Informazioni
Gruppo: Ars Manifestia
Titolo: Le Lacrime Dell'Universo
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Obscura Lyd Productions
Contatti: facebook.com/pages/Ars-Manifestia/135786133263401 - myspace.com/harmful666
Autore: Akh.
Tracklist
1. No Conscience Without Madness
2. Taste This Disease
3. Le Lacrime Dell'Universo
4. Plead Splendour
5. To Infect Oneself To Recover
6. Home II
7. D.Y.D
8. Obsession For The Extreme Obscurity [traccia bonus]
DURATA: 01:12:49
 Gli Ars Manifestia giungono al terzo disco per conto della norvegese Obscura Lyd Productions, per qualcuno considerato il lavoro della maturità, quindi cerchiamo di analizzare al meglio l'operato del polistrumentista Harmful e di questo "Le Lacrime Dell'Universo". La copertina ci regala probabilmente lo spaccato migliore per illustrare la musica proposta: la testa dell'artista da cui emerge il simbolo del Caos, attorniato dalle sette chiavi misteriche posizionate fra due guardiani d'ombra (come le due sagome accanto al ponte de "L'Urlo" di Munch), e "No Conscience Without Madness" ne è la giusta rappresentazione sonora.
A mio avviso questo è un album che dovrebbe interessare a una fetta di ascoltatori che va dagli adoratori di Burzum ai viaggiatori trascendenti e intimisti, infatti ascoltando attentamente i lunghi brani si ha la netta percezione che due nature contrastanti, ma ben armonizzate fra loro, confluiscano nei pezzi. Troveremo vibrazioni aggressive e ruvide dal forte sapore "raw" accompagnate da forti parti personali e da un incedere sospeso e ricco di tensioni, riprendendo e ampliando la lezione del leggendario "Conte”, che denotano il gusto e il substrato creativo di Harmful, il quale pone forti accenni personali nelle costruzioni di scuola tipicamente "norvegese".
La produzione è ottima e ci consente di ascoltare molto bene tutti gli strumenti suonati (bello e corposo il suono della cassa), con una giusta collocazione delle frequenze sia nelle parti più tirate che in quelle maggiormente sognanti (come nel caso di "Taste This Disease"), mentre lo scream oscuro ricopre il tutto con un velo mortifero e decadente.
Le canzoni vengono intessute riuscendo a ricreare atmosfere che alternano visioni corpuscolari a linee dall'incedere selvaggio, ciò senza sfociare nell'assalto estremo a tutti i costi, piuttosto grazie a una serie di arrangiamenti armonici azzeccati ed efficaci, come accade anche nella traccia che dà il titolo all'album. Generalmente non digerisco molto bene i riferimenti o le influenze nette, ma in questo caso l'associazione a Varg Vikernes viene talmente emancipata da estrapolarne solamente lo spirito indomito e certi giri di riferimento, per rendere naturale tramite il proprio sentire il resto dell'impronta sonora, la quale possiede una tipicità che valorizza ogni sfaccettatura.
Rispetto alla crescente scena Italiana si denota come le parti maggiormente oniriche non prendano spunto dalla Francia e dagli Alcest (se non forse nell'introduzione e nell'incedere di "To Infect Oneself To Recover"), ma conservino in seno un'oscurità più accentuata e nervosa come accade in "Pled Splendour": i tempi tendono a scendere lentamente di bpm, senza comunque far perdere intensità o generare noia, reazione che solitamente ricevo con i veri cloni di Burzum in ambito "Depressive"; viceversa qua l'introspezione è un'arma vincente e convincente che ci manifesta quanto l'artista riesca a sviscerare la propria anima attraverso la sua Arte. Le nerbature intimiste sono le pulsioni mediterranee che sfociano nell'urlo nordico di Harmful, non a caso Oslo è segnalata come sua sede: è questa intrinseca dualità che ha un fascino magnetico, misterioso e apre percezioni su altre dimensioni psichiche di cui la strumentale "Home II" è un ottimo manifesto espressivo. L'anima più viscerale e violenta esce allo scoperto invece nella breve e lanciata "D.Y.D.", dal riffing asciutto e rapace che chiude degnamente il cd.
"Obsession For The Extreme Obscurity" è la traccia bonus, l'ultimo colpo degli Ars Manifestia in cui fuoriesce la tipica vena tagliente e glaciale della terra dei fiordi, è quindi facile perdersi in stilettate affilate come lastre di ghiaccio, scudisciate dall'impeto imperioso dei venti polari, su cui vedere i riverberi della aurora boreale prima che il nostro corpo perda definitivamente ogni forma di calore e cada nell'immensità del buio assoluto del profondo Cosmo.
"Le Lacrime Dell'Universo" è un disco interessante e ricco di molti spunti, per questo riesce a interessare dove migliaia di altri hanno spudoratamente fallito.
Le sette chiavi hanno concesso l'apertura al Caos e il Caos ha aperto il cancello a Harmful. Harmful è Ars Manifestia.
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Gruppo: Trigger
Titolo: Apocalypse Tomorrow
Anno: 2012
Provenienza: Pavlovo, Russia
Etichetta: NitroAtmosfericum Records
Contatti: non disponibili
Autore: Bosj
Tracklist
1. Awakining
2. Friday The 13th
3. Creeping Grim
4. Bloody Mess
5. Apocalypse Tomorrow
6. Killer Machines
7. Eternal Memory
8. Little Evil
DURATA: 36:01
 Ammetto di ignorare le peripezie per cui il debutto dei Trigger, targato fine 2012 e uscito sotto NitroAtmosfericum, mi sia arrivato poco meno di un anno dopo in un pacco proveniente dalla Wings Of Destruction Prods, ma tant'è che oggi mi ritrovo ad ascoltare "Apocalypse Tomorrow", disco death metal di stampo classico e, ahimè, poco ispirato.
Al di là dell'errore di battitura nel titolo del brano, "Awakining" apre le danze con un discreto riffing, un buon mid-tempo e delle atmosfere tutto sommato apprezzabili, seppur non brillanti per ispirazione e coinvolgimento. Il problema è che, da qui in poi, per tutti i quaranta minuti scarsi dell'album non ci sarà la benché minima variazione, tolto qualche stop and go... di nuovo in mid-tempo. Il lavoro dei Trigger parte da buone premesse: la band ha dei suoni chiari e distinguibili, ma non eccessivamente puliti, più che apprezzabili nel complesso. Le tre chitarre sono calde, ruvide e massicce; la batteria, per quanto un po' in ombra rispetto al resto, ha un suono pieno e corposo; il growl del cantante Alexey Myakishev è a mezza via tra l'estremo e la semi-intelligibilità. Insomma, il comparto strumentistico è a posto.
Ciò che manca a questo debutto per guadagnarsi l'attenzione del grande pubblico è l'ispirazione compositiva. Gli otto brani, al di là del perenne o quasi mid-tempo, non sono in grado di incidere, di lasciare il segno, o anche solo di farsi ricordare per più di cinque minuti. Non c'è nessun elemento di spicco che permetta ai pezzi di "uscire" e farsi riconoscere: il bridge thrash di "Creeping Grim" e lo sparuto assolo di "Little Evil" non sono decisamente sufficienti a dare carattere a un disco che fatica a trovare una propria identità. Mancano le punte di accelerazione, mancano i rallentamenti a spezzare il ritmo, manca il carisma.
Per un album che ha avuto una gestazione tanto lunga (la band si è formata nell'ormai lontano 2004), nonostante i vari avvicendamenti di formazione era lecito aspettarsi qualcosa di più, specialmente considerando che tutto il materiale qui raccolto è frutto della penna del "nucleo forte" della gruppo, ossia i due membri originali rimasti: il chitarrista Artem Mozhaev e il già citato Alexey. Magari l'ispirazione arriverà col tempo, per il momento i Trigger sono una buona confezione con un contenuto pressoché inesistente.
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Gruppo: A.M.B.S. (A Monumental Black Statue)
Titolo: L'Ultimo Sogno
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Death Cult Records
Contatti: Facebook - Myspace
Autore: Akh.
Tracklist
1. I. Introduzione
2. II. Non C'è Tregua
3. III. Filosofia Sacerdotale
4. IV. Aere Perenmius (Parte II)
5. V. I Am Elite [cover War]
6. VI. L'Iperbolco Vertice
7. VII. L'Ultimo Sogno
8. VIII. Vivo
9. IX. Conclusione
DURATA: 56:41
Oramai chi segue le uscite di Aristocrazia Webzine avrà imparato a conoscere e apprezzare gli A.M.B.S., già precedentemente valutati in queste sedi con "Aere Perennivs" e "Alcoholic Tyrants": gruppo umbro che fa dell'intransigenza B.M. un vessillo con cui poter liberarsi senza remore di tutte le proprie negatività, riversate in maniera totale in questo "L'Ultimo Sogno".
L'attacco del disco è fulminante, un vero e proprio blitzkrieg degno dei Marduk più violenti: la programmazione di Der Heilige tiene ritmi serratissimi su un riffing tagliente come non mai. La breve introduzione potrebbe benissimo venire associata ai Bolt Thrower con una propensione verso il B.M. e apre le danze in maniera decisa e guerrafondaia a una "Non C'è Tregua" che rispetta chiaramente il proprio titolo, unendo scudisciate in linea con i Mysticum a soluzioni dalle tinte maggiormente folk condite in salsa di blast beat. Ovviamente gli umbri non hanno minimamente fatto marcia indietro, né dal punto di vista lirico né da quello musicale, quindi ritroviamo il solito allineamento intransigente di estrema destra (troverete termini come "Roma", "Svastica", "fascista", perciò i debolini di cuore sono allertati) unito alla follia compositiva schietta e verace del duo (ascoltatevi bene "Filosofia Sacerdotale" per trovarne conferma), il quale erige una cattedrale di livore da rivendicare e rigettare come melma addosso alla società con assoluta belligeranza.
È incredibile come si riesca a volte a cambiare il registro, nell'appena citata "Filosofia Sacerdotale" si passa dalle vibrazioni più turpi a stacchi al limite del sospeso, per ripartire immediatamente con blastati e dissonanze degne dei nuovi Abigor, per un totale di tredici minuti che scoperchiano il lato alienato e allucinato del gruppo, il quale poi si spinge sino a creare una poesia epica e popolare (con alcuni riferimenti agli Enslaved di "Blodhemn") quasi al limite del delicato; se non considerassimo le voci marcescenti e distortissime di "IV. Aere Perenmius (Parte II)". Subito dopo si torna a seminare macerie con un omaggio a uno dei brani più sfrontati realizzati dai War: quella "I Am The Elite" che tanto fermento sdegnato riuscì a generare in certi ambienti metallici e non.
Lasciati alle spalle gli infernali War, si aprono i cancelli della pazzia e dell'alienazione totale (di fatto quasi dividendo in due il cd), tessuto di cui Xyx e Der Heilige sembrano essersi ammantati, per liberare tutti i propri demoni e quindi ci ritroviamo "L'Iperbolico Vertice" che passa da soluzioni Post B.M. ad arpeggi deliranti e di pura dissonanza attorniati da armonizzazioni efficaci che rimandano al titolo scelto per questo lavoro, creando scenari devastanti e devastati, attraverso assalti urbani e tratti di intimità surreale.
Il muro eretto è determinato a sviscerare i lati più ambigui e pessimi della laida faida che spesso viene chiamata "Umanità" occidentale, come si denota dall'introduzione della sbilenca e teatrale "L'Ultimo Sogno", in cui è chiaramente presente un'analogia, un avvicinamento alla canzone di regime cantautoriale nel finale, e dai riflessi quasi melanconici della recitata "Vivo", dotata di lontani echi "post apocalittici".
Rispetto all'esordio la produzione lascia indietro il suono ruvido e tipico dei gruppi Oi, per riabbracciare in toto le propensioni più in linea con il Black Metal, quindi le frequenze utilizzate sono indubbiamente differenti e nette, mostrandoci ancora una volta come A.M.B.S. sappia ben destreggiarsi fra i suoni estremi della nostra epoca "negra", traducendo il tutto in "botte e deliro". I riflessi immessi e gli arrangiamenti sono veramente degni di nota, mentre con i vari ascolti si trovano tutta una serie di sfumature che impreziosiscono i vari brani, le quali confermano i protagonisti di questo progetto come caparbi e sfaccettati, in grado di tessere trame anche inedite, unendo soluzioni violente ed estreme a quel tocco di onnipotenza e sconsolazione tipico di certi stati psicofisici di trance negativista.
"Conclusione" è il breve finale compiuto e perenne di questo monumento debordante vomito e ideali, e si materializza con un riffing epico e dal tono trionfale: come colui che sicuro del proprio operato abbia saputo riversare causticamente dosi pregnanti di risentimento, astio e fedele arroganza nel proprio spaccato quotidiano. Questo è il respiro allucinato de "L'Ultimo Sogno".
Gli A.M.B.S. tengono ancora il bastone fra le mani.
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Gruppo: Aut Mori
Titolo: Pervaja Sleza Oseni
Anno: 2012
Provenienza: Russia
Etichetta: BadMoodMan Music
Contatti: facebook.com/autmoriband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Pervaya Sleza Oseni
2. Moya Pesnya – Tishina
3. Nebo
4. Proschay
5. Moy Vechnyi Dozhd'
6. Zhdi
7. Elegiya Bezmyatezhnosti
8. Na Stsene Osen'...
DURATA: 44:59
Il proliferare di gruppi gothic-doom è privo di soste e quindi nuovo giro, nuova band e nuovo disco, ma la solfa è nota. La BadMoodMan, sotto-etichetta della Solitude Productions, stavolta presenta gli Aut Mori, formazione proveniente da Yaroslavl che incarna in maniera maggiormente diluita e dolciastra il sound empatico-melancolico dei Draconian. A quanto pare il gruppo svedese di Anders Jacobsson piace talmente tanto a questi russi da ricorrere al supporto artistico di due personaggi più o meno coinvolti in quella realtà: il batterista Jerry Torstensson — che insieme a Jonte Andersson ha curato la produzione del debutto "Pervaja Sleza Oseni" presso i Dead Dog Farm Studio — e il violinista Olof Gothlin, musicista presente in qualità di membro temporaneo in "A Rose For The Apocalypse".
Ci sono differenze evidenti mettendo a confronto le due realtà? I russi devono fare i conti con una omogeneità compositiva più netta e distinguibile, inoltre non possiedono una Lisa Johansson; per quanto la voce di Nati Chitadze, a quanto pare ormai ex della situazione, non sia disprezzabile, i suoi interventi angelici che contrastano le linee in growl di Evgeniy Chepur risultano alle volte sin troppo flebili come intensità, piacevolmente eterei sì, ma poco incisivi.
Non voglio mettermi a cercare il pelo nell'uovo, la band ha dato vita a un album talmente gradevole che, pur mettendo in mostra palesemente l'asservimento compositivo nei confronti della figura Draconian, si fa ascoltare in ossequioso, riflessivo, ma compiaciuto stato silente, lasciando dei piacevoli ricordi. In scaletta non troviamo riempitivi e in altrettanto modo viene a mancare un pezzo che ostenti grandezza e sontuosità capaci di ergerlo al di sopra degli altri: è una prestazione colma di buoni episodi, di riff impostati in maniera tale da essere in grado di supportare l'emotività coerentemente grigia della proposta, che dal canto suo fornisce quelle atmosfere care ai fruitori del lato più romantico-decadente del filone gothic-doom.
"Pervaja Sleza Oseni" vuole intrattenervi e se preso a piccole dosi il suo perché lo possiede, quindi perché non tentare di riporre un po' della vostra fiducia negli Aut Mori? In futuro potremo, e dovremo, pretendere di più.
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Gruppo: Il Ballo Delle Castagne
Titolo: Surpassing All The Other Kings
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: BloodRock Records
Contatti: ballodellecastagne.com
Autore: Mourning
Tracklist
1. Tema Di Gilgamesh
2. Il Risveglio
3. Il Viaggio
4. Rorate Coeli
5. Konigin Der Nacht
6. Il Segreto
7. Aquarius Age
8. Fire In The Sky
9. Eoni
10. Apocriphon Of Gilgamesh
DURATA: 39:59
"Il ballo delle castagne" secondo l'accusatore dei Borgia Johannes Burchard (Bucardo di Straburgo) fu:
Un banchetto al quale presero parte cinquanta meretrici oneste, quelle dette cortigiane. Finito di cenare le cortigiane danzarono con i servitori e altre persone che si trovarono lì; da principio vestite, poi nude. Sempre dopo cena vennero posati in terra i candelabri con le candele accese che illuminarono la mensa; dove vennero sparse delle castagne che le meretrici, nude, raccolsero strisciando fra i candelabri sulle mani. Tutto alla presenza e sotto lo sguardo del Papa, del Duca e di sua sorella Lucrezia. Infine furono mostrati mantelli di seta, sandali, berretti e altri doni da assegnare a quanti ebbero il maggior numero di rapporti.
Oggi quel rituale sabbatico è divenuto il nome-icona di una band prog italiana dalle indubbie qualità che — dopo aver pubblicato l'omonimo disco di debutto nel 2009 — ha dato vita a una trilogia composta dal dieci pollici "108", dal secondo lavoro "Kalachakra" e da "Surpassing All The Other Kings", ultimo parto datato 2013. L'album è imperniato sulla figura del sovrano sumero Gilgamesh, divenuto protagonista del poema epico babilonese intitolato "Epopea Di Gilgamesh".
Sul suono progressivo di base, rimembrante in più di un'occasione figure della nostra scena anni Settanta come le Orme e Biglietto Per L'Inferno (questi ultimi a mio avviso riconoscibili nella stupenda esecuzione de "Il Viaggio", adornata dalla voce dell'ex Argine Carolina D'Onofrio), vengono installate di volta in volta atmosfere e varianti che forzatamente portano la mente a chiamare in causa realtà d'Oltremanica come Dead Can Dance e Black Widow; ciò avviene in "Tema Di Gilgamesh" e in "Fire In The Sky". Nel trittico centrale della scaletta la visione sonora assume una forma psichedelica-space, sia "Konigin Der Nacht" (brano nel quale il pianoforte di Davide Bruzzi e il cantato farneticante di Vinz Aquarian infondono un pizzico d'insanità straniante) che "Il Segreto" (in cui spicca l'apporto decisivo delle percussioni) e "Aquarius Age" ne sono testimonianze cristalline.
La mutazione della pelle dei Nostri però è una costante e il viaggio diviene maggiormente esoterico, pur se in parte questo aspetto viene anticipato in "Rorate Coeli", splendidamente intarsiata dal moog suonato da Aquarian; tuttavia è con le conclusive "Eoni", ispirata dalla figura del maestro di Providence H.P. Lovecraft, le cui famose parole sono racchiuse nel racconto "La Città Senza Nome" ("non è morto ciò che in eterno può attendere e col passare di strani Eoni anche la morte può morire"), e "Apocriphon Of Gilgamesh" che prende realmente corpo.
Quella realizzata dal gruppo italiano è un'opera in cui musica e testi si fondono in un ammasso di spiritualità che si propaga tramite una psichedelia incantevolmente scura. Non è sicuramente di facile approccio e se proprio un difetto lo si volesse cercare, più che trovare, lo si potrebbe identificare con il divagare eterogeneo all'interno del mondo musicale, aspetto che in un paio di circostanze potrebbe anche spiazzare. I musicisti in questione sono veramente eclettici e purtroppo non sempre questo risulta essere un vantaggio, la loro composizione necessita di numerosi giri nello stereo per essere pienamente apprezzata e se per l'ascolto venisse adoperata la modalità "usa e getta" odiernamente in voga, si rischierebbe solo di non godere colpevolmente delle sfaccettature che ne contraddistinguono il cammino. L'arte richiede tempo e passione, in pratica il necessario per godere al massimo di un disco come "Surpassing All The Other Kings".
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Gruppo: Folkearth
Titolo: Valhalla Ascendant
Anno: 2012
Provenienza: Internazionale
Etichetta: Stygian Crypt Records
Contatti: facebook.com/Folkearthband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Valhalla Ascendant
2. Solstice Fires
3. No Mercy
4. Winter Enthroned
5. Hrolfr, The Viking
6. Dragon's Blood
7. The Brave
8. Sail In The Wind
9. Carved In Runes
10. The Legend Of Thule
DURATA: 44:35
Sul finire del 2012 i Folkearth hanno rilasciato l'undicesimo disco in otto anni di attività: questi non vogliono proprio sentir ragione di stare fermi! "Valhalla Ascendant", l'ultimo nato, è il classico album che ci si attende da loro e con esso si perpetua la tradizione che ci consegna l'ennesima produzione priva d'infamia, ma non meritevole di eccessiva lode, insomma un altro capitolo discografico fra luci e ombre. Stavolta però c'è qualche luce in più rispetto al recente passato e il gruppo si concentra più sul lato folkloristico, avvalendosi comunque della prestanza sfoderata in "Sons Of The North".
Le formule stilistiche applicate sono note, inutile dilungarsi sul come e perché si muovano costantemente su di un percorso battuto e ribattuto con risultati altalenanti, sono guidati dalla passione e sotto quel punto di vista c'è poco da dire, poiché la si percepisce, si capisce che amano ciò che fanno. A riprova di quanto scritto poco più su sono riscontrabili piacevoli spunti all'interno della traccia che dà il titolo al disco posta in apertura, nella quale spicca particolarmente il solismo che vi fa breccia; "Hrolf, The Viking" importa aria svedese, con gli Amon Amarth citabili in qualità di presenza-influenza; "Dragon's Blood" è emozionante grazie a una Yanina Zelenskaya in buona forma, pur se la cantante è meno incisiva in episodi come "No Mercy" e nell'accoppiata conclusiva composta dall'incantevole acustica "Carved In Runes" e "The Legend Of Thule", pezzo che racchiude in sé l'intero repertorio in possesso dei Folkearth.
Come al solito un po' per la volontà di fare più del necessario, un po' per la non sempre ispirata vena in ambito compositivo, canzoni quali "Winter Enthroned" e "The Brave" sono abbastanza piatte e altre sembrerebbero un po' gettate lì tanto per far numero, si vedano "Solstice Fires" e "Sail In The Wind". Ci ritroviamo poi con una "Valhalla Ascendant" che può prestarsi unicamente come buona compagnia di sottofondo, oltre quello non le si può proprio chiedere.
Neanche a farlo apposta ed è quasi inutile negarselo, le copertine create per l'occasione da Kris Verwimp sono sempre inseribili fra le note maggiormente positive legate al nome Folkearth e questo la dice lunga sul valore di un progetto che potenzialmente avrebbe più volte potuto dare tantissimo, mentre a oggi, dopo undici dischi rilasciati, prosegue stabilmente a navigare in acque calmissime e affini a una tranquillissima, a tratti sin troppo comoda, poco incoraggiante sufficienza.
"Valhalla Ascendant" regalerà un paio di attimi lieti accompagnati da un'atmosfera gradevole a coloro i quali, come il sottoscritto, hanno avuto modo di apprezzare i Folkearth più per la genuinità dell'intento che per il risultato; i restanti invece potranno rivolgere lo sguardo in direzione differente, poiché inoltrarsi in un ascolto che non aggiunge nulla di nuovo e rappresenta ciò che in passato è già stato evitato sarebbe solo una perdita di tempo.
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Gruppo: Sterbus
Titolo: Smash The Sun Alight
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Sterbus/212439165480185
Autore: Mourning
Tracklist
1. Gay Cruise
2. Otorinolaringoiatria
3. You Can't Be Sirius
4. Wooden Spheres + Heartquakes
5. The Amazing Frozen Yogurt
6. Flatworks (Eggs Of Joy)
7. A Sigh Of Relief
8. Black Delivery [live]
DURATA: 34:14
Sterbus è il progetto di Emanuele Sterbini, polistrumentista che abbiamo già incrociato in occasione della sua terza uscita intitolata "Iranian Doom". Il divertimento e la libertà di suonare ciò che piace sono ancora una volta i punti focali che danno vita alle otto tracce presenti nella quarta fatica "Smash The Sun Alight", infatti l'album in questione per dirla alla Bluvertigo è "fuori dal tempo", ben lontano dalla perfezione estetica patinata delle produzioni odierne: è brillante, vivace e un po' come un viaggiatore a zonzo fra le decadi punta ripetutamente a proporre il sound degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta. Si passa dalla follia artistica di Zappa al prog dei King Crimson, all'ispirazione mai celata ricevuta dalla natura punk che guarda avanti dei Cardiacs (la suddetta band viene omaggiata più e più volte dal musicista nostrano), alla natura grunge dei Nirvana e al rock dei Weezer. Tutto è permesso, non c'è nulla che non ci si possa attendere ascoltando canzoni che con eleganza riescono a instaurare con l'ascoltatore un feeling genuino e pop, ovviamente tenendo conto del termine nella migliore delle sue accezioni.
L'aspetto piacevole di "Smash The Sun Alight" è lo stato mentale che si viene a creare, è come se venisse aperto un portone dietro il quale si cela un'ampia zona relax con sensazioni continue che variano fra il sognante e il trasognante, anche quando la prestazione vocale non è poi delle più eccelse, si veda la scanzonata "A Sight Of Relief". Il percorso è fatto di fuzz, psichedelia, ingressi d'organo (in tal senso è doveroso citare la pazzia mutevole che attraversa "Gay Cruise"), onde funky (che imperversano all'interno di "Wooden Spheres + Earthquakes") e schizofrenia esecutiva (di una scatenata "The Amazing Frozen Yogurt"), e quando i ripetuti cambi di stile pare abbiano trovato una loro degna conclusione, ecco che fa il suo ingresso la strumentale "Black Delivery", un bonus offerto gentilmente da Sterbus per l'occasione che rimescola le carte in tavola, sfoderando una prestazione più pesante e metallica.
Se proprio si volesse, qualche difetto lo si potrebbe di certo evidenziare, però nel lavoro svolto da Sterbini trasudano passione ed emozione, è una di quelle prestazioni che lascia il fiume d'idee scorrere così com'è, senza volerne modificarne forzatamente il corso e per questo risulta essere "vera". "Smash The Sun Alight" è buona musica, è l'ennesima riprova che in Italia oltre ad "Amici", parenti, cugini e raccomandati vari fortunatamente c'è davvero molto, ma molto di più.
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Gruppo: Hadron Collyder
Titolo: Pitch Black Attitude
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/hadroncollyder
Autore: Mourning
Tracklist
1. UFO Dictator
2. Holiness Is Offline
3. Viral Propaganda
4. Pitch Black Attitude
5. Revolution 1337
6. Capitalist Theory Breakdown
7. Dead Soul, Dead Path
8. Deranged, Depraved And Disapproved
9. Watershed
10. Oblivion
DURATA: 42:16
Il nome Hadron Collyder non l'avevo mai sentito, non avevo proprio idea di cosa suonassero e quando sono casualmente capitato sulla loro pagina Bandcamp e ho iniziato ad ascoltare "Pitch Black Attitude", l'unico lavoro all'attivo, non avevo nessuna pretesa; ciò ha giocato a mio favore, dato che ho avuto modo di apprezzare l'imperfetta, ma adrenalinica proposta della compagine tedesca.
Il quintetto composto da Kai H. Tubbesing alla voce, Markus Kratz e Lars Rademacher alle chitarre, Fabian Regman al basso e Martin Rusch alla batteria suona un metal particolarmente grooveggiante che attinge da sonorità death'n'roll, thrash e heavy-rock, una miscela identificabile come una sorta d'unione godereccia fra Entombed, Motorhead e qualcosa alla lontana dei Pantera, ai quali potreste aggiungere parecchi altri nomi, penso a signori quali Gorefest e Black Sabbath, ma chissà quanti ve ne potrebbero girare in testa.
Il disco è stato elaborato in modo da non risultare forzato, il trascorrere delle tracce evidenzia quanto il fattore groove sia importante, difatti esse mantengono una muscolarità quasi sempre spiccata e le due canzoni in apertura, "UFO Dictator" e "Holiness Is Offline", insieme a "Watershed" ne sono chiari esempi. La band si concede però anche degli spazi intimi, come avviene sul finire del capitolo posto in coda intitolato "Oblivion", con la canzone che si spegne con una emozionante esecuzione solistica.
Per quanto la formula con la quale i pezzi prendono vita non muti mai più di tanto, "Pitch Black Attitude" riesce a non scendere mai al di sotto di uno standard qualitativo sufficiente: alle volte prevalgono i toni più scuri utilizzati per aumentare il carico atmosferico, come noterete maggiormente all'interno del brano che dà il titolo al disco; altre la capacità di regalare una buona dose di scapocciate, penso a "Revolution 1337"; altre ancora è proprio l'animo rock a farla da padrone, si vedano "Capitalist Theory Breakdown" e "Dead Soul, Dead Path". Ad ogni modo regna sempre una solidità non indifferente, che alla fine della fiera ci consegna una prima prova di tutto rispetto.
I tedeschi sono solo agli inizi e fanno comunque ben sperare per il futuro, quindi se aveste voglia di avere come compagnia un album in grado di dare la carica, perché non provare "Pitch Black Attitude"? Del resto, tentare non costa proprio nulla.
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Gruppo: Infected Flesh
Titolo: Concatenation Of Severe Infections
Anno: 2012
Provenienza: Spagna
Etichetta: Comatose Music
Contatti: facebook.com/fleshinfected
Autore: Mourning
Tracklist
1. Gruesome Supply Chain Of Nailed Human Pieces
2. The Bunch (Congregation Of Deadly Parasites)
3. Concentric Circles Of Disembowelment
4. Erase The Rictus
5. Lithographies Of Recurrent Splatter
6. Phossilized Between The Walls Of A Post-Industrial Ziggurat
7. Impudent Dissection Of The Perfidious Idol
8. Fermentation Of Prosthetic Remains
9. The Pragmatic Tearing
10. Inoculation
11. Aepoxifying Bacterial Capitals
DURATA: 43:18
Gli Infected Flesh sono la classica formazione dal vissuto altalenante, difatti naquero come una vera e propria band che nel 2000 rilasciò il disco d'esordio "Anthropophagical Devourment", successivamente si sciolsero e rimasero inattivi sino al 2006, quando Roger Borrull (voce, chitarra e basso), noto anche come Roger "Infected" e compagno d'avventura di Dave Rotten nei Christ Denied, decise di ridare vita al progetto, prima come one-man band e in seguito come un duo con Seth Van De Loo (Centurian, Severe Torture, Nox ed ex Deicide in sede live) dietro le pelli, e in alcune circostanze anche alla voce, a fargli da spalla. Da quellla ripresa dei lavori a ora sono stati dati alle stampe: il secondo full "The Ascension Of The Abysmal Aberration" e lo split "Supreme Brutal Legion Vol. 3" in condivisione con i macedoni Formless Terror, i tedeschi Stillbirth e i messicani Genocide nel 2008, un altro split in compagnia dei nostrani Antropofagus e Putridity, dei greci Mass Infection e degli argentini Prion uscito nel 2011 ("Split Torso Trauma") e infine il terzo capitolo discografico "Concatenation Of Severe Infections" nel 2012 tramite Comatose Music.
A mio modo di vedere c'è una parola che potrebbe riassumere la proposta del duo: "carneficina". Infatti ascoltandola verrete letteralmente investiti da tracce che — pur soffrendo in maniera evidente di una forma compositiva omogenea — svolgono con chiarezza e la delicatezza di una motosega sparata a pieno regime sulle ossa il compito per il quale sono state partorite, essendo pronte a tritare, macerare, farvi immaginare scenari truculenti e una serie infinita di possibili torture da applicare al malcapitato di turno. La ricetta è semplice: velocità mantenute sostenute con tendenza allo scatenarsi del blastato, riffing distorto a manetta, rallentamenti atmosferici elementari per addensare l'aria, facendola quindi impregnare di malsano, brutalità vocale allo stato puro, passando per vie fognarie, allevamenti suini e tratti growl di stampo horror; inserite poi come valore aggiunto la presenza in ambito vocale di elementi del calibro di Robbert K. (Disavowed), Dennis (Severe Torture), Joost (Cliteater), Roi (Haemophagia), Albert e Jofre (Pesta Porcina) e Regius (Nemesis Aeterna) e otterrete così il quadro completo della situazione. Gli Infected Flesh vogliono mietere vittime!
I più esigenti potranno contestare la validità di un progetto simile, affermando che di questa tipologia di lavori ne sono stati prodotti e se ne produrranno a centinaia e probabilmente è così; del resto non credo proprio che l'intento di Roger sia quello di scervellarsi più di tanto né di complicarsi la vita, andando dietro a chissà quale ricerca stilistica. In sostanza si limita con cristallina sincerità a dichiarare il suo incondizionato amore nei confronti della violenza nuda e cruda, tant'è che puntando anche in maniera assolutamente casuale uno dei brani contenuti in scaletta verrete sempre e comunque serviti a dovere: non vi sono picchi d'eccellenza, ma in altrettanta maniera non v'è presenza di cadute rovinose.
Dove non arriva la parola, affonda la lama e "Concatenation Of Severe Infections" non attende di far altro. Maneggiatelo con cura, potreste farvi male.
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Informazioni
Gruppo: Zeyros' Cults
Titolo: Warning Dreams
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Mother Death Productions
Contatti: facebook.com/Z3YR05
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Ad Versam Hominem
2. Italia Pallida Madre
3. Too Slow To Die
4. Hate Machine
5. Red Scarlet Hatred
6. Il Popolo Sovrano
7. Al Passo
DURATA: 33:05
Prima prova per Zeyros' Cults, progetto laziale guidato dal solo Zeyros, che debutta con una demo intitolata "Warning Dreams", la cui uscita è stata curata dalla Mother Death Productions. L'etichetta nostrana si è già dimostrata meritevole di attenzione in più di una occasione, rilasciando materiale decisamente interessante, fra cui l'esordio dei Black Faith e lo split tra Rohesfleisch e Minas Ithil.
Il compito di spalancare il tormentato cammino di "Warning Dreams" è affidato ad "Ad Versam Hominem" che, dopo una nostalgica introduzione poi ripresa in chiusura da "Al Passo", inizia a farsi strada tra i meandri della nostra mente: una progressione rumorista lugubre e disturbante viene accompagnata da poche note di basso che diventano veicolo di sensazioni subdole e inquietanti, sensazioni che ci calano velocemente nell'universo necessariamente permeato dall'odio di Zeyros. "Italia Pallida Madre", "Hate Machine" e "Red Scarlet Hatred" (al cui interno è da segnalare la partecipazione di Mirg, artista già incrociato sulle nostre pagine come responsabile del progetto Macabre Enslaver) sono episodi sorretti da "zanzarosi" toni lo-fi, dissonanti e antiestetici. L'atmosfera ricreata — in cui potremmo rintracciare richiami ad altre eversive creature come Redemption Curse e Progetto:ChaosGoat 666 — è tremendamente destabilizzante e offre asilo a mute urla di rabbia che agonizzano permeate da una desolata e fiera malinconia. Caratteristiche come la quadrata ed esagitata marzialità dai toni quasi industriali di "Too Slow To Die" e la forza dirompente che fluisce dai solchi di "Il Popolo Sovrano" sono le vere colonne portanti della proposta di Zeyros; qui vengono messe a nudo l'incontenibile potenza e la psicopatica lucidità di un disagio profondissimo, un sentimento che deflagra nella nera e misantropica espressione di una musica davvero estrema.
Amate chi se ne fotte altamente delle etichette e rimane volontariamente al di fuori di qualsiasi circuito artistico che possa essere ritenuto accettabile dalle becere masse popolari? Amate chi non si cura minimamente di velleità come i paletti imposti dai mercati discografici e il giudizio della società? Amate chi crea prodotti atipici assolutamente al di fuori di coordinate prefissate e persegue unicamente le mire dettate dal proprio Spirito? Se la risposta, come mi auguro, fosse positiva, immergetevi completamente nei Sogni e nei Culti di Zeyros: non ne rimarrete delusi!
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Information
Band: Kausalgia
Title: Farewell
Year: 2012
From: Finland
Label: Pest Productions
Contacts: facebook.com/Kausalgia
Author: LordPist
Tracklist
1. Reincarnated
2. The Drug
3. Lupaus
4. Farewell
5. As The Curtain Falls
RUNNING TIME: 26:34
It is not easy for a new band to emerge in the crowded Finnish scene, it often happens that acts aiming at the top just end up being "the poor man's Children Of Bodom", or just another copy of Stratovarius, and so on. However, there are some bands that manage to find their comfortable niche, limited to a certain scope or market, such as Kausalgia (born from the ashes of Hypotermia). As it happened to other bands that signed up with Pest, this EP had already been released in digital format, before the label went on to produce a digipak edition adding the fifth track. The packaging is humble, featuring a quite generic artwork (a little girl wearing a bloodstained dress, coming out of a cabin in the woods) and a photo of the band on the inside.
The band — founded by Markus Heinonen — comes from a mainly melodic black background, also including some doom passages somewhat reminiscent of their fellow countrymen Swallow The Sun. After the opener "Reincarnated", we're hit by a frontal assault with "The Drug", which features really solid riffing and sticks to the head straight away. Heinonen’s scream is notable and works well with the rest of the band. The second two tracks, "Lupaus" and "Farewell", tread on a different path, closer to the projects' more "doomish" face, although we can still hear a few faster moments here and there. The final song — not casually entitled "As The Curtain Falls" — opens with a keyboard intro and then moves towards melodic territories, even though it struggles in finding its way after what we have just listened to.
The EP "Farewell" is basically a good product for those who like melodic black mixed with something else, there are some nice riffs and the band seems to know its trade well. The vocals are notable; I am curious about seeing Kausalgia deal with a longer work, to learn if they're able to keep the listener focused for more than twenty minutes or not.
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Informazioni
Gruppo: Voight Kampff
Titolo: More Human Than Human
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/robotbleugroupe
Autore: Mourning
Tracklist
1. Strange Obsessions
2. Cityscape Horizon
3. Unicorn
4. Emotional Response
5. Dangerous Days
6. I Am The Business
7. In The Name Of God
8. Tannhaüser Gate
9. Fatalist
10. You're So Perfect
11. World War Terminus
12. Prodigal Son
DURATA: 43:44
Voight Kampff: queste parole mi ricordavano qualcosa, ma cosa? Internet aiuta moltissimo quando si ha bisogno di collegare rapidamente un particolare a un film, un libro o un evento storico ed ecco infatti che il mitico "Blade Runner" di Ridley Scott appare come primo risultato della ricerca. Cos'è questo Voight Kampff? "Il test Voight-Kampff è concepito per provocare una reazione emotiva", e veniva utilizzato in quella splendida pellicola basata sul racconto di Philip K. Dick "Do Androids Dream Of Electric Sheep?" per svelare l'identità degli androidi che si mischiavano agli umani, e oggi è divenuto il nome di una band transalpina al debutto con "More Human Than Human", disco che da quella storia e quel mondo di fantascienza trae ispirazione.
Il quintetto bretone musicalmente sembra uscito dal periodo compreso fra il finire degli anni Ottanta e gli inizi della decade successiva, suona un thrash-death tecnico di vecchia scuola nel quale sono palesi le influenze compositive di stelle di prim'ordine quali Nocturnus, Coroner, Death, Pestilence e Watchtower, le cui lezioni sono state più che discretamente assorbite e riproposte all'interno delle dodici tracce da loro proposte. Il riffing di Grino e Virus è vorticoso e d'impatto, molla ogni tanto la presa, aprendo un paio di spiragli all'intrufolarsi di melodie ben assestate come avviene in "Tannhaüser Gate". I due perlopiù preferiscono farci spaccare il collo, mostrandosi determinati in pezzi quali "Dangerous Days", "In The Name Of God" (in puro stile Coroner) e "Fatalist", inoltre anche quando si dedicano all'esibizione solistica non deludono. L'aggressività espressa dai Nostri non la metto in discussione e del resto i francesi non perdono occasione per rimarcarla: grazie al buon operato dietro al microfono di Ramon e alla diligente prestazione in sede ritmica dell'accoppiata basso-batteria composta da Z e Oliv. A tali note positive si aggiunge una produzione che non fa segnalare sbavature particolari, dandoci la possibilità di apprezzarne le qualità esecutive.
"More Human Than Human" è un album che vale la pena godersi con calma e a un volume moderatamente alto: se poi nel corso degli anni foste letteralmente usciti di testa per capolavori come "Mental Vortex", "Human" e "Spheres", allora credo diventi difficile per voi non provare un minimo di naturale attrazione per la musica dei Voight Kampff. Non saranno originali, ma interessanti sì, questo decisamente sì.
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Gruppo: The King's Band
Titolo: Antichrist
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto / Necrotorture Agency
Contatti: facebook.com/thekingsband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Radio Hell
2. Gypsy Night
3. Sex After Night
4. Trip In The Afterlife
5. You Are My Bitch
6. Death Or Glory
DURATA: 24:25
Karlage King e il suo progetto The King's Band rientrano in scena nel 2012 con l'ep "Antichrist": il mini contiene sei brani, tre dei quali sono stati ripescati direttamente dal primo lavoro, rilasciato nello stesso formato, intitolato "The King's Band". I musicisti che accompagnano Karlage in questa seconda uscita sono Matteo Pellegrini (chitarra, piano e cori), Antisocial (basso) e Luca Spinozzi (batteria). L'operazione "shock" portata alla ribalta dalla copertina raffigurante lo stesso King crocifisso in posizione inversa e che ricorda molto lo stile Ozzy è forse scontata, ma in fin dei conti non male, purtroppo lo stesso non si può dire del contenuto musicale racchiuso in questo disco.
Proprio così, i problemi presenti sono molteplici e non basta l'evidente passione riversata nei pezzi e la testardaggine con la quale il leader porta avanti la sua causa a eliminarli. Infatti tralasciando la derivazione da numerose band glam e street ben più note e l'incongruenza delle scelte effettuate in ambito compositivo alle volte decisamente tendenti a cozzare tra loro, ascoltando "Death Or Glory" capirete cosa intendo dire. Ciò che lascia perplessi è proprio la prestazione vocale che risulta poco incisiva in "Trip The Afterlife" e sconclusionata nell'episodio precedentemente tirato in ballo. "Antichrist", pur facendo notare una piccola e complessiva crescita nell'operato svolto dalla formazione, grazie anche a una produzione migliore rispetto a quella del primo ep, e facendo rilevare un paio di spunti che non dispiacciono in "Sex After Night" e "You Are My Bitch", rimane invischiato all'interno del mare di produzioni che lottano per arrivare alla sufficienza.
I The King's Band, ripartendo dai buoni propositi che da sempre spingono avanti il progetto e insistendo con tenacia, potrebbero eliminare un paio dei difetti sin qui mostrati, non sono comunque sicuro che il solo darci dentro basti, ma sì, da qualche parte bisogna pur cominciare no? Rimandati al prossimo giro.
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Gruppo: Rockrace
Titolo: Valkirja
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto / Necrotorture Agency
Contatti: facebook.com/rockraceband
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Beginning
2. Best Love
3. I Hate The World
4. To Love And Hate
5. Too Bad
6. Hole In My Soul
7. Valkirja
8. Uprising
9. Walk On By Myself
10. Wide Hips 69
DURATA: 42:52
I Rockrace sono una realtà nostrana, frizzante e preparata, composta da Rudy Baiocchi (voce), Antonio Gambacorta (chitarra), Tommaso Paolone (basso) e Glauco Di Sabatino (batteria). I teramani sono profondamente innamorati del suono hard rock degli anni Settanta e lo dimostrano distanziandosi volutamente da scelte di produzione che si possano anche solo accostare a quelle tanto in voga odiernamente. Il complesso strumentale è infatti coeso e la chitarra caldamente distorta di Gambacorta ne guida le sorti, sia in chiave ritmica che prendendo possesso della scena con esecuzioni solistiche espressive e spontanee, come quella che va ad adornare la melodica e accattivante "To Love And Hate".
"Valkirja" è un disco in cui regnano la passione e la devozione nei confronti di un passato storico ricollegabile a band quali Whitesnake, Bad Company, Led Zeppelin, Def Leppard, Aerosmith e la lista si potrebbe allungare a dismisura. Certo, potreste interpretare tale modo di omaggiare come una mancanza di personalità che punta su direttive note per non rischiare più di quel che serve a portare a casa una comoda sufficienza; la scaletta invece ci dimostra che per fortuna si è andati un po' oltre la ricerca di quel risultato basilare. I momenti migliori dell'album sono contenuti nella sanguigna "Best Love", nel romantico e accattivante "rockeggiare" disseminato nel D.N.A. di "I Hate The World" e "Too Bad", nel gradevole infierire emotivo della ballata "Hole In My Soul" e nel vigore racchiuso nella traccia che da il titolo all'album. Bastano questi brani per fare in modo che la compagnia dei Rockrace divenga lieta e degna d'ascolto.
Ci sono tuttavia un paio di situazioni in cui qualche piccola pecca, più a livello atmosferico che compositivo, viene a galla: ad esempio, non convince del tutto l'impegno vocale un po' troppo melodico di Rudy in "The Beginning". Il cantante comunque si riscatta alla grande in "I Hate The World" e in "Hole In My Soul", ma quest'ultima traccia, come anche "Walk On By Myself", manca di quell'emozione dominante che l'avrebbe posta in maggior risalto. Sarebbero necessari un paio di piccoli accorgimenti e in certi casi un approccio più sfrontato per fare la differenza, però in futuro si potranno attuare tranquillamente. I Rockrace sono in possesso del potenziale per un eventuale salto di qualità e "Valkirja", seppur con qualche difetto, ne è la prova. Se volete quindi del buon rock ad accompagnarvi durante la giornata, adesso avrete a disposizione un nome in più al quale poter affidare il vostro udito.
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Gruppo: Weaponizer
Titolo: Weapönizer
Anno: 2012
Provenienza: USA, Colorado
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: weaponizer.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Tactical Plague
2. Warbastard
3. Spitfire
4. Human Sewer
5. Black Wings Of Flame
6. Threatener
7. I, Weaponizer
8. Pillars Of Disaster
9. Sodomy & Lust [cover Sodom]
DURATA: 27:02
Io sono cresciuto principalmente con il Death, ma la base l'ho ricevuta dal buon vecchio Thrash. Quello cattivo e rozzo è sempre stato uno dei miei preferiti, non per nulla il mio primo disco di quel genere è stato "Endless Pain" dei Kreator. Il Black invece l'ho vissuto solo come una visione effimera e non me ne sono interessato coscientemente più di quel tanto allora. Oggi mi godo ogni gruppo che mescola i due stili in maniera da lasciar sfogare il pubblico e penso che gli statunitensi Weaponizer adempiano in maniera egregia all'arduo compito.
Il quartetto si dedica con gran fervore al metallo veloce e trascinante, producendo scale che basilarmente richiamano la scuola di Lemmy, Venom, Hellhammer e soprattutto Possessed. La ritmica imperiosa e tagliente sfonda anche i timpani più robusti, il lavoro di batteria è maledettamente pulito e preciso, la voce è un sogno per ogni fanatico di puro odio violento e meschino. Ho una visione: vedo la massa di carne composta di un pubblico privato della propria volontà che si spacca le ossa al suono di "Warbastard"; nasi rotti e fronti squarciate sono il risultato di un pozzo brutale davanti al palco in cui vale solo la regola del "tutti contro tutti". Non finisce qui però, perché ogni feticista che gode vedendo il proprio sangue versato sarà esaltato dalla singolar tenzone nell'arena di "Black Wings Of Flames", che l'obbligherà a combattere secondo la regola per cui "solo il più forte sopravvive". Siete abbastanza robusti per affrontare coraggiosamente questo disco?
Ne sono sicuro: tutti quelli che hanno apprezzato i Vomitor si sentiranno bene con questi americani, anche se lavorano in maniera più pulita dei colleghi australiani. Solo un punto m'infastidisce… nonostante il disco duri nemmeno una mezz'ora scarsa, contiene una cover (lo ammetto: ben riuscita) di quasi cinque minuti. Peccato.
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Gruppo: My Education
Titolo: A Drink For All My Friends
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Golden Antenna
Contatti: facebook.com/myeducationmusic
Autore: Mourning
Tracklist
1. A Drink...
2. ... For All My Friends
3. Mister 1986
4. Black Box
5. Roboter-Hohlenbewohner
6. Happy Village
7. Homunculus
DURATA: 46:56
Il quintetto di Austin che s'identifica con il nome My Education si è ritagliato un piccolo, ma importante spazio all'interno del movimento post-rock strumentale. La creatura che vede Brian Purington e Chris Hackstie alle chitarre, James Alexander alla viola e al programming, Scott Telles al basso e Vincent Durcan dietro le pelli è attiva ormai da oltre una decade, forte della collaborazione quasi fissa con di Henna Chou (violoncello e tastiere) e Sarah Norris (vibrafono), e sul finire del 2012 ha rilasciato il quinto album intitolato "A Drink For All My Friends".
Il suono degli statunitensi è un qualcosa di molto ibrido e, se dovessi attenermi a una ricerca formale delle influenze, potrei citarvi artisti quali Pink Floyd, Alan Parsons, Klaus Schulze, Maserati, Explosions In The Sky, Mono, GY!BE e Tortoise come riferimenti utili per comprenderne l'ascolto. Il punto però è che non m'interessa minimamente a chi possano assomigliare, né tantomeno quanto possa essere paragonabile la loro musica a quella di altri, preferisco invece concentrarmi sull'aspetto cinematografico e di conseguenza sulla capacità di raffigurare distintamente le emozioni al variare costante dell'umore dei brani: sono queste le qualità degne di nota e la vera forza dell'album.
Una volta inserito il cd nel lettore, si necessita di due cose: A) premere il tasto "reset", azzerando il mondo che vi ruota attorno; B) offrire campo libero alle evoluzioni e involuzioni sonore che assumeranno consistenza di passaggio in passaggio e di canzone in canzone. Immaginate di avere una videocamera in mano e di potervi sbizzarrire filmando ciò che vi circonda, utilizzando qualsiasi angolazione, ruotando senza sosta in un fiume d'idee che può scorrere placido e rilassato senza subire scossoni oppure decidere senza preavviso di alterare il proprio corso, diventando vivace e quindi maggiormente rumoroso. Questo è ciò che avviene ascoltando "A Drink..." in accoppiata con la successiva "... For All My Friends", "Roboter-Hohlenbewohner" e "Happy Village" (stupendo l'ingresso del sax a cura dell'ospite David Samartin). Si è inequivocabilmente attorniati da una gamma di sensazioni fluttuanti, avvolgenti, decisamente difformi le une dalle altre, ma che in comunione perfetta con l'andamento altalenante della scaletta, in cui gli sbalzi di suono svelano sfaccettature di psichedelia naturalista ed epicità glaciale-spaziale, garantiscono un vissuto interessantissimo al disco.
"A Drink For All My Friends" è dunque un'opera completa o incompleta? È esclusivamente un insieme di sonorità note combinate ottimamente o l'album che può fare la differenza? È davvero così bello? Dopo vari giri nello stereo mi sono posto queste domande e, seppur non riesca a "gridare" al capolavoro, ritengo che i My Education abbiano sfornato un gioiellino come pochi, davvero pochi, nel genere sono riusciuti a fare negli ultimi anni. Non dovrebbe essere necessario scriverlo, però tanto per non lasciare nulla in sospeso: compratevelo.enire pura manna per le nostre orecchie.
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Gruppo: Mamont
Titolo: Passing Through The Mastery Door
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Ozium Records
Contatti: facebook.com/mamontsweden
Autore: Mourning
Tracklist
1. Mammuten
2. Jag Sår Ett Frö
3. Creatures
4. Blind Man (Part III)
5. Stonehill Universe
6. The Secret Of The Owl
7. Woods
8. Satans Fasoner
DURATA: 42:29
Il 2013 si è ormai lasciato alle spalle la sua prima metà e io vi scrivo di un disco dell'anno passato? Eppure si sa, uno guarda avanti, ma poi si accorge, girandosi un po', che si è perso sempre qualcosa per strada e onestamente non potevo evitare di presentarvi gli svedesi Mamont. Se siete famelici di stoner, e "fuzz" e "space" sono parole che soltanto a sentirle nominare andate in brodo di giuggiole, allora il quartetto proveniente da Nyköping diventerà di sicuro un vostro fedele compagno. I musicisti, dopo aver dato alle stampe un ep omonimo di tre pezzi nel 2011, hanno pubblicato il debutto "Passing Through The Mastery Door".
L'album è di quelli che ti conquistano ed eccitano continuamente, un lavoro che sa di Svezia, con artisti quali Truckfighter e Dozer rintracciabili innegabilmente fra le influenze, ma che gode anche del genuino, affascinante e inossidabile fascino degli anni Settanta emanato dal sound Black Sabbath e Mountain. Inoltre fa un utilizzo a dir poco inebriante della visione psichedelica odierna dei maestri tedeschi Colour Haze, un quadro che solo a raccontarlo ti stordisce e inebria. Calore e dispersione, viaggio e sogno sono sensazioni e situazioni che si vanno incrociando e unificando.
Una volta messi a proprio agio dall'apertura totalmente strumentale affidata a "Mammuten", canzone lenta e fortemente incentrata sull'atmosfera, si viene proiettati attraverso nebulose cosmiche da "Jag Sår Ett Frö", col contributo della voce ossessiva di Karl Adolfsson. Di lì a breve tutto può accadere e quindi come si districheranno i Mamont? Punteranno ancor più sull'effetto "stoner" oppure, visto che con "Creatures" e "Blind Man" la natura settantiana classica viene fuori in maniera prorompente e l'atteggiamento bluesy si mostra con maggior vigore e intensità, successivamente si porranno a metà fra le due immagini paesaggistico-sonore inviate alla nostra mente? Niente di tutto questo, gli scandinavi con "Stonehill Universe" accelerano inaspettatamente il passo, aggiungendo toni desertici spiccati e adrenalina "a go go", aspetti che entrano a far parte della scena in corso, rincarando la volontà di mettere in mostra il lato più duro anche nella sostanziosa "The Secret Of The Owl".
Una volta alzati i giri al motore era comunque prevedibile un attimo di pausa e il secondo pezzo strumentale "Woods" casca come si suol dire a fagiolo, offrendo quel frangente che serve a rilassare e recuperare le energie spese: la sua natura silvestre pretende l'esibizione acustica da parte delle chitarre, con l'armonica a bocca e l'accompagnamento delle percussioni a rendere l'ambiente privo di collegamenti urbani. Come dicevo però è solo una parentesi, alquanto piacevole, che tale rimane, dato che con "Satans Fasoner" il movimento fuzz torna più vivo e pulsante che mai, conducendoci per mano alla conclusione di "Passing Through The Mastery Door".
I Mamont viaggiano su altissimi livelli, questo è lo stoner che da amante del genere ritengo imperdibile, è una di quelle band non solo da prendere in considerazione, bensì da acquistare senza perdersi in domande. Le parole contano poco e una volta che avrete inserito il disco e sarà entrato in circolo, vedrete quanto rapidamente aprirete il portafoglio e collocherete il cd nello scaffale insieme ai vostri ascolti preferiti. Adesso però mi dirigo verso il frigo, prendo un'altra birra e premo nuovamente "play"; se voi non l'aveste ancora fatto, affrettatevi!
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Gruppo: Cosmic Despair
Titolo: Celebration Of The Wake
Anno: 2012
Provenienza: Internazionale
Etichetta: Marche Funebre Productions
Contatti: facebook.com/CosmicDespair
Autore: Mourning
Tracklist
1. Nox Initium
2. Chains Of Frost
3. Infinite Halls
4. Angel Of Desolation
5. Leviathan
6. Poseidon
7. Celebration Of The Wake
8. Sunrise
9. The Unknown Kadath In The Cold Waste [cover Thergothon]
DURATA: 43:36
I Cosmic Despair erano un trio norvegese-polacco composto da Azathoth alla chitarra e alla batteria (già nei Beyond Life, Czarna Rozpacz, Gurthang ed ex Azathoth), Sam alle tastiere (Ecliptic Dawn) e Stormalv a ricoprire il ruolo di bassista-cantante (Ecliptic Dawn, Gurthang, Mortiferia ed ex Dark Side Of The Spoon, Ørkenkjøtt e Thorvi). Nella loro brevissima unione durata all'incirca tre anni rilasciarono uno split con i Guterthang intitolato "Journey To The World Of Nether" nel 2010 e due anni più tardi l'unico disco "Celebration Of The Wake", quello di cui sto per scrivere. Qual era il genere in cui si cimentavano? Funeral Doom. Vi riuscivano? Non erano dei cavalli di razza, ma si può affermare che l'ascolto non dispiace.
I tre quarti d'ora che compongono l'album sono palesemente influenzati dalla natura incorruttibile dei Thergothon, che non a caso vengono omaggiati con la cover di "The Unknown Kadath In The Cold Waste", canzone estratta da quella indiscutibile pietra miliare del settore che porta il nome di "Stream From The Heavens". Abbiamo quindi a che fare con una prestazione che pedissequamente tenta di ripercorrere i sentieri oscuri e funerei di quei grandi maestri, provando in contemporanea a infilarci dentro l'appeal melodico e struggente di un'altra realtà ahimè recentemente scomparsa, parlo dei finnici Colosseum, gruppo scioltosi nel 2011 dopo aver subito la prematura dipartita del cantante Juhani Palomäki e avergli tributato l'ultimo saluto con il rilascio postumo dell'opera finale "Chapter 3: Parasomnia".
Di base il lavoro non possiede grossissime pecche, difatti rispetta le movenze pesanti e allentate, infarcendosi di atmosfera buia e malinconica grazie alla discreta vena melodica delle chitarre e all'altrettanto discreto operato svolto dalle tastiere. Quella che però viene a galla sul lungo corso, dopo aver inserito più volte nel lettore il cd, è una omogeneità quasi collassante che rende l'ascolto lievemente monotono. Pur considerando, come fanno molti, questa caratteristica distintiva dello stile, tuttavia in questa circostanza diviene un fattore penalizzante, anche se non in maniera così grave; le cause sono da ricercare nell'assenza di vere e proprie svolte ritmiche, con il comparto alquanto quadrato e compatto, alle volte anche esageratamente. "Celebration Of The Wake" è un mattone che vi si schianta contro, profondo e scuro, dalla prima traccia "Chains Of Frost" ("Nox Initium" è una sorta d'intro strumentale alla quale si accoppia l'outro "Sunrise", che precede la cover dei Thergothon) sino a quella che prende il nome del disco, verrete così risucchiati in un gorgo che vi trascinerà al proprio interno ruotando con andatura costante.
I Cosmic Despair attirano l'orecchio utilizzando abbastanza efficacemente gli elementi basilari del genere, purtroppo però non potremo sperare nel rilascio di un secondo capitolo o di una qualsiasi altra prova che ci possa fornire ulteriori dati sulla validità del progetto. Il loro album è e rimarrà figlio unico, un figlio che mi sento di consigliare, anche solo per conoscenza, agli sfegatati fruitori di uscite del panorama funereo: non vi cambierà la vita, ma nelle giornate più grigie potrebbe rivelarsi una piacevole compagnia in qualità di colonna sonora.
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Gruppo: My Indifference To Silence
Titolo: Horizon Of My Heaven
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: BadMoodMan Music
Contatti: facebook.com/pages/My-Indifference-to-Silence/171016599605349
Autore: Mourning
Tracklist
1. Decline Of Your Consciousness
2. For You
3. Scream Of Despair
4. Around You
5. Your Easy Death
6. Horizon Of My Heaven
7. Falling Stars
8. I Lost Myself
9. We're All On The Other Side
DURATA: 57:17
Nella vita si cresce, si evolve o involve, si trovano nuove strade o si decide solamente di perseguire la propria via, mutando esclusivamente un paio degli aspetti che la rendono tale. Il discorso vale un po' per tutti e potrebbe essere applicabile alla quasi totalità degli ambiti artistici, di certo la musica non n'è immune. Chissà cos'è passato in testa a Vladimir Andreev, l'artista russo noto ad Aristocrazia in qualità di titolare degli On The Edge Of The NetherRealm e di ex cantante chitarrista dei Revelation Of Rain ha deciso di cambiare nome al suo progetto solista tramutandolo in My Difference To Silence, mantenendo il rapporto con la BadMoodMan Music (costola della sempre attiva Solitude Productions) e ha tirato fuori il debutto "Horizon Of My Heaven". Perché questa scelta? E soprattutto: sarà davvero cambiato qualcosa? Mah...
L'ascolto di questo primo capitolo non rappresenta un vero e proprio rinnovamento, né è reso significativo da una svolta compositiva netta, abbiamo la possibilità di ascoltare un buonissimo album di doom / death nel quale la componente gotica che caratterizzava gli On The Edge Of The NetherRealm è divenuta più rarefatta. Il riffato dal canto suo è più severo, mentre la voce in growl (in alcuni momenti sostituita dal parlato) svolge come sempre il suo dovere, appesantendo l'atmosfera, resa comunque discretamente languida e malinconica da una dovuta dose di melodie decadenti. In "Horizon Of My Heaven" sembra quasi che a governare l'andamento del disco sia la massiccia muscolarità dei brani più che l'aspetto emotivo; ciò non toglie però che le fattezze anni Novanta di gente come My Dying Bride, Anathema e dei nostrani Novembre incidano notevolmente nell'apportare quella sensibilità e quella delicatezza che sono necessarie per spezzare un andamento monolitico e statico altrimenti dannoso.
Non c'è nulla di formalmente sbagliato in quest'album, i pezzi sono piacevoli e scegliere fra una "Decline Of Your Consciousness", "Scream Of Despair" o "My Indifference To Silence" lo reputo inutile, in quanto il livello della composizione è sempre ben superiore alla canonica sufficienza, ma nessuno si dimostra realmente al di sopra degli altri. Inoltre come avvenuto con "Different Realms", l'operato del russo presenta evidenti punti di contatto col lavoro dei Raventale del collega Astaroth Merc intitolato "Mortal Aspirations", Vladimir pare quindi voler continuare a percorrere quella strada, ma non vi so dire dove lo condurrà. Asciugare la propria proposta potrebbe rivelarsi una soluzione azzeccata in quest'occasione, però in futuro potrebbe anche essere nocivo per la salute dei My Difference To Silence, riducendoli allo status di ennesima band che si muove su coordinate prestampate, uno dei tanti gruppi da ascoltare una volta e poi infilare nuovamente in bacheca. Dovremo attendere per capirci davvero qualcosa.
Chi avesse già avuto modo di conoscere la musica di questo artista, prenda in considerazione l'ascolto in quanto difficilmente riceverà una delusione, serve però uno scossone definitivo e chiarificatore delle intenzioni, poiché rimanere imbottigliato nella massa sarebbe realmente un peccato viste le doti in possesso. È quindi doveroso pretendere di più da uno come il signor Andreev, si spera fin dalle prossime uscite.
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Informazioni
Gruppo: Prehistoric Pigs
Titolo: Wormhole Generator
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Moonlight records
Contatti: facebook.com/PrehistoricPigs
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Swirling Rings Of Saturn
2. XXI Century Riots
3. Tafassaset
4. Interstellar Gunrunner
5. Primordial Magma
6. Entelodonts
7. Electric Dunes
DURATA: 55:05
Nelle ere preistoriche, in mezzo a bestie ben diverse da quelle che conosciamo noi oggi, esistevano anche i progenitori degli attuali suini: gli entelodontidi. La paleontologia ci dice che codeste creature sono ormai estinte da milioni di anni, ma sarà vero? Tre musicisti nostrani hanno unito le proprie forze sotto il nome di Prehistoric Pigs e, nell'anno passato, hanno tentato con "Wormhole Generator", loro debutto assoluto, di dimostrarci che la razza sopracitata forse non è scomparsa del tutto.
"Swirling Rings Of Saturn" e "Interstellar Gunrunner" sono prove muscolari ed energiche con un altissimo contenuto di ottani musicali: prove in cui non sarà difficile percepire l'influenza degli imprescindibili Kyuss, ma anche quella di Red Fang e Karma To Burn. Juri (chitarra), Jacopo (basso) e Mattia (batteria) ci avvolgono in un turbinio di note prosciugate e disseccate dall'aria ardente di qualche pianeta desertico disperso nell'universo, avvalendosi anche di digressioni dai toni acidi. In "XXI Century Riots" e "Entelodonts" si giovano altresì di un certo alone Doom che filtra tra le polverose proiezioni di enormi e compressissimi riffoni Stoner. Inutile rimarcare quanto tali apparati sonori rendano soffocante e opprimente l'atmosfera circostante, risucchiando ogni cosa in un infinito vortice di riottoso magma alieno. Chiaramente in un album del genere non potrebbero mai mancare pezzi come "Tefassaset", "Primordial Magma" e "Electric Dunes": escursioni Stoner drappeggiate di psichedelia astrale che agli amanti di queste sonorità non potranno che ricordare felicemente i Nebula.
Concentrati di musica greve ed estraniante, episodi di potente e sfacciata attitudine desertica, viaggi lisergici nelle profondità cosmiche, fughe mentali dilatate e degne dei migliori psiconauti: a "Wormhole Generator" non manca proprio niente! Nemmeno la completa assenza di un apparato vocale può essere considerato come elemento sfavorevole o "mancante", in quanto i Prehistoric Pigs tessono trame lunghe eppure semplici, mai ridondanti o eccessivamente prolisse. Insomma questo debutto non toglierà e non aggiungerà nulla a un panorama musicale che sta vivendo uno stato di grazia che pare inesauribile, però ha tutte le carte in regola per farsi apprezzare senza riserve di alcun genere da tutti coloro che si dilettano ad arare quotidianamente questo campo artistico.
E chissà che, prima o poi, i Maiali Preistorici non facciano ritorno per invadere l'intero globo terracqueo...
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