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lunedì 14 ottobre 2013

ARS MANIFESTIA - Le Lacrime Dell'Universo


Informazioni
Gruppo: Ars Manifestia
Titolo: Le Lacrime Dell'Universo
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Obscura Lyd Productions
Contatti: facebook.com/pages/Ars-Manifestia/135786133263401 - myspace.com/harmful666
Autore: Akh.

Tracklist
1. No Conscience Without Madness
2. Taste This Disease
3. Le Lacrime Dell'Universo
4. Plead Splendour
5. To Infect Oneself To Recover
6. Home II
7. D.Y.D
8. Obsession For The Extreme Obscurity [traccia bonus]

DURATA: 01:12:49

Gli Ars Manifestia giungono al terzo disco per conto della norvegese Obscura Lyd Productions, per qualcuno considerato il lavoro della maturità, quindi cerchiamo di analizzare al meglio l'operato del polistrumentista Harmful e di questo "Le Lacrime Dell'Universo". La copertina ci regala probabilmente lo spaccato migliore per illustrare la musica proposta: la testa dell'artista da cui emerge il simbolo del Caos, attorniato dalle sette chiavi misteriche posizionate fra due guardiani d'ombra (come le due sagome accanto al ponte de "L'Urlo" di Munch), e "No Conscience Without Madness" ne è la giusta rappresentazione sonora.

A mio avviso questo è un album che dovrebbe interessare a una fetta di ascoltatori che va dagli adoratori di Burzum ai viaggiatori trascendenti e intimisti, infatti ascoltando attentamente i lunghi brani si ha la netta percezione che due nature contrastanti, ma ben armonizzate fra loro, confluiscano nei pezzi. Troveremo vibrazioni aggressive e ruvide dal forte sapore "raw" accompagnate da forti parti personali e da un incedere sospeso e ricco di tensioni, riprendendo e ampliando la lezione del leggendario "Conte”, che denotano il gusto e il substrato creativo di Harmful, il quale pone forti accenni personali nelle costruzioni di scuola tipicamente "norvegese".

La produzione è ottima e ci consente di ascoltare molto bene tutti gli strumenti suonati (bello e corposo il suono della cassa), con una giusta collocazione delle frequenze sia nelle parti più tirate che in quelle maggiormente sognanti (come nel caso di "Taste This Disease"), mentre lo scream oscuro ricopre il tutto con un velo mortifero e decadente.

Le canzoni vengono intessute riuscendo a ricreare atmosfere che alternano visioni corpuscolari a linee dall'incedere selvaggio, ciò senza sfociare nell'assalto estremo a tutti i costi, piuttosto grazie a una serie di arrangiamenti armonici azzeccati ed efficaci, come accade anche nella traccia che dà il titolo all'album. Generalmente non digerisco molto bene i riferimenti o le influenze nette, ma in questo caso l'associazione a Varg Vikernes viene talmente emancipata da estrapolarne solamente lo spirito indomito e certi giri di riferimento, per rendere naturale tramite il proprio sentire il resto dell'impronta sonora, la quale possiede una tipicità che valorizza ogni sfaccettatura.

Rispetto alla crescente scena Italiana si denota come le parti maggiormente oniriche non prendano spunto dalla Francia e dagli Alcest (se non forse nell'introduzione e nell'incedere di "To Infect Oneself To Recover"), ma conservino in seno un'oscurità più accentuata e nervosa come accade in "Pled Splendour": i tempi tendono a scendere lentamente di bpm, senza comunque far perdere intensità o generare noia, reazione che solitamente ricevo con i veri cloni di Burzum in ambito "Depressive"; viceversa qua l'introspezione è un'arma vincente e convincente che ci manifesta quanto l'artista riesca a sviscerare la propria anima attraverso la sua Arte. Le nerbature intimiste sono le pulsioni mediterranee che sfociano nell'urlo nordico di Harmful, non a caso Oslo è segnalata come sua sede: è questa intrinseca dualità che ha un fascino magnetico, misterioso e apre percezioni su altre dimensioni psichiche di cui la strumentale "Home II" è un ottimo manifesto espressivo. L'anima più viscerale e violenta esce allo scoperto invece nella breve e lanciata "D.Y.D.", dal riffing asciutto e rapace che chiude degnamente il cd.

"Obsession For The Extreme Obscurity" è la traccia bonus, l'ultimo colpo degli Ars Manifestia in cui fuoriesce la tipica vena tagliente e glaciale della terra dei fiordi, è quindi facile perdersi in stilettate affilate come lastre di ghiaccio, scudisciate dall'impeto imperioso dei venti polari, su cui vedere i riverberi della aurora boreale prima che il nostro corpo perda definitivamente ogni forma di calore e cada nell'immensità del buio assoluto del profondo Cosmo.

"Le Lacrime Dell'Universo" è un disco interessante e ricco di molti spunti, per questo riesce a interessare dove migliaia di altri hanno spudoratamente fallito.

Le sette chiavi hanno concesso l'apertura al Caos e il Caos ha aperto il cancello a Harmful. Harmful è Ars Manifestia.

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ANIMVS INFIRMVS - Rivolta


Informazioni
Gruppo: Animvs Infirmvs
Titolo: Rivolta
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Mother Death Productions
Contatti: facebook.com/legione.animvsinfirmvs
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Rivolta
2. Italia Nera
3. Identità
4. Squadrismo
5. Regime
6. RSI
7. Fiume
8. Abisso
9. Divina Terra
10. Pesttanz [cover Absurd]

DURATA: 44:34

Doverosa premessa: nel caso qualcuno non lo avesse ancora capito, Aristocrazia non si occupa di politica, mai. Aristocrazia valuta le qualità complessive dei dischi di cui vi propone le recensioni, cercando di sviscerare i legami indissolubili che intercorrono tra musica e concetto, ma senza mai appoggiare o contrastare le ideologie tirate in ballo, di qualunque colore esse siano. Apro in tal modo questa analisi perché, anche solo dopo un breve approccio distratto, sarà semplicissimo, pure per l'individuo più beota, intuire il tipo di terreno in cui affondano le radici degli Animvs Infirmvs, trio laziale che, con alle spalle una demo del 2009, debutta sotto l'ala protettrice della nostrana Mother Death Productions. E, per il lettore che dovesse sentirsi infastidito o urticato dalla lettura di una recensione che reca queste premesse, sarà dunque semplicissimo spostare la propria attenzione su qualcosa di differente.

L'introduzione malinconicamente trionfale di "Rivolta", dopo aver messo in chiaro immediatamente l'oltranzista direzione imboccata, si evolve in un crudo assalto che coniuga alla perfezione la spinta belluina del Black Metal con un sostrato di influenze rimandante agli albori del genere nero per eccellenza: Venom, Hellhammer, Celtic Frost e tutta la storica combriccola di marciumi assortiti. In virtù di quanto appena detto, sembra quasi pleonastico rimarcare il peso notevole che, nell'economia complessiva della proposta, hanno le immancabili venature Punk che serpeggiano all'interno di pezzi come "Italia Nera" e "Divina Terra", le quali rivolgono indiscutibilmente lo sguardo a certo retaggio Oi! e RAC. Non è però una cieca belligeranza musicale ininterrotta che ci viene propinata dagli Animvs Infirmvs: episodi come "Identità", "Squadrismo" e "Fiume" esibiscono infatti una notevole profondità sonora ed efficaci spinte propulsive da cui emergono una caustica attitudine fortemente individualista e una devastante volontà eversiva.

Vengono mantenuti indissolubili contatti con i selvaggi stilemi del Black Metal classico, come in "Regime" e "Abisso", ma ciò che fuoriesce dall'insieme è anche una sorta di nera e particolare epicità, fiera e disillusa allo stesso tempo. Abbiamo già avuto modo di inquadrare tale tratto attitudinale che si sta delineando fortemente negli ultimi anni e che sta diventando un po' una cifra stilistica di un modo tutto italiano di concepire e suonare il Black Metal: non a caso, echi di gruppi come Movimento D'Avanguardia Ermetico, Umbra Noctis e Funera Edo risuonano profondamente nell'intelaiatura espressiva di una composizione del calibro della magnifica "RSI". Casomai, arrivato a questo punto, qualche ascoltatore poco ricettivo avesse ancora dubbi sul percorso ideologico e musicale intrapreso, il terzetto pone a chiusura del disco una rivisitazione di "Pesttanz", pezzo degli Absurd di "Facta Loquuntur". La versione suonata dai nostri viene resa lievemente più cupa e pulita nell'andamento generale, ma rimane assolutamente fedele all'originale, mantenendo intatto l'assetto quadrato, istintivo e feroce che contraddistingue l'ossatura principale dell'operato del famigerato gruppo tedesco.

Avete ancora qualche dubbio irrisolto? Proverò a sradicarlo una volta per tutte. Se l'espressione musicale estrema ha per voi dei limiti troppo scottanti oltre i quali non riuscite ad accettarla e se non riuscite a convivere con prodotti figli di un certo comparto di pensiero, allora girate al largo. Se, invece, adorate abbeverarvi a fonti musicali che fanno della sovversione della morale sociale la propria missione, se ricercate proposte genuine, intense e sorrette da una potente espressività selvaggia, se siete in grado di riconoscere la grande qualità di una visione anche quando quest'ultima non coincide necessariamente con le vostre convinzioni, allora gli Animvs Infirmvs fanno davvero per voi!

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lunedì 7 ottobre 2013

A.M.B.S. - L'Ultimo Sogno


Informazioni
Gruppo: A.M.B.S. (A Monumental Black Statue)
Titolo: L'Ultimo Sogno
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Death Cult Records
Contatti: Facebook - Myspace
Autore: Akh.

Tracklist
1. I. Introduzione
2. II. Non C'è Tregua
3. III. Filosofia Sacerdotale
4. IV. Aere Perenmius (Parte II)
5. V. I Am Elite [cover War]
6. VI. L'Iperbolco Vertice
7. VII. L'Ultimo Sogno
8. VIII. Vivo
9. IX. Conclusione

DURATA: 56:41

Oramai chi segue le uscite di Aristocrazia Webzine avrà imparato a conoscere e apprezzare gli A.M.B.S., già precedentemente valutati in queste sedi con "Aere Perennivs" e "Alcoholic Tyrants": gruppo umbro che fa dell'intransigenza B.M. un vessillo con cui poter liberarsi senza remore di tutte le proprie negatività, riversate in maniera totale in questo "L'Ultimo Sogno".

L'attacco del disco è fulminante, un vero e proprio blitzkrieg degno dei Marduk più violenti: la programmazione di Der Heilige tiene ritmi serratissimi su un riffing tagliente come non mai. La breve introduzione potrebbe benissimo venire associata ai Bolt Thrower con una propensione verso il B.M. e apre le danze in maniera decisa e guerrafondaia a una "Non C'è Tregua" che rispetta chiaramente il proprio titolo, unendo scudisciate in linea con i Mysticum a soluzioni dalle tinte maggiormente folk condite in salsa di blast beat. Ovviamente gli umbri non hanno minimamente fatto marcia indietro, né dal punto di vista lirico né da quello musicale, quindi ritroviamo il solito allineamento intransigente di estrema destra (troverete termini come "Roma", "Svastica", "fascista", perciò i debolini di cuore sono allertati) unito alla follia compositiva schietta e verace del duo (ascoltatevi bene "Filosofia Sacerdotale" per trovarne conferma), il quale erige una cattedrale di livore da rivendicare e rigettare come melma addosso alla società con assoluta belligeranza.

È incredibile come si riesca a volte a cambiare il registro, nell'appena citata "Filosofia Sacerdotale" si passa dalle vibrazioni più turpi a stacchi al limite del sospeso, per ripartire immediatamente con blastati e dissonanze degne dei nuovi Abigor, per un totale di tredici minuti che scoperchiano il lato alienato e allucinato del gruppo, il quale poi si spinge sino a creare una poesia epica e popolare (con alcuni riferimenti agli Enslaved di "Blodhemn") quasi al limite del delicato; se non considerassimo le voci marcescenti e distortissime di "IV. Aere Perenmius (Parte II)". Subito dopo si torna a seminare macerie con un omaggio a uno dei brani più sfrontati realizzati dai War: quella "I Am The Elite" che tanto fermento sdegnato riuscì a generare in certi ambienti metallici e non.

Lasciati alle spalle gli infernali War, si aprono i cancelli della pazzia e dell'alienazione totale (di fatto quasi dividendo in due il cd), tessuto di cui Xyx e Der Heilige sembrano essersi ammantati, per liberare tutti i propri demoni e quindi ci ritroviamo "L'Iperbolico Vertice" che passa da soluzioni Post B.M. ad arpeggi deliranti e di pura dissonanza attorniati da armonizzazioni efficaci che rimandano al titolo scelto per questo lavoro, creando scenari devastanti e devastati, attraverso assalti urbani e tratti di intimità surreale.

Il muro eretto è determinato a sviscerare i lati più ambigui e pessimi della laida faida che spesso viene chiamata "Umanità" occidentale, come si denota dall'introduzione della sbilenca e teatrale "L'Ultimo Sogno", in cui è chiaramente presente un'analogia, un avvicinamento alla canzone di regime cantautoriale nel finale, e dai riflessi quasi melanconici della recitata "Vivo", dotata di lontani echi "post apocalittici".

Rispetto all'esordio la produzione lascia indietro il suono ruvido e tipico dei gruppi Oi, per riabbracciare in toto le propensioni più in linea con il Black Metal, quindi le frequenze utilizzate sono indubbiamente differenti e nette, mostrandoci ancora una volta come A.M.B.S. sappia ben destreggiarsi fra i suoni estremi della nostra epoca "negra", traducendo il tutto in "botte e deliro". I riflessi immessi e gli arrangiamenti sono veramente degni di nota, mentre con i vari ascolti si trovano tutta una serie di sfumature che impreziosiscono i vari brani, le quali confermano i protagonisti di questo progetto come caparbi e sfaccettati, in grado di tessere trame anche inedite, unendo soluzioni violente ed estreme a quel tocco di onnipotenza e sconsolazione tipico di certi stati psicofisici di trance negativista.

"Conclusione" è il breve finale compiuto e perenne di questo monumento debordante vomito e ideali, e si materializza con un riffing epico e dal tono trionfale: come colui che sicuro del proprio operato abbia saputo riversare causticamente dosi pregnanti di risentimento, astio e fedele arroganza nel proprio spaccato quotidiano. Questo è il respiro allucinato de "L'Ultimo Sogno".

Gli A.M.B.S. tengono ancora il bastone fra le mani.

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AUT MORI - Pervaja Sleza Oseni


Informazioni
Gruppo: Aut Mori
Titolo: Pervaja Sleza Oseni
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: BadMoodMan Music
Contatti: facebook.com/autmoriband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Pervaya Sleza Oseni
2. Moya Pesnya – Tishina
3. Nebo
4. Proschay
5. Moy Vechnyi Dozhd'
6. Zhdi
7. Elegiya Bezmyatezhnosti
8. Na Stsene Osen'...

DURATA: 44:59

Il proliferare di gruppi gothic-doom è privo di soste e quindi nuovo giro, nuova band e nuovo disco, ma la solfa è nota. La BadMoodMan, sotto-etichetta della Solitude Productions, stavolta presenta gli Aut Mori, formazione proveniente da Yaroslavl che incarna in maniera maggiormente diluita e dolciastra il sound empatico-melancolico dei Draconian. A quanto pare il gruppo svedese di Anders Jacobsson piace talmente tanto a questi russi da ricorrere al supporto artistico di due personaggi più o meno coinvolti in quella realtà: il batterista Jerry Torstensson — che insieme a Jonte Andersson ha curato la produzione del debutto "Pervaja Sleza Oseni" presso i Dead Dog Farm Studio — e il violinista Olof Gothlin, musicista presente in qualità di membro temporaneo in "A Rose For The Apocalypse".

Ci sono differenze evidenti mettendo a confronto le due realtà? I russi devono fare i conti con una omogeneità compositiva più netta e distinguibile, inoltre non possiedono una Lisa Johansson; per quanto la voce di Nati Chitadze, a quanto pare ormai ex della situazione, non sia disprezzabile, i suoi interventi angelici che contrastano le linee in growl di Evgeniy Chepur risultano alle volte sin troppo flebili come intensità, piacevolmente eterei sì, ma poco incisivi.

Non voglio mettermi a cercare il pelo nell'uovo, la band ha dato vita a un album talmente gradevole che, pur mettendo in mostra palesemente l'asservimento compositivo nei confronti della figura Draconian, si fa ascoltare in ossequioso, riflessivo, ma compiaciuto stato silente, lasciando dei piacevoli ricordi. In scaletta non troviamo riempitivi e in altrettanto modo viene a mancare un pezzo che ostenti grandezza e sontuosità capaci di ergerlo al di sopra degli altri: è una prestazione colma di buoni episodi, di riff impostati in maniera tale da essere in grado di supportare l'emotività coerentemente grigia della proposta, che dal canto suo fornisce quelle atmosfere care ai fruitori del lato più romantico-decadente del filone gothic-doom.

"Pervaja Sleza Oseni" vuole intrattenervi e se preso a piccole dosi il suo perché lo possiede, quindi perché non tentare di riporre un po' della vostra fiducia negli Aut Mori? In futuro potremo, e dovremo, pretendere di più.

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lunedì 30 settembre 2013

AOSOTH - IV: An Arrow In Heart


Informazioni
Gruppo: Aosoth
Titolo: IV: An Arrow In Heart
Anno: 2013
Provenienza: Francia
Etichetta: Agonia Records
Contatti: aosoth.fr
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. An Arrow In Heart
2. One With The Prince With A Thousand Enemies
3. Temple Of Knowledge
4. Under The Nails And Fingertips
5. Broken Dialogue 1
6. Broken Dialogue 2
7. Ritual Marks Of Penitence

DURATA: 56:08

Tra le cerchie di appassionati del Black Metal, e della scena francese in particolare, gli Aosoth non hanno bisogno di alcuna presentazione: l'infernale macchina di morte d'oltralpe è giunta quest'anno a sfornare "IV: An Arrow In Heart", quarto album (quinto, se vogliamo considerare anche "Variations Of Violence", la versione strumentale del precedente "III - Violence & Variations") e ideale culmine qualitativo del percorso intrapreso nel 2008 con l'omonimo debutto.

"An Arrow In Heart" e la sacrale "Ritual Marks Of Penitence" (rispettivamente apertura e chiusura del disco) vengono edificate sulle fondamenta di un marchio sonoro catacombale e claustrofobico che trascina impietosamente sul fondo di un abisso malsano. Melodie bollenti e nere, una voce demoniaca proveniente dai più angusti anfratti avernali, inquietanti movimenti intestini di forze potentissime e atmosfere maligne deflagranti in progressioni violentissime: questi sono gli elementi che compongono un impianto vibrante di una viscosa volontà distruttrice che nulla lascia di integro al proprio passaggio. Ciò che domina la scena, nel trittico formato da "One With The Prince With A Thousand Enemies", "Temple Of Knowledge" e "Under The Nails And Fingertips" è un'aura venefica ricreata attraverso dissonanze malefiche che rimandano al panorama francese più avanguardistico (Blut Aus Nord e Deathspell Omega su tutti), melodie mortifere e l'intensità globale di un'espressività selvaggia e pienamente consapevole del suo scopo decostruttivo. Le visioni provocate dagli Aosoth vengono private di ogni barlume di luce, vengono impestate e saturate dall'imponenza di un percorso lastricato di sangue, di fuoco, di pestilenza e di devozione assoluta verso le entità più empie che la spiritualità umana abbia incrociato nel suo millenario cammino.

Il blocco più "sperimentale" di "IV: An Arrow In Heart" è rappresentato da "Broken Dialogue 1" e "Broken Dialogue 2" in cui declamazioni di vario genere si sovrappongono a tracce stilistiche dei Glorior Belli di "Meet Us At The Southern Sign" e dissonanti acidità, impasto il cui risultato è un effetto altamente disturbante e agghiacciante. Ennesimo punto a favore della indubbia qualità di "IV: An Arrow In Heart" è la produzione scelta: la dimensione sonora che è stata selezionata per dar vita a questo lavoro è estremamente cupa, pastosa e, di conseguenza, dannatamente adatta a veicolare ed evocare quell'oscurità tentacolare e opprimente che rappresenta davvero la marcia aggiuntiva del disco.

Con un tale nuovo parto gli Aosoth hanno ulteriormente incrementato il loro nero ascendente spirituale, offrendoci un lavoro di enorme spessore. "IV: An Arrow In Heart" è un atroce affresco di morbosa e fiera devozione, è un baluardo di dominante discendenza demoniaca, è un bellicoso monumento infernale che, come un valente condottiero, si staglia orgoglioso e altero di fronte alle proprie armate e che, con la sola vigoria dello sguardo, domina un orizzonte sempre più nero, sempre più minaccioso, sempre più gravido di potenza.

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lunedì 23 settembre 2013

AN APPLE A DAY - Yes We Can

Informazioni
Gruppo: An Apple A Day
Titolo: Yes We Can
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Tanzan Music
Contatti: facebook.com/keepsthedoctoraway
Autore: Mourning

Tracklist
1. Yes We Can [cover Allen Touissant]
2. Izabella [cover Jimi Hendrix]
3. Tunnel Vision [cover Lenny Kravitz]
4. Outside Man Blues [cover Blind Joe Reynolds]
5. Out On The Tiles [cover Led Zeppelin]
6. The Revolution Will Not Be Televised [cover Gil Scott Heron]
7. We All Had A Real Good Time [cover Edgar Winter Group]
8. It's A New Day [cover Ivan Woods]
9. Love Train [cover Wolfmother]
10. Heart And Soul [cover Claude Bolling]
11. Cochise [cover Audioslave]
12. Troglodyte (Cave Man) [cover Jimmy Castor Bunch]
13. Outside Woman Blues [traccia bonus versione cd - cover Blind Joe Reynolds]

DURATA: 45:07

Gli An Apple A Day non sono una semplice cover band, infatti nascono dai trascorsi del progetto Fred Leslies' Missing Links, all'interno del quale si muovevano le figure dell'organista Paolo Apollo Negri e del duo ritmico danese composto da Craig Kristensen al basso e Kapper Dapper alla batteria; a questi si è poi aggiunto il chitarrista Mario Percudani. Non parliamo quindi di musicisti sconosciuti, ma al contrario abbiamo a che fare con un quartetto di professionisti che arricchisce quest'esperienza, collaborando con svariati artisti pronti ad alternarsi dietro al microfono: Abdominal e BluRum13 in "Yes We Can Can", Lee Fields in "Izabella" e "Outside Woman Blues", Tyra Hammond in "Tunnel Vision", Rhiannon Giddens in "Outside Man Blues", Ria Currie in "Out On The Tiles" e "Cochise", Lyrics Born in "The Revolution Will Not Be Televised", Glen David Andrews in "We All Had A Real Good Time", Naomi Shelton e The Gospel Queens in "It's A New Day", Michelle David in "Love Train", Kylie Auldist in "Heart And Soul", Richard Roundtree in "Troglodyte (Cave Man)" ed Elisabeth Børch in "Yes We Can Can" e "We All Had A Real Good Time" (cori)."

Vi chiederete perché abbia esordito precisando il fatto che la band non fosse una normale cover band e perché abbia elencato l'intera lista dei partecipanti a quest'esperienza musicale. Il motivo principale risiede nel fatto che i tredici brani contenuti in quest'album (che sto analizzando nella versione cd) sono stati forniti di un vissuto personale che non sfigura al cospetto dei capolavori originali: il gruppo ha realmente compreso cosa voglia dire osare, evitando però di cadere nella trappola dell'immettere all'interno dei pezzi quel "troppo che stroppia". L'orecchio si confronta con versioni funk-soul in cui l'eleganza e il groove delle basi fornite dagli artisti danesi, dallo splendido lavoro d'accompagnamento e rifinitura di Negri e dal lavoro chitarristico dal suono moderno di Percudani pongono i tasselli fondamentali sui quali poggiare le varie interpretazioni che garantiscono alla proposta una varietà significativa.

Si passa dall'introduzione di liriche rappate in "Yes We Can" di Allen Toussaint e "The Revolution Will Not Be Televised" di Gil-Scott Heron, rispettivamente affidate al canadese Abdominal e al nippo-americano Lyrics Born (chissà come sarebbe venuta con Zach De La Rocha al suo posto?), al più classico degli esempi di quanto possa essere intensa la vocalità nera in "We All Had A Real Good Time" degli Edgar Winter Group, traccia nella quale è superlativa la prova di Glen David Andrews, sino a rimanere incantati dalla sicuramente inattesa versione di "Chocise" degli Audioslave realizzata dalla biondissima Ria Currie. Per non farsi mancare la nota di colore che ti sorprende in maniera definitiva, si può ascoltare "Troglodyte (Cave Man)" di Jimmy Castor Bunch eseguita da Richard Roundtree: proprio l'attore che impersonò il detective Shaft e icona della Blaxplotaition, vero e proprio omaggio rivolto nei confronti dell'amico scomparso nel 2012.

Ogni singolo episodio di questo "Yes We Can" racconta sia la storia che ne ha caratterizzato l'origine sia quella che odiernamente gli è stata cucita sopra. Numi tutelari quali Led Zeppelin ("Out On The Tiles") ed Hendrix ("Izabella") vengono a dir poco esaltati dalla prestazione di Mr Lee Fields; anche i non appassionati di questo panorama musicale, ma fruitori della disco più ricercata, lo ricorderanno di certo come uomo dietro al microfono di "Jealousy", pezzo del dj Martin Solveig.

Gli An Apple A Day con questo lavoro impartiscono una sonora lezione di classe ai tanti, pure troppi, gruppetti che occupano i palchi riproponendo della semplice minestra riscaldata: la band riesce a divertire, a coinvolgere ed emanare un'energia che ti fa veramente venire voglia di muoverti. Probabilmente potremo catalogare quest'opera come un gustoso diversivo... però magari fossero tutti così belli da ascoltare. Una mela al giorno toglie il medico di torno? In loro compagnia è probabile che accada. Volete esserne certi? E allora che state aspettando? Provate!

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lunedì 9 settembre 2013

ABSUM - Art Itinifni Isrevinu Ilellarap


Informazioni
Gruppo: Absum
Titolo: Art Itinifni Isrevinu Ilellarap
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: DarkEyes Collective
Contatti: darkeyes-collective.jimdo.com
Autore: Duca Strige

Tracklist CD 1 - "Eznerapsart Led Oicsnocbus Onamu"
1. Ollatsric Id Enidutilos
2. Oido Elibivomerri
3. Issilce Id Oidicius
4. Len Oiub Led Ieim Inroig

DURATA: 01:07:45

Tracklist CD 2 - "Odnadraug Ertlo El Eznerappa"
1. Atirucso Etneiznes
2. Ertsinis Ezneserp
3. Oirartnoc Alla Aim Edef
4. Allun E' Oic Ehc Arbmes

DURATA: 01:11:36

Tracklist CD 3 - "Li Onger Onrevni'd"
1. Olotipac Onu
2. Olotipac Eud
3. Olotipac Ert
4. Olotipac Orttauq

DURATA: 01:13:18

Tracklist CD 4 - "Enoisnemid Avitagen"
1. Isrevinu Ilellarap
2. Acitratac
3. Inoizacifitarts Ehcimsoc

DURATA: 30:25

"Etats Rep Eredecca Alla Enoisnemid Avitagen"... Ossia, "State Per Accedere Alla Dimensione Negativa", scritto come l'avreste letto sulle copertine dei dischi di Absum, il progetto funeral black drone del quale Azazel ha curato, sin dal 2007, composizione, registrazione e iconografia. Vezzo grafico che subito balza all'occhio, da sempre i titoli dei brani di Absum sono scritti in modo invertito, ogni parola va letta dal fondo all'inizio per essere svelata. In realtà questo espediente non è un semplice orpello, e si incastra invece perfettamente nel concetto di Negatività, sonora e concettuale, che il musicista porta avanti solitario e tenace da ben sei anni. Absum è un progetto basato su forti contrasti, ideato per accogliere e al tempo stesso negare molte delle consuetudini appartenenti alle tipologie musicali cui si ispira. Dal black metal, genere a cui maggiormente attinge anche a livello estetico, preleva il grezzo furore elettrico, ma non la foga ritmica. Non è infatti prevista batteria nei brani e anche dal doom, filone metal che fa affidamento sul giro di chitarra netto e scolpito, viene trattenuto unicamente lo slancio spirituale e non il groove. Simili riferimenti sonori potrebbero far pensare che la musica contenuta in "Art Itinifini Isrevinu Ilellarap" sia prevalentemente d'impostazione metal, ma non è così.

La tecnica compositiva che fa da ossatura a tutti dischi di Absum è in realtà la costruzione drone, e dunque, secondo i dettami teorizzati da pionieri del genere come La Monte Young negli anni Sessanta, i brani sono tutti basati su suoni ripetuti e note sostenute che, per loro natura, rifiutano la classica struttura canzone. Enigmatico nel suo nero drappo, lo sguardo celato dal cappuccio, Azazel plasma la sua dimensione sonora, la Dimensione Negativa, tramite costruzioni minimali, strutture semplici e distese, contrasti netti tra minuziosi dettagli elettronici e picchi di pura elettricità stordente. La natura stessa del genere proposto fa sì che sia l'aspetto strumentale ad aver risalto, anche se è possibile apprezzare in rare occasioni pure lo screaming del silenzioso musicista, astioso ed evocativo, un sibilo perfettamente integrato nelle trame sonore. A differenza di molte one-man band di ambito black metal underground, votate all'istintività approssimativa del suono più che all'effettiva resa finale del disco, Absum è attento a calibrare i toni per ottenere una registrazione professionale senza rinunciare a un risultato schietto e abrasivo.

"Art Itinifini Isrevinu Ilellarap" racchiude in un unico box formato dvd ben tre album di quattro brani l'uno e un ep disponibile sinora solo in formato digitale, ovvero tutto quanto è stato prodotto sotto il nome Absum. Si tratta di musica ostica, intima, astratta, da fruire nella solitudine del buio, magari in cuffia. Sarà un piacere analizzare ognuno dei quattro piani della Dimensione Negativa, ossia i quattro cd contenuti nel box.


Primo Livello: "Eznerapsart Led Oicsnocbus Onamu"

Il primo disco racchiude in nuce tutto ciò che comporrà il mondo di Absum anche nei lavori successivi. I brani oltrepassano facilmente i dieci minuti di durata e sono modellati con l'utilizzo di soli tre strumenti: basso elettrico, sovente utilizzato come pulsione ritmica, sintetizzatore per creare foschi paesaggi sonori nei quali ambientare le composizioni, e chitarra, spesso stratificata e dissonante. Ogni brano si differenzia dall'altro per costruzione e precise scelte tonali. I primi due pezzi hanno struttura speculare ed evidenziano l'attenzione di Azazel all'utilizzo scenografico dei vuoti e dei pieni: "Ollatsirc Id Enidutilos" è costantemente fragoroso con improvvisi baratri di vuoto; "Oido Elibivomerri", al contrario, costruisce improvvisi muri elettrici su una distesa di nulla elettronico. "Issilce Id Oidicius" è l'unico brano costruito su un giro di chitarra, uno solo, sorta di ectoplasma doom reiterato ossessivamente. L'inatteso arriva in occasione dell'ultima composizione, "Len Oiub Led Leim Inroig". La costruzione geometrica in questo caso è di una definizione cristallina: lungo piano orizzontale di sussurri e cupi loop orchestrali improvvisamente trafitto a metà percorso da una lama tagliente e verticale di pura elettricità abbagliante. Folgore purificatrice di energia statica che illumina sino ad annientare una desolazione di macerie. Un capolavoro.


Secondo Livello: "Odnadraug Ertlo El Eznerappa"

La copertina originale del secondo lavoro mostrava il negativo (!) di uno scatto raffigurante la facciata di una villa italiana di stile neoclassico. Il risultato, ottenuto con la semplice inversione dei toni neri e bianchi, richiamava tetri ricordi di pellicole horror anni Settanta, e la musica del disco, ancora più rarefatta rispetto all'esordio, sembra rispecchiare questo gusto per l'horror con una scelta di suoni particolarmente lugubri. La costruzione di "Atirucso Etneiznes", primo brano in scaletta, ruota attorno a quattro semplici note di piano ripetute e poi gradualmente travolte e divorate dalla chitarra. Sul finire le quattro note sono così sfigurate e sommerse di elettricità che sembrano mutare in una cantilena infantile. Raggelante. Il secondo paesaggio sonoro è un cupo pianoro percosso da bizzarri battiti elettronici privi di ritmo, mentre il terzo e quarto brano si fondono assieme e, tra veli di chitarra che si rincorrono e si sovrappongono, spuntano curiosi suoni sintetici alieni. L'effetto è straniante, quasi psichedelico. In bizzarro contrasto con il tono austero del resto della produzione di Absum.


Terzo Livello: "Li Onger Onrevni'd"

Il terzo album è un progetto piuttosto particolare. L'opera è titolata ad Absum / Bianca, e si tratta a tutti gli effetti dell'incontro tra la musica di Absum e le atmosfere dei fumetti fantasy-pagani di Bianca, da me ideati. Il disco è interamente ispirato al primo volume di Bianca, "Il Regno D'Inverno", nel quale la protagonista delle mie storie affronta un breve viaggio rituale che porterà l'Inverno sul pianeta Lamina, dove le vicende di Bianca sono ambientate. In pratica, Azazel si è occupato di tutte le musiche, mentre il sottoscritto ha fornito l'ambientazione per i brani e la grafica per la prima tiratura dell'album. Curiosamente, dalle atmosfere completamente mute e silenziose del fumetto Azazel ricava quello che è sinora il lavoro più assordante della collezione. Quattro movimenti, quasi identici per struttura, nei quali il basso si fa davvero grosso e minaccioso e la chitarra sfuria indomita, satura di rumore crepitante. Notevole il giro di accordi black stilizzati che sostiene tutti i ventisei minuti di "Olotipac Ert", una vera tempesta artica. Più che colonna sonora dell'intero "Il Regno D'Inverno", l'autore di Bianca ha sempre immaginato i brani di "Li Onger Onrevni'd" come perfetta rappresentazione dell'ultima pagina del volume, nella quale Bianca si incammina, seguita da un lupo, in un mondo interamente coperto da una spessa coltre di neve.


Quarto Livello: "Art Itinifni Isrevinu Ilellarap"

In quello che sinora rappresenta l'ultimo capitolo della saga di Absum, Azazel incanala il meglio delle possibilità espressive acquisite in anni di esperienza. "Art Itinifni Isrevinu Ilellarap", ep di tre brani completamente intriso di suggestioni cosmiche, dispiega un impatto sonoro siderale che non ha nulla da invidiare ai Darkspace, al netto della sempre assente sezione ritmica. Chitarra e basso sono poderosi e impenetrabili come su "Li Onger Onrevni'd", ed è un piacere accogliere il ritorno del particolare screaming abissale di Azazel, che dopo due dischi di assenza torna a sibilare tra le tempeste cosmiche di "Isrevinu Ilellarap" e "Inoizacifitarts Ehcimsoc". Anche i suoni d'ambiente si sono fatti più concreti e, tra modulazioni aliene, schianti di imponenti masse sonore e aurore elettroniche dai colori venuti dallo spazio, viene plasmato un soundscape rigoglioso come "Acitratac", che non può non portare alla mente gli organici silenzi dell'immortale "Zeit" dei maestri Tangerine Dream. Absum cala il cappuccio e si inabissa schivo nella nebulosa di Andromeda... Non rimane che attendere il suo prossimo segnale dallo spazio profondo.

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lunedì 2 settembre 2013

A TRANSYLVANIAN FUNERAL - Gorgos Goetia


Informazioni
Gruppo: A Transylvanian Funeral
Titolo: Gorgos Goetia
Anno: 2013
Provenienza: Tucson, Arizona, U.S.A.
Etichetta: Forbidden Records
Contatti: facebook.com/atransylvanianfuneral
Autore: Bosj

Tracklist
1. Cold Blood And Darkness
2. Burning Astral Hunger
3. Light Cast Out
4. The Supreme Rite Of Transmutation
5. Fear
6. Mars Exalted In Capricorn
7. Moonchild
8. Night Hags
9. Percival In Black Armor
10. Ten Of Swords
11. Hymn To A Gorgon
12. Goliath Resurrected

DURATA: 72:47

L'Arizona è storicamente una terra che rimanda a immaginari caldi e assolati, desertici come la propria morfologia. Sleepwalker, unica oscura entità alle spalle del progetto A Transylvanian Funeral (nonché padre e padrone della stessa Forbidden Records e dei Third Eye Audio Recording Studio, un uomo cui piace fare tutto da sé) è qui per mettere in discussione questo cliché. Terzo lavoro in studio in cinque anni, "Gorgos Goetia" è un disco che farebbe venire freddo a un pinguino nella savana.

Produzione scarna, up-tempo perenne o quasi, urla e strepiti incomprensibili, chitarre in putrefazione. Punto. Niente più e niente meno. Rispetto al passato, abbiamo qui il passaggio dalla drum machine all'utilizzo di una batteria "fisica", e l'abbassamento generale dei suoni a favore di un risultato meno graffiante e più sporco, più lo-fi. Tolta questa precisazione, quello che rimane è un lavoro black metal classico, che affonda le sue radici nella prima metà dei Novanta e non mancherà di riscuotere proseliti tra gli appassionati grazie all'uso scolastico — in accezione sia positiva che negativa — di tutti gli elementi del caso. Qualche vocalizzo pulito, sempre effettato e sporcato, fa capolino qua e là ("The Supreme Rite..."), alle volte la batteria rallenta e compare qualche tupa-tupa ("Burning Astral Hunger"), ma il succo rimane un buon black metal oltranzista.

L'occultismo di cui l'album è intriso, come ben si può immaginare, è piuttosto impenetrabile a causa della mancanza di un qualsiasi riferimento testuale nel libretto, all'infuori dei titoli dei brani. Tutto sommato, il lavoro di Sleepwalker è più che godibile, seppur inevitabilmente già sentito, canonico. Il motivo del mio poco entusiasmo mentre scrivo queste parole è principalmente dovuto all'incomprensibile lunghezza di "Gorgos Goetia": un album black metal lo si ascolta sempre volentieri, specialmente se confezionato con tutti i crismi e le attenzioni necessarie, e questo è sicuramente il caso della fatica di Sleepwalker. Un'ora e un quarto di registrazioni, però, è davvero un tempo esagerato, mancando alle spalle un concept (se questo esiste, quantomeno, a noi non è dato saperlo) o una qualsivoglia altra ragione per dilatare così tanto un lavoro che potrebbe benissimo durare la metà.

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lunedì 26 agosto 2013

A MILLION MILES - What's Left Behind


Informazioni
Gruppo: A Million Miles
Titolo: What's Left Behind
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Abandon
Contatti: facebook.com/AMillionMilesOfficial
Autore: Mourning

Tracklist
1. Death And Beyond
2. Broken
3. When Skies Fall Down
4. Seperation
5. Letter For You
6. Hold
7. A Million Miles
8. What's Left Behind
9. Dusk
10. Walk All Night
11. The End

DURATA: 44:08

I tedeschi A Million Miles: una promessa sulla quale puntare o una meteora già abbattutasi? Dopo un paio di messaggi su Facebook con la cantante Mona, ho ricevuto una copia del debutto "What's Left Behind", ma cercando informazioni anche sulla pagina di Metal Archives li ho trovati segnalati come sciolti. Che sarà successo?

Il quintetto di Amburgo ha presentato una prima prova heavy-alternative robusta, eppure parecchio melodica, varia e ruvida quanto accattivante e orecchiabile. In più di un'occasione si nota come le due facce della stessa medaglia riescano a convivere, grazie al buon riffing a cui hanno dato vita le asce Willow e Shi e alla prestazione ritmica massiccia, alle volte anche grassa, del duo composto da Finbar e Philipp, rispettivamente preposti a fornire le linee di basso e a percuotere le pelli; mentre Mona, in virtù di un'impostazione vocale a metà fra un Phil Anselmo d'annata e Sandra Nasic dei Guano Apes, dona ai brani quell'appeal e quel carisma che servono per farsi apprezzare.

Questi musicisti dimostrano di saperci fare sin da subito, per merito dell'apertura affidata a una delle canzoni più riuscite del disco: "Death And Beyond" è un concentrato d'adrenalina e alta fruibilità a cavallo fra moderno e passato che ben identifica il modo di vivere la musica da parte degli A Million Miles; in seguito episodi come "When Skies Fall Down" e "Hold" si allineano a questa scia. A completare il disegno giungono "Letter Of You", caratterizzata da un sound più southern, la strumentale "Dusk" e la seducente "Walk All Night", dal vissuto duale, vivace e scura, dotata di armonie di chitarra affascinanti quanto allentata e malinconica nella fase di mezzo, in cui si staglia l'assolo.

L'album è stato prodotto in maniera brillante, i suoni sono veramente ottimi, tuttavia per coloro i quali il metal vive ed esiste esclusivamente nella forma old school, sarà difficile scendere a compromessi con le divagazioni pulite, e a tratti di facile presa, offerte dai tedeschi. Sarebbe però altrettanto errato non dar loro neanche la possibilità di arrivare al vostro orecchio, quindi prima di scartarli ascoltateli.

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lunedì 19 agosto 2013

ABORYM - Dirty


Informazioni
Gruppo: Aborym
Titolo: Dirty
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Agonia Records
Contatti: aborym.it
Autore: M1

Tracklist
1. Irreversible Crisis
2. Across The Universe
3. Dirty
4. Bleedthrough
5. Raped By Daddy
6. I Don't Know
7. The Factory Of Death
8. Helter Skelter Youth
9. Face The Reptile
10. The Day The Sun Stopped Shining

DURATA: 49:15

Tracklist Disco Bonus
1. Fire Walk With Us [nuova versione]
2. Roma Divina Urbs [nuova versione]
3. Hallowed Be Thy Name [cover Iron Maiden]
4. Comfortably Numb [cover Pink Floyd]
5. Hurt [cover Nine Inch Nails]
6. Need For Limited Loss

DURATA: 38:27

"Dirty" rappresenta il secondo disco della terza incarnazione degli Aborym, che vede Bård G. "Faust" Eithun e Paolo Pieri (noto anche come Hell:I0:Kabbalus) affiancare il leader Malfeitor Fabban, giunto invece al sesto album. Personalmente ho accolto con parecchia tensione queste nuove tracce, dopo che avevo fallito nel trovare la chiave di lettura per entrare in sintonia con "Psychogrotesque"; a mio avviso progetto ambizioso, dotato di soluzioni interessanti, ma troppo diluite in relazione agli elevatissimi standard del gruppo.

A uno sguardo, o meglio ascolto, distratto e superficiale i dieci brani in questione possono apparire "semplice" industrial black metal ricco di elettronica, però scavando in profondità emergono tutto lo spessore e la capacità compositiva e di arrangiamento che gli Aborym hanno sviluppato nel corso del tempo. La band ha optato per un approccio meno "estremo": rispetto al precedente album concettuale che si presentava come un unico flusso malato, comunque suddiviso in parti, ha preferito rifinire ogni singolo pezzo nella maniera più accurata possibile, rendendolo autosufficiente e in grado di reggersi anche al di fuori del contesto generale. Si percepisce infatti come ciascuna canzone possieda una forte personalità che la distingue dalle altre, pur costituendo un'opera coesa, e in ciò noto una certa affinità col superbo "Generator".

Lo screaming aspro e severo di Fabban, le bordate chitarristiche di Paolo Pieri (poderose in "Irreversible Crisis") e la batteria sempre precisa di Faust, in grado di risultare sia inumana e cinica che "terrena" all'occorrenza, formano la spina dorsale di "Dirty", sulla quale si innesta tutto il lavoro di campionamenti, effettistica e tastiere, opera dei due citati, che cesella e dona sensazioni multiformi. In "Across The Universe" ad esempio emerge un senso di sospensione "cosmica" ed eterea, come in un viaggio spaziale allucinato; mentre "Raped By Daddy", in linea col riferimento al film di David Lynch "Fuoco Cammina Con Me" ("Fire Walk With Me"), prequel della serie di culto "I Segreti Di Twin Peaks", è permeata da un'atmosfera orrifica morbosa e misteriosa, in un continuum di tensione smorzato soltanto dalla tragicità dei sintetizzatori. Se le ritmiche EBM che talvolta compaiono e la violenza cibernetica non sono di certo una novità, così come i pregevolissimi assoli, anche di tastiera, che si accodano a quelli chitarristici realizzati in passato (ricordate quello splendido di "The Triumph"?), lo stesso non può dirsi per l'uso sorprendente della voce pulita in "I Don't Know" e "Face The Reptile", modulata su tonalità che nella mia testa rimandano a Steve Sylvester e ai Death SS!

Un aspetto che ritengo rilevante per apprezzare appieno "Dirty" è la possibilità di goderne come opera completa, comprensiva della copertina e del libretto coi testi. Aspetto lirico e visuale sono profondamente legati, poiché l'immagine frontale dalle tonalità giallo acido rappresenta la tristemente famosa fabbrica dell'Ilva di Taranto, raccontata come "The Factory Of Death" che da anni fa respirare ai cittadini diossina e bugie per il profitto economico di pochi. Nel complesso affiora ancora una volta una visione del mondo cinica, amara (vedi la triste chiusura di "The Day The Sun Stopped Shining"), dove la speranza è assente e il decadimento del corpo e dello spirito in fase decisamente avanzata.

Per ritrovare gli Aborym che osano, irritano e sconvolgono le consuetudini, bisogna inserire nel lettore cd il secondo disco della versione digipak che contiene quasi altri quaranta minuti di musica. L'incipit è noto: si tratta proprio di "Fire Walk With Us!". Il celebre cavallo di battaglia è riproposto in una nuova veste dai suoni rifiniti e con alcuni passaggi vocali che non mi convincono quando si allontanano troppo dall'originale; da quanto ho potuto vedere dai video presenti su Youtube relativi al concerto tenuto al Brutal Assault, questa variante verrà proposta nelle future date dal vivo. Anche la trionfale "Roma Divina Urbs" ha subito un rimodernamento, che soffre degli stessi problemi citati, in quanto perde una parte dell'aura magica in favore di suoni più precisi e troppo sintetici. Personalmente aborro questo genere di operazioni, va da sé però che serve comunque una buona dose di coraggio per mettere mano a canzoni che per i fan di lungo corso come il sottoscritto sono dei veri e propri inni intoccabili. Specularmente a questa accoppiata, sul finire della scaletta, si trova un brano nuovo di zecca, una sorta di "Aborym & friends": "Need For Limited Loss" difatti è stata scritta da Alberto Penzin (ex) dei seminali Schizo, ma si avvale del contributo di ben tredici musicisti-fan per scatenare la furia di un industrial black metal ricco di elementi e dalla struttura cangiante. Per concludere la disamina mancano soltanto le tre cover: "Comfortably Numb" è offerta in una chiave eterea e sognante, in linea con l'originale dei Pink Floyd, con un ruolo centrale per i sintetizzatori e la voce; anche "Hurt" dei Nine Inch Nails non subisce stravolgimenti esagerati. Il vero e proprio carico da novanta arriva con "Hallowed Be Thy Name": gli Iron Maiden sono presi, rigirati, ammorbati, contaminati in un vortice elettronico scioccante che sfocia nella techno e che disgusterà la gran parte di voi lettori, specie ai primi ascolti! Io sinceramente dopo un attimo di spiazzamento ora la apprezzo molto...

Alla resa dei conti "Dirty" può essere considerato una sorta di disco di maniera (utilizzando un'accezione neutra del termine), gli Aborym hanno preferito osare poco, per puntare piuttosto sulla centralità della forma canzone; ciò non toglie tuttavia che la qualità dell'album sia oggettivamente più che buona e che il lavoro di cesellatura e congiunzione di tutti gli elementi (musicali e non, ospiti compresi) sia ancora una volta eccezionale. Il gusto individuale infine determinerà il grado di apprezzamento, nel mio caso è in risalita dopo l'enigmatico "Psychogrotesque".

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lunedì 5 agosto 2013

ATHEOS - The Human Burden


Informazioni
Gruppo: Atheos
Titolo: The Human Burden
Anno: 2013
Provenienza: Irlanda
Etichetta: Underground Movement
Contatti: facebook.com/atheosireland
Autore: Mourning

Tracklist
1. Ominous Adversary
2. Shroud Of Primacy
3. The Human Burden
4. Throes Of Devotion
5. The Language Of The Martyrs
6. Beneath The Names
7. Towers Entombed

DURATA: 38:30

Dall'Irlanda, terra che non ti aspetti, viene fuori una band di quelle da leccarsi i baffi: gli Atheos. La formazione proveniente da Mullingar è attiva dal 2005, ma ha lavorato come un'attenta e operosa formichina facendo le cose per bene, così sulla lunga distanza ha prodotto dapprima l'ep "The Death Of Utopia" nel 2009, mentre si è dovuto attendere il 2013 per poterne apprezzare il debutto "The Human Burden".

Nell'album violenza, tecnica e atmosfera vanno di pari passo, le influenze sono disparate e si possono percepire echi di Immolation e Morbid Angel, la furia degli Hate Eternal, la brutalità di Suffocation, Cryptopsy e Origin, e in parte la raffinatezza degli Atheist. La loro ruota compositiva gira rapida, ben oliata ed esula sempre e comunque dal divenire l'ennesima esibizione da competizione per "pipparoli dello strumento". La scaletta anche nei frangenti vorticosi ti smonta il cervello e non ti fa girare i "satelliti", evitando qualunque situazione da "piri piri", dando campo a un'equilibrata esposizione di sciabolate e colpi di fioretto.

I quaranta minuti alternano situazioni complesse e compresse in velocità ad altre più dilatate e improntate a rendere l'ambientazione cronicamente variabile, tale fattore è riscontrabile sin dall'apertura offerta da "Ominous Adversary" e generalmente nei pezzi di durata maggiormente estesa come "The Human Burden" e "Towers Entombed". L'appeal melodico frenetico è concentrato invece in quelli più concisi quali "Shroud Of Primary", "Throes Of Devotion" e "Beneath The Names", mentre "The Language Of The Martyrs" rappresenta il fiore all'occhiello del disco per ciò che concerne il lavoro delle chitarre in fase solistica; inoltre l'andatura allentata e una flessibilità invidiabile la rendono particolarmente intrigante.

Qui non si parla di miracoli, né si millanta la creazione di chissà quale capolavoro, gli Atheos sono musicisti capaci e che non esitano a calcare la mano sulla sperimentazione, potrete difatti percepire la presenza degli archi ad esempio in apertura di "The Human Burden" e di una "The Language Of Martyrs" dai toni quasi drammatici. Con questo album i ragazzi hanno tutte le carte in regola per imporsi e farsi conoscere: segnatevi il nome e datevi all'ascolto.

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lunedì 29 luglio 2013

AMON AMARTH - Deceiver Of The Gods


Informazioni
Gruppo: Amon Amarth
Titolo: Deceiver Of The Gods
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Metal Blade Records
Contatti: facebook.com/OfficialAmonAmarth
Autore: M1

Tracklist "Deceiver Of The Gods"
1. Deceiver Of The Gods
2. As Loke Falls
3. Father Of The Wolf
4. Shape Shifter
5. Under Siege
6. Blood Eagle
7. We Shall Destroy
8. Hel
9. Coming Of The Tide
10. Warriors Of The North

DURATA: 47:52

Tracklist "Under The Influence"
1. Burning Anvil Of Steel
2. Satan Rising
3. Snake Eyes
4. Stand Up To Go Down

DURATA: 15:26

Da bravo e fedele fan degli Amon Amarth ho cercato di limitare al massimo l'ascolto di ogni tipo di anteprima del nuovo album "Deceiver Of The Gods", preordinandolo per riceverlo il più vicino possibile alla data di uscita europea del 24 giugno 2013. La versione digipak limitata che mi è giunta si presenta come un piccolo cofanetto decorato con un effetto per simulare il legno, all'interno del quale si trova il disco vero e proprio dentro una custodia in cartoncino ricca di illustrazioni che si apre, rivelando, oltre al cd, il libretto contenuto in una tasca; in aggiunta la Metal Blade ha inserito un poster su doppia facciata con l'immagine di copertina (che non mi ha convinto per nulla poiché troppo "fantasy") e una foto del gruppo, e l'ep "Under The Influence" in formato cd-pro. Spero mi perdonerete se mi sono risparmiato di spendere i 90 eurini del formato boxset ultra-limitato col busto di Loki: non si abbinava col mio arredamento domestico...

Seguendo con costanza da molti anni i miei Vichinghi preferiti, sapevo bene cosa potermi aspettare, difatti dal 2006 a oggi il death metal dei Nostri è divenuto sempre più melodico e "rotondo", sgrezzandosi totalmente e ricercando spesso il ritornello di grande presa da sfoggiare durante i concerti. "With Oden On Our Side" e "Twilight Of The Thunder God" hanno rappresentato due splendidi episodi ricchi di freschezza (per i canoni Amon Amarth) che hanno segnato una nuova giovinezza per il quintetto di Stoccolma. Sfortunatamente già il precedente "Surtur Rising" aveva fatto risuonare qualche campanello d'allarme, che oggi ha assunto una intensità impossibile da non avvertire.

I dieci nuovi brani peccano totalmente in mordente, vanificando così diverse buone idee che avrebbero potuto essere sviluppate in maniera migliore. La potenza che la produzione di Andy Sneap dovrebbe far detonare resta compressa e non si tramuta mai in aggressività palpabile, generando uno sgradevole effetto di castrazione "digitale" e piattezza; "Shape Shifter" ad esempio è quadrata e massiccia, eppure non può che far rimpiangere gli Amon Amarth della fase centrale della propria carriera, mentre "We Shall Destroy" nella sua semplicità e assenza di fronzoli convince di più. Non solo l'ardore grezzo dei Vichinghi è assente ingiustificato, ma al contempo le melodie si sono fatte eccessivamente "facili" e i ritornelli sovente vengono inseriti troppo frettolosamente durante le canzoni (come nel caso di "Shape Shifter") oppure stemperano all'eccesso l'impeto costruito con difficoltà dalle strofe ("Father Of The Wolf"); a onor del vero tuttavia non mancano composizioni con ritornelli non ariosi ("Blood Eagle") oppure totalmente prive di essi. Il risultato di tutto ciò è un disco che potremmo definire "heavy", con tutti i pro e i contro che questa etichetta può portarsi dietro se associata a una formazione death metal.

Johan Hegg e compagni però non sono ancora totalmente bolliti e qualche soluzione che intriga piacevolmente la sfoggiano: in particolare il fraseggio dalle tonalità tragiche di "As Loke Falls", cui fanno da contraltare il growl sempre poderoso e il basso massiccio di Ted Lundström che sferza pesantemente l'aria; non male pure il riff dalle tonalità (finalmente) epiche nella seconda parte della severa "Under Siege", che comunque non stupisce né incanta. Nell'ultimo terzo del disco invece appaiono gli episodi meno canonici, il primo dei quali vede la presenza della leggenda Messiah Marcolin (ex Candlemass): "Hel" vive di sonorità dai tratti doom, cori quasi "ammalianti" e la voce pulita dell'ospite a duettare con quella ruvida tipica del gruppo; il risultato finale è sufficiente e contribuisce ad aumentare il livello di varietà dell'album. "Warriors Of The North" infine chiude la contesa dilatando l'atmosfera e sviscerando una struttura meno lineare del solito attraverso otto minuti con un gusto agrodolce sulla bocca, frutto sia del clima sonoro fatalista che dei dubbi che restano dopo l'ascolto.

Nulla più che un divertissement un po' pacchiano risulta "Under The Influence", ep composto da quattro brani in cui gli Amon Amarth incontrano rispettivamente Judas Priest, Black Sabbath, Motorhead e AC/DC. Questo genere di cd bonus è stato preferito rispetto alla canonica proposizione di vere e proprie cover, ma difficilmente rimarrà negli annali.

Non posso che giudicare quindi "Deceiver Of The Gods" un disco trascurabile, e in rapporto al panorama metal generale e all'intera discografia degli Amon Amarth, dove esce con le ossa spezzate dal confronto con qualunque altro album. A differenza del predecessore qui ogni singolo spunto interessante non si concretizza mai sul lungo periodo, restando soltanto un'idea abbozzata, e l'assenza di mordente è troppo evidente. Dov'è finito lo spirito vichingo, al tempo stesso epico e grintoso, del loro death metal? Gli svedesi si sono già giocati due jolly (negativi) in sequenza, un futuro terzo non potrebbe che decretare la fine artistica dei prodi figli di Odino anche agli occhi dei fan più devoti come il sottoscritto, che ha fatto di tutto per farsi piacere pure queste canzoni, ma non può essere sordo di fronte alle loro palesi debolezze.

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ARCHANGELICA - Like A Drug



Informazioni
Gruppo: Archangelica
Titolo: Like A Drug
Anno: 2013
Provenienza: Polonia
Etichetta: Lynx Music
Contatti: facebook.com/pages/Archangelica/150602074959879
Autore: Mourning

Tracklist
1. Into Unknown
2. Like A Drug
3. Confession
4. Night Passage
5. Midnight Train
6. Cathedral
7. The Journey
8. Let Me Stay With The Trees
9. When All Is Gone

DURATA: 48:05

I polacchi Archangelica, dopo aver prodotto due demo (l'omonima nel 2007 e "Where Are You Now" nel 2009), si sono decisi a fare il passo che conta, dando alle stampe l'album di debutto. La formazione composta da Maciej Engel e Arek Gawdzik alle chitarre, Jakub Kolada al basso, Piotr Brzezicki dietro le pelli e Krzysiek Salapa alla voce ci consegna in "Like A Drug" una prestazione di prog-art-rock nella quale il comparto atmosferico tende a spadroneggiare sul resto. Il lavoro — pur ruotando sul fattore ambientale — lascia trapelare una sensazione d'incompleto legata proprio a quell'ambito che non sempre garantisce il supporto umorale richiesto.

Il quintetto mitteleuropeo ha le idee chiare, però l'intestardirsi su di una raffigurazione sonora spesso eterea e sognante caratterizzata da arpeggi di chitarra dilatati e un'interpretazione che si concentra sul versante evocativo da parte di Salapa, non sempre convincente ("Like A Drug") e a tratti monocorde ("Confession"), è uno dei motivi per i quali l'impianto atmosferico perde punti. La situazione invece migliora quando la sua voce viene coadiuvata da Natalia Matuszek, come avviene in "Night Passage", uno dei momenti culmine del disco. La soluzione potrebbe essere sì vincente, ma in questo caso risulta invece essere sinonimo di discontinuità in quanto il feeling nei frangenti in cui è presente solo Krzysie tende a ridimensionarsi, toccando l'apice della monotonia in "The Journey", pezzo decisamente interessante per il suo virare stilistico in direzione di un suono più scuro.

Eppure la prova dei chitarristi Maciej e Arek è particolarmente efficace sia in chiave di costruzione dei brani che nei momenti solisti, canzoni quali "Confession" e "Let Me Stay With The Threes" con la loro buona dose d'impatto e la delicata intro acustico-melodica "Into Unknown" rimarcano quest'aspetto. "Like Drug" in fin dei conti è un buon disco ed episodi come la magniloquente "Cathedral" (la cui apertura è affidata all'organo) e la conclusiva "When All Is Gone" (avvolta da quintali di pathos) rendono il giudizio complessivo maggiormente positivo.

Certamente c'è da rodare il modo in cui cambiano il passo, poiché un paio di volte è troppo netto lo stacco fra il librarsi in aria e lo scontrarsi quasi metallico con il quale diversificano la proposta; proprio su quest'ultimo aspetto si è forse puntato poco, peccato perché quando inseriscono un pizzico di vitalità in più nei brani questi ne ricevono giovamento.

Gli Archangelica sono ancora agli inizi, mi auguro avremo la possibilità di rivederli in futuro per poterne valutare la crescita e le scelte intraprese per affinare il sound; a oggi sono una realtà che deve ancora trovare un'identità precisa, dalle potenzialità evidenti, ma sfruttate solo in parte, attendiamo quindi una loro conferma e nel farlo v'invito a concedere un ascolto al disco.

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AMON AMARTH - Deceveir Of The Gods [english version]


Information
Band: Amon Amarth
Title: Deceveir Of The Gods
Year: 2013
From: Sweden
Label: Metal Blade Records
Contacts: facebook.com/OfficialAmonAmarth
Author: M1
Translation: LordPist

Tracklist "Deceiver Of The Gods"
1. Deceiver Of The Gods
2. As Loke Falls
3. Father Of The Wolf
4. Shape Shifter
5. Under Siege
6. Blood Eagle
7. We Shall Destroy
8. Hel
9. Coming Of The Tide
10. Warriors Of The North

RUNNING TIME: 47:52

Tracklist "Under The Influence"
1. Burning Anvil Of Steel
2. Satan Rising
3. Snake Eyes
4. Stand Up To Go Down

RUNNING TIME: 15:26

As a loyal Amon Amarth fan, I have tried to avoid listening to any previews for their new album "Deceiver Of The Gods", pre-ordering it for the purpose of receiving the package as close as possible to the European release date, June 24 2013. The limited digipak version I have received is a small box — decorated with a wooden-effect — which contains a richly-illustrated thin cardboard envelope, in turn enclosing the CD and the booklet themselves. In addition, Metal Blade went on to include a double-face poster with the cover artwork (which I didn't appreciate at all, because it's too "fantasy" oriented) and a picture of the band, there is also the EP "Under The Influence" in CD-pro format. I hope I can be forgiven if I've spared myself the trouble of adding the 90 additional euro required to purchase the ultra-limited edition, which came with a Loki bust: it didn't fit very well within my furniture...

Having closely followed my favorite Vikings through the years, I perfectly knew what to expect, since their death metal has become more and more melodic and "round" starting from 2006; the sound has been totally polished and they went on seeking the effective refrain to play during live shows. "With Oden On Our Side" and "Twilight Of The Thunder God" represented two amazing and really fresh (for Amon Amarth standards) efforts, signaling a second youth for the Stockholm quintet. Unfortunately, the previous album "Surtur Rising" had already caused some alarm bells to ring, their intensity has now risen to levels impossible to ignore.

These ten new tracks totally lack thrust, thus voiding several good ideas that might have been developed in a better way. The power that you might have expected from Andy Sneap's production just feels closeted and never transforms into sheer aggressiveness, consequently conveying a feeling of dull and "digital" castration. For example, "Shape Shifter" — despite being solid and massive — can't but make us look back on the Amon Amarth of some years ago, while "We Shall Destroy" — with its straightforward manner — sounds more convincing. Not only there's no trace of the Vikings' raw ardor, but the melodies have become way too "easy", with many choruses just squeezed here and there in the songs (as in "Shape Shifter"), sometimes watering down the momentum so devotedly constructed in the rest of the song ("Father Of The Wolf"). There are, though, some compositions that don't feature such pompous choruses ("Blood Eagle"), or lacking any refrain whatsoever. The above analysis results in an album we might define as "heavy", with all the pros and cons this label may mean for a death metal band.

However, Johan Hegg and the others haven't totally exhausted their ideas yet, so they are still able to deliver a few pleasant moments: namely the tragic phrasing in "As Loke Falls", accompanied by the usually mighty growl and Ted Lundström's massive bass tone lashing about in the air. The riffing of the severe "Under Siege" (finally) gets epic in the second half. The last part of the album displays the less canonical tracks, the first of which features the legendary Messiah Marcolin (ex-Candlemass) on guest vocals: "Hel" evolves from a doom-oriented sound, with almost charming choruses and the clean guest voice alternating with the band's typical rough style, consequently resulting in a slight increase in the album's variety. In the end, "Warriors Of The North” puts an end to the conflict, rarefying the atmosphere and exposing a less linear structure. These eight minutes end up leaving a bittersweet flavor on our mouths, both because of the fatalistic aura sparked by their sound and of the doubts this listen failed to erase.

"Under The Influence" is nothing but a flashy divertissement: in this four-track EP, Amon Amarth pay homage to Judas Priest, Black Sabbath, Motorhead and AC/DC. They have preferred to record this kind of bonus cd instead of the usual covers, but still I hardly think it will be remembered.

In conclusion, I can't but consider "Deceiver Of The Gods" a trifling album, both compared to the general metal scene and to Amon Amarth discography, where it gets bested by any other of their works. Differently from the previous album, here it seems that none of the interesting sparks goes on to evolve into a concrete result; also the total lack of thrust is too evident to be ignored. Where has the epic and combative Viking spirit — a peculiar trait of their death metal — gone? The Swedish band has already missed the target twice, an eventual third failure would definitely signal their artistic end even to the eyes of the most-devoted of their fans (like myself), who strived to find a reason to appreciate these songs, but can't ignore their obvious weaknesses.

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lunedì 22 luglio 2013

A.A.V.V. - Alliance Of Black Hordes

Informazioni
Gruppo: A.A.V.V.
Titolo: Alliance Of Black Hordes
Anno: 2012
Provenienza:
Etichetta: BlackSeed Productions / Mighty Hordes Productions
Contatti: blackseedprod.com - mightyhordes.com
Autore: M1

Tracklist
1. Balmog - Under Two Horns
2. Opvs Leviathan - Illuminaty Ordo Imperium
3. Kill - Kill
4. Divine Codex - Supreme Catharsis Synthetisized
5. Aboriorth - The Truth Given In Gold Vessels And Beggar Hands
6. Frozen Dawn - The Old Prophecy Of Winterland
7. Primigenium - Faith Through Anguish Part II: The Grand Deed
8. Eternal Chaos - The Black Flame Spirit
9. Decayed - Infernal Winds
10. Lemures - Azathoth
11. Salvation666 - Anima Pestifera
12. Esbbat - Muerte Al Reino De Cristo

DURATA: 71:02

"Alliance Of Black Hordes" è una compilation curata in collaborazione dalle etichette spagnole BlackSeed Productions e Mighty Hordes Productions, uscita esattamente a metà giugno 2012 per promuovere un totale di dodici formazioni, sei ciascuna. Stampata in un migliaio di copie e distribuita gratuitamente, propone le canzoni senza alcun master aggiuntivo o modifica, se non nel livello dei volumi per uniformare le discrepanze più evidenti.

Alcuni dei gruppi coinvolti sono già stati nostri ospiti: mi riferisco ai Balmog il cui brano "Under Two Horns" è stato definito da Dope Fiend maledettamente maligno, fiero e pregno di un riffing oscuro e mefitico, l'ideale per chi adora il black metal svedese; ad Aboriorth, accolto piacevolmente sia da me che da Insanity nelle due uscite cariche di odio e sofferenza intitolate "The Austere Perpetuity Of Nothingness" e "Anchorite"; e infine ai Decayed, semplici e diretti nella propria ortodossia legata alla prima metà degli Anni '90.

Altre band ve le presenteremo in futuro, come gli svedesi Kill, formazione con già quattro album all'attivo che si muove sulfurea e malevola come insegna da sempre la scuola nazionale, instillando una certa ossessività stemperata soltanto nell'ultima parte del brano. Anche i Primigenium passeranno dalle nostre parti, per portare il loro spirito interamente forgiato nel 1992 da Smaug e da Alhaz, uno dei proprietari della BlackSeed; "Faith Through Anguish Part II: The Grand Deed" è un brano intenso ed esteso in durata, dall'atmosfera fortemente evocativa, generata però dal minimalismo "classico" del genere e non dall'accumularsi di elementi "barocchi" come tastiere invadenti o intrecci vocali.

"Alliance Of Black Hordes" racchiude al proprio interno complessi molto diversi per provenienza e "anzianità", da un lato abbiamo i colombiani Opvs Leviathan ed Esbbat, entrambi nati nei Novanta (rispettivamente nel '92 e nel '96, da quanto mi è dato sapere), ma debuttanti con un album completo soltanto ben oltre l'inizio del ventunesimo secolo; dall'altro gli italiani Divine Codex, attivi dal 2009 per volontà del batterista Atum (che ricordiamo impegnato in numerossismi progetti, alcuni dei quali presenti anche su Aristocrazia come Cult Of Vampyrism e Teeth And Thorns) e Ghu.Lu (Xeper). Gli Opvs Leviathan attraverso "Illuminaty Ordo Imperium" ci mostrano un suono epico che può ricordare i Godkiller del mitico mini "The Rebirth Of The Middle Ages" riaggionarti parzialmente per qualità sonora ai nostri giorni. Gli Esbbat dal canto loro propongono un pezzo dalla durata piuttosto estesa che bilancia bene violenza, melodia e rallentamenti atmosferici, mantenendo sempre una struttura snella e un approccio genuino. Per completare questo terzetto manca qualche indicazione sui Divine Codex: "Supreme Catharsis Synthetisized" è un brano molto severo, rigido, nel quale la tecnica si mette al servizio di una freddezza cinica e distaccata, chiamando in causa i Setherial nelle tipiche melodie svedesi e i Diabolicum per l'atmosfera apocalittica, mentre Mayhem e Thorns sono citati come influenze dal gruppo stesso; nel complesso trovo affinità anche coi già citati Teeth And Thorns.

Nel quartetto di brani rimasti troviamo: "The Old Prophecy Of Winterland", dove gli spagnoli Frozen Dawn coniugano l'intransigenza black metal con uno spiccato gusto melodico scandinavo su ritmiche sempre piuttosto accelerate, ricordandomi per certi versi i Sacrarium; "The Black Flame Spirit", quasi quattro minuti di furia e blastbeat assassini generati dai colombiani Eternal Chaos, con qualche momento meno tirato ma non meno estremo; "Azathoth" dei Lemures invece risuona sovente molto grezza e talvolta confusa, a causa dello screaming totalmente sguaiato e inintelleggibile, superando la coltre del tipico ronzio vecchio stile emergono però delle tastiere gelide e il doppio basso; "Anima Pestifera", scritta dai tedeschi Salvation666, è infine un pezzo discretamente dinamico, con qualche eco melodico svedese, un po' di Satyricon e il solito carico di riff affilati, batteria indiavolata e scream ruvido.

In conclusione, "Alliance Of Black Hordes" è un'ottima panoramica sul lavoro svolto da due etichette che credono ancora fortemente nell'underground e nel black metal più genuino. Da appassionato non posso che dire grazie e iniziare ad approfondire le band presentate.

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AETERNUS - ...And The Seventh His Soul Detesteth


Informazioni
Gruppo: Aeternus
Titolo: ...And The Seventh His Soul Detesteth
Anno: 2013
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Dark Essence Records
Contatti: facebook.com/Aeternusofficial
Autore: Mourning

Tracklist
1. There Will Be None
2. ...And The Seventh His Soul Detesteth
3. Spurcitias
4. Ruin And Resurrect
5. The Confusion Of Tongues
6. Hubris
7. Reap What You Saw
8. Saligia
9. The Hand That Severs The Bonds Of Creation
10. The Spirit Of Illumination

DURATA: 52:33

I norvegesi Aeternus sono una di quelle band che definire altalenanti è riduttivo, sono stati capaci infatti di tirare fuori perle come il mini "Dark Sorcery", buoni dischi come "Ascension Of Terror" e, pur avendolo rivalutato in minima parte, "mezzi" lavori in stile "HeXaeon", mutando in corsa la propria natura per renderla sempre più asciutta e diretta, con l'imprevisto risultato di complicarsi la vita. Da quell'ultima pubblicazione poco sopra citata sono trascorsi ben sette anni e lo dico sin d'ora: mi sarei atteso ben altro dopo una pausa così lunga.

Il problema di base di questo "...And The Seventh His Soul Detesteth" risiede nella sua scontatezza; per carità, il fatto di puntare il bersaglio e colpire dritto per dritto non è che sia per forza una mossa sbagliata, però ci si rende conto che ci sono troppe cose che non vanno: mi riferisco alle sezioni acustiche piacevolissime all'ascolto, ma che trascinano con sé la sensazione che si sviluppino in maniera avulsa rispetto al contesto generale, come avviene sul finire di "Spurcitias" e nella fase centrale di "Saligia"; agli assoli di buona fattura e anche interessanti per la scelta delle note che sembrano inseriti più per riempire il pezzo che per rendersi davvero utili alla causa; a "Ruin And Resurrect" che possiede un riff di partenza identico a quello di "Summoning The Redemption" dei Morbid Angel (canzone contenuta in "Gateways To Annihilation").

Peccato, in fin dei conti qualche spunto gradito sparso qua e là c'è, e quando la chitarra pulita domina integralmente la scena, come nel caso di "Hubris", il compito assegnatole diviene meno ingrato e ben accetto, tuttavia non sono in grado di salvare un disco che nel complesso, più per stima che per qualità, potrebbe appena sfiorare la sufficienza, e dico "appena" perché stavolta è palese una caduta sotto i requisiti minimi per tenersi a galla. L'ennesima conferma giunge a causa dell'eccessivo prolungamento di alcuni episodi, male che del resto affligge da una vita la compagine norvegese e che andandosi a sommare alle altre note col segno "meno" appesantisce una situazione già tutt'altro che scorrevole, avvalorando la tesi del "non posso lasciartela passare liscia".

La copia promozionale inviatami dalla Dark Essence Records non contiene lo storico ep "Dark Sorcery" in qualità di bonus, orpello francamente inutile per chi lo possiede già essendo entrato in contatto con questa realtà ormai tempo addietro, ma che invece potrebbe divenire un incentivo all'ascolto per chi non avesse avuto ancora modo di approfondire la discografia degli Aeternus; questi ultimi avrebbero così l'occasione di impattare con la forma musicale odierna e quella che scrisse una delle pagine più importanti del loro passato per compararle, magari l'interesse per l'una o per l'altra potrebbe far scattare la voglia di conoscere i restanti lavori.

"...And The Seventh His Soul Detesteth" è una falsa ripartenza, speriamo che gli Aeternus col prossimo album evitino di finire fuori strada e ci propongano una prova quantomeno rispettabile, da questi artisti è il minimo che si dovrebbe pretendere.

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lunedì 15 luglio 2013

ALLEY - Amphibious


Informazioni
Gruppo: Alley
Titolo: Amphibious
Anno: 2013
Provenienza: Russia
Etichetta: Solitude Productions
Contatti: facebook.com/pages/Alley/440634789329033
Autore: Mourning

Tracklist
1. Lighthouse
2. Weather Report
3. Amphibious
4. Skulls & Bones
5. Time Signal
6. Washed Away

DURATA: 01:09:21

Si può soffrire di "opethite" acuta? Direi di sì, chiedetelo ai russi Alley, una formazione che già in passato con il debutto "The Weed" aveva mostrato un forte legame con il modo di gestire, impostare e proporre la musica che portava a un riferimento unico: Mikael Åkerfeldt e soci. Odiernamente purtroppo quel cordone ombelicale sembra non essere stato tagliato, anzi contrariamente alle aspettative si è rafforzato, indirizzandoli a percorrere una via che non so davvero se ritenere favorevole o meno. Se gruppi come The Faceless e Arkaik hanno dimostrato di poter sorprendere, tirando fuori dal cilindro dischi ricolmi d'influenze note, infilando però quel quid caratteristico che ha reso distinguibili due lavori quali "Autotheism" e "Metamorphignition", gli Alley invece — chissà per quale motivo — hanno perfezionato la loro vicinanza alla natura Opeth, tant'è che inserendo nel lettore il nuovo "Amphibious" sembra d'aver all'orecchio una versione dai contorni "diversamente definiti" di "Deliverance" con qualche sprazzo di "Blackwater Park" ancora presente nell'impasto.

Se non vi sono mai piaciuti gli svedesi, di certo ascoltare una band che si muove in maniera quasi ossequiosa, ripercorrendone i passi, vi farà ulteriormente alterare, mentre se in passato li aveste amati, rimanendo poi delusi dalle ultime prove scialbe e a dir poco irritanti prodotte più dalla megalomania compositiva di Mikael che dall'operato di una squadra (che una volta perse le figure di Martin Lopez e Martin Lindgren ha ceduto alla grande), allora trovereste negli Alley un'alternativa capace di riportare le lancette indietro a quel periodo "felice" ormai andato disperso. Il quartetto non ha di sicuro scoperto l'acqua calda, però l'album è fornito di un piacevolissimo comparto atmosferico, sfoderando una notevole dimestichezza nello sviluppo dinamico ampio dei brani; è facile incrociare sezioni che raggiungano le soglie del blastato e altre che rallentino palesemente il passo, questo di per sé li fa difendere più che bene, ma non c'è nulla che porti a sperare in un'improvvisa variazione sul tema. Gli Opeth ci sono e sono costantemente in scena, non bastano quindi le buone soluzioni in linea melodica e la solistica in grado di ricavarsi lo spazio che merita (veramente rilassante il solo che s'impone sul finire di "Skull & Bones") a garantire una esistenza longeva nella lista d'ascolti quotidiani.

Tirando le somme e trascorsi cinque anni dalla precedente uscita, potrei chiudere questa recensione nello stesso modo di quella pubblicata nel 2009: abbiamo infatti un disco del quale vi suggerisco la conoscenza, tuttavia la bilancia non penderà da nessuno dei due lati, che anzi rimarranno allineati in perfetto equilibrio, poiché è rinchiuso in uno stato di sufficienza che solo in alcune sparute circostanze viene superato, evitando quella votazione che appiattisce i risultati. Credetemi, per una band come questa, con le potenzialità sin qui dimostrate e quasi volutamente "arginate", direi che è proprio un peccato. Attendendo dagli Alley una presa di posizione che li distacchi almeno un po' dalla rischiosa posizione al limite con la band tributo, provate a confrontarvi con "Amphibious" e poi traetene le vostre somme.

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