Informazioni
Gruppo: Blood Command
Titolo: Funeral Beach
Anno: 2012
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Fysisk Format
Contatti: facebook.com/Bloodcommand
Autore: Mourning
Tracklist
1. Pissed Off And Slightly Offended
2. March Of The Swan Elite
3. Cult Of The New Beast
4. Death To All About Us!
5. Wolves At The Door
6. High Five For Life
7. Here Next To Murderous
8. True North
9. Corpse Reviver
10. Oceans Inside Neptune
11. Funeral Beach
DURATA: 37:12
I norvegesi Blood Command si sono ritagliati in breve tempo un proprio spazio all'interno della scena musicale che conta, la formazione di Bergen guidata dalla carismatica cantante Silje Tombre, dopo aver debuttato ufficialmente con il full "Ghostclocks" rilasciato nel 2010 (mentre in precedenza erano stati pubblicati gli ep "Five Inches Of A Car Accident" e "Party All The Way To The Hospital"), nel 2011 ha dato vita a un altro capitolo "minore", il mini "Hand Us The Alpha Male!", lasciando il piatto forte per il 2012 con il secondo disco "Funeral Beach", pronto ad assestare la bastonata definitiva verso la notorietà.
Confermare ciò che di buono si è espresso in precedenza è sempre difficile, Silje e i suoi compagni di viaggio — i chitarristi Yngve Andersen e Otto Hansen, il bassista Simon Økland e il batterista Sigurd Haakaas — hanno confezionato un album "bomba", che non solo da riprova del loro valore, ma dimostra anche che si sono stati miglioramenti in fase di songwriting e di suono.
Lo stile dalle movenze costantemente in bilico fra alternative rock, punk, post-hardcore e derive chiaramente "pop", che non hanno però nulla a che vedere con roba alla "Amici di Maria De Filippi", rende l'ascolto di "Funeral Beach" divertente, energico, a tratti quasi frenetico. Le tracce scorrono passando da sonorità alla Refused ad altre alla Rolo Tomassi, da reminiscenze che chiamano in causa di striscio gli A Perfect Circle e gli At The Drive-In a momenti puramente ottantiani che sanno di New Order: è un delirio.
Si viene inghiottiti da un episodio dietro l'altro: l'opener "Pissed Off And Slightly Offended" possiede un guitarworking grezzo ma melodico, c'è pure un breve frangente nel quale pare di sentire i Beastie Boys che litigano con i vecchi Mastodon; pezzi come "March Of The Swan Elite" e "Wolves Of The Door" concentrano lo sforzo in direzione punk, sono veloci, efficaci e dal risultato positivo garantito, con la seconda che oltre a sfoderare una prestazione percussiva notevole deve il merito della sua riuscita a un ritornello fantastico, aspetto che caratterizza anche "Cult Of The New Beast"; "Death To All About Us!" è una composizione "completa" e si candida seriamente a essere la "hit" del platter. Sono già in pieno "sballo emotivo".
L'abilità della cantante nel destreggiarsi fra linee aggressive, tempestose e altre pulite al limite con l'appeal "adolescenziale" è da primi della classe, la sua prestazione è sopra le righe e verosimilmente il centro delle operazioni messe in atto dal combo norvegese. L'accostamento più volte fatto tra la Tombre e la leader degli Yeah Yeah Yeahs Karen O è realistico, hanno in comune più di una similarità vocale in alcuni passaggi, a fare la differenza in positivo è il ruolo di front-woman interpretato con un piglio che poche possiedono.
Alta fruibilità e adrenalina sono fluidi che nutrono l'organismo dei Blood Command... ma riprendiamo da dove mi ero interrotto, da "High Five For Life", "True North" e "Corpse Reviver" che non si fanno di certo mancare le qualità poco prima chiamante in causa, mentre "Here Next Murderous" sembra urlare "passatemi in radio a ripetizione"!
La qualità della proposta, per quanto abbordabilissima, rimane ben al di fuori dai pericolosi livelli di soglia della "Bieber attitude", i toni si fanno addirittura più scuri e lunatici sul finire con "Oceans Inside Neptune" e la titletrack posta in coda.
La conclusione giunge con un sorriso stampato sulle labbra e il pensiero di premere "play" nuovamente, è una vittoria? Mi sa proprio di sì.
Se parole come "alternative rock" e "orientamento pop" vi fanno venir male allo stomaco, sarà per voi inutile il solo tentativo d'inserire nello stereo "Funeral Beach"; per coloro che invece amano i "mischioni", che cercano del sano e salutare "svago" offerto da una prova esuberante ma che sappia tirar fuori le unghie quando necessario, i Blood Command potrebbero essere una di quelle formazioni sulle quali contare.
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Gruppo: Fall Of The Idols
Titolo: Solemn Verses
Anno: 2012
Provenienza: Finlandia
Etichetta: I Hate Records
Contatti: facebook.com/pages/Fall-of-the-Idols/108014039280383
Autore: Mourning
Tracklist
1. The One That Awaits
2. Descant Deific Psalms
3. Genius Loqi
4. Hymn
5. Cycle Of The Fallen
6. The New Crusade
DURATA: 55:43
I finnici Fall Of The Idols, a distanza di quattro anni dall'ultima uscita full intitolata "The Séance", danno alle stampe il terzo capitolo della loro discografia, l'atto che attesta a tutti gli effetti che il gruppo è di quelli da inserire all'interno del circolo dei "grandi".
Per quanto infatti non siano conosciutissimi rispetto a molti loro colleghi, i nomi li lascio fare a voi tanto conoscendo la scena avrete inteso quali tirare in ballo, si tratta di un sestetto affidabile, che è maturato e si è affinato negli anni, tanto da garantire il riconoscimento del proprio marchio durante l'ascolto.
I ragazzi di Tornio possiedono uno stile che si è definito, oltrepassando con continuità un limite dietro l'altro e lasciando alle spalle anche momenti decisamente tristi. Difatti purtroppo durante la lavorazione del disco è venuto a mancare a soli ventotto anni il batterista Hannu Weckmann, musicista che ha contribuito alla riuscita dei pezzi anche in veste di chitarrista acustico nella terza traccia e di solista nei primi due episodi della tracklist. È stato quindi anche una sorta di "obbligo morale" nei confronti dell'amico perduto e dell'arte che amano a guidare la band verso la realizzazione di quello che a oggi è il loro miglior lavoro: "Solemn Verses".
L'esperienza vissuta in compagnia di questo album è particolare, per quanto sia possibile riscontrare le influenze classiche di gente come i Cathedral, apprezzare derive al limite col funereo melodico degli Shape Of Despair (non scivolando mai totalmente in tale genere), per quanto a ogni passaggio sembra vi sia un nome nuovo che si offre come riferimento certo e vario al quale appigliarsi — Type O Negative, Paradise Lost, Celtic Frost e Down tanto per fare un paio di esempi — il sound dei Fall Of The Idols è personale e al tempo stesso gode di un'esposizione strana.
Dal punto di vista dell'aspetto musicale, parlo dell'andazzo settantiano di "The One Awaits", delle scaglie di psichedelia che infieriscono piacevolmente in "Genius Loqi" e "Hymn", dell'ossessività ciclica che contamina l'essenza di "Descant Deific Psalms", dell'atmosfera lugubre e dolorosa della quale si fa carico "Cycle Of The Fallen" e dell'aura rabbiosa che pervade alcune sezioni della conclusiva "The New Crusade".
Per quanto riguarda la gamma di sentimenti che è capace di evocare, non si tratta soltanto di tristezza, malinconia e senso di abbandono e decadenza ma anche transizioni di emotive che passano dal cullare all'arrabbiatura. "Solemn Verses" più che accartocciarsi su se stesso o espandersi infinitamente, opzioni entrambe valide, gradite e note a chiunque segua il panorama doom, viaggia su dimensioni vicine, talmente vicine da sfiorarsi e divenire talvolta comunicanti, scansando però il pericolo dell'intromissione dell'una nell'altra, una sorta di portale doppio con la parte dell'io profonda e inesplorata.
Sono da sottolineare le melodie impresse e la superba prestazione del cantante Jyrki Hakomäki, a parer mio uno fra i migliori della scena, le sue esecuzioni in pulito sono letteralmente affascinanti, quella racchiusa in "Hymn" è a dir poco superlativa, e le poche volte che utilizza linee più aggressive ringhiando non è mai fuori posto.
Non è raro che io rimanga incantato da dischi del genere, non è altrettanto raro che il panorama doom regali delle perle, continuerò a ripeterlo all'infinito che odiernamente è al di sopra di tutto il restante mondo metal per qualità della proposta, stavolta però voglio sbilanciarmi e usare la parola che inizia per "C". "Solemn Verses" è un piccolo e prezioso capolavoro e non per ciò che inventa, perché in fin dei conti non inventa nulla, quanto per il modo in cui i Fall Of The Idols utilizzano le doti in loro possesso: possiedono un songwriting spettacolare, hanno un uomo dietro al microfono che molti invidierebbero e durante l'ascolto si entra in contatto con ogni singola sensazione che i musicisti finnici hanno riversato nei capitoli di questo album spettacolare.
In presenza del fiume Lete deciderete ordunque di bere le sue acque dimenticando il passato o ne farete a meno lasciando che vi sia di supporto per la vita futura? Traete le vostre conclusioni dopo aver approfondito i testi di "Solemn Verses", per farlo ovviamente vi consiglio caldamente di entrare in possesso della copia originale, quale altra maniera si potrebbe ritenere corretta se non questa? Da avere!
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Gruppo: Thee Muthandas
Titolo: Son Of A Bitch
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: (R)esisto
Contatti: facebook.com/TheeMutandas
Autore: Mourning
Tracklist
1. 1234
2. Asganaway
3. I'M Not Stupid
4. Son Of A Bitch
5. Burning My Head
6. I Don't Like You
7. My Girlfriend
8. Everybody Dances With Is Granny
9. Fake
10. Tokio Fuck You
11. Chicken In The Kitchen
12. I Die Today
13. No Trip For Cats
DURATA: 27:03
Musica e divertimento; musica è divertimento. Entrambe le espressioni sappiamo quanto siano reali, eppure a volte della seconda ci dimentichiamo, poi incroci band totalmente fuori e ti ricordi che per passare del tempo e vivere l'attimo basta davvero poco.
I Thee Mutandas, duo composto da James Johnson e John Jameson (mancava solo Jenna Jameson), non la tirano per le lunghe, non rientrando nella categoria "pulitini e perfettini", anzi a loro non frega un cazzo di possedere una pronuncia inglese approssimativa, così presentano un disco che è puro istinto.
Già il titolo "Son Of A Bitch" sembra una dichiarazione d'intenti, devono aver ascoltato molto i Sex Pistols, in più di una circostanza infatti la band di Johnny Rotten e Sid Vicious pare essere uno dei molteplici riferimenti. Il genere del resto è un garage-punk privo di qualsiasi fronzolo, sfrontato, sfacciato, sia nella semplicità dei testi che nell'ironia con la quale vengono presentati alcuni pezzi come "Everybody Dances With Is Granny" o "Chicken In The Kitchen"; di quest'ultima lascio a voi l'interpretazione del vero significato del nome, di quali "galline" staranno parlando?
I ragazzi sono semplicemente scanzonati in "My Girlfriend", riflessivi e disturbati nella melancolica "I Die Today", mentre giocano con l'ambito alternativo del rock, fortunatamente evitando di farsi adescare dalle sonorità più pop. La proposta insomma rimane ancorata a quella scia di strafottenza che li contraddistingue.
E cosa dire di "No Trip For Cats"? Potrebbe anche ricordare qualcosa dei primissimi Red Hot Chili Peppers, quelli in cui Anthony Kiedis era un cantante.
Ventisette minuti di musica che volano via in un nonnulla, "Son Of A Bitch" è rapido, animato e leggero, una dose unica che può far piacere di tanto in tanto inserire nel lettore e che consiglio dopo una giornata stressante e pesante, sbattersene in certe occasioni è fondamentale e i Thee Mutandas vi daranno una mano a risollevare il morale.
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Gruppo: Shame Yourself
Titolo: Wonderfuck
Anno: 2012
Provenienza: Polonia
Etichetta: Metal Scrap Records
Contatti: facebook.com/ShameYourself
Autore: Mourning
Tracklist
1. Work Is Not Over
2. For All Your Sins
3. Secrets
4. Jab C.O.
5. Metalheads
6. Cannabis Corpse
7. Your Creation
8. Redrum
9. Cathology
10. Slave Of Masturbation
11. Hell
DURATA: 47:59
I polacchi Shame Yourself sono una novità nel roster della label ucraina Metal Scrap e si presentano col primo lavoro prodotto "Wonderfuck", un album di thrash metal moderno, fortemente incline a dare spazio al groove, con i soliti noti fra cui Pantera, Machine Head, Sepultura e Slayer a far capolino a più riprese nel sound.
Questi musicisti non inventano di certo chissà che nelle loro canzoni, la prestazione è muscolarmente massiccia, in alcuni frangenti offre il fianco a ganci melodici come avviene in "For All Your Sins", che fra le altre cose nel ritornello fa il verso alla celeberrima "Eye Of The Tiger", si affida al basso in rilievo accompagnato da armonici alla Machine Head in "Secrets" e si presta ad aperture solistiche ispirate ad opera degli ospiti Seth (Behemoth e Nomad) e Maniek (Eskaton e Mysteria) in "Metalheads".
Non c'è nulla che di per sé non vada, soprattutto strumentalmente parlando, anzi per quanto alle volte certe soluzioni tendano a ripetersi, risultano digeribili e non noiose come potrebbe esservi capitato di ascoltare in altra situazione, tant'è che l'ironia all'acqua di rose di "Cannabis Corpse" e pezzi quali "Cathology" e "Slave Of Masturbation" si fanno apprezzare. "Hell" invece sfodera palesemente con maggior irruenza la vena "core" del combo, chiudendo la sessione correttamente a suon di mazzate.
È vero però che non vi è rosa senza spine: se da un lato la produzione corposa supporta la scelta di possedere un sound pieno e la prova del cantante Klusek è buona, preferendo uno stile più orientato verso il death rispetto a quello di molti suoi colleghi; dall'altro le sortite pseudo-progressive poco azzeccate e qualche strano influsso alt/metal, come quella voce filtrata in "Jab Co" che fa tanto Tool, però non c'entra nulla, indicano sì voglia di fare qualcosa di più del solito disco thrash/groove, ma devono altresì far riflettere gli Shame Yourself sul fatto che non per forza troppa carne al fuoco porti con sè risultati dei quali potersi vantare, di frequente accade il contrario.
"Wonderfuck" ha i suoi alti e bassi, tuttavia possiede alcuni momenti di puro scapocciamento che te lo fanno apprezzare, per i polacchi è un buon inizio, ma rimanere bloccati all'interno dell'ampio settore ricoperto da questo genere di proposte è semplice, quindi nel prossimo futuro dovranno mettersi in gioco e puntare più in alto o quantomeno fornire alla loro musica una forma più completa, eliminando le fasi di stanca che adesso la colpiscono.
Attendendone gli sviluppi, vi consiglio di dare un ascolto; il resto, dovesse venire, verrà da sé.
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Gruppo: Naïve
Titolo: Illuminatis
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/wearenaive
Autore: Mourning
Tracklist
1. Transoceanic
2. Belly
3. Focus
4. Luna Militis
5. Circles
6. The Ropes
7. Illuminatis
DURATA: 1:01:08
Arrivano da Tolosa in Francia i Naïve, un trio di musicisti la cui proposta viene descritta come una combinazione di Metal, musica sintetizzata e Trip-Hop.
Non sapendo cosa attendermi e conscio del fatto che Mox (batteria ed elettronica), Jouch (chitarra, voce ed elettronica) e Rico (basso) mi allontaneranno dai miei soliti ascolti giornalieri, sono pronto a immergermi in "Illuminatis".
L'approccio iniziale è affidato a "Transoceanic", il brano è particolarmente orientato a sfruttare una carica atmosferica liquida, ci troviamo dinanzi un alternative metal a metà fra un'esposizione tooliana semplificata e i pezzi tesi ad apportare sostegno emotivo melancolico a un ambiente sovraccarico di adrenalina degli Slipknot, il tutto addolcito da una salsa ambientale post. Ci mettono a nostro agio, consapevoli che i mutamenti umorali interni ai brani ne scandiranno costantemente l'incedere, sarà quindi inevitabile rimanere ammaliati o al contrario subirli portandoci a non proseguire l'ascolto.
I transalpini amano confrontarsi con tracce lunghe, sono in possesso di un songwriting così vario e dispettosamente bello che non si concede vie di mezzo, infatti il calderone bolle e ribolle, le molte facce che compongono la figura dei Naïve si espongono attimo dopo attimo come avviene nell'impulsiva "Belly", schizofrenica e quasi severa, tanto che in alcuni momenti mi sono venuti in mente una serie di nomi da sovrapporre che non sono di certo naturali compagni d'avventura (Mudvayne + Faithless?), tuttavia è sempre di un ambito post-metallico che si parla. "Focus" senza particolari indugi ce lo ricorda, rifilandoci un estasiante mix di quiete, melancolia e un galleggiare adornato da striature orientaleggianti.
Il disco continua a piegarsi e ad aprirsi in maniera ciclica, alternando sensazioni cosmiche provocate dall'ottimo impiego fatto dei synth e dell'elettronica; "Circles" e "The Ropes" vanno ad aggiungersi all'egregio lavoro già svolto in tale ambito in precedenza, emozionante comunque la sezione centrale della seconda, nella quale si evidenzia un crescendo post rockeggiante intenso scandito da soste che non vedono scomparire l'aspetto "electro" ma anzi s'induriscono, col lavoro delle chitarre che diventa prominente, maggiormente consistente e ridondante, la lunga "Illuminatis" è forse quella che incarna meglio questa condivisione di "cielo e terra".
I Naïve non inventano niente, sono delle gazzelle che con agilità saltellano da un confine all'altro dei generi, trovando il modo di farli convivere in maniera pacifica e ideale per realizzare il loro intento: andare oltre i generi. "Illuminatis" è da ascoltare e considerare come un percorso che non dovrebbe essere smantellato per capirne quali siano le influenze e le derivazioni, bensì dovrebbe essere battuto godendo direttamente della risultante di quei legami stilistici che si formano durante l'ascolto.
Come ho detto inizialmente, difficilmente si scenderà a patti con questo disco, data anche la sua durata non poi così agevole (si va oltre l'ora), lo consiglio quindi a coloro che amano le sperimentazioni e spaziare in più aree musicali, probabilmente riusciranno a trovare il modo di conviverci.
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Gruppo: Eugenic Death
Titolo: Crimes Against Humanity
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Heaven And Hell Records
Contatti: facebook.com/pages/Eugenic-Death/114414165293876
Autore: Mourning
Tracklist
1. Crimes Against Humanity
2. Indictive Diety
3. Medication Time
4. The Devil Waits
5. Plagued By Ignorance
6. Epitaph
7. The Practice
DURATA: 37:08
Parlando degli Eugenic Death, potrei semplicemente scrivere "thrash per coloro che amano il thrash" e chiudere qui la recensione.
La band proveniente da Greensboro in North California si rivolge agli ascoltatori ossessivo-compulsivi del genere, il loro sound è sporco, ruvido, le chitarre inanellano riff dal piglio sicuro, anche se non mostrano di possedere grandissime varianti nella loro impostazione. Le influenze sono infinite, potrei citare Flotsam & Jetsam ed Exodus quanto Mortal Sin e Demolition Hammer, infilare Anthrax e Testament e non per questo lasciar fuori Forbidden e primissimi Dark Angel. Il punto è che in "Crimes Against Humanity" i picchi d'eccellenza di quelle band non li riscontrerete, avrete a che fare invece con un album genuino, piacevole e "die hard" style.
La scaletta è composta da sette brani che ricalcano e adorano le fondamenta di questo panorama musicale, cosa c'è di male? Nulla, proprio nulla, aperto il cassettino del lettore e premuto il tasto "play", con la titletrack così come con "Medication Time", "The Devil Waits" e "Plagued By Ignorance" ci attendono delle scapocciate frementi e alcoliche, più di questo non possiamo né desiderare né ottenere dagli Eugenic Death.
La produzione del resto si allinea a questa visione retrò, a coloro i quali si fossero abituati alla "pulizia", a mio parere immotivata, delle uscite di stampo odierno sicuramente non andrà a genio questo approccio così sgraziato, tuttavia lo reputo ideale per fornire quell'adrenalina aggiuntiva a pezzi che viaggiano frequentemente su ritmiche spedite e travolgenti.
È di questo tipo di dischi che vi nutrite? Non riuscite a fare a meno di ascoltare thrash tutto il "santo" dì? Allora gli Eugenic Death vi calzeranno a pennello, con il loro "Crimes Against Humanity" andrete sul sicuro, perché è ciò che amate in maniera viscerale, nulla più nulla meno.
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Gruppo: Anguish
Titolo: Through The Archdemon's Head
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Dark Descent Records
Contatti: facebook.com/pages/Anguish/175400599142558
Autore: Mourning
Tracklist
1. (Intro) Through The Archdemon's Head
2. Book Of Fox
3. When The Ancients Dare To Walk
4. Dawn Of Doom
5. Lair Of The Gods
6. Illusive Damnation
7. The Veil
8. Morbid Castle
DURATA: 57:06
Gli svedesi Anguish sono una realtà giovane, sorti nel 2007 grazie a membri facenti parte di altre band dell'underground nazionale quali Veturnus, Graveless, Alcolyte Of Moros, Bûrzthrakal e Grief, hanno pubblicato sinora il demo "Dawn Of Doom" nel 2010, lo split "Funeral Wedding/The Veil" in condivisione con i nostrani Black Oath e il debutto "Through The Archdemon's Head" nel 2012, proprio di quest'ultimo ci andremo a occupare.
Il doom proposto dagli scandinavi è di stampo ortodosso, non vi sono varianti moderne né inflessioni di stampo post, il mood è prettamente sabbathiano, i punti di riferimento insieme agli storici quattro di Birmingham sono monicker quali Cathedral, Reverend Bizarre, Solitude Aeternus e Candlemass, in pratica un misto di oscurità ed epicità riversato in canzoni dalla durata medio-lunga che con cadenze lente, alle volte lentissime come avviene nella più nota "The Veil", ammorbano e allettano l'ascoltatore tramite un'esecuzione cimiteriale e horrorifica.
Vista così la prospettiva sembrerebbe delle più positive, in effetti l'album nella forma rispecchia in tutto e per tutto ciò che un appassionato del genere vuole e pretende di ricevere, le canzoni non brillano per personalità bensì si difendono utilizzando armi rodate e in tal senso il riffing delle due asce David e Kribbe, vuoi per l'impostazione vuoi per le tonalità alle volte tendenti ad acuire il nero, altre a favorire soluzioni dal richiamo heavy o epico, non dispiace per nulla così com'è discreto l'apporto dinamico del duo basso/batterista composto da Anton e Ralle, in particolar modo in "When The Ancients Dare To Walk".
La cifra stilistica degli Anguish però è ancora in fase di modellamento sia emotivamente in "Dawn Of Doom" che nella seguente "Lair Of The Gods", un pilone di cemento che più classico non si può.
Dimostrano insomma di avere le carte in regola per produrre buona musica, quello su cui bisogna lavorare in maniera assidua è lo sviluppo di una identità o perlomeno di un segno distintivo alla proposta, in quanto proprio il panorama doom si è rivelato fra i più ricchi, qualitativamente validi e soprattutto capaci di rigenerarsi adoperando le basi sulle quali è stato costruito per rinascere più e più volte, insomma l'araba fenice del metal.
Devo tener conto che tre dei brani contenuti nel platter sono "old", parlo di "Dawn Of Doom" e "Morbid Castle" già presenti nel demo e "The Veil", ci sarebbe da dare una "registrata" alla prestazione di J.Dee, che nei momenti in cui il sound approccia ambientazioni epic stride leggermente non riuscendo a garantire la compattezza e la magniloquenza richieste, molto meglio quando si percorrono territori sepolcrali a quanto pare affini anche alle scelte in ambito di produzione, non propriamente pulita, e quindi propendo per una visione rosea dell'operato degli svedesi.
Siamo solo agli inizi e possiamo anche concederci un'ora di buona musica a farci compagnia senza pretendere chissà che, se siete della mia stessa idea un album come "Through The Archdemon's Head" suonerà nel lettore svariate volte, riuscendo a soddisfare il bisogno del momento nell'attesa che gli Anguish ci dimostrino di saper valicare le barriere del "canonico".
Le doti in loro possesso fanno presagire per il meglio e noi auguriamo loro sia davvero così.
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Gruppo: Karhu
Titolo: Survival Of The Richest
Anno: 2012
Provenienza: International
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/TheKarhuGroove
Autore: Mourning
Tracklist
1. Lambent
2. Reality 2.0
3. B-Vera
4. KERpaser
5. Survival Of The Richest
6. Ignorance
7. The Dream
8. D-44
9. Isa
10. Darker Days
11. Feeder
12. Open
13. Vinette
DURATA: 51:48
Nelle mie recensioni mi sono lamentato più volte del fatto che lavori di pregevole fattura non avessero ricevuto nessun supporto dalle label di settore, torno a farlo anche stavolta con il progetto britannico/finnico dei Karhu (la traduzione italiana del monicker finnico è "orso", c'è anche una popolare birra di quella nazione che si chiama così) scrivendo del loro "Survival Of The Richest".
In un panorama metal nel quale le uscite di stampo metal-core sembrano non finire mai, con il loro fare spiccatamente catchy e se continuasse di sto passo ritroveremmo probabilmente anche Rihanna fra le influenze principali di certi new act, vi sono anche musicisti che riescono a far brillare ciò che contestualmente viene inserito nel filone del "non lo sopportiamo più".
È infatti innegabile che il metallaro e l'ascoltatore di estremo in genere siano totalmente annoiati per non dire infastiditi dalle uscite di gente come As I Lay Dying quanto Whitechapel, Trivium e amenità similari. Quanto proposto dal quartetto composto da Osku Kinnunen (chitarra e growl), Joseph Parry (chitarra e clean), Oliver Davis-Gower (batteria) e Matthew Morris (basso) è un tipo di composizione che vira continuamente e repentinamente in più direzioni, possiede il groove di creature come i Lamb Of God, l'appeal di certe soluzioni di stampo Opeth, la visione moderna di una realtà interessante quali sono gli Allegaeon, le movenze progressive e alternative del rock di gente come gli At The Drive In e credetemi se vi dico che di nomi ve ne gireranno parecchi in testa.
La dote del platter sta nel riuscire non solo a farli convivere, ma a tramutarli in canzoni che non annoiano, si lasciano ascoltare, riascoltare mantenendo con assiduità viva l'attenzione, a cos'è dovuto questo risultato? I Karhu non hanno la bacchetta magica, non mettono la mano nel cilindro tirandone fuori un coniglio bianco, sono dei ragazzi che hanno però ben chiaro come si assembla un pezzo evitando di rinchiudersi nel circolo vizioso degli standard prefabbricati limiti invalicabili per coloro che suonano metalcore da settemila breakdown a brano e cori degni dell'Antoniano (i bambini eccellono mentre loro no) infatti fra le tante motivazioni plausibili a favore di questi ragazzi vi sono i cambi di tempo, le dinamiche ritmiche coinvolgenti, Oliver dimostra di sapersela cavare anche in situazioni dagli sviluppi più celeri come avviene per esempio in "Ignorance" (una fra le tante), e il perfetto connubio vocale tra il growl di Osku e il cantato pulito di Joseph, che palesemente in più di una circostanza porta alle mente il signor Chris Cornell, distante anni luce dalla solita accoppiata "urlatore da fiera - adolescente in amore" che osa devastarci i timpani.
Potrei consigliarvi un brano piuttosto che un altro ma non lo farò, il disco gira bene ed è integralmente godibile, ovviamente a patto che abbiate un minimo di voglia d'andare oltre la visione a compartimento stagno dell'integralismo metal, è sì musica moderna e ibrida, tuttavia non essendoci cadute di stile rovinose né tantomeno chissà quale deriva pop a potervi causare dolori intestinali, dovreste almeno provare a dare una chance a "Survival Of The Richest".
I punti deboli? Devono essercene per forza? Sì, la derivazione da più identità è chiaramente riscontrabile, però non è affatto di peso; la tecnica a disposizione dei musicisti è ben più che discreta; la produzione curata quanto basta in maniera da estraniarsi dalla moda da confezione asettica dell'ultima ora.
Possiamo far "girotondo" quanto volete, se è di una risposta che necessitate, se avete interesse sia nello sbatacchiare la testa che nell'avere all'orecchio un album capace d'intrattenervi con canzoni di qualità, i Karhu fanno sicuramente per voi.
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Gruppo: Linear Sphere
Titolo: Manvantara
Anno: 2012
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Linear-Sphere/329076993083
Autore: Mourning
Tracklist
1. Origin
2. Manvantara
3. Cycle Of Ages
4. Inner Flame
5. Reset Realign
6. The Dawning
DURATA: 43:11
Uno dei motivi per cui non sono mai diventato un appassionato fruitore di prog metal è il fatto di non essere un musicista, il non poterne apprezzare appieno le svolte stilistiche e la ricerca è stato un ostacolo duro da oltrepassare ma ancor più lo è la mancanza di espressione ed emozione di cui molti lavori del genere soffrono, con gli artisti troppo incentrati a incensarsi sullo strumento dimenticandosi di quelli che ascoltano e checché se ne dica alla lunga è un motivo che più di tanti altri ti fa accantonare un disco.
I Linear Sphere li avevo incrociati al tempo del debutto "Reality Dysfunction", album che ritengo tuttora valido e interessante, cervellotico ma privo di quella caratteristica della quale prima parlavo, era anzi talmente in ordine da risultare in alcuni momenti asettico. E' stata quindi una sfida, e devo ammettere un sollievo, essere smentito dal loro ritorno con "Manvantara".
Il concept sul quale ruota il platter è legato proprio alla parola che lo intitola, è un percorso che descrive la nascita, l'evoluzione, il decadimento e la conseguente rinascita dell'umana esistenza attraverso le ere, ogni singolo capitolo infatti ne rappresenta musicalmente e testualmente il racconto:
Concept album based on mankind’s journey through the ages, from the birth of modern man up to our present era, and is set within the timeline of the Hindu Yugas.
Sin dalle prime battute di "Origin" è palese che gli artisti in questione siano migliorati, la tecnica non è mai stata carente ma stavolta fanno sfoggio di un controllo e di un'esecuzione a dir poco da capogiro, sono abilissimi nel gestire le inflessioni melodiche, i cambi di tempo e il divagare nel mondo jazz che arricchisce una traccia d'apertura splendida per eleganza e accattivante nell'approccio del cantante camaleontico Jos Geron. Nel corso dei pezzi ricorderà un po' Dickinson e in parte LaBrie, rimanendo però alquanto personale nell'imporsi sul brano, qualità che ne accresce notevolmente il valore.
La titletrack non fa altro che rincarare la dose, la creatura Linear Sphere è lucente, brilla grazie all'abilità dei musicisti nel forgiare trame che nel loro apparente riprendersi e ripetersi sono ingannevolmente difformi; per apprezzare le sfaccettature del pezzo bisognerebbe addormentarcisi sopra dopo una sequela infinita d'ascolti; l'assolo di Martin Goulding è spettacolare, il musicista padroneggia la sua sei corde con un gusto e un'incisività da primo della classe.
Parlando di assoli come non rimanere estasiati da quello posto in apertura del terzo episodio "Cycle Of Ages"? Il pezzo, inizialmente felino nelle movenze, si azzera lasciando spazio alle tastiere di Jamie Brooks che accompagnano il recitato di Paul Darrow di cui riporto il testo:
And so, the dark end times of the Kali Yuga came to pass, an age in which mankind’s spiritual connection to the source of creation had become long forgotten. Technological advancements had brought unparalleled prosperity to Atlantis, an obsession for material wealth stripping the earth of its natural resources and a population deeply corrupted by the unseen forces of the shadow kingdom. And as the spirit of our sacred earth cried out in pain from an age of exploitation, a comet responded from the depths of the cosmos, sent by the forces of karma, a cataclysm that would see Atlantis crash beneath the waves. The second moon, shattered in a misguided attempt to avert the impact using energies far beyond man’s comprehension, a whole civilisation wiped from the face of the earth. And so, an empire unequalled in its achievements was destroyed by the consequences of its own actions and the earth was left to heal its wounds. The powerful enlightening energies of the incoming Krita Yuga would soon be dawning, with mankind awakened to a new age of wisdom.
La canzone dopo questa fase di "gelo" apparente vive un'escalation emotiva che la incattivisce, diviene più dura e scontrosa nei toni, Martin infila l'ennesimo solismo pregevole e il ritornello riesce a far presa, tutto ci conduce alla quarta stazione denominata "Inner Flame". Ormai non so più come elogiare l'operato dei britannici, qualsiasi cosa decidano di fare, qualsiasi direzione decidano d'intraprendere lo fanno certi che il risultato ottenuto sarà quello atteso. Questa traccia non solo conferma la bontà della loro proposta, ma attesta che sono in grado di scrollarsi di dosso quella forma di contorsione strumentale disorientante, affidandosi a un contatto lievemente più fruibile. Si rimane sempre su livelli qualitativi fuori norma, questo è da stamparsi chiaro in testa, però si ha l'impressione che mollino leggermente le redini e ciò rende "Inner Flame" particolarmente apprezzabile. "Manvantara" dura sì e no tre quarti d'ora, mentre scrivo sono già al sesto giro consecutivo, dovrei essermi stancato e invece ne sono completamente inghiottito, intanto è giunto il tempo di "Reset Realign", l'ennesimo mastodonte tecnico e cristallino, coinvolgente e in questo caso più dei precedenti evocativo, Jos è la punta di diamante e la sua interpretazione ci consegna frangenti di un'intensità e interesse spaventosi. La conclusione di questo viaggio nelle ere affidata a "The Dawning" avviene nella maniera più naturale e adeguata, il brano non aggiunge nulla a quanto sinora espresso dai Linear Sphere, si allinea al vissuto della tracklist dandole quel respiro conclusivo che calza a pennello, stranamete Geron in questa circostanza mi ha ricordato David Draiman dei Disturbed nella pronuncia delle parole. Hanno fatto aspettare chi li teneva d'occhio otto anni ma n'è valsa la pena, ancora una volta i Linear Sphere si autoproducono, tra l'altro splendidamente (qui sarà anche scontato, è però possibile che una band simile non abbia un'etichetta seria dietro le spalle?), tirano fuori un gioiellino e sembrano urlare a gran voce "ci siamo". Del resto "Manvantara" farà felici coloro i quali abitualmente fanno girare nello stereo produzioni di band come Spiral Architect, Cynic, Dream Theater e non escludo il fatto che gli appassionati del mondo heavy più ricercato quanto della musica raffinata in genere possano rimanere estasiati da un ascolto simile. Le uniche cose che quindi ritengo sia corretto fare sono comprarlo e supportarli.
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Gruppo: Slomatics
Titolo: A Hoct
Anno: 2012
Provenienza: Irlanda
Etichetta: Burning World
Contatti: facebook.com/pages/Slomatics/196382747053529
Autore: Mourning
Tracklist
1. Inner Space
2. Flame On
3. Beyond Acid Canyon
4. Return To Kraken
5. Tramontane
6. Blackwood
7. Theme From Remora
8. Outer Space
DURATA: 35:54
Gli Slomatics sono una band irlandese in giro dal 2004, nel 2011 hanno rilasciato uno split con la compagine stoner/doom britannica dei Conan, il 2012 invece ci consegna il terzo full-lenght intitolato "A Hoct".
La natura del sound di questa formazione è ibrida, incontreremo le profondità e le scanalature delle situazioni fangose al limite con lo sludge, la psichedelia nelle sue svariate forme compresa quella acida, corrosiva a tratti marziale, atmosfere cineree al limite col rituale e minimaliste stravaganti in stile sci-fi e una pressione che non attira a sé esclusivamente la matrice sabbathiana del genere.
Vi è inoltre una confluenza d'influenze anche più pesanti che in un paio di situazioni per riflesso potrebbero farvi immaginare la presenza dell'accoppiata Hellhammer/Celtic Frost, bel calderone eh? La bellezza insita nei trentacinque minuti abbondanti del disco sta nel fatto che suona estremo per tutta la sua durata, qualunque sia la piega le canzoni prendano, gli Slomatic ne detengono il pieno controllo, fornendo loro una caratteristica che le contraddistingue: il lavoro sui cimbali in "Inner Space", le cadenze essenziali e rigide in "Flame On", il senso di oppressione che pervade "Beyond Acid Canyon" e l'eccessiva ostilità racchiusa in "Return To Kraken". Giunti a metà tracklist ti rendi conto d'aver ricevuto veramente tanto, non solo sotto l'aspetto prettamente musicale.
"A Hoct" ha impatto, ti schianta contro veemenza tramutandola di pezzo in pezzo nell'arma adeguata per oltrepassare le difese, in "Tramontane" sono le tastiere dal tocco ultraterreno, un po' da B-Movie come effetto, a fare la differenza, mentre in "Blackwood" è l'ambientazione equivocamente eterea a dire la sua, i suoni sono stranamente puliti e ciò che non ti attendi diviene una parentesi che non trova prosieguo in "Theme From Remora" la quale utilizza un riffing ciclico e ridondante adatto a stordire l'ascoltatore prima che "Outer Space" faccia vibrare ancora una volta la nostra mente con una dose di psych-drone mood che porta a conclusione questo insano percorso.
Album perfetto? No, il lavoro degli Slomatic qualche piccolo difetto, in fin dei conti anche trascurabile, lo possiede e non poi tanto celato, il finale vede susseguirsi tre tracce che dipendono troppo dal carico atmosferico, in un certo senso sembrano quasi collassare su se stesse, trovando negli ultimi secondi la propria liberazione; verosimilmente il minimalismo apprezzabile in più di una circostanza avrebbe potuto godure di una maggiore partecipazione della sezione ritmica, nulla di eclatante ma che scuotesse anche solo minimamente quelle fasi in cui il torpore casualmente passa a far loro visita.
La lista degli acquisti si allunga e il monicker Slomatics entra a farne parte, a coloro che come il sottoscritto amano cibarsi di mattonate sotto forma di riff e drogarsi di psichedelia consiglio vivamente di comprare una copia di "A Hocht" e iniettarselo giornalmente in vena, è roba che fa bene alla salute.
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Gruppo: Maugrim / Thō
Titolo: A Premature Slaughter, In An Age Of Torment / Nothing, Bare / Frail
Anno: 2012
Provenienza: Connecticut, Illinois / Texas, Maryland, Illinois
Etichetta: Swampkult Productions
Contatti: facebook.com/maugrimblackmetal - thogaze.bandcamp.com
Autore: Bosj
Tracklist "A Premature Slaughter, In An Age Of Torment"
1. Maugrim - In The Depths, Decaying At Sea
2. Maugrim - A Premature Slaughter, In An Age Of Torment
3. Maugrim - Beneath The Pillars, I Seek Rest
4. Maugrim - This Is My Coffin, My Place Of Rest
DURATA: 16:55
Tracklist "Nothing, Bare / Frail"
1. Maugrim - Nothing, Bare
2. Maugrim - An Endless Shiver
3. Maugrim - Isolate Me
4. Maugrim - Damned To Wander
5. Maugrim - Lethargic Choir
6. Thō - Frail
7. Thō - Untitled
DURATA: 28:03
 Recensione doppia per ospitare per la prima volta sulle nostre pagine il gruppo statunitense Maugrim e il progetto (molto) secondario Thō. Partiamo dalle presentazioni: i Maugrim constano di tre membri: il fondatore, cantante e addetto alla chitarra acustica Alexander James, il polistrumentista Élan O'Neal che lo segue dal 2010 e il chitarrista Elisha Mullins, il cui ingresso è stato ufficializzato da pochissimo. Nell'EP "A Premature Slaughter..." infatti, pubblicato solo lo scorso settembre per quanto le registrazioni risalgano a "una fredda notte autunnale nel New England, 2010", figurava solamente come sessionist sulla titletrack e nei ringraziamenti di fondo.
Dal 2008, anno di inizio dei lavori sotto forma di one man band, la grande rete ci dice (perché come sempre riuscire a ricostruire il background di un progetto black è un'impresa degna di un eroe greco) che il percorso intrapreso ha subìto diverse deviazioni, se non vere e proprie rivoluzioni: partendo dal nome del lupo di Narnia, James diede vita a un progetto black-ambient filocristiano, ideologia presto abbandonata in favore di un filone tematico e musicale più classico, quello del depressive black metal.
Gli inserti atmosferici sono rimasti, ma l'attuale proposta del gruppo è pienamente ascrivibile alla "solita" scuola post-burzumiana o, per rimanere dall'altra parte dell'oceano, di derivazione Xasthur, unita ai già citati inserti atmosferici e ad uno screaming selvaggio, così selvaggio da far (quasi) impallidire gli Sterbend e richiamando le ormai rare incursioni vocali in terre estreme dell'abusato Neige. L'evoluzione che si riscontra tra l'EP e lo split è notevole: il primo come detto risalente al 2010, ma pubblicato addirittura qualche mese dopo "Nothing, Bare", suona molto grezzo, acerbo e meno convinto.
Un po' un cartello di lavori in corso, che lascia alla batteria suoni ovattati (e una doppia cassa inascoltabile), alle chitarre dei volumi poco consoni e alla voce una presenza fumosa, non lacerante e dilaniante come è invece resa in "Nothing, Bare". Quest'ultimo è infatti più curato a livello di produzione, più emotivamente coinvolgente, verrebbe da dire più consapevole.
È un piacevolissimo esempio di depressive black suonato da giovani già perfettamente a loro agio con questa proposta, che in un lasso di tempo molto breve hanno fatto passi da gigante.
Abbandonate le velleità acustiche strumentali del passato ("Beneath The Pillars, I Seek Rest") e concentratisi maggiormente sul corpus aggressivo della propria musica, mantenendo ben salde le coordinate di disperazione, agonia, sofferenza profonda e straziante, se continuassero su questa strada i ragazzi potrebbero diventare a buon diritto un nome pronunciato spesso, negli anni a venire.
E i Thō? Tutta 'sta pappardella sui Maugrim e sui loro brani, ma i Thō? Non me li sono scordati, è che c'è davvero poco da dire.
Sono un side-project di James, di Garry Brent dei Cara Neir e dello sconosciuto ed insondabile Vandor, ciascuno residente in un diverso stato degli USA, vengono creati con intenti blackgaze, di cui per ora non abbiamo modo di confutare la riuscita.
L'apporto della formazione allo split si riduce infatti a sette minuti scarsi, di cui la seconda metà costituente una "traccia fantasma" che altri non è che la stessa "Frail" "filtrata" con field recordings e sintetizzatore a fungere da outro.
Per quanto riguarda il brano in sé, invece, unico brandello di esistenza registrata del gruppo, che oltre alla presente non ha alcuna uscita all'attivo, si tratta di un componimento effettivamente tendente al "-gaze", seppur ancora ben radicato nel black da cui arrivano due dei tre membri, ma è decisamente poco per potervi dedicare più di una frase.
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Gruppo: Yayla
Titolo: Nihaihayat
Anno: 2013
Provenienza: Turchia
Etichetta: Merdumgiriz
Contatti: merdumgiriz.org/Yayla_Official.html - facebook.com/yaylaband
Autore: Insanity
Tracklist
1. Integumental Grasp
2. Through The Sigil Of Hate
3. Immortalizing The Nine
4. Disguises Of Evil
5. In Senility
DURATA: 51:41
 Il Medio Oriente ha già da tempo dimostrato il proprio valore all'interno della scena Black Metal, a partire dai Melechesh passando per Ekove Efrits fino ai più recenti Al-Namrood ed Episode 13 i risultati sono stati spesso più che buoni. Nei meandri più underground di questa scena si muove Yayla, one man band turca giunta al quarto full intitolato "Nihaihayat" che non mi era capitato di incrociare nonostante apprezzi la musica prodotta in questa area.
Se come me non sapete cosa aspettarvi di preciso, vi consiglio di guardare bene la copertina poichè è uno di quei casi in cui rappresenta alla perfezione le sonorità proposte: è un Black arido ma profondo, l'impressione è di essere imprigionati nei tetri sotterranei di qualche misterioso santuario circondato solamente dalla sabbia di un deserto che lentamente penetra e intimorisce il malcapitato ascoltatore. Il sound è saturo, l'uso del riverbero sulla voce infonde oscurità sia nelle fasi in clean, dal retrogusto quasi cerimoniale, che in quelle in scream, decisamente più demoniache; anche la drum machine ne trae vantaggio, i suoni di base sono comunque buoni e non fanno pesare l'assenza del tocco umano ma è l'effettistica catacombale a renderla veramente efficace, oltre al fatto di essere stata programmata molto bene. Notevoli i riff, lo stile è puramente Black sia nella loro struttura che nel modo in cui vengono riproposti più e più volte ma alternano con naturalezza passaggi orecchiabili ad altri più furiosi; in entrambi i casi la qualità c'è, tanto che la ripetitività a tratti ossessiva non risulta per niente pesante, sembra anzi una tormenta di sabbia che mantiene costante la propria distruttività e non accenna a diminuire per un lasso di tempo non indifferente. Le tre tracce "principali" sono infatti tutte sopra i dieci minuti di durata e sono racchiuse da un'intro ed un'outro di sola tastiera dal sapore desertico, la quiete prima e dopo la tempesta.
Non ho ascoltato i precedenti lavori di Yayla, pertanto non conosco l'evoluzione che ha avuto il progetto; di certo con "Nihaihayat" mostra le proprie capacità e maturità, è un album che potrebbe risultare molto gradevole a chi ama il lato più atmosferico e profondo del Black Metal. Un'altra gradita conferma di come la scena orientale sappia rendersi interessante.
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Gruppo: Eclectika
Titolo: Lure Of Ephemeral Beauty
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Asylum Ruins Records
Contatti: Facebook - Sito - Myspace - Soundcloud
Autore: Akh.
Tracklist
1. Through The Supernova Remnant
2. Lure Of Ephemeral Beauty
3. Cyclic Anagnorisis
4. Room Nineteen
5. Sophist's Death: Legacy And Bitter Tears
6. Trauma 835
7. Sweet Melancholia
8. Les Sept Vertus Capitales
9. Handicapped Sex In A Mental Orgy
10. Aokigahara
DURATA: 58:27
 Anche questa settimana siamo in ambito internazionale, tornano a trovarci i francesi Eclectika con il nuovo "Lure Of Ephemeral Beauty", terzo lavoro della formazione transalpina. Ovviamente chi segue la nostra testata potrà ricordarseli ai tempi di "Dazzling Dawn", se quindi con il precedente album avevamo una band dai buoni spunti con alcune ingenuità nell'assortimento dei brani, a volte poco omogenei fra loro, e una voce femminile da limare in certi contesti, qua il buon Sebastien Regnier ha realizzato quello che a mio avviso è il miglior cd degli Eclectika.
Il viaggio che ci troviamo ad affrontare è di quelli in campo Black Metal Shoegaze. Se vi vengono in mente gli Alcest, fermatevi immediatamente, ad eccezione del primo lavoro Neige non raggiunge mai la sufficienza, mentre qua la stoffa è di tutt'altra qualità. Il punto di forza che emerge all'istante da questo disco riguarda una capacità compositiva che definirei visionaria, strabordante. Veniamo travolti da sensazioni molteplici in base ai giochi di luce espressi musicalmente dal trio.
Si inizia con la marcia ingranata al massimo con la sorprendente "Through The Supernova Remnant" che mi riporta alla mente le migliori materie degli Elend, per quella caratteristica tensione melodica che si contorce fra celestiale e dannato, per cui riesco a lasciarmi trasportare in un contesto universale con somma gratitudine, dove il duetto soffuso di cori e archi lascia il segno.
Da qui in poi le porte degli Eclectika si schiudono a noi con il loro "avantgarde" composto da suoni B.M., giri rock, lo scream dell'ottimo Aurelien Pers e l'approccio lirico della sorprendente Noemie Sirandre, la quale riesce a rendere efficace l'innesto, donando spessore ulteriore alla proposta. Se quindi la titletrack mette in campo indubbiamente queste carte, nella seguente "Cyclic Anagnorisis" ci riaccostiamo al versante più "blackish" (senza snaturare ovviamente la proposta) con un riffing che all'occasione sa diventare battagliero; gli strumenti suonano bene e la produzione (per quanto particolare possa essere il taglio delle chitarre, mai eccessivamente imponente) è ben equilbrata, in maniera che sia il basso che tutti gli arrangiamenti possano essere in risalto, questi ultimi ne traggono sicuramente beneficio, dal momento che vengono messe in evidenza anche certe parti soliste ben azzeccate.
La particolare alchimia si protrae anche con "Room Nineteen", dove le urla ficcanti vengono bilanciate dalle aperture dissonanti dell'arpeggio e dalla soave linea vocale femminile, quindi l'approccio Shoegaze e sognante prende ulteriormente forma, una forma poetica per cui a volte lo spirito dei Lifelover si interseca con i mosaici cosmici dei francesi; non riesco a ignorare neppure un riferimento a certi Solefald, per quanto i norvegesi giochino differentemente con i vari generi musicali, ma l'inventiva e la seduzione compositiva credo siano affini fra queste band.
Capisco perciò immediatamente che non si tratta di un lavoro semplice da comprendere e quindi sicuramente non rivolto a tuttii, nonostante percepisca visceralmente certi riff come nel caso di "Sophist's Death: Legacy And Bitter Tears", in cui una certa epicità affiora fra le linee ricordandomi pure gli austriaci Summoning che si legano alla perfezione all'andamento sognante dei francesi.
I tratti onirici prendono una piega fredda e spietata, da incubo, con la strumentale "Trauma 835" che pone le basi alla dolcezza acustica di "Sweet Melancholia", dove l'empirismo lascia spazio alle sensazioni vibranti che ben si accodano alle influenze "elendiane" in un crescendo che a sua volta apre lo spazio ad uno dei pezzi più turbolenti di questo "Lure Of Ephemeral Beauty". In "Les Sept Vertus Capitales" infatti tutta la rabbia tipica del Black Metal viene messa a disposizione di chitarre ariose e dei fiati, creando un contrasto assolutamente affascinante e convincente; per i defenders e i true blackster invece questo non sarà sufficente, ciò non toglie nulla però alle indubbie qualità e lo splendente riverbero astrale di queste composizioni.
Sicuramente si comprende quanto sia elaborata la visione del mastermind Sebastien quando le note di "Handicapped Sex In A Mental Orgy" fra gorgheggi e dissonanze si ritagliano forti spaccati emozionali, nei quali sembra affetivamente di viaggiare all'interno della mente, con le sue chimiche e irrefrenabili, conseguenti e struggenti pulsioni.
L'ultimo respiro viene lasciato alla lunga strumentale "Aokigahara" ("il Mare di Alberi", foresta ai piedi del monte Fuji) e alla seducente tragicità del luogo, manifestata immensamente da una interpretazione solista, trasportata e intrisa di immensa melanconia e voglia di fuggire, accompagnata da un andamento delicato eppure tenace nel suo abbandono.
"Lure Of Ephemeral Beauty" è un album che mi ha veramente lasciato stupito e che mi ha donato grandi aspettative future su questa band. Se amate i gruppi sopra indicati, se credete che gli Alcest siano il massimo dell'espressività per i vostri sogni e se non volete perdervi un gruppo che grazie al talento ha saputo creare un intenso spaccato onirico, una possibilità concedetela agli Eclectika e contattateli.
Hanno fatto molto più di un passo avanti.
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Gruppo: Aasgard / Briargh
Titolo: Κυδοιμοϛ / Restoration
Anno: 2012
Provenienza: Atene, Grecia / Santander, Spagna
Etichetta: Darker Than Black / Lower Silesian Stronghold
Contatti: Facebook Aasgard - Sito Briargh
Autore: Bosj
Tracklist:
1. Aasgard – Ψεφηνος Αηρ
2. Aasgard – Θουρις Ασπις
3. Aasgard – Καθαρτο Αορ
4. Aasgard - Βροτοεν Δορατι
5. Briargh - Prelude... (Hayacorva)
6. Briargh - Vsgo
7. Briargh - Onward to Illice
8. Briargh - Pielagos
DURATA: 33:36
 Sappiamo tutti cosa sia Asgard, sappiamo tutti quanto la mitologia norrena la faccia da padrona nella semantica black metal, sappiamo tutti quante band scandinave facciano ricorso ai suoi nomi, ai suoi termini e alle sue parole in generale per trovare il proprio nome d'arte.
Bene. Peccato che gli Aasgard (sì, proprio Aasgard, con due "A" iniziali, solo che il nome non intende rimandare all'Aasgard Pass, nelle Cascades, Stato di Washington, bensì proprio alla città degli Dei) arrivino da Atene (e non una delle "settordici" Athens negli USA, di nuovo, ma la Atene quella vera, quella attica, quella greca).
Senza aprire la parentesi sull'opportunità di dare un nome simile ad una band greca che di mitologia nemmeno tratta, ci limitiamo a prendere atto della cosa e a spiegare così i titoli in alfabeto greco della prima parte di questa collaborazione tra i suddetti e il già noto Briargh.
Bando alle ciance, possiamo pure non aprire la parentesi relativa al nome degli Aasgard, ma sulla loro musica non si può sorvolare: la metà di split ad opera del duo greco è decisamente insufficiente. "Psefenos Aer" è un'intro da due minuti che riprende lo stesso accordo ripetuto e ripetuto e ripetuto ancora, "Thouris Aspis" è una cavalcata da oltre cinque minuti con una produzione che definire amatoriale è riduttivo (e benevolo), suoni osceni, con batteria ovattata, chitarra che va per i cazzi suoi e voce offuscata dal resto della baraonda. Le due successive tracce migliorano un poco, grazie alla prevalenza di tempi medi, che riescono in parte a mascherare le pecche in fase di produzione non portando gli strumenti al "casino" che consegue immancabilmente alle velocità più elevate.
Diversa sarebbe la mia reazione a questo disco, non fosse che la formazione attica è già autrice di un nutrito repertorio, tra cui due full lenght che, per quanto poco prodotti, suonavano diversi anni luce "avanti" rispetto alle quattro tracce di "Kydoimos". Non è sufficiente addurre come scusa che, significando "kydoimos" "il suono della guerra", il sound è giustificato dalle intenzioni battagliere. Il problema, sottolineo, non sta tanto nella composizione, i brani sono degli onestissimi pezzi black, ma nel risultato finale che questi hanno su supporto ottico, decisamente inaccettabile.
Se siete interessati al materiale di Marrok e Aethyr, partite da qualche altra release.
Netto è il salto di qualità sonora quando scende in campo il buon Javier Sixto, in arte Dux Bellorum Briargh, che inanella quattro piacevoli tracce di black cadenzato e scarno, come sua abitudine. Dopo il breve preludio, il repertorio dello Spagnolo scende in campo al completo: mid-tempo, voce piena e rigurgitante, inserti acustici ("Onward To Illice"), accelerazioni sparpagliate qua e là. La predominanza è sempre della sei corde, in alcuni momenti forse eccessivamente sovraesposta rispetto al resto della strumentazione ("Pielagos"), ma sempre brevi e mai troppo deleteri. Un altro pianeta rispetto a quanto sentito nei primi minuti dello split.
Un prodotto nettamente spaccato in due, in cui la differenza balza subito all'orecchio. Non so di chi sia stata la scelta di accorpare due produzioni tanto diverse sullo stesso supporto ottico, ma tant'è. Purtroppo non tutti i due buchi sono usciti con la ciambella intorno.
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Gruppo: Incursed
Titolo: Fimbulwinter
Anno: 2012
Provenienza: Spagna
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/IncursedOfficial
Autore: Istrice
Tracklist
1. Endless, Restless, Relentless
2. Svolder's Battle
3. Ginnungagap
4. Jörmungandr
5. Feisty Blood
6. Homeland
7. Nordwaldtaler
8. Northern Winds
9. Finnish Polkka
10. Guardians Of Time
11. Erik The Deaf
DURATA: 54:52
 Ci sono domande cui fatico a dare risposta. Ad esempio cosa spinga tre ragazzi baschi a comporre un cd dalle tematiche norrene. Capisco la smodata passione per la mitologia nordica (che condivido), capisco la smodata passione per certi canoni estetici musicali (che condivido), e ciononostante quando tocco con mano un cd di questo tipo non riesco a fare a meno di sorridere. Sarò conservatore, sarò di vedute ristrette, ma sono convinto che certi argomenti vadano riservati alle genti a cui appartengono, per cultura, per origine, per forma mentis. Insomma, che Juan si metta a raccontare del Ginnungagap e dei venti nordici mi lascia perplesso e fondamentalmente divertito. Specialmente in un periodo come questo in cui, visto il boom che sta conoscendo il mondo "pagan", tantissimi cercano di farsi spazio nell'ormai affollatissimo universo folk-viking e affini.
Opinioni personali da parte mi accingo all'ascolto di "Fimbulwinter".
“Endless, Restless, Relentless” è de facto una introduzione composta di solo organo, epica suo malgrado esclusivamente nel titolo, in cui echeggiano i peggiori Rhapsody, salvo poi deragliare quasi involontariamente in una marcetta iberica che poco ha a che fare col clima generale del disco. Due secondi di "Svolder's Battle" e scopro di aver intuito solo a metà il reale contenuto di questo full. Perchè sebbene presentato come un cd viking, "Fimbulwinter" è a quasi tutti gli effetti un cd power. Doppio pedale, tastiera onnipresente, assoli. Superata la sorpresa vengono fuori i limiti di un prodotto acerbo e che trasmette la netta impressione che i ragazzi non avessero sempre chiaro dove volessero andare a parare.
A partire dai canoni musicali, classici, a tratti banali, ma soprattutto allegri e festosi e pertanto totalmente inadeguati all'aulicità dei temi trattati (buona la prova canora, e discreta capacità d'alternanza fra growl e clean vocals). Capiamoci, non si può raccontare della nascita del mondo sulle melodie di una tastiera ottantiana uscita direttamente da un cd di Lucassen. Composizioni che d'altra parte non hanno picchi né lampi, costituite principalmente da riff power/heavy già sentiti, tanto che all'inizio di ogni brano l'ascoltatore può facilmente comprendere dove si andrà a parare, senza restar mai sorpreso. E se è vero che alcune melodie sono di facilissima assimilazione ed entrano facilmente in testa, è altresì vero che stancano altrettanto in fretta e non alterano la sensazione di piattezza generale. Pochi brani escono dal tracciato, e se l'uscita significa brani salterini e birraioli come "Feisty Blood" o "Finnish Polka" il pensiero spontaneo è che sarebbe stato meglio restare in strada, e purtroppo non mancano nemmeno momenti drammaticamente pacchiani in cui i Nostri s'avvicinano ai lidi già navigati da band come Alestorm e Turisas.
Si aggiunga che la registrazione stessa del disco avrebbe avuto bisogno di più attenzione, la chitarra praticamente non si sente se non è in assolo, i riff sottili come un velo vengono prepotentemente sotterrati dalle sovrastrutture create dalle tastiere.
Una prova insufficiente per il combo ispanico, che deve assolutamente trovare modo di proporre qualcosa di più originale, personale e distintivo. Rimandati a settembre.
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Gruppo: Palmanana
Titolo: Origin Of The Green
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/PalmananaMusic - palmanana.bandcamp.com
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Intro
2. Jessica Rabbit
3. Palmanana
4. Newbreed's Manifesto
5. Gianna Michaels
6. Lou
7. Devil's Kick
DURATA: 35:25
 In Italia il luogo più adatto per evocare la riarsa attitudine Stoner credo sia proprio la Sicilia e quindi non vi stupirete se vi svelo che i Palmanana, trio dedito al rock desertico, provengono esattamente dal cuore dell'ardente Trinacria.
"Origin Of The Green" è la prima prova dei ragazzi siculi che, senza mezzi termini, espongono immediatamente quali sono le basi del loro percorso artistico, il quale non pretende e non cerca innovazioni ma ripropone con fedele personalità gli stilemi di una corrente musicale che, negli ultimi anni in particolare, ha conquistato più di un cuore.
Pezzi come "Jessica Rabbit" e "Devil's Kick" non si fanno pregare per sfoderare la sfrontata influenza di Palm Desert in cui lo stampo dell'irruente e polverosa irriverenza che è il marchio di fabbrica di gente come Fu Manchu e Kyuss deflagra con il suo carico di riff afosi e stracolmi di fuzz, surriscaldando ed elettrizzando tutto ciò che incontra.
A fare il paio con queste movenze sono anche "Palmanana" e "Newbreed's Manifesto" con i loro momenti di ispirazione Psych uniti ad un'andatura maledettamente Rock di cui signori come Scott Hill, John Garcia e Josh Homme sono i padrini sempiterni.
L'episodio migliore del lotto è forse "Gianna Michaels", traccia in cui movenze di estrazione prettamente Doom (che non sfigurerebbero affatto in un disco degli Acid King o degli Electric Wizard) si uniscono ad un fantastico background indiscutibilmente sabbathiano e settantiano; insomma, quel tipo di suono saturo e orgasmicamente grasso che provoca incontrollabili erezioni a tutti coloro che sono quotidianamente dediti a questo tipo di droga musicale.
Non troverete evoluzioni e non troverete progresso in "Origin Of The Green" ma "soltanto" tanta, tantissima passione... ma poi, diciamoci la verità: lisergia, deserto, birra e trip infiniti, c'è forse qualcuno che desidera qualcosa di meglio dalla vita?
Avanti così, Palmanana!
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Gruppo: Children Of Technology
Titolo: Mayhemic Speed Anarchy
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Hell's Headbangers
Contatti: myspace.com/childrenoftechnology
Autore: ticino1
Tracklist
1. Mayhemic Speed Anarchy
2. Computer World [cover Black Uniforms]
DURATA: 06:51
 Vecchia scuola, nuova scuola… queste definizioni sono tanto odiate quanto inflazionate. I Children Of Technology ci assaltano da Padova. Non conosco alcun disco del gruppo oltre a questo e, dunque, chiedo venia se alcuni lettori si sentiranno offesi o particolarmente adulati dalle mie elucubrazioni mentali.
Sul piatto troviamo speed metal classico senza sorprese. Dubito che il gruppo si sia fissato come obiettivo di produrre musica fondamentalmente progressiva oppure originale. La durata di magri sette minuti si perde sfortunatamente in alcuni preziosi secondi d’intro e outro nella prima facciata. “Mayhemic Speed Anarchy” è un pezzo trascinante che sfonda con un riff lineare alla Motorhead; questo piacerà sicuramente al pubblico durante un concerto. La riuscita cover degli svedesi Black Uniforms non è davvero necessaria ma segue la tradizione di alcuni sette pollici che offrivano un pezzo nuovo e un omaggio.
Questo vinile non sarà una pietra miliare del metal ma piace nel suo complesso.
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Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Insanity
Formazione
Matthew Morris - Basso
Joesph Parry - Chitarra e Voce Pulita
Ollie Davis-Gower - Batteria
Osku Kinnunen - Chitarra e Growl
La formazione britannico-finnica dei Karhu rappresenta il nuovo che avanza, ibridi ma non scontati, derivativi tuttavia non vittime delle influenze da cui traggono ispirazione. Il loro debutto "Survival Of The Richest" (la recensione come al solito è inserita nell'elenco) è un disco ispirato e ottimamente eseguito, chi sono però questi ragazzi? Facciamocelo raccontare.
Benvenuti su Aristocrazia Webzine, il 2012 è agli sgoccioli, in apertura vogliamo da subito tirarne le somme?
Joe: Beh direi che le cose stanno andando bene, almeno per noi. Stiamo lavorando al secondo album e sempre più gente ci cerca, speriamo che con l'aiuto dei nostri fan e qualche grande sforzo da parte nostra continueremo su questa strada.
Partiamo dall'inizio: il vostro nome, "Karhu", vuol dire "orso" in finnico giusto? Girando su Internet ho notato che anche una birra finlandese lo usa. Musica robusta e alcolica? L'idea è stata di Osku?
Joe: Penso proprio sia stato ispirato da Osku! Ma Osku non è entrato nella band dicendo "Hey... chiamiamoci Karhu", infatti all'inizio era abbastanza scosso per questo, ricordo che non era molto ispirato per il nome. Dopo una discussione però gli abbiamo chiesto perchè e lui ci disse che era perchè lui è finlandese e noi no, ed è per questo motivo che lui sentiva diversamente il nome. Penso sia successo così, ci siamo seduti pensando a possibili nomi e ci è venuto questo. Siamo molto interessati alle culture, per cui è stato naturale includere qualcosa di quella finlandese nel nome e nell'estetica della nostra musica.
Ollie: Penso rappresenti bene il nostro sound, pesante e grosso... Speriamo!
Osku: [ride] Non ho niente a che fare con il nome. Mi sono unito alla band dopo che il nome era già stato scelto. Mi suona ancora un po' strano, ma probabilmente è solo perchè sono finlandese.
La storia della band: chi sono i Karhu, come sono nati, come vi siete evoluti nel corso del tempo. Dateci le informazioni che ritenete necessarie per entrare in contatto con la vostra realtà...
Joe: Beh, Karhu è un gruppo di persone che vogliono esprimersi attraverso la musica. Cerchiamo di unire varietà e colpi dinamici per narrare qualsiasi cosa, dalla tristezza e la perdita alla rabbia, alla pace interiore e al giudizio.
Ollie: Stranamente i nostri background sono molto diversi, ma siamo tutti dediti al nostro lavoro e alla nostra musica.
"Survival Of The Richest" è il titolo del vostro album, che posso ritenere veritiero e provocatorio?
Joe: Sì, è sicuramente provocatorio. Tutte le nostra canzoni parlano dell'umanità e dei pensieri / sentimenti che possiamo avere come esseri umani. Parliamo della natura della razza umana, i bugiardi, l'onestà nascosta, gli assassini, l'avidità... Basta guardare il titolo del nostro album per capire chi siamo e di cosa parliamo. "Survival Of The Richest" è un album che punta al governo e a quegli umani che pensano più ai soldi che alla passione / umanità. Ma il secondo significato dell'album è che si può essere ricchi anche in altri modi... "Survival Of The Richest" significa anche essere più furbi, dare più amore, essere più ricchi dentro, a prescindere dalla situazione finanziaria. Ci riferiamo all'idea che la sopravvivenza del più forte non funzioni più e il mondo sembra essere sempre più governato dai soldi che dagli umani.
Definire il vostro sound ibrido è scontato, però non è facile mantenere un equilibrio e una sintona fra le varie influenze che vi ruotano all'interno, come raggiungete il bilanciamento fra le componenti del vostro modo di suonare in sala prove? C'è una sorta di schema nel comporre i pezzi o sono frutto di ciò che viene sul momento?
Joe: In realtà le canzoni non sono mai nate tramite jam session. Succede questo: Osku scrive una canzone o butta giù un'idea a casa sua in Finlandia ed io faccio lo stesso qua nel Regno Unito. Quando siamo soddisfatti del lavoro la porto nel garage dove io ed Ollie la suoniamo e lavoriamo sulla batteria, poi la registriamo. Infine penso alle tracce di basso. A volte riusciamo a scrivere velocemente, per cui non è così strano per noi avere sei o sette idee senza che Ollie sappia niente, ma ci accertiamo che ognuno ci metta del proprio perché i Karhu non sarebbero i Karhu se tutti non fossero coinvolti. Nessuno di noi potrebbe scrivere parti di batteria come Ollie, ecc.
Sono rimasto particolarmente colpito dal modo con il quale combinate le due voci, Osku cura quella growl e Joseph il clean, e nella vostra pagina Facebook citate Chris Cornell fra i tanti artisti che sentite vicini. Joseph quanto ami quel cantante? In certi momenti sembra proprio di ascoltare lui. Cosa ne pensi del rientro in scena dei Soundgarden e delle sue prove soliste?
Joe: Beh, ad essere onesti, cito Chris Cornell come influenza così che la gente possa capire come canto. Ho iniziato ad ascoltare gli Audioslave molto tempo dopo il primo album, in realtà Chris non è stato un'influenza per me in quest'album, ma in futuro lo sarà sicuramente. Non conosco benissimo i Soundgarden, ho sentito del suo ritorno ecc. e dovrò ascoltarli poichè amo il suo lavoro, ma fino ad ora sono stato abbastanza occupato con la band.
Se ti chiedesse di cantare un pezzo insime a lui quale sceglieresti e perché?
Joe: Eh, qualsiasi cosa dagli album "Audioslave" / "Out Of Exile", amo ogni singola traccia... Brani come "Shadow Of The Sun", "Getaway Car", "Show Me How To Live", ecc... fantastiche!
Vi posso chiedere un approfondimento sui testi dato che non sono inseriti nel digipak, quali sono le tematiche affrontate e in che modo lo fate?
Joe: L'umanità. [ride] Forse espanderemo i temi in futuro, anche se ne dubito.
All'interno del digi c'è una dedica: "Questo album è dedicato alla gente che combatte per ciò in cui crede, la gente che parla quando nessuno lo farebbe, la gente che protegge le persone vicine. Questo album è dedicato a coloro che amano ciò che fanno e vivono ogni giorno per avere un nuovo sorriso, per una nuova amicizia o per migliorarsi". Reputo le parole particolarmente sensate e motivanti in un periodo "nero", non a caso un vostro pezzo s'intitola "Darker Days", come quello che stiamo vivendo. Saremo in grado di superarlo? L'umanità si è troppo chiusa anche a causa della dipendenza dalla tecnologia sempre più dilagante? Si è perso contatto con la realtà delle cose?
Joe: Penso che il mondo sia diviso in due tipi di persone. Quelle buone e quelle cattive. Ognuno di loro ha il proprio modo di vivere la vita, alcuni stuprano e uccidono, altri donano amore e buoni pensieri. È la società che ha deciso quali azioni mettono le persone in una categoria o nell'altra. Può suonare strano, ma a volte sento che non ci siano azioni buone e azioni cattive, solo azioni. L'effetto che quell'azione ha sulla gente decide se è buona o cattiva, poichè come essere umani abbiamo emozioni. Ad esempio, un cannibale che cucina una persona per l'intero villaggio sarà considerato una brava persone che da cibo a tutti. In un'altra società, come la maggior parte di quelle in cui viviamo, sarebbe considerato sbagliato. Per cui la vita è piena di cose interessanti e modi di conoscere, ecc.. Ovviamente non giustifico il cannibalismo [ride] ma spero si sia capito cosa intendo. Dipende tutto dalle opinioni individuali. L'umanità si è sia aperta che chiusa per la tecnologia, guarda la gente oggi... Gli smartphone fanno foto, scrivono messaggi, telefonano, usano Facebook, tutti comunicano e condividono sempre con gli altri. Tuttavia, condividono attraverso la lente di una fotocamera invece che con le parole. Non è una cosa bella o brutta, è solo una "cosa". Sono colpevole di stare ad un computer leggendo qualcosa o giocando quando dovrei invece parlare alla mia partner, la maggior parte di noi lo è. Per cui per gente come me la tecnologia è sia una maledizione che una benedizione. Potrei rispondere a questa intervista senza tecnologia? Ci saremmo mai incontrati senza di essa? Avrei mai conosciuto la mia ragazza senza Internet? O Osku? Senza tecnologia i Karhu non esisterebbero, ma a causa di essa l'umanità sta perdendo la capacità di fare una passeggiata o di avere una conversazione... Penso che tocchi a noi esseri umani abbracciare la tecnologia come qualcosa in più e non come l'elemento principale delle nostre vite. Ma forse sono solo i miei rimorsi che parlano [ride di nuovo].
Ollie: "Darker Days", per me, tocca temi più personali sui miei problemi quali difficoltà economiche, nel trovare lavoro, in famiglia, ecc. In generale giorni neri.
In passato quando si ascoltavano lavori autoprodotti capitava spesso d'incappare in prove limitate da prestazioni strumentali non perfette e da produzioni di livello alle volte anche infimo. "Survival Of The Richest" è l'ennesima riprova che le formazioni senza un contratto come la vostra invece oggi riescono tranquillamente a stare al passo di coloro che vengono supportati da etichette di settore con ottimi mezzi. Vi chiedo quindi: è ancora fondamentale entrare a far parte di un roster che conta o conviene tirare dritti per la propria strada e se non arrivasse un accordo conveniente non soffermarsi più di tanto sulla cosa?
Joe: Bel problema! Beh... Alla fine dipende tutto dai soldi. Tempo e soldi. Vuoi guadagnare di più ad ogni vendita? Do It Yourself ["fallo da te" NdT]! Vuoi passare dieci anni a cercare i contatti delle label? DIY... Hanno entrambi lati positivi e negativi. Penso che essere parte di una etichetta non sia obbligatorio ma sicuramente quelle label hanno band più importanti, più pubblico, più esposizione, link alle 'zine, link alle radio, ecc., cose che non potresti mai avere. Per cui penso che la cosa migliore sia affermarsi come artista da soli prima di andare da una label. Se andassimo da una label ora e dicessimo "ok, questo è il nostro album, abbiamo il nostro merchandise, il nostro sito, i nostri fan, ecc." probabilmente entreremmo in causa. Tuttavia se fossimo andati là dicendo "Hey... ci serve il vostro aiuto per registrare in uno studio da $50000 e poi per promuoverci, farci avere fan, ecc." quella label avrebbe preso tutti i diritti su di noi. Dal mio punto di vista direi quindi di iniziare col DIY e poi cercare una label quando si ha qualcosa su cui appoggiarsi (per tenere i propri diritti).
Ollie: Inoltre penso che con l'aumento della popolarità diventa sempre più difficile gestirsi da soli, organizzare concerti (molti parlano solo con i manager), gestione dei soldi, tutto. Aggiungi il dover fare musica ed esercitarsi e diventa impossibile.
Osku: Ci sono cose buone e non, e in questo momento la cosa migliore per noi è il DIY. Magari cambierà in futuro, ma non ci penso molto. Mi piace fare le cose da me.
In una stagione mondiale di crisi come questa, leggendo anche di formazioni che si sciolgono per questioni economiche, posso farvi un attimo i conti in tasca? Quanto vi è costato in termini di spese dar vita all'album? Perché se penso a quanto spende la Nuclear Blast per certi artisti per produrre liquame, mi vien male.
Joe: Fare l'album non ci è costato quasi niente, se non tempo. Abbiamo comprato "Superior Drummer 2.0" e gli altri plugin o sample erano gratuiti oppure licreati fatti noi. "Superior" era in vendita a 120$ circa per cui è stato un affare. Abbiamo "Reaper" che ci da la possibilità di usarlo quanto vogliamo... Per cui oltre al tempo l'album ci è costato addirittura 120$ [ride].
Sia in qualità di musicisti che fruitori abituali di metal e generi affini, quali pensate siano i problemi che colpiscono questo grande panorama artistico? Vi sono dei limiti culturali che in trent'anni e più di esistenza del genere secondo voi non sono ancora stati superati?
Joe: Penso che il metal abbia fatto tanta strada... Dove altro si può andare? Abbiamo accettato la comunità gay nel metal (Judas Priest, ecc.) abbiamo accettato gente di ogni etnia (Dragonforce, Sepultura, Myrath), per cui come gruppo di persone e come genere abbiamo avuto materiale da ogni categoria: grassi, magri, bianchi, neri, gay, etero, ecc. Ed abbiamo anche incluso generi come dance e jazz in esso. Il Metal è perfetto per me. La gente è sincera e la comunità è genuina. Non ho mai trovato un gruppo di persone in cui il colore della pelle e la nazionalità non hanno importanza. Lo amo. Personalmente non mi importa di chi tu sia e da dove tu venga, se sei un "bravo ragazzo" benvenuto a bordo. Non so dove il metal possa arrivare, accetta già tutto e tutti... [ride].
Per voi ha ancora un senso l'uso del termine "underground" quando si parla di nuovi gruppi o di una scena musicale?
Joe: Non è per quello che esiste l'underground? L'underground è dove c'è tutta l'azione, l'unico problema è che ci sono due tipi di persone. Quelli che vogliono esporre e far crescere le band e quelli che vogliono rimanere underground. Per cui è una guerra.
I Kahru hanno una dimensione live? Se sì, quali riscontri avete avuto portando in giro i vostri pezzi? C'è stato un complimento o una serata che ricordate con piacere?
Joe: Sì, abbiamo fatto un tour nel Regno Unito e qualche festival. In tutti i posti è stato stupendo, la gente sembra apprezzare ciò che facciamo. Il miglior concerto per me è stato a Coleford, abbiamo suonato in un locale ad un piano superiore dove tutti saltavano con "Feeder" e il pavimento stava per crollare [ride].
Scenario da viaggio in varie zone d'Europa con un furgoncino Volkswagen anni Settanta, all'interno voi, l'attrezzatura e... quali dischi, libri o fumetti vi portereste dietro per affrontare un mese in giro in una situazione simile?
Joe: Marc Cohn - "The Rainy Season", Audioslave - "Audioslave", Devin Townsend - "Ki", Lamb of God - "Sacrament". Libri: "Il Signore Degli Anelli" e "Lo Hobbit".
Ollie: Tutto dei Rage Against The Machine e degli Audioslave. Molti libri di lingue e "The Genius Writings And Drum Skills Of King Oliver Davis-Gower, Winner Of Everything" ovviamente.
Osku: La serie "Game Of Thrones" di George R. R. Martin. Romanzi fantastici. Per la musica... Amo gli Stam1na per cui qualcosa della loro discografia. E obbligatoriamente "Ghost Reveries" degli Opeth.
Dove vogliono arrivare i Kahru? Quali sono i vostri obiettivi?
Joe: Vivere della nostra musica e portare divertimento e vie di fuga alla gente.
Progetti a breve termine? C'è già in lavorazione il successore di "Survival Of The Richest"?
Joe: Stiamo appunto lavorando per pubblicare il secondo album.
Come vivono e cosa fanno i Kahru al di fuori della dimensione band? Altre passioni, hobby, lavoro, insomma la vita quotidiana.
Joe: Lavoro sei giorni alla settimana, a volte sette e la mia ragazza vive in America per cui passo molto tempo a lavorare per la band, chattare con lei e lavorare in un negozio.
Ollie: Sì, lavoro circa quaranta ore alla settimana, vivo con la mia ragazza e con un cane psicopatico, passo il poco tempo libero sulla musica e sugli esercizi.
Osku: Scuola, scuola e ancora un po' di scuola. Oh, ho già detto scuola?
Facciamo finta che siate ospiti in una trasmissione radiofonica, lanciate il vostro disco con un breve messaggio e presentate il brano che per voi è l'ideale singolo al suo interno...
Joe: Hey, qua è Joe dei Karhu con una traccia del nostro album di debutto "Survival Of The Richest", la traccia si chiama "B-Vera" e potete vedere il video e comprare l'album dal nostro sito ufficiale www.thekarhugroove.com, PACE!
Ollie: Hey! Qui è Ollie (o Sticky) dei Karhu e dal nostro album carico di groove scelgo una delle mie tracce preferite, la titletrack "Survival Of The Richest", disponibile su www.thekarhugroove.com insieme a tutto ciò che siamo e facciamo!
Credo che siamo arrivati in fondo all'intervista, vi lascio un'ultima volta la parola per concludere come meglio credete la nostra chiacchierata...
Joe: Spero che cogliate tutti l'occasione per ascoltare la nostra musica! Keep it metal and keep it real!
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