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Gruppo: Noldor
Titolo: In Woods Of Elfes
Anno: 2013
Provenienza: Germania
Etichetta: Mandarangan Recordings
Contatti: facebook.com/UntrveAmbientSceneInfiltrator
Autore: Bosj
Tracklist
1. Fangorn
2. Elbenzauber
3. Düsterwald 3
4. Sternen Himmel (Elbereth Gilthoniel)
5. Gondolin
6. Ainur
7. Lorien
8. Imladris
9. Düsterwald
10. Korsaren Von Umbar
11. Quendi
12. Unsterbliche Liebe 1
13. The Dark Lord [nuova versione]
DURATA: 34:12
Diverse le curiosità relative alla creatura Noldor: inaugurato dal giovanissimo Tim Meier, classe '93, lo scorso anno, si tratta di un progetto solista (per qualche mese la formazione è stata a due, con un cantante presto dileguatosi) di derivazione tolkieniana che in meno di ventiquattro mesi ha dato alle stampe svariati album, numerosi split, un totale di demo e chi più ne ha ne metta. Tutto rigorosamente "do it yourself" o quasi.
Nonostante ci sia una certa querelle riguardo a cosa effettivamente la musica di Tim Meier proponga (chi dice raw black metal, chi atmospheric black, l'artista stesso sulla sua pagina Facebook si definisce noise), da ciò che si può sentire in "In Woods Of Elfes" e in quei pochi brani presenti su Internet, Noldor è una creatura ambient, e l'Ildjarn di "Hardangervidda" è indubbiamente il primo nome "importante" cui fare riferimento. Punto.
La giovane età di Tim, che da qualche tempo ha preso a definirsi "Untrve Ambient Scene Infiltrator", gioca a suo favore, a parziale discolpa del fatto che questo cd-r sia una mezza schifezza. Tredici tracce che più disomogenee e disorganiche non si può: la prima, "Fangorn", non è altro che uno scalpiccio di piedi su un manto di foglie secche e qualche ruscelletto che scorre qua e là, ed è probabilmente l'unica ad avere un'identità precisa e un qualche richiamo verso il nome che le è stato assegnato. Qualsiasi altro titolo potrebbe benissimo riferirsi a un qualunque diverso brano all'interno del lotto, e il risultato non cambierebbe. Nessun legame unisce la musica al proprio nome, e viene da pensare che l'autore abbia saccheggiato un libro di Tolkien in modo assolutamente acritico e ignorante, niente più.
Via via il patchwork di suoni si arricchisce di cose a caso, con i fields recordings spariti già dopo la prima traccia a favore, appunto, delle melodie sintetiche di estrazione Ildiarn-iana, che — se potrebbero non essere del tutto da buttare — hanno tuttavia serissimi problemi a trovare una loro effettiva dimensione: i pezzi iniziano e finiscono in maniera del tutto insensata, alle volte tagliando a metà in maniera ridicola un loop in piena esecuzione. Proseguendo, è il pianoforte, sempre campionato, a farla da padrone ("Düsterwald"), ma di nuovo, a un certo punto, il brano si interrompe e il successivo inizia in medias res, senza apparente ragione e senza alcuna continuità.
Insomma, se il giovane Meier vuole davvero consegnare ai posteri un'opera musicale di un qualche spessore, forse è il caso che si fermi, razionalizzi il proprio operato e, anziché pubblicare ottocentoquarantasette album di dubbia qualità, si concentri su qualcosa e ci lavori in modo serio. Allo stato attuale, il contenuto, magari (forse, chissà) salvabile è oltremodo viziato da una forma del tutto sconnessa, per non dire proprio sbagliata. O almeno che impari come si usano gli effetti di fade, per far finire un brano in maniera civile, e qualche rudimento di inglese per evitare strafalcioni come il titolo di questo stesso album.
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Gruppo: Nemesis Irae
Titolo: Eradikate Kampaign
Anno: 2013
Provenienza: Belgio
Etichetta: Mortis Humanae Productions
Contatti: facebook.com/pages/Nemesis-IRAE/269631399773032
Autore: Mourning
Tracklist
1. Karnage
2. New Beginning
3. Christ Anthem
4. Total Agony
5. 666 Reich
6. Asmodeus
7. Vortex
8. Putrid Lust
DURATA: 33:24
Nemesis Irae. Probabilmente coloro i quali seguono l'underground black da tempo leggendo questo nome e scavando un po' nella loro memoria potrebbero ricordare questa band belga dal vissuto travagliato. Già, travagliato sembra essere il termine giusto per identificare l'attività intrapresa nell'ormai lontano 1996 che li aveva visti debuttare solo sette anni più tardi con "Opening Insane" e che aveva subito uno stop improvviso, facendone trascorrere altrettanti prima prima che venisse pubblicato il secondo lavoro, "Blasphemy - Desecration - Satanic Supremacy - Misanthropy".
Dopo quell'uscita una semi-rivoluzione colpisce la formazione nel 2011, cambiano ben tre elementi e a oggi, a meno che non vi siano state ulteriori modifiche, sembra essere così composta: Dark Bastard alla voce, Lord Natrak e Grabak alle chitarre, Humungus al basso e Kriss dietro le pelli. È questo il quintetto che nel 2013 ha dato vita ai nuovi lavori, parlo del disco "Eradikate Kampaign" e dello split "Brotherhood For Blasphemy", nel quale condividono il loro tempo con Dark Managarm e Goat Perversor, ed è del primo dei due lavori che sto per scrivere.
La creatura in questione è di quelle che lascia poco spazio alla fantasia: black pestato, veloce, dai tratti melodici, che si tinge più e più volte di venature death metal e thrash. Non vi sono voli pindarici ed esplosioni avanguardistiche, ma tanti muscoli e rabbia ad alimentare le sorti e il sound degli otto pezzi in scaletta, ottenendo come risultato una prestazione massiccia e ruvida quanto basta, magari un po' statica in alcune occasioni, tuttavia capace di offrire quell'impatto e quella cattiveria necessari per farsi ascoltare con pezzi come "Christ Anthem", "Total Agony" e le conclusive "Vortex" e "Putrid Lust".
La produzione di "Eradikate Kampaign" è corposa, piena, lievemente caotica e se da un lato questa garantisce ai brani un ulteriore supporto per ciò che riguarda il "battere ferro", dall'altro, come spesso avviene, finisce per mortificare il ruolo del basso che in più di una circostanza viene ingurgitato. Quest'ultimo si fa comunque apprezzare nei momenti in cui trova spazio, aumentando il rammarico nel sentirlo tenuto in così poca considerazione.
I Nemesis Irae sono quindi ripartiti, riusciranno adesso a non fermarsi? Augurando loro che non avvengano altri stop, li consiglio soprattutto agli amanti delle prove schiette e dirette.
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Gruppo: Nic Polimeno
Titolo: The Gioconda Smile
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Tanzan Music
Contatti: facebook.com/niccolopolimenomusic
Autore: Mourning
Tracklist
1. Angel Eyes
2. Alive Again
3. High And Dry
4. Kokopo
5. Remember The Days
6. The Gioconda Shuffle
7. Painting The Fall
8. 08 21
9. Stop Your Love
10. I Want You
DURATA: 45:41
Nic Polimeno è un giovane cantante e chitarrista milanese entrato a far parte della scuderia Tanzan, etichetta con la quale ha da poco rilasciato il suo primo album, intitolato "The Gioconda Smile". In questa sua avventura è stato attorniato da artisti d'indubbio valore quali Marco Tansini (chitarra e produzione del lavoro), Danilo Mazzone (tastiere), Andrea Caggiari (basso), Riccardo Belletta (batteria) e Amanda Tosoni (cori); a questi si è aggiunto il supporto in qualità di coautori del cantante inglese Nigel Bailey ("Angel Eyes", "High And Dry" e "Remember The Days") e dell'infaticabile Mario Percudani ("Alive Again" e "Painting The Fall").
Il disco è quanto di più genuino e istintivo ci si possa attendere da un musicista bravo e a tratti ingenuo come Polimeno. Con ingenuo, termine che qui uso nella sua accezione positiva, intendo dire che nelle sue composizioni non si notano artifici né una ricerca costante dell'effetto che colpisca; anzi, alle volte risultano essenziali e talmente candide da evidenziare una purezza compositiva di fondo. Ascoltando canzoni come quella di apertura ("Angel Eyes") o "Painting The Fall" potrete venire a contatto con questa natura ancora incontaminata, capace di far convivere emozioni blues intense, tratti jazz e brevi ma affascinanti parentesi rock e pop.
Le canzoni sono frequentemente velate di malinconia, hanno un tocco leggero e lasciano volutamente spazio alla parte strumentale, come avviene in episodi quali "Kokopo" (la composizione, integralmente strumentale, è resa particolarmente libera dal bel raccordo stilistico fra la chitarra di Polimeno e le tastiere di Mazzone), "The Gioconda Shuffle" e la cover di "I Want You (She's So Heavy)" dei Beatles. Non per questo, però, la scaletta si esime dal presentarci situazioni più briose e prettamente rock, regalandoci una gradevolissima "High And Dry"; se invece voleste scegliere un singolo per la vostra compilation fatta di pezzi decisamente orecchiabili, una "Stop Your Love" farebbe di certo al caso vostro.
"The Gioconda Smile" è un traguardo tagliato senza indecisione, un'opera spensierata e scacciapensieri contenente buonissima musica pronta ad allietare le vostre giornate. Fare la conoscenza di Nic Polimeno è semplice, basta un semplice tocco sul tasto "play", il resto verrà da sé.
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Gruppo: Nocturnal Pestilence
Titolo: Evangelium Aeternum
Anno: 2013
Provenienza: Repubblica Ceca
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Nocturnal-Pestilence/116946734999963
Autore: Mourning
Tracklist
1. Melancholia
2. Waiting
3. Rising
4. Unleashed
5. Victory Of Splendour
6. Evangelium Aeternum
DURATA: 45:53
I cechi Nocturnal Pestilence hanno impiegato un po' di tempo a carburare, difatti pur avendo pronto il debutto "Evangelium Aeternum" lo stavano facendo girare in rete sin dal 2012, attendendo di stamparlo in formato fisico, mossa messa in atto nel 2013. Le sei tracce dell'album sono state racchiuse in un semplice e funzionale digipak in cui dominano le tonalità grigio scure, intagliate da sprazzi di bianco.
Musicalmente la band si cimenta in un black / gothic sinfonico nel quale la seconda componente è massiccia, sono infatti le melodie, la voce femminile sia in scream che pulita (è la sola Alena a ricoprire il ruolo di cantante) e le tastiere a estendere l'atmosfera, diffondendo sensazioni che alternano toni drammatici ad altri epici, mentre le basi ritmiche sono discretamente varie. Sul lungo andare però i praghesi pagano pegno per colpa di una composizione che in più di una circostanza risulta essere sin troppo "allungata", perdendo parte del suo fascino.
"Evangelium Aeternum" è una prima prova e ci sono ancora ingranaggi da oliare: se da un lato abbiamo pezzi come "Melancholia", "Waiting", "Unleashed" e la titletrack che possono dire da loro (quest'ultima però necessiterebbe di essere accorciata); dall'altro ci sarebbe inoltre da considerare una produzione non perfetta, che talvolta pare inghiottire la voce, aspetto che si nota soprattutto nei frangenti in cui compare quella pulita.
La piattaforma sulla quale elaborare le idee per il successore di "Evangelium Aeternum" è stata fissata, i Nocturnal Pestilence adesso devono lavorare sodo, così facendo potrebbero dire la loro in un ambito in cui è facile perdersi in un bicchier d'acqua, rifilando album pacchiani e scontati all'inverosimile. Non rimane quindi che attenderne la maturazione e sperare di cogliere dei buoni ascolti.
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Gruppo: Nahar
Titolo: The Strange Inconvenience
Anno: 2013
Provenienza: Saint-Héand, Rhône-Alpes, Francia
Etichetta: Avantgarde Music / Sad Sun Music
Contatti: Shadaar.Nahar[at]ifrance.com
Autore: Bosj
Tracklist
1. Grey Concrete... Comfort
2. A Purifying Négativity
3. D-M-T
4. Pessimist?
5. An Atavistic Manner
6. Eléctric Équinox
DURATA: 47:19
Prendere i lunghi e grevi downtempo degli ormai abusati Deathspell Omega, aggiungere una robusta dose di chitarre putrescenti, dilatare in forma sludge, mescolare il tutto e lasciar cuocere almeno otto minuti a brano: in quarantasette minuti, "The Strange Innocence" sarà pronto da servire a tutto volume al vicinato.
I Nahar ("fiume" in lingua ebraica), in attività da quasi quindici anni, solo da poche settimane hanno raggiunto il traguardo del secondo album: a pubblicarli ci ha pensato di nuovo la nostrana e attivissima Avantgarde Music, che ancora una volta è andata a pescare nel sottobosco d'oltralpe una realtà peculiare e interessante. Quattro anni dopo il debutto "La Fascination Du Pire", "The Strange Inconvenience" prosegue la formula definita dal gruppo stesso "free form sludge and black psychedelism": descrizione magari un po' altisonante, ma, per una volta, piuttosto azzeccata per definire ciò che gli ignoti artisti Shaddar.V.H (strumenti) e Sorghal (voce) hanno confezionato all''interno dell'album. Sei brani, di cui quattro lunghi oltre i sette minuti e due interludi strumentali più brevi, formano un'interessante commistione di stili, i cui capisaldi sono appunto il black "pensato" di scuola transalpina e lo sludge più funereo e marcescente. In alcuni momenti si sfiora ben più che il citazionismo, arrivando ai limiti del plagio ("D-M-T" sembra una campionatura di "First Prayer" dei già citati Deathspell Omega), ma fortunatamente i Nahar sanno quando fermarsi e come riuscire a non eccedere: questo loro aspetto riesce a non essere mai controproducente, anzi, contribuisce a creare quel giusto senso di cesura tra le due diverse anime del disco e del gruppo.
I testi, tutti in inglese e con qualche strafalcione grammaticale, sono come è lecito aspettarsi decadenti e sprezzanti delle bellezze dell'esistenza, confondendosi nel cantato roco e disturbante di Sorghal in un'orgia di folli allucinazioni ("Grey Concrete..."), sbornie ("Pessimist?"), percezioni alterate ("A Purifying...") e misantropia ("An Atatvistic Manner"). La stessa copertina presente sul digisleeve è estremamente minimalista e criptica: una semplice trama di righe disegnate a china nera, in forma libera e sinuosa, senza inizio né fine né probabilmente un significato preciso. Ancora, all'interno della confezione non è presente alcuna indicazione circa tempi, modi e luoghi di registrazione, né tantomeno informazioni relative alla band: per scoprire che si tratta di un duo, infatti, è stato necessario operare ricerche online.
"The Strange Inconvenience", in fin dei conti, è proprio quello che si propone di rappresentare: uno strano disagio alle orecchie dell'ascoltatore, una forma liquida e inquieta che si muove agilmente tra due correnti di riferimento, ma che non assume caratteristiche precise, lasciando aperte molte strade.
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Gruppo: No Sun In San Francisco
Titolo: Principles And Particles
Anno: 2013
Provenienza: Losanna, Svizzera
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/nosuninsanfrancisco
Autore: Bosj
Tracklist
1. Stranglehole
2. Northern State Activity
3. Slow Burn
4. They Thought It Could Tame The Horsewill
5. The Great Failure
6. Mind The Axe, Care For Them
7. They Looked At Each Other Knowing JF Would Defeat Them All
8. Omega Void
9. Swelling Shores
DURATA: 54:26
Sempre pronti a dare un po' di visibilità a gruppi emergenti, ma stavolta la situazione è ardua. Il postino un bel giorno consegna un pacchettino, dentro il quale c'è una custodia di carta, di quelle bianche con il fronte trasparente, su cui è scritto a mano "No Sun In San Francisco", e il disco al suo interno, tutto colorato di giallo e nero, non riporta alcuna dicitura; questo è quanto. Scopro così che, senza preavviso alcuno, mi ritrovo in mano "Principles And Particles", debutto della formazione elvetica No Sun In San Francisco, appunto.
Al di là delle questioni relative al modo "disinformato" di promuovere una band tanto comune oggigiorno (che cazzo, dev'essere il recensore a dover scoprire cosa gli viene inviato? Facile poi lamentarsi di recensioni poco pertinenti...), veniamo al dunque: i cinque ragazzi francofoni navigano in quel mare post-math-hc / sludge / roba-di-quel-tipo sulla scia dei "soliti" Converge, Isis, Cult Of Luna e simili, e la band stessa nel novero delle proprie ispirazioni principali include anche gli aquitani Gojira e i "noisecorer" della Grande Mela Unsane.
Per essere un debutto, la qualità messa in campo dai cinque è più che apprezzabile: il disco è ben scritto, ben suonato e ben registrato in tutta la sua ora scarsa di durata, e nonostante la lunghezza, riesce a non scadere mai nella noia grazie ad un buon numero di soluzioni diverse tra loro. Su tutte, ovviamente, c'è la contrapposizione tra i momenti più concitati e in tempi dispari, in cui le due chitarre fanno un casino inimmaginabile seguendo spartiti marziani, e i classici momenti strumentali e atmosferici in down-tempo, magari con qualche riverbero ad amplificare le sensazioni di spazio e di vuoto.
Viste le premesse, è quindi più che ovvio aspettarsi brani dalla durata mediamente elevata: dei nove pezzi, solo tre sono sotto i quattro minuti, e uno in particolare è pressoché un interludio ("They Thought It Could Tame The Horsewill"). Tutti gli altri, tra i sette e i dieci minuti, svolgono al meglio il loro compito: la durata è infatti funzionale ai cambi di tempo, agli intrecci strutturali, ai mutamenti repentini e naturali che ciascun pezzo porta con sé.
Non mi è dato sapere, vista la scarsità di informazioni con cui il disco mi è arrivato, quale sia il contenuto testuale di "Principles And Particles", ma è indubbio che musicalmente parlando il gruppo possieda già una comprovata maturità. Certo, parlare di personalità e di carattere per il momento è prematuro, poiché il lavoro soffre ancora parecchio di una debenza smisurata nei confronti dei nomi di riferimento di cui sopra; il debutto dei No Sun In San Francisco per il momento è un seme piantato in un terreno fertile, adatto agli amanti del genere e a chi bazzica anche saltuariamente determinati luoghi sonori.
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Gruppo: Nukore
Titolo: Broke Hip? Hop On!
Anno: 2012
Provenienza: Spagna
Etichetta: Noisehead Records
Contatti: facebook.com/Nukore
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro
2. Sad Reward
3. Greedy Swine
4. Deadly Sins
5. Interlude 1
6. Rise Up
7. A. I. T. D
8. Love Song
9. Spechees Interlude
10. Insane
11. Genius In A Bottle
12. Sweet Nightmare
13. Interlude 2
14. Turn It Off
15. Don'T Waste My Time
16. Outro
DURATA: 42:02
Sono rimasto a dir poco perplesso dopo aver ascoltato il secondo album degli spagnoli Nukore: premetto che ho amato diverse band del movimento nu-metal e apprezzato le contaminazioni del mondo rap all'interno di quello metal in varie circostanze, ma l'unica cosa che ho è pensato dopo che "Broken Hip? Hop On" aveva terminato il suo corso è stata: e quindi?
Il disco suona "datato", ok, i riferimenti a gente come i Limp Bizkit (guardate la cover e fate un po' voi), Hed PE, Rage Against The Machine, Korn, P.O.D., Cypress Hill e via dicendo ci stanno, il punto è che questi nomi influenti, almeno quelli rimasti "artisticamente" in vita, si sono evoluti provando percorsi alternativi e puntando a una crescita della propria identità; nel caso dei musicisti baschi invece siamo di fronte a un lavoro scontato, nel quale "Intro", "Outro" e i due "Interlude" servono solo ad aumentare il minutaggio. Le canzoni dal canto loro, pur non essendo neanche malvagie, lasciano un segno appena percettibile, penso a episodi come la quantomeno accattivante "Greedy Swine", a "Rise Up" che ha un suo perché (magari inserita in un contesto da colonna sonora) alla quale segue la più aggressiva "A.I.T.D.". Mi tocca comunque accantonare l'inutile ed esasperata estremizzazione di "Love Song" (che sa di Slipknot in versione scadente), si presenta invece in maniera migliore la più varia "Sweet Nightmare", anche se la prova del cantante Aitor non è quasi mai convincente. Non c'è proprio nulla da fare, la sensazione di polveroso e stantio rimane costante, per non dire perenne.
Il disco ad ogni modo è ben prodotto, le idee per quanto arcinote troveranno l'ascoltatore ideale magari in qualche appassionato, per non dire "infognato", del genere o in coloro che vivono per operazioni nostalgia di questo tipo. Parlo di quelli che negli Anni Novanta giravano col cappellino infilato in testa al contrario, facevano le piroette con lo skate e si trovavano a proprio agio solo all'interno di uno scenario che fa tanto, oppure troppo, U.S.A. Loro sì che potrebbero tenere in considerazione "Broken Hip? Hop On!" I restanti? Beh, potranno tranquillamente saltarlo a piè pari, dedicandosi al giardinaggio, alla raccolta del miele o a qualsiasi altra attività ritengano di maggior interesse. I Nukore? Sono per pochi, sì, veramente per pochi.
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Gruppo: Necrodeath
Titolo: Hellive
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Scarlet Records
Contatti:
Autore: ticino1
DVD: Codice 0, PAL, italiano con sottotitoli inglesi
Tracklist
1. Idiosyncrasy (Part 1)
2. Forever Slaves
3. Necrosadist
4. Burn And Deny
5. Final War
6. Propitiation Of The Gods
7. Draculea
8. At The Mountains Of Madness
9. Hate And Scorn
10. Queen Of Desire
11. The Theory
12. The Flag Of The Inverted Cross
13. Victim Of Necromancy
14. Mater Tenebrarum
15. United Forces [cover S.O.D.]
16. Countess Bathory [cover Venom]
DURATA: 65:00
C'ERO ANCH'IO! Soggettivamente sono questi i momenti in cui vale la pena dare un'occhiata ravvicinata a un DVD live. Che argomenti posso fornire per motivare chi non fosse stato presente l'anno scorso a Milano o a Catania? I Necrodeath sono uno dei gruppi che hanno mantenuto alto il nome della musica dura italiana nel Mondo Metallico degli Anni Ottanta. Gli ospiti d'eccezione presentati sono la ciliegina sulla torta per i più esigenti fra voi. Vi ricorderete forse il mio articolo riguardo l' Into The Macabre Fest...
La confezione del DVD è sobria. Si tratta di un digipak che pone l'attenzione dell'utente sul contenuto del disco. Guardando il film noterete che effettivamente un libercolo sarebbe stato superfluo. I protagonisti hanno preferito commentare gli avvenimenti nel quadro d'interviste informative. Inseriamo il disco nel lettore... il menu è semplice, contiene le sequenze di concerto e tre bonus che vi vizieranno: "Burn And Deny" suonata al Sun Valley Festival, il videoclip studio di "Graveyard Of The Innocent" e infine una raccolta d'immagini girate durante la tournée con i Marduk musicata con la mitica "Forever Slaves".
Mi riallaccio alle parole iniziali di Flegias, quando affermo che questa testimonianza visuale unisce l'Italia del sud e del nord. Sono certo che i "fortunelli" catanesi presenti il 15 settembre 2012 di fronte al palco avranno ancora un'immagine viva del concerto davanti agli occhi e non invidieranno nulla a coloro che, come me, hanno partecipato al festival la primavera precedente a Milano. Giusto, penso che dovrò parlare un po' anche di quella serata... non voglio togliervi il piacere di gustarvi questo film, dunque mi limiterò ad accennare all'ottima atmosfera, alla bella conduzione della telecamera e ai tanti ospiti storici come gli ex membri del gruppo, Bulldozer oppure gli svizzeri Excruciation.
Chi di voi vuole un DVD live rielaborato tanto da togliere ogni fascino, eliminando tutte le sensazioni che vi fanno sentire in mezzo al pubblico? Non temete: i nostri eroi hanno mantenuto genuino ogni secondo suonato e dimostrano la loro vena perfezionista con un vero amore per il dettaglio. Quest'attitudine ha portato a una pellicola curata che non ha solo un valore musicale, copre la discografia dei genovesi, ma anche documentaristico, perché racconta a grandi linee la storia del metal estremo italiano. Mi piace particolarmente il modo in cui è stata catturata l'atmosfera presente nei momenti delle serate. A Catania è stata impiegata una sola camera fissa, tuttavia non per questo il piacere visivo ne risente, mentre a Milano ben tre, due statiche e una mobile. La qualità sonora è sempre buona. Percepirete tutta l'energia dei ragazzi di Peso che non si mostrano, come tanti altri, dal lato "esaltato di guerra in tempo di pace perché c'è una telecamera", ma naturali come potreste incontrarli ogni sera in scena.
100% reale, 100% Necrodeath!
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Gruppo: Night Demon
Titolo: Night Demon
Anno: 2013
Provenienza: California, U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: nightdemon.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Night Demon
2. The Chalice
3. Ancient Evil
4. Ritual
DURATA: 13:57
Dalla soleggiata California ci si aspetterebbe un poco di tutto, ma forse non proprio del metallo pesante, classico e per giunta di stampo inglese. Raven e Jaguar sono due nomi che mi saltano in mente al primo ascolto. Il trio nato nel 2011 è formato da musicisti che, fidandosi delle informazioni fornite dal Web 2.0, hanno già militato in formazioni thrash e questo è il primo vagito dei Night Demon.
Capirò la confusione che invaderà alcuni di voi lettori ascoltando per la prima volta questo EP destinato ad apparire prossimamente anche in forma fisica. Le scale impiegate e lo stile di canto sono molto europei; in particolare la voce ricorda (i cattivi diranno "copia le note") in alcuni frangenti la scuola Bruce Dickinson. Piacevole è la varietà di ritmi impiegati; godremo seguendo la sostenuta "Night Demon" e muoveremo il capo cantando il ritornello accattivante di "Ancient Evil", che ha oltretutto un autentico potenziale commerciale. Questa è la colonna sonora per le feste in compagnia con un tocco vintage. Mi ripeterò dicendo: stappatevi una birra e fatte casino!
Che cosa aggiungere? Chi di voi avesse già una considerevole discografia Heavy classica e non fosse dunque interessato all'onda di revival attuale, potrà rischiare un ascolto, chissà che non si entusiasmi.
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Gruppo: Nimh & Antikatechon
Titolo: Out Hunting For Teeth
Anno: 2013
Provenienza: 2013
Etichetta: Rage In Eden
Contatti: oltreilsuono.com/nimh/index.htm - facebook.com/pages/Antikatechon/169442316495747
Autore: Istrice
Tracklist
1. Out Hunting For Teeth
2. Those Specs Of Dust
3. You Will Not Escape
4. All Will Fall
5. Sleep Overcomes Them
DURATA: 47:50
Nimh e Antikatechon sono due interessanti realtà del panorama dark ambient italiano. Nimh (Giuseppe Verticchio), romano di origine e thailandese di adozione, sicuramente gode di una maggiore notorietà, calcando le scene da ormai oltre un decennio, durante il quale ha largamente esplorato panorami sonori di diverso tipo, spesso contaminando la sua musica con sonorità e strumenti etnici provenienti dall'estremo oriente. Antikatechon (Davide Del Col) è invece sulle scene da meno tempo, ma il suo nome è già emerso grazie alle due pregevoli produzioni precedenti, la cui dark ambient cupa, inquietante e a tratti quasi religiosamente rituale ha fin da subito ricevuto ottimi riscontri da pubblico e critica. Il risultato della collaborazione non tradisce le prerogative fondamentali dei due paradigmi musicali, che anzi si sposano meravigliosamente fra loro, dando vita a un disco di grande spessore.
L'atmosfera è spettrale, "Out Hunting For Teeth" accoglie l'ascoltatore con un crescendo di distorsioni, un tunnel infinito di frequenze elettroniche il cui loop ossessivo si arricchisce costantemente di nuovi elementi, sample vocali sembrano emergere dal tessuto sonoro che si fa sempre più fastidioso. "Those Specs Of Dust" conduce a lidi maggiormente intellegibili e le reminiscenze industriali della prima metà del brano si diradano, lasciando spazio a una melodia appena accennata da un qualche tipo di strumento a corde. "You Will Not Escape", titolo quanto mai appropriato, è un brano all'apparenza più lineare, un unico flusso sonoro che si modifica e acquista nuove sfumature senza soluzione di continuità, accompagnato da una ripetitiva sezione ritmica a tratti appena percettibile. "All Will Fall" riconduce ad atmosfere più affini alla sensibilità di Antekatechon, gotiche e decadenti, con protagonista un motivo armonico dettato da un organo che progressivamente vede distorcere il proprio suono fino alla ritrovata quiete finale. Chiude l'album "Sleep Overcomes Them", brano in cui tutta la passione per la musica rituale del duo emerge con maggior forza, le atmosfere son più rarefatte, i riverberi danno un maggiore respiro alla composizione, mentre una voce sussurra formule incomprensibili. La tenue linea melodica e le percussioni che accompagnano l'ascoltatore alla conclusione mettono ancor più in evidenza la varietà di soluzioni in possesso dei due.
Che siate o meno appassionati di un genere comunque criptico come quello di cui si occupano i signori in questione, la spiritualità e la profondità di "Out Hunting For Teeth" non vi lasceranno indifferenti.
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Gruppo: Naga
Titolo: Naga
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: nagadoom.bandcamp.com - facebook.com/nagadoom
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. The Path
2. Vitriol
DURATA: 22:50
Naga potrebbe risultare un nome nuovo all'interno della scena italica, ma, in realtà, non è altro che la recente reincarnazione dei furono Kill The Easter Rabbit, trio napoletano che nel 2010 si era già fatto notare con l'esordio sulla lunga distanza intitolato "Apokatastasis". Forti dell'esperienza passata, i musicisti danno alla luce il primo parto firmato Naga, un EP autotitolato di due tracce che, sebbene di durata ridotta a una ventina di minuti circa, mostra già lucidamente la via intrapresa.
"The Path" apre fin da subito la partita in maniera opprimente, ruvida e stordente con chitarre molto "grosse" e intrise di quella rabbia strisciante tipica delle migliori creature Sludge/Doom come EyeHateGod, Noothgrush, Soilent Green, Cavity e via discorrendo. Il sentiero citato dal titolo è evidentemente quello della misantropia incondizionata e deflagrante: i suoni emessi dagli strumenti e dalla voce sono corrosivi e macilenti, impregnati di una forza generata dall'odio e dal rigurgito nei confronti della realtà circostante e generano un turbinio di sensazioni subdolamente distruttive che gli amanti di tali proposte conoscono (e apprezzano) a menadito. "Vitriol" (nomen omen) si presenta come una colata caustica di un concentrato a base di riff neri e impastati, macigni di Doom fangoso che non disdegnano brevi visite a quella valle oscura e demoniaca di cui gli Electric Wizard sono gli indiscussi signori e padroni.
I Naga ci riversano addosso tanta, tantissima insofferenza frustrata: ciò che la loro espressione artistica ci propone è una visione del mondo cinica e disgustata/disgustosa, una visione che mette a nudo, condanna e aborre ogni singolo atomo da cui è composto l'universo, una volontà disagiata e internamente furente che si palesa a noi senza alcun limite di sorta. Certo, poco più di venti minuti di musica sono relativamente pochi e difficilmente permettono di poter giudicare in maniera approfondita, ma in casi come questo due pezzi e meno di mezz'ora di tempo possono essere più che sufficienti.
I ragazzi, tenendo anche conto di ciò che già avevano dimostrato negli anni passati, ci inviano un segnale ben preciso: le pareti della vostra anima sono già annerite e segnate dall'ascolto dei celebri nomi prima citati? Quando aprite le finestre di casa al mattino e pensate al brulichio che c'è là fuori, vi sentite pervasi dalla nausea e dalla rabbia sorda che scaturisce dalla consapevolezza di vivere in un mondo di merda? I Naga son pane per i vostri denti e, in attesa di avere a che fare con un loro intero album, potrete sempre solleticare il vostro odio con la (seppure breve) compagnia di chi, come voi, non attende altro che l'estinzione umana.
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Informazioni
Gruppo: Nervochaos
Titolo: To The Death
Anno: 2013
Provenienza: Brasile
Etichetta: Cogumelo Records/Greyhaze Records
Contatti: facebook.com/NervoChaos
Autore: Mourning
Tracklist
1. Mark Of The Beast
2. Sheep Amongst Wolves
3. Your World's Trend
4. Gospel Of Judas
5. The Exile
6. To The Death
7. Hate
8. Smoking Mortal Remains
9. Mind Under Siege
10. Delusions And Lies
11. Destroyer Of Worlds
12. Warlords Unbound
13. Wolves Curse
DURATA: 42:44
I brasiliani Nervochaos tornano a farsi vivi con l'uscita del quinto disco intitolato "To The Death", a distanza di due anni dall'ultima pubblicazione, "Live Rituals", recensito dal sottoscritto. La formazione è da inserire fra le veterane della scena sudamericana, avendo ormai oltre tre lustri d'attività. Il batterista e leader Eduardo Lane ne gestisce la situazione e la proposta che va avanti a botte di coerenza e sostanza, da lui non si può pretendere il nuovo che avanza, ma una solida prestazione death metal che sferri pesanti mazzate una dietro l'altra. Partendo proprio da questa premessa, mi sono approcciato all'album con la consapevolezza che le martellate non sarebbero mancate, tenendo perciò in considerazione che ogni aggiunta sarebbe stata un guadagno per l'orecchio.
Una volta inserito il cd nello stereo vengo da subito accontentato dall'iniziale "Mark Of The Beast", dotata di una struttura semplice, diretta, priva di fronzoli, schietta come un pugno in faccia e con un ritornello che si fa canticchiare piacevolmente, rimanendo in testa:
Let him strike, let him brake
let him give, let him make
let him rise, let him pace
let him bring, let him trace.
Già dalla seconda traccia "Sheep Amongst The Wolves" ci si rende però conto che i Nervochaos forzano troppo, puntando esclusivamente sulla muscolarità dei pezzi. Non c'è nulla di male in questo, resta il fatto tuttavia che col trascorrere del tempo emerge la presenza di una omogeneità d'intento che per alcuni potrebbe risultare deleteria. Eppure "To The Death" contiene canzoni apprezzabili come l'accoppiata composta da "Gospel Of Judas" e "The Exile", caratterizzata da uno sviluppo che si potrebbe paragonare a un parto gemellare data la similarità anche per quanto concerne l'efficacia (inoltre nella seconda citata spicca l'assolo dell'ex Obituary Ralph Santolla, chiaramente d'impronta tutt'altro che death), "Hate", nella quale il basso di Felipe Freitas viene particolarmente valorizzato (a dire il vero all'interno del disco questo strumento subisce un trattamento che oserei definire di favore, finalmente lo si può sentire come si deve) e la più cupa nell'atmosfera "Wolves Curse". Queste per il sottoscritto bastano a dare un senso alla prova. La band è ancorata alla tradizione e gli influssi thrash sono sempre lì a ricordarlo, siamo dinanzi all'ennesimo anello di una catena che mantiene la sua robustezza intatta.
La prova di Guiller dietro al microfono, per quanto basilare nell'attentare l'udito con il suo growl, è riuscita, sia lui che Quinho dimostrano di avere un gran dimestichezza alla chitarre con il genere, mentre il buon supporto offerto in chiave solistica dai numerosi ospiti — oltre al già citato Santolla troviamo infatti Zhema Rodero dei Vulcano, Antonio Araújo dei Korzus, Jão dei Ratos De Porão e Cherry degli Hellsakura, autori degli assoli rispettivamente in "Wolves Curse", "Mark Of The Beast", "Sheep Amongst Wolves" e "Gospel Of Judas" — si è rivelato funzionale allo svolgimento delle tracce, così come del resto è funzionale l'operato in chiave ritmica di Eduardo e Felipe, rodati e compatti, con il batterista che sa come fare il fabbro quando serve.
Cosa manca a "To The Death"? Quei due o tre brani che facciano davvero la differenza, l'impatto per quanto prestante e massiccio si appiattisce di passo in passo ed è un peccato considerando l'esperienza e le buone qualità insite nei Nervochaos. Nel caso in cui però necessitaste di una botta di vita sul momento, un ascolto di questo tipo vi tirerebbe su il morale, quindi provate a dar loro una chance.
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Informazioni
Gruppo: Nigromantia
Titolo: Inherited Burden
Anno: 2012
Provenienza: Ungheria
Etichetta: Noisehead Records
Contatti: facebook.com/Nigromantia
Autore: Mourning
Tracklist
1. At The Edge Of Sanity
2. Point Of No Return
3. Unhealed Scars
4. Stillborn Justice
5. Inherited Burden
6. Art Of Killing
7. Final Salvation
8. Fallout
DURATA: 35:11
L'Ungheria che suona melodeath a memoria sinceramente non mi fa venire in mente alcuna band di rilievo, quindi i Nigromantia e il loro "Inherited Burden" sono il primo caso che mi capita sotto mano.
La formazione è attiva da meno di un lustro e dopo un avvio di carriera indirizzato verso lidi affini al symphonic black metal, almeno questo si dice del demo "Visions Of Death" rilasciato nel 2009, è con l'ep "Blind Faith" che svoltano in direzione di sentieri svedesi, per poi affinarsi in questo primo capitolo discografico full.
Al contrario di ciò che capita con molti gruppi moderni, non ci troviamo dinanzi a musicisti momentaneamente disposti a scendere a compromessi con il ritornello facile, le melodie sdolcinate e dinamiche tendenti al metalcore. La proposta è invece ben piantata per terra, con soluzioni che sia dal punto di vista della ritmica — vario e incalzante quanto basta il duo formato dal batterista Gergo Gazdag e dal bassista cantante Krisztián Gaál — sia per ciò che concerne il rifforama delle due asce Peter Kiss (anche solista) e David Egri — in equilibrio fra tecnica, armonia e cattiveria — guardano avanti con decisione.
All'interno dei brani vi sono potenza, adrenalina e la pressione del death che in brevi e sparuti frangenti sfocia anche nell'old school, doti alle quali si aggiunge una buona prestazione vocale scura e tagliente del growl, che rappresenta lo sbocco finale adatto a mostrare il disegno musicale dei Nigromantia.
Obbiettivamente la derivazione da un numero di formazioni spaventoso è evidente, i tratti distintivi di almeno sei o sette band ultra note vi verranno in mente senza poterli evitare, del resto vi posso assicurare che il disco gira davvero alla grande. Non ci sono cali e ogni singola canzone possiede il suo perché all'interno di una buona tracklist: "Point Of No Return", "Stillborn Justice", "Art Of Killing" e "Final Salvation".
I Nigromantia hannno debuttato nel modo migliore possibile e anche la produzione li supporta più che discretamente, sia come resa che per definizione dei suoni.
In conclusione, ciò che in principio mi sembrava alquanto improbabile, trovare un ascolto interessante in una scena non propriamente nota per lo stile, è invece divenuto realtà: infatti "Inherited Burden" finisce spesso e volentieri nel lettore, tanto da volervelo consigliare in qualità di papabile acquisto, a patto che superiate lo scoglio della mancanza di novità; ma del resto chi sforna davvero album di musica mai sentita?
Attendete chissà per quale arcano motivo il prossimo lavoro dei Soilwork? Credete che il "piccolo" Christopher Amott potrà ridare realmente vita agli Armageddon, mentre Michael continuerà a tediarci con l'ennesimo disco targato Arch Enemy fastidiosamente zuccheroso? Fra una speranza che potrebbe farci esultare o dissolversi e un attacco di diabete fulminante causato dai signori appena nominati, provate a testare questi ungheresi, di sicuro ne uscirete indenni e magari pure contenti. "Inherited Burden" si merita un pizzico della vostra fiducia.
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Gruppo: Clinging To The Trees Of A Forest Fire / Nesseria
Titolo: Split
Anno: 2011
Provenienza: Colorado, U.S.A. / Orleans, Francia
Etichetta: Trendkill Recordings
Contatti: facebook.com/CTTTOAFF - facebook.com/pages/NESSERIA/193218518841
Autore: Istrice
Tracklist
1. Opaque
2. Wrinkled Claws
3. Lower Than Life, High As The Sky
4. S.I.T.W.
5. Freistadt
6. Mercure
7. Fils De La Fin De Siecle
8. 1789
DURATA: 27:49
Uno split riassumibile in: mazzate sui denti. Due band che vanno approfondite, che magari non sono ancora emerse del tutto agli occhi del pubblico mondiale, ma che hanno senza ombra di dubbio ottime potenzialità, Clinging To The Trees Of A Forest Fire (CTTTOAFF da ora per comodità) e Nesseria. Quattro brani a testa compongono questo split, brevi, essenziali, eppure decisamente incisivi. Quanto basta, a chi ancora non ha avuto occasione di porgere l'orecchio alle precedenti produzioni delle due formazioni, a far venire la voglia di approfondire l'argomento.
I primi in ordine di tracklist sono gli americani CTTTOAFF, autori di un grindcore sporchissimo, che non si nega momenti più lenti e canonicamente death oltre a brusche accelerazioni, e fa affiorare per brevissimi momenti sensazioni sludge. Ethan McCarthy alla voce (e chitarra) si sgola letteralmente su riff potenti e ben costruiti. Meravigliosa davvero l'apertura "Opaque", che parte con un basso sudicio e di notevole spessore per poi scatenarsi in una sfuriata grindcore violentissima. La produzione è rigorosamente lo-fi, come ben s'addice al genere, i suoni sono torbidi, una palude sonora di blast beat, distorsioni e urla. Non mancano dissonanze, fastidiose il giusto, né momenti più puramente noise. Adorabili. Repertorio completo e stile personale per i ragazzi del Colorado.
I Nesseria invece si collocano su coordinate leggermente diverse, e non solo per una ragione geografica (la band giunge da Orleans, Francia). I transalpini propongono un death/grindcore (con qualche sporadica influenza black) dalle sonorità decisamente più pulite, con chitarre incisive, ma dal suono assolutamente più netto e comprensibile rispetto ai compagni di viaggio d'oltre oceano. I brani stessi sono più costruiti e complessi, articolati in maniera più ampia, ricchi di variazioni ritmiche ben architettate, ed in totale meno violenti e istintivi, creando una proposta dotata di una emotività sicuramente diversa se paragonata alla furia grezza dei CTTTOAFF. La palma per miglior brano del lotto, a fare il paio con il pezzo d'apertura, la vince poi l'ottavo "1789", i cui riferimenti storici sono facilmente intuibili data l'origine del gruppo.
Il mio giudizio personale è che la band statunitense nel complesso abbia tirato fuori quattro pezzi più distintivi, ma potrebbe benissimo essere la mia propensione verso tutto ciò che tende alla caoticità a farmela apprezzare maggiormente, mentre i Nesseria, di cui tuttavia non ho avuto occasione di ascoltare il full, hanno un sound decisamente più derivativo e meno personale, sebbene comunque meritevole d'ascolto. Due band da tenere d'occhio.
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Gruppo: Negator
Titolo: Old Black
Anno: 2005
Provenienza: Germania
Etichetta: Magick Records
Contatti: facebook.com/OfficialNegator - negator666.de
Autore: M1
Tracklist
1. Science Of Nihil
2. Free Bird
3. Der Infanterist
4. Interludium
5. Katharsis
6. Vernunft 1.0
7. In The Unholy Halls Of Eternal Frost
8. Renegation
DURATA: 38:11
 Negli ultimi due anni i Negator sono stati tirati in ballo più per questioni di formazione (altrui) che musicali, infatti se il loro ultimo album risale al 2010 (il buon "Panzer Metal"), cui quest'anno seguirà "Gates To The Pantheon" (atteso per aprile), è dal 2011 che condividono il cantante coi Dark Funeral: sto parlando di Nachtgarm, l'unico membro originale rimasto nel gruppo tedesco, che ha sostituito Emperor Magus Caligula.
Il disco qui preso in esame è l'esordio del 2004 intitolato "Old Black", dove il Nostro è affiancato dal fondatore Trolfbert (chitarra), Tramheim (batteria) e Berthelm (basso); questi musicisti registreranno anche il successivo "Die Eisernen Verse" che li porterà in tour insieme ai Koldbrann. Abbiamo a che fare con quello che ho ribattezzato "fast & furious black metal", fatto di tirate al fulmicotone, nessuna concessione melodica e un assalto (quasi) senza soluzione di continuità. Si tratta di metallo nero puro per quanto concepito nel ventunesimo secolo, capace di rispettare gli "ideali" della tradizione in un contesto meno misterioso e al tempo stesso più consapevole di sè. L'unico momento che mi è apparso fuori luogo è l'incipit "moderno" di "Vernunft 1.0", fortunatamente limitato ad appena dieci secondi. L'attaccamento alla visione classica dello stile si può dedurre anche dalla copertina minimale o dal semplicissimo booklet a quattro pagine totalmente in bianco e nero con le foto dei quattro musicisti.
Dietro una proposta del genere sottostanno rischi noti come l'appiattimento delle canzoni e la mancanza di varietà, cui la band si oppone in due maniere: da un lato prestando attenzione a mantenere viva una certa fantasia nelle ritmiche, inserendo cambi di tempo e qualche stacco acustico (vedi "Science Of Nihil"); dall'altro instillando sfumature diverse nelle atmosfere dei brani. "Free Bird", a mio avviso il pezzo migliore del lotto, è dotato di un sentimento quasi epico e "arioso", trionfale, mentre "Katharsis" assume un tono drammatico. Inoltre la durata complessiva ridotta aiuta e non poco.
Non fatevi ingannare comunque, la peculiarità di "Old Black" è quella di avanzare in corsa distruggendo qualunque ostacolo sul proprio percorso, grazie anche allo screaming incisivo di Nachtgarm che vanta una marcia in più nei frangenti in cui utilizza la lingua tedesca per inasprire ulteriormente il proprio tono. E quale band "omaggiare" con una "citazione" in un contesto battagliero come questo se non i Marduk di "Panzer Division Marduk" con la sirena antiaerea su cui accelera la batteria di "Der Infanterist"?
Nel complesso "Old Black" è un album piuttosto godevole, che apparirà addirittura "progressivo" se paragonato a certe produzioni monolitiche di casa Endstille, come si può notare dagli undici minuti della conclusiva "Renegation", nei quali l'evoluzione è continua, restando però fedele al contesto generale. Se siete amanti di gruppi come Setherial, Cirith Gorgor, Dark Funeral e Marduk di metà carriera potreste prenderli in considerazione per un ascolto semplice ma efficace, privo di sorprese eppure soddisfacente.
Nota: la versione in mio possesso è quella dell'etichetta californiana Magick Records edita nel 2005, mentre quella originale del 2004 è opera della Remedy Records.
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Gruppo: Naïve
Titolo: Illuminatis
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/wearenaive
Autore: Mourning
Tracklist
1. Transoceanic
2. Belly
3. Focus
4. Luna Militis
5. Circles
6. The Ropes
7. Illuminatis
DURATA: 1:01:08
Arrivano da Tolosa in Francia i Naïve, un trio di musicisti la cui proposta viene descritta come una combinazione di Metal, musica sintetizzata e Trip-Hop.
Non sapendo cosa attendermi e conscio del fatto che Mox (batteria ed elettronica), Jouch (chitarra, voce ed elettronica) e Rico (basso) mi allontaneranno dai miei soliti ascolti giornalieri, sono pronto a immergermi in "Illuminatis".
L'approccio iniziale è affidato a "Transoceanic", il brano è particolarmente orientato a sfruttare una carica atmosferica liquida, ci troviamo dinanzi un alternative metal a metà fra un'esposizione tooliana semplificata e i pezzi tesi ad apportare sostegno emotivo melancolico a un ambiente sovraccarico di adrenalina degli Slipknot, il tutto addolcito da una salsa ambientale post. Ci mettono a nostro agio, consapevoli che i mutamenti umorali interni ai brani ne scandiranno costantemente l'incedere, sarà quindi inevitabile rimanere ammaliati o al contrario subirli portandoci a non proseguire l'ascolto.
I transalpini amano confrontarsi con tracce lunghe, sono in possesso di un songwriting così vario e dispettosamente bello che non si concede vie di mezzo, infatti il calderone bolle e ribolle, le molte facce che compongono la figura dei Naïve si espongono attimo dopo attimo come avviene nell'impulsiva "Belly", schizofrenica e quasi severa, tanto che in alcuni momenti mi sono venuti in mente una serie di nomi da sovrapporre che non sono di certo naturali compagni d'avventura (Mudvayne + Faithless?), tuttavia è sempre di un ambito post-metallico che si parla. "Focus" senza particolari indugi ce lo ricorda, rifilandoci un estasiante mix di quiete, melancolia e un galleggiare adornato da striature orientaleggianti.
Il disco continua a piegarsi e ad aprirsi in maniera ciclica, alternando sensazioni cosmiche provocate dall'ottimo impiego fatto dei synth e dell'elettronica; "Circles" e "The Ropes" vanno ad aggiungersi all'egregio lavoro già svolto in tale ambito in precedenza, emozionante comunque la sezione centrale della seconda, nella quale si evidenzia un crescendo post rockeggiante intenso scandito da soste che non vedono scomparire l'aspetto "electro" ma anzi s'induriscono, col lavoro delle chitarre che diventa prominente, maggiormente consistente e ridondante, la lunga "Illuminatis" è forse quella che incarna meglio questa condivisione di "cielo e terra".
I Naïve non inventano niente, sono delle gazzelle che con agilità saltellano da un confine all'altro dei generi, trovando il modo di farli convivere in maniera pacifica e ideale per realizzare il loro intento: andare oltre i generi. "Illuminatis" è da ascoltare e considerare come un percorso che non dovrebbe essere smantellato per capirne quali siano le influenze e le derivazioni, bensì dovrebbe essere battuto godendo direttamente della risultante di quei legami stilistici che si formano durante l'ascolto.
Come ho detto inizialmente, difficilmente si scenderà a patti con questo disco, data anche la sua durata non poi così agevole (si va oltre l'ora), lo consiglio quindi a coloro che amano le sperimentazioni e spaziare in più aree musicali, probabilmente riusciranno a trovare il modo di conviverci.
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Gruppo: Neurosis
Titolo: Honour Found In Decay
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Neurot Recordings
Contatti: facebook.com/officialneurosis
Autore: Mourning
Tracklist
1. We All Rage In Gold
2. At The Well
3. My Heart For Deliverance
4. Bleeding The Pigs
5. Casting Of The Ages
6. All Is Found... In Time
7. Raise The Dawn
DURATA: 01:00:33
Il ritorno sulla scena dei Neurosis ha tenuto col fiato sospeso in tantissimi, sono trascorsi infatti ben cinque anni dalla pubblicazione del controverso "Given To The Rising" e, pur seguendo il genere in maniera altalenante e adorando solo la parte centrale della carriera della band di Von Till e Kelly, non potevo esimermi dal gettarmi all'ascolto del nuovo "Honor Found In Decay".
Ho letto davvero molti articoli e recensioni su questo lavoro, ho sentito pareri di amici e conoscenti, l'ho inserito, tolto e reinserito nello stereo non so quante volte prima di lanciarmi nello scrivere un testo che so già da adesso a molti non andrà giù.
La formazione di Oakland è un pezzo di storia e come tale va trattata, sono stati innovatori e sono tuttora la punta di diamante di quel mondo apocalittico fatto di post, doom, varianti folcloristiche e che più ne ha più ne metta, però (e il però per il sottoscritto c'è) reputo le sette tracce racchiuse in questa fatica discografica segnate da momenti di stanca e ingrigite negativamente da un approccio melodico che trovo meno importante e delineante rispetto a quelli elaborati in passato, nonostante sia sicuro che potrà ottenere un apprezzamento generale. Inoltre Jason Roeder dietro le pelli è stranamente meno fascinoso del solito, il suo lavoro alla batteria, ad eccezione di un paio di cambi e del tribalismo impresso in "Bleeding The Pigs", sembra quasi frenato, rinchiuso in una staticità che non gli è mai appartenuta.
Ora non fatevi saltare i nervi e lasciate stare le incazzature, comprendo che il disco piaccia e io stesso non potrei mai definirlo brutto, in quanto contiene degli spunti veramente pregevoli come l'inserimento della cornamusa nel massacrante e lacerante andazzo della stupenda ed emozionante "At The Well", l'introduzione industrial che apre le porte di "My Heart Of Deliverance" e le atmosfere che al contrario di quanto ci si possa attendere non collassano ma offrono un barlume di speranza. Questa è l'unica novità reale all'interno di "Honor Found In Decay", in "All Is Found... In Time" tutto ciò però mi porta più che altro a chiedermi che cosa manchi. L'unica risposta che sono riuscito a darmi è che, giunti all'undicesima pubblicazione, ci può stare che lo smalto non sia brillante come quello di un tempo, ci può stare che il "mestiere", svolto ovviamente con la classe di chi è un capofila, l'abbia vinta sulla voglia di stupire e innovare che li ha resi grandi. Questi sono motivi, o chiamatele giustificazioni, ragionevoli e facilmente accettabili per chiunque, purtroppo però parliamo dei Neurosis e da loro, come per chiunque ricopra un ruolo fondamentale in uno specifico campo d'interesse, ci si aspetta sempre il miracolo che stavolta però non è stato compiuto.
La produzione di Steve Albini invece è un tocco di classe, la parte visiva esterna e interna sono in linea col modo di esprimere le emozioni che contraddistingue la formazione Californiana, si può quindi essere delusi da "Honor Found In Decay"? Delusi no, piuttosto rammaricati per aver riversato in quest'uscita delle aspettative troppo alte per qualcuno, compreso il sottoscritto.
A onor del vero chi si ritiene un "die hard fan" della band questo lavoro l'avrà già in casa, continuando a supportare in maniera incontrastata questi signori il che non è di certo sbagliato viste le opere d'arte che hanno donato al panorama musicale, mentre coloro che sono ancora alle prime armi farebbero meglio a rivolgere l'attenzione su platter fondamentali quali "Enemy Of The Sun", "Through Silver Blood" e "Times Of Grace" prima di dare spazio all'ultima fatica, che col tempo mi auguro di rivalutare, vedremo poi come, quando e se realmente ciò dovesse accadere.
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Gruppo: Neokhrome
Titolo: Perihelion
Anno: 2012
Provenienza: Ungheria
Etichetta: Autoprodotto
Contatti:facebook.com/Neokhrome
Autore: Istrice
Tracklist
1. Aurea
2. Stellar Outcast
3. Starborn
4. Crystallized
5. Closer To The Sun
6. Rise Above The Ridge
7. Cosmic Grave
8. Through The Surface
9. Cold Ashes Of Vanished Time
DURATA: 40:12
Progetto interessante quello degli ungheresi "Neokhrome" (in origine Neochrome), arrivato al suo terzo episodio con il neonato "Perihelion", disco che segna un deciso cambio di rotta rispetto ai pilastri stilistici che avevano contraddistinto la band nei dischi precedenti, autrice fin qui di un black/death di matrice scandinava dalle tinte scure.
Sicuramente significativa a questo riguardo è anche la decisione sopra accennata di cambiare monicker, marcando una sostanziale differenza anche a livello grafico, riscontrabile già dando un pur rapido sguardo alla copertina.
La proposta musicale che i Neokhrome affidano a Perihelion verte su un black metal atmosferico, fortemente influenzato dalla lezione "avant-vintersorgiana", e dal black-shoegaze tanto in voga negli ultimi anni, riuscendo nella complessa missione di ritagliarsi una propria dimensione, una propria diversità.
Grazie ai suoi nove brani il disco tenta di portare a spasso l'ascoltatore attraverso lo spazio profondo, i temi trattati sono subito evidenti leggendo i titoli dei brani: "Cosmic Grave", "Starborn", "Stellar Outcast" per citarne alcuni.
Il canovaccio su cui si sviluppa l'intera opera è chiaro, blast beat veloci su cui le chitarre rarefatte scandiscono riff di matrice black, pur rimanendo sempre piuttosto eteree e mai taglienti, si alternano a momenti riflessivi ed a grandi aperture in cui i riverberi delle chitarre stesse si accompagnano agli organi ed ai sintetizzatori creando panorami spaziali e futuristici.
Il vocalist Vee si dimostra capace di saltare dallo scream al clean, e anche se francamente né l'uno né l'altro restano impressi per originalità nel complesso riescono ad avere una resa espressiva più che sufficiente.
In conclusione, pur non essendo nulla di trascendentale, la proposta degli ungheresi è convincente e la capacità di creare momenti di grande suggestione non deve passare inosservata. Anzi, a mio modesto avviso è proprio l'innegabile abilità di dipingere grandi scenari negli intermezzi melodici fra un riff e l'altro che la band deve coltivare e se possibile migliorare in vista di future produzioni.
Va fatto un plauso a questi ragazzi per la cura dedicata alla (auto)produzione ed al packaging del disco, nonché alla sua realizzazione, la materia che propongono non è di facilissima equalizzazione, essendo il suono piuttosto ricco e stratificato, ma il lavoro svolto è egregio, e a larghi tratti ci si dimentica completamente di trovarsi di fronte ad un cd "fai-da-te", anche se un sound più aggressivo ed incisivo delle chitarre nelle sezioni più cattive sarebbe stata cosa gradita.
Questo non sminuisce comunque "Perihelion", chissà che questa release non riesca a farli notare a qualche etichetta discografica, la materia prima, e quella grigia, paiono esserci.
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Gruppo: Neurotic Machinery
Titolo: Exi(st)
Anno: 2012
Provenienza: Repubblica Ceca
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/neuroticmachinery
Autore: Mourning
Tracklist
1. After Everything
2. Hex
3. The Secondary Thrill
4. Fate
5. Reflection
6. Vertigo
DURATA: 21:58
I Neurotic Machinery sono un quintetto ceco particolarmente apprezzato in patria, in line-up troviamo una vecchia conoscenza di Aristocrazia, parlo del bassista Sir Jakub Uhlik attivo anche nei LLyr di "Two Years Of Emptiness" (debutto targato 2010), e in discografia si ritrovano due album, "Catalept" e "Opsialgia" rispettivamente prodotti nel 2007 e nel 2010, è invece del 2012 l'ep "Exi(s)t" di cui mi sto per occupare.
Il mini contiene poco più di una ventina di minuti di musica suddivisi in cinque capitoli, la formazione si esibisce in un death/thrash particolarmente melodico, in alcuni frangenti mi riserverei anche di definirlo tale.
Vi sono infatti inflessioni di stampo post-metal che contaminano il composto rendendolo instabile e proprio per questo differente dalle solite accozzaglie simil Dark Tranquillity, mezze "metalcacchiocore" o peggio "ciuffo-addicted con ritornello parrocchiale", le premesse fornite dall'approccio vario ed emotivamente intenso di "After Everything", figlia degli Amon Amarth e dei Dark Tranquillity, con quest'ultimi sotto effetto Isis, e "The Secondary Thrill" che nel suo essere affascinantemente metal è capace di emanare sensazioni molto affini a quelle di act post-rock a metà fra il sognante e lo sprofondamento in abissi senza fine, sono una presentazione di tutto rispetto.
Il growl minaccioso di Ondra ha il suo peso nel cambio di direzione rispetto all'andamento univocamente strumentale, imponendosi sui pezzi in maniera perentoria e ricordando in parte Johan Hegg e in parte il buon vecchio Dan Swano negli Edge Of Sanity.
In "Reflection", "Hex" e "Vertigo" il lato più sostanzioso e veloce dei brani vien fuori ripetutamente, soprattutto il pezzo conclusivo dall'attitudine moderna e martellante non si lascia scappar occasione per pestare, pur possedendo una carica melodica notevole sprigionata anche in fase d'assolo da parte di Michal.
La proposta dei Neurotic Machinery è gradevole, eseguita con la dovuta perizia e fornita di una produzione veramente buona, è possibile difatti apprezzare in toto la strumentazione senza dover fare chissà quale sforzo, pertanto v'invito ad ascoltarli, chissà che non riescano a rientrare nei vostri interessi.
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Gruppo: Nar Mattaru
Titolo: Enûma Elish / In The Black Spheres Of Time
Anno: 2011 (Pacto Records - South America) / 2012 (I, Voidhanger - Europe)
Provenienza: Santiago, Chile
Etichetta: I, Voidhanger (edizione recensita)
Contatti: myspace.com/narmattarudeathmetal
Autore: Bosj
Tracklist
Enûma Elish
1. Uttuk Xul (The Ancestral Ritual)
2. Eternal Night Dominion
3. In The Abyss Of Time
4. Tirano Constrictor [cover Kratherion]
5. Twisted Mass Pf Burnt Decay [cover Autopsy]
In The Black Spheres Of Time
6. Nar-Mattaru
7. Under Endless Spheres
8. Enslaved To The Inferior Universe
9. Abolishment Of Immaculate Serenity [cover Incantation]
DURATA: 62:43
 Iniziamo con le precisazioni: il combo cileno Nar Mattaru (parole sumere che significano "abisso") giunge nelle nostre Aristocratiche mani grazie alla siciliana I, Voidhanger, che si è premurata di stampare e distribuire in Europa il materiale che il gruppo fece uscire alla fine dello scorso anno nella loro terra d'origine tramite Pacto Records, ergo tutti i riferimenti sono relativi a questa specifica edizione del, anzi dei lavori in questione. Parlo al plurale perchè, come evincibile dall'impostazione delle informazioni, su questo disco, che la band considera, o almeno si presume consideri, stante l'avarizia di informazioni che circonda il combo, vero e proprio debut album, sono inseriti due ep risalenti al 2009 ("In The Black Spheres Of Time") e al 2010 ("Enûma Elish"), per quanto il secondo non abbia mai vissuto di vita propria, ma sia stato edito solo in questa veste "condivisa". Ecco spiegato il perchè delle ben tre diverse cover, di cui due a metà disco.
Ora, dal tenore dei brani presi in prestito, è facile farsi un'idea del genere bazzicato dal trio di Santiago (appunto: anche i misconosciuti Kratherion sono un act death metal, vicini di casa dei Nostri, ci svela internet): metallo della morte quindi, nelle sue declinazioni più marce, luride e vecchia scuola, dove non si scende a compromesso alcuno.
E il dizionario dei Nar Mattaru, signore e signori, la parola compromesso nemmeno la comprende.
Sei brani di purissimo death metal old school, pastoso, prodotto come si conviene, cioè poco e quindi benissimo, tenuto insieme da una furia bestiale non fine a se stessa, ma giustamente e correttamente incanalata nella forma canzone, sulla scia del sempiterno McEntee (la cover di "Abolishment..." mica è lì per bellezza). No alle velocità improponibili che spesso caratterizzano il contesto sudamericano assieme alla cacofonia dovuta alle pessime registrazioni, ma spessore, volumetria, imponenza. Cazzo, i Nar Mattaru sono grossi.
Intendiamoci, siamo alle solite: non c'è niente di nuovo sotto il sole, d'altronde non è questo che un deathster vuole, quando si trova davanti un album degli Incantation o di coloro che ne seguono la scia, per cui sarebbe ingiusto pretendere qualcosa di diverso dalla band sudamericana.
L'unico, vero neo del lavoro svolto è relativo all'operato di Carlos Atarys, cantante e autore dei testi: in questi ultimi dimostra infatti di non essere perfettamente a suo agio con la lingua inglese, cadendo spesso in cliché (cui si appaia sovente un qualche strafalcione grammaticale) e non approfondendo le tematiche mitologico/spirituali come meriterebbero. Siamo lontani dalla profondità e complessità testuale degli Absu, per dirla schiettamente con un paragone tematicamente molto prossimo.
Questo detto, il materiale composto dal trio è di primo livello e di sicuro interesse per coloro che seguono e ricercano un determinato stile. Tolte le tre cover, in verità in posizione non felicissima (capisco la volontà di mantenere l'ordine dei brani originali, ma le due cover centrali, specialmente quella dei Kratherion, spezzano un po' il ritmo) c'è comunque di che sfamarsi con i quasi tre quarti d'ora di composizioni originali.
Quindi dateci dentro, la Terra Tra Due Fiumi vi aspetta nelle note dei Nar Mattaru.
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