Informazioni
Gruppo: Highgate
Titolo: Survival
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Totalrust Music
Contatti: facebook.com/Highgatedoom
Autore: Mourning

Tracklist
1. Mother Abyss
2. There Will Never Be Light Again
3. Survival

DURATA: 47:26

La formazione statunitense degli Highgate sta dimostrando di essere affidabile e corrosiva, infatti rispetto alle prime uscite il secondo album "Shrines To The Warhead" ha evidenziato un cambio di marcia e miglioramenti sia nei suoni che nell'aspetto qualitativo, oltre a margini di crescita futuri. Il 2013 li vede tornare sulla scena con il terzo disco, quello che — come in tanti ormai ci ripetiamo da tempo — dovrebbe indicare l'avvenuta o meno maturazione di un progetto.

"Survival", per nostra fortuna, prendendo spunto dalle precedenti prestazioni, fa registrare l'ennesimo passo avanti, risultando a oggi il loro lavoro più completo e definito. Gli Highgate sono sempre gli stessi, la miscela di doom che si annerisce e si innervosisce, divenendo a tratti squilibrata con l'entrata in scena delle influenze drone, è quella che conosciamo, così come la voce di Greg Brown, che continua a essere lacerante e in alcuni frangenti stridula, avvicinandosi volutamente a una visione estrema che del resto non è mai stata celata o tenuta a bada. Si perpetua quindi l'incrocio di sonorità settantiane oscure, scanalature abissali e atmosfere funeste che chiamano a raccolta numi tutelari quali Black Sabbath, Winter, Celtic Frost e Khanate, pur potendone elencare altri. I quarantacinque minuti di "Survival" alternano passaggi "rumorosi" e altri altamente ipnotici, allentano la presa, allungando e appesantendo il riffato, poi di colpo presentano cambi ritmici che ne animano, seppur in maniera sparuta, l'incedere, ripiegandosi in seguito su se stessi e addensandosi fangosamente sino a sfiorare a più riprese lidi sulfurei. Stavolta però gli statunitensi vengono supportati da una produzione che, non essendo inquadrabile come "lo-fi", tende a favorire la definizione e l'inspessimento del suono in una maniera non riscontrabile in nessun'altra opera da loro pubblicata.

La scaletta include tre capitoli che confermano in blocco le doti in possesso di un gruppo che ha realmente qualcosa da offrire e che è in grado di garantire ai fan una continuità nel rapporto che si viene a creare fra artista e ascoltatore. Gli Highgate hanno raggiunto il loro traguardo, finalmente sono divenuti una band "adulta" sotto tutti gli aspetti e che con "Survival" vuole entrare prepotentemente a far parte delle nostre collezioni. Accoglieteli e buon ascolto.

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lunedì 29 luglio 2013

HAMMERHANDS - Glaciers

Informazioni
Gruppo: Hammerhands
Titolo: Glaciers
Anno: 2013
Provenienza: Mississagua, Ontario, Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/hammerhandstheband
Autore: Bosj

Tracklist
1. Floods
2. Analysis Paralysis
3. Glaciers
4. Meatbags
5. Lasciate Ogne Spreranza, Voi Ch'Intrate
6. Equus

DURATA 62:10

Canadesi, debuttanti, pesantissimi: tre aggettivi più che sufficienti per definire gli Hammerhands, quartetto di Mississagua, Ontario. Di nuovo, ci troviamo alle prese con l'eredità dei Neurosis e dei loro "figli", dagli Isis ai Pelican ai Cult Of Luna a quella serie sterminata di formazioni che, chi più chi meno, ha fatto dello sludge la propria missione.

Gli Hammerhands, dal canto loro, si attestano su coordinate che di ambient e atmosferico in generale hanno piuttosto poco, a meno che con quest'ultimo aggettivo non si intenda un unico riverbero di chitarra tirato e allungato per cinque, dieci, venti minuti. Il corpo centrale dell'operato dei Canadesi, infatti, è un monolitico, asfissiante e nero lavoro chitarristico che oscura più o meno tutto il resto, fatto salvo l'interludio "Lasciate Ogne Spreranza..." (sì, è proprio sbagliata la grafia da parte della band, non è una svista nostra). Posto che questo stupro citazionistico dura poco più di un minuto, è chiaro come nell'economia complessiva di "Glaciers" il suo valore sia estremamente circoscritto.

E allora chitarre, chitarre e chitarre, distorsioni, distorsioni e distorsioni. E poi effetti, fuzz, loop e ancora distorsioni. I testi e il cantato sono decisamente secondari rispetto alla strumentazione: la conclusiva "Equus", ad esempio, trenta minuti suonati di brano, vanta un testo di ben sette versi, il resto sono ventotto minuti di chitarra mononota che si trascina pachidermicamente attraverso l'abisso creato dagli Hammerhands.

Non c'è modo di dire se "Glaciers" sia un disco "bello", perché è troppo, troppo criptico e pesante per poter essere valutato in termini classici. Innegabile è che i ragazzi abbiano confezionato un'ottima autoproduzione, dal digipak (anche questo estremamente minimale e oscuro, fin nell'utilizzo di immagini e colori) ai suoni, come altrettanto innegabile è che questo album sia fottutamente impenetrabile. Una pesantezza, insondabilità e indecifrabilità incredibili permeano il primo lavoro degli Hammerhands, rendendolo un prodotto per pochi, e anche quei pochi, se non nella giusta predisposizione, potrebbero faticare ad apprezzarne i claustrofobici anfratti. Solo per stomaci forti.

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lunedì 15 luglio 2013

HORNA - Askel Lähempänä Saatanaa


Informazioni
Gruppo: Horna
Titolo: Askel Lähempänä Saatanaa
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: World Terror Committee
Contatti: facebook.com/pages/Horna-Official/194755433889352 - horna666.com
Autore: M1

Tracklist
1. Alku
2. Askel Lähempänä Saatanaa
3. Kunnia Herralle, Kuninkaalle
4. Kuolema Kuoleman Jälkeen
5. Yhdeksäs Portti
6. Ei Aikaa Kyyneleille
7. Kärsimyksin Vuoltu Hänen Valittuna Äänenään
8. Aamutähden Pyhimys
9. Pala Tai Palvele
10. Ota Omaksesi, Luoksesi

DURATA: 48:04

Compiere previsioni sulla bontà di un nuovo album targato Horna è un'impresa davvero difficile e nel corso del tempo la band di Shatraug ha alternato prodotti di valore assoluto con altri trascurabili. A complicare il lavoro degli ipotetici allibratori del caso si aggiunge il quantitativo esagerato di uscite che si susseguono a ritmo continuo da molti anni: oltre ai sette precedenti dischi ci sono anche ep, split e non ultimo il live album "Vihan Tiellä" rilasciato nel 2009; senza dimenticare che il chitarrista è impegnato in innumerevoli gruppi, i cui più noti sono i superbi Sargeist (che ha creato egli stesso) e i Behexen. Tutto ciò non toglie nulla al fatto che gli Horna siano un vero simbolo di coerenza e intransigenza per il black metal, finlandese e non solo, perciò questo nuovo "Askel Lähempänä Saatanaa" attirerà come al solito parecchie attenzioni.

A livello attitudinale nulla è cambiato nemmeno questa volta, anzi la vicinanza all'underground più genuino è rafforzata dalla scelta della World Terror Committee come etichetta, non di certo uno dei nomi più in voga o conosciuti. Dietro il microfono invece abbiamo una vera novità (a meno che non abbiate ascoltato l'ep precedente "Adventus Satanae"): Spellgoth ha sostituito il valente Corvus; a dire il vero il Nostro fa rimpiangere il timbro maggiormente malevolo del collega, offrendo uno scream talvolta sforzato e urlato (scusate il gioco di parole) su tonalità medio-basse che risulta molto meno incisivo, per quanto comunque abbastanza distintivo.

La musica invece resta il black metal satanico, tagliente e privo di fronzoli di sempre, a giudizio della band con un occhio particolare che guarda al proprio passato, dove talvolta si insinuano melodie morbose che sono la vera marcia in più ("Askel Lähempänä Saatanaa") o passaggi più "ignoranti" di stampo thrash e sovente furiosi ("Kunnia Herralle, Kuninkaalle"). Un paio di episodi sono meno convincenti e ispirati, specialmente quando il riffing di Shatraug e Infection non incide come al solito e l'atmosfera ne risente ("Ei Aikaa Kyyneleille"), d'altro canto però la volontà di rifarsi agli albori degli Horna è evidente e qualcuno apprezzerà comunque. Fortunatamente un pezzo dalla venatura quasi epica, ma pur sempre ossessiva, come "Kärsimyksin Vuoltu Hänen Valittuna Äänenään" risolleva magistralmente il contesto.

A dispetto del "solito" black metal opprimente proposto, le strutture talvolta non sono così immediate da essere recepite e digerite al primo passaggio, complice un certo lavoro di scrittura non così banale come ce lo si potrebbe attendere, ragion per cui col passare degli ascolti il giudizio verso le canzoni andrà in crescendo. E di certo ciò non è un male... Il batterista Vainaja è a proprio agio sia con le movenze fortemente cadenzate dell'incipit di "Kuolema Kuoleman Jälkeen" che nelle sezioni in blast beat (stilisticamente pregevoli diversi passaggi sui piatti di "Yhdeksäs Portti") o nei rallentamenti più malevoli e negli stacchi ("Aamutähden Pyhimys"), evitando (è bene dirlo, per quanto scontato) ogni tipo di vano preziosismo tecnico.

Prima di chiudere, è giusto segnalare l'eccellente copertina che accompagna "Askel Lähempänä Saatanaa", un disco senza fronzoli, intransigente e contenente l'autentico spirito della Nera Fiamma. "Envaatnags Eflos Solf Esgantaavne" e "Sanojesi Äärelle" restano album superiori, poiché più "prestanti" e ispirati sulla lunga distanza, ma oggi, Anno Satanae 2013, gli Horna sono comunque un passo più vicini a Satana.

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lunedì 1 luglio 2013

HARANGUE - Battle Not With Monsters


Informazioni
Gruppo: Harangue
Titolo: Battle Not With Monsters
Anno: 2013
Provenienza: Canada
Etichetta: autoprodotto
Contatti: harangue.bandcamp.com
Autore: ticino1

Tracklist
1. Wilt
2. Gazing
3. 33 Black Flags
4. The Engine
5. Two Wolves

DURATA: 16:00

Quanti di voi hanno già tenuto un'arringa, avvocati esclusi? Tanti anni addietro, i fanatici politici (e non solo loro) avevano l'abitudine di presentarsi in pubblico sostenendo una causa con lo scopo di reclutare nuovi adepti. Oggi l'arringa è legata al tribunale e credo che nessuno voglia mettervi piede per ascoltarne una a proprio sfavore... Ma che cazzo racconta questo, vi chiederete? Il nome della formazione qui presentata non è altro che il termine inglese di "arringa"; che cosa vorranno dirci dunque questi "hardcorer" canadesi con questo secondo disco?

I testi mi paiono piuttosto criptici e ricordano un poco lo stile utilizzato nello "spoken word" alla maniera di Henry Rollins; i temi trattati sono, almeno così mi sembra, l'attitudine personale e la critica alla situazione sociale.

Cercherete vanamente la velocità nelle cinque canzoni presentate dagli Harangue. La voce straziante di Michael Kopko e le ritmiche medio-lente e intense formano una colata densa come il miele che si attacca dappertutto con la sua disperazione profonda. Soggettivamente oso affermare che il quintetto si lasci influenzare da una vasta gamma di gruppi Punk e Core americani. Sento un poco di Citizens Arrest in "Gazing", traccia particolarmente forte, qualcosa dei primi Rage Against The Machine all'inizio di "33 Black Flags" e di altri gruppi che non sono in grado di definire. Le singole tracce hanno tutte un carattere proprio e si profilano con una quantità di scale variegate, caratteristica tipica per altri generi moderni in voga ora.

No, se per coprire il vostro bisogno musicale bastano il ripetersi e il commercio, cambiate pure canale. Gli Harangue rientrano in una nicchia che magari sarà apprezzata dagli ascoltatori dei sottogeneri Post-Hardcore e Sludge.

No risk, no fun! Andate sul sito del gruppo e ascoltate.

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lunedì 17 giugno 2013

HELLRAZER - Operation Overlord


Informazioni
Gruppo: Hellrazer
Titolo: Operation Overlord
Anno: 2013
Provenienza: Canada
Etichetta: Dust On The Tracks
Contatti: facebook.com/pages/Hellrazer/172927282761741
Autore: Mourning

Tracklist
1. Hellrazer
2. Raging Seas
3. Enemy
4. The Hunting
5. Ironheart
6. Operation Overlord
7. Burn In Heaven
8. The Phantom
9. Death Or Victory
10. Rise Of The Machines
11. Dehumanizer 2012
12. Black Legion 2012

DURATA: 1:08:44

I canadesi Hellrazer erano stati ospiti di Aristocrazia già in passato, il sottoscritto li incrociò tre anni fa. Era il 2010 e la band guidata dal cantante e chitarrista Dr. Z aveva da poco pubblicato il secondo album "Prisoner Of The Mind". Il 2013 ci consegna una formazione che ha mantenuto tre quarti della formazione del tempo, è infatti cambiato solo il bassista (fuori Dan Houser e dentro Simon Hirota), e che ancora una volta è pronta a regalarci una buonissima prova di heavy metal con il terzo capitolo discografico "Operation Overlord".

Le armi in possesso del quartetto di Calgary sono semplici e conosciute, il terreno all'interno di cui si muovono è legato in maniera evidente al sound anni Ottanta e le influenze sono molteplici e ben definibili, molte furono citate nella recensione precedente e sarebbe anche inutile ripeterle. In aggiunta il disco è attraversato da una corrente energica e scura che si fa strada a più riprese.

La buona carica insita in "Raging Seas", il ritornello elementare ed efficace di "Enemy" e le battute in accelerazione di "The Hunting" mi hanno fatto ricordare perché questo gruppo fosse rimasto nello stereo per un bel po': è di quelli che — pur affidandosi a soluzioni che in tanti magari potrebbero definire anche sin troppo scontate — riesce comunque a tirar fuori dei pezzi che per un motivo o per un altro risultano piacevoli. Proseguendo nella scaletta brani quali "Burn In Heaven" e "The Phantom", che inizialmente tende a favorire l'esplorazione atmosferica, non fanno altro che darne riprova effettiva. "Operation Overlord" è un buon disco.

È stato interessante inoltre ascoltare le nuove versioni di "Dehumanizer" e "Black Legion", entrambe contenute nel debutto omonimo rilasciato nel 2007, anche loro per quanto gradevoli soffrono in parte una produzione che non spalleggia né spinge a dovere il lavoro. Il neo del lavoro è difatti proprio questo: sarebbe dovuta essere un tantino più lucida, in modo da valorizzare oltre al complesso anche le più che discrete aperture solistiche (belle quelle contenute in "Enemy" e "Death Or Victory"), e far risaltare la prestazione vocale di Dr. Z, il quale per quanto continui a possedere i difetti del passato — legati a un pizzico di monotonia che traspare nell'impostazione delle sue linee — sta comunque bene sui pezzi.

Infine la copertina dell'album: gli zombie sono sempre di moda, se poi sono pure armati e adatti alla battaglia è pure meglio, scelta prevedibile, vista e rivista, ma fa sempre la sua sporca figura.

Gli Hellrazer proseguono la loro marcia senza intoppi. Se il vostro intento è quello di avere all'orecchio del buon heavy metal, "Operation Overlord" è sicuramente da tenere in considerazione; se invece fra le varie pretese durante l'ascolto spuntassero voci come "originalità della proposta", allora in quel caso avreste di certo sbagliato band. Il passato la fa da padrone e a tanti, compreso il sottoscritto, fa davvero piacere che sia così.

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lunedì 10 giugno 2013

HAMMERED - The Beginning


Informazioni
Gruppo: Hammered
Titolo: The Beginning
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18
Contatti: facebook.com/hammeredspace
Autore: Mourning

Tracklist
1. No Time For Us
2. Space Invaders
3. See You In Hell
4. Masters Of Your Nightmares
5. Money
6. Bloody Fields
7. From Paradise To Hell
8. The Five Hunters
9. Never Dies
10. Wait For Sleep [cover Dream Theater]

DURATA: 47:37

I goriziani Hammered ce ne hanno messo di tempo per rilasciare il debutto "The Beginning", la formazione infatti è in giro ormai da oltre una decade (in precedenza con il nome Trauma) e dopo aver pubblicato il demo "2010... Live The Terror" nel 2006 ha fatto trascorrere ben altri sette anni prima di tirar fuori la prima uscita full.

La volontà e la passione bastano a ottenere buoni risultati? A quanto sembra no. Purtroppo l'ascolto del loro album da un lato conferma il fatto che il quartetto adori in maniera viscerale le sonorità anni Ottanta, sia per ciò che concerne le band albioniche della N.W.O.B.H.M. che quelle congegnate dal thrash in fase di sviluppo dei primissimi Metallica e Anthrax, miscelando heavy e thrash con soluzioni maggiormente melodiche o speed a contendersi il destino — o se preferite la riuscita — dei vari episodi; dall'altro invece a causa delle carenze mostrate dal songwriting alle volte sin troppo prevedibile, da una produzione che fa suonare i pezzi molto retrò non garantendo però la presenza della brillantezza grezza caratteristica degli album di quel periodo e soprattutto indebolito da una prestazione vocale deludente non nella forma quanto nella sostanza (Andrea Csàszàr non riesce a imprimere cambi di marcia o almeno a far sì che trapeli un minimo di coinvolgimento, il suo approccio è decisamente piatto), il valore di "The Beginning" viene ridimensionato di passaggio in passaggio nello stereo, limandosi sino a giungere a una sufficienza stiracchiata, a voler essere buoni.

Sinceramente mi dispiace dover dire che non ci siamo, le proposte di questo tipo odiernamente abbondano e la qualità è spesso elevata, ovviamente (chi più, chi meno) pagano tutte il dazio della derivazione dai grandi giganti del passato, nello specifico caso comunque non è di certo questo il problema, infatti pur salvando brani come "Space Invaders", "The Five Hunters" e "Never Dies", pur apprezzando il piacevole lavoro svolto dal basso in apertura di "Bloody Fields", è impossibile non segnalare la presenza di un grosso riempitivo qual è "Money" e una "See You In Hell" che viene praticamente resa vana dal cantato che ne smorza i toni lacerandone l'incisività e spogliandola della grinta che possiede, o meglio dovrebbe possedere.

L'avventura degli Hammered inizia qui, non è andato tutto nel verso giusto, ma si son comunque piantate le basi per il futuro, adesso bisogna rimettersi sotto e impegnarsi modificando il tiro, dando una decisa inquadrata agli aspetti che al momento non convincono appieno, risucchiandoli in un'area grigia, zona nella quale peraltro è facile impantanarsi per qualsiasi band. Vedremo più in là cosa saranno capaci di offrire, per ora non mi rimane altro da fare che dir loro: in bocca al lupo ragazzi.

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lunedì 20 maggio 2013

HARASAI - Psychotic Kingdom


Informazioni
Gruppo: Harasai
Titolo: Psychotic Kingdom
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Quality Steel Records
Contatti: facebook.com/harasai
Autore: Mourning

Tracklist
1. Resist To Rebuild
2. The Liquid Everything
3. Three Kings
4. The Art Of The Sun
5. Skywards We Fly
6. Heretic Souls
7. Psychotic Kingdom
8. Dying Race Domain
9. In Circles Forever
10. Reflections

DURATA: 50:48

Scrivere di melodic death al giorno d'oggi è divenuto alquanto complicato. Pur mettendo da parte l'astio rivolto in direzione di questo stile di coloro che non ne hanno mai accettato l'esistenza, la colpa di tale difficoltà risiede nell'evoluzione dello stesso, che si è sputtanato e reso alle volte estremamente ridicolo, a causa di inflessioni nel sound poco gradite e al limite dell'adolescenziale-pop-comico, per non dire intollerabili, per chiunque ascolti le uscite prodotte sin dagli anni Novanta. Eppure c'è ancora chi tiene alta la testa, non inventando nulla, questo sia chiaro, ma mostrando di avere compreso e assorbito le lezioni impartite in passato dai grandi nomi. Partendo da quella base, c'è chi ha dato prova di saper comporre della buona musica e in tal senso un esempio concreto lo forniscono i tedeschi Harasai.

Il quintetto al tempo del debutto "I-Conception" aveva fatto intendere di possedere le doti e la dimestichezza necessarie per muoversi all'interno di questo panorama, evitando rovinose cadute di stile. Adesso, a tre anni di distanza da quell'uscita, torna a confermare quanto pronosticato, mettendo sul piatto il secondo album "Psychotic Kingdom" che si gioca la partita, conscio di poter ottenere un buon risultato. I riferimenti continuano a essere i soliti: prendiamo quindi in considerazione Dark Tranquillity, In Flames e At The Gates come fonti primarie e aggiungiamo sprazzi di Opeth e tratti sognanti/epici di stampo finnico; per fare un nome potrei citare gli Insomnium, anche se i teutonici non sono così esageratamente aperti e malincolici nell'esporsi.

Una volta inserito il cd e sin dalle note d'apertura di una irruenta "Resist To Rebuild", verrete inondati da una proposta che ruota intorno alla combinazione azzeccata di impatto e atmosfere. Il gruppo ha composto un disco equilibrato, capace di piantare i piedi, inserendosi nell'orecchio tramite un aumento netto della velocità in chiave ritmica o approfittando di soluzioni decisamente più abbordabili e orecchiabili. Sarà quindi facile imbattersi in aperture acustiche improvvise come quelle riscontrabili in "The Liquid Everything", "Three Kings" e quella posta all'inizio di "The Art Of The Sun" (alla quale viene accoppiata anche la voce pulita, che ritroviamo anche nel ritornello vagamente alla Dan Swanö che si fa strada in "In Circles Forever"), quanto scontrarsi con episodi più robusti e intensi quali "Heretic Souls", "Psychotic Kingdom" e "Dying Race Domain".

La produzione è genuina, sebbene un tantino sotto tono rispetto alla precedente e affidata non più alle mani di Swanö, bensì all'accoppiata formata da Sebastian Levermann (musicista dei connazionali Oden Organ) e Dennis Koehne (ingegnere del suono che ha collaborato con Caliban, Tiamat e Lacuna Coil). Insieme alle buone doti compositive e alla solidità in fase sia di creazione che d'esecuzione dei pezzi fa degli Harasai e di "Psychotic Kingdom" un'accoppiata che gli appassionati sostenitori del melodic death troveranno alquanto piacevole e di conseguenza una compagnia gradita alla quale si potrebbe sicuramente concedere un po' del proprio tempo. Tenetela a mente.

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HÜRLEMENT - Terreur Et Tourment


Informazioni
Gruppo: Hürlement
Titolo: Terreur Et Tourment
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Emanes Metal Records
Contatti: facebook.com/hurlementheavymetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Inquisition
2. The Harvester
3. Prince Noir
4. The Sign Of The Beast
5. The Song Of Steel
6. Dogue De Brocéliande
7. Last Days Of Summer
8. Brothers Of The Watch
9. Tigres Volants
10. A Feu Et A Sang

DURATA: 56:24

Classici che di più non si può, tornano in scena i francesi Hürlement a quattro anni di distanza dal debutto "De Sang Et D'Acier", e lo fanno con un disco, "Terreur Et Tourment", che rivendica un'appartenenza ideologica musicale inchiodata al mondo metallico degli anni Ottanta. Amate formazioni come Manowar, Judas Priest, Running Wild, Savage Grace, ADX, H-Bomb e Sortilège? Bene, siete capitati nel posto giusto.

Il quartetto parigino è considerabile in qualità di "seguace" integralista di ciò che fu: è l'heavy metal con tutti i suoi cliché e la sua energia genuina a offrire il materiale su cui costruire il sound di questo disco che, nella forma e nel contenuto, non si allontana poi eccessivamente da quanto espresso nella prima prova pubblicata, ma qualitativamente mostra una band più completa e affinata in fase di composizione. La scaletta è coinvolgente, offre pezzi che infilano uno dietro l'altro una serie di riff veloci e taglienti e attimi di nerboruta mascolinità, mentre il cantante Alexis The Warnabot nei momenti in cui non s'impegna indefessamente a "urlare", aspetto che fortunatamente non viene protratto in continuazione, è abile nell'apportare un'ulteriore dose di carica epica nei brani.

Se negli episodi in inglese sembra che gli Hürlement si siano affidati al dizionario Bignami "Manowar-Metal", con le solite parole che rimbalzano all'orecchio, in quelli cantati in francese possono invece vantare anche una discreta attitudine alla narrazione. In tal senso questi ultimi divengono quindi particolarmente interessanti, perché capaci con poco di offrire una chiara raffigurazione di personaggi quali: Edoardo di Woodstock (il "Principe Nero"), principe di Galles, "mattatore" dei francesi da lui sconfitti nei conflitti di Crécy (1346) e successivamente di Poitiers (1356); il conte di Longueville, Bertrand Du Guesclin, per quanto credo d'aver compreso da "Dogue De Brocéliande"; e infine gli aviatori coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, le cui gesta vengono raccontate in "Tigres Volants", così come accaduto in "Kamikaze" (traccia contenuta in "De Sang Et D'Acier").

Gli Hürlement se la cavano sempre e comunque egregiamente, venendo tra le altre cose supportati dalla buona produzione curata da Axel Wursthorn, il quale riesce a far convivere armonia e solidità, e dato che anche l'occhio vuole la sua parte, dall'indovinata copertina firmata da Jean Pascal Fournier, artista la cui lista di collaborazioni in curriculum è decisamente lunga e apprezzabile.

Siete dei maniaci dell'heavy metal? La risposta è sì? Allora "Terreur Et Tourment" finirà con molta probabilità nella vostra lista acquisti, possiede tutto ciò che andate cercando.

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HELL - Save Us From Those Who Would Save Us


Informazioni
Gruppo: Hell
Titolo: Save Us From Those Who Would Save Us
Anno: 1983
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Deadly Weapon
Contatti: myspace.com/hell
Autore: ticino1

Tracklist
1. Save Us from Those Who Would Save Us
2. Death Squad

DURATA: 08:44

Questa recensione fa parte dell'articolo intitolato "New Wave Of British Heavy Metal - Una Retrospettiva".

Quante formazioni misteriose e oscure si possono ancora scoprire nel passato? Gli Hell, originari di Nottingham, avevano un'immagine definibile come "horror metal", anche se visivamente ricorda piuttosto quella dei primissimi gruppi thrash e death, con le loro borchie e tanto cuoio.

Il pezzo strumentale "Death Squad" vi lascerà magari rammentare, grazie al suo intro, un certo disco dei Mayhem norvegesi. Dave Halliday è senza dubbio un cantante molto versatile che porta a pensare qui e là a Jello Biafra, con i suoi rapidi cambiamenti di tonalità. La sonorità della ritmica è sì tipica per gli Anni Ottanta, resta però contemporaneamente estranea alle linee che si conoscono di quei tempi. Ancora in "Death Squad" scoprirete un bel riff che potrebbe essere degli Iron Maiden. Questo sette pollici è possente e merita un ascolto approfondito.

Perché gli Hell non ricevettero l'attenzione che meritavano? Erano forse anche loro troppo progressivi per l'epoca?

Dave Halliday si tolse la vita dopo che il gruppo si sciolse a causa del fallimento della casa discografica. Questo fatto impedì l'uscita del primo ellepì.

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HOLOCAUST - The Nightcomers


Informazioni
Gruppo: Holocaust
Titolo: The Nightcomers
Anno: 1981
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Phoenix
Contatti: holocaustmetal.com
Autore: ticino1

Tracklist
1. Smokin' Valves
2. Death Or Glory
3. Come On Back
4. Mavrock
5. It Don't Matter To Me
6. Cryin' Shame
7. Heavy Metal Mania
8. Push It Around
9. The Nightcomers

DURATA: 37:14

Questa recensione fa parte dell'articolo intitolato "New Wave Of British Heavy Metal - Una Retrospettiva".

Poche formazioni dell'onda heavy metal britannica hanno subito una tal evoluzione come questa. Gli inizî erano decisamente influenzati da sonorità punk e da un atteggiamento molto rock'n'roll. Il gruppo si muove ora in campi progressivi.

Scusate questo piccolo excursus biografico. "The Nightcomers" è il primo ellepì pubblicato dagli scozzesi, dopo avere presentato al pubblico due sette pollici, entrambi usciti nel 1980. La copertina è molto affascinante e mostra i cavalieri dell'Apocalisse in negativo. Le scale sono, come già detto prima, rozze e definitivamente legate alla tradizione punk. "Death Or Glory", la seconda traccia, ne è un buon esempio. La voce, quasi menefreghista, accentua questo fatto. Il ritmo dei pezzi è medio-veloce, rendendoli così particolarmente... heavy.

Questo lavoro è un altro piccolo gioiello dimenticato della cultura NWOBHM. Rischiate il vostro udito ascoltandolo!

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lunedì 29 aprile 2013

HALLIG - 13 Keys To Lunacy


Informazioni
Gruppo: Hallig
Titolo: 13 Keys To Lunacy
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Folter Records
Contatti: facebook.com/hallighorde
Autore: Mourning

Tracklist
1. If I Am The Storm
2. Hadaler Traum
3. Reinvigoration
4. Am Firmament
5. Epiphany
6. Nichts Als Stille
7. Unter Menschen
8. 13 Keys

DURATA: 49:01

Dei tedeschi Hallig si hanno ben poche notizie, la formazione proveniente dalla zona della Ruhr è entrata a far parte del roster dell'etichetta connazionale Folter Records che ha a sua volta pubblicato sul finire del 2012 il debutto "13 Keys To Lunacy". Il black proposto dal gruppo è alquanto vario e in grado di combinare le pulsioni emotive rudi e minacciose dell'ambito "raw" con melodie che trasportano un fascino, e in alcuni casi anche una dose di fierezza, che riconduce a sensazioni affini al mondo pagan. In tal senso è esplicativa l'esposizione offerta dal pezzo d'apertura "If I Am The Storm", nel quale appare anche la voce pulita, magari non digeribile in toto di primo acchito, ma che dopo un paio di passaggi nello stereo potrete trovare alquanto indovinata.

Se dovessi fornirvi dei nomi di riferimento, potreste immaginare la Norvegia dei vecchi Satyricon e dei primi Emperor che si fonde con i Nagelfar, tenete però conto che gli Hallig possiedono una discreta abilità nel districarsi in ciò che è stato quel mondo senza divenirne una mera e scadente copia. In "13 Keys To Lunacy" sono contenuti episodi pregevoli come "Hadaler Traum" e "Am Firmament" che, pur essendo in possesso di atmosfere e sonorità riconducibili a quell'era, mantengono una genuinità d'intento e una carica atmosferica densa di malinconia intriganti. Quest'ultima dote si fa largo a più riprese in "Epiphany", la canzone è armoniosa e struggente anche nei momenti in cui la batteria diviene particolarmente serrata.

Le scelte adottate dai musicisti sono grezze quanto basta, i Nostri non perdono mai di vista l'obbiettivo di attrarre l'ascoltatore, affidandosi a interessanti soluzioni decisamente fruibili e accattivanti , "Nicht Als Stille" n'è l'ennesima riprova, mentre la conclusiva "13 Keys" evidenzia alcune sfaccettature compositive lievemente orientate alla scena "post" odierna, a testimonianza del fatto che il gruppo tende a non fossilizzarsi. Questo aspetto è per me positivo in vista dei lavori che verranno prodotti in futuro, poiché si percepisce che le idee non mancano e dato che le qualità per metterle in pratica ci sono, vedremo poi cosa verrà fuori.

Al momento il minimo che possa fare è consigliarvi di prendere in considerazione "13 Keys To Lunacy", il disco possiede qualche piccola pecca, però nulla che possa intaccare in maniera grave una prima prova di buon valore. Questi tedeschi sono decisamente da tenere d'occhio.

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lunedì 4 marzo 2013

HIPGNOSIS - Relusion

Informazioni
Gruppo: Hipgnosis
Titolo: Relusion
Anno: 2011
Provenienza: Polonia
Etichetta: Hipgnosis-Art
Contatti: facebook.com/Hipgnosis.band -hipgnosis.pl
Autore: Mourning

Tracklist
1. Cold
2. Cult Of Cargo
3. Dr What
4. The Garden
5. Relusion
6. Large Hadron Collider

DURATA: 01:12:13

Quando penso musicalmente alla Polonia, per "colpa" del mio background metallico, ho nelle orecchie una visione estrema, anche nella sua parte melodica, di ciò che mi possa attendere, eppure in passato fui veramente sorpreso da musicisti come i Millenium e dall'album solista del loro cantante Gall, oggi sono gli Hipgnosis a fornirmi un'ulteriore prova che oltre ad essere un paradiso metallico quella nazione ha altro da offrire.
"Relusion" è il secondo full e terzo lavoro complessivo per il gruppo mitteleuropeo, a quanto pare l'ispirazione per il concept — avrete notato che il titolo potrebbe essere interpretato come le unione delle parole "religion" e "delusion" fate due più due — ha avuto più fonti dalle quali attingere, la primaria è il libro dell'etologo Richard Dawkins "The God Delusion", nella versione italiana "L'Illusione Di Dio", ma nella sezione testi interna al booklet incrocerete citazioni di Thomas Jefferson, Albert Einstein, Arthur Clarke e David Attenborough.
Tali presenze lasciano intendere che l'approccio naturalistico, scientifico e fantascientifico non sia relegato solo a quel preciso ambito e infatti viene tramutato in musica progressiva nella quale le fasi ambientali ed elettroniche sono gradite compagne d'avventura.
Sei capitoli, due dei quali estremamente corposi, l'opener "Cold" e la conclusiva "Large Hadron Collider", che ci concedono spazi sconfinati e atmosfere liquide nelle quali muoverci investiti da psichedelia transitoria, movenze ritmiche che si accendono improvvisamente scomparendo sotto l'influsso spaziale dei sintetizzatori, è una commistione di generi che prevede space-rock, musica cosmica, progressive anni Settanta e neo-prog con un concentrato di salutare visione floydiana; "The Garden" n'è la testimonianza cristallina, a fare da ciliegina sulla torta a ciò che i polacchi hanno immesso negli oltre settanta minuti del disco, in alcuni frangenti un po' troppo diluiti, tuttavia irresistibilmente affascinanti.
L'ascolto di "Relusion" è di quelli che divide sin da subito: da un lato chi non è abituato a sonorità così dilatate e devote al verbo della contaminazione da parte di elementi elettronici potrebbe stentare nel trovare l'appiglio che lo coinvolga, così come gli adoratori del prog potrebbero definire la prova della cantante Kul — per il sottoscritto fantastica, mai invadente e per alcuni elementi intrigante nel richiamare l'islandese Bjork — un po' troppo orientata al "popular"; dall'altro l'espressività e il carisma emergono dirompenti nelle sezioni in cui la chitarra diviene elemento di traino, i solismi inclusi nella titletrack e in "Large Hadron Collier" (ai quali prendono parte Prince Olo e l'ospite Marcin Kruczek dei Nemesiz) alzano decisamente il tiro e innestano un "brio" raffinato e leggiadro alle composizioni, sommati agli aspetti cosmico-lisergici che favoriscono le sensazioni da viaggio posso affermare con tranquillità siano davvero un bel sentire.
La visione artistica degli Hipgnosis è a tutto tondo, se la musica ruota infinitamente in più direzioni, l'artwork e il packaging non sarebbero potuti essere da meno, il digipak apribile a più ante è adornato da due disegni di Tomasz Setowski, "Two World" e "A Chamber Of Earthly Delights", che ha denominato il suo stile con l'appellativo di "Magic Realism", scelta suggestiva e che si accoppia in maniera stuzzicante con le note.
Volete concedervi un'esplorazione al di fuori del mondo metal? "Relusion" potrebbe fare al caso vostro. Siete appassionati del sound dei Floyd e di gente come Jean Michel-Jarre e i Tangerine Dream? Anche in questo caso la band vi risulterà interessante.
Cosa serve per farsi amici gli Hipgnosis? Un po' di tempo da dedicare all'album, una stanza vuota nella quale far riecheggiare i pezzi e la vostra attenzione, in quel momento cercate di essere solo voi e loro, spingete il mondo al di fuori da quello spazio e una volta premuto il tasto "play": viaggiate.

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domenica 3 marzo 2013

ALTARS / HEAVING EARTH - Split



Informazioni
Gruppo: Altars / Heaving Earth
Titolo: Split
Anno: 2012
Provenienza: Australia / Repubblica Ceca
Etichetta: Nihilistic Holocaust
Contatti: facebook.com/AltarsDeath - facebook.com/pages/Heaving-Earth/174011709288245
Autore: Mourning

Tracklist
1. Altars - Husk
2. Altars - Descent (Paramnesia, Part I)
3. Heaving Earth - I Am Nothing
4. Heaving Earth - Into the Depths Of Abomination

DURATA: 09:32

Dieci minuti scarsi di musica possono far venire l'acquolina in bocca? In certi casi sì.
Il 2012 fra le tantissime proposte in ambito death metal ha visto inserirsi nel mucchio anche lo split realizzato dall'etichetta francese Nihilistic Holocaust, l'uscita ha unito gli australiani Altars e i cechi Heaving Earth, entrambi presenti con due brani ed entrambi pronti ad annichilirvi con prestazioni di stampo nettamente differente.
Le prime due esecuzioni sono affidate alla compagine proveniente da Adelaide, nella quale peraltro milita il batterista dei più noti Tzun Tzu, Alan Cadman, il musicista fornisce una marcia aggiuntiva alle buone "Husk" e "Descent (Paramnesia, Part I)", aumentando il tasso di cattiveria nell'etere con una prova convincente e dinamicamente varia, grazie a pregevoli scorribande sul rullante, pregevoli quanto lo sono del resto le dilatazioni ritmiche ben accompagnate dal riffing sulfureo di Lewis Fisher e con il grugnire tombale di Cale Schmidt che pone il sigillo su una rapida e grezza esibizione di death metal malefico; grezza proprio come la produzione che gli è stata affiancata. Il messaggio all'ascoltatore giunge diretto, privo di fronzoli e malsano in stile Bloody Sign, Incantation e Dead Congregation.
Percorso questo tratto di viaggio, si giunge al bivio che conduce al secondo passaggio sonoro, entrano in scena gli Heaving Earth.
La band non è del tutto nuova al sottoscritto, ebbi il piacere di scrivere del primo demo "Vision Of The Vultures" e da allora di acqua sotto i ponti n'è passata parecchia: ci sono stati un paio di cambi in formazione, l'avvenuta pubblicazione di un altro demo intitolato "Diabolic Prophecies", dell'album di debutto che porta lo stesso nome e pure dell'ep "Redemption Ablaze", ed è da quest'ultima fatica che vengono tratte le tracce "I Am Nothing" e "Into The Depths Of Abomination". Da quel vagito iniziale a oggi il sound non è poi cambiato così radicalmente, l'impronta di formazioni quali Immolation e Hate Eternal è rimasta viva e vegeta all'interno delle composizioni, le strutture sono più complesse rispetto a quelle proposte dai compagni d'avventura, l'impatto e la violenza sfruttano una dose di tecnica maggiore, come maggiore è del resto la cura in ambito di produzione, che risulta più pulita e adeguata a supportare l'aggressività dei due episodi. L'unica pecca rilevabile risiede nell'impostazione del cantato da parte di Michal Štepánek, ottimo nei Brutally Deceased, in questa circostanza decisamente meno solido e un po' piatto.
In definitiva "Engulfed" è un antipasto, lo si può gustare e accontentarsi in attesa di cibarsi di pietanze più sostanziose, o evitarlo ritenendolo superfluo, in entrambi i casi la scelta potrebbe ritenersi corretta.
L'ascolto di queste quattro canzoni non dispiace e per coloro che non si stancano mai di avere nello stereo del buon death metal ciò potrebbe bastare.

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lunedì 11 febbraio 2013

HIC IACET - Prophecy Of Doom


Informazioni
Gruppo: Hic Iacet
Titolo: Prophecy Of Doom
Anno: 2012
Provenienza: Spagna
Etichetta: Hell's Headbangers Records
Contatti: non disponibili
Autore: ticino1

Tracklist
1. Ritual I: Elevation Of Sun
2. Ritual II: Prophecy Of Doom

DURATA: 10:37

Il paese delle corride e di torero ha mostrato di non essere solo prolifico nella produzione di verdure, ma di saper offrire black death di buon livello. La casa Hell's Headbangers, da buona cacciatrice di mode, si è pescata gli Hic Iacet che sono attivi da soli due anni ed escono con questo sette pollici dalla corta fase demo.

La musica offerta dagli Hic Iacet vive della produzione tetra diventata tipica per questo sotto stile del death; con questa frase non intendo sminuire il lavoro degli spagnoli, ma piuttosto riferirmi al fatto che questo sottogenere è diventato "commerciale". Due tracce, poco più di dieci minuti, troppo pochi per avere un'immagine completa di una formazione. I due rituali sono maestosi, contengono cambiamenti di velocità che li rendono piacevoli all'ascolto. Sono dell'opinione che i musicisti siano esperti e sappiano il fatto loro.

Il prodotto è solido seppur tutt'altro che originale; chi conosce il genere sa, dunque, che migliorie o innovazioni sono difficili. Questo dischetto è adatto alle orecchie di chi è stato colpito per esempio dai Teitanblood o che adora sonorità crude e lo-fi alla Beherit della prima ora che spaccano i denti nell'oscurità dell'antro di Satana.

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lunedì 4 febbraio 2013

HORSES DIE STANDING - Synesthesya


Informazioni
Gruppo: Horses Die Standing
Titolo: Synesthesya
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: horsesdiestanding.it
Autore: Insanity

Tracklist
1. Anesthetic Against Unavoidable Illuminated Possibilities For Being Alive
2. We Don'T Actually Fear Death, We Fear That No One Will Notice Our Absence
3. How Are We To Believe The Believers When We Don'T Believe Ourselves
4. After Such Knowledge, Which Forgiveness?

DURATA: 40:39

Horses Die Standing è il risultato dell'incontro tra Marco Monti e Robert O’Donnell, ma non si tratta di un duo come tanti altri: si definiscono infatti un progetto audiovisuale, in quanto il primo si occupa del lato musicale, mentre il secondo di quello visivo.
"Synesthesya", questo il nome dell'ep di debutto, è suddiviso in quattro brani che accompagnano altrettanti video e, citando il sito ufficiale, mira a raccontare "i ricordi frammentati, le storie dimenticate, i dettagli insignificanti".
Il concept alla base è tanto ambizioso quanto interessante, non resta quindi che partire per questo viaggio.
Il primo passo è "Anesthetic Against Unavoidable Illuminated Possibilities For Being Alive": le immagini sfocate e le malinconiche note di piano iniziali mi hanno portato alla mente un risveglio, non in senso letterale ma metaforico, una sorta di nuovo inizio. Successivamente entrano in scena piccoli invertebrati che alternano e intrecciano i propri colori filtrati, spenti e al contempo luminosi; il sottofondo musicale si fa più solido toccando sonorità IDM e sensazioni tipiche del Post-Rock, i soggetti sembrano lottare per la vita: troviamo una farfalla che muove le ali apparentemente senza forze, un ragno agonizzante e piccoli insetti che in gruppo credo si stiano cibando di una loro preda.
Insieme a questa scena viene mostrata una bocca umana aperta, forse l'inevitabile possibilità di sopravvivere citata nel titolo è cibarsi degli altri? Se per questi piccoli insetti possiamo intenderla unicamente in senso letterale, per noi umani, esseri viventi più evoluti (a quanto dicono, almeno), possiamo interpretarla come un'allegoria relativa al bisogno degli altri, sia con un significato positivo (la collaborazione con i propri simili) che con uno forse più sadico ma comunque per nulla surreale (la distruzione della preda a proprio vantaggio).
A seguire abbiamo "We Don't Actually Fear Death, We Fear That No One Will Notice Our Absence", le immagini appaiono come una sequenza di ricordi che si susseguono, si confondono, si mischiano; luoghi, persone, sculture con un sottofondo che unisce Drone e atmosfere Post vagamente oscure (mi torna in mente quando lessi "emotional drone" nella loro presentazione, ora riesco a comprendere cosa intendessero).
La paura della morte, di perdere le proprie memorie, di non essere più in quelle altrui, forse in questo caso il titolo esplica fin troppo bene il significato; in un certo senso questo brano rafforza il messaggio del primo episodio, anche quando la vita finisce abbiamo la necessità di rimanere presenti negli altri, anche se solo sotto forma di ricordo.
Siamo alla terza tappa del nostro percorso, c'è più luce nella musica di "How Are We To Believe The Believers When We Don't Believe Ourselves", anche se le chitarre tendono ad affievolire le sensazioni positive; la scelta di desaturare i colori di una strada già poco illuminata scurisce ulteriormente il tutto e su di essa si sovrappongono inoltre immagini che mi hanno fatto pensare alla "melancolia urbana" di Netra o all'immaginario di Burial.
Il finale sorprende, la strada diventa più buia e la musica più dinamica con un basso distorto all'inverosimile che disintegra la mente, si fa tutto sempre più oscuro, ma alla fine torniamo a vedere ciò che abbiamo di fronte: uno stop, che potrebbe rappresentare la fine di un percorso che nonostante le difficoltà ci ha portati finalmente ad un punto fermo.
Nel brano è presente il dialogo tra Antonius Block e la Morte tratto dal film "Il Settimo Sigillo", che collega questa traccia alla precedente tramite la figura del Tristo Mietitore. Siamo giunti al capolinea, purtroppo di "After Such Knowledge, Which Forgiveness?" abbiamo a disposizione solo il lato sonoro fatto di tastiere soffuse, chitarre sognanti e voci che riecheggiano nella mente.
Sarebbe interessante poter vedere anche il lato visivo associato al brano, le due facce di questo lavoro sono talmente legate che viene difficile riuscire a immaginarle l'una senza l'altra, per quanto comunque siano entrambe di qualità non indifferente. In ogni caso, cercando di interpretare il significato di quest'ultima sezione, potremmo identificarla come una sorta di pensiero finale relativo a questo percorso: nel titolo si parla di una conoscenza acquisita e di un perdono che probabilmente verrà negato.
Riassumendo, "Synesthesya" è un lavoro da ascoltare/vedere più e più volte, i messaggi spesso sono nascosti e l'interpretazione potrebbe variare da persona a persona; il titolo in effetti invita quasi a lasciare che udito e vista si influenzino a vicenda in modo da crearsi un'idea personale.
L'esperienza che si prova ascoltando questo disco è profonda e impegnativa, non è assolutamente qualcosa da fare a tempo perso: se quindi foste interessati sperimentare questo viaggio, sappiate che non sarà semplice ma riuscirà a lasciare sicuramente un segno indelebile dentro di voi.

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domenica 20 gennaio 2013

HELLSTORM - Into The Mouth Of The Dead Reign


Informazioni
Gruppo: Hellstorm
Titolo: Into The Mouth Of The Dead Reign
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18
Contatti: facebook.com/hellstorm.italy
Autore: Mourning

Tracklist
1. Some Flowers In The Graveyard
2. Dead Walk
3. The Deepest Night
4. Corpsehunters
5. The Wicked Mirrors
6. Into The Mouth Of The Dead Reign
7. Logan (Dr. Frankenstein)
8. Golden Cage
9. Fast, Evil & Raging
10. Journey To North

DURATA: 42:48

Gli Hellstorm furono una delle tanti realtà nostrane che conobbi con notevole ritardo, era la fine del 2009 quando su Myspace venni in contatto con i ragazzi, un paio di messaggi, poi qualche email e il successivo acquisto del disco di debutto "The Legion Of The Storm", rilasciato nel 2003 tramite autoproduzione. Un disco figlio dei Kreator e dei Sodom quanto di Bathory e Venom, una legnata pazzesca che tuttora reputo una delle uscite fra le più meritevoli e sottovalutate del genere prodotte nella nostra Penisola.
Ero a conoscenza del fatto che si fossero rimessi in marcia, l'antipasto era arrivato servito in formato mini da "CorpseHunters" nel 2010, si è però dovuto attendere il 2012, grazie a un accordo con il solito pronto e veramente attivo a supporto dell'underground Corrado Breno e la sua Punishment 18, per vedere dato alle stampe e distribuito degnamente il secondo capitolo "Into The Mouth Of The Dead Reign". Credetemi se vi dico che la cosa mi fa alquanto piacere e il perché di tanto entusiasmo ve lo spiego subito.
I musicisti meneghini menano che è un piacere, hanno mantenuto integri la passione e il rispetto verso quel sound di matrice old school rozzo e ferino. È trascorsa in pratica quasi una decade ma sembra che nulla abbia intaccato il volitivo approccio d'attacco degli Hellstorm e questo si nota all'interno di un platter che si schianta contro le orecchie dell'ascoltatore impattando con pezzi addetti alla demolizione quali la stupenda "The Wicked Mirrors" e la portata in faccia dal titolo "Fast, Evil & Raging". Altri episodi serpeggiano in maniera sinistra come "The Deepest Night" oppure virano sui più classici dei mid-tempo nella titletrack che accantona per un momento le sfuriate imperterrite, affidandosi a una pesantezza da macigno.
Diciamocelo però, chi segue la band da tempo probabilmente converrà con me che quando spingono sull'acceleratore questi ragazzi abbattono muri che è un piacere ed è così che li vogliamo, pronti a spaccare tutto.
Il lavoro di sei corde ormai affidato alla chitarra del solo Hypnos, che nel debutto era accompagnato da Thanatos (interessante anche la scelta dei nomi da "battaglia", dato che le due divinità erano fratelli gemelli e in quell'album le chitarre erano a dir poco in sintonia totale), è grandioso, i riff sono spesso taglianti, malvagi e la solistica talmente nera da far pensare a una versione nostrana in chiave thrash di quello che era il signore dei Morbid Angel, Trey Azagthoth, non tanto per l'impostazione tecnica quanto per le emozioni perverse che il chitarrista riesce a rinchiudere nelle note.
"Into The Mouth Of The Dead Reign" si muove al confine con un vissuto da cliché non solo sonoro, infatti dal punto di vista tematico è l'horror a dominare la scena, l'ispirazione è perlopiù tratta dalla filmografia di George Andrews Romero. Al tempo stesso però gli Hellstrom offrono una prestazione thrash che evidenzia personalità, sì, avete letto bene, pur non trattandosi di una dose eccessiva, possiedono la capacità di attrarre e divenire riconoscibili con l'aumentare dei giri nello stereo. Questo è dovuto soprattutto alla cura nella composizione delle tracce non proprio "elementari" nella struttura, a dispetto della loro natura estremamente "ottantiana" e alla decisione di utilizzare una produzione lontana dalla sporcizia lo-fi, che conduce al nostro padiglione auricolare suoni distinti e che filtrano trascinando con sé la globalità della crudeltà espressa nell'album.
Il 2012 si è chiuso in crescendo per il thrash italico e senza nessuna remora nel farlo affermo che il ritorno in campo dei milanesi ci consegna l'album che molti attendevano.
"Into The Mouth Of The Dead Reign" rientra fra le migliori prove rilasciate nel genere per ciò che concerne gli ultimi anni all'interno del nostro territorio e non solo, i grandi nomi stiano quindi attenti, se questi ragazzi trovassero (e mi auguro che ciò accada) un po' di continuità, alcune vecchie cariatidi verrebbero decisamente mandate a rottamare, sarebbe anche ora... Io fra i tanti sarei contento. In bocca al lupo agli Hellstorm e non mi rimane che suggerirvi l'acquisto di questo gran disco.

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domenica 13 gennaio 2013

HELL:ON - Age Of Oblivion


Informazioni
Gruppo: Hell:On
Titolo: Age Of Oblivion
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: facebook.com/HellonOfficial
Autore: Mourning

Tracklist
1. Disaster
2. Bottom Line
3. Rise
4. Let It Feed
5. My Doll
6. Punk Guys [cover Master]
7. Emptiness
8. Burn
9. In The Name Of...
10. Voices Of The Abyss
11. Satan

DURATA: 44:21

Che gli ucraini Hell:On siano dei faticatori indefessi del thrash l'avevano dimostrato nella prestazione operaia racchiusa in "Re:Born", a quanto sembra quattro anni trascorsi a prepararne il successore, aver ristampato quel disco e fatto uscire un ep in fase intermedia nel 2010 dal titolo "In The Shadow Of Emptiness" non sono bastati per scrollarsi di dosso la polvere di chi fatica col mattone per raggiungere il piano più altro.
Attenzione, non voglio assolutamente dire che il quintetto non sia bravo in ciò che fa, tutt'altro, sono dei picconatori provetti: l'opener "Disaster" e le bastonate seguenti in "battere" di "Bottom Line" e "Rise" ne sono la riprova. Quello che però si nota è una mancanza di varietà che non permette al disco di spiccare, in quanto sono pochi gli sprazzi che interrompono realmente il flusso costante di legnate, nonostante alcune variazioni dell'ambito ritmico, ad esempio in "Let It Feed" sono i tempi medi a farla da padrone, mentre "Empty" e "Burn" sono talmente grooveggianti da risultare quasi catramose.
In "My Doll" appare magicamente un assolo di Jeff Waters (e si sente) ma è un po' soffocato dalla staticità del brano, dal canto suo la cover di "Punk Guys" dei thrasher connazionali "Master" è cementata, appesantita e gradevole all'ascolto, tuttavia non particolarmente difforme dall'originale. Tutto fila bene e liscio, "In The Name Of..." suona leggermente sinistra, nulla però che faccia gridare al miracolo e in "Voice Of The Abyss" fanno la propria comparsa spunti di stampo melodico e una voce femminile, peraltro quasi inutile e di cui non ho ancora capito l'attinenza, mentre "Satan" estrae dal cilindro a sorpresa un'attitudine sinfonica, le tastiere si ritagliano uno spazio anche eccessivo. Tutto ciò non li trascinerà in vetta alle preferenze di chissà chi, ma almeno si tratta di elementi che diversificano un minimo la proposta.
Tirando le somme, questo "Age Of Oblivion" è un altro album composto ed eseguito da buoni mestieranti, soprattutto il batterista Oleg Talanov dimostra in svariate circostanze di essere una spanna e più avanti rispetto ai propri compagni, tecnico e ben disposto anche a martellare con il cantante, Alexandr Baev, che incide moltissimo sull'aggressività imposta alle canzoni grazie al suo stile ruvido e privo di mezzi termini, che però al tempo stesso soffre di una sorta di "monotonia" che a lungo andare potrebbe divenire fastidiosa; in futuro tentare di modificare le linee in modo da risultare meno standard sarebbe sicuramente d'aiuto.
Se in passato avete avuto modo di ascoltare i lavori degli Hell:On e li avete trovati di vostro gradimento, non avrete nessun tipo di problema nel concedere un po' del vostro tempo ad "Age Of Oblivion"; in caso contrario, volgete lo sguardo in altra direzione e continuate a cercare.

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