lunedì 30 agosto 2010

MOLOKEN - Out Astral Circle

Informazioni
Gruppo: Moloken
Anno: 2009
Etichetta: Discouraged Records
Contatti: www.myspace.com/moloken
Autore: Mourning

Tracklist
1. Molten Pantheon
2. Untitled I
3. Die Fear Will
4. Followers
5. Untitled II
6. EBEORIETEMET
7. My Enemy
8. Untitled III
9. 11"12

DURATA: 54:02

La formazione svedese dei Moloken, proveneniente da Umeå, nel 2009 esce allo scoperto con l'album di debutto "Our Astral Circle" a conferma della buona vena compositiva che aveva dato i propri frutti nella creazione dell'antecedente ep "We All Face The Dark Alone", un'unica traccia lunga una quindicina di minuti rilasciata nel 2008.
Sono una creatura moderna, seppur le sonorità classiche del doom si possano riscontrare all'interno del platter vengono contrastate dall'attitudine post che fa di formazioni quali Isis, Cult Of Luna e Callisto le fonti di un sound che sa essere roccioso e perdersi in un attimo nell'introspettivo più intenso.
Quasi un'ora di musica che offre delle buone dinamiche, un aspetto possente, grandi dissonanze e cosa più importante è il climax atmosferico a dar rappresentazione emotiva del lavoro svolto dalle chitarre di Kristoffer Bäckström e Johan Öman, dal basso Nicklas Bäckström e dalla batteria di Jakob Burstedt.
Il complesso strumentale trova sfogo nella voce che si divide fra ansia e disperazione, un presagire greve che percuote le canzoni inasprendole come un continuo attacco di panico, una situazione in cui il nero si tinge di nero, in cui i momenti meno frenetici servono solo d'avvertimento per un avvenente cambio di mood.
I brani è questo che designano, un quadro instabile che di pennellata in pennellata si viene a comporre trovando colori più o meno decisi a seconda della forza con cui isono impresse, la trilogia degli "Untitled" è quella che al meglio si colloca in tale cornice seguita da "Die Fear Will" dove la presenza stilistica di alcune scelte oltreoceaniche di natura Mastodon si palesano all'orecchio, "My Enemy" è forse quella metallicamente incline al lato più "cattivo" e animoso, le chitarre nel segnare la via con note dolciastre grondanti rabbia accompagnate dal basso sempre in bella presenza la rendono appetibile e carica di fascino nella sua rivoltosa presa di posizione.
Contraria a tale umore è la conclusiva "11"12", la traccia calca maggiormente territori e linee della scena doom pur mantenendo attiva la modernità di proposta che i Moloken portano avanti sin dalla prima nota di "Our Astral Circle" sigillando con i suoi ultimi secondi una prestazione che mette su voglia di esser riascoltata.
Dotato di una produzione ben definita dove per me è sempre un piacere notare la figura del basso trattata con il giusto riguardo, non possiede pecche evidenti o filler, vi è solo qualche breve calo di tensione che all'interno di una tracklist fortemente basata sulle dinamiche di cambio fra tempistiche dure e atmosfera può capitare si trovi senza che per questo ne infici il risultato.
Gli appassionati delle band citate a inizio recensione, così come quelli della scena post in genere e perché no, anche di chi segue doom e sludge, potranno affrontare con piacere l'ascolto di "Our Astral Circle" e la sua cupa visione metal.

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CHAKRUN / SEAS OF STONES - Split

Informazioni
Gruppo: Chakrun / Seas Of Stones
Anno: 2010
Etichetta: Cosmic Mother Records
Contatti: www.myspace.com/seasofstone - www.myspace.com/chakrun
Autore: Mourning

Tracklist
Chakrun
1. Pleurotus
2. Biolumineszenz
Intermezzo
3. Seas Of Stones
4. Inevitable The Drought
5. Errantry

DURATA: 40:47

In Europa quando si parla di rock dove in mezzo vi sia psichedelia, sound desertico e trip annessi due nazioni per motivi sia storici che qualitativi spiccano da sempre: Inghilterra e Germania.
Nell'ultima decade anche l'Italia sembra essersi risvegliata da quel torpore post seventies che c'aveva gambizzato producendo un'involuzione che negli anni Ottanta e Novanta aveva dato alla luce un nulla di fatto o quasi per vari motivi, fra cui l'assenza purtroppo di un supporto decente per realtà nascenti che s'approcciassero a tale stile.
Fatto sta che comunque le regine continuano a sfornare formazione dopo formazione senza fermarsi, è così che per puro caso mi sono imbattuto nello split che vede come protagonisti giovani act alla prima prova ufficiale: Chakrun & Seas Of Stones.
Entrambi teutonici, provenienti da Lipsia e Dresda hanno rilasciato in questo 2010 un lavoro contenente cinque brani che fra alti e bassi mostra comunque come ci siano delle doti tali da renderli piacevoli all'ascolto.
L'apertura spetta ai Chakrun, post-rock progressivo con tinte psichedeliche che si appoggia a ritmiche stoner e fascino seventies per arrivare a colpire il centro, purtroppo la mira è ancora leggermente fuori fase.
Le tracce a loro affidate mostrano passione e conoscenza dello stile ma si limitano a un lavoro basilare, in certi frangenti sterile, privo di contatto emotivo (se non a tratti) dovuto non tanto alla ciclicità del riffing, perché quella può essere una dote non da poco se saputa sfruttare, quanto alla poca sintonia delle scelte scontatelle caratterizzanti ad esempio la prima "Pleurotus" che portano al semplice risultato di dar vita a un deja vù gradevole ma di poca presa.
Risalgono decisamente la china con "Biolumineszenz", il sound si fa più definito e profondo nelle sue movenze post, affonda meglio il colpo pigiando i tasti giusti, la chitarra solista scorre melodicamente intima tracciando una scia che viene accompagnata da una base che denota un minimo di personalità quando muta animandosi, facendo venire a galla la parte più rocciosa e distorta.
In tutti e due gli episodi il guitarworking di scuola Josh Homme del periodo Kyuss è evidente riferimento, la scelta delle note e l'impostazione riportano alla mente gli anni in cui folleggiava con Garcia, Reeder e Bjork regalandoci un capolavoro dopo l'altro ma qui non siamo purtroppo a quei livelli.
Il terzo brano "-" pare essere un intermezzo che vira verso altri lidi sonori, è infatti in zona Neurosis che ci troviamo, ipnotico, avvolgente si pone da reale spartiacque dato che è scoccata l'ora dei Seas Of Stones e cambieranno timbro e registri a nostra disposizione.
Compatti e dotati di un riffing massiccio, la band parte in quarta con "Inevitable Is Drought", anche in questo caso la presenza del post rock è palese ma incastonata in un quadro generale molto più duro e infervorato che riesce a esprimere le proprie sensazioni sfruttando sia la vena dei già nominati Neurosis che a quelle di Isis e Kylesa.
Le fasi che staticamente hanno parvenza controllata e malinconicamente quieta sono di passaggio per la ripresa delle operazioni in modo corposo e possente, ciò avverrà anche nella successiva e conclusiva "Errantry".
La canzone nei suoi undici minuti e mezzo di durata scorre lenta e placida per poi irrobustirsi alzando un bel muro di chitarre dopo i primi due, la voce si scaglia contro irrequieta, un sentore di tristezza crescente col passare dei secondi ne delineerà il mood che, non avendo altro modo per sbattersi, verrà fuori alternando attimi di pacifica riflessione ad altri di concitata ed espressiva emotività addolorata.
Fra ombre e luci lo split ci da come dati definitivi: Chakrun ancora in fase di crescita e ricerca di se stessi, buone potenzialità ma da rivedere l'esposizione dei brani che tende al monotono, Seas Of Stones realtà al contrario già matura e capace di farsi sentire con le giuste e dovute scelte sia dal punto di vista del suono sia da quello emotivo.
Consiglio l'ascolto di questo lavoro agli appassionati della psichedelia e del sound moderno in genere, in entrambi i casi tutte e due le formazioni sono da seguire perché dopo un solo sforzo si ha esclusivamente una minima base di giudizio, che il tempo potrebbe stravolgere.
Fiducia e supporto è ciò che serve loro per guardare avanti.

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WOLFCRY - Glorious


Informazioni
Gruppo: Wolfcry
Anno: 2010
Etichetta: Apollon Records
Contatti: www.myspace.com/wolfcryband
Autore: Mourning

Tracklist
1. God Of Deception
2. Fadin’ Visions
3. Holocaust Of Nothing
4. Consequence Of Ignorance
5. The Golden Era
6. Payback Time
7. Vile Mind
8. Face The Fear
9. I, The Sinner

DURATA: 43:24

Fondati nel 1992 dal batterista Andreas "The Wizard" Kourtidis dopo la dipartita della band creata da lui antecedentemente, i Vanguard, caduti per motivi legali legati al monicker, dopo aver vissuto un momentaneo split a caua di cambi di line-up e motivi personali, hanno avuto la spinta per ripartire e dal 1996 in poi dar vita a un paio di demo e una tripletta d'album usciti per Black Lotus, l'ultimo dei quali fu "Warfair" nel 2005.
Il ritorno sulla scena viene segnato dal nuovo "Glorious" prodotto dalla Painkiller Records, filiale della olandese Apollon Records.
Quello che ci aspetta e che da loro, creatura classica, si poteva attendere è un heavy/power di matrice europea con rimandi non celati a formazioni quali Rage, Hammerfall, Iron Savior e gli Helloween quelli veri, e non credo ci sia il bisogno di sottolineare di quale stia parlando.
Brani robusti sino all'osso, movenze ben scandite da tempistiche granitiche e da melodie che sanno di puro metallo, non hanno la benché minima pretesa d'inventare nulla ma trascendono dal limitarsi a parodiale copia delle band citate.
La prestazione offerta da "Glorious" oltre a essere un tributo agli anni migliori del genere mette a segno un paio di colpi niente male fra i quali spiccano l'opener e singolo "God Of Deception" di cui troverete il video in rete e un filotto che va da "Consequence Of Ignorance" a "Face The Fear" con una "Vile Mind" sugli scudi a decretare il valore di un disco che sia in velocità, sia nel cadenzato sa farsi rispettare.
Il lavoro svolto dalle tastiere che a tratti si presentano non invade mai il territorio in cui gli strumenti la fanno da padrone relegandole al ruolo d'orpello sfruttato nel modo corretto e niente più, decisamente buona invece la prova del cantante Costas Hatzigeorgiou sicuro e vocalmente incisivo ai fini del risultato finale.
E' stata azzeccata la scelta d'intraprendere una strada fatta di semplicità e approccio diretto, con l'apporto di una produzione curata da Fotis Bernardo batterista dei Septicflesh ed ex dei Nightrage e col master finito sotto le mani sapienti del signor Tommy Hansen collaboratore di Helloween e Pretty Maids (per citarne solo due), "Glorious" è professionalmente adatto per ciò che vuole proporre: del salutare e tradizionale metal con il sapore e gusto di quel periodo ormai andato.
Lontani dai modernismi, dalle soluzioni sempre più tendenti al progressivo e all'esasperazione strumentale o d'inventiva imposte da alcuni per dar linfa a proselitismi vari, i Wolfcry puntano al cuore degl'innamorati delle sonorità classic, se siete fra questi ascoltare quest'album non potrà che farvi passare del tempo in piacevole compagnia.

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SEPTORY - World War Chaos


Informazioni
Gruppo: Septory
Anno: 2010
Etichetta: Wings Of Destruction Prod
Contatti: www.myspace.com/septoryband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. Swamp
3. Hate The Crucifix
4. The Last Days of Human Nation
5. Rotting Humanity
6. Desolated
7. Gods of Duality
8. Septorial Memories
9. Crescendo of Evil Soul

DURATA: 28:51

La band dei Septory vede il suo primo album "World Of Chaos", originariamente uscito nel 2008 per la Coyote Records, di nuovo in stampa in formato tape, distribuito dalla label Wings Of Destruction.
I ventinove minuti di violenza che il combo si appresta a farci ascoltare vedono la presenza sia della scuola est europea, sia di quella oltreoceanica statunitense nelle figure di Vader, Azarath e Morbid Angel.
E' quindi materiale che non si innalza per la sua dote innovativa bensì per un impatto e una blasfemica rappresentazione che rimanda alle formazioni citate.
Per quanto concerne il taglio chitarristico il rimando è evidente e costruito con giusta perizia, le soluzioni di drumming si mostrano alquanto capaci di imprimere le adeguate velocità di sviluppo ai brani, insieme offrono una prestazione non imprescindibile ma essenzialmente gradevole.
Canzoni come "Hate The Crucifix" sono una sonora legnata di quelle che fra accelerazioni e persecuzione religiosa non le mandano certo a dire, le sezioni che fanno emergere la vena blackish sono riconducibili nettamente alle incursioni nelle varie release polacche che alimentano il circuito death in questi ultimi anni e ascoltando una "Rotting Humanity" così come "Gods Of Duality" e "Crescendo Of Evil Soul" vi renderete conto che i ragazzi la lezione l'hanno recepita correttamente.
Pur mancando di personalità il platter scorre via che è un piacere grazie alla sua breve durata e a una buona esecuzione coadiuvata da una produzione che riesce nel dare un rilievo soddisfacente alla prova strumentale.
Poteva essere migliore la prestazione solistica ridotta all'osso, peccato visto che i Septory sembrano possedere anche una carica niente male e avrebbe giovato nel dare una marcia in più alle tracce.
"World War Chaos" è un disco che non aggiunge nulla al panorama stilistico ormai da anni delineato in tal senso ma non per questo potrà dispiacere a chi ne segue le vicende, se quindi vi capitasse sott'occhio avreste fra le mani un acquisto che possiede i suoi perché.

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WOLFDUSK - Demo


Informazioni
Gruppo: Wolfdusk
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/wolfduskblack
Autore: Mourning

Tracklist
1. Love You Anymore

DURATA: 7:36

Nati come una band di Black/Thrash, i Wolfdusk hanno nel tempo virato musicalmente spostando il sound verso lidi doom/rock.
Con all'attivo con ep "Doom Eternal" (2008) e un full "Down Of Christianity" (2009), quest'anno stanno lavorando sul loro successore, ecco così che quest'unica traccia arriva a noi come primo riscontro del lavoro sinora svolto.
Certo esaminare un singolo sforzo non è "rappresentativo" né tanto meno potrà dare un completo aiuto ad indicare ciò che ci sapranno fornire con un album ma è già qualcosa.
"Love You Anymore" sembra derivare dalla svolta Paradise Lost del periodo "Draconian Times", il suono si avvicina al rock/metal e l'influenza degli Alice In Chains si percepisce nel cantilenante mood offerto dalla vocalità di Lycanthroat, la pressione doomica si fa realmente presente nelle scelte di note della sei corde e in un incedere allentato in cui fanno la propria comparsa synth a tappeto a ricoprire il ruolo d'orpello.
Nulla che stravolga o non si sia già sentito, chi ha amato la band di Nick Holmes trovando di proprio gradimento il cambio di rotta avvenuto dal 1995 in poi tenga d'occhio i Wolfdusk.

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EXHUMAN


Informazioni
Autore: Mourning

Formazione
Painkiller - Chitarra
Grendel The Animal - Batteria
Buzz - Basso e Voce
Anthòs Cruoris - Chitarra


La Sicilia death metal ci fa visita, oggi con noi i messinesi Exhuman. Salve ragazzi e benvenuti su Aristocrazia Webzine, iniziamo subito?

Oh yes!


La prima cosa su cui vorrei un attimo soffermarmi è il monicker Undead, se ho ben capito avete vissuto una sorta di sopruso come non vorrei ricordar male successe pure ai toscani Soul Grind. Cos'è successo, due band con lo stesso nome rischiavano di farsi male? Come se nel metal mancassero le omonimie?

Oramai i gruppi metal sono così tanti che è davvero difficile poter essere originali sotto ogni punto di vista {dal nome alla musica}, nonostante questo ci si prova a esser il più personali possibile.


Cosa ricordate di quel periodo e quanto è stato formativo per dare attitudine e voglia agli Exhuman?

Per noi è stata solo una cazzata che non ha intralciato il nostro percorso musicale, fossero questi i problemi.


La band ha festeggiato nel 2009 dieci anni d'attività, non sono bastati i cambi in line-up e le vicissitudini legali a fermarvi, è una lezione di coerenza verso il sogno che uno si prefissa: suonare ciò che si ama. Come ci si sente a tagliare un traguardo simile?

Non ci cambia molto aver un gruppo che esiste dal '98, considerando le vicissitudini passate, è solo la voglia di suonare.


"Partition Of Disorder" e "Sentence Delivered" hanno ricevuto dei buoni riscontri, Cosa è mancato per trovare l'aggancio giusto ed entrare a far parte del "giro che conta"?

Per l'appunto negli ultimi anni è difficile vedere sui nostri palchi gruppi con lunghi trascorsi, visto che ormai è più importante aver il sostegno di un'agenzia invece che fare della buona musica. Questa sorta di massoneria formatasi intorno al 2005 (circa) non ha fatto altro che tener fuori dalla scena gruppi che danno l'anima e propongono dell'ottima musica (con un seguito anche all'estero).


Sono trascorsi cinque anni, girandola di cambi alla sei corde, entra Buzz alla voce e finalmente esce il secondo album "Fear Of Oneself" confermando le aspettative. Disco genuino, un tocco di melodia e tanta passione, com'è stato questo "parto"?

Dolorosissimo. Consideriamo che dall'album precedente ("Sentence Delivered") è cambiata gran parte della formazione, riorganizzarsi con persone nuove (e trovarle nell'ambito siciliano, per l'appunto Messina) non è cosa da poco. Un altro problema è stata la decisione di autoprodurre il disco in tutto e per tutto (dovendoci anche costruire lo studio) e far fronte alle spese economiche. In ogni caso "Fear Of Oneself" è quello che volevamo (grazie anche all'apporto di Bruno Caccamo dei Moals che ci ha mixato a dovere il disco).


Quali sono i vostri ascolti abituali e quanto pensiate possano aver influito sulla stesura del disco?

I nostri ascolti sono svariati ascoltando tutto il metal dall'heavy al black {passando ovviamente dal death metal), in ogni caso gli ascolti possono dare solo lo spunto, cercando di non imitare nessuno e mantenersi più genuini possibile.


La proposta mostra l'ennesima prova della maturazione, sound compatto, un discreto apporto tecnico e tracce che sanno far male, penso ad esempio a "Brain Prison", "War-Warm-Worms" e ho particolarmente apprezzato una "The Night Falls Down"
dove il riffing si fa più ampio. Com'è cambiato (se lo è) il modo di impostare i brani nel corso degli anni?

Rispetto agli anni passati il modo di comporre è maturato selezionando più accuratamente le nostre idee e concentrandoci sul materiale che realmente ci convinceva cercando di trovare l'incastro migliore tra tutti gli strumenti.


Chi si cimenta nella composizione della musica e chi nei testi?

In quest'ultimo disco i riff e gran parte dei testi sono stati proposti da Painkiller, naturalmente il lavoro di sala prove e l'esperienza del gruppo ha dato il marchio Exhuman a tutto. Riteniamo tuttavia importante il lavoro di squadra e che le idee di tutti i componenti siano importanti.


Com'è ricaduta la scelta su Buzz per il ruolo di bassista/cantante?

Eravamo in cerca da circa un mese del nuovo bassista/cantante, "per fortuna" si è proposto Buzz, amico di vecchia data di Grendel che, grazie alla sua esperienza, ha dato un po' più di certezza al gruppo.


Quanto si rispecchia un album naturale e privo di sovrastrutture come "Fear Of Oneself" in un panorama death che gioca o al guardarsi indietro alle volte forzatamente o a puntare su di una visione da videogame con equalizzazione ultrapulita che tanto attira adesso? Fare la cosa più istintiva e forse semplice è diventato realmente così difficile?

Adoriamo le cose registrate bene (ovviamente), preferiamo puntare su un suono più naturale e meno sintetico, considerando anche i nostri limiti questo è il massimo che siamo riusciti ad ottenere dalla nostra esperienza.


Oltre all'ambito metal quali sono le band che seguite e apprezzate?

Fondamentalmente i gusti individuali sono sostanzialmente diversi, spaziano dall'hard-rock al prog anni '70, alla musica classica e alla musica folk (non metal) perché è importante non darsi limiti negli ascolti ma lasciarsi interessare da tutto quello che resta genuino e di cuore.


La dimensione live sicula è andata assottigliandosi con il passare degli anni, se nei Novanta la gente suonava pure per le strade adesso trovare un buco dove potersi esibire è quasi un miracolo e sembra lo si debba pure ringraziare. Avete aperto il concerto che condusse gli Impaled Nazarene in quel di Scordia, che ricordi avete di quella serata?

Il piacere di suonare con gli Impaled Nazarene non nascondiamo ci sia stato, è stata una bella esperienza suonare in un palco con un gruppo di una certa importanza, anche se, in palchi più grandi, le attenzioni per i gruppi senza contratto sono ristrette.


Dopo quell'esperienza il breve periodo d'attività di locali quali Easy Rider e Bier Garten aveva quanto meno fatto boccheggiare e alimentato le speranze vane di una possibile evoluzione nell'approccio live ma scomparse anche queste piattaforme d'appoggio tutto sembrava essere morto (ed è così). Il Sikelian ci ha fatto rialzare la testa per tre giorni mettendo per un attimo di lato il fatto che il metal e la Sicilia siano due entità distanti milioni di anni luce, fatto comprovato dai vari ostacoli che ne hanno anticipato lo svolgimento. Cosa deve fare una band per avere un futuro quanto meno decente? Andarsene è una soluzione per puntare a qualcosa in più?

Andarsene sarebbe la cosa più giusta, o che per lo meno darebbe sicuramente più possibilità. Certo, suonare a casa nostra è un grande onore, però alla luce di fatti come quello del Sikelian si perde ogni speranza considerando che i Nalpalm Death non sono riusciti a riempire uno stadio (cosa che normalmente accade vista l'abbondante partecipazione del popolo siciliano, anche ad eventi più piccoli). Queste occasioni intaccano la buona volontà di gente che vuole portare in alto un modello "made in Sicily" e che giustamente mai più si cimenterà nell'organizzazione di eventi simili. Forse è questo quello che ci meritiamo.


Al sud mancano i mezzi e ne siamo coscienti, è altrettanto vero però che nel corso dell'ultima decade è andato crescendo una sorta di nepotismo anche per quanto riguarda chi far suonare e il perché farlo suonare. E' un dato che vi risulta o è solo la classica diceria che gira per dar fastidio a chi nella "scena" si è ritagliato un posto di "favore"?

Effettivamente in alcune città siciliane risiede questa realtà, che rende inespugnabile la scena musicale underground, sfavorendo band emergenti o comunque gruppi che hanno un'attività live più modesta. Speriamo cambi qualcosa, perché è un diritto, dopo tanto lavoro e sacrifici avere la possibilità di portare ovunque la propria musica, soprattutto se si parla della propria città o regione.


Tra di voi ci sono membri dei Fangthooth (Grendel e Painkiller) e un Buzz impegnato in più band. Come si conciliano i vari impegni con gli altri act?

Si conciliano al meglio studiando reciprocamente gli impegni live e il lavoro in sala prove. Non abbiamo mai avuto problemi di questo tipo, siamo tutti amici e ci veniamo in contro.


Come state promuovendo l'album? Sono già arrivati i primi riscontri?

Stiamo spedendo il nostro nuovo disco "Fear Of Oneself" alle maggiori webzine e riviste, e alle etichette specializzate. Abbiamo iniziato da poco a distribuire il materiale e abbiamo già avuto qualche riscontro discretamente positivo, siamo comunque in attesa di nuove recensioni e proposte discografiche.


Le vostre mosse per il futuro? Quali sono i vostri programmi?

Nell'immediato "addestrare" il nuovo chitarrista Pestilence per iniziare quanto prima l'attività live. E in parallelo iniziare a comporre i nuovi pezzi per il prossimo album.


Ringraziandovi per il tempo concessoci e augurandovi il meglio, a voi l'ultima parola.

Grazie a voi di Aristocrazia Webzine della possibilità di dire la nostra.
Ringraziamo tutta la scena underground italiana, sopratutto Land Of Hate, Zora, Warcryer, Bunker66, Traumagain, MOALS, Bretus, A Buried Existence, Metal Detector, Last Eternal Breath. E tanti altri...

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SICITUR ADASTRA - New Beat In A Dead World


Informazioni
Gruppo: Sicitur Adastra
Anno: 2010
Etichetta: Nail Records
Contatti: www.myspace.com/sicituradastramusic
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. New Beat In A Dead World
3. Virus
4. I Never Change
5. Fading
6. Retrospection
7. Unfaithful World
8. Find a World For Me
9. Outro

DURATA: 40:34

Con un monicker direttamente derivante da una citazione latina di Virgilio "Sic Itur Ad Astra" di cui il significato è: "tale è la strada per le stelle", la formazione ungherese dopo aver pubblicato due ep negli anni passati scalda le polveri e si tuffa nell'avventura full con "New Beat In A Dead World".
Suonano death melodico e quindi le aspettative non è che fossero poi molte, non per una questione di mancanza di qualità ma perché di sicuro le innovazioni in tale genere ormai sono state apportate e non so davvero cos'altro si possa inserire per trovare strada nuova da battere, con il rischio di far uscire chissà quale porcheria.
Per fortuna i ragazzi si presentano con una miscela che fra classico e moderno possiede le armi adatte a tenere quanto meno vivo l'interesse.
Nessuna forzatura di tipo core o andante verso quella direzione, è la scuola svedese a tenere banco all'interno della prova, i nomi sono i soliti anche se vi è un taglio per certi versi più gelido e ammiccante allo stesso tempo che potrebbe chiamare in causa anche altri act, tutti comunque rientranti in quella scena di Gothenburg matrice del sound.
Le chitarre taglienti, melodie energiche ancor più ravvivate dall'uso delle tastiere che diviene un tappeto sinfonico, accompagnamento adatto allo svolgere dal piglio accattivante ma non estremamente catchy se paragonato alle solite proposte odierne basate di frequente su chorus al limite col pop e americanate non proprio combaciabili e rispettose dello stile madre.
Se gli In Flames si riscontrano con cenni del periodo che diede vita a "Colony" e Clayman", tanto quanto i Dark Tranquillity di "Haven" e "Damage Done", i Sicitur Adastra hanno assorbito quelle lezioni e le hanno elaborate sfruttandole in pieno.
Ascoltando la titletrack, "I Never Change", "Fading", "Find A World For Me" sino ad arrivare al conclusivo "Outro" noterete come il sound seppur sia raffinato non perda occasione per stringere la presa e non cada nella tentazione del vocalizzo pulito che fa tanto routine ormai ma tirandoti in causa la storia del genere.
Le composizioni, dotate di una buona dinamica e di una prova complessiva ben più che discreta, superano quindi l'aspettativa di chi come il sottoscritto pensava di avere a che fare con l'ennesimo sterile clone, mostrano tracce di personalità e un vigore che fanno di "New Beat In A Dead World" prestazione degna di emergere nella mediocrità odierna.
Un appunto però lo devo fare: perché l"Outro" dopo quelle suadenti note di piano mi deve far sorbire una decina e passa minuti di segnale morse che suppongo sia un S.O.S ripetuto non so quante volte? Non ne bastavano la metà e magari avere un pezzo in più in scaletta?
Tale decisione su un disco di una durata di quaranta minuti ne riduce parecchio il contenuto che per quanto valido risulta alla fine striminzito.
La produzione in linea generale poteva essere più robusta, i suoni sembrano un po' spenti soprattutto le tastiere che egregiamente disegnate viaggiano però un passo indietro rispetto al resto, come primo lavoro "importante" il risultato che n'è venuto fuori è più che soddisfacente, per arrivare alla maturità il tempo non manca ma le sottigliezze sono da curare per ottenere ciò che si vuole.
Per chi segue il death della scene svedese, siate seguaci di vecchia scuola o neofiti poco importa, i Sicitur Adastra non credo abbiano problemi a farsi ascoltare gradevolmente, augurando loro che con il prossimo disco riescano nel fare un bel centro pieno

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XERION - Cantares Das Loitas Esquecidas


Informazioni
Gruppo: Xerión
Anno: 2010
Etichetta: Schwarzdorn Productions
Contatti: www.myspace.com/xerionbm
Autore: Mourning

Tracklist
1. Badaladas Funerais No Esmorecer Da Lua
2. O Espertar Do Xerión
3. A Alquímica Dexeneración Da Ialma
4. Onde A Victoria Agarda
5. Nas Verdes Fragas De Amh-Ghad-Ari
6. Cantares Das Loitas Esquecidas
7. Morte Na Iauga
8. Loitas Na Néboa
9. Pvtrefacta Anima Nostra

DURATA: 47:07

La band black metal degli Xerion è attiva ormai da quasi una decade, in questo lasso di tempo ha collezionato un discreto numero fra demo, split e un solo album nel 2007 dal titolo "Nocturnal Misantropia".
A quante pare è arrivata l'ora di dare un seguito a quel disco, è così che ci si trova fra le mani questo "Cantates Das Loitas Esquecidas" ("Songs From Forgotten Battle").
Il black metal degli iberici vede come punto fermo di base tramandato negli anni l'uso della lingua madre per l'espressione vocale, i testi sono in solo galiziano.
Non vi sono grosse novità dal punto di vista sonoro, ci s'imbatte in un melodick black di buona fattura con ritmiche sostenute alternate a fasi di maggior sostanza in cui subentrano i mid tempo adibiti alla creazione d'atmosfere.
I richiami folk servono a dare una prospettiva alternativa a brani che quasi mai fuoriescono da una canonicità compositiva ormai palesata da molte formazioni che calcano il terreno battuto da tale tipologia di black.
Di buono c'è che i vari innesti non sono inseriti per rendere la tracklist un prodotto stampato per la vendita, l'utilizzo fatto è di quelli oculati, questo probabilmente è dovuto all'esperienza acquisita negli anni.
E' un platter più che gradevole, al suo interno troverete brani accattivanti come "Onde A Victoria Agarda" e la successiva "Nas Verdes Fragas De Ahm-Ghad-Ari", probabilmente la migliore dell'album, carica del piglio combattivo che il titolo preannuncia.
La seconda parte del lavoro guadagna in quanto a intensità, si accende particolarmente seppur le varianti messe in gioco non siano nulla di eccezionalmente innovativo, incrocerete episodi come la titletrack supportata da un mood ancestrale e colei che le segue "Morte Na Iauga" minacciosa e tetra.
La produzione non è male, la voce forse un pelo più alta nel mix non avrebbe guastato, esce bene invece l'impronta heavy che scorre nelle tracce grazie a una pulizia non troppo netta ma che fa il suo dovere e un basso dal sound pesante e prorompente compie il proprio dovere rendendocene partecipi, è cosa gradita.
Nulla di trascendentale "Cantares Das Loitas Esquedencias", il suo giro nello stereo lo merita, se poi seguiste la scena spagnola già da un po' e quindi la formazione in questione rientrasse fra i vostri ascolti non credo rimarreste delusi da un album che ha comunque in sè le qualità per potersi far apprezzare.

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TENEBROUS SHADOW - Follow The Signs


Informazioni
Gruppo: Tenebrous Shadow
Anno: 2008
Etichetta: Hexenreich Records
Contatti: www.metal.ee/bestia/hexenreich/index.php
Autore: M1

Tracklist
1. The Creep
2. Hunt
3. Follow The Signs
4. Snowfall
5. Night Grandeur
6. Majestic Seasons

DURATA: 26:41

Sono davvero poche le informazioni in mio possesso riguardo Tenebrous Shadow e la sua one-man band, stando a Metal Archives il progetto iraniano è attivo dal 2008 e nell'ottobre dell'anno seguente rilascia questo demo intitolato "Follow The Signs" grazie all'interessamento di Hexenreich Records, stampandolo in duecentotrenta copia su cd-r. Questa prima testimonianza si compone di sei tracce per poco meno di ventisette minuti di black metal tradizionale.

L'apertura è affidata a "The Creep", l'atmosfera è rituale e ricondubicile a certo religious, la traccia presenta elementi comuni alle restanti: un paio di cambi di tempo e stacchi, spesso acustici, che sospendono temporaneamente il martellare degli strumenti. La seguente "Hunt" esordisce invece subito battente ma nei momenti più caotici evidenzia tutta la limitatezza del suono della batteria (probabilmente una drum-machine) per nulla impeccabile. Differente appare già dal principio la titletrack con un feeling vagamente epico e che riporta alla mente qualcosa dei primi Satyricon, il pezzo dopo poco sembra scemare e concludersi prematuramente quando in realtà riprenderà vita accelerando furiosamente fino allo stacco "ambientale" conclusivo. E' poi il turno di "Snowfall", sorta di piacevole intermezzo che porterà agli ultimi due brani, "Night Grandeur" (dal mood leggermente malinconico) e "Majestic Seasons", i quali si muoveranno su binari già noti.

Per essere un demo d'esordio, provenire da un contesto tanto complicato quale è la patria di Ahmadinejad e venire realizzato da un solo personaggio "Follow The Signs" è molto più che dignitoso, Tenebrous Shadow se la cava bene con uno screaming canonico ma decisamente adeguato alla proposta. Sull'altro lato della bilancia vanno poste la questione suoni e varietà del drumming, pecche spesso insite nel concetto stesso di one-man band, figuriamoci poi esordiente, e una certa ripetitività nelle strutture dei pezzi. Giudizio finale: discreto.

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SHADED ENMITY - Like Prayers On Deaf Ears


Informazioni
Gruppo: Shaded Enmity
Anno: 2009
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/shadedenmity
Autore: Mourning

Tracklist
1. Beneath Her Wretched Sky
2. The Perfect Incision
3. Like Prayers on Deaf Ears
4. Sick Breeding
5. Her Gorgeous Eye
6. Pleasure Of Desire
7. Adventures in Suicide
8. The Last To Perish
9. The Ones That Take the Fall
10. Just A Silence
11. Never Laid To Rest

DURATA: 50:34

Gli Stati Uniti hanno sfornato act che si rifanno al melodico made in Svezia in numero crescente anno dopo anno, molte in fin dei conti risultano essere prive di mordente ed estremamente catchy, altre sin troppo standard, altre ancora una studiata mossa a tavolino dedita solo alle vendite.
Parlare di questa tipologia di death è diventato quasi come sparare sulla Croce Rossa vista la quantità di schifezze che vi si fanno di frequente rientrare.
Per fortuna c'è ancora chi si riconosce in dei canoni legati agli anni Novanta magari non inventando nulla ma almeno facendosi apprezzare per una caduta di stile evitata, è questo il caso che ci porta all'ascolto degli Shaded Enmity.
La formazione è nata nel 2001 con membri attivi anche in altre band della scena nazionale (Inquinok, Serpens Aeon, Skelator, In Memorium) e con un album di debutto rilasciato nel 2005 intitolato "Thought & Remembrance", i ragazzi attendono quattro anni prima di darci in pasto "Like Prayers On Deaf Ears" che come il precedente vien fuori da sforzi personali, è quindi di autoproduzione che si parla.
Undici tracce di Mdm che affondano nel periodo che va fra la prima e la seconda metà dei Novanta, punti di riferimento si possono trovare nei classici Dark Tranquillity e In Flames quanto in Gates Of Ishtar e Sacrilege.
Nel riffato di questi americani lo splettrato veloce e arpeggiato in certi passaggi tocca delle velocità e punte d'incisività collegabili alla corrente black di tale nazione senza affondarvi però in pieno.
Le tracce del disco sono composte con partiture non particolarmente articolate ma possiedono sia una propensione a mitragliare in velocità, sia nel dedicarsi a momenti in cui la tensione viene sottoposta a un calo per fare spazio a un'emotività classica del genere.
Capita così di vedersi scagliata contro un opener ficcante e sin da subito compattamente veloce come "Beneath Her Wretched Sky" o scontrarsi con intro acustici che fanno presagire un'andatura pacata smentita successivamente da una presa di posizione sostenuta, lo riscontrerete a esempio nella titletrack e in "Her Gorgeous Eye".
"Like Prayers On Deaf Ears" è un lavoro monolitico, coerente, non lascia probabilmente molto spazio all'immaginazione ma si presenta come una solida mattonata che con "The Perfect Incision" e "The Last Perish" sommate alle canzoni nominate in antecedenza trova il proprio corpo d'assalto, capitolo a parte è "Adventures In Suicide" unico brano totalmente acustico.
Posizionato un po' più in là della metà del platter lo fa respirare, concede una breve ma salutare pausa dando la possibilità all'ascoltatore di rifiatare.
Gli Shaded Enmity hanno dato prova di come anche oltre oceano se si considera il genere non come un trend ma lo si tratta con il rispetto dovuto si possano produrre dei discreti dischi, energici, non privi di pecca (la voce poteva essere alzata leggermente di volume) ma che almeno si facciano premiare per l'attitudine genuina che dimostrano di possedere.
Se amate quindi il death di matrice melodica un passaggio nel vostro stereo a "Like Prayers On Deaf Ears" non vi dispiacerà concederlo, ne potreste rimanere soddisfatti senza troppe remore.

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BEYOND MURDER - Beyong Murder


Informazioni
Gruppo: Beyond Murder
Anno: 2009
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/beyondmurdergrind
Autore: Advent

Tracklist
1. Impasses Of The Skunk
2. Tears On The Wrong Grave
3. Prisoner Of Hate

DURATA: 8:52

Roma. Se penso al death metal della Caput Mundi mi vengono in mente realtà stabili nate ormai impiantatesi lì. Corpsefucking Art e Dr. Gore, i recenti Ade che seguono l'originalità dei primi Nile o le belle e agguerrite guerriere unitesi come Putrefied Beauty che ricordano tanto i Suffocation. I Beyond Murder non sembrano affatto gli ultimi arrivati, hanno alle spalle numerosi concerti con le band italiane citate, senza contare gli Zora, gli Tsubo o i Diorrhea.
L'esperienza c'è, basta aggiungerci un piccolo demo autoprodotto lo scorso anno ed ecco che ogni dubbio viene eliminato con chiarezza, sono dei ragazzi giovani e piacciono moltissimo per essersi formati da poco. Tre tracce di una ferocia inaudita coronano il loro desiderio di mostrarsi sotto la luce che meglio li rende visibili. Giri vorticosi di riff con duri breakdown che non stonano assolutamente, una sequenza cattiva di urla e pattern. La tecnica presente eleva al meglio le capacità dei romani impiantandosi solidamente in mezzo alle strofe studiate apposta per mettere in ginocchio l'ascoltatore. Un death metal tosto con delle chicche in pieno stile brutal affondate con il massimo della incisività. Impostazione death metal con tante influenze grindcore, percebili i Misery Index così come i Nasum e i Rotten Sound, tanta roba in appena nove minuti di ascolto, vi sembra poco? Lo è, ma non resta che stimolarli a scrivere, qualche etichetta italiana dovrebbe notarli, perchè stanno lavorando (beccatevi anche la nuova canzone sullo Space). Saranno ancora allo stato embrionale, ma nutrirli sarà fondamentale per un futuro full-lenght.
Fatevi un'idea ancor più chiara chiedendo direttente loro questo piccolo demo o se riuscite assistite ad una esibizione live.
Come dicono a Roma, bella.

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DRAPSNATT - Hymner Till Undergången


Informazioni
Gruppo: Dråpsnatt
Anno: 2010
Etichetta: Frostscald Records
Contatti: www.myspace.com/drapsnatt
Autore: Mourning

Tracklist
1. En Ensam Sol Gar Ner
2. Arvssynd
3. Drapsnatt
4. Mannen I Min Spegel
5. Somna In
6. Ve Er
7. Tonerna De Klinga
8. En Besvuren Plats
9. Gasten

DURATA: 49:49

A un solo anno di distanza dal primo "I Denna Skog" i Dråpsnatt bissano pubblicando "Hymner Till Undergången" ancora per la russa Frostscald Records.
Quanto di buono era già stato esposto nel precedente capitolo viene ripreso mantenendosi su quei livelli che avevano fatto intendere che il duo svedese possedesse delle potenzialità evidenti, continua così il viaggio attraverso un mondo sonoro fatto di black atmosferico, folk e tradizione.
Le tracce combinano un modo di presentarsi arricchito dall'uso di synth, piano e acustiche tese ad aumentare il contatto naturale e a creare una raffigurazione mentale con quello più tradizionalmente crudo che in passaggi spietati sembra affondare nelle radici Hellhammer la propria essenza.
E' un bell'ascoltare sin dall'opener "En Ensam Sol Gar Ner" dinamicamente varia e con una prestazione vocale che chiude il pezzo con un clean solenne, tempestuosa si anima invece "Arvssynd", prorompente ma alquanto varia con un lavoro di synth ricercato che ne incrocia il percorso, è capace di fornire "oasi" di quiete momentanea per ripartire successivamente ancor più disperata un solo attimo dopo.
Gli schemi applicati nel creare le canzoni sono alquanto semplici e dopo un solo paio di on air avrete focalizzato al meglio le entrate delle orchestrazioni e dei fraseggi che incidono sul cambio di umore della proposta, la sua elementare vivacità è uno dei punti di forza.
Tocca alla titletrack invitarci ad assecondarne i favori, la vena folk che le è stata incastonata all'interno la colloca come una delle mie personali preferenze, l'arrangiamento e il lavoro agevole del basso, i cori sul finire, tutto è sistemato al posto giusto. Le succede una "Mannen I Min Spegel" d'ulveriano ricordo e insieme ai lupi la memoria porta a galla i primissimi Dimmu Borgir e sempre più incessante si fa largo in me il pensiero che in alcune occassioni i Troll di Stian Arnesen siano confluiti nel sound.
Non mostra il fianco con cali o sconnessioni emotive in particolare che causino cali d'attenzione, è comunque un cambio di registro sonoro ciò che ci aspetta con "Somna In", le velocità passate vengono azzerate ed è solo la componente legata alle sensazioni ad essere tirata in ballo, sono infatti acustica e pianoforte a caratterizzare una base lenta e melancolica.
Il mood tristemente grigio continua a farsi strada anche nella traccia che la segue, "Ver Er", la voce non più scura con il controcanto pulito ma di nuovo nella sua forma scream si rifà largo, i synth profondi a tappeto investono il blastato ora possente che ha innalzato il ritmo fornendo linfa e una rinnovata cattiveria al suono.
"Tonerna De Klinga" fa testo a sé, schizzata, altalenante nei ritmi e nella girandola di variazioni proposte, su tale base alterata fa la propria comparsa la vocalità pulita, scelta alquanto indovinata; "En Besvuren Plats" non ha sorprese da regalarci, ci fa un reminder gradevole di quanto già è stato posto all'orecchio lasciando alla conclusiva "Gasten", dotata di una forte inclinazione alla psichedelia, ancora guarnita da quel ritorno atmosferico che più volte si è presentato e con i synth a donare lucentezza al brano, chiudere i giochi.
Il passaggio nello stereo potrà patire a lungo andare di una certa omogeneità data dall'uso di ritmiche di frequente tendenti a ripetersi ma lasciandovi andare e concentrandovi sull'unione della musica con il lato intimo della release tale punto passerà in secondo piano.
Non è un capolavoro ma va dato atto ai Dråpsnatt e "Hymner Till Undergången" di avere almeno mantenuto le aspettative, chi quindi avesse avuto il piacere d'imbattersi nella loro musica in antecedenza potrà tranquillamente godersi il disco, chi trovasse sulla sua strada quest'ultimo non avrà problemi a cimentarsi in un ascolto che soddisfa.

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MIAVAGADILANIA - Il Mare Ci Salirà Negli Occhi

Informazioni
Gruppo: Miavagadilania
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.miavagadilania.com - www.myspace.com/miavagadilania
Autore: Advent

Tracklist
1. Scintille
2. Nau
3. È Vero
4. Notte Illune
5. Fili Rossi
6. Solo Come Addio
7. Demoni
8. Metti Che La Felicità
9. L’Equilibrio
10. Il mare Ci Salirà Negli Occhi

DURATA: 52:46

Con band di questo calibro bisogna partire dal nome, perchè per come suonano vanno memorizzati in fretta, prima di fare qualche brutta figura dimenticando come si chiamano, eccolo qua: Miavagadilania.
Impressionato qualche tempo fa dal dolce post-rock del loro Ep d'esordio autoprodotto "Sei Nata", ora mi ritrovo a scrivere più di quattro righe sulla loro ultima uscita. Ha un titolo bellissimo, si chiama "Il Mare Ci Salirà Negli Occhi", sembra preannunciare una sorta di commozione che dovrebbe scaturire dall'ascolto, vogliamo provare? Facciamolo insieme.
Da il via a questa lenta corsa post-rock la traccia "Scintille", noto subito in questa un animo indie/alternative che si coniuga benissimo all'atmosferico genere dominante, curata nei particolari, rilassante e intelligentemente poetica, non posso far altro che sorridere piacevolmente a questa dolce creatura.
Rimango stupefatto mentre mi lascio cullare dal cadenzato andare di ricami musicali della canzone "Fili Rossi", nei primi minuti sembra di vedere una madre che pazientemente tesse con amore un maglioncino per non lasciare che il giovane figlio patisca il freddo dell'inverno, l'ultima fase probabilmente consiste proprio nella consegna speciale di questo prezioso oggetto costruito a mano, al suo sfruttamento, alla sua utilità. Forse ho esagerato con la metafora, ma la voce leggera, il battito dei tom della batteria e i tocchi di basso e chitarra incantano come poche ragazze dagli occhi azzurri hanno fatto con me. E' tutto evocativo, tutto magnificamente studiato per far piangere mentre si dorme, ma non è assolutamente un album triste, malinconico se lo si vuole guardare con occhio negativo ma essenzialmente non lo è.
Le tracce lunghe come "Demoni" o "L'Equilibrio" non mettono poi a dura prova l'ascoltatore, sono deputate anzi a dare risvolti più "agitati" al resto del corpo della tracklist, l'ultima soprattutto è la più influenzata dagli Explosions In The Sky, alta qualità che riesce a trasmettere energia nonostante si parli di post-rock.
Conclude la title-track "Il Mare Ci Salirà Negli Occhi", altra perfetta onda sonora che investe in un secondo le pupille di chi, come me, aveva deciso di disarmarsi di fronte a questa immensa e pacifica creatura chiamata Miavagadilania.
Dopo essere rimasto abbagliato per mesi davanti agli splendidi video dei Sigur Rós o dopo aver ascoltato infinite volte le canzoni più belle dei Mogwai essere arrivato a questa realtà mi sembra un grande e gioioso miracolo.
Continuate così ragazzi, e se ci riuscite stupite l'Italia ancora di più.

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lunedì 23 agosto 2010

SOLACE LOST - Transmissions Of A Dying World


Informazioni
Gruppo: Solace Lost
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/solacelost
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. World On Fire
3. Bleeding In The Dark
4. Divine
5. Justify
6. Theory Of Deceit
7. Fields Of Grey
8. Sky
9. Exit Stain
10. Blackened And Betrayed

DURATA: 45:41

Il mondo metal internamente possiede delle correnti che spingono a più non posso dando vita a un numero di band impressionante, non sempre per altro dotate dei requisiti e le tempistiche adatte a creare dei lavori propriamente definibili "buoni" come risultato finale.
Il groove metal e il metalcore sono le aree che negli ultimi anni hanno avuto un proselitismo dilagante ma che tirando le somme hanno regalato un'infinità di realtà mediocri, alcuni act dall'attitudine "vorrei ma non posso" e davvero poche stelle.
Non so se le vendite contino, personalmente ritengo i Killswitch Engage dopo l'abbandono del primo singer Jesse Leach un vero cancro e le realtà che ne seguono le gesta melense un pugno nelle palle a più riprese.
Il sound dei Solace Lost non è per fortuna né così spensierato né tanto meno condito da coretti ultracatchy da Disney fan dell'ultima ora.
Le ritmiche sanno essere pesanti e cupe non rinunciando comunque alle aperture melodiche di presa che ormai contraddistinguono una certa fascia del genere, impatto divertito ma non per questo scarico o privo di fasi che facciano fare delle buone scapocciate.
La derivazione nelle tracce è una costante ma cosa inevitabile soprattutto per chi propone un debutto, è sempre più raro rimanere a bocca aperta davanti a "sorprese" che sappiano reinventare uno stile, non è comunque considerabile a tutti i costi una pecca, una sorta di omogeneità "integralista" all'interno delle canzoni può essere prevenuta, o curata se volete, con una ricerca più approfondita e con l'esperienza.
Fare un track by track è alquanto inutile, la proposta è priva di fronzoli e giri di volta, nuda e cruda per come la si conosce anche sin troppo bene, ci sono da considerare come fattori positivi: un riffing ben costruito, la solistica che infila un paio di assoli killer e un'esecuzione complessiva più che discreta che in collaborazione con una produzione non male (forse leggermente più robusta avrebbe dato maggior spinta agli episodi) forma un quadro che in fin dei conti non dispiace.
Se tale filone musicale è di vostro gradimento e avete bisogno di un album senza troppo pretese ma che sappia fare il proprio dovere, i Solace Lost e " Transmissions Of A Dying World" fanno al caso vostro.
Piantate le basi adesso c'è da dimostrare nel tempo quanto valgono, quale sarà la direzione che verrà intrapresa per dare maturazione al suono puntando dritti al dove vogliono arrivare. In tal senso, non ci resta che attendere.

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IRMINSUL - Irminsul


Informazioni
Gruppo: Irminsul
Anno: 2010
Etichetta: Purity Through Fire
Contatti: www.myspace.com/irminsulgbg
Autore: Mourning

Tracklist
1. Gryning
2. Urberg
3. Vinterskald
4. Midvinterblot
5. Frostfödd
6. Vigridslätt
7. Vakaren
8. Häxhammaren
9. Svikaren

DURATA: 40:28

La formazione svedese degli Irminsul produce nel 2009 il primo disco, l'album contiene materiale risalente ai primi due demo "Vinterskalder" e "Urberg" a cui sono stati aggiunti l'intro "Gryning", "Vigridslätt" e "Midvinterblot" con la costante decisione di mantenere la lingua madre svedese come unica usata per lo sviluppo dei testi.
Il pagan/folk che il quartetto con a supporto la voce femminile di Linda Fagerberg e il violino di Ida Gudmundson vi dona per l'ascolto è vivace, sorretto da un drumming che compie un bel lavoro in quanto a compattezza e dinamismo puntando su mid tempos sul quale poi ricamare i propri passaggi.
Le melodie intarsiate sia dalle chitarre, sia dal violino, che appare frequentemente in primo piano, non cadono nel becero ripetersi del già sentito e sin troppo mainstream addicted di alcune realtà note, si legano sì alla naturale e folkloristica essenza da cui prendono spunto, rimanendo perlopiù fiere ed evocative.
Il reparto vocale composto da Robin Lövenhamn, singer e chitarrista, e dalla già nominata Linda combina un growling incalzante con aperture pulite in cui la figura maschile celebra le storie scandite dalle parole pronunziate mentre Linda s'insinuerà con dolce e accattivante fattezza dando quel tocco gentile alle tracce.
Qualche buon assolo sparso e una resa generale che ne fanno un piacevole passaggio on air, "Irminsul" possiede una produzione che ritengo adatta, una via di mezzo fra la pulizia curata e cristallina delle release di alcune label ormai sin troppo "curate e cristalline" e una visione retrò che la mantiene con i piedi per terra facendo sì che il sound risulti essere "reale".
Gli Irminsul saranno di sicuro gradimento per chi mastica tali sonorità non sfigurando davanti a nomi noti più blasonati come gli Yggdrasil, i restanti invece diano una chance a questo disco lasciandosi trasportare dalla sua carica naturalistica davvero molto bella.

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FEN (CAN) - Trails Out Of Gloom

Informazioni
Gruppo: Fen
Anno: 2010
Etichetta: Ripple Music
Contatti: www.myspace.com/fenmusicvancouver
Autore: Mourning

Tracklist
1. Trails Out Of Gloom
2. Through The Night
3. The World Is Young
4. Miracle
5. Find That One
6. A Clearing
7. Queen Of The Mountain
8. End Of The Dream
9. In Your Arms

DURATA: 46:18

Premetto subito che non è degli europei Fen, i post black metaller, che scrivo, la formazione in questione è canadese e suona un progressive alternative metal/rock dalle grandi doti e molteplici sfaccettature.
Attivi sin dal 1998, "Trails Out Of Gloom" è il quarto disco per questa band che vede in line up: Doug Harrison (voce, chitarra) e Sam Levin (chitarra) come fondatori e motore della realtà che vede agire in loro supporto Mike Southworth (batteria), Mike Young (basso) e Jim Kwan che inserirà note di pianoforte all'interno di quella che posso tranquillamente definire un'opera fantastica.
L'album in questione non viaggia mai su velocità eccessive, vive dell'eclettismo vocale e di una coesione strumentale di livello superiore.
Porcupine Tree, atmosfere scure e seventies, il movimento grunge, gli Opeth più istintivi e la genialità di certe scelte Faith Moriane (perdonate il neologismo) sono riscontrabili in una prova che gronda però della personalità imposta da una formazione che sa quello che vuole e come raggiungerlo.
In quarantasei minuti non esiste un buco, un solo secondo che non riesca ad attrarre, la forte derivazione dagli act nominati che in tanti casi potrebbe essere una pecca è talmente ben incamerata nella mentalità propositiva del combo da divenirne un vantaggio.
La voce di Harrison è qualcosa di veramente allucinante per la versatilità e il numero di artisti che mi sono venuti in mente ascoltandolo, riesce ad arrivare dove vuole e come vuole ponendosi in maniera così naturale da far emergere l'Andrew Stockdale e il Jerry Cantrell che sono in lui (credetemi, non sono solo loro che vi risulteranno coinvolti nella sua prova dietro il microfono) così semplicemente da farti pensare: ma dov'ero quando sti ragazzi han fatto i dischi precedenti? Come mai non li avevo ancora ascoltati?
Le melodie, le strutture mai monotone che costantemente si evolvono dando vita traccia per traccia a sensazioni e pathos cangianti fanno sì che ogni episodio abbia un fattore coinvolgimento proprio, da questo ne scaturiscono le possibilità di viverlo sezionandolo o continuando a mandare on air tutta la tracklist di seguito facendosi sommergere dalla gamma di emozioni che riescono a emanare.
L'uso dell'acustica più volte chiamata in causa vedasi "Miracle" e il candido strumentale "A Clearing", i cori inseriti in "Find That One" e "Queen Of Mountain", come l'aver inserito strumenti aggiuntivi a particolareggiare e aumentare l'impatto atmosferico di "Trails Out Of Gloom" come percussioni e piano, sono tutti punti in più che il platter guadagna in quanto inseriti nel contesto portando a casa un beneficio aggiuntivo.
Le tracce lunghe a titolo "The World Is Young" e "End Of The Dream" giocano la prima sugli effetti, noterete come la voce e la batteria sembra vengano inserite all'interno di una scatola ovattata e in questo caso mi sono riaffiorati ricordi dei Bush di Gavin Rossdale nel periodo "The Science Of Things" con quel mood scuro che rendeva magica e malinconica una "40 Miles From The Sun" anche se la veste mutevole virerà successivamente verso melodie decisamente Alice In Chains oriented, mantenendo però di sottofondo persistentemente quell'alone grigio.
La seconda possiede invece una tendenza e approccio rock più tradizionali il che non toglie comunque vitalità e spunto alla verve di cui i Fen sembrano avere vero e proprio dono, assolo perfettamente calzante al brano e ripartenza scivolando via che è una meraviglia.
Inutile dilungarsi ancora descrivendo quest'album, per avere la giustizia che merita ha come unica via l'ascolto continuato e quindi un'assimilazione in toto del proprio contenuto.
Se vi piace l'heavy/rock progressivo non c'è che da godersi a pieno "Trails Out Of Gloom", alle parole i fatti in musica sono la risposta più adatta a togliervi qualsiasi dubbio sui Fen e la loro arte.

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FANGTOOTH - Fangtooth


Informazioni
Gruppo: Fangtooth
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/fangtoothdoom
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Eye Of God
2. Rise Again
3. Father
4. In Depths We Lie
5. Martyr
6. Cry Of The Nephilim

DURATA: 38:46

A memoria non ricordo in Sicilia una folta schiera di formazioni doom né una gran tradizione nel genere, se non fosse per i palermitani Trinakrius potrei parlare di tutti i generi ma non di ciò che classicamente si ricollega a tale filone.
Sono quindi rimasto piacevolmente sorpreso nel constatare che nel messinese si sia formata una nuova realtà tesa a infondere linfa vitale a questo movimento: i Fangtooth.
Il nome però non inganni, dietro il monicker infatti si celano artisti che nella scena isolana sono conosciuti per la loro militanza negli Exhuman e Denied, act rispettivamente di death e heavy metal.
I ragazzi si approcciano allo stile nella maniera più classica tirando in ballo la storia, già dal primo ascolto verranno prepotentemente a galla influenze riconducibili ai Count Raven, Candlemass, Saint Vitus, Trouble, Witchfinder General e inevitabilmente dai fondatori Black Sabbath visto che nel bene o nel male è sempre lì che si finisce.
Quaranta minuti di reale devozione e appassionata esecuzione evidenziano come gli stilemi vengano rispettati e fatti propri, il track by track non è indispensabile quando si ha di fronte una creatura che per quanto soffra di una derivazione costante è di una qualità e di uno spessore così elevato.
La reale sorpresa è Sfack, unico del combo che non conoscevo neanche per nomea, e che si rivela essere la carta jolly dei Fangtooth, la sua prestazione vocale è sopra le righe sia per quanto riguarda l'approccio evocativo con cui s'accosta ai brani, sia per il modo con cui affronta le linee che in certi casi innescano un'epicità esaltante vedasi "Cry Of The Nephilim".
Il riffing a cui viene data forma dalle chitarre del cantante e di Painkiller è di quelli che colpiscono al cuore gli amanti secolari di un certo tipo di release, troverete fasi veloci e incalzanti che strizzano l'occhio ai Reverend Bizzare in "Father", una sorta di psichedelia che aleggerà in più riprese nello scorrere della tracklist, affondando e divenendo pesante e maestosa nell'accoppiata pre-conclusione composta da "In Depths We Lie"/"Martyr" dove sarà altrettanto fondamentale la prova del batterista Grendel che con mid tempi "grassi" e una dinamica fantastica fornirà la carica necessaria al motore scuro che porta avanti il comparto base, in tale operazione è accompagnato diligentemente dalle linee di basso eseguite da Joseph Reginson.
Che il panorama Italiano si sia rivitalizzato grazie a una schiera di formazioni valide da poter seguire e supportare non può far che piacere, da oggi segnate fra queste anche il nome Fangtooth per non dimenticare.
L'album, stampato in un semplice cd-r dal retro nero, lo si può richiedere contattando direttamente la band tramite space e sinceramente, se il doom è fra le vostre priorità musicali, non esistono motivi per non possedere "Fangtooth" all'interno della propria collezione, compratelo.

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OLDE GROWTH - Olde Growth


Informazioni
Gruppo: Olde Growth
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/oldegrowthboston
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Grand Illusion
2. Life In The Present
3. Cry Of The Nazgul / The Second Darkness / To The Black Gate
4. Sequoia
5. Red Dwarf
6. Everything Dies
7. Awake

DURATA: 46:03

Ci sono davvero tante band al giorno d'oggi che meriterebbero molto più spazio di quello che riescono a ritagliarsi, gli Olde Growth sono l'ennesimo esempio di quanto le grandi label abbiano occhio corto e diano troppo riguardo a gente che propone side project su side project, non facendo altro che togliere possibilità ai giovani di gettarsi nella mischia con un supporto che sia quanto meno decente.
Roster come quello della Relapse sono colmi di band che sembrano la copia della copia della copia delle grandi realtà, spesso anche valide ma che non variano di una virgola ciò che altri hanno già scritto.
La derivazione non è una pecca, il perseguire invece quella via senza personalità è un reato, godendosi e fregiandosi degli allori a cui altri han dato vita clonandoli all'infinito, avviene così per l'ennesima volta (e non sarà l'ultima, sarei pazzo a crederlo) d'ascoltare un album come l'omonimo di questi ragazzi statunitensi che ti fa pensare: largo ai giovani cazzo.
Ok anche in questo caso non si può nascondere che la musica presentata rimandi a formazioni quali Kyuss, Electric Wizard, Sleep con una vena southern che scorre evidente serpeggiando fra le tracce che risultano però essere non un copia e incolla o una rivisitazione in pieno degli act citati, infatti girano alla grande, prive d'intoppi saltando di palo in frasca senza far perdere per un attimo il feeling scuro che li lega al terreno.
Mandare on air una "Cry Of The Nazgul/ The Second Darkness/To The Black Gate" è uno spasso colmo di trip derivanti dalla natura cangiante del brano, nasce con un'entità groove, muta in essenza doomica per spegnersi in un'escalation vorticosa di passaggi veloci con aggiunta di melodia e piglio catchy.
Aggiungete a questo colosso di quasi dieci minuti una nera "Sequoia" dall'incedere rituale sabbathiano, "Life In Present" che tende al rivoltoso con i suoi cori aspri, lo spazio dedicato al "facciamoci un funghetto allucinogeno" di "Red Dwarf" colma d'attitudine space/psych e si arriva alla conclusiva "Awake", che è talmente instabile da sembrare sulle montagne russe tanti sono i cambi d'umore che al proprio interno la rivoltano come un calzino più volte, stanchi per quanto ci si è sbattuti.
Dove sta la bravura degli Olde Growth? Semplice e palese vi verrà incontro appena inserito il disco nello stereo, è l'unire i generi, il farli convivere e rendere allo stesso livello all'interno di un'intelaiatura che non ha voglia di essere rigida e monolitica, sente il bisogno d'esprimersi e lo fa muovendosi fra gli stili che s'addicono al sound con una prestanza ben al di sopra della media.
Questo mi riporta al punto iniziale, alla domanda che ogni tanto ripongo a me stesso e a voi che leggerete: come fa una formazione simile a essere senza label?
Si attenderà un piccione viaggiatore che porti notizie, sarà per questo che risposta a tale quesito non arriva mai.
Non fateveli sfuggire, se il sound del sud, le atmosfere doom e desertiche vi attirano o sono ciò che ascoltate di solito, non pensateci due volte e scaricate l'album degli Olde Growth, lo troverete in download a questo indirizzo: http://Oldegrowth.bandcamp.com/album/olde-growth, una minima donazione per supportarli e in cambio avrete sette tracce che vi terranno compagnia nei pomeriggi assolati di questa calda estate.

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DISSOLUTION - Plague Of Violence


Informazioni
Gruppo: Dissolution
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/dissolutionnz
Autore: Mourning

Tracklist
1. Thrash Hammer
2. Two Fires
3. Plague Of Violence
4. Winters Dawn
5. Evil Belle
6. Necrowitch
7. Vermin Song
8. Bi Polar
9. The Purging

DURATA: 44:32

Vengono dalla Nuova Zelanda e sono attivi dal 2006 i Dissolution, la loro passione: il thrash, quello old school, marcio, incazzato e privo di riguardo alcuno verso la modernità e le scelte sonore di tipo delicato.
Troverete riferimenti ai Kreator, Destruction, qualcosa degli Exodus e gli unici punti in cui la melodia spunta potrete ricollegarla ai Death, cosa che non dispiace assolutamente.
Quasi quarantacinque minuti scanditi in maniera battente e senza mezzi termini, non vi aspettate innovazioni perché non ne troverete, il riffato si rifà agli anni sanguigni dello stile, oltre è difficile poter andare con la mente.
Già dall'opener "Thrash Hammer" le influenze risultano palesi ed esplicative sulle movenze che l'album acquisterà con le tracce a seguire, siano infatti "Two Fires", Plague Of Violece", "Necrowitch" o l'accoppiata conclusiva composta da "Bi Polar" e "The Purging" a venirvi incontro, quello che avrete d'affrontare sarà conosciuto quanto apprezzabile per il modo in cui viene presentato ed eseguito.
La formazione si cala perfettamente nel mood di quel periodo, l'album pesta e colpisce fottuttamente, la chiave di volta la si trova nel lavoro delle chitarre curato da Jake Skinner e Courtney Marr incalzante, impulsivo e frenetico anche negli assoli tanto da creare una discreta scarica adrenalinica.
Aggiungete la voce di Brett McKersey (anche al basso) che gratta alle volte rimembrando il Petrozza dei tempi che furono e delle basi che danno la spinta mantenendosi sulla linea delle dinamiche eighties e avrete in pratica un revival fatto come si deve.
La personalità è latente o quasi, i richiami o accomunanze sono talmente tanti e netti che è difficile non notarli, su quello ci si potrà lavorare in futuro (sempre che lo si voglia), impossibile comunque non gradire la riproposizione di quello che è il thrash di una volta riprodotto ai giorni nostri, messa in piedi senza avere quella solita impalcatura produttiva a cui di solito manca solo il bollino numerico per distinguerne i figli dato che troppi sembrano "fotocopiarsi" i suoni.
I Dissolution e "Plague Of Violence" sono quindi un gentile omaggio al popolo degli old schooler, pensate che moderno sia bello? Potete anche evitarvelo non ne comprendereste il valore.

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MYRD - Myrd Dig Selv


Informazioni
Gruppo: Myrd
Anno: 2010
Etichetta: Purity Through Fire
Contatti: www.myspace.com/myrd
Autore: Mourning

Tracklist
1. Articulo Mortis (In The moment Of Death)
2. Ingenting (Nothing)
3. Voldtaget Pa Dodsleje (Raped Upon Deathbed)
4. Medlidenhedsdrab (Mercy Kill)
5. De Dodes Sang (Song From The Dead)
6. Myrd Dig Selv (Murder Yourself)

DURATA: 31:02

La formazione danese dei Myrd, dopo aver rilasciato un promo contenente due brani all'inizio dell'anno, ha pubblicato il debutto "Myrd Dig Selv" (Murder Yourself) nel mese di luglio sotto la label tedesca Purity Through Fire.
All'interno della line-up rappresentati da solo una lettera si muovono membri di act quali i connazionali Angantyr e Vardlokkur.
La proposta è alquanto ortodossa, non aspettatevi quindi nessun tipo di sperimentazione o fuga innovativa di sorta, è black metal di matrice prettamente old che dopo una "Articulo Mortis" con la funzione d'intro, teso ad addensare l'atmosfera di nero, lascia il compito di aprire le danze alla successiva "Ingenting" dalle ritmiche basilari, le chitarre sature e sporche accompagnate dalla voce marcescente di V fanno intendere che non ci saranno spiragli da cui trapelerà alcuna luce.
Se le parti che azzannano in velocità sono buone di per sè, le trascinate e soffocanti aree in cui il sound rallenta fanno emergere ancor più il malsano spirito del combo.
"Voldtaget Pa Dodsleje" è la prima delle due tracce contenute nel promo distribuito anteriormente all'uscita dell'album, movenze cadenzate lente, dilaniare con calma è quello che si offre di fare, anche quando le tempistiche tendono a irrobustirsi non raggiunge mai velocità sfrenate preferendo scarnificare l'ascoltatore con una scia malevola pesante, "Medlidenhedsdrab" ne proseguirà il mood, il riffing inanella sequenze melodiche a catena che strisciando s'incastrano nella testa, una ripetuta ed elementare violenza che ottiene l'effetto sperato, tenere alta la tensione e l'attenzione.
"De Dodes Sang", anch'essa già in giro prima di "Myrd Dig Selv", è uno dei capitoli più robusti e agguerriti, le sei corde e la batteria pur non alterando più di tanto lo status compositivo sinora generato hanno una spinta più netta e ferale, tocca quindi alla titletrack portare a casa il compito dando chiusura adatta al platter.
L'atmosfera la fa da padrone dilatandosi nuovamente, viene esaltata la natura più lenta, depressiva e ingabbiante del progetto, basta poco però per avere uno slancio inaspettato che ne svolta l'incedere, una sferzata d'aggressività che prendendo piede farà emergere la vena solistica istintiva di T ma che sopito l'alterco interno verrà ricondotta alla forma primordiale assestandosi così sino al proprio spegnersi definitivo.
I Myrd è un messaggio chiaro che inviano e cito direttamente una frase estratta dalla presentazione dell'album che dice:

"The Message Is Clear Kill Humanity - Kill Yourself!"

Specificato questo passaggio, è palese che l'unico interesse sia quello di creare musica che entri nelle vostre case portando con sé uno specifico quantitativo di morte e ci sono riusciti.

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