Informazioni
Data: 24/06/2012
Luogo: Arena Fiera Milano, Rho (MI)
Autore: Dope Fiend
Scaletta
I Killed The Prom Queen
Kobra And The Lotus
August Burns Red
DevilDriver
Trivium
Lamb Of God
Black Label Society
Opeth
Ozzy & Friends
Il Gods Of Metal è ormai da un po' di anni un punto di riferimento per la stagione live italiana oltre ad essere un festival apprezzato e conosciuto anche a livello internazionale; potrei discutere sul livello qualitativo delle band coinvolte nelle ultime edizioni ma non è questa la sede e nemmeno il momento. Erano quattro i giorni che componevano l'edizione di quest'anno e i nomi altisonanti all'interno del bill non mancavano, tra cui Manowar, Cannibal Corpse, Amon Amarth, Black Label Society e Opeth. La mia partecipazione, causa soprattutto il prezzo dei biglietti (no, cara Live Nation, non tutti possono permettersi i tuoi costi) si è limitata al quarto ed ultimo giorno che avrebbe dovuto annoverare tra le sue fila anche i Black Sabbath, "sostituiti" poi da Ozzy & Friends a causa delle varie vicende intestine alla band.
Con queste premesse e con due misere ore di sonno alle spalle, alle 6.30 della domenica mattina mi avvio con due amici a prendere il treno che ci porterà a Torino, ove saliremo poi su di un secondo che ci scaricherà all'Arena Fiera Milano di Rho, location dell'evento. Arrivati in stazione scopriamo che gli orari dei treni sono cambiati senza che fosse stato segnalato e che la nostra vettura è già partita (grazie mille, Gruppo Trasporti Torinese); una corsa in auto fino a Torino ci permette comunque di arrivare in tempo per non perdere il mezzo per Rho.
Giunti al luogo del concerto, dopo la consueta coda all'ingresso, iniziamo ad ambientarci mentre in sottofondo suonano già gli I Killed The Prom Queen: conosco solo di nome il gruppo e, da ciò che sento provenire dal palco, la loro proposta non è nulla che attiri le nostre attenzioni e quindi decidiamo di cercare dell'ombra (il sole e il caldo saranno implacabili fino a sera provocando violacei e scottanti disagi alla mia nordica e sensibile carnagione) e di rifocillarci con una sana birra e qualcosa da mangiare.
Conversando con persone mai viste prima, tra cui un simpatico ragazzo proveniente dalla Repubblica Ceca e curiosamente agghindato da pirata, e con altre già conosciute in precedenti occasioni simili (non smetterò mai di elogiare la socievolezza e il senso di appartenenza e aggregazione che si riscontra in questi eventi), assistiamo al primo cambio sul palco: è il momento dei Kobra And The Lotus, giovane formazione femal-fronted canadese che suona un Heavy Metal abbastanza potente ed energico. Non conosco sufficientemente bene il gruppo per poter dare un giudizio approfondito ma, pur avendo seguito in maniera distratta, ciò che esce dagli amplificatori non sembra dispiacermi e, quindi, credo che al mio ritorno testerò questi ragazzi anche su disco.
Per noialtri l'ombra e l'acqua, intelligentemente messa a disposizione da alcune pompe forate, divengono nuovamente l'attrazione principale quando arriva il turno degli August Burns Red. Maldigerisco in maniera particolare le band appartenenti a questa schiera musicale "Metalcore" e, di conseguenza, non presto la minima attenzione a ciò che succede on stage in quel lasso di tempo.
 La band successiva sono i DevilDriver, capitanati dal buon Dez Fafara; non sono mai stato un amante sfegatato del gruppo però, sebbene non siano tra i miei ascolti frequenti, ho dei ricordi abbastanza buoni legati a "The Fury Of Our Maker's Hand" e "The Last Kind Words". I musicisti si presentano in bella forma e offrono una prestazione adrenalinica e di ottimo livello. Riconosco alcuni pezzi come "Clouds Over California", "Horn Of Betrayal" e "End Of The Line", il pubblico apprezza molto e ricambia spesso e volentieri con uno spiccato coinvolgimento mentre sul palco i componenti del gruppo si dimostrano a loro volta attivi e predisposti all'incitazione. Davvero una bella esibizione!
Giunto a termine lo spazio dedicato ai DevilDriver salgono sul palco i Trivium che, a quanto pare, attirano una consistente fetta della folla presente. Da parte nostra, noi ci curiamo bene di spingerci il più lontano possibile: per una questione di mera etica professionale, mi astengo del tutto dal fare qualunque tipo di commento a questa parte della giornata. Ritengo che i Trivium siano una delle peggiori band nate nello scorso decennio e che i loro dischi siano una purissima vergogna che, nonostante venga impacchettata con una parvenza di aggressività (plastificata come non mai), rimane pur sempre una vergogna. Ad ogni modo, ad ognuno i suoi gusti e lungi da me fare critiche a chi apprezza.
 Passati oltre l'infelice parentesi, l'episodio successivo viene rappresentato dai Lamb Of God. Il frontman Randy Blythe si dimostra una furia scatenata e, coadiuvato anche dalla buona presenza scenica dei due chitarristi (Willie Adler in particolare), imbastisce davvero un bello spettacolo condito da un'interazione continua con il pubblico. Non sono erudito sulle ultime uscite di questa formazione ma i primi dischi li ritengo assolutamente ottimi ed ecco quindi che sentire suonare pezzi tellurici come "Walk With Me In Hell", "Ruin" e "Black Label" è un gran bello scossone adrenalinico. Dopo essere rientrati nel backstage, i Lamb Of God omaggiano inoltre il pubblico, che li richiama fuori a gran voce, con altri quattro o cinque pezzi che soddisfano le incontenibili voglie metalliche della folla.
 Un soundcheck abbastanza lungo copre i minuti precedenti al momento che tanti aspettano ardentemente da tutta la giornata. I Black Label Society fanno il loro ingresso in scena e Zakk Wylde si presenta con un enorme copricapo in pieno stile indiano d'America che toglierà poi al termine del primo pezzo. Sono davvero tante le persone radunatisi per assistere a questo spettacolo e il quartetto californiano non delude le aspettative: il chitarrista Nick Catanese incita senza sosta gli spettatori, visibilmente soddisfatto del riscontro che ottiene e il gruppo si lancia in una lunga scaletta composta da molti titoli piuttosto conosciuti dagli amanti dei loro dischi. "Funeral Bell", "The Blessed Hellride", "In This River" e "Suicide Messiah" sono soltanto alcuni degli episodi che formano questa esibizione fantastica in cui il buon Zakk non perderà nemmeno l'occasione per sfoderare un lungo solo di chitarra che sicuramente avrà soddisfatto parecchio anche il suo ego. Le corna levate al cielo sono innumerevoli e la partecipazione è davvero enorme: del resto è quasi impossibile (anche per qualcuno che non apprezzasse il gruppo) rimanere indifferenti di fronte alla carica potente e grezza sprigionata da quell'Heavy/Southern sporco e ruvido che ben conosciamo. Un'esibizione con i fiocchi!
 Sono ora gli Opeth ad occupare il penultimo posto di questa giornata. Non sono mai stato un amante del gruppo svedese e, quindi, mi prendo qualche momento di riposo durante il loro turno. Posso comunque dire, per amor della cronaca, che la prima parte della scaletta eseguita era estrapolata inconfondibilmente dalle ultime prove in studio mentre la seconda era più orientata alla precedente fase della loro carriera, quella ancora godibilmente innestata di Death Metal, per intenderci. Nonostante gli ammirevoli sforzi di Akerfeldt per dialogare con il pubblico (a quanto pare la triste fama di Eros Ramazzotti è giunta anche alle sue scandinave orecchie), durante i primi pezzi sono pochi coloro che si fanno coinvolgere; con l'esecuzione delle canzoni più datate e pesanti, invece, i presenti si scuotono un po' e partecipano maggiormente. Dal canto mio, io ho continuato il mio riposo per essere ancora in forza per il gran finale di giornata.
Non appena gli Opeth si congedano, sono già molte le voci che invocano Ozzy, il piatto forte della giornata per moltissimi, vista l'enorme affluenza verso il palco. Dopo una considerevole quantità di minuti, il proiettore inizia a far scorrere immagini della carriera del leggendario Prince of Darkness che, al termine, fa il suo ingresso in scena accolto da un enorme boato di approvazione da parte degli astanti. Lo spettacolo prende il via con i grandi classici dell'era solista di Ozzy come "Mister Crowley", "Crazy Train" e "Suicide Solution", suonati dagli stessi musicisti che attualmente vengono impiegati anche in studio e presentati da Ozzy stesso. Dopo l'esecuzione di una nostalgica "Rat Salad" e un lungo momento solista di cui si rende protagonista Tommy Clufetos dietro le pelli, tutti sappiamo cosa sta per succedere: dal backstage saltano fuori Ozzy, Geezer Butler e Slash (anche se, onestamente, non riesco proprio a sopportare di vedere quest'ultimo suonare certe cose) e, dopo le presentazioni e le ovazioni di rito, il famosissimo riff di "Iron Man" annuncia la venuta degli attimi tanto attesi. Piccola nota a margine, abbiate pietà di me: non posso offrirvi documentazione fotografica di questi momenti perchè, oltre al fatto che la mia digitale era ormai scarica, era davvero difficile riuscire a fare qualche scatto decente in mezzo ad un simile carnaio di persone. Oltre alla già citata "Iron Man", "War Pigs", "N.I.B." e "Fairies Wear Boots" (quest'ultima suonata con Zakk Wylde) sono i pezzi dei Black Sabbath che vengono eseguiti e che fanno letteralmente impazzire tutto il pubblico, il quale viene anche irrorato di acqua e schiuma da Ozzy stesso. A questo punto, l'attenzione viene focalizzata nuovamente sul periodo solista di Osbourne e "I Don’t Want To Change The World" e "Mama, I’m Coming Home" sono le ultime portate prima del gran finale in cui tutti i personaggi coinvolti nella performance si ritrovano assieme (per un totale di tre chitarre e due bassi) per suonare il gran classico "Paranoid" con cui la folla sfoga le sue ultime energie, i musicisti si accomiatano e il Gods Of Metal 2012 ha termine.
Non ci resta che incolonnarci con la sterminata e apparentemente infinita massa di gente in movimento (che non posso fare a meno di immaginare come un novello esodo scintillante di borchie) ed avviarci verso l'uscita dell'arena. Ci attende adesso qualche ora di sonno per poi tornare a casa e riprendere la nostra quotidiana routine.
Per certi versi il Gods Of Metal è ormai un festival potrei direi quasi anacronistico (gli Dei del Metal non sono di certo Trivium o August Burns Red) ma assistere a certe esibizioni rimane comunque una soddisfazione non da tutti i giorni, una soddisfazione che produce ricordi indimenticabili!
Long Live Metal!
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Gruppo: Eradicator
Titolo: Madness Is My Name
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Yonah Records
Contatti: myspace.com/eradicatormusic
Autore: Mourning
Tracklist
1. Madness Is My Name
2. Baptized In Blood
3. Final Dosage
4. Born Of Hate
5. Judgment Day
6. Immortal Sacrifice
7. Last Days Of Defiance
8. Parasite
9. At The Brink Of Death
10. Evil Twisted Mind
11. Nuclear Overkill
DURATA: 47:07
 I thrasher tedeschi Eradicator è da un po' che si sbattono, chi segue la scena da tempo ricorderà l'uscita del demo "Back To The Roots" (2004) e il debutto di tre anni fa "The Atomic Blast".
Il 2012 ci consegna il secondo album "Madness Is My Name" e i progressi che ci si poteva attendere da una formazione da "compitino ben svolto" com'era quella del recente passato sono arrivati.
In verità nulla di realmente trascendentale, i musicisti teutonici hanno solamente affinato e affilato le armi già in loro dotazione, il thrash insito nel platter è più ricco, coinvolgente e maturo pur restando ancorato alle solide basi del mondo Bay Area ed è quindi impossibile non percepire le nette similitudini con act quali Metallica, Slayer, Testament, Death Angel e via discorrendo, così com'è palese in alcune circostanze il rimando al proprio panorama nazionale e nello specifico al sound dei Kreator di Mille Petrozza.
È un disco equilibrato, un attacco partorito dal passato che si fonde con la chiarezza del sound moderno ma neanche tanto in fin dei conti, la produzione offre sì quella pulizia che in tanti odiano, non però ammorbante e disdicevole all'ascolto come quella di alcune label produttrici di lavori rilasciati con lo stampino.
È per questo che l'impatto, la sfrontatezza e lo spirito ribelle della matrice originaria non vengono del tutto intaccati, prova ne sono pezzi come l'opener e titletrack, le due canzoni successive "Baptized In Blood e "Final Dosage", il mid-tempo di "Last Days Of Defiance", la compagna seguente "Parasite" e ancora una doppietta, quella in coda composta da "Evil Twisted Mind" e "Nuclear Overkill".
I brani citati sanciscono la raggiunta maturità di una band che si fa onore e rende onore a quella vecchia scuola che adoriamo e continueremo a mettere nel nostro stereo senza mai stufarci.
Entusiasmo e buona musica questo sono gli Eradicator, "Madness Is My Name" non ha bisogno di nessun atto di pirotecnia per conquistare, basta aver voglia di cibare l'orecchio con del buonissimo thrash metal e perché no, consiglio ormai ripetuto tante volte ma è vero che una dovuta dose di alcol e qualche dolore al collo causato dall'headbanging durante il passaggio "on air" ve lo faranno godere di più, poche storie e volume alto!
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Gruppo: Funera Edo
Titolo: De Bello Heroica
Anno: 2012
Etichetta: Lo-Fi Creatures
Provenienza: Italia
Contatti: facebook.com/pages/Funera-Edo/184386364939064 - myspace.com/funera_edo
Autore: Akh.
Tracklist:
1. De Bello Heroica
2. Inno A Marte
3. Funera Edo
4. Impeto E Tempesta
5. Si Vis Pacem Para Bellum
6. Assalto
7. Tronus Luporum
DURATA: 40:48
 Certo che nel suo piccolo Rimini pare avere fra le proprie genti persone dedite al Metal estremo non da poco vista anche la numerosità della sua popolazione e quindi la rispettiva media.
In precedenza abbiamo trattato gli Hortus Animae, gli Emrevoid e oggi ci occuperemo dell’esordio dei Funera Edo, per merito dell’attiva Lo-Fi Creatures. I riminesi mettono immediatamente le carte in tavola andando a parafrasare Gaius Iulius Caesar ed il suo leggendario "De Bello Gallico" ma consacrando la bellezza eroica in questo caso. Anche l’artwork ci da immediata conferma sul genere arrembante del gruppo traducendosi in immagini archeo-futuristiche dal forte sapore militante e concettuale che esplodono in testi espressi in lingua madre e dall’incipit ascetico e battagliero, come già riportò Aristocrazia nell'esaminare il loro split.
In verità proprio grazie ai Funera Edo prendo possesso di una visione e di una coscienza che la scena nazionale stia divenendo una creatura imponente, un sole che sta sorgendo imperioso, una ventata di sfrontato cambiamento, che a discapito dei più non potrà che salire per dimostrare il proprio indomabile valore ed il proprio ardore, nella sua immediatezza e anima "Impeto E Tempesta" ne diviene un manifesto grandioso e sublime.
Perché dico ciò? Perché qua si cristallizza oggi una summa fatta di tanti sforzi di gruppi che non vogliono indietreggiare e che stanno scrivendo una storia musicale a suon di convinzione, di una scrittura musicale che rispecchia ideali e un fuoco sacro che è insito nel sangue e che sta lentamente tornando a legarsi a concetti, alla Patria Madre e ai suoi Divini rimandi.
Il Black Metal di stampo pienamente italico a questo punto viene incarnato in brani come "Inno A Marte" o la cadenzata "Tronus Luporum" (il trono dei lupi) in cui non vi è spazio per tentennamenti e si deve percepire il ribollire delle vene e la propria inclinazione naturale alla Conquista ed alla Vittoria. Il tutto è messo in risalto anche grazie a brevi passaggi di chitarra acustica che acuiscono il riffato affilato e teso in un "Assalto" (come nell’omonima canzone) baldanzoso e belligerante dove solamente gente predisposta a tutto puòcompiere il manifestarsi di questo spirito. Pure "Si Vis Pacem Para Bellum" ne diviene un’ode convincente e piena (Oltre l’Uomo, Oltre la Morte).
Disciplina, Volontà e Guerra, questo metodo permette ai riminesi di furoreggiare indomiti in sette capitoli eroici senza concessioni a cali e già nell’introduttiva "De Bello Heroica" la codardia viene esclusa, fuggita, per prender forma in un’azione guerriera in cui il Divino Marte raccoglie la folgore per donare una fertilità nuova ad una nuova discendenza.
I Funera Edo sono figli di una bellezza eroica, che non potrà mietere che succesi. L'alba sta sorgendo ed il gladio è pronto, la progenie mieterà attraverso il furore divino Gloria Sempiterna nel nome del B.M. Italico trascendendo, perché questo è Verbo Sacro.
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Artista: Progetto:ChaosGoat 666
Titolo: La Mia Apocalisse Verrà Dall’Alto
Anno: 2012
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/progettochaosgoat666
Autore: ticino1
Tracklist
1. Entropia Plutonica
2. La Mia Apocalisse Verrà Dall’alto
DURATA: 4:44
 Siete pappamolle? Avete problemi a maneggiare patate bollenti? Io no. La nostra redazione è riuscita, cosa da non credere, a educarmi alla manipolazione degli ordigni più infidi.
Il Progetto è già stato sovente tema delle mie elucubrazioni mentali e credo che avrà anche trovato alcuni buoni amici fra i nostri lettori. Personalmente sono sorpreso di trovarmi davanti a un dischetto virtuale tanto magro. Archiviamo i sentimenti e dedichiamoci ai fatti.
"Entropia Plutonica" è un puro attacco elettronico e robotico che mi ricorda un poco la techno hardcore con inserti vocali strazianti e degni del film Alien. Durante qualche attimo ci si ritrova in una foresta rumorosa nutrita da una chitarra distorta che fa capolino per qualche momento.
La pista "La Mia Apocalisse Verrà Dall’Alto" è più legata a un’atmosfera astrale ma meccanica allo stesso tempo. Il gioco tra i diversi elementi è volutamente ostico e ricorda un poco esperimenti degli Anni Settanta, per qualche secondo.
Volete la mia opinione chiara e franca? Preferisco ingoiare un loro trip che dura una ventina di minuti. Qui, penso io, giace la forza del Virus 666. Questa produzione troppo succinta e concretamente corta non mi sarà mai amica; non riesco a comprendere il concetto che la sostiene e personalmente, e forse è questo il motivo del mio astio, mi aspettavo di più a livello musicale, compositivo e di durata.
Mi lascerò sorprendere in futuro.
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Gruppo: Kabul Golf Club
Titolo: Lu Bal Du Rat Mort
Anno: 2012
Provenienza: Olanda
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: http://www.kgc-band.com
Autore: Mourning
Tracklist
1. Bits Of Freedom
2. Minus 45
3. Fast Moving Consumer Goods
4. 5 Minutes 2 Midnight
5. Demon Days
DURATA: 14:27
 I Kabul Golf Club (K.G.C.) giungono dall'Olanda con il loro onesto, irriverente ed esaltato carico di noise-rock, screamo, hardcore e punk, una miscela col passare degli anni divenuta sempre più popolare ma che non rischia d'inflazionarsi, è uno di quei settori dove l'underground è ancora una cosa seria.
Il mini "Le Bal Du Rat Mort", il titolo verosimilmente dovrebbe derivare dal fumetto fantastico dei belgi Jan Bucquoy e Jean François Charles o dall'album dei francesi Komintern rilasciato nel 1971, racchiude poco meno di un quarto d'ora di musica ondeggiante, energica, insana e dalle striature metalliche.
I pezzi più significativi di questo breve lotto, che ne vede al suo interno cinque, sono l'opener "Bits Of Freedom" che sin da subito da un'impronta veloce e sfiancante, con le chitarre stridono, l'atmosfera tesa, il drumming e il suono del basso "sporcato" ad aggiungere groove, non c'era miglior modo per aprire le danze, e "Demon Days" posta in chiusura dove l'attimo nel quale si prospetta il mollare le redini è al contrario quello più insistente e dibattuto, in una parola intenso.
I musicisti perdono un po' il bandolo della matassa nella parte centrale, "Minus 45" tende a compiacersi cadendo in più di una circostanza nella ripetizione, non è scontata eppure una durata più breve avrebbe dato con tutta probabilità un risultato positivo similare alle due citate poco sopra, "Fast Moving Consumer Goods" sfrutta un approccio più diluito e repentinamente interrotto da scatti animosi ed è il picco che si piazza proprio al centro tracklist mentre "5 Minutes 2 Midnight" pur rivelandosi discreta, è un gradino e più sotto le altre a causa di una lieve monotonia di fondo.
"Le Bal Du Rat Mort" è un piacevole assaggio delle qualità in seno ai Kabul Golf Club, le aspettative che si possono creare intorno a una formazione simile potrebbero rendere interessante seguirne il corso discografico.
Mantenendo la loro peculiare aggressività e modellando in parte il songwriting per ammorbare l'ascoltatore con un impatto ancor più devastante, potrebbero ottenere dei buoni responsi, non ci resta che aspettare e in questo lasso di tempo continuare a metter su quest'invitante mini.
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Artista: Permafrost
Titolo: Porcus Christus
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Nebelfee Klangwerke
Contatti: permafrost-horde.de
Autore: ticino1
Tracklist
1. Einleitung
2. Porcus Christus
3. All For Satan
4. Der Teufel
5. Ende
6. Suizid (Bonus)
7. Ich Bin Gott (bonus)
DURATA: 37:55
 Si pensa immediatamente a mammut, ghiacciai e tundre infinite, leggendo il nome scelto dal gruppo. Certo, l’inverno è passato, è stato lungo ma questi prussiani sembrano infischiarsene.
Senza attendere, poso il disco nel mio lettore e mi lascio sorprendere. Le note mi danno ad intendere inizialmente che i signori rinunciano alla tattica scelta dai loro nonni di passare dalla Norvegia per conquistare la Svezia, prediligendo un’assimilazione immediata del suono tipico per i sudditi di Re Wasa. Difficile è battezzare questo lavoro nel nome di una scuola o l’altra; il CD, presentato in una confezione libretto con una copertina tanto blasfema da obbligare il Papa a vomitare sul posto, offre metallo nero che spazia dai Marduk dell’era di Legion a quello più greve e lento proveniente dal Vallese e naturalmente, anzi soprattutto, dai fiordi.
Nell’esecuzione si notano diversi toni, in particolare ascoltando la voce si scoprono sfumature. In questo momento le linee vocali straziano il cuore e nel prossimo scendono nell’oscurità totale. Le tastiere, all’inizio sembrano degli inserti di cattivo gusto, approvvigionano però poi le note dei compagni con zavorra che vi trascina nel profondo degli antri più tetri della fantasia umana. Soggettivamente devo ammettere che la parte con i due pezzi supplementari sarebbe stata omissibile. In particolare la canzone “Suizid” mi sembra molto lunga e tediosa.
Insomma, il quartetto teutonico v’invita a gustare un dischetto privo di sorprese ma solido e di qualità definitivamente più che sufficiente per una serata piena d’intensità e di canti blasfemi recitati nella lingua di Goethe.
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Gruppo: Black Shape Of Nexus
Titolo: Negative Black
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Mainstream Records
Contatti: myspace.com/sadhusonofabitch
Autore: Mourning
Tracklist
1. ILLINOIS
2. 400H
3. 60 WV
4. 10000 µF
5. 14d
6. RMS
7. NEG. BLACK
DURATA: 01:19:57
 I tedeschi Black Shape Of Nexus sono una di quelle band che ti portano a credere che sentimenti quali disperazione, agonia e alienazione non abbiano mai una fine.
La loro musica basata su un drone/doom che affonda le sue radici in territori industrial-noise, post-core (più insano è, meglio è) e sludge per la pesantezza lisergica del sound è in pieno stato evolutivo e diviene ogni anno che passa maggiormente difficile da affrontare.
"Negative Black" è il terzo capitolo di una discografia che dopo l'omonimo del 2007 e la conferma di malsane intenzioni regalataci con "Microbarome Meetings" ha la seria intenzione di assuefarci e condannarci a un ascolto talmente autodistruttivo da lacerarci un pezzo d'animo a ogni giro a loro concesso.
Sette brani per un'ora e venti scarsa di durata, sembra di essere racchiusi in una fottuta stanza senza porte, un rettangolo angusto dove quel senso di "no way out" viene perpetuato dalle soluzioni sempre più cervellotiche e incatenanti.
Lanciano chiari segnali che indicano una sola direzione, e quella direzione punta il basso, costantemente il basso, un tuffo non voluto all'interno di un buco nero del quale non ci si attende di trovare la via d'uscita e infatti ciò che giunge è solo un frontale scontro con il perdersi e non ritrovarsi mai.
C'è una vibrazione in equilibrio fra una percezione fisica e primordiale del causare e subire il dolore e quella più studiata e psicologica, le cinque tracce iniziali dotate di un'esecuzione vocale caustica e schiacciante lasciano comunque un "bagliore" di speranza proprio per quella "guida" che vede in Malte Seidel la parte umana ancora viva all'interno di questo collage bastardo di violenze e condanne.
Le ultime due canzoni, "RMS" e "NEG. BLACK", eliminano quel fattore costringendo a un prepotente faccia a faccia con tale pandemia dilagante di sofferenza, gli spasmi causati sono repentini come in piena overdose, lo stiparsi eccessivo di eccitazione e turbamento in un ambiente sonoro volutamente così estraniante sfibra e dissesta la sanità mentale.
È questo l'obbiettivo dei Black Shape Of Nexus? Credo di sì, di sicuro c'è che con "Negative Black" quest'argomento è stato centrato in pieno, è un'arma di tipo letale.
Il nero che si tinge di nero, questo è ciò che sono i tedeschi in questione, per chi avesse già avuto a che fare con questi figuri l'acquisto è caldamente consigliato, è l'ennesimo tassello di qualità di una discografia priva di pecche.
Per i restanti e soprattutto per coloro che amassero andare incontro a "sfide" musicali così impervie il suggerimento è quello d'intraprendere il viaggio in compagnia dei Black Shape Nexus partendo dalla linea di start, da quel gioiellino che è l'omonimo debutto per potersi avvicinare e apprezzare al meglio ciò che verrà dopo.
Voi pensateci su, io intanto vado in "rehab" cambiando ascolto per un po', ho bisogno di essere lindo e pronto a farmi devastare nuovamente nell'occasione in cui avrò il veleno di "Negative Black" in vena, è uno di quei rari casi nei quali il guardare l'abisso non porta con sé altro che desiderio di schiantarvisi dentro.
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Gruppo: Barbarian
Titolo: Barbarian
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Doomentia Records
Contatti: myspace.com/barbarian666
Autore: Leonard Z666
Tracklist
1. Serve In Heaven, Reign In Hell
2. Rain Of Fire
3. Human Pest
4. Ad Mortem Festinamus
5. The Hammer And The Anvil
6. Worms
DURATA: 25:53
 Eccoci qua a recensire il debut dei Barbarian. In poche parole venticinque minuti di concentrato di violenza in perfetto stile Hellhammer. Come ci si può immaginare già dal richiamo alla seminale band di Tom Warrior il trio fiorentino ci propone sei pezzi diretti in cui si mischiano riff speed metal a vocals che, forse più di tutto, richiamano proprio il tipico stile di Warrior. A differenza però di band come Warhammer e Apokalyptic Raids, che hanno come scopo quello di replicare il più fedelmente possibile il suono dei loro idoli elvetici, i nostrani Barbarian partono dalle stesse sonorità per portarsi su coordinate proprie (basti sentire l'opener "Serve In Heaven, Reign In Hell"). È proprio questa ricerca di un proprio stile che rende l'album godibile e vario, lontano da una semplice riproposizione di riff già sentiti. La registrazione, inoltre, fa risaltare adeguatamente ogni strumento, ad eccezione della voce, la cui ottima prova viene parzialmente penalizzata da un mixaggio che la incassa tra gli altri strumenti senza farla spiccare in maniera decisa, come invece avrebbe meritato. In definitiva un album di tutto rispetto, che assolutamente non deve mancare ai fans degli Hellhammer, ma che sarà una bella sorpresa anche per chi vuole un prodotto che, per schiettezza e tiro, sembra essere uscito direttamente dalla metà degli anni '80. E anche stavolta Doomentia Records ha dimostrato fiuto producendo una band che ha le carte in regola per regalarci altre future perle. Inoltre la copertina è del grande pittore polacco Beksinski, ottima scelta! Bravi Barbarian, avanti così!
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Gruppo: Graveyard Dirt
Titolo: For Grace Or Damnation
Anno: 2010
Provenienza: Stranorlar, Irlanda
Etichetta: Ashen Productions
Contatti: myspace.com/graveyarddirt
Autore: Bosj
Tracklist
1. By Wind And Time
2. Daylights Wrath
3. These Hands Defiled
4. Enslaved By Grief
5. The Search for Solitude
6. Silence Awakes
7. Solace
8. A New Day Fire
DURATA: 62:05
 Arriviamo in clamoroso ritardo a parlare dei Graveyard Dirt, formazione irlandese attiva dalla prima metà degli anni Novanta, che dopo un demo sparì dai radar fino al 2007, anno in cui fece uscire un primo ep "di rinascita", seguito finalmente da un full lenght di debutto, anno domini 2010... che sembra non curarsi dello scorrere del tempo.
Il genere proposto dai sei musicisti è un doom/death di stampo classico, che più classico non si può e deve tutto alla scuola anglosassone, appunto, di una ventina d'anni fa (i vari inizi di My Dying Bride, Paradise Lost, eccetera, tanto per cambiare), o al massimo qualcosa sulla scia di formazioni americane quali i Winter o i primi Novembers Doom, riletti però in chiave europea.
Ottima la produzione, ottima la preparazione "formale" del gruppo, ottima la scrittura dei pezzi che ovviamente, interludio strumentale ed intro esclusa, viaggiano tutti tra i sette e i tredici minuti, in down-tempo e con il riffing di chitarra portante a tenere in piedi tutta la struttura. Non è un caso che il maggior compositore della formazione, Kieran O'Toole, sia un addetto alla sei corde.
Dal punto di vista lirico, le tematiche sono quelle care al genere: struggimento romantico, "mal de vivre", dolore, oscurità. Le immagini testuali, molto suggestive ed evocative, ricordano anche l'operato di un certo Johan Ericson di casa Draconian.
Insomma, gli ingredienti di un disco "classico" ci sono tutti. Ad alcuni, bisogna dirlo, potrà odorare un po' di stantio, di già sentito, ma "For Grace Or Damnation" è tutto fuorchè un brutto disco; ponderato e finemente lavorato in ogni suo aspetto, dal booklet alla resa dell'ultima nota, siamo al cospetto della testimonianza di una formazione che certi suoni li ha vissuti in prima persona, ma per qualche motivo è riuscita ad uscire dall'ombra e a versare il proprio tributo alla scena solo con quindici anni di ritardo. Con tutto ciò che la situazione comporta, nel male, ma anche e soprattutto nel bene.
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Autore: Leonard Z666
Formazione
D.D. Prowler - Basso
Lore - Batteria
Borys Crossburn - Chitarra, Voce
Eccoci qua con Borys e Lore dei Barbarian, band uscita nel 2011 con l'ottimo omonimo debut. Benvenuti qui con noi.
Borys: Ciao Leonardo e ciao ai lettori!
Lore: Benvenuto Borys.
I Barbarian sono una band nata da poco, ma con delle radici antiche. Avete un sound ben preciso e definito: sembrate i figli dei grandiosi Hellhammer. Perché questa scelta di stile?
Borys: Il motivo è esattamente quello di voler tornare alle radici del metal più estremo, e gli Hellhammer, oltre ad aver posto delle basi importanti, sono comunque sempre rimasti unici sia nei suoni che nelle composizioni. I riff "atonali" di Tom G. Warrior sono un marchio peculiare ma non un lascito troppo citato quando in realtà sono proprio l'elemento che crea quell'atmosfera irripetibile. L'influenza sui Barbarian è lampante, ma per noi è tutto sommato un punto di partenza e non un punto di arrivo, a differenza magari di gruppi come Warhammer o Apokalyptic Raids, che comunque apprezzo tantissimo. Il materiale più recente che registreremo entro la fine dell'anno ha uno spettro più ampio di influenze, anche se in ogni caso molto "old".
Lore: Secondo me il disco è venuto fuori fin troppo Hellhammer, le canzoni nuove hanno più personalità.
La registrazione dell'album è ottima, a chi vi siete affidati?
Lore: Ci siamo affidati a Cristo.
Borys: Abbiamo registrato a Firenze al Notch Studio e mixato a Verona al Bunkker Studio. È stata un'esperienza faticosa, sai, metterci tutti d'accordo il più possibile alla prima esperienza in studio insieme non è scontato, ma ci è servito e infatti la registrazione per il venturo split Lp coi Bunker 66 (fatta allo Studio Emme di Calenzano) è filata molto più liscia. Meno male che siamo solo in tre nel gruppo [ride]!!
Da dove deriva il nome "Barbarian" e come l'avete scelto? Reminiscenze dell'ottimo "Conan" di Milius?
Borys: A molti il nome si associa a quel film e non mi dispiace, perché è un gran bel film (per inciso anche i racconti di Howard da cui è tratto sono ottimi). L'idea che il nome veicola è comunque quella, musica rozza, violenta, primitiva, cioè l'idea che avevamo quando abbiamo cominciato a suonare insieme, praticamente è il nome che ha scelto noi...
Copertina dell'album assolutamente atomica, un'opera del maestro scomparso, il polacco Beksinski. Avete avuto problemi per avere l'autorizzazione per usarla? E perché questa scelta?
Borys: Sono mezzo polacco, per questo un interesse ancora più particolare per Beksinski, credo che i suoi incubi si sposino perfettamente con la nostra musica e i nostri testi. I suoi lavori si vedono ogni tanto su copertine, ma molti forse non lo conoscono veramente e colgono magari solo l'assonanza col primo Giger. Noi siamo stati forse gli unici sino ad ora a chiedere ufficialmente un'autorizzazione al Museo di Sanok in Polonia che detiene i diritti, sono stati gentilissimi e non hanno fatto problemi, le difficoltà sono nate semmai nel riuscire ad ottenere delle immagini digitali di qualità alta, quello che è il più grande collezionista di Beksinski, un polacco che vive in Francia, non si è dimostrato molto collaborativo in realtà, ma dopo un (bel) po' alla fine siamo riusciti ad avere quello che volevamo.
Doomentia Records, come è nata questa collaborazione?
Borys: Nella maniera più old school, il rituale dei vecchi tempi, abbiamo mandato una cassetta e Lukas ha deciso di investire su di noi. Non molti hanno il coraggio di investire su gruppi sconosciuti oggi, si tende a seguire le strade più sicure (ristampe o gruppi ben conosciuti), a prescindere da noi quindi un'etichetta da supportare. Stesso discorso vale per Despise The Sun di Roma che ha deciso di far uscire la versione in Cd del disco.
Per ora avete fatto uscire un demo (a quanto ho visto con le stesse tracce del debut) in edizione limitata. Come è stato accolto?
Borys: La cassetta è stata stampata in 99 copie, essendo un gruppo nuovissimo ci è sembrato un quantitativo sufficiente, volevamo farla girare tra le etichette principalmente e fra i die-hard dell'approccio vecchia scuola, per questo il formato principe della mia formazione musicale.
Barbarian dal vivo, a quando nuovi concerti e come vi trovate nella dimensione live?
Borys: Stiamo per partire per un tour europeo con gli svedesi Usurpress. Per me 50% studio e 50% palco, non potrei rinunciare a nessuno dei due, e del resto il palco è la dimensione dove la "barbarie" viene maggiormente fuori. Ci piace curare tutti i concerti che facciamo. Devo dire che l'Italia non offre tantissimo da questo punto di vista, molto spesso il "familismo" domina lasciando fuori chi non vi si adegua, ma non mi sto troppo a lamentare, alla fine sono convinto che le occasioni ognuno se le crea, e i risultati sono direttamente proporzionali allo sbattimento.
Il futuro della band, a quando nuovi lavori?
Borys: È in uscita lo split Lp con i grandi Bunker 66 di Messina, sempre su Doomentia, e stiamo completando i pezzi per il disco nuovo che contiamo di registrare prima della fine dell'anno.
Lore: Come nuovo lavoro vorrei fare il portinaio.
Tom Warrior... dio o uomo (per me... dio). Cosa ne pensi dei suoi progetti?
Borys: [Ride] Ho letteralmente divorato il libro "Only Death Is Real". Beh, lo considero un musicista veramente di spessore, e non è un'affermazione da poco. Ha seguito negli anni un percorso molto personale, e per questo l'ho sempre trovato interessante anche se i risultati non sempre sono stati eccelsi. A me piace approcciarmi anche "storiograficamente" alla musica, difficilmente mi viene da dire questo è una merda, quest'altro è eccezionale, se il musicista è di spessore tutto è comunque interessante. Gli Hellhammer sono stati grandiosi, primitivi, con spirito punk, ma ambiziosi, e nell'83/'84 senza pari. Adoro i primi Celtic Frost, trovo "Into The Pandemonium" un po' ostico anche se una gran costruzione, "Cold Lake" mi diverte tantissimo, e anche "Vanity/Nemesis" lo ascolto volentieri. Gli Apollyon Sun devo dire di averli sempre un po' sorvolati, non mi hanno mai troppo attirato. "Monotheist" è una gran bell'album che non cade nel tranello dell'auto-revivalismo e che trova la giusta continuazione nei Tryptikon. Magari si è persa la carica dirompente di una volta, ma Thomas Gabriel Fischer sa quello che fa (anche se gira la voce che in realtà la vera mente sia Martin Ain, chissà...).
La più bella esperienza vissuta con i Barbarian e... la più brutta.
Borys: Nessuna esperienza particolarmente brutta, a parte quelle consuete dovute all'interazione col genere umano che facilmente è "fallace". Fra le più belle probabilmente i concerti a Roma e Napoli, sarà uno stereotipo ma più si va a sud più si sente l'entusiasmo delle gente che ci viene a veder suonare.
Lore: La più bella non so, per me la più brutta è stata la giornata del mixaggio del disco.
Borys, tu sei una delle menti dietro ad Agipunk. Come vedi la vita di etichette indipendenti oggi? E cosa ne pensi della nuova generazione di "metallari"?
Borys: È un discorso molto vasto come vasta è le tipologia delle etichette cosiddette indipendenti. In Agipunk siamo in tre, produciamo praticamente solo vinili, siamo quasi a quota cento uscite, abbiamo un paio di sottoetichette, facciamo distribuzione, abbiamo prezzi più bassi della media, organizziamo concerti e tour in Italia e Europa, ci sbattiamo tantissimo ma i risultati ci sono, andiamo a gonfie vele e, fra alti e meno alti, non mi posso assolutamente lamentare, anzi. Abbiamo trovato la nostra strada, a differenza di altri che magari pensano solo a scimmiottare le grosse etichette per poi scomparire dopo poco nel nulla lamentando la "crisi". Il tasso di natalità e quello di mortalità delle etichette vanno di pari passo del resto. Le generazioni più nuove sono nate nell'epoca della rete, quindi con grossa facilità di accesso ad ogni tipo di informazione, questo porta tendenzialmente ad una maggiore superficialità nell'approccio, così c'è chi scarica solamente la musica, nella migliore delle ipotesi va a vedersi dal vivo i gruppi "grossi", e poi c'è chi supporta la scena sotterranea, fino a estremi malati del tipo che se un gruppo fa uscire una cassetta in più di cinque copie già si è svenduto... Forse oggi è tutto più polarizzato, la forbice è più ampia ma alla fine è sempre stato così.
Ultima domanda: mp3 e download... cosa ne pensi?
Borys: Quando si sono diffusi i primi programmi di file sharing, e quindi la banda larga, è stato un evento di proporzioni storiche. Praticamente qualsiasi cosa risultava disponibile, dal disco più sputtanato al demo più oscuro. Essendomi formato nelle epoche di magra, quando l'unico modo per ottenere musica per un bulimico come me era il tape-trading (e anni dopo l'mp3 trading su cdr) è stato all'inizio un periodo assolutamente eccitante. Passavo letteralmente le giornate su Soulseek. La portata storica si è poi vista negli anni successivi, il modo stesso di fruire la musica si è rivoluzionato. A fronte della facilità con cui ottenere la musica quest'ultima è diventata un'esperienza un po' aleatoria. D'altra parte è proprio un meccanismo psicologico, ciò che si ottiene senza sforzo assume un valore minore ai nostro occhi. Ci siamo trovati così ragazzini super-esperti delle più nascoste nicchie musicali ma che con facilità estrema abbandonano tutto per buttarsi con altrettanta facilità e velocità su tutt'altro, tanto il costo in termini di fatica è pari a ZERO. La raggiungibilità in questi termini è sicuramente positiva ma, per quanto mi riguarda, è un'esperienza troppo poco intensa. Ormai non scarico praticamente nulla, a parte qualche vecchio demo ogni tanto in quanto materiale irrecuperabile altrimenti. E nell'era dello streaming in cui ormai anche gli mp3 sono quasi superati, anche quello lo percepisco come un "vincere" troppo facilmente. Andare a caccia di un vinile particolare oppure trovarlo per caso, ascoltarmelo con calma, leggere i testi, esaltarmi o magari rimanere anche leggermente deluso perché mi aspettavo un disco migliore, lo trovo impagabile. Non sto comunque facendo l'apologia dell'elitarismo, è semplicemente un discorso molto personale, trovo giusto che si possa scegliere come fruire la musica, vero è che i più giovani non hanno nemmeno termini di paragone...
Un saluto a te e in bocca al lupo con i Barbarian. Lettori, comprate l'album, vi assicuro che spacca il deretano ai paperi. Non ve ne pentirete.
Borys: Grazie a te per il supporto!
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Informazioni
Autore: Mourning
Formazione
Alex Mantiero - Batteria
Tony "Mad" Fontò - Chitarra
Federica "Sister" De Boni - Voce
Jo Raddi - Basso
Danilo "Man" Bar - Chitarra
I White Skull sono un pezzo di storia del metal italiano, i White Skull sono una sicurezza e per tutti i White Skull sono e saranno quelli con in line-up il trio storico Alex Mantiero (batteria), Tony "Mad" Fontò (chitarra) e Federica "Sister" De Boni (voce). Questo 2012 ci ha consegnato il rientro della cantante in formazione e un nuovo album intitolato "Under This Flag" del quale troverete la recensione nel listone.
Benvenuti su Aristocrazia Webzine, come state? Com'è l'umore in casa White Skull?
Tony: Ottimo!!! Noi stiamo bene e viviamo un bellissimo periodo intenso di appuntamenti tra live, videoclip, interviste e promozione del nuovo album, insomma c’è tanto da lavorare ma siamo sereni e contenti.
Siete fra i portabandiera del metal classico nella nostra Penisola, avete superato la doppia decade d'attività, come si rimane concentrati e focalizzati sull'obbiettivo da centrare?
Tony: La passione per quello che facciamo ci porta a questo.
Il ritorno di Federica in formazione è stato acclamato a gran voce, è stata e continua a essere la dominatrice del palco che incarna il sound White Skull, com'è ritrovarsi nuovamente insieme dopo più di una decade?
Tony: Bello. Senza nulla togliere a chi l’ha sostituita nei dieci anni di sua assenza, ora è come se il tempo che è mancata si sia ridotto, come se fosse stata una breve pausa. C’è una bella armonia fra di noi e credo che la band viva la propria identità al 100%.
Parliamo del vostro nuovo disco, iniziamo dal titolo, perché "Under This Flag"? Qual è il suo significato?
Federica: Il nuovo disco ha come tema principale la guerra degli ultimi cento anni. La bandiera simboleggia la lotta, la conquista, l'identificazione e/o simbolo di un gruppo e la provenienza dello stesso. Dopo più di due decadi di Heavy Metal e molteplici album abbiamo voluto sigillare la nostra identità creando "la bandiera" che simboleggia la perseveranza e la lotta per il nostro credo nella musica Metal. La bandiera è inoltre un simbolo di ri-unione e di riferimento per tutti i nostri fans.
I pezzi hanno tutto ciò che serve per infiammare le folle: ritornelli di facile presa, ritmiche incalzanti, gli attimi struggenti, è fantastica la ballad "A.O.D.", in certi momenti sembra davvero che il tempo per voi non sia mai passato. Come nasce un vostro brano? È cambiato nel corso degli anni il modo di comporre e di rapportarsi alla musica dei White Skull?
Tony: In questi ultimi anni abbiamo consolidato il metodo di composizione. Visto che Danilo viene da distante cerchiamo di prenderci dei veri e propri periodi, nei quali ci chiudiamo in sala prove e sviluppiamo le singole idee fino a concretizzare delle songs, poi cerchiamo subito di registrarle in modo da avere del tempo per rifletterci sopra. Quest’anno è stato ulteriormente diverso in quanto nel primo periodo di composizione Federica abitava ancora oltreoceano, ma grazie ad internet lo scambio di idee è risultato facile e rapido. Poi una volta arrivata in Italia ci siamo messi in sala prove per un altro bel periodo a lavorare sulle linee vocali. Una meticolosa pre-produzione poi aggiusta il tiro dei brani facendoti capire cosa funziona e cosa no. In ultimo, ma non ultimo la passione per la musica ci fa lavorare sereni.
"Nightmares" ha nel suo dna particelle Running Wild, mi viene naturale chiedervelo, cosa pensate del rientro in scena repentino di Rock 'N' Rolf?
Tony: Se Capitan Rolf ha voluto rientrare significa che sentiva la necessità di suonare ancora il Metal, credo sia difficile abbandonare il grande circo del metal e poi credo che l’arte non abbia confini, siamo noi che poniamo dei limiti, Rolf non ha mai abbandonato, il suo cuore ha sempre pulsato metallo, solo che forse si è visto costretto ad annunciare la parola fine.
"Under This Flag" nella sua ottima riuscita può essere definito come un passaggio intermedio fra il vecchio, la prima era con Federica alla voce e il nuovo, il suo ritorno e magari una vena ancora più sfrontatamente catchy ma per nulla commerciale?
Tony: Diciamo che "Under This Flag" è la normale evoluzione della band senza perdere quelle che sono le caratteriste e le sonorità della Band, con la voce di Federica la caratteristica della band è rientrata al 100%.
Secondo voi in che stato vive la scena metal italiana? E nello specifico quella legata ai filoni più classici?
Tony: Abbiamo molte buone band qui in Italia che non hanno nulla a che invidiare alle band straniere. Che suonano nel filone classico non siamo rimasti in molti, ma la cosa che credo è che la scena italiana sia sempre stata sottovalutata dagli italiani stessi, credo che bisognerebbe andar fieri di avere band di casa nostra che suonano e sfornano dei dischi all’altezza di altre band provenienti dall’estero, ma spesso, purtroppo, si verifica il contrario.
Una famosa agenzia d'organizzazione live ha da poco fatto "mea culpa", il "pay to play" è una delle tematiche più discusse sulla rete, il metallaro sta diventando un animale da bar oppure è arrivata davvero l'ora che si aprano gli occhi riguardo certi argomenti?
Tony: Mi disse un tour manager una volta: "L’artista è l’ultimo a guadagnarci qualcosa". Purtroppo è la verità, il mondo del music business è così. Anche all’estero in certe situazioni esiste il Pay to Play, non lo trovo giusto, ma purtroppo è una delle realtà. Non credo che il metallaro stia diventando un animale da bar, ma purtroppo questo tipo di fenomeno costringe le band ad adeguarsi al sistema. Io personalmente sono sempre stato contrario, già il fatto di suonare gratis a certe manifestazioni di un certo livello lo considero un Pay to Play, la band comunque investe dei soldi per poter presenziare alla manifestazione (viaggio e quant’altro), ma credo dovrebbe limitarsi a questo.
Il Play It Loud è stato per un paio e più d'anni un appuntamento fisso per gli amanti dell'heavy metal ed è morto a causa delle scarse prevendite, un altro piccolo pezzo di ciò che stava segnando la storia del metal italiano è stato eliminato, quali sono secondo voi le ragioni? È reale il fatto che l'estremo attiri di più e suonare certi generi sembra quasi essere controproducente?
Tony: È semplice, organizzare un evento per il promoter è comunque una spesa, location, pubblicità, service audio e tante altre cose, quando il promoter oltre a tutti gli sforzi vede che la ricettività del pubblico è scarsa e deve rimetterci anche di tasca sua, inizia a pensarci prima di riorganizzare simili eventi e così tutto implode su se stesso. Vedi, la gente spesso è capace solo di lamentarsi che in Italia non si creano eventi interessanti, poi li crei e la gente non va perché non vede nel bill la band del cuore. Lo spirito che c’è in altri paesi è quello di stare assieme tra metallari, tra gente che la pensa allo stesso modo, si ritrovano volentieri per fare festa indipendentemente da chi suona.
In un'Italia devastata da una politica decadente e da una mancanza di cultura a dir poco colossale in tutti i settori, c'è ancora chi si dibatte per fermare i concerti metal incolpando la passione e l'arte che amiamo di satanismo e bifolconate varie, ultima è la notizia del tentativo di boicottagio del Sun Valley in Veneto dopo l'affondo in Sicilia sul Sikelian Hell. Secondo voi saremo costretti a convivere per sempre con questo tipo di dietrologia?
Tony: Bigotteria e ignoranza sono le madri di questo problema. Credo sia difficile cambiare la mentalità delle persone, quindi rimarremo indietro.
In questa ultima decade c'è stata letteralmente un'invasione di act female fronted, mentre signore del metallo come Federica, Doro, Sabina Classen e Leather Leone continuano a proferire il messaggio "metal" per come lo conosciamo e amiamo, il panorama estremo ha le sue rappresentanti che nel bene e nel male si fanno valere, vedasi la Gossow, o la si ama o la si odia. Non vi sembra che la situazione si sia riempita di "starlette pop"? Adesso c'è chi tira dentro addirittura termini come "slut metal" con tanto di Playmate alla voce, non è svalutante nei confronti della donna in genere un simile circo?
Federica: La musica è un'arte ed il talento dovrebbe essere il fuoco che la alimenta. Se invece si vuole rendere la cosa commerciale basta aggiungere immagini push up o simili add-ons che di concreto non hanno niente ma che attirano più attenzione. Personalmente gli estremismi che citavi non mi offendono. A volte li trovo divertenti o interessanti e a volte inutili. Alla fine mi interessa solo cosa la band riesce a trasmettermi. E poi a dire il vero le stesse cose sono state usate anche dai maschi...
Federica com'è stato e com'è vivere in un mondo nel quale l'iconografia è stata spesso legata alla figura univoca dell'uomo? È stato complicato trovare una tua dimensione all'interno d'esso? C'è stato un complimento da parte di tuoi colleghi sulle tue doti canore che ricordi con piacere?
Federica: Non ho mai prestato troppa attenzione alle critiche maschiliste per le quali solo un uomo può cantare Heavy Metal. C'è sempre molta ignoranza e invidia anche in questo settore. Mi sono sempre focalizzata sulla produzione delle canzoni senza considerare alcuna critica inutile. A dire il vero ascolto solo critiche della band e critiche costruttive. Soddisfazioni ce ne sono state tante. Con "Tales From The North" abbiamo raggiunto una visibilità che non ci saremo aspettati. A tutt’oggi ricevo complimenti piacevoli da vari fans e colleghi, per citare qualcuno, di recente al concerto a Russi i nostri tre grandi del Metal Morby, Lione e Tiranti mi hanno dato il bentornato e si sono complimentati per il concerto e per non aver perso un grammo di grinta e voce.
"Under This Flag" è un disco che live deve suonare alla grande, com'è andata la sua presentazione?
Tony: La presentazione bene, lo stiamo vedendo dalla reazione del pubblico che accoglie molto bene le nuove songs e poi dal numero di copie dell’album che vendiamo ad ogni concerto. Pensa che in Repubblica Ceca già cantavano a squarciagola le nuove canzoni, è stato un vero successo, spero che continui così.
Ci sono già date programmate? Dove potremo ascoltare la musica dei White Skull on stage quest'estate?
Tony: Sì, molte e molte altre sono in arrivo, per l’estate abbiamo diversi festival e il management ha già iniziato a lavorare per quella che sarà la stagione invernale. Ora vogliamo suonare, suonare, suonare.
Il miglior e il peggior ricordo della vostra carriera? C'è stato un momento davvero esaltante e uno che vi ha fatto balenare il pensiero di mollare tutto?
Tony: Il miglior ricordo quando per la prima volta con la band abbiamo preso l’aereo per andare a suonare in Israele dove eravamo al secondo posto in classifica e ci avevano organizzato uno show stupendo. Il più brutto in Lituania nel luglio del 2010 quando pensai di mollare tutto in quanto c’erano delle cose all’interno della band che non andavano più bene.
Cosa fanno e chi sono i White Skull nella vita di tutti i giorni? Cosa c'è oltre la band? Passioni, hobby, routine giornaliera...
Federica: Ho molti impegni con la famiglia ed il lavoro. Come hobby mi piace fare weight training... quando posso. Tutto il resto del tempo è dedicato alla famiglia WHITE SKULL!
Tony: I Teschi mangiano, bevono, dormono e lavorano come tutte le persone comuni di questo mondo [ride]. Oltre alla band abbiamo le nostre famiglie, il lavoro che ci permette di vivere e poi ognuno ha le proprie passioni, io per esempio pratico arti marziali (Aikido e Jodo), adoro la cultura giapponese e lo studio della loro scherma, sono un motociclista e mi piace viaggiare.
E siamo giunti alla conclusione, non ci resta che salutare e lanciare un messaggio diretto ai nostri lettori, a voi la parola...
Tony: Concludo con il mio solito messaggio che ormai è il mio motto di quest’anno. Un grazie a te, a tutti i lettori di Aristocrazia Webzine, a tutti i nostri fans e no. Invito tutti a supportare il METALLO ITALIANO, non restate incollati ai social network, andate a socializzare ai concerti con una birra in mano, là è il vero social network, gente vera, birra vera, musica vera e buona. See ‘ya on the road!
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Informazioni
Gruppo: Septekh
Titolo: The Seth Avalanche
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Abyss Records
Contatti: myspace.com/septekh
Autore: Mourning
Tracklist
1. Fuckslut From Hell
2. Shoot Them All
3. Blunt Force To The Head
4. Not Quite What I Had In Mind
5. Eating The Maneater
6. The Seth Avalanche
DURATA: 22:27
 Quando metti su un disco e senza essertene accorto sei già al sesto o settimo ascolto consecutivo, hai trovato qualcosa che ti allieta la serata e ti diverte. Questo al giorno d'oggi è già una vittoria, se poi capitasse con una band sino a quel momento a te sconosciuta sarebbe proprio una gran cosa.
In effetti i Septekh non sapevo proprio chi fossero, questi svedesi non li avevo mai sentiti nominare e quando ho inserito "The Seth Avalanche" nello stereo non immaginavo cosa potesse attendermi.
L'essere investito da quasi ventitré minuti di musica che similarmente potete paragonare a una commistione alcolica dei Carcass più death'n'roll, Gehennah (gli ubriaconi), alcune forme di black/thrash primordiale made in Sweden e Motorhead.
È stato un momento di totale e gradito scatenamento, viene naturale lasciarsi andare con canzoni dalla forte carica ironica nera quali "Fuckslut From Hell" e "Shoot Them All" o farsi coinvolgere dalle ritmiche meno rapide e incalzanti ma più concentrate e pesanti di una titletrack che esalta l'aspetto compositivo e che insieme alla in parte sclerotica "Blunt Force To The Head" emana una gran sensazione di possenza groove.
Buonissima la prestazione strumentale nella quale spicca la prova a "tutta adrenalina" del batterista Staffan Person che quando accelera è uno sfracello e quella dietro al microfono di Nils Meseke che si esibisce utilizzando un growl/scream acido perfetto a spingere ulteriormente in là l'asticella della "schizofrenia" interna al platter. Aggiungete una produzione ben più che discreta e che non ammazza il sound del basso e il gioco è fatto.
"The Seth Avalanche" è estremo, spaccaossa e alcolico, tanto alcolico e con questa ricetta semplice ma efficace i Septekh si conquisteranno uno spazio fra i vostri ascolti, date loro la possibilità di farlo.
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Gruppo: Diseim
Titolo: Holy Wrath
Anno: 2012
Provenienza: Lettonia
Etichetta: Abyss Records
Contatti: myspace.com/diseim
Autore: Mourning
Tracklist
1. Black
2. Holy Wrath
3. Pyromania
4. Sinner
5. Insanity
6. Son Of The Winter
7. Witch
8. Agony
DURATA: 31:50
 I Diseim sono una creatura lettone finita nel roster della statunitense Abyss Records. La band è attiva dal 2007 ma per ascoltare qualcosa di concreto si è dovuto attendere sino al 2012 con la pubblicazione di "Holy Wrath", debutto che fuoriesce dal nulla dato che non è stato anticipato da nessun altro tipo di release.
Le informazioni sul gruppo parlano di death sludge/doom/death, quello che si presenta nel platter è una rilettura di una serie di cliché stilistici ormai noti. Immaginate realtà storiche quali Cianide e Autopsy in "groove on", quindi riffoni di matrice old school, scanalature che affondano nel doom più fangoso e a rinforzare l'ambientazione soluzioni atmosferiche tese a fornire densità e compattezza.
Purtroppo però i Diseim sono lontani dai livelli d'eccellenza di tali band. "Holy Wrath" pur possedendo le basi per far bene si limita a quello, i pezzi sono decisamente standard e questo modo di comporre così "elementare" se da un lato garantisce l'assenza di fronzoli o scappatoie "stravaganti", dall'altro sia nelle melodie malsane che nelle cadenze evoca un deja vù pressoché costante.
Inoltre il sound prettamente analogico scelto per garantire veridicità alla prova è adatto per evidenziare le peculiarità primordiali della fase death, risultando però troppo poco consistente per supportare le marcescenti avanzate doom e quindi ciò che rimane dell'album sono un paio di brani gradevoli come la triade conclusiva formata da "Son Of The Winter", "Witch" e "Agony". Nel complesso chiaramente si sarebbe potuto fare molto di più.
Per ora se la cavano con il solito sei politico, in futuro i Diseim partendo da ciò che han seminato con questo "Holy Wrath", e trovato l'equilibrio che permetta loro di sfruttare al meglio le due influenze stilistiche che ne alimentano il suono, potranno guardare oltre e insieme a noi vedere cosa accadrà.
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Gruppo: Morbus 666
Titolo: Mortuus Cultus
Anno: 2011
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Rex Bagude Records / Graveless Slumber Records
Contatti: .myspace.com/morbus666usa
Autore: Mourning
Tracklist
1. Summon The Cult Of The Pentagram
2. Baphe Metis (Absorption Into Wisdom)
3. Possessed By The Glory Of Lucifer
4. Those Of The Devil's Flesh
5. Poisonous Blood
DURATA: 31:46
 Il Black Metal pur vivendo un periodo di grandi evoluzioni stilistiche, osteggiate o meno che siano, continua comunque ad avere al proprio interno una moltitudine di band devote a ciò che erano gli anni Novanta. Nonostante un monicker non molto conosciuto gli statunitensi Morbus 666 sono musicisti attivi da parecchio tempo nella scena e inseriti in line-up più note come quelle di Thornspawn, Adumus, Bahimiron e Imprecation.
Il debutto del quartetto di Houston intitolato "Mortuus Cultus" è un album che si rifà alla vecchia scuola soprattutto norvegese con nomi come Gorgoroth, Darkthrone, primi Dhg (non sono gli unici comunque) a far capolino spesso e volentieri all'interno dei brani.
L'impostazione, il modo d'interpretare il genere, la scelta di puntare su di una scaletta dal numero ridotto di pezzi (sono solo cinque ma dalla durata che in media si aggira intorno ai sei minuti per un totale di mezzora di efferato, malevolo e "melodico" black metal), fanno del platter un discreto ascolto.
Sia chiaro, nulla di trascendentale, è evidente che i cardini stilistici definiti ormai da tempo siano volutamente rispettati, che le tirate in esplosione risultino "note" in maniera eclatante ma ben piazzate e l'atmosfera sia nera quanto basta. Quello che manca è una personalità definita, fortunatamente per ora rimpiazzata da una serie di riff "orecchiabili" che hanno la capacità di mantenere viva l'attenzione e da una prestazione che dal punto di vista sia compositivo che esecutivo si rivela discreta.
Il sottoscritto non può negare di accogliere sempre con benevolenza le sezioni ritmiche che infilano tempi "punkettoni" e quelle disseminate nell'opener "Summon The Cult Of The Pentagram" e "Baphe Metis (Absorption Into Wisdom)" ne sono un buon esempio, del resto una parte della vecchia guardia, Darkthrone in primis, al posto di andare avanti preferisce guardarsi indietro, stesso discorso messo in atto da questi americani nel ripercorrere le orme impresse nei nineties che si riscontrano anche nello strisciare malevolo della terza canzone "Possessed By The Glory Of Lucifer".
I Morbus 666 offrono Black Metal per chi ascolta e vive di Black Metal, se odiate i pastoni, il post, il filone shoegaze e l'avanguardismo, se avete deciso che arroccarvi nel glorioso passato di questo mondo sia la via più adatta a voi, un disco come "Mortuus Cultus" potrebbe entrare nelle vostre grazie.
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Gruppo: Enthrallment
Titolo: People From The Lands Of Vit
Anno: 2012
Provenienza: Bulgaria
Etichetta: United Guttural
Contatti: myspace.com/enthrallment
Autore: Mourning
Tracklist
1. Chronicle Of Sorrow
2. Devoted To Delusion
3. Psychological Storm
4. A Full Land Of Worms... From The River To The Void
5. Chemical Romance
6. Obsessed By Just Anger
7. Walking Through The Thorns
8. Fruits Of Pain And Blue Sky
9. Punishment For Baneful
10. Unholy Diviners
DURATA: 31:45
 I bulgari Enthrallment sono una vecchia conoscenza di Aristocrazia e quella che fu la mia personale prima intervista quasi quattro anni or sono.
Al tempo la band del membro fondatore Ivo Ivanov (batteria), Plamen Bakardzhiev (voce) e Vasil Furnigov (chitarra) parlava dell'uscita del terzo disco riferendosi al 2010 come anno della release, ne sono dovuti passare altri due, si son visti cambi in line-up, ha abbandonato il suo ruolo il bassista Martin Naydenov al quale è subentrato Rumen in pianta stabile nel 2011 e l'arrivo del secondo chitarrista Andrey Gegov nel 2010 ma ce l'hanno fatta. "People From The Lands Of Vit" è stato partorito con il supporto della statunitense United Guttural.
La macchina compositiva è ben oliata, lo smalto dei precedenti lavori "Smashed Brain Collection" e "Immerse Into Bloody Bliss" non è andato perduto, ovviamente i musicisti rinnegano qualsiasi forma d'innovazione basando il proprio vissuto e la propria espressione di brutalità spietata sugli insegnamenti impartiti dalla scuola estrema anni Novanta. Siano poi il versante floridiano del death e qualche scappatella non poi celatissima in territorio grindeggiante a colpire con ferocia l'ascoltatore poco importa, con tutta probabilità ne riconoscerete l'altrui paternità, nel contempo vi godrete però delle sonore mazzate che se avessero mantenuto un'atmosfera più sordida come avviene in apertura del disco con "Chronicle Of Sorrow" e sul finire con "Punishment For Baneful" avrebbero guadagnato sicuramente ulteriori punti.
Il martellamento è perpetuo, trentadue minuti scarsi fra riffoni spaccatesta (quello di "Unholy Diviners" è ottimo per allenare il collo) e rallentamenti asserviti alla velocità lì apposta come molle per il rilancio in corsa (si veda un pezzo come "Fruits Of Pain And Blue Sky"). Come non trastullarsi poi allegramente con mattonate quali "A Full Land Of Worms... From The River To The Void" e "Obsessed By Just Anger", il disco fila e fa il suo dovere.
Tralasciando il fatto che l'originalità non stia qui di casa, e non è detto che sia sempre un male, "People From The Lands Of Vit" è ciò che ci si attendeva dagli Enthrallment, un concentrato di energia, velocità e musica tritaossa, né più né meno. Se questo vi basta, o meglio se è questo che state cercando, l'album finirà senza troppi se e ma diritto in collezione, pensateci!
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Informazioni
Gruppo: Patronymicon
Titolo: Prime Omega
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: Blackcrowned Records
Contatti: myspace.com/patronymicon
Autore: Mourning
Tracklist
1. Coldborn
2. This Darkness
3. Life Denied
4. Raise The Throne
5. The Curse
6. 13 Candles
7. Soulharvest
8. The Carving
DURATA: 41:56
 Nel mese di maggio avevo scritto di "Coldborn", il primo demo degli svedesi Patronymicon chiudendo la recensione con la speranza di potervi aggiornare su ciò che fu prodotto in seguito, parlo del full di debutto "Prime Omega".
L'album rilasciato nel 2011 per la label messicana Blackcrowned Records, la stessa dei connazionali Infuneral di "Torn From The Abyss", che sembra averci preso gusto col sound scandinavo, è adesso in mano mia, contiene otto brani che in parte attingono dalle composizioni provenienti dal recente passato della formazione. Troviamo infatti ad apertura e chiusura della tracklist due delle tracce inserite nel demo: la titletrack "Coldborn" e "The Carving".
La line-up che ha dato vita a questo lavoro non è più esistente, l'unico confermato è il fondatore N.Sadist, mentre hanno abbandonato i due chitarristi Kvist (nella registrazione di "Prime Omega" coinvolto nel ruolo di bassista) e Megiddo. Per quelle poche notizie che si trovano su Internet il solo P. Locust alla batteria sembra ancora essere dentro e in sede live verranno loro in aiuto J. Vikholm dei Sordid Flesh e C. Kanto dei Corrosive Carcass.
Concentriamoci però su ciò che l'anno passato ci ha regalato. Nella più classica tradizione svedese i Patronymicon proseguono nel cammino già intrapreso, nessuna novità nè tantomeno concessioni a qualsiasi forma di modernismo. Si tratta di un black metal ispirato da melodie gelide e taglienti, non forzatamente su velocità costantemente mantenute pressanti e anzi denotante una ricerca atmosferica profonda e una diluizione delle movenze particolarmente gradita. Tale punto era già stato presentato nella canzone "Propatronymicon" di "Coldborn" e viene ora confermato e supportato da una produzione più degna ed efficace.
Per quanto concerne la resa sonora, in capitoli quali "Life Denied", "Raise The Throne" e la lunga "Soulharvest" più ascolterete più vi accorgerete di quanto sia stato importante questo salto qualitativo.
Dissection, Watain, i Marduk sulfurei, chissà quanti nomi gli appassionati del sound negli anni modellato in quella Svezia black terra di culto per tanti potranno accostare a questa proposta, è ovvia la derivazione da chi ha segnato in maniera indelebile il modo di proporre tramite coordinate stilistiche ormai divenute "storiche" tale natura, è altrettanto vero che un disco come questo va vissuto e preso per ciò che è e nulla più.
Fra le mani si ha un'onesta prestazione di musicisti che intendono mantenersi all'interno di quello stile anni Novanta che fu capace di far dischiudere una dimensione sino a quel momento celata. Vogliamo definirli "ortodossi"? Beh, facciamolo pure, in un movimento che ha odiernamente un'identità confusa e dispersiva ben vengano platter come "Prime Omega" a ricordare ai più che la ingenua genuinità di lavori simili è ancora una volta arma da non sottovalutare.
Agli adoratori di quegli anni consiglio di dar loro una chance rimanendo magari in attenta attesa di nuove notizie riguardanti le future produzioni.
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Informazioni
Gruppo: Folkearth
Titolo: Sons Of The North / Minstrels By The River
Anno: 2011
Provenienza: Internazionale
Etichetta: Stygian Crypt Productions
Contatti: myspace.com/folkearth
Autore: Mourning
Tracklist "Sons Of The North"
1. Sons Of The North
2. Rider On The Winds
3. Taking Arms
4. Lord Of Serpents
5. Wind Of Conquest
6. Ravens On The Wing
7. Odin Wills It
8. Black Knights
9. To Vinland We Sail
10. Defying The Storm
DURATA: 44:26
Tracklist "Minstrels By The River"
1. Viking's Anthem
2. Beasts From The Blizzard
3. Cataphract Legion
4. Lord Of The Spear
5. Set Sails To Conquer!
6. Warrior Code
7. Freedom Or Death
8. Folkearth
9. Stepan Razin's Dream (canzone tradizionale russa)
DURATA: 47:20
  La corazzata Folkearth (a dire il vero non molto solida, è un po' bucherellata, l'acqua entra eccome) continua a pubblicare album su album tirandoli fuori con assidua convinzione. Beati loro che son convinti, perché già in passato hanno dimostrato di aver perso parecchio dello smalto iniziale. Ricordate i primi lavori "A Nordic Poem", "By The Sword Of My Father" e "Drakkars In The Mist"? Bene, quelli rimangono tutt'ora irraggiungibili per i nuovi capitoli.
Stavolta mi sto avventurando nel tentativo di unire in unica recensione le ultime due release del combo internazionale rilasciate sempre sotto Stygian Crypt Productions, parlo di "Sons Of The North" e del secondo capitolo totalmente acustico "Minstrels By The River" che ripete l'esperienza dopo il piacevole "Songs Of Yore" del 2008.
I Folkearth hanno passione, grinta, sono dediti al 100% all'arte e alla musica che amano ma il produrre con così tanta foga e istinto porta a trovarsi all'orecchio per l'ennesima volta un disco che non solo non ti cambierà mai la vita, ma continua a confermare quella fase di staticità compositiva ormai ben chiara che limita le potenzialità reali della band. "Sons Of The North" non fa alcuna eccezione, è un platter da sei politico.
Sarà che di problemi me ne faccio ben pochi, sarà che li ascolto spesso e volentieri come semplice sottofondo e che non sono un fan sfegatato di tali sonorità, fatto sta che pezzi come la tiletrack, "Rider On The Winds", "Raven On The Wings" e "Black Nights" si fanno apprezzare. Nulla di nuovo all'orizzonte però vuoi per gli aspetti danzerecci o la leggerezza della proposta si fa tirata d'un fiato e via.
Altro giro e altra storia, con "Minstrels By The River" viente ritentato l'esperimento al tempo discretamente riuscito con "Songs Of Yore", la formazione attinge dagli ultimi capitoli discografici ("Fatherland", "Rulers Of The Sea" e "Viking's Anthem") spogliando otto brani della loro parte metal, avvalendosi esclusivamente di strumenti acustici e sembra quasi vogliano inizialmente farsi perdonare del passo falso fatto proprio nell'ultimo dei lavori citati. Le due canzoni poste in apertura, "Viking's Anthem" spogliata delle voci e resa totalmente strumentale acquisisce una natura più consona e ancestrale, divenendo intrigante, e la successiva "Beasts From The Blizzard", unico episodio che in quell'occasione mostrava una Anaïs Chevallier presente per motivi reali e non come viandante di passaggio per sbaglio, evidenziano che in questa veste i Folkearth sanno essere emotivamente più coinvolgenti e interessanti.
La traccia che segue appartiene a "Fatherland", l'album spartiacque e terza produzione di un 2008 sin troppo intenso, rilasciato subito dopo la prima prova acustica, presentava un completo allontanamento dagli sparuti strascichi di "extreme" presenti nei dischi d'inizio carriera per puntare sul folk, poi stranamente penalizzato successivamente da scelte discutibili ed equilibri mal rispettati. "Cataphract Legion" era lì contenuto ed è uno dei pezzi migliori di quel lavoro così come lo è anche in questo "Minstrels By The River".
Tracce invece discutibili come "Lord Of The Spear", "Set Sail To Conquer!" in "Folkearth" finalmente pare abbiano qualcosa da dire, non più meri riempitivi, non sono divenuti eccelsi capolavori ma quantomeno adesso genuine e gradevoli canzoni con le quali entrare in contatto. Nella stesura delle recensioni riguardanti >"Viking's Anthem" e "Rulers Of The Sea" neanche le tirai in ballo per la loro poca rilevanza all'interno dei platter.
Il platter si chiude poi con l'omaggio a un classico della tradizione russa di Alexandra Zheleznova-Armfelt intitolato "Stepan Razin's Dream".
Se c'è da elogiare qualcuno, è ancora una volta Kris Verwimp a prendersi i complimenti, le sue creazioni artistiche hanno reso ogni singolo atto della saga Folkearth artisticamente bello da guardare, lo so, non sarà fondamentale perché è il contenuto musicale che in primis deve riscuotere il nostro interesse ciò nonostante è innegabile che anche l'occhio voglia la sua parte e con lui viene accontentato ampiamente.
L'ho già detto in passato e lo ripeto, ragazzi prendetevi una pausa, sarete anche iperattivi ma non si può dare in pasto agli ascoltatori "again and again" album limite del difendibile.
Dovesse venirvi voglia di acquistare qualcosa a prezzo stracciato e vi capitasse uno dei due platter sott'occhio puntate "Minstrels By The River" e speriamo che per il prossimo step passi almeno un triennio, ma la vedo dura, la vedo dura!
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