Informazioni
Gruppo: Jupiter Society
Titolo: From Endangered To Extinct
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Fosfor Creation
Contatti: facebook.com/JupiterSociety
Autore: Mourning
Tracklist
1. Enemy March
2. Invasion
3. Queen Of Armageddon
4. No Survivors
5. Fight Back
6. Defeat
DURATA: 55:55
 Carl Westholm è uno di quei personaggi che non passano inosservati, l'artista ruota da sempre intorno alla figura del signor Leif Edling (mente degli ormai a fine carriera Candlemass, degli sciolti Abstrakt Algebra e degli ancora attivi Krux), con il quale ha condiviso più e più avventure musicali. Anche da solista però si è creato spazi interessanti notevoli, dando vita a creature come i Carptree e gli Jupiter Society. Se in passato Aristocrazia si era già occupata dei Carptree recensendo "Nymf", non aveva invece ancora avuto la possibilità di scrivere dei secondi, occasione che abbiamo colto al volo data l'uscita del terzo capitolo della space-prog band intitolato "From Endangered To Extinct".
Le caratteristiche fondamentali del sound degli Jupiter Society sono rimaste invariate nel corso degli anni, infatti dal debutto "First Contact // Last Warning", passando per il secondo "Terraform", sino ad arrivare a quest'ultimo si può notare come si sia venuto a realizzare un sentiero fatto di coerenza generato attraverso l'utilizzo di atmosfere tetre e ampie coralità. Stavolta tuttavia l'aspetto progressivo sembra più scarno, volutamente crudo nello sviluppo, così da far incentrare molto del potenziale insito nei pezzi soprattutto nelle prestazioni evocative offerte dai cantanti: sia Mats Leven che Oivin Tronstad e Cia Backman svolgono egregiamente il loro compito dietro il microfono, dando così l'impressione che compositivamente parlando ci si potesse attendere qualcosa di più.
È innegabile che la visione scura, nella quale si possono riscontrare la frustrazione e il pericolo legati a un'invasione aliena che comporterebbe l'estinzione della razza umana, sia per l'album una componente importante, è altrettanto vero che a eccezione di un paio di episodi realmente trascinanti (penso a canzoni quali "Invasion", "Queen Of Armageddon" e "Fight Back", particolarmente impressionanti per esposizione e in tutto e per tutto capaci di trasmettere il malessere e l'instabilità dello scenario modellato dall'ingegno di Westholm), si rimanga appesi a un'idea sci-fi che stavolta affascina meno di quanto siano riuscite a fare le precedenti rappresentazioni.
È inutile che vi faccia l'intera lista dei musicisti che hanno partecipato a questa ennesima opera dello svedese, sappiate che è gente di prim'ordine e che sulla parte esecutiva del lavoro non c'è davvero nulla di cui potersi lamentare, così come del resto non ho specifiche rimostranze da muovere per ciò che riguarda l'ambito della produzione. Tirando le somme: coloro che in passato avessero già goduto degli Jupiter Society, gradiranno anche "From Endangered To Extinct"; mentre a chiunque volesse iniziare ad avventurarsi nelle sonorità proposte da Westholm, consiglio di intraprendere il percorso partendo dal capostipite della trilogia per viverne la storia passo dopo passo. In entrambi i casi, gli Jupiter Society sono una formazione che vale la pena annoverare fra le proprie conoscenze, non perdeteveli.
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Information
Band: Jex Thoth
Title: Blood Moon Rise
Year: 2013
From: U.S.A.
Label: I Hate Records
Contacts: jexthoth.net
Author: Dope Fiend
Translation: LordPist
Tracklist
1. To Bury
2. The Places You Walk
3. The Divide
4. Into A Sleep
5. And The River Ran Dry
6. Keep Your Weeds
7. Ehjä
8. The Four Of Us Are Dying
9. Psyar
RUNNING TIME: 46:31
We had to wait as long as five years for "Blood Moon Rise", the follow-up to Jex Thoth's eponymous debut. In 2008, when the first album came out, this band fronted by Jessica Bowen (aka Jex Thoth) was one of the most interesting new acts that I had chance to discover and, from that moment on, I have continuously waited for their second LP. I can't hide that my long wait has been fully compensated, and that the album has more than met my expectations
On a purely formal level, the main features from "Jex Thoth" haven't been changed, so there is an ossianic and arcane atmosphere that overwhelms us through "To Bury". Jex's mystical voice unfurls on dim and extremely long notes, slow and distinct drums, accompanied by archaic-sounding synths. With "The Places You Walk" and "Ehjä" there is a return to that sober sensuality that contributed making their first work a great album. Here I mean to stress the seducing quality of a heathenism drenched in naturalism, an acid darkness that silently explodes in the almost unlimited vastness of this imaginative mind. All of this is drowned in an ocean of typically sixties-seventies sounding vibes, helping raise a shroud of esoteric hypnotism, which in turn leads us into Napaeae's arms and into the realm of Pan. A shadowy and thick doomish cloak envelopes us in "The Divide" and "The Four Of Us Are Dying", with a feeling I have rarely felt with such intensity if we exclude legendary albums like "Black Sabbath", "Sacrifice" or "Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls". This tentacular quality dates back to acts such as Black Widow and Coven and, by intertwining with doom's languid heaviness and their highly personal spiritual features, breathes life into tracks of which immense beauty can't be described with words. There are more psychedelic traits in "Into A Sleep", the dreamy "Keep Your Weeds" and the sylvan grace of "Psyar": Pink Floyd's word is vehemently evoked, but it gets revisited and adorned with a lysergic esotericism, flowing between its seventies' roots and doom's obscure reflection. Jex Thoth's heavy sound doesn't necessarily need oppressive guitars, it creeps inside through a perfect musical framework instead, splendid in its pace, perennially accompanied by a mysterious and mystical aura that I have rarely had chance to enjoy in other works.
While "Jex Thoth" — notwithstanding its undeniable beauty — resulted at times slightly simple, uneven and somewhat uncertain, "Blood Moon Rise" has really attained an immortal soul, so elegantly wild, so filled with spirituality and conceptual depth to give you the chills. Yes, I will say that out loud: "Blood Moon Rise" is an amazing album, to be experienced with your heart and each one of your senses to grasp all of its many facets, it is a real Masterpiece. I would like to add, though, that this definition may not do this work justice, so I will go so far as to say that "Blood Moon Rise" deserves a spot in that small circle of musical gems that not only lead "albums of the year" lists, but also go straight on top of a whole artistic career's playlist!
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Informazioni
Gruppo: Jex Thoth
Titolo: Blood Moon Rise
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: I Hate Records
Contatti: jexthoth.net
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. To Bury
2. The Places You Walk
3. The Divide
4. Into A Sleep
5. And The River Ran Dry
6. Keep Your Weeds
7. Ehjä
8. The Four Of Us Are Dying
9. Psyar
DURATA: 46:31
Ben cinque anni si è fatto attendere "Blood Moon Rise", il successore del debutto omonimo dei Jex Thoth. Nel 2008, all'alba dell'uscita del suo primo disco, la formazione capitanata da Jessica Bowen (in arte Jex Thoth, appunto) fu una delle migliori rivelazioni musicali a cui avessi assistito e, da allora, ho sempre aspettato con impazienza il momento in cui poter ascoltare una seconda uscita sulla lunga distanza. E, inutile nasconderlo, la mia attesa è stata ampiamente ripagata, molto oltre le mie più rosee previsioni.
Su un piano puramente formale, le caratteristiche fondamentali di "Jex Thoth" non vengono mutate. È quindi un'atmosfera dal sapore ossianico e arcano che ci travolge in "To Bury": la mistica voce di Jex si appoggia su cupe note lunghissime, su lenti e scanditi colpi di batteria e su sintetizzatori dai toni arcaici. Con "The Places You Walk" e "Ehjä" torna invece a farci visita quella sobria sensualità che aveva reso l'esordio degli americani un bellissimo disco. Parlo di un paganesimo suadente impregnato di naturalismo, di un'oscurità acida che esplode silenziosamente nell'enormità di una capacità immaginifica pressoché illimitata; il tutto è annegato in un oceano di risonanze tipicamente sessanta-settantiane che innalzano una coltre di ipnotismo esoterico il cui effetto ci può solamente indurre a sprofondare tra le braccia delle napee, a vagare intontiti nel regno di Pan. Un'ombrosa e fitta cappa Doom ci permea invece con "The Divide" e "The Four Of Us Are Dying": una sensazione che ho sentito vibrare con tale intensità ben poche volte al di fuori di dischi leggendari come "Black Sabbath", "Sacrifice" o "Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls". Proprio la suggestiva capacità tentacolare proveniente da gente come Black Widow e Coven, intrecciandosi con la languida pesantezza del Doom e con i contorni di personalissima spiritualità evocata, dona la vita a episodi la cui immensa bellezza non può essere in alcun modo descritta a parole. Sono invece i tratti psichedelici ad adornare "Into A Sleep", la sognante "Keep Your Weeds" e la leggiadria silvana di "Psyar": il verbo dei Pink Floyd viene richiamato con forza, ma rielaborato e impreziosito da un esoterismo lisergico il cui flusso è favorito da suoni sempre in perfetto equilibrio tra il magnetismo del Rock occulto, la progressione stordente della venatura settantiana e lo scuro riflesso del Doom. La carica greve dell'impianto sonoro dei Jex Thoth non è spinta ad avvalersi necessariamente di chitarroni opprimenti, ma si insinua furtiva attraverso le maglie di un'intelaiatura musicale perfetta e splendida nel suo incedere perennemente ricolmo di una misteriosa aura mistica che, torno a ripeterlo, raramente ho avuto la gioia di sperimentare.
Se "Jex Thoth", nonostante la sua innegabile bellezza, risultava alla volte leggermente ingenuo, spigoloso e vagamente indeciso, "Blood Moon Rise" ha davvero acquisito un'anima immortale: un'anima così elegantemente selvaggia, un'anima ricolma di una spiritualità e di una profondità concettuale e sensoriale così complete da far venire i brividi. Ebbene sì, lasciatemelo dire, lasciatemelo urlare a gran voce: "Blood Moon Rise" è un disco splendido, da vivere con il cuore e con ogni senso teso a catturarne le minime sfaccettature, è un vero Capolavoro. Dal canto mio, però, temo che tale definizione non renda giustizia a un lavoro di simile caratura, quindi questa volta mi sbilancerò come non mi è mai successo in una recensione: "Blood Moon Rise" fa parte di quella piccola cerchia di epocali gemme musicali che non si limitano a finire in cima alla classifica dei migliori dischi dell'anno, ma che finiscono di diritto tra i primi posti della playlist di un'intera vita artistica!
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Gruppo: Joel Grind
Titolo: The Yellowgoat Sessions
Anno: 2013
Provenienza: Stati Uniti
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: joelgrind.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Ascension
2. Hell's Master Of Hell
3. Vengeance Spell
4. Foul Spirit Within
5. Cross Damnation
6. Grave Encounters
7. Black Order
8. The Eternal One
9. Hail To Cruelty
10. Descension
DURATA: 24:59
Chi non conosce i Toxic Holocaust? Lo so, iniziare una discussione sul podio con una domanda è il trucco più vecchio del Mondo. Penso però che mi perdonerete... si tratta infatti di una domanda quasi retorica. Giusto, Joel Grind ha saputo presentarsi sovente con quel suo gruppo, tanto da diventare quasi un cliente abituale in molti lettori casalinghi.
Dall'anno passato conduce pure un progetto solista col suo nome che ha all'attivo due singoli e un full. Quest'ultimo, apparso inizialmente solo su Bandcamp, è ora disponibile anche in versione fisica, vinile e cassetta, entrambe strettamente limitate. Tanta dedizione non può passare inosservata e dunque pure la redazione di Aristocrazia si è incuriosita (mento, IO mi sono incuriosito).
Perché pubblicare un lavoro sotto un altro nome? Magari Joel ha giudicato le canzoni come poco adatte al programma del suo progetto principale. Conosciamo Joel Grind come fautore della filosofia "fatelo da voi" legata al Punk Rock e dunque non sorprende la sua scelta di sfruttare i media attuali per divulgare la sua musica.
Sono sempre stato restio nell'accettare il punto di vista di molti critici che mettevano nella stessa pentola i Toxic Holocaust con tanti gruppi Black Thrash. "Hell's Master Of Hell" sembrerebbe segnare un punto a loro favore, ma presto ci si rende conto che l'immagine è sì molto nera, l'offerta invece resta un Thrash grezzo classico che lega benissimo con gruppi come i Whiplash della prima ora. Non temete: chi si trova bene solo con porcheria macchiata di nero apprezzerà comunque questo lavoretto. La musica di Joel Grind attinge ampiamente dai classici che hanno anche influenzato il Black.
Spero di non creare una contraddizione affermando che, soggettivamente, questo disco sia molto più oscuro e meno Punk dei precedenti, grazie soprattutto a un riffing davvero frizzante. La voce è cruda, concisa e non lascia spazio a interpretazioni. Alcuni effetti e campionature sparsi qui e là arrotondano l'impatto generale. Qualcosa non mi quadra comunque. Mi manca la punzecchiatura che mi lasci esclamare "ah ecco!" per convincermi completamente. Nel momento in cui il disco è storia per le mie orecchie, mi trovo con l'acquolina in bocca senza essere sazio, anzi mi sento come se avessi odorato l'aperitivo per trovarmi poi davanti un buttafuori grande come un armadio che mi sbarra l'accesso al salone del banchetto. Mi dispiace, ma — nonostante il collo mi dolga per il grande scuotimento di capo — non sono in grado di descrivervi concretamente che cosa mi disturbi.
Tanti sono i punti a favore di "The Yellowgoat Sessions" e dunque non mi resta che dirvi: andate, ascoltate e comprate (se vi dovesse piacere).
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Gruppo: Jaguanera
Titolo: Runners
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Yorpikus Sound
Contatti: facebook.com/Jaguanera
Autore: Mourning
Tracklist
1. My Wave
2. Lullaby To Scream
3. Brother
4. Friday
5. Waitin' In Vain
6. State Of The Nation
7. Hot Summer Afternoon
8. Amsterdam
9. Stones
10. Cosmic Love Visions
DURATA: 39:55
In questi ultimi anni in particolare mi è capitato più volte di dibattere con amici sulla cosiddetta musica commerciale. Il fatto che il mondo della discografia sia in mano a gente che ama battere cassa, e non l'arte, e che il nostro paese sia stuprato artisticamente dai talent show e da quello schifo che è Sanremo è una realtà conclamata. Alcuni provano a nasconderla dietro alla possibilità di emergere, ma se produci roba di infimo livello e qualitativamente ti ergi su dischi dello stesso tipo, puoi esserne davvero fiero?
Eppure la nostra Penisola possiede diverse band interessanti che creano dischi alquanto accessibili e commercialmente appetibili, l'underground continua a essere vivo e pulsante, forse un po' più corrotto e senza scrupoli di un tempo, tuttavia non privo di talenti.
I romani Jaguanera sono una delle tante formazioni che con tutta probabilità in un'altra nazione avrebbe avuto più fortuna. Il loro modo di coniugare il sound anni Ottanta di nomi quali Talk Talk e Duran Duran con le emozioni alternative dei Radiohead, cui si aggiungono beat elettronici e varianti inaspettatamente dal gusto reggae, fa di "Runners" un album dalle abilità molteplici e capace di "colpire" un target d'ascolto particolarmente ampio.
Il disco si districa agevolmente attraverso ritornelli che si stampano in testa, come avviene internamente all'accoppiata iniziale composta da "Lullaby To Scream" e "My Wave"; quest'ultima mi ha ricordato in parte anche i Tears For Fears. È in grado di divertire in puro stile electro-pop con "Brother", "Friday" e "State Of The Nation", cover dei newyorkesi Industry contenuta nell'unico lavoro rilasciato dal quartetto nel 1984 e intitolato "Stranger To Stranger", vie di mezzo fra la più gelida scuola berlinese e quella ombrosa inglese. Inoltre sa combinare atmosfere sognanti in acustico e l'acidità dell'elettrico in "Amsterdam", dando piena libertà all'intimità dai segmenti psichedelici nella ballata "Stones", sino a giungere alla chiusura strumentale che ci lancia nello spazio tramite le onde positive di "Cosmic Love Visions", regalandoci costantemente emozioni in note.
"Runners" è un ascolto leggero, ma tutt'altro che trascurabile, è colmo di pezzi dall'attitudine radiofonica pur se la sensibilità, la maturità e l'equilibrio artistico sfoggiati dai Jaguanera sarebbero quasi sprecati se inseriti all'interno di palinsesti nei quali i rappresentanti di spicco sono i Negramaro e gli Amici della De Filippi.
È questo che ci meritiamo in Italia? Probabilmente sì. Possiamo fare di meglio? Sicuramente sì.
Iniziamo col dare un'opportunità a questi musicisti, provate quindi a convivere con l'attualissima visione retrò dei Jaguanera, non ve ne pentirete.
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Gruppo: Johnny Freak
Titolo: Tra Il Silenzio E Il Sole
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Antstreet Records
Contatti: facebook.com/johnnyfreakofficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. Ho Visto
2. Bugia
3. I Fiori Maledetti
4. Regina
5. Insonnia
6. Streghe
7. Il Pescatore
8. Farfalla Di Metallo
9. Arriveresti Al sole
10. Divenni Lacrima
11. Ad Annientarsi Di Lei
DURATA: 45:22
Il rock possiede il pregio di poter essere ascoltato e vissuto in mille maniere, si può imputare tutto e il contrario di tutto al genere, spesso con motivazioni di scarso spessore e denigratorie, di certo non si può affermarne la staticità. Questo mondo è veramente bello perché vario e la creatura nostrana dei Johnny Freak ha ben recepito tale lezione, coniugandola con una propensione al pop ammirevole e mai stucchevole.
Per coloro che negli anni e tutt'ora continuano a leggere Dylan Dog, il mirabolante indagatore dell'incubo, il nome della band di Frosinone non potrà passare inosservato: infatti il personaggio preso a ispirazione è con molta probabilità fra i più riusciti e rimasti nel cuore dei lettori della serie ideata da Tiziano Sclavi. Proprio come quel ragazzo, il sound della formazione è fortemente incline a esprimere e puntare sul lato emotivo, difatti il loro secondo album "Tra Il Silenzio E Il Sole" non fa perno su ruvide schitarrate o chissà quale velocità ritmiche.
L'energia non manca però, è condensata in brani che in più occasioni attingono dal repertorio cantautorale classico e allo stesso tempo non rinnegano il panorama underground italico anni Novanta, per citare qualche nome: Malfunk, Movida, Timoria, Verdena, De Gregori e De Andrè, del quale non a caso è presente la cover de "Il Pescatore", canzone che venne rilasciata per la prima volta nel 1970 in un quarantacinque giri dove faceva coppia con "Marcia Nuziale".
Le differenza fra i tanti prodotti seriali che ritroviamo all'interno delle classifiche nostrane e la proposta del quintetto laziale risiede nella capacità di quest'ultimo di rimanere fruibile non favorendo le derive pseudo adolescenziali e i testi stracolmi di cliché da "sole-cuore-amore" che maledettamente imperversano e impestano la cultura "popolare". Ridurre quei sentimenti e l'esistenzialismo a ridicoli ritornelli e balbuzie ripetute è davvero deprimente.
È invece affascinante essere accolti dall'ambiente che "Tra Il Silenzio E Il Sole" confeziona o venire inglobati dagli attimi di semplice poesia di "I Fiori Maledetti", nella quale è possibile udire un soave innesto d'archi. Un grigiore incantevole ci accoglie in "Streghe", intarsiata da note di pianoforte agrodolci, mentre atmosfere sovraccariche di adrenalina sgorgano dal singolo "Regina" e in tracce come "Insonnia" e "Farfalla Di Metallo", sino a lambire territori estremamente racchiusi su se stessi, intimamente personali in "Divenni Lacrima" e "Ad Annientarsi Di Lei", a riprova che in Italia non si produce soltanto "bubble-gum music" quando si parla di pop/rock.
I Johnny Freak sono una realtà promettente, le basi per esportare la loro proposta anche all'estero ci sono tutte e in altrettanta maniera vi sono le qualità per farsi apprezzare da una vasta tipologia di ascoltatori, quindi se amate avere nel lettore musica dalla fruibilità considerevole ma nel contempo priva di un mero sfogo commerciale un album come "Tra Il Silenzio E Il Sole" dovrebbe proprio fare al caso vostro.
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Gruppo: John 3:16
Titolo: Visions Of The Hereafter
Anno: 2012
Provenienza: Ginevra, Svizzera
Etichetta: Alrealon Musique
Contatti: alrealon.co.uk/john316.html
Autore: Bosj
Tracklist
1. The Ninth Circle
2. Throne Of God / Angel Of The Lord
3. Abyss Of Hell / Clouds Of Fire
4. Ascent Of The Blessed (To The Heavenly Paradise)
5. God's Holy Fire
6. Star Of The Sea / Guardian Angel
7. The Inner Life Of God / The Father, The Son And The Holy Spirit
8. Through Fire And Through Water
9. Fall Of The Damned (Into Hell)
DURATA: 49:39
 Lo avevamo lasciato qualche mese fa in compagnia di FluiD, lo ritroviamo ora, ad autunno inoltrato, in un personalissimo lavoro tutto suo: Philippe Gerber, dopo anni di presenza sulla scena con i suoi Heat From A Deadstar, decide di abbandonare Londra in favore della più intima Ginevra e dare alle stampe il suo primo full lenght solista.
Il concept, nella sua titolazione completa, lascia spazio a pochi dubbi: "Visions Of The Hereafter; Visions Of Heaven, Hell And Purgatory" è un insieme di composizioni che vertono sulle sensazioni immaginifiche delle idee di Paradiso, Inferno e Purgatorio.
Ad introdurci all'ascolto, una raffigurazione di ciascuno dei tre (non)luoghi ad opera di William Schaff, talentuoso illustratore autore nientemeno che degli artwork di Godspeed You! Black Emperor e Okkervil River; le tre situazioni ritratte in copertina sono infatti riprese nel dettaglio man mano che apriamo il pregevole digipak in cui il disco vero e proprio trova posto.
Inseritolo nel lettore, fin dalle prime note di "The Ninth Circle" balza all'orecchio come Gerber abbia ampliato il ventaglio della propria offerta rispetto a quanto udito solo qualche tempo addietro: John 3:16 è infatti in grado di regalare molto più delle distorsioni drone-oriented e del cupo rumorismo di matrice dark ambient. Per quanto queste peculiarità rimangano a tutt'oggi parte integrante del materiale presentato ("Ascent Of The Blessed..."), non si tratta che di una parte di quanto l'artista ha deciso di mettere su disco. Dimenticate Köner, dimenticate Lundvall: Philippe Gerber mantiene lungo il proprio percorso compositivo un'attitudine fortemente post-rock ("The Inner Life Of God...") perfettamente integrata nella base dark ambient, la qual cosa rende il suo debutto estremamente godibile ed accessibile anche e soprattutto per coloro i quali non vanno a braccetto con le interminabili sessioni di feedback che sono solitamente marchio distintivo di questa corrente.
A questo non mancano lievissime spruzzate di scuola Fennesz, che si fermano sempre un passo prima di diventare qualcosa di più di un leggero rimando al glitch o all'ambient più luminoso e sereno ("Through Fire And Through Water"), così come qualche passaggio più rockeggiante, se mi si passa il termine, à la Hammock ("Fall Of The Damned..."); volendo, si potrebbe continuare con il gioco dei rimandi all'infinito o quasi, poichè il platter che lo svizzero ha dato alle stampe tramite Alrealon Musique è incredibilmente sfaccettato e "consapevole", vive di vita propria pur seguendo diverse scuole di pensiero.
Una prova matura e godibile, mai eccessiva, sempre delicata. Pregevole.
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Gruppo: John Zorn
Titolo: Templars - In Sacred Blood
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Tzadik
Contatti: tzadik.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Templi Secretum
2. Evocation Of Baphomet
3. Murder Of The Magicians
4. Prophetic Souls
5. Libera Me
6. A Second Sanctuary
7. Recordatio
8. Secret Ceremony
DURATA: 43:12
 Chi conosce John Zorn sa che quest'artista ha le mani in pasta un poco dappertutto e che con lui l'estremismo assume forme astrusamente diverse da quelle conosciute dal metallaro tipico. La squadra agli strumenti è composta di musicisti di calibro che eseguono, diretti a bacchetta, le composizioni del loro mentore Zorn. Voglio citare che, ironicamente, in tedesco "zorn" significhi ira, rabbia.
Definire l'appartenenza di un gruppo a un genere o all'altro è un compito ingrato e sovente inutile. Qui è piuttosto facile, poiché John Zorn è uno dei fondatori di quello stile definito come Jazzcore. Già da anni egli sperimenta con le sonorità estreme e non teme di tuffarsi nel rumore vero e proprio.
Arduo è invece vedere dove termini il Jazz e dove cominci l'Hardcore in questi pezzi difficili, pieni di cambiamenti di tempo e altamente complessi. Il lavoro, molto concettuale, sviluppa il tema dell'Ordine dei Templari, utilizzando nei testi anche passaggi latini che, e qui sono sorpreso, sono scanditi da Mike Patton senza quell'orribile accento tipico per gli anglofoni. Chi vi scrive è un grande ammiratore dei Nomeansno e delle loro sonorità. La musica su "Templars" mostra un carattere più crudo, definito anche da tastiere; la voce corrosiva non è una di quelle più melodiche, pur sorprendendo con la sua flessibilità stilistica; malgrado ciò incontro parecchi paralleli come lo stile impiegato da Trevor Dunn al basso e alcuni passaggi di ritmica chitarristica che mi ricordano molto i canadesi.
L'essere convenzionale è un desiderio di tanti e proprio queste persone dovrebbero tentare di restare a distanza dalle composizioni di John Zorn. "Templars" è un'opera, uso di proposito questo termine, sì di difficile accesso ma che offre ampie sensazioni allucinanti e spazia musicalmente in diverse dimensioni, temporali e generiche. Il Jazz è il costrutto in cui s'intrecciano delirî psichedelici, esperimenti vocali tenebrosi, dissonanze Hardcore, ritmi ossessivi e quasi rituali.
Questo disco è un lavoro che porta la netta firma di musicisti professionisti che padroneggiano i loro strumenti. I lettori che sono ammaliati dalla musica sperimentale, godranno all'ascolto di questo CD impegnativo.
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Gruppo: Jess And The Ancient Ones
Titolo: Jess And The Ancient Ones
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Svart Records
Contatti: myspace.com/jessandtheancientones
Autore: Mourning
Tracklist
1. Prayer For Death And Fire
2. Twilight Witchcraft
3. Sulfur Giants (Red King)
4. Ghost Riders
5. 13th Breath Of The Zodiac
6. Devil (In G Minor)
7. Come Crimson Death
DURATA: 52:45
Li attendevo, sapevo che i Jess And The Ancient Ones quest'anno avrebbero pubblicato il debutto omonimo e speravo proprio che quel mini assaggio offerto da "13th Breath Of The Zodiac" rappresentasse solo una parte del potenziale della band nella quale milita uno dei personaggi più attivi della scena metal finnica, il signor Thomas Corpse.
L'approccio con l'album è stato dei più piacevoli, è normale che quando si tiri in ballo un genere come l'occult rock con voce femminile i riferimenti chiamino in causa in primis in maniera indiscutibile Jinx Dawson e i Coven, mentre tornando ai giorni nostri formazioni quali The Devil's Blood, Blood Ceremony e Jex Thoth sono praticamente divenute delle vere istituzioni e le signore dietro al microfono, Selim Lemouchi, Aliah O'Brien e Jex Thoth, delle divinità che incarnano la sensualità dell'oscuro.
Questa commistione fra anni Settanta e metal è ormai quasi una norma eppure è impossibile non apprezzare la prestazione del combo svedese che in sé racchiude tante influenze, si va da Rory Erickson ai Jefferson Airplane, dagli Atomic Rooster a King Diamond, dagli Iron Maiden ai Led Zeppelin, dagli Abba agli Hawkwind e di monicker ne potrete tirar fuori a bizzeffe. Ovviamente si entra in contatto con i maestri Black Sabbath e le realtà odierne prima citate poco più su in maniera cristallina ma non seguendone con costanza la strada.
Una cosa ci tengo a precisarla: non immaginatevi quell'occult rock pregno di sensazioni scure e intimiste, i Jess And The Ancient Ones sono più esplosivi di molti loro colleghi, sfruttano la vena più godereccia ed esagitata del rock e dell'heavy primordiale per comporre delle belle canzoni. Non meravigliatevi però se ascoltando un pezzo come "Sulphur Giants" vi troverete all'orecchio un elegante ibrido tra gli Abba e il mondo "hellucinato" dei Goblin, i secondi s'intende più per atmosfera che suono.
Questa forma di retrò sound è capace prima di far invaghire e poi del tutto innamorare gli appassionati di ben tre decadi d'arte in musica, unendo alla seduzione di scelte melodiche affascinanti un drumming mai complicatissimo ma disarmantemente bello e una quantità di riff orecchiabili che si stampano in testa accompagnati dal costante e rituale supporto dei synth.
Ciò che viene da chiedersi è: come immergersi in un platter simile? Dimenticate tutto ciò che avete intorno, la notte più profonda e silenziosa o l'uso delle cuffie vi verranno in soccorso, premete "play" e di traccia in traccia lasciatevi investire da brani che gireranno e gireranno nei meandri del vostro cervello ripetutamente.
Il meglio i finlandesi lo racchiudono in una doppietta conclusiva orgasmica che vede susseguirsi le atmosfere blues di "Devil (In G Minor)" e "Come Crimson Death", pezzo memore degli insegnamenti dell'area progressive seventies che si coniuga alla summa del mix impostato sino a quel momento, il finale è un crescendo emotivo che la voce di Jess rende ancor più intenso.
Inutile sottolineare come e quanto sia importante per avere un contatto profondo con il disco seguirne lo scorrere con l'ausilio dei testi, la tracklist è un percorso basato su esperienze personali e sensazioni profonde tramutate in musica e parole, le une hanno bisogno delle altre per mostrarsi nella loro naturale bellezza.
"Jess And The Ancient Ones" è coinvolgente, ottimamente suonato e prodotto, altro che vampiri, l'unica cosa che sta dissanguandomi è la musica, ho il portafoglio che è talmente in rosso a causa dell'alto numero di uscite straordinarie in questo genere e nei filoni affini che il solo pensare di mancarne l'acquisto sarebbe reato e quindi lo eviterò spendendo ancora.
Il mio consiglio non può quindi che essere dei più scontati: compratelo e vivetelo.
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Gruppo: FluiD / John 3:16
Titolo: The Pursuit Of Salvation
Anno: 2012
Provenienza: USA / Svizzera
Etichetta: Alrealon Musique
Contatti: alrealon.co.uk/fluid.html - alrealon.co.uk/john316.html
Autore: Bosj
Tracklist:
1. FluiD - Angels Pt. II
2. FluiD - Plague
3. FluiD - Forewarning
4. John 3:16 - God Is Light
5. John 3:16 - Toward The Red Sea
DURATA: 24:58
 Prendiamoci una pausa dal metal, tutto quel baccano, tutte quelle chitarre... Lasciamo l'amico Lucifero fuori dalla porta per oggi, e andiamo alla ricerca del suo ex datore di lavoro. "The Pursuit Of Salvation" ("La Ricerca della Salvezza", per chi non mastica il linguaggio d'oltremanica) è un'interessante alternativa ai lidi che solitamente bazzichiamo qui su Aristocrazia: trattasi di uno split di cinque tracce stampato limitatissimamente in sole 300 copie su vinile da 12'' contenente la collaborazione tra Cristophe Gilmore, in arte FluiD, produttore chicagoano di estrazione sperimentale ed hip hop, e Philippe Gerber, musicista svizzero attivo nell'ambito drone/dark ambient, mastermind del progetto John 3:16.
È bene ch'io premetta che questo è il mio primo contatto con entrambi i progetti, quindi non ho metri di paragone per quanto riguarda materiale precedente dei due artisti. Confrontandomi perciò solo e soltanto con quanto presente su questo split, posso dire che la ricerca della salvezza è tutto fuorchè solare e ridanciana. Passati i momenti di serenità ispirati dagli Angeli in apertura, rappresentati nella traccia decisamente più eterea e "luminosa" del lotto, il materiale a seguire è via via sempre più fosco, industriale, ombroso. Siamo ben lontani qui dai risvolti ambient più minimali e di sottofondo, così come siamo lontani dal noise più oltranzista: la proposta dei due artisti si inserisce in quel filone sperimentale da cui puoi aspettarti tutto e niente. Una voce effettata e litaniaca dopo cinque minuti di crescendo industriale a base di distorsione chitarristica ("God Is Light", dove se la luce è interpretata in questi termini sonori, non oso pensare a come possa essere reso il buio), tale che non mi stupirei di ritrovare materiale a nome John 3:16, nonostante il citazionismo biblico, recensito in futuro sulle nostre pagine.
Ancora, un sintetizzatore liquido e sporco di supporto a "scratchate" qua e là che ricorda vagamente alcuni sperimentalismi dub della scena americana più recente ("Forewarning", sicuramente il pezzo che maggiormente tradisce le origini hip hop di Gilmore), penso al primo Flying Lotus, ma in chiave molto più oscura, perfettamente sposata al materiale di Gerber sul lato B.
Mente aperta quindi, che non si vive di solo metal lo sappiamo tutti, e approfittiamo delle proposte di qualità che incrociamo lungo la via.
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Gruppo: Jesus Ain't In Poland
Titolo: Freiheit Macht Frei
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Grindpromotion
Contatti: myspace.com/jesusaintinpoland
Autore: Mourning
Tracklist
1.Don’t Ask
2.Lurid Perverted Hypocrites
3.Pray For The Bugs
4. The Kingdom
5. Scarlet Tongues
6. My God Is My Will
7. Blessed Be
8. Shelter Grave
9. Pedophagia
10. Mother Abscess
11. Reptile Pigs
12. The Hole With God Around
13. Amber The Great
14. Degeneration Healers
15. Curse You
DURATA: 30:18
 Non sono uno sfegatato o in genere un ascoltatore ossessivo di grind, però è un mondo che mi ha sempre affascinato in quanto è incorruttibile, realmente underground e difficilmente una band nata con quell'attitudine la perde nel caso divenga mainstream, penso in primis a gente come i Nasum per non citare nomi storici quali Napalm Death, Extreme Noise Terror e in Italia i beniamini Cripple Bastards.
I Jesus Ain't In Poland erano attesi al varco, dopo aver prodotto quella mazzata di appena un quarto d'ora complessiva a titolo "Holobscene" nel 2008, non rimaneva che compiere il passo successivo dimostrando così che i modenesi non fossero solo un fuoco di paglia.
Il 2012 ci spiattella nello stereo "Freiheit Macht Frei" prodotto dalla solita, attenta e laboriosa Grindpromotion, le premesse sono delle migliori, com'è il disco? Una fottuta bomba.
Il tempo trascorso fra le due uscite ha portato con sé maturità, ha affinato le composizioni e in un certo qual modo adesso ci troviamo a che fare con una band molto più retrò di quanto lo fosse inizialmente.
È palese quanto il mood dell'album e lo stampo con il quale sono state realizzate la tracce siano affini a una scena al limite fra quella dei primi passi mossi sul finire degli anni Ottanta e quella dilagante nel periodo iniziale dei Novanta tanto che citare i Napalm Death, fra l'altro tornati ancora una volta a colpire con "Utilitarian", o chiamare in causa gente come i Brutal Truth e i Dead Infection può starci con tutta tranquillità. Alla componente "macinacrani" infatti si è aggiunta una quota riconoscibilissima di death metal a fornire (come se ce ne fosse stato il bisogno) solidità e pesantezza a un sound che spinge a manetta ma sa anche divenire ragionato e cervellotico, trovando nelle pause che intervallano blastati e tupa-tupa dei rallentamenti tesi a energizzare il fattore creativo.
La crescita insomma c'è stata e la si percepisce, eccome se la si percepisce.
È una prestazione d'alto livello quella contenuta in "Freiheit Macht Frei", la strumentazione è praticamente perfetta, il reparto vocale fra urlato e growl non si fa mancare davvero nulla e a corredare il tutto c'è una produzione che rende ascoltabile in maniera adeguata il complesso.
Inutile consigliarvi un brano piuttosto che un altro, questo tipo di disco è da "on air" diretto e sconvolgente, una veloce, distruttiva pettinata ai capelli che lascia un buon ricordo sul finire e invoca a gran voce di premere il tasto "repeat".
Qualche detrattore potrà pensare a una possibile standardizzazione per attirare sul monicker Jesus Ain't Poland un interesse più ampio rispetto a quello limitato dell'underground (limitato???), anche se fosse così, per com'è strutturato, suonato e prodotto questo "Freiheit Macht Frei" farebbe invidia a molti act legati a label maggiori (chi dice Relapse?), che si troverebbero a piangere dopo aver goduto con una mattonata simile.
"Holobscene" era il giovane grintoso e privo di mezzi termini, "Freiheit Macht Frei" è l'adolescente che scopre di star per divenire adulto, si difende con fendenti ma agisce con astuzia evitando mosse spregiudicate, il terzo cosa sarà? Come Gandalf che da Grigio diviene Bianco avremo a che fare con una mutazione totale e che condurrà a una forma ancor più devastante? Ci ritroveremo con un capolavoro fra le mani? Me lo e glielo auguro.
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Gruppo: Jumping Jack
Titolo: Truck & Bones
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Aderock Records
Contatti: myspace.com/jumpingjackgroup
Autore: Mourning
Tracklist
1. She Made No Resist
2. Wet Desert
3. Crystal Tree
4. Into My Eyes
5. Churches Flames
6. Taxidermic Sensation
7. Fucking Holidays
8. Black Jack
9. Siren's Blast
10. Drunk Peanut
11. Neverth
DURATA: 48:38
 Due anni, sono passati due anni dall'uscita del primo ep "Cows And Whisky" e a gran voce ritornano i francesi Jumping Jack con l'album di debutto "Truck & Bones", vogliono farsi sentire e lo fanno nel migliore dei modi.
Li avevamo lasciati vogliosi di divertire e carichi di una goliardia travolgente, li ritroviamo convinti, incazzati e con una prestazione muscolare che ha aumentato il tasso di ottani non mettendo di lato nessuna delle componenti passate come le incursioni groovy e il Kyuss sound ma con l'aggiunta di un tocco grunge percettibile in più situazioni che adesso ne completa la miscela esplosiva.
Quest'ultimo additivo è chiaramente riscontrabile nell'opener "She Made No Resist" nella quale echi degli Alice In Chains sono evidenti soprattutto nell'impostazione vocale del sempre bravo Julien Bells, nei momenti in cui decide di mettere di lato il graffiato irruento a favore di un'esecuzione più pulita e come non pensare a un accostamento nirvaniano in alcuni frangenti della successiva "Wet Desert"?
Che il sound dei Jumping Jack sia di quelli "bastardi", nel modo più corretto e piacevole d'interpretazione del termine, è evidente, riescono a essere convincenti nei pezzi più heavy e trascinanti come avviene in una "Into My Eyes" nella quale spiccano la semplicità del ritornello, la fase corale e le spinte di cassa ad opera di un Chris Dabrown scatenato.
I francesi incanalano una crosta southern godereccia in "Fucking Holidays" e "Siren's Beast", tengono il piede ben saldo sull'acceleratore ma essendo un grosso camion con tanto di rimorchio il mezzo prescelto per rappresentare la prestazione massiccia dell'album, era dovuto attendersi non grandi velocità piuttosto logicamente un'espressione di potenza e impatto dirompenti, ci hanno accontentati.
Il modo di sedurre con note e soluzioni dietro il microfono che sembrano sempre più un incrocio con la Seattle degli anni Novanta e l'evoluzione di Homme nelle sue varie creature sono stati pienamente assorbiti, ascoltate "Churches Flames", è lampante come una deriva dei Queens Of The Stone Age più malinconici s'inserisca nell'animo dei Jumping Jack e per non far torto a nessuno in "Taxidermic Sensation" è la band madre Kyuss a unirsi all'onda sonora del gruppo spalleggiandola e arricchendola ancor più.
Le prospettive erano rosee, non mi attendevo però un album così convincente ed essenzialmente maturo come "Trucks & Bones". Il trio, nel quale è d'obbligo citare il lavoro del bassista Manu Redhead perfetto nel dar manforte allo scatenato Chris dietro le pelli, possiede la piena consapevolezza dei mezzi a propria disposizione e li utilizza con una naturalezza e gusto sui quali c'è poco da discutere.
Leggendo avrete quindi compreso che ritengo questo disco un acquisto da fare, se poi aveste già avuto in passato il piacere d'ascoltare quella dose d'adrenalina che è "Cows And Whisky" sono sicuro che questo "Truck & Bones" non vorrete di certo perderlo, è puro godimento.
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Gruppo: Joe Thrasher
Titolo: Cries Of War
Anno: 2011
Provenienza: Canada
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/joethrasher
Autore: Mourning
Tracklist
1. Cries Of War
2. Homicide
3. Hell Hounds
4. Leatherhead
5. Life Erodes
6. This Is A Test
7. Metal Til You Puke
8. Out For Blood
9. We Are The Ones
10. Canadian Metal
DURATA: 30:07
 In una scena thrash che produce tante di quelle pattumiere di plastica, pseudo act che si definiscono tali suonando metalcore e band thrash/core che di quell'attitudine possiedono a stento il vestiario, come cazzo si fa a non mettere sotto contratto una realtà come i Joe Thrasher?
I canadesi tornano a distanza di due anni dallo splendido debutto "Metal Forces" con un "Cries Of War" scoppiettante, talmente semplice e fottutamente thrash che una volta inserito nello stereo non vi passerà neanche lontanamente l'idea di toglierlo o skipparne un traccia.
La scelta di proseguire il percorso intrapreso in precedenza scrivendo canzoni per lo più di breve durata, la più lunga in questo specifico caso è "We Are The Ones" con i suoi cinque minuti e mezzo mentre le altre si attestano sui due o tre minuti di media, è indovinata, un mordi e fuggi che ti permette di scatenare un headbanging spezzacollo.
La proposta continua a essere devota al sound Bay Area, i nomi sono i soliti Metallica, Testament, Overkill anche se non è da escludere l'influenza di acts speed ed heavy in stile Exciter, Hallows Eve e Metal Church, lo riscontrerete nelle canzoni che però grondano di personalità, sono veloci, compatte, con riff che affettano l'aria e assoli al fulmicotone, batteria che martella e fiumi di adrenalina, questo è ciò che troverete in "Cries Of War".
Il disco è altamente professionale sia per quanto concerne la prestazione strumentale di assoluto livello da parte del combo, sia per una produzione fantastica che pur presentandosi in forma "pulita" non si avvicina neanche di striscio a quelle letteralmente imballate tanto in voga oggi.
Menzione speciale come avvenne in "Metal Forces" va fatta nuovamente per Scott, il cantante non è solo migliorato e adesso totalmente padrone della propria voce, è a suo agio sia nelle fasi melodiche che in quelle più aggressive e scure, le linee assegnate ai brani rendono decisamente giustizia alla musica e "We Are The Ones" è un fottuto inno.
Avrete compreso che un album simile mi abbia entusiasmato e non poco, quindi tornando all'incipit del testo la domanda sorge spontanea: dove minchia guardano le label? Meno Trivium, Bullet For My Valentine ("zero bullshit" in pratica) e più Joe Thrasher, è questo che serve realmente al metal.
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Gruppo: J.C. Jess
Titolo: Battlefront
Anno: 2011
Provenienza: Francia
Etichetta: Brennus Music
Contatti: myspace.com/jcjessmetal
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro
2. Saviour
3. Walk With Us
4. Decline
5. Deads Are All Great
6. Remember
7. Prepare, Aim Fire
8. Soldier
9. Frontline
10. Irreversible Damages
11. Crappy Day
12. Requiem
13. Backfire
14. First Time I Was Born
DURATA: 01:05:25
BONUS DVD
1. Wake Of The Dead
2. Give Me More
3. Matter In Your Hand
4. Extratime
5. Never Be The Same
6. Anger
7. End Of A Dream
8. Just On You
9. W.A.R.
DURATA: 43:53
 I J.C.Jess sono la band del chitarrista Jean-Christophe "J.C." Lefevre, il nome ai più attenti non sarà passato inosservato in quanto ascia dei francesi e connazionali Nightmare, band storica della scena heavy transalpina.
Non avevo neanche idea esistesse questa formazione sino a quando non ne ho incrociato per caso il Myspace, ho ascoltato i brani ed è stato quasi istintivo mettermi in contatto con loro.
Sono stati molto disponibili e con piacere mi ritrovo fra le mani l'ultimo partorito, sì perché di album ne avevano già pubblicati due, "Matter In Your Hand" (2007) e "Wake Of The Dead" (2008), "Battlefront", il quale contiene oltre le quattordici tracce musicali anche un secondo cd-dvd con l'esibizione in qualità di co-headliner al La Roche N' Roll Fest del 2010.
Musicalmente posso affermare d'esser rimasto sorpreso in positivo, i J.C.Jess sono musicisti preparati, ottimi esecutori e conoscendo bene il proprio mestiere hanno saputo creare un disco privo di momenti di stasi e soprattutto molto vario.
È possibile farsi coinvolgere da canzoni più aggressive e dall'appeal thrashy come l'opener "Savior", dal neo-classicismo insito in "Deads Are All Great", dal mid-tempo grasso e corposo di "Requiem" e perché no, venire sedotti dall'inaspettata ballad "Irreversible Damages", le frecce che l'arco dei francesi è pronto a scoccare sono molteplici e tutte indirizzate dritte al centro del bersaglio.
I pregi surclassano decisamente i difetti, le prestazioni delle sei corde di Lefevre e Dick sono praticamente perfette nella costruzione e sviluppo del riffing così come in chiave solistica, impeccabili dal punto di vista tecnico e accattivanti per ciò che concerne le melodie.
Stesso discorso positivo va fatto per il lavoro svolto dalla voce di J.C.Jess, è dinamico, si permette il lusso di vibrare e variare con continuità all'interno dei brani più volte svoltando umoralmente in più occasioni, si passa da clean a ruvidi assalti con una facilità disarmante, qual è allora la pecca che per quanto minima sia arreca danno a "Battlefront"? La produzione, è lì che sta l'inghippo, il sound è ovattato, peccato perché senza questa sorta di "muro" virtuale, l'album avrebbe guadagnato ancora punti, non che il problema sia di quelli gambizzanti, una volta che l'orecchio si abitua c'è solo da alzare il volume e prendere i pezzi per ciò che sono: delle ottime composizioni da riascoltare più e più volte.
Il Dvd contenente quarantacinque minuti di musica live, offre la possibilità di vedere i J.C.Jess in azione su di un palco con brani che non sono inseriti in "Battlefront", avrete quindi modo di venire a contatto con le produzioni passate del combo, la qualità sia audio che video è ben più che discreta e ciò è sicuramente un motivo in più per dare credito alla professionalità e corposità della proposta di questa band.
Tirando le somme, "Battlefront" è un platter del quale mi sento di consigliare l'acquisto, se volete un po' di sano heavy metal melodico, combattivo e che vi dia una bella sveglia, i J.C.Jess si devono tenere in considerazione.
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Gruppo: Joyless Jokers
Titolo: Taste Of Victory
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: Facebook - Myspace
Autore: Akh.
Tracklist
1. Rain
2. Murder In Me
3. Scream
4. Point Of No Returne
5. Whispers To Shadows
6. Hopeless
7. I'll Watch You Die
8. Taste Of Victory
DURATA: 33:08
 Per Aristocrazia Webzine il nome dei vicentini Joyless Jokers non è sconosciuto, abbiamo avuto già modo di parlare con loro e recensire il loro precedente mini, quindi sapevamo benissimo con chi avevamo a che fare nonostante il sottoscritto generalmente mal si accosti al MDM, quindi le aspettative per l’esordio sulla lunga distanza erano assolutamente alte, ciò con i suoi pro e i suoi contro.
C’è da dire che come politica interna continuiamo a preferire il lavoro con i supporti fisici e mai come stavolta sono felice di poter aver fra le mani il cd in quanto gli mp3 (di ottima qualità certamente) proprio non reggono il confronto con il suono del supporto ottico (ma di questo svilupperò il discorso più avanti).
Il combo veneto come da prassi per il genere si muove strizzando l’occhio alle sonorità tipicamente svedesi, creando una miscela fra certi In Flames (soprattutto in alcune soluzioni solistiche ed armonizzazioni), ma anche gli sconosciuti Grief Of Emerald (periodo "...The Beginning") oppure i Ceremonial Oath, il tutto centrifugato con la cattiveria che solamente i migliori At The Gates sapevano garantire, uniti ad una natura vocativa più estrema dove ascoltando con attenzione le scale adoperate nei vari riff esce fuori una vena D.M. che a mio avviso è il lato migliore della band.
Per confermare queste parole si parte con una "Rain" dal riffing incisivo che mi si è stampato immediatamente in mente (sia prima che dopo il break centrale) e che ha incominciato a far muovere il piede ed il capoccione, nonostante la batteria si muova su coordinate un po' troppo standard per i miei gusti, ma perfettamente in linea con la tradizione dello stile proposto.
Ok, da "Murder In Me" in poi preparatevi perchè i Joyless Jokers non si fermeranno più inanellando una serie impressionante di riff e ritmiche tritaossa da paura, la batteria si scrolla di dosso il peso dell’ortodossia ed incomincia una prestazione al cardiopalma ricca di controtempi, dinamiche incisive e fantasiose, con un tocco pestato ad enfatizzare l’aggressività che si respira in questo "Taste Of Victory".
Thomas ha deciso una timbrica dalle tonalità più alte rispetto al passato coadiuvate da una ruvidità che fa impressione per potenza ed impatto, soprattutto per un tappeto di backing vocals piu’ basse che creano un effetto sorprendentemente incazzato e distruttivo nonostante siano volutamente mixate più in basso rispetto alle linee principali (e qui torna in gioco il valore della produzione, in quanto gli mp3 non consentivano di apprezzare in toto di molti di questi arrangiamenti, comprese certe sortite delle tastiere); soluzione che mi auguro i nostri riprendano anche in sede live per dimostrare tutto il loro valore detonativo.
Le tastiere si appoggiano spesso con dinamiche effettistiche (in alcuni frangenti si possono udire sottili richiami a "The Key" dei supremi Nocturnus) che danno un piglio modernizzante alle bordate realizzate dalle due asce (di Rudy e Michele) come ben si evidenzia in "Scream" o "Point Of No Return" o con alcuni fraseggiatori ad alto effetto o con alcune soluzioni di battute in levare in maniera da acuire uno stato di sospensione attorno all’inferno indemoniato che i J.J. ci propongono.
In alcuni frangenti mi par di intuire alcune reminiscenze Dream Theater (epoca "Awake") soprattutto nella parte solista e ritmica delle citate "Scream" e "Hopless" o qua e là alcune note degne di quel capolavoro a nome "Heartwork".
Ottimi i frangenti in cui l’intrecciarsi degli strumenti creano una densità ritmica da cardiopalma in cui le chitarre e le tastiere si adoperano in egual misura per infittire le trame delle battute, mentre la doppia cassa spadroneggia con arrangiamenti decisi e corposi, inutile dire che ci troviamo davanti ad un gruppo dall'indiscutibile tasso tecnico come ci dimostrano i vari legati o le ritmiche sincopate che a tratti appaiono a minacciare la nostra cervicale; infatti se avete il terrore di trovarvi davanti all’ennesimo album derivativo e moscio vi sbagliate di grosso e sono a dimostrarvelo "Hopeless" e "I'll Watch You Die" con i loro devastanti stacchi pennati.
Thomas trova metriche incattivite supportato da una voce ruvida che non si risparmia mai un solo secondo su cui le chitarre dal suono compresso e granelloso (ascoltandone la pesantezza danno l'impressione di sette corde), che difficilmente mi sono ritrovato ad ascoltare in dischi di MDM, si stagliano fiere e possenti, realizzando otto inni di assoluto valore.
È inutile disquisire questo album, dove tutto è all’altezza della situazione compreso un suono ottimamente bilanciato fino al punto da permetterci di poter scegliere come affrontare il disco, lavorando sui bassi ne esce fuori maggiormente la botta di matrice Death Metal, mentre privilegiando gli alti viene fuori maggiormente la natura epica e moderna del combo vicentino; con i vari giri di tastiera che si integrano alla perfezione sulle particolari chiusure di melodie dei manici (a tratti mi rimembrano i cari SoulGrind di "Lacerans" anche se quest’ultimi più apertamente si ispiravano agli Opeth di mezzo), dove un alto tasso di arrangiamenti è lì pronto ad offrirsi alle nostre voraci orecchie.
Non nascondiamocelo: la Svezia ha creato capolavori indiscussi, stavolta però le tocca stare a guardare alla finestra perchè il centro pieno lo beccano questi ragazzi qua, realizzando un album che per me deve imporsi in maniera assoluta, divenendo fin da adesso uno dei papabili top 5 di questo 2012e.v. e se ciò vi pare strano lo pare ancor di più a me che non impazzisco per il Melodic Death Metal, ma questi sono i fatti. Se adorate In Flames, Dark Tranquillity, Arch Enemy e paccottiglia simile, sappiate che i Joyless Jokers se li infilano di brutto e se proprio non potete fare a meno delle mediocrità che vi ripropinano gli svedesi da anni oramai, cito il gruppo: I'll Watch You Die!!!
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Gruppo: Jess And The Ancient Ones
Titolo: 13th Breath Of The Zodiac
Anno: 2011
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Svart Records
Contatti: myspace.com/jessandtheancientones
Autore: Mourning
Tracklist
1. 13th Breath Of The Zodiac
2. White Witch Of Rose Hall
DURATA: 8:40
I Jess And The Ancient Ones sono una band di Occult Rock, devo ringraziare Thomas Corpse (Deathchain, Forgotten Horror, Winterwolfe, ex Demilich), chitarrista della formazione, per avermi inviato il sette pollici limitato a 500 copie che anticipa l'uscita del debutto ufficiale che a quanto sembra sarà ancora legato alla finnica Svart Records.
La proposta può essere similarmente collegata a quella di act come Devil's Blood, Jex Thoth e Blood Ceremony, è una female fronted band che vede Jess, supportata da una schiera di validi musicisti, proporre a mo' di antipasto due brani, la titletrack e una cover, "White Witch Of Rose Hall" estratta dal debutto "Witchcraft (Destroys Minds And Reaps Souls)" (1969) degli immortali Coven della "strega" Jinx Dawson, capostipiti di un certo tipo d' approccio musicale affascinante ed esoterico che faceva convivere la natura femminile con il rock spiritualmente "impegnato" in una direzione ben precisa.
"13th Breath Of The Zodiac" possiede un buon flavour seventies, discreti intrecci di chitarra e l'aura scura che ben si addice al genere, la voce di Jess non è affascinante quanto quella di altre sue colleghe, più robusta, l'approccio sonoro è comunque riconducibile ai nomi citati anche se decisamente meno doom oriented rispetto alle band oltreoceaniche ma capace di affondare nella psichedelia, per questo vi consiglio di visitare il canale YouTube della band nel quale potrete guardare e ascoltare le esibizioni di altri due pezzi più evocativi: "Sulfur Giants" e "Into Starlit" più evocativi, come singolo apripista hanno infatti puntato sul brano più diretto sinora in loro possesso.
Nulla da dire per quanto concerne la cover dei Coven, ben interpretata ma che al pari di "13th Breath Of The Zodiac" evidenzia il fatto che i Jess And The Ancient Ones siano ancora alla ricerca di un'identità propria, è questa probabilmente la lacuna che rende ancor più interessante l'attesa di un album che potrebbe togliere più di un dubbio in tal proposito, aspettandone l'uscita iniziate a prender confidenza con loro tramite questo lavoro: sono in stato di "work in progress".
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Gruppo: Je
Titolo: Un Royaume De Nuit
Anno: 2011
Provenienza: Francia
Etichetta: Arx Production
Contatti: myspace.com/jemusical
Autore: Mourning
Tracklist
1. Chûte De l'Etre
2. Les Mensonges De l'Aube
3. Materiel
4. Legendes Urbaines
5. Un Royaume De Nuit
DURATA: 27:59
 Prima dovrò pur capire o qualcuno dovrà spiegarmi cos'è lo shoegaze/black, mi sembra un'etichetta molto ma molto appiccicata "ad hoc" dalle label per vendere fumo negli occhi e sinora ci sono anche riuscite alla grande.
Detto ciò, mi trovo fra le mani il primo parto dei francesi Je intitolato "Un Royame De Nuit" che musicalmente può essere considerato affine al filone che vede la presenza del personalmente contestabilissimo Alcest e altre creature che reputo più interessanti quali Lantlòs e i defunti Lifelover.
La forma metal con cui si presentano suona ormai nota ai più e l'opener strumentale "Chûte De l'Etre" offre una piacevole introduzione che fra attimi puliti sognanti e delicati e altri nei quale spinge sulla distorsione per accentuare il fattore "malinconia" ci conduce a "Les Mensonges De L'Aube", pezzo che onestamente tutto pare fuorché d'estrazione black, si può parlare al massimo di un riffing heavy metal "estremizzato" e tendente alle volte al versante melodic del genere "nero" dotato di ritmiche per lo più allentate, che si avvale di cambi di tempo punkeggianti e una sprezzante tirata in velocità che accompagna nel finale per vivacizzarsi, sin qui nulla di eclatante ma non dispiace.
L'atmosfera anche nelle concitate esplosioni emotive rimane comunque molto "soft", non c'è l'animo né la cattiveria del black, non c'è la ferocia nè la desolazione e anche "Materiel", più decisa rispetto agli episodi precedenti, sembra avvalorare una inflessione riflessiva lontana da quelle ambientazioni così come dalle lande "depressive" che in tanti hanno chiamato in causa per alcuni progetti di questo filone "post/black" (?), mai realmente inquadranti la visione di un sound talmente ibrido da non appartenere a nessuna corrente ma divenire "vittima" di tutte quelle conosciute, l'atteggiamento e il pensiero in più di un frangente sembrano pendere filosoficamente in direzione del "rock-dark wave".
La mano finalmente viene calcata in "Legendes Urbaines" dove il riffato già notevolmente svedese in più fraseggi viene ulteriormente imbastardito con inframezzi thrashati, continuano a produrre dissonanze e la voce di e.Z.k., che nel corso della prova ha alternato scream e sibilati, è adeguata, fornisce spessore aggiuntivo a un pezzo meno accattivante ma che guadagna sotto il punto di vista della "robustezza".
Con la titletrack, ennesimo pout pourri d'influenze che porta a conclusione il platter, si giunge al capolinea senza né aggiungere né togliere nulla a quanto antecedentemente messo in mostra.
I Je e il loro "Un Royaume De Nuit" sono quindi consigliabili prevalentemente, se non esclusivamente, a chi ama e segue le ultime ondate di band partorite dal mondo "black" come gli act citati nel testo, gli altri potranno tranquillamente evitarseli.
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Gruppo: Jacula
Titolo: Pre Viam
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Black Widow
Contatti: myspace.com/jaculaofficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. Jacula Is Back
2. Pre Viam
3. Blacklady Kiss
4. Deviens Folle (Gothic Love Piano)
5. In Rain
6. Godwitch
7. Possaction
DURATA: 47:10
Scrivere di Antonio Bartoccetti è complicato, non si ha a che fare solo con il musicista/artista ma con una vera e propria icona del rock ritualistico ed esoterico come lo furono, e per il sottoscritto lo sono ancora, i Coven, è quindi un particolare piacere avere nelle orecchie un nuovo disco a monicker Jacula dopo quasi quarant'anni di fermo per questo progetto.
"Pre Viam" è un lavoro interessantissimo legato alla classica natura chitarristica del Bartoccetti, capace di far confluire la vena progressiva che da sempre lo contraddistinge, lo stile neo-classico e una personalità dirompente all'interno di brani modernizzati dall'uso di tastiere e synth ad opera in quest'album non della sua compagna di sempre Doris Norton ma bensì del figlio conosciuto col nome d'arte di Rexanthony e famoso a livello mondiale in qualità di creatore di musica techno ed elettronica (il singolo "Polaris Dream" vi sarà capitato anche per sbaglio di ascoltarlo, fu in rotazione su Mtv praticamente ininterrottamente per un bel periodo negli anni Novanta).
Le carte poste in tavola però non si allontanano poi tanto dalla produzione sin qui conosciuta, abbiamo una concentrazione densa e imponente di fasi ampiamente riflessive e gotico decadenti che si alternano ad altre spettrali e demoniache in un binomio che qualsiasi direzione prenda conduce diritto verso il nero, la via degli Jacula non è fra le più sicure da percorrere.
La tracklist si apre con "Jacula Is Back", le porte infernali vengono spalancate da un sound che miscela acustico, hard rock e tastiere, il Bartoccetti ci regala anche una bella incursione solistica facendo presagire magari a un crescendo d'intensità, smentito dalla successiva titletrack che affonda in un mondo completamente differente.
Sembra di avere a che fare con una dimensione sonora familiare a quelle create dai Goblin cariche di pathos dark rafforzato in questo caso dalla voce femminile che interpreta le proprie linee in un recitato particolarmente oscuro supportata dalle tastiere divenute strumento prominente nel pezzo.
In "Black Lady Kiss" sono le note celestialmente scure del pianoforte a rimanere impresse, ancor più se incastonate in una intelaiatura esotericamente progressiva come quella imbastita dal musicista marchigiano, che sia il famoso "Paradiso Perduto"?
La voce femminile torna a farci visita in "Deviens Folle", è una malinconia che si espande a macchia d'olio, l'aura gotica è ai suoi massimi livelli struggente e incatenante proseguendo la propria opera di drammatizzazione sonora con "Rain" in cui pur pulsando nuovamente l'hard rock, la componente sacrale del canto gregoriano e il profano misticizzare che ancora una volta nella solistica del Bartoccetti assume connotazione piena e travolgente la rendono avvolgente, cielo e terra si scontrano in un solo istante, fantastica.
E' impossibile non rimanere affascinati dal modo in cui "Pre Viam" prende forma, muta in corsa pur mantenendo nel suo background l'originale essenza e "Godwitch" è esaltata al pari di un affresco sconvolto dalle tonalità scure generate dal mood infusole dall'accoppiata composta dal piano e dal synth e da un'atmosfera ancestrale e divinatoria.
Tocca quindi a "Possaction", conclusivo estremo ai limiti della follia di un esorcismo realmente praticato su di una ragazza postumamente suicidatasi supportato dalla note pesanti e marziali, porre il sigillo di chiusura al platter.
Maestri non ci si diventa per puro caso e Antonio Bartoccetti è da annoverare e adorare perché è fra quella sparuta schiera di personaggi che possono vantare tale titolo.
L'apocalisse giudeo-cristiana ce la sta tirando addosso? La fine del mondo in quel cazzo di dicembre 2012 predetta dai Maya si avvererà? Anticipo i tempi sfruttando la musica degli Jacula per abbandonare una terra e passare oltre con la mente, "Pre Viam" è un acquisto che va fatto, non ci sono scuse che tengano.
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Informazioni
Gruppo: June DeVille
Titolo: Swan Songs Of The Coyote
Anno: 2011
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Hungry Ghosts Prod.
Contatti: www.junedeville.com - www.myspace.com/junedeville
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. The Grand Desperate Race For Love
2. Rebecca's Evil Eye
3. The Blues Of The Powerful
4. Swords & Wines
5. Railway Flirt (Love In Lausanne)
6. Destroy Everything
7. Jackals Of Compassion
8. Dilettante
9. Clouds
10. Grass, Like Sapphic Hair
11. Forbidden Song I
12. Forbidden Song II
13. Forbidden Song III
DURATA: 01:01:00
 I June DeVille sono un power-trio di Losanna che, in questo 2011, centra il bersaglio del suo secondo full, intitolato "Swan Songs Of The Coyote".
Come appena detto, il gruppo proviene dalla Svizzera ma in realtà sembrerebbe nato e cresciuto nell'uggiosa Seattle.
È infatti proprio il movimento Grunge a costituire la muratura portante della proposta anche se, in realtà, sono molte le sfumature tirate in ballo dai June DeVille.
I Soundgarden e gli Alice In Chains sono i primi nomi a cui ho pensato nel momento in cui i miei padiglioni auricolari venivano inondati da "The Grand Desperate Race For Love" e dalle rabbiose "Swords & Wines" (con quell'energico riff principale che si stampa in testa e non se ne va più) e "Jackals Of Compassion". Questi pezzi sono infatti prepotentemente influenzati dai suddetti gruppi, ma vedono l'aggiunta di forti influenze Alternative Rock, lievi accenni Punk e vaghi spunti Stoner.
Il Grunge di "Rebecca's Evil Eye" e "Railway Flirt (Love In Lausanne)" porta invece il marchio dei Mudhoney (in senso molto ampio forse potrei azzardarmi a citare anche i Pixies), con un mood grigiastro che ben si incastra con alcune lontane derive dal sapore Post-Hardcore nella prima menzionata, soprattutto per quanto riguarda la chitarra.
In tracce come "The Blues Of The Powerful" e "Destroy Everything" sono invece i Pearl Jam a rappresentare l'influenza maggiore e davvero degni di nota sono i risvolti psichedelici che si insinuano in queste strutture.
Cambia profondamente la situazione con "Dilettante" e "Grass, Like Sapphic Hair" che portano nella mente dell'ascoltatore una ventata di aria secca e riarsa, grazie ad una maggiore esposizione nei confronti del lato Stoner e Southern della proposta, elementi precedentemente solo accennati.
Il disco viene poi concluso da una trilogia di "Forbidden Song", di cui le due iniziali presumibilmente registrate in sede live: la prima è il classico motivetto che potrebbe essere intonato da un manipolo di amici al pub, mentre la seconda parrebbe essere una jam tra i membri della band. La terza e ultima invece, beh, vi voglio lasciare il piacere di scoprirlo da soli!
Parlando di prestazioni strumentali, credo che "Swan Songs Of The Coyote" abbia ben poche osservazioni da raccogliere: l'elemento che più si fa apprezzare è forse il basso, in quanto sempre ben presente e pulsante, oltre che slanciato più di una volta in pregevoli soli.
La chitarra e la voce sono ottime nelle loro camaleontiche variazioni e la batteria, allo stesso modo, è sempre pronta e precisa nell'assecondare i cambiamenti umorali del disco.
Insomma, questo secondo parto dei June DeVille sarà sicuramente apprezzato da coloro che si diletta(ro)no nello svisceramento del nucleo della scena Grunge ma, date le ottime qualità e la poliedricità dell'album, non mi stupirei per nulla se anche chi non è particolarmente affine al movimento summenzionato trovasse soddisfazione nell'ascolto di questi svizzeri.
Peraltro, il disco è disponibile in download sul sito del gruppo a offerta libera (che non deve necessariamente voler dire zero, eh).
Da parte del sottoscritto comunque: Thumbs Up ai June DeVille!
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Informazioni
Gruppo: Jane Dark
Titolo: Voices From The Deep
Anno: 2011
Provenienza: Serbia
Etichetta: Terror Blast
Contatti: www.myspace.com/janedarkband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Children Of The Eternal Night
2. Behind The Walls
3. In The Mouth Of Madness
4. The Path
5. Unholy Rituals
6. In Your Nightmares
7. Lurking Fear
8. Falling Apart
9. From The Deep
10. Voices
11. In The Moment Of Last Feeling
DURATA: 47:49
 Death metal ancora una volta dal territorio serbo, dopo aver esaminato un paio di settimane fa gli Ashen Epitaph tocca ai Jane Dark.
In comune le due formazioni hanno più di un fattore, in primis il riffmaker Norbert Gyõri, in questo caso anche cantante, in secundis un cammino lungo e tortuoso, anche i Jane Dark hanno iniziato a muovere i loro passi nei primi anni post 2000 ma fra una momentanea perdita d'identità con tanto di cambio di monicker in Mortus Causa e qualche altro pezzo perso per strada, è solo nel 2009 che si affacciano sulla scena con un "Promo" di tre pezzi.
A due anni di distanza da quell'uscita, a tempo ormai maturo e con il supporto della label underground Terror Blast danno alle stampe il debutto "Voices From The Deep".
Lo stile di Norbert nel creare i riff è alquanto riconoscibile e porta con sè influenze di stampo svedese fra cui quelle degli immortali Edge Of Sanity, nome importante per lo svolgere del platter caro al chitarrista è quello dei Carcass che fanno capolino anche nell'esecuzione vocale tendente a uno scream/growl che in alcuni punti ricorda seppur alla lontana la timbrica di Jeff Walker e qualche rimando thrashy ai Kreator salta fuori di tanto in tanto, il mix è di quelli che fanno ben sperare.
Basterebbero gli act citati per farvi intendere che "Voices From The Deep", pur essendo un platter capace di fabbricare una quantità di melodia non indifferente, possiede anche una muscolarità di tutto rispetto, si allontana dagli standard odierni infilando in consecuzione una serie di brani che evitano di sfruttare velocità folli e ghirigori, la stesura dei pezzi per lo più tendente a mid-tempos regala fraseggi marcescenti di scuola inglese, salta fuori qualche reminiscenza di stampo Benediction e Bolt Thrower il che non può essere di certo un male.
Nell'usare per quest'album l'aggettivo "melodico" intendo quel tipo di musica che girava nelle lande europee prima dell'uscita di "Slaughter Of The Soul" quindi uno stile incalzante, condito da rallentamenti e assoli inseriti ad arricchirne la causa, no clean vocals, no ritonelli del cazzo, no emo shit, potrete farvene un'idea chiara ascoltando canzoni quali "Children Of The Eternal Night" e "Unholy Ritual" ideali per entrare in contatto appieno con la proposta dei Jane Dark.
"Voices From The Deep" scivola via elargendo in alternato attimi più o meno concitati, innalzando continuamente riff di stampo nineties e per chi è profondamente legato a quel periodo storico/musicale tracce come "Lurking Fear" e la stessa titletrack risulteranno essere delle buone compagne d'avventura.
Curato discretamente sia dal punto di vista atmosferico che da quello legato all'operato dietro al mixer molto vivo, è bello poter ascoltare un sound che non suoni come una perfetta forma di "copia e incolla", i Jane Dark svolgono il loro dovere con dedizione e un risultato più che apprezzabile.
Non mi resta da far altro che consigliarvi di ascoltare "Voices From The Deep", dovesse entrare nelle vostre grazie acquistate, le piccole realtà hanno bisogno di tutto il supporto possibile, la musica vera sta ancora lì, "sottoterra".
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