lunedì 6 giugno 2011

THE ATOMIC BITCHWAX - The Local Fuzz


Informazioni
Gruppo: The Atomic Bitchwax
Anno: 2011
Etichetta: Tee Pee Records
Contatti: www.myspace.com/theatomicbitchwax
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. The Local Fuzz

DURATA: 42:18

A chiunque segua la scena stoner il monicker The Atomic Bitchwax non risulterà certamente sconosciuto.
Il trio ritorna ora nel 2011 con il nuovo disco "The Local Fuzz", formato da un'unica traccia che copre tutti i quarantadue minuti di durata. Tale soluzione non è certo nuova nella musica ma va detto che non sempre i risultati sono esaltanti, anzi alle volte, al contrario, sono piuttosto imbarazzanti. Non è però questo il caso.
"The Local Fuzz" è un pezzo che unisce tutte le migliori caratteristiche che il gruppo aveva già espresso nelle precedenti uscite: il consueto hard rock impregnato di psichedelia è unito a tratti spacey e digressioni in pieno stile Hawkwind che fanno del sound vintage la propria colonna portante, all'irriverenza e all'incedere puramente desertico di band come Fu Manchu e Kyuss e a soluzioni blues e southern che possono ricordare da vicino mostri sacri quali Lynyrd Skynyrd e ZZ Top.
La chitarra impazzita snocciola valanghe di riff tipicamente hard rock coniugati ad un drumming veloce e incalzante a cui si accostano fantastici giri di basso, evidentemente tirato a lucido per l'occasione. L'effetto che queste combinazioni sortiscono è quello di assistere a una vera e propria gara in cui gli strumenti si rincorrono e cercano di prevalere l'uno sull'altro.
"The Local Fuzz" non è nient'altro che una lunga jam-session continua che porta alla luce decine di atmosfere differenti che si intercambiano e si sovrappongono tra momenti deliranti ed energici e pause distensive che restano sospese nello spazio circostante, attimi in cui la componente psichedelica emerge in tutta la sua carica emotiva.
I minuti scorrono come fossero secondi e, riff dopo riff, non ci si rende nemmeno conto del passare del tempo, tranne quando il disco finisce e non si può far altro che premere ancora una volta il tasto "play".
I The Atomic Bitchwax hanno rotto gli schemi abituali del genere, riuscendo nell'intento di creare una composizione deliziosamente piacevole ed energica, che non stanca mai e scorre con facilità facendo rapida presa sull'ascoltatore.
Nemmeno la totale mancanza della voce impedisce al disco di esplodere in tutto il suo immenso potenziale.
Non posso che elogiare il nuovo fantastico lavoro di questo trio che si diverte sparandoci nelle orecchie tanta musica di pregevolissima fattura.
Nessun amante dello stoner (rock e metal) dovrebbe lasciarsi sfuggire questa piccola grande perla.

Continua a leggere...

LEGION OF DARKNESS - Meridies


Informazioni
Gruppo: Legion Of Darkness
Anno: 2010
Etichetta: Dark Babel Records
Contatti: www.myspace.com/legionofdarknessita - www.legionofdarkness.it - www.scena-italica.org
Autore: Akh.

Tracklist
1. Sentenced To Eternity
2. Ek Pètras
3. Songs Of War
4. Ciclo D'Acciaio
5. Ithaca

DURATA: 50:43

I siculi Legion Of Darkness tornano dopo l'eccellente "Cantus" e sfornano "Meridies" in cui è inutile tergiversare, se non hanno realizzato il disco Folk/BM perfetto, ci vanno molto vicino.
Amanti di sonorita' di Nokturnal Mortum, Temnozor, Pocculus e via dicendo..., fermatevi di fronte a questo lavoro, piegate il ginocchio e rendete grazie agli Dei per il dono che vi stanno elargendo.

Cinquanta minuti di fierezza, tenacia, poesia, forza, ispirazione, passione e rivelazione ecco cosa è "Meridies", un insieme di virtu' italiche, di cui ogni singola nota ne rappresenta l'orgoglioso valore, in cui le armonizzazioni vocali possenti ma non invasive, gli arrangiamenti elaborati di violini ci riportano allo splendore della terra natia, oppure le aperture di chitarra acustica, guardando con occhio rispettoso alle radici della loro Magna Grecia (a cui tutto l'artwork fa riferimento) la quale ha saputo dare natali a grandi uomini e a grande cultura.
Cinque brani, cinque inni a guardare dentro al proprio sangue, che attende di esser rivitalizzato, che ha in se' il pulsare degli Avi e questo Lord Inferos e soci lo ribadiscono ad alta voce attraverso un riffing ferale ma allo stesso tempo epico, struggente (basti ascoltare la conclusiva "Ithaca", a cui è correlato un favoloso video, denso e portatore di riverberi mediterranei), ed elaborato, ricco di spunti intensi e variegati, dove l'orgoglio di esser parte di questa storia italica non è solamente estetica, ma fortemente intrinseca alla loro stessa natura, esplodendone ogni colore e sentimento basti citare la lunga "Ek Petras" dai riferimenti tradizionali ascendenti.

Questo cd è sicuramente un punto di riferimento da qui in futuro, per ogni amante di questo tipo di sensazioni, una pietra miliare da cui prendere ispirazione per invertire la rotta di ogni decadenza interiore ed esteriore (evidente è il simbolismo di copertina), in cui lo spessore della propria essenza è portatore e condottiero di nuova linfa vitale.
Un riffing ricco di sfaccettature avvolge in ogni istante arrangiamenti ispirati, dove la preparazione tecnica è solo il lato esecutivo di una fiamma mai doma, sia che si apra in spaccati onirici, sia che divampi in blast furiosi.
"Meridies" è uno sguardo verso l'infinito, uno sguardo verso le rovine, uno sguardo verso le altezze solari e verso il riordinamento degli elementi corrotti, il tutto reso con precisione e l'ottimo bilanciamento di marzialita' e giudizio e "Ciclo D'Acciaio" ne è un fulgido esempio.

La Scena Italica dovrebbe essere enormemente orgogliosa di dare al mondo un lavoro significativo come questo, perche' ha tutte le caratteristiche per diventare un album immortale; oltre i suoi genitori, oltre il proprio tempo, oltre la propria dimensione, in quanto "Meridies" é Scudo e Lancia.

I Legion Of Darkness sono tornati, chiniamoci al loro cospetto.

Continua a leggere...

A BAND OF ORCS - Warchiefs Of The Apocalypse


Informazioni
Gruppo: A Band Of Orcs
Anno: 2007
Etichetta: Grimpire Entertainment
Contatti: http://abandoforcs.com/
Autore: Bosj

Tracklist
1. I, Gogog
2. Warchiefs Of The Apocalypse
3. Bring Out Your Dead
4. Procreation (Of The Wicked)
5. Disassembly Line (instrumental)
6. Intro / A Descent
7. Into The Maelstrom

DURATA: 31:54

Mi sono del tutto ignoti i motivi per cui in redazione sia arrivata richiesta di dare un parere su questo EP, vecchio di quattro anni, ma tant'è; A Band Of Orcs si definisce un "gruppo di mostruosi orchi inavvertitamente evocati in questo mondo da dei giovani ed ignari nerd mentre giocavano a Dungeons & Dragons", e questo "Warchiefs Of The Apocalypse" ha visto la luce il giorno di Halloween del 2007 (nientemeno).
Non ero a conoscenza dell'attenzione di cui il gruppo ha goduto in questo lasso di tempo (videoclip in cgi, miniature e altre tonnellate di merchandising di dubbio gusto e utilità), ma l'idea che mi sono fatto di questi cinque californiani è che siano un mix tra la scenografia dei Lordi e la ridicolaggine mediatica dei Manowar.
Sì, perchè se l'idea di presentarsi vestiti da orchi può essere carina, sebbene molto presa in prestito dalla band di Rovaniemi, e se l'esposizione ai media per un gruppo metal può essere oggi di grande aiuto, resto dell'idea che in una band ciò che conta più di tutto il resto rimanga sempre e comunque la musica. E di musica qui c'è un po' poco.
Non voglio essere frainteso, la mezzora abbondante di questo ep è tutto fuorchè malvagia, o meglio, lo è decisamente, e questo è un bene; il death di cui si fanno portatori i nostri è classico, sulle corde degli ultimi Gorefest, con variazioni sul tema in chiave rallentata ("Procreation"), contaminazioni thrash alla Testament ("Bring Out Your Dead") e addirittura un lungo brano strumentale ("Disassembly Line").
La faccenda è che dal 2007 i ragazzi hanno edito, oltre al lavoro in questione, un solo singolo monotraccia, per un totale di otto brani - di cui un'intro- in quattro anni. Certo, tra il pubblicare robaccia senza sosta e il centellinare ottimi lavori la strada da scegliere è la seconda, ma l'impressione è che i Band Of Orcs si concentrino troppo sugli orpelli aggiuntivi ed estranei all'essenza musicale del progetto, quali appunto miniature, pubblicità, varie ed eventuali, trascurando la musica stessa; anche il calendario live dei cinque è piuttosto scarso.
Probabilmente è solo un modo per farsi notare maggiormente e tentare di uscire dalla massa soffocante di progetti di musica estrema, tuttavia questo modus operandi può portare tutta questa sciarada ad esplodere in una bolla di sapone; sono ancora convinto che il miglior modo per farsi pubblicità sia proporre qualcosa di serio e concreto al pubblico.
Se poi i ragazzi decideranno finalmente di scrivere musica in maniera più continuativa, e magari dare alle stampe un album, sarò felice di ricredermi, vista la piacevolezza di questo "Warchiefs Of The Apocalypse", per ora però è ancora tutto fumo e pochissimo arrosto.

Continua a leggere...

SHROUD OF DESPONDENCY - Dark Meditations In Monastic Seclusion


Informazioni
Gruppo: Shroud Of Despondency
Anno: 2011
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/shroudofdespondency - shroudofdespondency.bandcamp.com
Autore: Mourning

Tracklist
1. Looking Out, Seeing One Last Ray Of Light
2. Homo Homini Lupus
3. Parting Of The Way
4. Sybil
5. Sullen Murmur Oppressive Stillness
6. Flicker Of The Ardent Light
7. To Glisten In All The Colors Of Distress

DURATA: 57:13

Gli anni passano, le convinzioni aumentano come le delusioni, le certezze e le speranze che s'infrangono e rinascono.
Il metal è l'unico panorama che dalle proprie ceneri come l'Araba Fenice rinasce, si fortifica e nel quale anche formazioni che non inventano nulla possono eguagliare i valori espressi dai maestri che li hanno anteceduti o che per fortuna sono stati notati e riconosciuti lasciandoli nell'ombra.
L'ultima parte del discorso potrebbe calzare con la figura degli Shroud Of Despondency, la band statunitense è attiva dal finire degli anni Novanta, possiede una discografia che vanta dei discreti lavori ma è solo con l'adesso penultimo full (hanno già rilasciato "Objective: Isolation" e un live "Live At WMSE") "Dark Meditations In Monastic Seclusion" che è entrata a far parte delle mie conoscenze.
Ho sentito spesso e volentieri parlare benissimo degli Agalloch, io vado controcorrente, questa realtà l'ho sempre trovata alquanto soporifera e l'ultimo "Marrow Of The Spirit" non aveva fatto altro che aiutarmi a dormire ancora un po'.
Quando ho letto che fra le papabili influenze dei ragazzi di Milwaukee c'era la band di Portland mi stavo per chiedere chi me l'avesse fatto fare e invece...
Invece mi son trovato nello stereo un platter coinvolgente, atmosfericamente parlando superiore a molto di ciò che ho avuto il piacere (o meno) d'ascoltare nell'ultimo biennio e capace di concentrare i propri sforzi sul versante più black o viceversa su quello più folkeggiante con una duttilità d'intento davvero degna di nota.
Sì, qualche rimando al combo proveniente dall'Oregon è evidente, vi è però una sottostruttura progressiva impiantata che aumenta un flavour retrò nel sound, una piega in parte depressive che lo sconfortante e melancolico uso delle partiture acustiche tramuta in un pungente e stuzzicante motivo per immergersi in brani quali l'opener "Looking Out, Seeing One Last Ray Of Light" e "Flicker Of The Ardent Light", nella feralità nera e luccicante delle combinazioni più estreme che induriscono le composizioni in "Homo Homini Lupus", "Sullen Murmur Oppressive Stillness" e una dualità ipnotica che esplode producendo un'esaltazione celebrativa di sentimenti come l'odio, la disperazione e l'intimismo isolatorio che conduce alla misantropia.
La voce di Mike Jurek sarà di primo acchito non semplice da assimilare, si parli della fase black più acida o del pulito il più delle volte appena accennato, avrete bisogno di tempo per far sì che il contatto con essa divenga istantaneo, l'inserirlo a ripetizione nel lettore vi sarà sicuramente d'aiuto.
Un'autoproduzione che vale non solo per la musica contenuta, è infatti più che pregevole l'operato svolto dietro il banco del mixer, noterete come la strumentazione sia perfettamente bilanciata e intellegibile rendendo i pezzi ancor più vividi, ascoltate "Sybil" e capirete.
Gli Shroud Of Despondency sono per me una felice sorpresa e "Dark Meditations In Monastic Seclusion" uno dei dischi più interessanti che ho esaminato in questa prima metà del 2011, la domanda sorge spontanea per l'ennesima volta: perché non hanno un contratto e mi devo sorbire un lavoro di Damonaz che mi ha fatto rischiare la dissenteria fulminante? Misteri? No, nomea e soldi.
Volete davvero girovagare fra foreste invernali lussureggiantemente melancoliche? Avete bisogno di rientrare in contatto con voi stessi e cercate un po' d'intimità? Amate il neo-folk inserito in un contesto dall'animo multiforme ma che si fonda sul black? Fatevi un giro sulla giostra degli Shroud Of Despondency!

Continua a leggere...

DINING IN TUSCANY - 1556


Informazioni
Gruppo: Dining In Tuscany
Anno: 2011
Etichetta: Eaten Alive Records
Contatti: www.myspace.com/diningintuscany
Autore: Mourning

Tracklist
1. Lord Beethoven's Diamond Church Of Worm
2. Andrea
3. 1556
4. Paradin
5. Gold Plates Black Discs
6. Broyer Du Noir

DURATA: 34:10

Pranzando In Toscana, nome particolare per una band australiana, a primo impatto si potrebbe pensare d'aver incrociato l'ennesima pseudo realtà metal col "ciuffo", per fortuna ce la siamo risparmiata, il sound è decisamente più cattivo, una miscela moderna di grindcore, atmosfere e tinte black.
Certo non è la proposta più innovativa del mondo, basti pensare a quello che gira da tempo, ci sono act come gli Anaal Nathrakh o per restare in terra italica i The Secret che sono riusciti a coniugare influenze disparate dando vita a musica che fosse personale e di valore, poi sull'attinenza o appartenenza al black in quanto tali se ne potrebbe discutere per ore e ore.
Quello che importa è che il combo di Sidney, per dirla in termini calcistici, "tenga bene il campo", è infatti ben organizzato e strumentalmente preparato, ha chiaro il fatto che il saper dosare le quantità dei generi che fluiscono all'intenro del debutto "1556" (hanno un solo ep precedente "Postcards From CoCo Lezzone") sia fondamentale per permettere ai brani di risultare esplosivi, ambientalisticamente parlando interessanti nelle parti più dilatate e tendenti al riflessivo e capaci di esprimere una carica elettrica scura e tagliente.
La struttura del platter vede i due colossi "Lord Beethoven's Diamond Church Of Worm" e "Broyer Du Noir" posti a capo e coda lasciando il compito di elargire attimi più o meno intensi alle tracce di mezzo, la violenza dibattuta ma equilibrata di "Andrea" viene rinforzata dalla successiva "1556" una dirompente traccia sparata di appena due minuti, blast a manetta sferrati con l'intento di assaltare l'ascoltatore.
Trovano nell'intimismo di "Paradin" dai toni alterni soffusi/acidi il cambio emotivo che si oppone alla dirompenza sin qui esposta, sul finire si riaccenderà quell'irruenta bramosia che di lì a poco avrà nuovamente pieno sfogo in "Gold Plates Black Discs", il growling domina la parte vocale, la velocità sostenuta viene spezzata da frangenti ragionati e il supporto del riffing pronto a spegnersi e riaccendersi repentinamente infuocando o placando gli animi in un batter d'occhio la rendono particolarmente interessante.
Prodotto con cura, per quanto il mercato si stia ormai congestionando di queste prestazioni estreme, un album come "1556" può tranquillamente ritagliarsi una propria porzione di spazio e avere quindi riscontro da chi preferisce ascoltare un "crossover" suonato come si deve, puristi e old schooler incalliti non lo so, seppur badili senza farsi troppi problemi potrebbero trovare da ridire usando le solite frasi fatte, chissà che un passaggio nello stereo faccia loro cambiare idea? Tutto è possibile nella vita.

Continua a leggere...

THE LOVING TONGUE - Shadows Of Innocence


Informazioni
Gruppo: The Loving Tongue
Anno: 2009
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/thelovingtongue
Autore: Mourning

Tracklist
1. Tears Of A Unicorn
2. Say That You Run
3. Temple Of Love
4. Written In The Stars
5. Marching On
6. Eliza
7. Lady Of All Seasons
8. Will You See Heaven
9. Look Out Jack
10. Heaven And Hell (Black Sabbath cover)
11. Mozart Blues
12. She Drinks The Darkness
13. Queen's Lament
14. Hard One To Love

DURATA: 01:16:11

Sono anni ormai che ho rivalutato la mia posizione sull'heavy metal, nel periodo dell'adolescenza ero uno di quelli che non amava particolarmente il genere, suppongo che l'istinto e forse la voglia di andare oltre venisse ben ripagato dai settori più estremi, con l'avanzare degli anni ho però trovato quel feeling che mancava, ho iniziato a provare un amore sincero verso le radici del metal che è uno dei punti cardine della mia vita.
Gli australiani The Loving Tongue sono la risposta ai tanti gruppi heavy che viaggiano oggigiorno su velocità stratosferiche, produzioni iperpulite e forzature di clichè a valanga.
Attivi dalla prima metà degli anni Novanta, è solo con l'ultimo "Shadows Of Innocence" che ho avuto il piacere di conoscere la loro musica, un misto fra anni Settanta e Ottanta di heavy/prog a cui una forte componente teatrale legata alla prestazione dietro il microfono del cantante e chitarrista Jimmy Petkof dona un fascino particolare.
L'album racchiude in sè settantasei minuti di musica, è una prova alquanto dinamica, i The Loving Tongue non amano fossilizzarsi, hanno parecchie frecce al loro arco e le influenze del background che li ha allevati sono riconoscibili e più che piacevoli incastonate in brani che passano dalla NWOBHM a King Diamond, dai Rainbow ai Manowar brillando di luce "classic" che di più non si può.
L'opener "Tears Of A Unicorn" è una solida rappresentante di ciò che ho enunciato nel rigo più su, lavoro di riffing prestante, melodia a go go, sound retrò molto seventies come origine, il biglietto di presentazione è di quelli che ti fanno star bene, se poi ci trovi a seguire una "Say That You Run" che ti fa dire "siam sicuri che non l'abbia scritta Blackmore 'sta qui?, è la conferma che avremo tanto di buono d'ascoltare.
Immagino alcuni vecchi defenders, amici ultraquarantenni, che al suono di una ballad come "Written In The Stars" sentiranno l'orologio biologico andare indietro impazzito di oltre un ventennio, aumentando il volume per "Marching On" fiera, marziale, minacciosa al pari dei Manowar che furono potrebbe venire voglia di alzare il pugno contro il cielo e che dire delle passionali tinte folkloristiche di "Eliza" o della buonissima prova di Jimmy in "Will You See Heaven", la sua voce riporta alla mente un paio di singer noti, non vi svelo chi sono, ascoltatela, sarà abbastanza semplice arrivare ai nomi.
Per quanto in tracklist molti episodi possiedano un taglio ben definito e apprezzabile soprattutto dagli "aficionados" di certe sonorità, la spinta fornita da "Look Out Jack", canzone che vede a guida del comparto vocale il bassista Big Tom Petkoff fa assumere una forma Motorhead oriented inaspettata ma che sa il fatto suo. Poteva poi mancare il tributo alle divinità? Non sia mai, quindi via una più che discreta versione del classicone "Heaven And Hell" dei Black Sabbath con Ronnie.
Pensate ai The Loving Tongue come a degli amici, una band fatta per suonare, vivere e interpretare gli anni che hanno fatto grande il metal dando il loro apporto personale, sono dei buoni musicisti e anche la produzione in "Shadows Of Innocence" non è per nulla male, il complesso è sicuramente positivo.
Dischi di questo tipo sono la riprova che il Metal ha ancora un'anima genuina e verace che sopravvive al business, alle mode o a qualsiasi forma di svendita della propria essenza, se siete alla ricerca di ciò, questi australiani fanno decisamente al caso vostro.

Continua a leggere...

ANOTHER DEAD HERO - Children Of The Witch

Informazioni
Gruppo: Another Dead Hero
Anno: 2011
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.anotherdeadhero.net - www.myspace.com/journeybyearthlight
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Court Of Oyer And Terminer
2. Deliverance
3. Cryptomnesia
4. Children Of The Witch

DURATA: 27:28

Another Dead Hero, il nome farebbe pensare alla solita formazione sfrutta cliché hardcore oriented, per fortuna la proposta non ricalca per nulla quella brutta visione né tantomeno si avvicina al sound metalcore.
I ragazzi di Braintree nella regione dell'Essex (Uk) hanno una forma espositiva ampia, è facile riconoscere nel modo con cui si pongono nei confronti della musica tratti di derivazione Tool, affondi al limite con le caratteristiche più acide dei Melvins, una forte aura doomica di cui la terra d'Albione è da sempre una dei cardini fondamentali sia in versione gotica (Paradise Lost e Anathema nella fase primorde), sia in quella più stoner (Electric Wizard e Ramesses) non contando ovviamente l'ingombrante presenza dei padri fondatori Black Sabbath.
A questa già ricca pietanza aggiungete a mo' di spezia un comparto atmosferico che in alcuni passaggi rimembra il post più orientato in zona trip degli Isis e potete servire nello stereo.
I ventisette minuti contenuti nell'ep "Children Of The Witch", capitolo d'apertura della trilogia che la band ha incentrato sulla stregoneria e sul secolare vissuto di quest'antica arte, affrontano la nascita di quello che sarà il periodo delle "Streghe" il XVII secolo, tempo in cui le persecuzioni sfoceranno in un vero assalto da parte dell'inquisizione puritana contro un qualsiasi atteggiamento ritenuto vicino o di parvenza affine a tale natura, immorale e non umana, la condanna di Abigail Williams viene ancora ricordata a esempio dell'inutile strage, correva il 1692.
Formalmente non ci troviamo all'orecchio una realtà innovativa o particolarmente sperimentale, i tratti progressivi s'incastrano benissimo con le movenze mai troppo forzate dei brani a seconda dell'opzione preferita per esaltarne l'andatura: sia più rock e post come l'opener "The Court Of Oyer And Terminer" oppure permissiva e accondiscendente nell'emanar fuori anche influssi seventies/doom e tinte psych, cosa che avviene nella conclusiva titletrack.
La produzione svolge il suo compito, è intellegibile bello in particolar modo il suono del basso, è comunque un lavoro maturo "Children Of The Witch", solido e ben cesellato, fornito di una prestazione vocale mai fuori dalle righe, compita ma al tempo stesso carica di pathos, tutte qualità che rendono interessante e oppurtuno dare la possibilità ai pezzi di girare più volte "on air".
A quanto gli Another Dead Hero riferiscono la seconda parte dell'excursus che si divide fra storia e misticismo dovrebbe esser rilasciato per la fine di questo 2011, provate "Children Of The Witch" e se riuscirete a entrare in sintonia con il mini sarà poi possibile evitarsi le uscite successive? Riuscirebbe un adoratore di Star Wars a rinunciare a due dei film della saga? Cominciato un sentiero, è giusto poi percorrerlo per intero, spero che gli Another Dead Hero riescano ad attrarvi all'interno del loro.

Continua a leggere...

SOURCE OF DEEP SHADOWS - Source Of Doom And Perpetual Night


Informazioni
Gruppo: Source Of Deep Shadows
Anno: 2007
Etichetta: Redrum 666
Contatti: www.myspace.com/sourceofdeepshadows
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro (Let There Be Doom)
2. Powolne Zatracenie
3. Poranek
4. Zródlo Glebokich Cieni
5. Marnosc (Armia cover)
6. Martwa
7. Hidden Doom
8. Eternal (Paradise Lost cover)

DURATA: 44:00

Mi mancava, questa band polacca mi mancava. Il panorama musicale di questa nazione mi piace davvero molto soprattutto per quanto riguarda il death metal, ecco che vengo attirato per una volta da altra razza di suono, è il doom infatti il genere che i Source Of Deep Shadows interpretano con una lapalissiana ispirazione tratta direttamente dagli albori dello stile.
"Source Of Doom And Perpetual Night" è il disco di debutto di questo combo, la parte iniziale della tracklist (dalla traccia uno alla cinque) viene recuperata dal "Demo II" mentre il restante lotto di tre brani (dalla sei alla otto) rappresenta il nuovo che avanza e una delle due cover contenute nel platter, "Eternal" dei Paradise Lost di "Gothic", mentre l'altra è "Marnosc" della formazione connazionale punk/hardcore Armia.
Il disco sembra esser uscito dai primissimi anni Novanta, le influenze nord-europee di formazioni ai passi iniziali come i Katatonia e il riffing sempre pronto a porsi al limite delle versioni death e funeral dello stile permettono alle composizioni di creare sì un monolite nero ma che amplia il suo raggio d'azione grazie proprio alle sfaccettature che lo caratterizzano.
Si può infatti venir frantumati dalla visione estrema, decadente e blackish di una "Zródlo Glebokich Cieni" a dir poco imprevista dopo la melancolica apparizione acustica di "Poranek" oppure decidere di ascoltare il minaccioso e ruvido incedere di una "Hidden Doom" e il funereo percorso tracciato da "Martwa" con quei synth d'accompagnamento a tappeto malsani e ritualistici che sono già delle ottime motivazioni per approcciarsi a un lavoro simile.
Capitolo cover, se quella dei Paradise Lost è quanto mi potevo attendere, una più che discreta riproposizione di un classico, quella degli Armia, "Marnosc", già riflessiva ed enfaticamente offuscata per una formazione punk vivace qual è la loro (se avete occasione guardate un paio di video su Youtube per approfondire la conoscenza di questa realtà), in questa nuova veste doomica non possiede un briciolo di speranza, il nero ammanta la canzone rendendola parte integrante al 100% di "Source Of Doom And Perpetual Night".
Il 2007 ci ha regalato un bell'album passato ahimè in sordina, può essere questa l'occasione per dare una spolverata e togliere di dosso il velo a una band, i Source Of Deep Shadows, capace di esprimersi ad alti livelli in qualsiasi dell'esposizioni sonore in cui si cimenta.
Gli appassionati non si facciano scappare un ascolto e si tengano sintonizzati visto che nel 2011 è uscito il successore "Fading Emptiness" di cui prestò vi darò notizia.

Continua a leggere...

KILL THE ROMANCE - For Rome And The Throne


Informazioni
Gruppo: Kill The Romance
Anno: 2011
Etichetta: Inverse Records
Contatti: www.killtheromance.com - www.myspace.com/killtheromance1
Autore: Mourning

Tracklist
1. Fall Of The Empire
2. For Rome And The Throne
3. Avalanche
4. Blood Bell
5. Devilution
6. Newborn Faith
7. Late Night Void
8. Traitor
9. Rollercoaster Ride
10. In Our Holy Grail

DURATA: 45:11

Il melodic death è stato riletto, suonato e contaminato in tutti i modi possibili e immaginabili, trovare album che si possano definire rivoluzionari è utopico, trovare album che si possano definire "originali" stessa storia, tocca quindi accettare che il massimo a cui si possa puntare (tranne rarissimi casi) è una prestazione che segua più o meno i canoni paletto segnati nel corso delle ultime due decadi con l'ispirazione del songwriting e la qualità del singer di turno dietro al microfono a fare la "differenza" nella folta schiera di mediocri rappresentazioni dello stile.
I Kill The Romance sono un act finlandese giunto in questo 2011 alla seconda pubblicazione, il melodic finnico è più dolciastro e (passatemi il termine) "romantico" nei toni narrativi e "For Rome And The Throne", un disco dal concept imponente come la caduta dell'Impero Romano, è scandito con una gamma di soluzioni per lo più già sentite ma portate all'orecchio con gusto e con il dovuto equilibrio fra impatto e movenze rilassate ed evocative, esempio n'è la reale opener "For Rome And The Throne, anteceduta dall'intro atmosferico "Fall Of The Empire", che in più di un momento mi ha riportato alla mente la figura svedese dei Communic combinata a una visione del Gothenburg-style moderno.
Non è difficile immaginare quindi quali siano le influenze a cui si appoggiano questi ragazzi, del territorio finlandese è riconoscibile in "Blood Bell" una certa affinità con gli Amorphis, gente come i Dark Tranquillity, In Flames e Scar Simmetry si pongono a termini di paragone per l'uso dei synth samples e l'alternarsi di soluzioni che mostrano le due facce di una band: aggressiva e sorretta da un growl/scream mastino e un'altra che diviene d'improvviso catchy a dal refrain "facile" anche se le aperture in clean si rivelano nettamente più incisive e piacevoli rispetto a esempio a quelle inserite all'interno delle ultime prove rilasciate da Kjellgren e soci, vedasi pezzi come "Devilution" e "New Born Faith".
Proseguendo su questa scia "Late Night Void" si spinge però un passo oltre in quanto a emozione trasmessa, che divenenta più pressante in "Traitor" dal ritornello fiero e minaccioso, escalation d'irruenza che raggiunge un ennesimo equilibrio in "Rollercoaster Ride" approcciando successivamente linee acustiche inaspettate in apertura della conclusiva "In Our Holy Grail".
Groove, due asce decisamente in palla in fase di songwriting, una sezione ritmica martellante, Ville Hovi dietro al microfono discreto in fase di growl, molto più convincente e coinvolgente quando mette sul piatto la natura heavy della sua voce e una buona produzione forniscono a "For Rome And The Throne" le armi per scardinare le resistenze dei fruitori abituali del genere.
E' ovvio che il deja vù di tanto in tanto non sia lontano dal presentarsi e se non si ama il death melodico d'ultima generazione difficilmente si riuscirà comunque a entrare in contatto con i Kill The Romance, il mio consiglio è pertanto rivolto verso coloro che prediligono le forme moderne dello stile Gothenburg, "For The Rome And Throne" potrà non essere un capolavoro ma rientrerà di sicuro fra gli ascolti graditi.

Continua a leggere...

VULTURE INDUSTRIES


Informazioni
Autore: Mourning
Traduttore: Dope Fiend

Formazione
Bjørnar Erevik Nilsen - Voce, Programmazioni
Øyvind Madsen - Chitarra
Eivind Huse - Chitarra
Kyrre Teigen - Basso
Tor Helge Gjengedal - Batteria



Oggi abbiamo qui con noi i Vulture Industries. Dopo un bel disco uscito nel 2007, "The Dystopia Journals", la band di Bergen ha confezionato uno dei migliori album del 2010: "The Malefactor's Bloody Register".

Benvenuti, come al solito cominciamo dando alcune informazioni sulla vostra band?

Grazie! Siamo cinque ragazzi impegnati nel suonare la musica che amiamo e nel diffonderla a chi è disposto ad ascoltarla. La band ha preso vita a Bergen, in Norvegia nel 2002 e ha avuto una line-up stabile da allora. Abbiamo finora pubblicato due album e stiamo attualmente lavorando sul materiale per il terzo. Musicalmente ci si può descrivere come progressive extreme metal con un tocco eccentrico di follia.


Nel 2009 ho avuto il piacere di intervistare e recensire il secondo album dei Sulphur, band in cui suonano Øyvind Madsen e Evind Huse, così ho pensato: c'è una gara tra le due band per chi farà il miglior album? "Thorns In Existence" mi aveva dato tanto, quindi ho ascoltato il vostro nuovo lavoro sperando di trovarmi davanti a un altro ottimo disco e ne sono rimasto più che soddisfatto. Come è avvenuta la nascita di questo secondo album?

Considerando che Øyvind è coinvolto con il songwriting in entrambe le band e io (Bjørnar) ho anche prodotto i due album, non c'è vera concorrenza. Tuttavia... ricordare che Øyvind e Evind hanno anche pubblicato un album molto buono con i Sulphur aiuta a mantenere i piedi per terra. "The Malefactor's Bloody Register" è stato partorito dopo una gestazione di due anni. Ci volle qualche tempo dopo l'uscita di "The Dystopia Journals" prima di trovare la direzione che volevamo prendere con il successore. Non abbiamo voluto fare due volte lo stesso album, quindi abbiamo tirato in ballo alcune sperimentazioni e nuovi impulsi. Dopo un anno di incanalamento del feeling attraverso nuove idee e scelte nei confronti di ciò che abbiamo deciso di utilizzare, le nuove canzoni hanno iniziato a prendere forma. Da questo punto in poi la realizzazione del disco è stato un processo abbastanza fluido in cui abbiamo lavorato su più canzoni in parallelo e le abbiamo finite una ad una, revisionando alcune parti o semplicemente lasciandole così, quando c'era già la giusta atmosfera.


Avete cambiato un po' rotta, "The Malefactor's Bloody Register" è più progressivo, la tua performance è impressionante, ti sei liberato dalle catene di Garm, è un lavoro maturo. Come è progredita la composizione dei testi e delle musiche?

Come già detto era nostra intenzione fare qualcosa di nuovo e sento che siamo riusciti in questo senso. Quando si tratta di musica fondamentalmente abbiamo seguito la stessa routine di prima. Io e Øyvind producevamo, più o meno finite, le demo delle canzoni e le idee nel nostro studio in casa, poi le portavamo al resto della band per completarli. I testi sono tutti scritti da me. Io scrivo quando sono in vena e mi sento ispirato. Questa è di solito la parte più delicata del processo, siccome questa ispirazione è molto imprevedibile. A volte riesco a finire un paio di testi di canzoni in una notte insonne, ma poi possono passare due mesi prima di avere un altro dei miei momenti di ispirazione.


Ho notato una particolare attenzione per le melodie, le parti corali e la piacevole presenza di ospiti qua e là. Ci sono Hammond, sax, archi, è ovvio che non vi piaccia essere statici. Come sono nate le collaborazioni con gli ospiti?

Tutte le parti corali sono affidate ai membri della band. Tutti i ragazzi hanno una buona voce, e grazie ad essi per le parti vocali armoniche, al posto di strati multipli della mia voce, siamo in grado di ripeterle dal vivo. Parlando degli ospiti, quelle parti sono state scritte con tali strumenti in mente. Per l'organo Hammond si trattava di una scelta facile su Herbrand Larsen (che ha fatto le parti) che è un grande musicista, un buon amico e gestiamo uno studio insieme. Il violoncellista, Audun, l'abbiamo sentito suonare con la sua band, Funin, che è stata recentemente pubblicata dalla Karisma Records, l'etichetta sorella di Dark Essence. I Funin sono una grande band, così gli abbiamo chiesto e Audun è stato felice di farlo. Gli altri ospiti sono stati trovati attraverso raccomandazioni di amici e tutti hanno fatto un lavoro splendido. Ho quasi dimenticato il cane. Quella è la storia migliore. Avevo un Manchester Terrier cucciolo chiamato Luca in studio, quando stavo registrando le parti vocali. Soffriva di ansia da separazione, quindi ogni volta che lasciavo la stanza iniziava a ululare. Dopo un paio di volte ho percepito la bellezza del suo ululato e ho acceso un microfono prima di uscire per una tazza di caffè. L'ho poi inserito in una parte della canzone a cui stavo lavorando, "This Cursed Flesh", e voilà... si integrava alla perfezione!


Se dovessi scegliere la mia traccia preferita, sicuramente direi "This Cursed Flesh", ha un fascino particolare e un coro impressionante, ma quella che mi è entrata nella testa e non è più venuta fuori è "I Hung My Heart In Harrow Square". Possiamo dire che si tratta di una ballad? Che cosa vi ha spinto a comporla?

Si tratta di una ballad omicida. Cosa mi ha spinto a comporla... non ne ho idea. Forse Nick Cave...


Purtroppo la versione promo che ho ricevuto non conteneva i testi, ci puoi dire quali sono i temi principali?

Il tema di "TMBR" è l'umanità vista attraverso il sistema giudiziario. Si tratta di chi siamo e come ci trattiamo l'uno con l'altro.


Il "The Newgate Calendar - The Malefactor's Bloody Register" è stato scritto tra il XVIII e il XIX secolo, una sorta di registro aggiornato delle esecuzioni e dei crimini che hanno portato a queste punizioni. Avete una passione per il XVIII secolo? Chi è tra di voi amante della letteratura?

In generale, sono molto appassionato di storia, specialmente negli ultimi due decenni. Mi affascina e influenza fortemente la mia scrittura. E' un po' un cliché, ma credo che sia importante conoscere la storia per capire chi siamo e per evitare di ripeterla. Io sono probabilmente il più grande lettore della band. Penso che Kyrre e forse Evind e Tor Helge leggano un po' troppo. Øyvind legge per lo più fumetti.


La Norvegia ha dato vita a molte band avantgarde e sperimentali, penso a gente come Arcturus, Virus, DHG, ultimi Ulver, Enslaved post "Mardraum". Come ci si sente a fare parte di una scena che è così ricca di potenzialità e in grado di rilasciare veri e propri capolavori?

Credo ci sia un forte spirito di individualismo nella scena metal norvegese. La maggior parte delle band ha una forte identità che la separa nettamente dalla massa. Siamo a nostro agio in questa buona compagnia. Essa ci spinge a fare del nostro meglio e a prendere la direzione in cui crediamo.


Come sono i rapporti nella scena musicale norvegese? C'è un gruppo di band con cui avete particolari relazioni, suonando parecchio con loro o creando collaborazioni alternative?

La scena metal in Norvegia è molto intrecciata, con molti musicisti che suonano in diversi gruppi e progetti. E' una scena molto aperta e amichevole per molti aspetti. Eppure io penso che ci sia una leggera tendenza ad imbarcarsi in più progetti di quanti se ne possano gestire, a volte, cosa che può compromettere la qualità individuale dei progetti. D'altra parte credo che questo scambio mantenga fresca la scena e assicuri che le persone acquisiscano nuove influenze e nuove prospettive. Ho il piacere di lavorare con molte di queste persone grazie al mio lavoro in studio, il quale credo allarghi la mia prospettiva.


Quanto è difficile mantenere in vita molti progetti?

Non è un grosso problema per noi. I Vulture Industries sono il perno principale e gli altri progetti non richiedono così tanto tempo. Essi servono come punti di sfogo per altre idee e altri impulsi.


Sulphur e Vulture Industries sono due band che mi auguro possano ottenere ciò che si meritano, quindi mi piacerebbe chiederti: con i Black Hole Generator verrà fatto qualcosa di nuovo?

Attualmente sto lavorando al missaggio del nuovo full dei Black Hole Generator. Non credo che uscirà prima del prossimo anno però. Posso dire che è molto oscuro e più vario rispetto al MCD.


L'album è stato rilasciato non molto tempo fa, avete ricevuto alcuni commenti su di esso (sia dai fans e dalla critica)?

Considerando che l'album è più complesso e difficile rispetto al nostro esordio ci aspettavamo recensioni più polarizzate questa volta. Generalmente le recensioni sono state molto buone però. Ce ne sono naturalmente alcune negative, ma questo è naturale. Io preferisco recensioni negative piuttosto che recensioni mediocri. Noi non facciamo musica per tutti, quindi se la gente non entra in contatto con la nostra musica, sono contento che non la apprezzi. Io preferisco che le persone abbiano un parere preciso sul nostro lavoro che non è certamente solo qualcosa che possa passare inosservato.


Farete un tour per supportare l'album, ci sono già date confermate?

Abbiamo ormai fatto due brevi tour europei e alcuni concerti singoli in Norvegia per supportare l'album. Stiamo lavorando alla conferma di due date per questo autunno, ma per il momento siamo confermati per il Metal Camp in Slovenia, il Dong Open Air in Germania e Dark Bombastic Evening 3 in Romania. Ma arriverà di sicuro dell'altro!

Continua a leggere...

UNDERFLOOR

Informazioni
Autore: Mourning

Formazione
Guido Melis - Basso elettrico, Voce
Marco Superti - Chitarre, Cori
Giulia Nuti - Viola, Tastiere
Lorenzo Desiati - Batteria



Aristocrazia Webzine ha avuto il piacere di recensire uno dei lavori più interessanti del panorama underground italiano, "Solitari Blu" degli Underfloor. In questa breve chiacchierata vedremo di approfondire e magari di focalizzare qualche dettaglio che il testo redatto ha solo marginalmente sfiorato.

Benvenuti sul nostro sito, ormai è routine (già sono un abitudinario come direbbe Elio) ma amo iniziare lasciando la parola alle band per una breve introduzione riguardante la propria storia e i membri che la compongono, quindi a voi campo libero.

Guido: Gli Underfloor nascono nell’estate del 2003 come power-trio, formato da me (Guido Melis) al basso e cori, Lorenzo Desiati alla batteria e Matteo Urro alla voce e chitarre. Con questa line-up partecipiamo al Rockcontest 2004, vincendo il Premio della Critica; poi, sempre nel 2004, pubblichiamo il nostro primo cd !Underfloor! e l’anno seguente, oltre ad un gran numero di live, presentiamo uno spettacolo teatrale intitolato "Underfloorence", dove la nostra musica in versione unplugged si alterna alla lettura di frammenti di letteratura del Novecento. Nel 2008 esce il nostro secondo lavoro, "Vertigine", e contemporaneamente vinciamo il Premio Ciampi per la miglior cover di Piero Ciampi. Durante il tour promozionale del disco Matteo decide di lasciare la band, e Marco Superti entra nel gruppo come chitarrista, mentre il sottoscritto passa alla voce solista. Tra il 2009 e il 2010 lavoriamo quindi al nostro terzo disco, "Solitari blu", registrato a ottobre 2010 e uscito il 18 aprile 2011 per Suburban Sky/Audioglobe. Nel frattempo, a cd già finito, entra nella band anche Giulia Nuti, come violista e tastierista.


In tutta onestà non conosco i vostri lavori passati, so però che quando si arriva alla terza pubblicazione di solito si tende a parlare dell'attimo che dovrebbe condurre alla maturità artistica, il cosiddetto salto di qualità. Quali sono state le sensazioni che avete provato nel momento in cui "Solitari Blu" era stato completato, lì fra le vostre mani pronto ad essere ascoltato da altri?

Marco: Fin dal momento in cui le canzoni hanno cominciato a prendere forma abbiamo creduto fortemente nel senso che il nostro lavoro avrebbe preso. Avevamo la sensazione di aver trovato un codice personale e inusuale. Poi chiaramente tutto il processo creativo e produttivo ti porta ad isolarti dall'esterno e il momento in cui proponi il lavoro fuori racchiude un misto di eccitazione e incertezza. Sicuramente quando siamo giunti alla chiusura del disco eravamo felicemente soddisfatti.

Giulia: Io ho ascoltato per la prima volta "Solitari Blu" da esterna, prima di unirmi a tutti gli effetti alla line-up degli Underfloor. Ci siamo trovati in studio con un gruppo di conoscenti e giornalisti. Da collaboratrice e da persona che conosceva bene i dischi degli Underfloor precedenti è bastato un solo ascolto dall'inizio alla fine per avere la sensazione di una netta crescita: un sound più elaborato, brani più a fuoco ed incisivi, la giusta varietà nelle scelte. Ed era un giudizio assolutamente super partes!


Cos'è per voi il rock? L'approccio carezzevole e naturale dell'album possiede una forza raffigurativa prestante che si pone nel ruolo di contraltare al cospetto dell'emozioni frequentemente sommesse e melanconiche espresse. Come si vive questo genere che oltre ad essere musica è un vero e proprio stile di vita?

Marco: Il rock è l'immediatezza del suono, è comunicare cose anche complesse con un impatto forte e semplice. E' uno stile di vita nel senso che fa parte di noi mescolare elementi cosiddetti alti e bassi della cultura. E infine è uno stile per la sua gratuità: si passano i giorni a cercare un suono, un equilibrio, per il semplice bisogno di farlo, e credo sia così da quando abbiamo cominciato a suonare.

Lorenzo: Il rock è una filosofia di vita, che io applico ogni giorno nella mia. Non si può fingere di essere "Rock", ma bisogna esserlo dentro, perseguirlo: essere "Rock" per me significa prendere quello che la vita ti offre, cercando di viverla nel miglior modo possibile. Non sempre ci riesco, è un continuo divenire, ma ad ogni modo sono arrivato fin qua.


La formazione è nata come un classico power-trio, adesso che siete un quartetto, con Giulia Nuti entrata a far parte della line-up in pianta stabile, com'è cambiato (nel caso si fosse modificato) il vostro modo di comporre? Ci sono linee guida che seguite e quanto c'è di autobiografico nei testi? Alle volte ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una persona che nell'attimo in cui era "on air" il brano, prendo a esempio "Solo Un Altro Sogno", fosse lì con me raccontandomi un suo breve spaccato di vita.

Guido: Giudico "Solitari Blu" un album di svolta per noi, in quanto abbiamo cambiato formazione e quindi gli equilibri si sono giocoforza ridistribuiti; allo stesso tempo, da un punto di vista strettamente compositivo, lo giudico anche di transizione, visto che è comunque un lavoro nato in trio. In futuro, potendo contare anche sull’apporto compositivo di Giulia, credo che ci sarà un’ulteriore evoluzione.
Riguardo ai testi c’è molto di autobiografico, però la via scelta non è quella della narrazione diretta bensì quella del procedere tramite immagini e suggestioni, caratteristica di molto rock britannico. Il suono delle parole è fondamentale, ma gli "alti bastioni", per fare un esempio, esistono veramente, e ci ho realmente camminato sopra mentre "metà di me" scompariva. Quando in "Cenere" ho scritto "Non c’è tempo / steso sull’erba / in cortili deserti" avevo in mente il riprovare, da adulto, quella sensazione che hai quando sei bambino, e guardi verso l’alto steso su un prato, ma allo stesso tempo ognuno può vederci quello che vuole, l’importante è che il suono delle parole sia un tutt’uno con la musica. "Solo Un Altro Sogno" è invece un esempio di testo scritto a quattro mani da me e Marco, parla di disillusione e parte dal "risveglio", il momento del passaggio dal sogno alla quotidianità. E’ un tema che era già presente in altri brani degli Underfloor come ad esempio "Fragile" il cui testo era stato scritto da Matteo: in questo senso "Solo Un Altro Sogno" è a mio parere il brano di maggiore continuità con i nostri lavori precedenti.

Marco: E'molto bello quello che tu dici rispetto alla percezione del testo. Riflette l'autenticità di quello che raccontiamo: sì, sono effettivamente emozioni che fanno parte di quello che abbiamo vissuto, filtrate attraverso le suggestioni di immagini e dei suoni delle parole.


In sede di recensione ho fatto notare che nel booklet ci sono delle frasi evidenziate da una colorazione che le pone in "bella vista" (sempre che uno ci faccia attenzione, ecco perché i dischi si devono avere originali, i particolari ragazzi fanno la differenza) vanno a comporre un breve testo. Suppongo fosse cosa voluta sin dall'inizio giusto? E' una summa del messaggio che l'album vuole inviare?

Guido: La cosa è stata voluta, ma non fin dall’inizio: è un’idea che è venuta a me e al produttore Ernesto De Pascale, inizialmente con lo scopo di mettere in evidenza delle parole-chiave, proprio perché la caratteristica di questi testi è il suono delle parole contenute, ancor prima del significato delle frasi.


Come siete entrati in contatto con Gianfranco Chiavacci che ha curato la parte grafica di "Solitari Blu"? Perché avete sentito la necessità di creare un "oggetto-disco"? L'arte del suono che si fa aiutare dall'arte insita nella forma?

Guido: Proprio perché, come dici, volevamo fare non solo una raccolta di brani ma anzitutto un oggetto piacevole da toccare, sfogliare, oltre che da ascoltare, la copertina era fondamentale. Anche in questo caso l’idea di utilizzare le opere risalenti al 1973 dell’artista Gianfranco Chiavacci è stata di Ernesto, e noi ne siamo stati entusiasti.


L'Italia ha una situazione musicale che potrei definire oscena? Vanta un sottobosco underground florido, in costante evoluzione e capace di sfruttare al meglio le proprie potenzialità se non fosse che poi non c'è una label cosiddetta "major" disposta a investire due euro su chi non produca roba da X-Factor o d'estrazione Amici, c'è da ringraziare quindi chi come la Suburban Sky (fra le tante) si muove in tal senso. Gli artisti come voi in che modo vivono una situazione che li vede costantemente relegati a un ruolo minore benché qualitativamente possessori di doti artistiche di valore? Cosa deve fare una band per far sì che le platee denominate come "illustri" possano accoglierli?

Marco: Chiunque lavori ad un processo artistico ha bisogno tanto della motivazione interna quanto di una risposta sul senso di quello che fa. Non è facile procedere quando questo secondo aspetto fatica a crescere. E' normale chiedersi il valore di ciò che si fa, quando gli spazi di riconoscimento sono così stretti. Per questo è importantissimo il ruolo di chi questi spazi continua a tenerli aperti. Purtroppo l'accesso a platee ampie in questo momento è vincolato alla disponibilità di risorse economiche forti, fuori dalla portata di "piccole" realtà. Ma il problema principale è che sono sparite le platee "intermedie"...


Quali sono i limiti più imponenti che ha il mercato musicale italiano? Quant'è colpa di chi produce e quanto di chi compra? E' una questione di assenza culturale di base?

Giulia: E' una questione culturale soprattutto. Chi produce e ad un certo punto ha perso di vista la qualità, chi comprava e oggi scarica, sono l'aspetto tangibile di un fenomeno (la musica) che aveva un valore sociale diverso rispetto a quello che ha oggi. C'è meno cultura e il pubblico della cultura si è ristretto. Allo stesso tempo, la tecnologia ha influito molto, ha cambiato tutti i parametri di fruizione. Un computer permette di vedere un gruppo dal vivo senza andare a un concerto, di ascoltare un disco senza comprarlo, di leggere la storia di una band senza comprare una rivista specializzata. Per godere della musica non si è più obbligati a spendere e questo implica automaticamente che il mercato, anche per gli appassionati che resistono, è cambiato. D'altronde i cicli fanno parte della storia. Penso che siamo in una fase in cui vanno trovate nuove formule. Esistono congiunture economiche e fasi in cui business che sono andati bene vanno male (viene da pensare questo guardando l'Italia). Ma non credo esistano società senza musica.


Come si può invogliare la fascia d'età più giovane a supportare l'arte in genere?

Giulia: Il divieto non ha senso. Si può chiudere un sito per lo scaricamento illegale e va chiuso, ma non si può pensare che questo mandi a ritroso un processo storico. Lasciare pure quindi che i più giovani condividano, si scambino opinioni tramite i social network, conoscano i gruppi gratuitamente attraverso YouTube perché chi pensa solo ad opporsi ai cambiamenti solitamente perde la chance di inventare nuove opportunità. Però spiegare loro molto bene la differenza tra le cose, il valore della cultura, il percorso che la musica ha fatto nel tempo, insegnare loro a suonare uno strumento.

Lorenzo: Non è semplice rispondere a questa domanda. Nell'Italia di oggi la cultura latita. I giovani sono tagliati fuori, e non è facile per loro perseguire un percorso artistico. Troppa tecnologia, manca la fantasia, non si sogna più. Ecco... La risposta giusta è questa, insegnare ai giovani a perseguire un sogno. A volte non si capisce quanto lavoro sta dietro ad un'opera d'arte: anni di studio, di prove, di fallimenti, di vita vissuta. Se non hai un sogno che ti supporta non vai da nessuna parte.


Cinque dischi, cinque libri e un'opera d'altro genere che ritenete fondamentali per ciò che siete diventati nel corso degli anni?

Guido: Cinque dischi sono pochi, ma se devo scegliere dico "Abbey Road" dei Beatles, "Signals" dei Rush, "Ok Computer" dei Radiohead, "Nursery Crime" dei Genesis e "Solo Un Grande Sasso" dei Verdena.
Riguardo ai libri vado veramente sul classico, e dico "Memorie Di Una Casa Morta" di Dostoevskji, "La Montagna Incantata" di Thomas Mann, "Alice Nel Paese Delle Meraviglie" di Lewis Carrol, "Il Caso E La necessità" di Jacques Monod e infine "Otto Anni Ad Abbey Road" di Mark Levinsohn come contributo "musicale". Come opera di altro genere non ho dubbi: "Il Posto Delle Fragole" di Ingmar Bergman.

Marco: The Beatles - "White Album", The Byrds - "Fifth Dimension", The Smiths - "Hatful Of Hollow", Thin White Rope - "Moonheda", Mahavishnu Orchestra - "Birds Of Fire". Libri: R. Bradbury - "“Cronache Marziane", M. Proust - "Dalla Parte Di Swann", D. Delillo - "Underworld", R. Musil - "L'Uomo Senza qualità", R. Carver - "Cattedrale".

Giulia: Jackson Browne - "For Every Man", Joni Mitchell - "Blue", King Crimson - "In The Court Of The Crimson King", Beatles - "Rubber Soul", Steely Dan - "Gaucho". Libri: Hesse - "Siddhartha", Hemingway - "Per Chi Suona La Campana", Joel Selvin - "Monterey Pop". Il Big Ben.

Lorenzo: Cinque dischi sono troppo pochi... Radiohead - "The Bends", Jeff Buckley - "Grace", Coldplay - "Parachutes", Pink Floyd - "Meddle". Poi tutti i Beatles ma in particolare "Let It Be", che ha segnato la fine di un'epoca.


Le prossime mosse degli Underfloor? Concerti?

Guido: Senz’altro adesso la nostra priorità è il live, e da settembre partirà il tour di supporto a "Solitari Blu"; per il momento abbiamo qualche data sporadica che però è fondamentale per mettere a punto lo spettacolo dal vivo.


L'esperienza live più esaltante che avete vissuto?

Lorenzo: Il mio pensiero va senz'altro al nostro primo concerto molti anni fa al Rock Contest fiorentino di Controradio... Un'esperienza esaltante, che mi ha lasciato un bellissimo ricordo.

Guido: Ho un bellissimo ricordo dei nostri primi concerti nel 2004, quando abbiamo iniziato a capire che stava nascendo il nostro sound. Poi ricordo anche, in tutta sincerità, difficoltà logistiche e delusioni. Adesso sono molto sicuro delle nostre capacità di performer, e il live più esaltante sarà sempre il prossimo.


Il tempo è scaduto, siamo giunti alla fine dell'intervista, vi lascio nuovamente la parola per concludere a vostro piacimento questo gradevole scambio di pensieri.

Guido: Senza alcuna retorica volevo ringraziarvi per l’energia e la competenza che mettete nel fare questa webzine, perché la rete è uno strumento potente quanto delicato, e l’equilibrio nella terminologia di una recensione e nell’analisi di un disco è fondamentale e prezioso.

Continua a leggere...

VULTURE INDUSTRIES (english version)


Information
Author: Mourning
Translation: Dope Fiend

Line Up
Bjørnar Erevik Nilsen - Vocals, Programming
Øyvind Madsen - Guitars
Eivind Huse - Guitars
Kyrre Teigen - Bass
Tor Helge Gjengedal - Drums



Today we have here with us Vulture Industries. After a strong album released in 2007 "The Dystopia Journals", the band from Bergen made one of the best albums of 2010: "The Malefactor's Bloody Register".

Welcome, as usual let's begin with some infos about your band?

Thanks! We are five guys dedicated to make the music we love and spread it to those willing to listen. The band started in Bergen, Norway in 2002 and have a steady line up since then. We have by now released two albums and are currently working on material for the third. Musicaly we can be described as progressive extreme metal with a eccentric touch of madness.


In 2009 I had the pleasure of interviewing and reviewing the second album of Sulphur, band in which Øyvind Madsen and Evind Huse play, so I thought: is there a competition bewteen the two bands about who makes the best album? "Thorns In Existence" gave me so much, then I listen to your new work that I hoped to be good and I'm more than just satisfied. How was the birth of this second album?

Considering that Øyvind is involved with the songwriting in both bands and I (Bjørnar) also produced both albums, there isn't much real competition. Still... Cosidering that Øyvind and Evind also release very good albums with Sulphur, it helps keep us on our toes. "The Malefactor's Bloody Register" was finally given birth after a two year pregnancy. It took some time after the release of "The Dystopia Journals" before we found the direction we wanted to take with the follow up. We didn't want to make the same album twice, so some experimentation and new impulses was required. After a year of feeling our way through new ideas and sorting out what we wanted to use, new songs started to take form. From this point the completion of the album was a quite fluid process where we worked on multiple songs in paralell and finished one by one as we found the correct continuations and parts, or simply was in the right mood.


You changed a bit route, "The Malefactor's Bloody Register" is more progressive, your performance is awesome, he broke free from the Garm chains, it's a mature work. How did the the composition of lyrics and music go on?

As mentioned it was our intention to make something new, and I feel we succeded in this respect. When it comes to the music we basicaly followed the same routine as before. Me and Øyvind make more or less finished demos of songs and ideas in our home studios which we bring to the rest of the band to hammer out the final bits and pieces. When it comes to the lyrics they are all written by me. I write when I am in the mood and feel inspired. This is usually the most tricky part of the process as this inspiration is very unpredictable. At times I can finish a couple of song lyrics in one sleepless night, but then it can take two months before have another one of my inspired moments.


I noticed a particular attention for the melodies, the choral parts and the pleasant presence of guests here and there. There are Hammond, sax, strings, it's obvious that you don't like to be static. How were the collaborations with the guests born?

All the choral parts are handled by the band members. All of the guys have good voices, and by using the guys for the vocal hamonic parts in stead of multiple layers of my voice, we are able to repeat it live. When it comes to the guest musicians, the parts in mind was written with those instruments in mind. For the Hammond organ it was an easy pick since Herbrand Larsen (which did the parts) is a great musician a good friend of us and we run a studio together. The cello player, Audun, we heard perform with his band Funin which was recently released by Karisma Records, the sister label of Dark Essence. Funin is a great band, so is his playing, so we asked him and he would very much like to do it. The other guests was found through friends recomendations and all did splendid jobs. I almost forgot about the dog. Thats the best storry. I had a Manchester Terrier puppy named Luca in the studio when I was recording the vocals. She suffered from seperation anxiety, so each time I left the room she'd start to howl. After a couple of instances I recogniced the beauty of the howling and put up a mic before going out for a cup of coffe. I then put it into a part of the song I was working on which was "This Cursed Flesh", and voilà... she was in perfect pitch!


If I had to choose my favourite track, surely I would say "This Cursed Flesh", it has a particular charm and an awesome chorus, but the one who entered into my head and didn't come out is "I Hung My Heart In Harrow Square". Can we say that it's a ballad? What inspired you to make it?

It's a murder ballad. What inspired me to make it... I have no idea. Maybee Nick Cave...


Unluckily the promo version that i received doesn't have the lyrics, can you tell us which are the main lyrical themes?

The theme of "TMBR" is humanity seen through the justice system. It’s about who we are and how we treat each other.


"The Newgate Calendar - The Malefactors' Bloody Register" was written between the 18th and the 19th centuries, sort of an updated report of the executions and the crimes which led to these punishments. Do you have a passion for the 18th century? Who is/are the lover(s) of literature among you?

In general I am very fond of history, especialy from the last couple of decades. It fascinates me, and that strongly colours my writing. It's a bit of a cliche, but I think it's important to know your history understand who we are and to avoid repeating it. I'm probably the biggest reader in the band. I think Kyrre and maybee Evind and Tor Helge reads quite a bit too. Øyvind mostly reads comics.


Norway gave life to many experimental/avantgarde bands, I think of people such as Arcturus, Virus, DHG, late Ulver, post "Mardraum" Enslaved. How is to be in a scene which is so rich of potential and able to release real masterpieces?

I guess there is a strong spirit of individualism in the Norwegian metal scene. Most of the bands have a strong identity clearly separating them from the mass. We are comfortable in this good company. It inspires us to do our best and take the directions we believe in.


How are the relations in the norwegian musical scene? Is there a group of friend bands, do you have the pleasure of playing many times with them or creating alternative collaborations?

The metal scene in Norway is very interlaced with many musicians playing in multiple bands and projects. It's a very open and friendly scene in most respects. Still I think that there is a slight tendency to take on more projects than one can manage at times which can compromice the individual quality of the projects. On the other hand I think this exchange keeps thing fresh and ensures that people get new influences and gain new perspectives. I have the pleasure of working with many of these people thorugh my studio work, which I think broadens my perspective.


How much is it difficult to keep in life many projects?

Not a big problem for us. Vulture Industries is the main focus and the other projects don't take as much time. They serve as outlets of other ideas and impulses.


Sulphur and Vulture Industries are two bands which I hope will get what they deserve, so I'd like to ask you: with Black Hole Generator make something new?

I am currently mixing the upcomming Black Hole Generator full lenght album. I don't think it will be out before next year though. It's very dark and more varied than the MCD I can reveal.


The album has been released not so much time ago, did you receive some comments about it (both from fans and critics)?

Considering that the album is more complex and difficult to get into than our debut we were expecting more polarized reviews this time. As a general trend the reviews have been extremely good though. There are of course some bad ones, but that’s natural. I prefer bad reviews to mediocre reviews. We’re not making music for everyone, so if people don’t get our music I’m fine with them not liking it. I prefer that people have a definite opinion about our work, that it’s not just something that can slide by unnoticed.


Will you make a tour to support the album, are there any confirmed dates?

We have done two short european tours by now and some single gigs in Norway to support the album. We are working two confirm more dates for this autumn, but for the time beeing we are confirmed for Metal Camp in Slovenia, Dong Open Air in Germany and Dark Bombastic Evening 3 in Romania. More will come for sure!

Continua a leggere...

lunedì 30 maggio 2011

SHINING - VII: Född Förlorare


Informazioni
Gruppo: Shining
Anno: 2011
Etichetta: Spinefarm
Contatti: www.myspace.com/shininghalmstad
Autore: Leonard Z

Tracklist
1. Förtvivlan, Min Arvedel
2. Tiden Läker Inga Sår
3. Människa O'Avskyvärda Människa
4. Tillsammans Är Vi Allt
5. I Nattens Timma (Landberk cover)
6. FFF

DURATA: 41:47

E dopo aver sparato a zero su quella schifezza atomica del capitolo VI (adesso anche Niklas ci viene a dire, nelle interviste, che, oibò, il precedente album fa schifo perché è un esperimento fatto in due giorni... se me lo dicevi prima di comprarlo magari mi risparmiavo i soldi, ma tranquillo, non commetto due volte lo stesso errore) eccoci a parlare del nuovo uscito: "VII, Nato Perdente" (nomen omen?). Posso dire con certezza che questo è l'album che porterà gli Shining al successo planetario. E' così bello, direte voi? No, assolutamente, fa pena. Ma fa ribrezzo in quella maniera ruffiana che è fatta apposta per l'ascoltatore metal moderno. Se non riuscite a immaginarvi questo cd vi dico una cosa: prendete i riff più brutti dei vecchi Shining (e ai bei tempi di riff orrendi ce n'erano davvero pochi), aggiungete gli assoli da Guitar Hero (non intendo Malmsteen, intendo proprio il videogioco!) e infine spruzzate tutto con una buona dose di Opeth e via! Servire caldo con un po' di finta autodistruzione. Ecco fatto! Le ragazzine ne andranno pazze. E pensare che un tempo, dal primo album fino al V, con picco sul III e IV, questa band sapeva davvero trasmettere una dose esagerata di angoscia e disperazione. Questo cd ci mostra un progetto musicale che non vive più per trasmettere un messaggio, ma che oramai si è incanalato sui binari "commerciali" della musica estrema. Sembra una frase fatta, ma è così: gli Shining si sono venduti, o meglio, forse Niklas ha perso interesse nel trasmettere dolore con la sua musica, o forse semplicemente gli psicofarmaci hanno fatto effetto e non ha più tutto questo dolore da trasmettere agli altri. Per lui è davvero un bene (e non scherzo), per noi ascoltatori no! Ah, potrei parlarvi dell'album brano per brano, ma vi assicuro che nessuno di voi vuole davvero che io vi nomini quelle chitarrine acustiche con i giri triti che aprono "Tiden Läker Inga Sår" e la voce pulita e anche leggermente stonaticcia (diomio) che fa capolino qua e là. Da evitare come la peste bubbonica. Comprate i vecchi album meritano, scordatevi questo e il precedente (che forse è anche peggiore! Tutto dire!).

Continua a leggere...

TRACKER - Now I Became An Alien

Informazioni
Gruppo: Tracker
Anno: 2010
Etichetta: Sulatron Records
Contatti: www.myspace.com/trackerband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Tight Fight
2. Recommended Fool
3. Blower
4. The Hypnotized
5. Impreganted Eye
6. Window Shopping
7. Deregulate
8. Below Radar
9. Blender

DURATA: 59:30

Formula semplice e collaudata quella che il debutto degli austriaci Tracker, "Now I Became An Alien", spiattella, è un album che vede al suo interno psichedelia, krautrock, stoner, surf e un tocco di dispersione noise e drone per fornire al sound quel quid alienante che fa sempre bene.
La versione che ho fra le mani è quella cd contenente tre tracce in più rispetto a quella in vinile (nella tiratura limitata sono comprese entrambe), un'ora di musica da trip perché è impossibile che la mente rimanga immobile, c'è uno spazio immenso di cui poter approfittare creato dalle emanazioni di una scaletta che regala emozioni su emozioni.
Il disco prende il via con il desert rock che sfuma sul finire di "Tight Fight", attrae con l'acustico ridondare di "Recommended Fool", s'impregna di sabbia ardente e onde da cavalcare nelle melodie di una "Blower" resa ancor più ricca di fascino dalle accelerazioni dietro le pelli di Daniel Walter e da una fase di mezzo dal rintocco marziale addolcita dal ricamo chitarristico del tutto inaspettata.
Son bastati solo i tre episodi in apertura per farmi capire che questi ragazzi hanno ben chiare le idee, vari nomi mi rimbalzano in testa fra cui due ex Kyuss, Joshua Homme e Brant Bjork, che con le loro formazioni odierne offrono parecchi spunti al combo di Innsbruck, l'anima rock genuina, ribelle che non ama gli schemi è libera di esprimersi così anche i momenti più "sgangherati" risultano perfettamente incastrati in un quadro generale dalla forma astratta e dal modellamento in pieno corso.
"The Hypnotized" e "Impregnated Eye" si nutrono l'una dell'altra, la prima ipnotica, fasciante col suo riffing ciclico e suadente che sfocerà sul finire in una presa di posizione stoneriana e la seconda che prosegue il percorso intrapreso addensando la massa psichedelica nebulosa e inebriante rivelandosi come la canzone regina della sezione "stoned and more stoned".
"Window Shopping" pronta a dissolvere i gas "drogaticci" per favorire l'ingresso di una corrente agitata decisa a scuotere la situazione in un fragoroso e selvaggio brano il cui drumming esprime il suo effettivo potenziale mostrando un'intensità bestiale che alimenta il feeling godereccio prodotto da "Now I Became An Alien" sinora, non contando il fatto che per alcuni versi questo pezzo sembra figlio di "Rated R" ed è una dote non da poco.
Sono giunto agli episodi non presenti nel vinile, tutto sommato i venti minuti aggiuntivi non donano spunti che diano quella marcia in più alla prestazione già in gran spolvero dei Tracker, "Deregulate" si fa notare per il groove corposo e le melodie vocali, "Below Radar" se la gioca alzando leggermente i ritmi e provando a sperimentare qualcosina nelle battute antecedendo l'intraprendente indie/rock di "Blender" che chiude definitivamente il platter.
Gli ingranaggi girano tutti nella direzione giusta, la produzione ci da la possibilità di godere in toto della strumentazione con il basso di Martin Fuchs in rilievo in più di una circostanza.
Decisamente indovinate poi le linee di voce di Max Mühlbacher anche se vi accorgerete come in certi frangenti la somiglianza con l'impostazione del citato Homme nei Q.O.T.S.A. sia tirata in causa, non è comunque imputabile come pecca, poggiano davvero bene sui pezzi e ancor più importanti risultano ai fini della riuscita del disco gli orpelli forniti dalla Fuzzbox, dal Kaossilator e a quanto pare dall'Iphone divenuto un lo-fi synth che particolareggiano il corso di "Now I Became An Alien", un disco che consiglio vivamente agli appassionati di questa marea spaziale che per nostra fortuna non stenta a diminuire di portata, grazie!!!

Continua a leggere...

GRABAK - Sin


Informazioni
Gruppo: Grabak
Anno: 2011
Etichetta: Twilight Vertrieb
Contatti: www.myspace.com/grabak
Autore: M1

Tracklist
1. Prologue - The Covenant
2. Wrath - Into A Mental Inferno
3. Envy - Beyond The Grace of God
4. Gluttony - The King's Jester
5. Sloth - The Echoes Of Babel
6. Lust - Of Masters and Servants
7. Greed - The Sign Of The Rope
8. Pride - The Black Mirror
9. Epilogue - The Lord Of Sin

DURATA: 42:28

Torna a farsi sentire uno dei gruppi su cui riponevo maggiori speranze all'interno del panorama black di matrice svedese: i tedeschi Grabak. In un periodo in cui Marduk e Dark Funeral non si esprimevano al meglio (purtroppo oggi solo Morgan e soci si sono ripresi alla grande con l'ottimo "Wormwood") questi fedeli adoratori della Nera Fiamma se ne uscirono con un "Agash Daeva" (2007) che mi impressionò parecchio e non solo per la presenza di due bassisti in formazione. Oggi "Sin" segna il rientro sulla scena, fatto di conferme e piccole novità.

Il marchio di fabbrica resta sempre quello di velocità sostenute, ritmiche martellanti ed assalto continuo, questa volta però piccoli elementi vanno a caratterizzare le singole tracce senza comunque inficiare l'omogeneità del tutto. E' il caso ad esempio della voce femminile che appare nell'introduttiva "Prologue - The Covenant" e in "Pride - The Black Mirror", dove l'atmosfera diventa addirittura un incrocio fra i toni apocalittici degli ultimi Anaal Nathrakh e il più "classico" symphonic black. Per il resto si rimane nei canoni del genere, sfruttando continue accelerazioni, stacchi e ripartenze (decisamente vorticosa quella di "Greed - The Sign Of The Rope"), oltre a chitarre che tessono melodie più presenti che in passato senza però far perdere un grammo di violenza al complesso. Significativi anche i rari innesti di death metal, componente che va ad appesantire e dotare di graniticità le asce. Un discorso a parte va fatto invece per "Sloth - The Echoes Of Babel", pezzo non veloce e che ricerca maggiormente il pathos (sarà forse per il fatto di trattare del peccato della "pigrizia"?).

"Sin" ci accompagna quindi in una narrazione dei sette vizi capitali sulle note di un black metal travolgente ma capace di variazioni e innesti che tengono viva l'attenzione e al tempo stesso confermano i Grabak "picchiatori" inesorabili. Nessuno stravolgimento o miracolo all'orizzonte per i ragazzi di Lipsia, bensì una conferma a livelli piuttosto alti di un combo che troverà estimatori fra gli incalliti dello swedish black come il sottoscritto: con loro si va sul sicuro.

Continua a leggere...

STENY LDA - Steny Lda

Informazioni
Gruppo: Steny Lda
Anno: 2010
Etichetta: Slow Burn
Contatti: www.myspace.com/stenyldamusic
Autore: Mourning

Tracklist
1. 1-0-2
2. O-M-G
3. 7-4-0
4. 0-5-7
5. H-M-T
6. S-M-D
7. C-O-W
8. 1-0

DURATA: 36:31

Gli Steny Lda ("muro di ghiaccio" in russo) sono uno degli ultimi prodotti finiti sotto l'ala della Slow Burn Records, la filiale post/psichedelica della Solitude Productions.
Il primo album intitolato omonimamente ci presenta una formazione che ha le idee ben chiare sul come giostrare musica che si divide fra una natura dolce adatta alla compagnia e un'altra decisamente più profonda fornita di solchi di derivazione post/core sludge.
Le tracce non sono molto lunghe ma ben articolate, le sezioni strumentali hanno il sopravvento tanto da ridurre la presenza vocale ai minimi sindacali, è la giostra a cui prendono parte l'umore variabile e le dense atmosfere ricreate a gestire i movimenti più o meno granitici.
Il riffato innalza dei discreti muri sonori, alternandoli a fraseggi giocosi o malinconici in cui l'acustica ha piena possibilità di esprimersi, le cadenze più aspre vengon fuori quando l'animo tendente a far galleggiae le influenze di formazioni come gli Isis e Pelican emergono in maniera dirompente, mentre una "0-5-7" si diversifica mettendo in risalto un lato tooliano d'ultima generazione, maggiormente riflessivo e avviluppato su se stesso.
In linea di massima "Steny Lda" è un album gradevole, maturo e che favorisce il fluire del tempo offrendo un gradevole intrattenimento, brani quali "O-M-G", "H-M-T", "C-O-W" e la già citata sono per il sottoscritto sotto tutti i punti di vista gli apici compositivi che i russi sinora sono stati abili a realizzare.
Sicuramente un disco che agli abituali acquirenti di platter affini risulterà piacevole all'ascolto, la produzione si comporta degnamente nei confronti della strumentazione tranne per la batteria che in alcuni frangenti fa davvero soffrire (il rullante è bruttarello da sentire), l'unico appunto vero e proprio lo rivolgo alla band chiedendo loro che senso abbia usare la voce in maniera così sporadica se quando mette becco è la cosa che si apprezza di meno in quanto a resa e innesto nelle composizioni, toglietela definitivamente e avrete risolto un piccolo problema.
Indovinata la scelta dell'artwork, il cielo velato, colmo di sfumature, le cime innevate sottostanti e quelle colorazioni grigio-verdi infondono un senso di quiete ma che sa di stasi solo apparente, potrebbe succedere qualsiasi cosa da un momento all'altro, tale concetto si sposa perfettamente con le dinamiche che gli Steny Lda hanno conferito al loro sound.

Continua a leggere...

EXES FOR EYES - The Amsler Grid



Informazioni
Gruppo: Exes For Eyes
Anno: 2011
Etichetta: Year Of The Sun
Contatti: www.myspace.com/exesforeyesmusic
Autore: Mourning

Tracklist
1. Feel Again
2. A Life So Unfulfilling
3. Exes For Eyes
4. Romanticize The Struggle
5. Stop Thinking, Start Feeling
6. Embrace The Fire
7. Chains
8. Dig For Higher Ground
9. A Horrible Mistake

DURATA: 47:40

Gli Exes For Eyes sono un combo canadese di recente formazione con in line up l'ex Annihilator Dave Sheldon, la band è un misto di metal melodico, catchy che miscela tinte rock e metalliche attingendo da band come Slipknot, Baptized In Blood e lievi quanto sparuti passaggi in cui si nota un feeling di stampo thrash miscelati con altrettanti richiami al groovy sound.
La proposta è di quelle moderne che giocano spesso su chitarre corpose, refrain alquanto semplici da memorizzare ("Embrace The Fire") non rinunciando all'ormai noto scambio di voci con la presenza di fraseggi sia in growl che in clean, soluzione ampiamente riscontrabile a esempio nella titletrack.
Il disco scorre fra alti e bassi mostrando delle discrete potenzialità anche per chi si muove in una foresta ormai fitta e priva di spunti degni di nota, il numero di act che tentano di miscelare più stili ha raggiunto quote inverosimili ed è quindi sempre più semplice trovarsi di fronte a buoni dischi ma che sembrano prodotti ed eseguiti con lo stampino.
Formalmente infatti è difficile negare la bontà della prova insita in "The Amsler Grid" che guadagna punti nei momenti più dilatati di una "Romanticize The Struggle" e nei frangenti in cui la solistica riesce a sgorgare con discreta padronanza della situazione, è comunque la parte conclusiva del platter che permette agli Exes For Eyes di metter la testa fuori dalla sabbia producendo i brani di maggior interesse per qualità delle composizioni e schemi che, pur non distaccandosi per più di un semplice momento dalla canonicità di una proposta conosciuta, possiedono le capacità adeguate per assestare dei buoni colpi ("Chains" e "Horrible Mistake").
Strumentalmente abbiamo fra le mani un "Amsler Grid" che urla, si dimena con forza ma non si schioda dal punto di partenza, manca sempre quel quid che porti i brani a un livello successivo, è gradevole, lo s'inserisce nelle stereo e lo si ascolta con la dovuta dose d'interesse solo che una volta finito non ti lascia quell'input che porti il dito a ripremere il tasto "play".
E' pur sempre una prima prova, una base da cui elaborare e accrescere la gamma di varianti da sfruttare e affinare le armi già in dotazione, molto valide sono quelle che fanno riferimento all'assetto ritmico ben incassato e alle dinamiche del riffing, ripartendo da tali punti e dando una registrata alle partiture di voce offrendo una vivacità più netta nei cambi d'impostazione dal growl al clean i risultati potranno di sicuro migliorare, nell'attesa concedete un po' del vostro tempo a "The Amsler Grid" e fatevi l'orecchio.

Continua a leggere...
Aristocrazia Webzine © 2008. Design by :Yanku Templates Sponsored by: Tutorial87 Commentcute