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Gruppo: Von Goat
Titolo: Disappear
Anno: 2011
Provenienza: USA, California
Etichetta: Pest Productions / Taphephobia Productions
Contatti: vongoat.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Disappear
2. Immortality
3. Intercourse
4. Catacomb
5. Sweet Revenge
6. We Dive
7. Dark Forces
8. Descrate
DURATA: 30:41
Una copertina mistica disegnata a gesso sarà ciò che vedrete tenendo fra le mani "Disappear", il secondo lavoro del gruppo nato dai Von, i maestri del minimalismo black. Altrettanto minimale è l'abito di questo disco che offre solo le informazioni riguardo la scaletta.
L'ossessione rituale e ipnotica è il marchio delle canzoni presentate dal duo. Pochi accordi s'intrecciano a formare scale per nulla ricercate che si ripetono durante gran parte dell'esecuzione. La batteria pone l'accento su questa costanza seguendone la falsariga e la voce, lamentosa, quasi atona e con un richiamo di Jim Morrison (insultatemi pure), aggiunge il resto d'astrusità che compone lo stile attuale dei Von Goat. Ricordate? "Septic Illumination" ospitava ancora parti vocali più affini al black. Ascoltate "Catacomb" e scoprirete richiami psichedelici che sono parzialmente provocati da una produzione forse volutamente poco nitida e debole. Siete arrivati fino a "Dark Forces"? Non vi pare di udire tocchi degli Hawkwind in quei sottofondi eterei? Dov'è finito tutto quel metallo rozzo del debutto? I Von Goat sembrano avere varcato la soglia che porta all'aldilà della musica sperimentale. Che il Caronte del luogo conceda loro un biglietto anche di ritorno? Dubito che il gruppo lo desideri. Che cosa posso aggiungere... il tono della registrazione è in generale tranquillo, in stile ambient, e induce quasi alla meditazione. Che ciò sia davvero l'obiettivo degli artisti?
Questo disco è definitivamente tabù per gli ascoltatori di black metal cosiddetto "true" o elitario, questa è una pietanza che sarà digerita dal pubblico abituato a sonorità sperimentali e impegnative.
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Gruppo: Voight Kampff
Titolo: More Human Than Human
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/robotbleugroupe
Autore: Mourning
Tracklist
1. Strange Obsessions
2. Cityscape Horizon
3. Unicorn
4. Emotional Response
5. Dangerous Days
6. I Am The Business
7. In The Name Of God
8. Tannhaüser Gate
9. Fatalist
10. You're So Perfect
11. World War Terminus
12. Prodigal Son
DURATA: 43:44
Voight Kampff: queste parole mi ricordavano qualcosa, ma cosa? Internet aiuta moltissimo quando si ha bisogno di collegare rapidamente un particolare a un film, un libro o un evento storico ed ecco infatti che il mitico "Blade Runner" di Ridley Scott appare come primo risultato della ricerca. Cos'è questo Voight Kampff? "Il test Voight-Kampff è concepito per provocare una reazione emotiva", e veniva utilizzato in quella splendida pellicola basata sul racconto di Philip K. Dick "Do Androids Dream Of Electric Sheep?" per svelare l'identità degli androidi che si mischiavano agli umani, e oggi è divenuto il nome di una band transalpina al debutto con "More Human Than Human", disco che da quella storia e quel mondo di fantascienza trae ispirazione.
Il quintetto bretone musicalmente sembra uscito dal periodo compreso fra il finire degli anni Ottanta e gli inizi della decade successiva, suona un thrash-death tecnico di vecchia scuola nel quale sono palesi le influenze compositive di stelle di prim'ordine quali Nocturnus, Coroner, Death, Pestilence e Watchtower, le cui lezioni sono state più che discretamente assorbite e riproposte all'interno delle dodici tracce da loro proposte. Il riffing di Grino e Virus è vorticoso e d'impatto, molla ogni tanto la presa, aprendo un paio di spiragli all'intrufolarsi di melodie ben assestate come avviene in "Tannhaüser Gate". I due perlopiù preferiscono farci spaccare il collo, mostrandosi determinati in pezzi quali "Dangerous Days", "In The Name Of God" (in puro stile Coroner) e "Fatalist", inoltre anche quando si dedicano all'esibizione solistica non deludono. L'aggressività espressa dai Nostri non la metto in discussione e del resto i francesi non perdono occasione per rimarcarla: grazie al buon operato dietro al microfono di Ramon e alla diligente prestazione in sede ritmica dell'accoppiata basso-batteria composta da Z e Oliv. A tali note positive si aggiunge una produzione che non fa segnalare sbavature particolari, dandoci la possibilità di apprezzarne le qualità esecutive.
"More Human Than Human" è un album che vale la pena godersi con calma e a un volume moderatamente alto: se poi nel corso degli anni foste letteralmente usciti di testa per capolavori come "Mental Vortex", "Human" e "Spheres", allora credo diventi difficile per voi non provare un minimo di naturale attrazione per la musica dei Voight Kampff. Non saranno originali, ma interessanti sì, questo decisamente sì.
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Gruppo: Vollmond
Titolo: Rituals Of Conquest
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Le Crépuscule Du Soir Productions
Contatti: myspace.com/vollmondband
Autore: Akh.
Tracklist
1. Dawn Of The Limitless Fire
2. Mournful Ascension
3. Engravings
4. Silent Domination Of The Beyond
5. Outer Darkness
6. Rituals Of Conquest
7. Death Manifestation
DURATA: 48.53
Giungono al secondo lavoro sulla lunga distanza i Vollmond, band lombarda che si è accasata presso Le Crépuscule Du Soir Productions per far uscire questo "Rituals Of Conquest" (e da poco è annunciata pure la versione cassetta limitata a trecentotrentatrè copie), album dalle sfumature Cosmic Black Metal, sia nell’approccio visivo che artistico.
Dopo una breve intro in cui "Carmina Burana" e suoni distanti si miscelano per aprirci le porta alla dimensione dei mantovani, ci troviamo di fronte alle peregrinazioni astrali di “Dawn Of The Limitless Fire” in cui il Burzum (influenza assai importante assieme a quella dei Borknagar per questi ragazzi, che ritroveremo in maniera costante in certi giri) di "Dunkelheit" viene filtrato attraverso il corpuscolo impalpabile che regna oltre l'atmosfera terrestre, dando un forte impulso interiore. Il brano si sviluppa suadente, molto suggestive le ampie tastiere e lo scream filtrato di Pest che amplifica indiscutibilmente le sfumature costruite; il riff di chiusura infine mi riporta alla mente il Black Metal fortemente Blues dei Glorior Belli.
Sicuramente i Vollmond fanno dell’intimità la loro arma principale, alla quale asservire le proprie abilità: tutto gira e viene creato per indurre l'ascoltatore in questa fase di trasporto, come si nota pure nella successiva "Mournful Ascension", con il suo alternarsi ritmico che risulta come un unico flusso su cui le variazioni quasi hanno poco conto rispetto alla sensazione che viene generata. I validi camei di chitarra solista e gli arrangiamenti di tastiera (realizzati dal buon Peter, già all'opera con gli ottimi Blaze Of Sorrow) e batteria servono esclusivamente a esaltare la capacità del gruppo di evadere certi concetti fenomenici e trascendere lo spazio. Per certi aspetti potrei accostarlo alle microschegge degli Eclectika di "Lure Of Epheral Beauty" oppure alle migliori tastiere di Triste L'Hiver o a un certo incedere spaziale dei Progenie Terrestre Pura, il tutto con un approccio B.M. molto più incisivo rispetto ai transalpini e con un maggiore dinamismo rispetto al canadese, ma senza gli accenti progressivi dei P.T.P.
A tratti nella composizione affiora una sensazione di déjà vu che forse è l'unica pecca che trovo, in quanto tutto gira molto bene. Il fatto poi che la mia mente scovi forti similitudini con riff leggendari del panorama B.M. non rende giustizia al lavoro d'insieme dei Vollmond, anche perché le dilatazioni sonore che sanno ricreare permangono affascinanti e avvolgono nei loro momenti d'apice. Lo spaccato strumentale "Silent Domination Of The Beyond" è sintomatico di ciò, come lo sono tutte quelle soluzioni che si manifestano nel cuore pulsante dei vari brani e che indicano come questa formazione possa in realtà trovare linfa vitale in se stessa date le proprie peculiarità e potenzialità; si veda ad esempio la traccia che dà il titolo all'album.
Bisogna inoltre ammettere che la proposta è resa ottimale pure dalla produzione a cura di Magnus Devo Andersson (Marduk) e dal validissimo missaggio di Peter, a mio avviso entrambi hanno saputo trovare un bilanciamento davvero encomiabile, in maniera che tutto possa suonare come fosse un corpo unico senza rendere uno strumento invasivo rispetto alla visione di insieme. Questo ottimo tocco personalizzante fa chiaramente intuire cosa siano Vollmond e il suo Kosmos.
Se mai vi foste chiesti come avrebbero suonato i primi Dark Funeral in un tempo medio, la risposta la potreste ritrovare nella svedeseggiante "Outer Darkness" in cui l'oscurità si candida a paladina per le evoluzioni introspettive della band, riuscendo a essere crudele e affascinante, incisiva e sognante, grazie al break arpeggiato e al suo finale riflessivo. La chiusura invece viene dedicata a un frangente che arriva al limite della Dark Ambient, con chitarre effettate e sintetizzatori che vanno a tessere un lugubre trattato di morte (non a caso il titolo "Death Manifestation"), dove echi e sonorità nere avvolgono in maniera asfissiante, come se si cercasse di comprendere lo stato di ipotermia affrontato da un viaggiatore nelle lande vuote dell'Universo.
I Vollmond possono ancora crescere, il talento sicuramente è dalla loro parte, le soluzioni scelte pure e in questo "Rituals Of Conquest" si trovano già frangenti coinvolgenti e da gustare pienamente. Se amate fissare l’astro argentato e i suoi mari desolati, se il vostro inconscio va a sondare le vaste dimensioni notturne, se la vostra mente adora vagare per dimensioni lontane alla ricerca delle profondità dell’oscuro infinito, allora i Vollmond sono l'ideale...
I neri giardini della Luna Piena vi attendono, spalancate le visioni.
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Gruppo: Voodoo Highway
Titolo: Showdown
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Dust On The Tracks
Contatti: facebook.com/WhoDoHighway
Autore: Mourning
Tracklist
1. This Is Rock'N'Roll, Wankers!
2. Fly To The Rising Sun
3. Midnight Hour
4. Could You Love Me
5. Wastin' Miles
6. Church Of Clay
7. Mountain High
8. Cold White Love
9. A Spark From The Sacred Fire
10. Prince Of Moonlight
11. Till It Bleeds [traccia bonus]
12. Broken Uncles Inn [traccia bonus]
DURATA: 44:54
L'hard rock, quello vero, continua a vivere: i Deep Purple in formazione rimaneggiata, devastata dal lutto di Lord, sono sempre lì; i Black Sabbath non mollano e tornano sulla scena esaltando le masse; gli AC/DC sono inossidabili; gli Uriah Heep fanno ancora sentire la propria voce; e che dire dei Rush, quasi intramontabili? La vecchia guardia non si arrende, ma chi dopo di loro?
In Italia c'è tanta gente che interpreta con passione e dedizione il genere, come non prendere a esempio lampante di creatura nuova, brillante e di classe gli estensi Voodoo Highway? Di sicuro si candidano a coprire quel ruolo. Dopo aver debuttato col botto con l'autoprodotto "Broken Uncle's Inn" nel 2011, il 2013 li consacra a realtà di prima fascia con l'uscita del secondo "Showdown", album stavolta supportato dall'etichetta tedesca Dust On The Tracks.
Sin dal primissimo passaggio nello stereo il disco si è rivelato eccezionale, decisamente fuori portata per tantissimi. Intendiamoci, non è che i ragazzi abbiano scoperto l'acqua calda, la derivazione in primis dai Deep Purple e dagli Uriah Heep, con a seguire vari nomi noti del panorama settantiano, è evidente, ma meno pressante rispetto al passato. La verve e la vitalità degli artisti prendono il controllo della situazione in maniera più caratteristica, soprattutto nell'attimo in cui i pezzi necessitano di una svolta groove maggiore o di una presenza organistico-tastieristica più importante.
La prestazione del chitarrista Matteo Bizzarri, che per l'occasione a quanto sembra si è avvalso di una Fender Stratocaster del 1970 e amplificatori vintage Marshall e Mesa Boogie, è più definita e a tratti distintiva; il cantante Federico Di Marco invece ha messo di lato quella parte adolescenziale che ne rendeva comunque interessante l'operato nel lavoro antecedente, facendo registrare piacevoli note positive. L'assetto ritmico composto da Filippo Cavallini al basso e Vincent Zairo alla batteria e le mani di Alessandro Duò che si muovono sui tasti bianco-neri ci permettono di annotare uno scatto in avanti importante che si identifica in quei due punti elencati poco più su: groove ed entrata in gioco dell'organo e delle tastiere. Nulla è messo lì per caso, ogni singola battuta, scelta d'ingresso e rifinitura s'incastra nel tessuto compositivo magistralmente.
Il gruppo si espone con varietà, proponendo il più classico degli inni al rock in "This Is Rock'N'Roll, Wankers", una "Midnight Hour" che castiga incantando grazie al suo ritornello, "Could You Love Me" nella quale è la voce di Di Marco a finire sugli scudi e la rocciosa "Mountain High". Diviene quindi un gradevolissimo problema indicarvi quali siano le hit dell'album, dato che momenti vuoti e cali di tensione sono assenti. In chiusura di scaletta la versione fornitami dall'etichetta mi permette di ascoltare, in qualità di tracce aggiuntive, due episodi estratti da "Broken Uncle's Inn": "Till It Bleeds" e la traccia che dà il titolo all'album; mossa forse evitabile, che comunque non disturba e permette di prolungare il tempo trascorso in compagnia di questi musicisti.
"Showdown" è pura adrenalina e se la musica lascia il segno, altrettanto fanno la copertina ideata da un signore che di nome fa Storm Thorgerson ("Dark Side Of The Moon" vi dice qualcosa?) e l'ottima produzione curata dalla dysFUNCTION Productions (Eddy Cavazza), capaci di rendere ancora più pregevole il quadro artistico realizzato dai Voodoo Highway.
L'Italia possiede artisti di primo livello? Ascoltate "Showdown" e datevi questa risposta da soli, non avrete certo bisogno del mio aiuto per comprendere che questi cinque ragazzi lo sono.
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Gruppo: Veligore
Titolo: Veligore
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Veligore/520948744610572
Autore: Mourning
Tracklist
1. Gloomy Winter
2. Carpaty
3. Black River
4. Werewolf's Dungeon
5. Wastelands
6. Endless Night
7. Equinox
8. The Torture
9. Grave In The Forest
10. Mountain Of Madness
11. Full Moon
DURATA: 46:12
I Veligore sono partiti in quarta: la formazione newyorkese composta da Glor (basso e batteria), Mike Vivisector (chitarra), Ghoul (chitarra) e Hater (voce già nota alla nostra 'zine per i suoi Beyond Ye Grave) è nata agli inizi del 2013 e dopo un paio di mesi ha già pubblicato il suo primo album dal titolo omonimo.
La proposta è ortodossa, la natura old school del loro black metal vede affondare le proprie radici in territorio scandinavo, panorama di riferimento in più di una circostanza soprattutto per quanto concerne l'utilizzo delle sezioni melodiche. L'assetto dei brani è semplice, alcune volte alquanto elementare e presenta una esagerata linearità; si preferisce puntare su un approccio diretto, scevro di sovrastrutture che in episodi come "Gloomy Winter", "Black River" e la conclusiva "Full Moon" emana un più che discreto fascino retrò. Lo stesso discorso vale per la sezione strumentale valorizzata in "Werewolf's Dungeon", che nella folta schiera di tracce prive dei versi intonati da Hater (sono ben sei in totale quelle infilate in scaletta) si rivela essere il capitolo maggiormente definito e incisivo a livello atmosferico.
Nella musica contenuta in "Veligore" non c'è nulla di veramente sorprendente, ma le canzoni che sembrano funzionare e la buona prestazione dietro al microfono, nonostante sia decisamente limitata negli spazi, ci consegnano un disco che non dovrebbe dispiacere a chiunque voglia a tutt'oggi ascoltare un album black che porti con sé ancora gli umori del periodo anni Novanta. Se proprio devo trovare un difetto, credo che la produzione avrebbe potuto ricevere un trattamento diverso, non tanto per quanto riguarda la definizione dei suoni, che risultano essere discretamente distinguibili e puliti, stranamente anche più di quanto mi attendessi data l'attitudine cruda del progetto, più che altro sono i volumi un po' "ballerini" delle chitarre che non convincono appieno. Inoltre si sarebbe potuto provare a inspessire il suono del basso, ma sono dettagli che potranno essere rifiniti in previsione di uscite future.
In fin dei conti i Veligore sono ancora allo stato larvale, non manca loro il potenziale per far bene, tuttavia hanno bisogno di tempo per affinarsi e, anche nel caso in cui continuassero volutamente a cibarsi in maniera spropositata di "cliché, sono quasi convinto che riuscirebbero a tirar fuori degli onesti lavori che l'orecchio masticherebbe con piacere. Solidi operai.
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Gruppo: Vadikan
Titolo: Hydrargyrum
Anno: 2013
Provenienza: Russia
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: facebook.com/pages/Vadikan/416762701727911
Autore: Mourning
Tracklist
1. Break The Templates
2. A Kiss Across The Eyes
3. Chestnut Candles
4. Eyes Of The Muse
5. Hydrargyrum
6. I Remembered You
7. Autumn Again [rifacimento]
8. Suspense
9. Wicked Love [traccia bonus]
DURATA: 44:57
I Vadikan sono un trio russo proveniente da Mosca che si cimenta in un gothic alquanto orecchiabile, condito da ritornelli di facile presa e atmosfere melancoliche dolciastre, mettendo a disposizione degli ascoltatori il disco di debutto intitolato "Hydrargyrum".
L'album al cospetto delle tante uscite similari, ma sin troppo orientate verso il pop (in questo lavoro a parte qualche fraseggio sparso e una "A Kiss Across The Eyes" spudoratamente radiofonica non c'è quasi nulla da recriminare), sfrutta in maniera diligente le influenze dei grandi nomi (Tiamat, Paradise Lost, Sentenced fra i tanti) per garantire all'orecchio quarantacinque minuti di buona compagnia, e i musicisti sono abili nello strizzare l'occhio al repertorio di artisti in voga fra i più giovani come i Delain senza scivolarvi del tutto.
Vadim Pashutin, chitarrista ed ex dei thrasher Gross Grolland (band recensita al tempo dell'uscita del primo album "What Doesn't Kill Me Makes A Big Mistake"), Ilya Filipyev al basso e la cantante Yulia Tikhomirova vengono supportati da vari ospiti che si prestano a inserire gli assoli di sei corde, le linee di tastiera e il pianoforte; tuttavia non viene menzionato nessun nome a coprire il ruolo di batterista, ciò fa pensare che i moscoviti abbiano preferito ricorrere all'uso di una drum-machine e nel caso fosse così mi sento di affermare che sia i suoni sia l'impostazione sono stati davvero ben curati.
La formazione non ha dato vita a chissà quale miracolo, però evitando ostentazioni e mantenendo le proprie elementari armi affilate si difende bene con pezzi come "Break The Templates", "Eyes Of The Muse" e il rifacimento di "Autumn Again", traccia precedentemente inserita all'interno del demo "Time Of Yellow Repentance", piacevoli per la loro semplicità ed emotività. Lo strumentale "Suspense" aggiunge alla minestra un pizzico di sale progressivo e "Wicked Love", brano inspiegabilmente annesso come bonus, si rivela essere un contenitore nel quale le varie soluzioni sino a quel momento esposte vengono riversate in toto, esaltando soprattutto il buon operato della chitarra di Pashutin e la parte ambientale.
In fin dei conti "Hydrargyrum" è una prima prova di tutto rispetto, nessuna pretesa assurda, solo una serie di canzoni disposte a condividere con voi una parte della vostra giornata, magari riuscendo pure a farvi rilassare. Certo, la scelta di mantenere la lingua madre per i testi potrebbe risultare, anche se intrigante, ostica da digerire, io stesso ho preferito ad esempio riportare i titoli degli episodi inseriti in scaletta in inglese per una questione di comodità, però non lo si può considerare un limite vero e proprio.
I Vadikan per alcuni saranno una piacevole sorpresa, per altri esclusivamente un diversivo e per altri ancora l'ennesimo gruppo inutile rappresentante di una nuova generazione di leve che fa discutere, scegliete quindi quale dei pensieri vi si addice e partendo da questo avrete una possibile risposta su quanto e come quest'album potrà entrare a far parte dei vostri ascolti.
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Gruppo: Vergine Stuprata
Titolo: Jungfernkuss
Anno: 2013
Provenienza: Ravenna, Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Vergine-Stuprata/150496075051116
Autore: ticino1
Tracklist
1. Eterno Olocausto
2. Demoniac Possession
3. Total Desecration
4. Poltergeist
5. Rape! Rape! Rape!
6. Jungfernkuss
7. Blitz Krieg
DURATA: 28:09
 "Alla voce c'è una ragazza", vi dico mentre il disco gira nel lettore... Ok, non mi prendete sul serio e mi guardate come se io avessi bisogno di una camicia di forza. Jevàl, che in precedenza si presentava sotto il nome Sepulchral Vomit, si mostra dal lato più aggressivo e brutale, tanto che mi domando: sono gli uomini che si sono rammolliti, oppure sono le donne a diventare sempre più forti? Item, i membri del gruppo non sono degli sconosciuti e hanno già militato in altre formazioni come i Morbid Pest.
La Vergine Stuprata si rivelò alla comunità metallica nel 2011 con un demo intitolato "Preparing For The Assault Of Bethlehem". Questi conteneva già alcune delle piste presentate qui, le quali mi paiono però essere meno "innocenti" e "leggere" rispetto alla loro versione originale.
Dopo pochi ascolti posso dire in maniera convinta che i membri del gruppo si preoccupano poco di ciò che pensano gli altri e avanzano a testa alta con un'attitudine del tipo "andate a fare in culo tutti!". Le sezioni ritmiche sono chiare, lineari e contengono accordi che ricordano una volta gli Slayer dei primi dischi e l'altra il crust britannico, mentre nella prima parte del disco vi potrebbe sembrare di ascoltare qualcosa dei Black Witchery.
Con queste poche frasi dovrebbe essere chiaro a tutti gli amanti della musica complessa, ultra-tecnica o melodica che questo non è il loro campo. Per ascoltare il canto della Vergine Stuprata ci vogliono tanto pelo sullo stomaco e voglia di sfogarsi a ritmi crudi e selvaggi, magari adornati con bracciali irti di chiodi da venti. "Jungfernkuss" è un disco riuscito, malgrado certe malelingue possano additare alcune parti come un po' immature. Nessuno è perfetto e a me il disco va bene così com'è.
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Gruppo: Vidunder
Titolo: Vidunder
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Crusher Records
Contatti: facebook.com/vidunder
Autore: Mourning
Tracklist
1. Summoning The Not Living
2. Into Her Grave
3. Trees
4. Threefold
5. Försummad Och Bortglömd
6. Asmodeus
7. Beware The Moon
8. Fire
9. Threat From The Underground
10. Your Ghost
DURATA: 34:05
Chi non ha mai goduto almeno una volta dell'accoppiata Anni Settanta e Svezia? Quante sono le band venute fuori nell'ultima decade dal territorio scandinavo con un suono fantasticamente in bilico fra gli Anni Sessanta e i Settanta che ci hanno attratto e conquistato? Tante, veramente tante ed è inutile dire che gente come i Witchcraft (Örebro) e i Graveyard (Gothenburg) siano con tutta probabilità fra gli esponenti più graditi e conosciuti.
Ai suddetti musicisti e alla legione che li segue si unisce il trio dei Vidunder (Malmö), composto da Martin Prim dietro al microfono e alla chitarra, Linus Larsson al basso e Jens Rasmussen nel ruolo di batterista. La band si rifà a un movimento sonoro variopinto e affascinante che comprende Blue Cheer, Led Zeppelin, Black Sabbath, 13th Floor Elevators, Captain Beyond, Pink Floyd e Cream. Per quanto sia sicuro che un profondo conoscitore del genere troverebbe chissà quanti altri punti di riferimento all'interno dei suoni caldi e retrò da loro prodotti, ciò che sorprende di questa nuova generazione di artisti è la maniera in cui si calano emotivamente in un mondo che non li vede partecipi nel ruolo di semplici "comparse" che indossano la maschera appartenuta ad altri, bensì portano avanti la tradizione con passione e fedeltà.
Alle volte il dubbio che suonare, interpretare e intraprendere un certo genere musicale possa essere una moda vissuta sul momento può anche scattare, così la sovraesposizione di alcuni nomi annessi ai roster delle grandi etichette potrebbe inficiare la qualità del filone in favore di un gradimento commerciale maggiormente elevato. Ascoltando però album come questo "Vidunder" si ricevono sensazioni prive di compromesso, perché ancora "naive" nell'animo, votate a dar libero sfogo all'istinto.
La tripletta di brani posta in apertura della scaletta, e che vede succedersi in ordine d'apparizione "Summoning The Not Living", "Into The Grave" e "Into Her Ghost", vuoi per il feeling blues che le percorre vuoi per l'energia trasmessa e quegli assoli che ti proiettano col pensiero indietro nel tempo, identifica l'indole del disco. Gli svedesi si muovono costantemente in un territorio in cui è la psichedelia a farla da padrone, tale aspetto è ben rappresentato in episodi quali "Threefold" e "Your Ghost", che ondeggiano fornendo una vitalità desta e pesante, contenuta ad esempio in "Threat From The Underground".
I brani dell'album vengono poi abilmente supportati dalle ospitate del chitarrista John Hoyles (Spiders ed ex Witchcraft e Troubled Horse), che ha realizzato gli assoli di "Into Her Grave", "Försummad Och Bortglömd" e "Threat From The Underground", e dell'organista Johannes Cronquist che adorna "Trees", "Into Her Grave" e "Beware The Moon".
I Vidunder e "Vidunder" non riscriveranno di certo la storia del genere, sono però un ascolto che certifica ulteriormente la bontà e lo sbocciare fiorente di realtà interessanti in una scena che diviene di giorno in giorno sempre più ricca. Invito i fruitori abituali di uscite di tale stampo a entrarne in possesso, i soldi spesi in un acquisto simile non saranno di certo buttati via. Ascoltate, ponderate, ma soprattutto comprate.
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Gruppo: Vinterriket
Titolo: Zwischen Den Jahren / Entlegen
Anno: 2010 / 2013
Provenienza: Svizzera [in precedenza Germania]
Etichetta: Sturmklang / Heimatfolk
Contatti: vinterriket.com
Autore: Bosj
Tracklist "Zwischen Den Jahren"
1. Quatembersturm
2. Modranecht
3. Winterepiphanie
DURATA: 21:19
Tracklist "Entlegen"
1. Tal Der Trauer
2. Seelenleere
3. Entlegen
4. Sturmesnacht / Naturflimmern
5. Am Nebelweiher
6. Schattenschwärze
7. Nebel Der Verzweiflung
8. Blick In Die Dämmerung / Trauerkleid Des Abends
DURATA: 62:00
 Quello di Christoph Ziegler è un nome che gli appassionati di dark ambient e certo black metal non possono non conoscere. Da oltre quindici anni, a nome Vinterriket, compone senza soluzione di continuità e rilascia un quantitativo impressionante di materiale: ep, raccolte, album completi, riuscire a star dietro al musicista tedesco è un'impresa pressoché impossibile, specialmente se si prendono in considerazione anche i suoi svariati progetti secondari. Nell'ultimo paio d'anni ha abbassato leggermente il ritmo: "solo" un dvd e due full-lenght dal 2011 ad oggi, metà 2013. "Zwischen Den Jahren" ed "Entlegen" sono rispettivamente l'ultimo ep prima di questo "rallentamento" (novembre 2010) e l'ultimo lavoro completo fresco di stampa.
.jpg) "Zwischen Den Jahren" ("A cavallo tra gli anni", riferimento ai giorni che separano il Natale dal primo giorno dell'anno nuovo), al momento, è anche l'ultimo parto black metal a nome Vinterriket: nell'ultimo triennio gli sforzi di Ziegler sono stati orientati pressoché esclusivamente sul dark ambient e, proprio in tempi recentissimi con "Entlegen", su soluzioni neofolk prevalentemente acustiche. Inquadrati i due lavori, cosa peraltro mai scontata visto il piglio notoriamente poliedrico dell'artista in questione, veniamo al succo: la "formula vinterriketiana", nonostante gli anni, rimane invariata. A partire dalla confezione: come sempre i lavori sono presentati in edizioni limitate e numerate (mille copie per "Zwischen...", cinquecento per "Entlegen"), dal packaging molto curato; se "Entlegen" è un sobrio digipak, il cd di "Zwischen..." si presenta addirittura impacchettato in una custodia cartonata della dimensione di un 7'', con tre cartoline in scala di grigi, una per il testo di ciascun brano, raffiguranti paesaggi alpini innevati, marchio di fabbrica del Nostro.
La musica, a sua volta, per quanto profondamente diversa tra i due prodotti, porta la firma di Ziegler in ogni nota. "Zwischen Den Jahren" è, a mia memoria, il momento più rabbioso e lo-fi e dell'interminabile discografia di Vinterriket: nonostante i tipici momenti atmosferici e i tempi dilatati, in questi tre brani viene sfogata una furia atavica, un senso di inquietudine che perfettamente si integra con l'immaginario nebbioso, oscuro e innevato del progetto.
Nelle prime due tracce, inoltre, l'utilizzo delle tipiche tastiere che da sempre permeano la musica del Tedesco è estremamente ridotto rispetto al solito. È solo con"Winterepiphanie", il brano più lento del lotto, che si torna su lidi meno furiosi e più contemplativi. Questo è anche il momento più emotivamente coinvolgente: la sensazione di trovarsi bloccati in un passo di alta montagna sotto la tormenta non vi abbandonerà per tutto l'ascolto di questa ulteriore pennellata del musicista sulla tela dell'Inverno.
"Entlegen" ("Remoto"), d'altro canto, è probabilmente il disco più strutturato ed elaborato che abbia mai sentito da parte della one-man band, lontano anni luce dall'omogeneità di altri lavori come il precedente "Garðarshólmur". Il viaggio si apre con "Tal Der Trauer", una tipica intro di synth e tastiere molto cupa, come un cielo carico di neve, ma già dalla successiva "Seelenleere" i toni virano verso un neofolk acustico grazie alla presenza di un cantato pulito e cristallino, con le tastiere poco più che sommesso sottofondo per la gran parte dei suoi nove minuti. Solo con "Sturmesnacht / Naturflimmern" si torna a lambire le coste del dark ambient che ha reso celebri le opere di Ziegler, dove i sussurri del vento condividono il palco con i sussurri del musicista. Tutto il lavoro si alterna lungo questi binari: un po' neofolk, un po' dark ambient; un po' dark ambient, un po' neofolk.
Va da sé che per tutta l'ora abbondante in cui "Entlegen" ci accompagna non c'è assolutamente nulla di nuovo, niente che Vinterriket non abbia già detto, ridetto e ripetuto: se non apprezzate quanto seminato lungo questi tre lustri di carriera dal polistrumentista, non c'è verso che possiate cambiare la vostra opinione. Eppure, come sempre accade quando ci si confronta con il suo operato, sia esso l'ennesimo lavoro black metal, l'ennesimo lavoro acustico o l'ennesimo lavoro ambientale, non si può che prendere atto della bravura e della maestria di una realtà consolidata all'interno del proprio genere di appartenenza, della intaccabilità di un estro artistico che ha reso il progetto del musicista trasferitosi sulle Alpi svizzere un caposaldo per tutti coloro che si cimentano in generi a lui correlati. Perché Cristoph Ziegler, in arte Vinterriket, ha trovato la formula per mettere in musica la ferocia, la desolazione, la solitudine, la potenza e l'oscurità della Montagna.
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Gruppo: Veia / Sortilegus
Titolo: Consecutio Temporum
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Ogre Records
Contatti: Bandcamp Veia - Facebook Veia - Facebook Sortilegus
Autore: Akh.
Tracklist
1. Veia - Canto Di Battaglia
2. Veia - Culla D'Italia
3. Sortilegus – Spleen
4. Sortilegus - Transylvanian Forest
DURATA: 22:24
Oggi ci inoltriamo nelle viscere dei sotterranei metallici più puri, andando ad analizzare lo split fra due giovani gruppi che si orientano senza mezzi termini nei meandri profondi del Black Metal: più Raw e dalle tinte liriche Pagan i Veia (che prendono il nome dalla famosissima città-stato etrusca fra Toscana e Lazio), più classicamente norvegese la proposta dei Sortilegus.
Le danze le aprono i Veia con "Canto Di Battaglia", brano che sia per produzione che taglio della scrittura appare immediatamente affilato e aspro, il suono della drum machine forse penalizza un po' il tutto, risultando troppo meccanico e freddo; trattandosi però della prima uscita del gruppo, Haruspix Heliogabalus sicuramente ne farà tesoro per il prossimo lavoro. In definitiva, nonostante certi difettucci, un brano piacevole per chi è abituato al vetriolo di certo underground. Il riffing dal canto suo è asciutto e non lascia molti margini alla melodia spiccia, per quanto risulti molto mimale in alcuni casi, come succede in "Culla D'Italia" dove regna un particolare equilibrio fra la chitarra e il basso. Purtroppo non sempre sono riuscito a decifrare la proposta, vuoi per i suoni scelti vuoi per certi arrangiamenti negli stacchi che sarebbero dovuti essere più omogenei. Ad ogni modo probabilmente gli amanti di Ildjarn e affini apprezzeranno queste scelte. Molto ficcante e con un certo piglio distorto infine la voce, un vero paletto acuminato che possiede un taglio sinceramente estremo e a mio avviso potrebbe essere una buona base per il futuro prossimo.
Curioso il fatto che ci sia poca inclinazione a sperimentare il lato più folk? Ho chiesto al diretto interessato e mi ha spiegato che alcuni fiati etnici verranno inseriti per avvalorare maggiormente le tinte "esoteriche" e folkloristiche dei contenuti etruschi che vengono trattati, prendendo come musa ispiratrice certa musica dei Kawir. Attendiamo quindi fiduciosi i progressi di questo progetto che andrebbe seguito almeno per la convinzione e l'atipicità della proposta concettuale di nicchia.
Nella seconda parte dello split i Sortilegus mostrano due facce: da un lato la strumentale "Spleen" è maggiormente varia e dai tratti visionari quasi surreali per un gruppo black metal, riportandomi alla mente certe prime opere di Green Carnation e In The Woods... per l'approccio quasi progressivo; dall'altro lato in "Transilvanian Forest" esce allo scoperto il più puro spirito crudo del black metal, in linea con certi Darkthrone epoca "Transilvanian Hunger", le chitarre sono taglientissime e la produzione a volte si satura in eccesso, risultando così ostica per i "mosci" che non masticano questo tipo di scudisciate acustiche. Il brano in sé ha un gran tiro, essendo molto intenso sia nella proposta che nella interpretazione al limite dell'esasperato, il risultato sarebbe quello di un "Nattens Madrigal" degli Ulver sporcato ulteriormente nella produzione, ma mantenendone inalterato lo spirito primitivo.
La direzione sonora legata a Sortilegus è quindi sdoppiata ed entrambe le vie possiedono qualcosa di buono in seno, andrà ora compreso cosa Winter vorrà realizzare in futuro, magari riuscirà ad amalgamare al meglio le proprie influenze, andando incontro a suoni maggiormente Fleurety o Forgotten Woods, ma questo è ancora presto per poterlo dire.
In definitiva "Consecutio Temporum" è uno split dal taglio ruvido e feroce che fa uscire dalla tana due gruppi con ampi margini di miglioramento, è un lavoro che si dovrebbe possedere se si è estremisti del più radicale underground e che propone due complessi da rivalutare in futuro, in quanto potrebbero veramente sviluppare qualcosa di interessante e personale. Se non avete "correlazione dei modi", provate con i Veia e i Sortilegus, magari riusciranno ad ampliarvi certi orizzonti.”
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Gruppo: Vein
Titolo: Into The Vein
Anno: 2013
Provenienza: Stati Uniti
Etichetta: NoVisible Scars
Contatti: novisiblescars.bandcamp.com/album/into-the-vein
Autore: ticino1
Tracklist
1. Satanic Ritual Rape
2. Into The Vein
3. Pater Oediperium
4. Kill
DURATA: 16:34
Il Black sembra offrire sempre meno svago agli ascoltatori che si attendono delle novità di tanto in tanto. Death Fiend, membro anche dei Blessed Offal, si scomoda per presentarci un altro progetto nella sua raccolta di gruppi in cui lui stesso manipola tutti gli strumenti.
Questo quarto d'ora marcio e nero vive del fascino di formazioni come Black Witchery oppure Von, decorato da scale veloci, semplici, ripetitive e mostra un viso grezzo, quasi caotico. Qualche esperimento con il volume del suono, per esempio proprio nella canzone "Into The Vein", mi pare fine a se stesso e non credo contribuisca davvero alla valorizzazione della demo. Gli ascoltatori subiscono l'assalto implacabile di quattro pezzi veloci e privi di pause per l'udito avido di Black brutale e senza fronzoli.
La cassetta non è contenuta nella classica scatoletta, ma è fornita in un astuccio di cartoncino. Chi volesse avere in collezione questa demo, potrà ordinarla sul sito Bandcamp per modici cinque dollari.
La musica offerta dai Vein è interessante solo per il pubblico attaccato al metallo nero americano nello stile dei gruppi citati sopra. Ascoltatela sul sito e decidete poi se l'acquisto vi garbi o meno. Io vi rinuncio, perché non scopro nulla di particolare che mi entusiasmi e dunque giustifichi una spesa.
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Gruppo: Vivid Remorse
Titolo: Down To The Wire
Anno: 2012
Provenienza: Spagna
Etichetta: Art Gates Records
Contatti: facebook.com/pages/VIVID-REMORSE/135806803107251
Autore: Mourning
Tracklist
1. Biopiracy (The Seed Of My Land)
2. Imaginary Actress
3. Theory Of Fear
4. Overdosed
5. Involution
6. Nobody Answers
7. Seize The Death
8. Seven Days Of Fire
9. L'Angoixa De L'Existència
10. Stop on Time
11. The Never Falling Cries
DURATA: 36:01
Il 2010 fra le tante buone produzioni che ci ha donato portò a galla anche il debutto dei Vivid Remorse "The Seed Of Malaise", per il quale mi attendevo un seguito che migliorasse la già piacevole capacità di vagare in più territori thrash. La proposta dei catalani era infatti alquanto varia ed è rimasta tale, la conferma è arrivata con il secondo album "Down To The Wire".
Il quartetto di Barcellona ha mantenuto le qualità positive mostrate in passato: la compattezza, le dinamiche in costante evoluzione e il sapersi reinventare in corsa sono — insieme all'ottima prestazione di Joel Repiso "Ocell" dietro al microfono — le armi che si schiantano pesantemente sul piatto della bilancia contrassegnato dal segno "più". A esse si sono però aggiunte una maggiore consapevolezza dei mezzi in proprio possesso e un'attenzione accurata nei frangenti in cui il sound tende ad estremizzarsi o contrariamente ad allentare la presa, tant'è che se nella prova d'apertura dei giochi ci si poteva lamentare di alcuni frangenti non proprio pienamente digeribili in quanto poco amalgamati con il resto, adesso scorrendo la scaletta, pur non trovandoci dinanzi a un capolavoro, abbiamo un disco che non soffre di pause emotive, che martella e guadagna punti di traccia in traccia, offrendo all'orecchio una gamma di influenze veramente ampia grazie alla commistione di fasi hardcore, heavy e al limite col death, che partecipano all'esposizione sonora dei vari episodi: Slayer, Death Angel, Sacred Reich, Sepultura, Pantera, D.R.I., Suicidal Tendencies e chi più ne ha ne metta.
I Vivid Remorse si dilettano ad attaccare con continuità, cambiando spesso e volentieri la direzione dalla quale farlo. Talvolta esagerano, rendendo talmente cupa e pressante l'atmosfera da finire per oltrepassare volontariamente le barriere stilistiche del genere, come avviene in "Involution" (dove appaiono il cantato in "pig-squeal" e sezioni di batteria in blastato), mentre in altre circostanze viene fuori una componente speed marcata, è il caso di "Seven Days Of Fire", e quella sensazione di classico che volenti o nolenti si porta dietro. Non sarebbe potuto poi mancare in scaletta il pezzo in lingua madre, nel primo disco avevamo "Sammy", qui è il più che dignitoso "L'Angoixa De L'Existència". Infine tra scatti in velocità e durezza offerti dalla canzone d'apertura "Biopiracy (The Seed Of My Land)", "Theory Of Fear" e "Nobody Answers", l'essenza del loro modo di rappresentare il crossover concentrata in "Overdosed" e il finale acquietato di "The Never Falling Cries", che ricorda sia i 'Tallica che Rob Cavestany & soci, si conclude il passaggio nello stereo di questo nuovo capitolo.
I Vivid Remorse hanno fatto un passo in avanti, la produzione è un altro fattore che si pone a favore della riuscita del disco, il suono in generale è alquanto ben definito, ma privo delle eccessive rifiniture e levigature in voga odiernamente, ciò garantisce alle tracce di poter mantenere quell'alone grezzo che ne sostiene l'istintività e quell'impatto travolgente delle quali sono effettivamente fornite.
Lo so, tenere i piedi in più scarpe non è una prerogativa che affascina gli amanti e soprattutto i veri e propri cultori della scena thrash metal, è anche vero però che di band cloni e dalla creatività ridotta al lumicino nel tentativo irritante di seguire pedissequemente le orme di chi c'è già stato ce ne sono davvero a bizzeffe. In fin dei conti "Down To The Wire" non contiene nessuna pacchianata, concessione "pop" o esplorazione assurdamente distante dalla concezione del sound che ci piace, v'invito quindi ad ascoltarlo. Se poi aveste avuto modo di apprezzare "The Seed Of Malaise", l'acquisto sarebbe un pensiero da prendere in seria considerazione.
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Gruppo: Vanhelga
Titolo: Höst
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Art Of Propaganda / Obscure Abhorrence
Contatti: facebook.com/officialvanhelga
Autore: Mourning
Tracklist
1. A Sinister Longing
2. Lugn
3. Desperation
4. Underbart Sant
5. Overklighet
6. Udda Tankar
7. Sorg
8. Pessimist
9. Vilsen
10. Armageddon
11. Hopplös
12. Livets Bitterhet
DURATA: 54:12
Ci sono volte in cui ti chiedi cos'è che passa per la testa di un artista, il motivo di un cambiamento di stile quasi radicale, il perché dello spingersi emotivamente in territori differenti. Cos'è che fa scattare questa molla? Mi sono posto tali quesiti inoltrandomi nell'ascolto del nuovo album del progetto Vanhelga intitolato "Höst". La one man band dello svedese 145188 è in pratica una presenza quasi fissa sulla nostra 'zine, difatti troverete svariati lavori recensiti proprio dal sottoscritto, che ne ha seguito l'evoluzione ed è per questo che mi è risultato complesso passare da una forma di black rituale incentrata sulla concezione draconiana della ritualità a un'altra che per atmosfere e sonorità in primis tende a riflettere un'intimità e una ricerca spirituale-personale che si addice non più a gente come i Dissection quanto ai Lifelover, realtà connazionale ormai decaduta per volontà comune dei membri dopo la scomparsa di Jonas Bergqvist in arte Nattdal o B.
Il disco si allontana dall'esposizione di canzoni serrate e dal taglio melodico pronunciatamente efferato come avveniva in passato, preferendo una composizione pesante e greve, le ritmiche hanno subito una netta dilatazione e le sezioni arrembanti sono praticamente quasi del tutto inesistenti. La concentrazione viene riposta adesso in una collisione musicale tra ambientazioni di stampo depressivo, riff che alternano sensazioni caliginose e oscure, godendo anche dell'apporto sensibilizzante del piano e di atmosfere dal gusto amaramente rock, sezioni elettroniche ("Armageddon") e una prestazione vocale che si divide tra un operato stridente e maligno noto e momenti neli quali assume una connotazione più profonda e severa.
Posso dire che "Höst" non mi sia piaciuto? No, in egual modo però continuo a chiedermi perché l'artista abbia deciso di disseminare la scaletta di attimi totalmente strumentali ("Lugn", "Pessimist", "Armageddon" e "Hopplös"), perché l'oratoria sia diventata una componente strisciante così presente (è possibile riscontrarla ad esempio in "Underbart Saint", nella successiva "Overklighet" e "Vilsen") e quanto l'influsso dei Lifelover — con l'ingresso di Johan Gabrielson "1853" nel ruolo di compositore delle liriche — e di gruppi come gli Apati sia divenuto odiernamente un riferimento quasi inevitabile durante l'ascolto. Ho fra le mani ciò che potrebbe rappresentare idealmente il collegamento col discorso interrotto in "Sjukdom"? Il pensiero è allettante e in fin dei conti è impossibile negare che vi siano disseminati segnali netti della personalità targata Vanhelga che impreziosiscono quest'accoppiata decisamente imprevista ma gradita.
In definitiva, rimaniate fedeli o meno al nome in questione, dovreste dare una possibilità a questo album, il mutamento è sintomo che in pentola bolle qualcosa di più e il futuro dovrebbe quindi riservare ulteriori sorprese che spero si mantengano sui livelli ai quali i Vanhelga ci hanno abituato. Chi vivrà, vedrà.
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Gruppo: Vampire
Titolo: Vampire
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: autoprodotto
Contatti: vampiretheband.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. At Midnight I'll Possess Your Corpse
2. The Night It Came Out Of the Grave
3. Jaws Of The Unknown
4. Under The Grudge
DURATA: 12:54
Oh che palle, direte voi, ancora una demo dalla Svezia, e poi tanto "trù", in cassetta ultra-limitata a poche centinaia di copie.
Se fossimo in una sala e io potessi dunque vedere le vostre reazioni, constaterei che una parte dei presenti davvero la penserebbe così, mentre l'altra mi guarderebbe con attenzione, interessata a ciò che avrei da dire. In questa sede la comunicazione è a senso unico; se i termini "Death", "Black", "Thrash", "Svezia" vi garbassero, continuate a leggere, altrimenti scegliete un altro articolo.
I membri dei Vampire desiderano restare anonimi "per evitare di essere giudicati in base ai meriti passati". Allora, tali affermazioni mi lasciano indifferente. Ieri potevo essere il re del Mondo, mentre oggi mi comporto malissimo e nessuno vuole più interessarsi di me. Occupiamoci dei fatti.
La cassetta fu pubblicata in settembre con una tiratura totale, ristampa compresa, di trecento copie che risvegliò immediatamente l'interesse degli ascoltatori e amici della cosiddetta Old Skull. Alla fine del 2012 uscì questo sette pollici con una canzone supplementare, "Jaws Of The Unknown". Bah, tante cifre, dati, fatti che a voi non servono molto. Passiamo alla musica.
Il gruppo si presenta con impatto e rinuncia alla presa di prigionieri fra il pubblico. Scale rapide, taglienti, una batteria grezza e una voce rauca, incazzata, vi assalgono da tergo ponendovi una fredda lama affilata alla gola. Sarà forse solo una mia impressione... il riff contenuto nella prima canzone "At Midnight..." mi rammenta un poco la sigla della serie degli Anni Sessanta "The Munsters". L'offerta musicale è molto legata agli inizî degli Anni Ottanta e sentirete dunque evidenti tocchi di alcuni gruppi solitamente collegati alla nascita dei generi estremi d'allora. La palpabile esperienza musicale dei musicisti, l'utilizzo oculato di samples ed effetti, la produzione solida sono tutti fattori che contribuiscono a offrirvi un bel pezzo di vinile non solo brutale, ma anche divertente all'udito.
Vi sentite a casa vostra ascoltando Nocturnal Grave, Aura Noir e soci? Rischiate allora sul Bandcamp dei Vampire la salute delle vostre orecchie.
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Gruppo: Viðr
Titolo: Hedensk Skikk Og Tro
Anno: 2012
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Duplicate Records
Contatti: facebook.com/Vithrbergen
Autore: Mourning
Tracklist
1. Kjøtt Og Blod
2. Trolldom
3. Ild
4. Hedensk Skikk Og Tro
5. Bergfolket
6. Avgrunnens Menn
7. Berserker
8. Grantre Og Bark
9. Strid
10. I Skogen
11. Hykleri
12. Maanekult
DURATA: 50:22
Chiamatela ortodossia, voglia di "vecchia scuola", di ispirarsi a ciò che fu, fatto sta che la musica come qualsiasi forma d'arte in genere e di pensiero umano si nutre spesso del passato per dare forma al proprio presente e programmarne il futuro, il black dovrebbe forse fare eccezione? Sappiamo benissimo che c'è chi prova a scindersi dalle correnti legate alle sonorità tradizionali, ma quanti invece riescono ancora a riproporre un black norvegese anni '90 che non sia soltanto una serie di riff e idee rubacchiate ai grandi? Pochi, davvero in pochi.
I Viðr ("foresta" in norvegese antico) si muovono all'interno del circolo underground dal 2008, dopo due anni hanno dato alle stampe il demo "Hedensk Skikk Og Tro" e altrettanti se ne sono dovuti attendere prima del debutto intitolato allo stesso modo, contenente però una scaletta maggiormente estesa e diversa, tant'è che del primo mini lavoro sono rimaste le sole "Avgrunnens Men", "I Skogen" e la titletrack. Gli scandinavi inoltre godono del duplice supporto offerto dalla Demonhood Productions e dalla Duplicate Records.
Non abbiamo a che fare con una produzione lo-fi o roba da scantinato, né vi dirò che le ombre dei grandi gruppi che tutti conosciamo siano celate, impossibile evitarle perseguendo tali strade, è però invece plausibile impostare i pezzi in maniera tale che, pur tributando omaggio al passato, riescano comunque ad attrarre. Il quintetto si rivela abile in questo, riversando pulsioni 'n'roll e punkeggianti, mostrando come si possa essere molto orecchiabili senza perdere contatto con il feeling nero del genere, addensando atmosfere e aumentando il carico horror della proposta. Importante e indovinata la presenza delle seconde voci femminili affidate a Marita Vangen Bratteteig. Insomma i Viðr tirano fuori dal cilindro una serie di brani ben più che semplicemente apprezzabili, tipo "Kjøtt Og Blod ", "Trolldom", "Hedensk Skikk Og Tro", "I Strid" e "Maanekult
Poco più su scrivevo di una produzione non di bassa fedeltà, è infatti più che discreta nei tratti distintivi, scartando quindi l'anacronistica visione "rumoristica": le chitarre di Kuldegys e Broke sono grezze e ruvide quanto basta, l'assetto ritmico fornito dal basso di Eld e dalla batteria di Tulkas è reso decisamente corposo, con le dinamiche che risultano essere ben scandite, mentre la prova vocale di Hexzaldre, a tratti un po' canonica ma graffiante come da tradizione, è alquanto intellegibile. L'operato svolto prima nei 5th Elephant Studio e nei Conclave Studio di Bergen, poi proseguito con il master finito nelle mani di Devo Andersson agli Endarker Studio ha dato i suoi frutti.
Un difetto, non rilevantissimo a dire il vero, lo si potrebbe anche trovare, con tutta probabilità la scaletta fosse stata ridotta di un paio di pezzi, contenendo la durata complessiva intorno ai quaranta minuti, avrebbe favorito una fruibilità ancora più alta della prestazione, è altrettanto reale però l'assenza di riempitivi, che solitamente interrompono l'approccio emotivo con l'ascolto, quindi ci si può tranquillamente passar sopra.
Per coloro che non riescono a smettere di godersi il black suonato in stile anni Novanta, i Viðr sono da tenere d'occhio e un album come "Hedensk Skikk Og Tro" si candida a divenire un potenziale acquisto, pensateci su.
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Gruppo: Veneror
Titolo: Percussimus Foedus Cum Morte
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: New Era Productions
Contatti: violetdrape[at]gmail.com
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Impervio
2. The Wings Of The Daimon Sethos
3. Conclaves Of Blest Carnality
4. Witchblood Arcane Sodality
5. De Arcana Reptilia
6. Curse Of The Antisacral
7. Alogos Azothos Achronos
8. Et Taurum Draco
DURATA: 37:40
I Veneror sono una band nostrana di recente formazione che, in realtà, cela i volti e i nomi di personaggi non nuovi: il chitarrista/bassista Umbra, ad esempio, era già stato nostro ospite in virtù delle recensioni che il sottoscritto aveva realizzato a riguardo dell'ormai defunto progetto Permixtio. Dopo una demo datata 2011, all'inizio del 2013 assistiamo all'uscita dell'album di debutto del gruppo veneto, "Percussimus Foedus Cum Morte".
"Impervio", introduzione dal sapore rituale ed arcano, offre un perfetto preludio per l'entrata di pezzi come "The Wings Of The Daimon Sethos" e "Et Taurum Draco", i quali portano in grembo sentori di un occultismo magnetico e fiero che mi ha personalmente, in qualche modo, richiamato alla mente i Necromass di "Abyss Calls Life": veniamo travolti da un Black Metal di matrice luciferina che ad ambientazioni oscure e soffocanti predilige spesso un approccio a base di soluzioni acide e belluine intrise di venature melodiche dai risvolti demoniaci e maestosi. Con episodi come "Conclaves Of Blest Carnality", "Witchblood Arcane Sodality" e "De Arcana Reptilia" è invece un suono molto più svedese ad affacciarsi a noi, un suono comunque sempre pervaso da una personalità esoterica e fiera che ho ormai più di una volta percepito in prodotti provenienti dalla nostra Penisola.
I Veneror saturano le nostre menti con tellurici spasmi di sacralità nera che, sebbene appartenenti a uno stile già ben consolidato, si collocano altresì all'interno di una visione imponente e indomita, le cui furiose schegge ho già avuto modo di incontrare in creature come Funera Edo e Movimento D'Avanguardia Ermetico. Uno dei punti di forza di "Percussimus Foedus Cum Morte" è senz'altro la produzione dai toni "lo-fi", la quale contribuisce non poco a rendere ancor più viscerale la maestosità della furia che i nostri ci colano nei timpani.
Ormai sicuramente esaltati da un riffing tagliente e spesso strabordante di impavidi sentori che portano in trionfo lo spessore di un ardore divenuto contemporaneamente misterico e guerreggiante (prendete ad esempio "Curse Of The Antisacral" e "Alogos Azothos Achronos"), ci troviamo in piena balia di un'ondata di calore edonisticamente furioso e ancestrale. Ora andiamo, dunque, innalziamoci, liberiamoci e che il Sacro Verbo sia sempre con noi!
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Gruppo: Vir Martialis
Titolo: Hierophanie - Prelude To A War Of The Future
Anno: 2013
Provenienza: Caracas, Venezuela
Etichetta: Rage In Eden
Contatti: facebook.com/virmartialisvzla
Autore: Istrice
Tracklist
1. Prelude Under A Totalitarian Regime
2. Virtutem
3. Schmachfrieden
4. Waldganger
5. Kshatriya
6. El Hombre Total
7. Taliban Fighters
8. Gott Im Ungewitter
9. Trascendencia
10. A La Gloire Du Sacre
11. Te Deum
DURATA: 51:07
Tra le produzioni dell'etichetta polacca Rage In Eden spicca per origine geografica il progetto a nome Vir Martialis, band unipersonale che fa capo all'artista Ricardo V., il quale, a tempo perso, si dedica alla realizzazione di dischi martial da proporre, tra un rhum e l'altro, nei peggiori bar di Caracas. Se è vero che il Sud America è da sempre vittima di regimi di diversa foggia e colore, lo è altresì il fatto che dal Venezuela t'aspetti il ritmo caraibico, la noche latina, non di certo la divisa e il tamburo che scandisce la marcia.
È tuttora vivido nella mia mente il ricordo, vecchio un paio d'anni, del primo EP di Vir Martialis, un ottimo esordio, al di là della provenienza esotica che mi colpì immediatamente, dal punto di vista compositivo. Mi ero poi riproposto più volte di ascoltare "Metapolemos", il successore, senza mai adempiere alla promessa, quand'ecco giungermi dalla Polonia il promo del recentissimo "Hierophanie - Prelude To A War Of The Future".
Accoglie l'ascoltatore "Prelude Under A Totalitarian Regime", preludio di nome e di fatto, in cui un organo dissonante si snoda su colpi di percussione cupi e lontani, simili a esplosioni. Un ottimo incipit che lascia il passo tuttavia a un disco qualitativamente altalenante, che alterna momenti incisivi ad altri più stanchi e vuoti. Ne è esempio la successiva "Virtutem", dal nome inutilmente roboante, la cui melodia fallisce nel tentativo di dare spessore ed epicità al brano, riscontrabile altresì nell'inserto centrale, più militaresco. Meglio l'impronunciabile "Schmachfrieden" e il suo pianoforte nostalgico, che racconta le sue melodie in contrasto col velo industrial di sottofondo: bell'idea e bella realizzazione.
Seguono un paio di pezzi decisamente meno incisivi, l'album caracolla per una decina di minuti e si risolleva con la violenta "Taliban Fighters", ritmata, aggressiva, il canto del Muezzin risponde alle grida dei militari americani, mentre ai piedi della moschea non si risparmiano le cartucce. È il brano più guerrigliero del lotto, e senza dubbio uno dei migliori, ma è un inserto davvero unico, visto che il disco torna immediatamente sulla rotta tracciata in precedenza; "Gott Im Ungewitter" è sostenuta da una melodia piacevole, pecca però in lungaggine, "Trascendencia" fa il paio con "Virtutem" e manca completamente di spessore, a contrasto col titolo altisonante. Meglio l'accoppiata finale: "A La Gloire Du Sacre", brano scritto in coabitazione con Barbarossa Umtrunk, coinvolge con la sua atmosfera opprimente e rituale, mentre la conclusiva "Te Deum" conduce l'ascoltatore verso la fine con le sue atmosfere rarefatte, in totale contrapposizione con i soliti gerarchi le cui elucubrazioni fanno da sfondo al pezzo, e a pressoché il disco tutto.
Una prova solo discreta per l'uomo da Caracas.
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Gruppo: Vortech
Titolo: Devoid Of Life
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/vortechmetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Black Rite
2. Neurovirus
3. Shattered Cities
4. Demon In the Circuitry
5. Frozen Machine
6. Lost
7. Unveiling The Future
8. The Apocalypse
9. Grains Of Reality
DURATA: 38:01
I Vortech sono una band finlandese nata all'inizio del terzo millennio prima con il nome Aftershock, poi cambiato in Sound Ogre prima della denominazione attuale assunta nel 2005; all'epoca la formazione era composta unicamente dal creatore Juha Untinen, era quindi un progetto solista nel quale erano intervenuti un paio di musicisti di supporto ra cui il chitarrista dei Fall Of The Idols, Romi Moilanen, in veste però di batterista.
Ora i Vortech sono un trio, oltre a Juha vi sono infatti Ville Miinala (ex Dream Of Unreality) alla batteria e Miko Nikula (ex Blodsoffer e Coldway) alla voce, questi musicisti han dato vita al quinto album "Devoid Of Life".
La proposta dei finnici è imbastardita, costantemente contaminata, di base abbiamo un death metal che non rinnega la spinta e la pressione con veloci scorribande sul rullante e inserti in doppia cassa, la prestanza di tali soluzioni viene però contrastata da un atteggiamento melodico spiccato e dall'uso dell'elettronica sia come orpello ornamentale sia in qualità di vero e proprio tramite per l'innalzamento di sezioni ambient e sci-fi.
Non sono solo quelle le componenti che sono state inglobate nei nove brani in scaletta, si possono riscontrare reminiscenze thrash, fraseggi di rimando heavy e quel tocco black che parrebbe ormai divenuto immancabile nelle uscite da catalogare come estreme.
L'impasto regge bene e l'alone progressivo che di tanto in tanto s'infiltra nelle scanalature svolge il suo dovere, brani come l'opener "The Black Rite", "Shattered Cities", "Demon In The Circuitry", "Unveiling The Future" e "The Apocalypse" — con queste ultime due decisamente votate a dar libero sfogo alla sezione atmosferica, favorita anche dal punto di vista ritmico data la diminuzione del numero di giri del motore che espande il sound — attestano le buone doti e l'equilibrio sostanzialmente mantenuto fra le sonorità classiche e quelle sperimentali elettroniche.
Il disco invero racchiude qualche frangente meno indovinato, nulla che però intacchi realmente la più che discreta prestazione insita in "Devoid Of Life".
A chi consigliare l'ascolto dei Vortech? Gli old schooler troveranno parecchio materiale indigesto, l'orecchiabilità delle melodie e gli innesti che indirizzano le canzoni sull'industrial sicuramente saranno loro poco graditi.
È quindi più logico rivolgersi a coloro i quali hanno già in passato riscontrato interesse per formazioni che fossero particolari di nascita, penso ai The Amenta o in parte all'evoluzione degli Hypocrisy più che a roba esageratamente "frustrante" come i The Berzeker, e non forzatamente connessa al mondo death, infatti fra gli artisti che la band ritiene influenti per il proprio modo di suonare vengono citati anche i Front Line Assembly, quindi chissà magari qualche appassionato di quel filone electro-industrial potrebbe non dico innamorarsi del disco, ma quantomeno provare ad ascoltarlo.
L'unica cosa da fare è inserirlo nel lettore e poi... poi si vedrà.
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Informazioni
Gruppo: Vari
Titolo: Alka For Children
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Alka Record Label
Contatti: alkarecordlabel.com
Autore: Mourning
Tracklist
1. Pensieri E Parole [cover Lucio Battisti]
2. Heroes [cover David Bowie]
3. Señorita [cover Enrico Ruggeri]
4. Never Let Me Down Again [cover Depeche Mode]
5. The Rising [cover Bruce Springsteen]
6. La Libertà [cover Giorgio Gaber]
7. Sunday Morning [cover Velvet Underground]
8. Power Of Love [cover Huey Lewis]
9. Suk You Dry [cover Mudhoney]
10. Rockin' In The Free World [cover Neil Young]
11. L'Ultima Luna [cover Lucio Dalla]
12. La Stagione Dell’Amore [cover Franco Battiato]
DURATA: 49:38
Quando l'arte oltre a esprimere il pensiero e le voglie di chi l'ha composta (o ne offre una propria interpretazione) si pone al servizio dell'altro supportandolo con azioni benefiche, il minimo che si possa fare è darle spazio. Azioni mosse dalla sincera e genuina condivisione di momenti e situazioni non sempre felici, che tentano d'essere invertite con l'aiuto di tutti, sono sempre ben accette.
Iniziative come "Alka For Children" — compilation voluta dal titolare della Alka Recod Label Massimo Lambertini e che vede coinvolte tutte le band attualmente all'interno del roster dell'etichetta (Cosmic Box, Dubby Dub, Following Friday, Koiné, Livancliff, M’ors, The Barkrobber, Underground Railroad e Violassenzio) — non meritano di certo un'analisi o una critica legate alla sola forma musicale, l'intento è troppo "nobile" per stare attenti in stile segugio a ciò che va e non va. Infatti il pensiero che ogni singolo pezzo di questa raccolta di cover, nata tramite una jam-session d'artisti particolarmente ampia, possa divenire un aiuto che si riflette sul territorio è ciò che conta davvero.
Gli introiti ricavati dalla vendita del disco al prezzo simbolico di 8,90 € verranno versati a favore dell'associazione "Vola Nel Cuore" per i lavori di costruzione della scuola elementare di Mirabello (Fe), comune colpito dal terremoto, e per l'acquisto di attrezzature mediche per i reparti pediatrici dell'ospedale di Ferrara: è così che la musica scende in campo.
Parlando però del contenuto dell'album, ed è giusto farlo, è apprezzabile la varietà insita nella proposta, fatta sì di brani alquanto noti, tuttavia non del tutto scontati come scelta. Si passa dal cantautorato di Battisti alle emozioni britanniche dei Depeche Mode, dalla magia di un Bowie d'annata al pensiero d'avanguardia del nostro Giorgio Gaber, dall'irruenza targata Mudhoney alle elucubrazioni emotive di Franco Battiato, offrendo una prestazione più che piacevole. Il resto delle interpretazioni conferma poi che la volontà personale nel riarrangiare i pezzi ha dato i suoi frutti, con un Enrico Ruggeri che a mo' di ciliegina sulla torta mette la sua voce in "Señorita", canzone che del resto gli appartiene.
"Alka For Children" vi offre cinquanta minuti di ottima compagnia, ciò che in cambio vi chiede è di tendere la mano in segno di solidarietà. So che l'epoca in cui viviamo ci dice che è più facile girare il viso dall'altra parte e andare oltre che impegnarsi, ma è davvero questo che vogliamo lasciare in eredità a chi verrà dopo di noi? Pensiamoci, magari facciamolo mentre ascoltiamo questo lavoro.
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Informazioni
Gruppo: Vexed
Titolo: Void MMXII
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Punishment 18
Contatti: facebook.com/vexedweb
Autore: Mourning
Tracklist
1. Ashes
2. Void-H-Fog
3. Bloody Fucking Thrash
4. Black 'N' Roll
5. Requiem
6. N.B.C.
7. Burnout Deathsmell Bloodgun
8. Black Metal [cover Venom]
9. Methodic Madness - Obey!
10. Warblast MMXII
11. Professional Cancer
12. Bastard Drink Faster
13. Omicidio
14. Blood Collection Blood
15. Neurotic Crimes
DURATA: 44:28
I lombardi Vexed sono uno dei più longevi gruppi del thrash metal tricolore e guidati dal fondatore Mik (leader anche dei Longobardeath) — nella formazione troviamo anche Mike dietro le pelli, Azzi alla chitarra e Umbre al basso, musicisti attivi in realtà quali Tethra e Total Death — rilasciano un quarto disco che invia un chiaro messaggio: tutto ciò che è moderno non è ben accetto.
Il sound è basico, scarno, cattivo all'inverosimile e orientato a percorrere strade già battute migliaia di volte, con la voglia e la passione di chi ha vissuto il genere con costanza, devozione e un pizzico di rammarico per le svolte stilistiche non particolarmente gradite che hanno preso forma all'interno del mondo metal. Quale miglior modo quindi di predicare il verbo dell'old school se non assecondandone la parte primordiale e genuina?
La musica dei Vexed è un incrocio fra i Venom, l'hardcore di New York e la violenza che da quella scena si innestò nel thrash di band poco citate ma che smantellavano teste con i loro riff, si vedano ad esempio i grandiosi Demolition Hammer.
Questa è la linfa vitale che scorre fluida e infettiva in "Void MMXII", dove si pesta, corre e si urla violentemente e ripetutamente, non v'è presenza di fronzoli, non c'è nessun tipo di riguardo o interesse nel complicarsi la vita, frequentemente si tira dritto per dritto, dando però dimostrazione di avere le carte in regola per estrarre fuori dal cilindro pezzi che svolgono il compito affidato loro in maniera degna e coinvolgente. Abbiamo più di un paio di episodi che fanno centro pieno: la coinvolgente "Bloody Fucking Thrash", l'infettivo punk di "N.B.C.", la carneficina esposta da "Warblast MMXII" e "Professional Cancer", e le "spadellate" a raffica di "Blood Collection Blood" bastano e avanzano a regalare una serie di "scapocciatone" libere; a tutto questo si aggiunge la cover dei Venom "Black Metal", molto più serrata e in piena modalità da attacco frontale, non male.
Non cominciate a farvi troppe domande, non cercate il pelo nell'uovo, qui non c'è, i Vexed la pongono giù dura e semplice, la proposta è da prendere o lasciare: volete un disco che vi randelli dall'inizio alla fine? "Void MMXII" farà al caso vostro. Se invece inizierete con le solite pippe mentali del "non sono personali", "sanno di già sentito" e "ancora 'sta roba", tutte frasi in voga fra la generazione da "pretendo musica buona e non compro un cazzo", non ne uscirete vivi. Vi consiglio pertanto, prima di bollarli come l'ennesima prova old school usa e getta, di ascoltarli e goderveli per ciò che sono: musicisti che in maniera onesta suonano ciò che amano.
Dedicato agli amanti del thrash, "Void MMXII" non vi cambierà la vita, ma che bella botta!
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