Informazioni
Gruppo: Wongraven
Titolo: Fjelltronen
Anno: 1995
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Moonfog
Contatti: myspace.com/wongravenmusic
Autore: Akh.
Tracklist
1. Det Var En Gang Et Menneske
2. Over Ødemark
3. Opp Under Fjellet Toner En Sang
4. Tiden Er En Stenlagt Grav
5. Fra Fjelltronen
DURATA: 32:37
Siamo alla metà degli anni '90, la Norvegia è divenuta la nuova terra promessa dell'estremismo Black Metal e cosa c'è di meglio di trenta minuti di Dark Ambient folkloristico per dar vita a un gioiello che ci faccia rivivere la forza, l'orgoglio e la natura indomabile del paese dei fiordi? La risposta sta in un'unica parola: Wongraven. Satyr tira fuori dal cilindro cinque episodi che definire solenni, cupi, epici, marziali ed esponenzialmente vibranti è riduttivo, insomma tira fuori un Capolavoro!
Voci di sottofondo ispessiscono aurore sonore superbe e timpani di guerra narrano di marce montane su per ghiacciai e ripide discese verso valle, dove riverberano fulgidi lampi di luci solari contrapposti a fitte e lunghe notti invernali, nelle quali le sferzate del gelo sono parte stessa del territorio. Chitarre acustiche delicate si fondono alle chitarre sintetizzate e linee di basso toccanti arrivano a emozionarci in posti profondi dell'anima, rivelando l'indole selvaggia della Scandinavia. Le piccole perle di Ihsanh al pianoforte passano così quasi in secondo piano rispetto al contesto generale e alla forza espressiva dell'atmosfera intrinsecamente medievale che permea tutto il disco. Ogni brano è un'opera magnifica che impersona lo spirito della madre patria.
"Fjelltronen" è un album che si staglia al di sopra degli stessi artisti che lo hanno reso vivo e che fin da subito ne diviene pietra miliare. Inchiniamoci di fronte alla grandezza della terra di Norvegia, inchiniamoci di fronte a questo Wongraven.
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Gruppo: In The Woods...
Titolo: Heart Of The Ages
Anno: 1995
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Misanthropy Records
Contatti: myspace.com/INTHEWOODS666 - inthechileanwoods.tk
Autore: Akh.
Tracklist
1. Yearning The Seeds Of A New Dimension
2. Heart Of The Ages
3. In The Woods...
4. Mourning The Death Of Aase
5. Wotan's Return
6. Pigeon
7. The Divinity Of Wisdom
DURATA: 59:00
Sto continuando ad ascoltare "Heart Of The Ages"... ma niente riesce a uscire dalle mie dita, la mia mente viene rapita continuamente dal suo tessuto musicale, dalla bellezza istintiva di questa perla. I momenti vagano dietro a cortine di tastiere e note di chitarre flebili, dietro richiami intimi e parchi, eppure energetici e coinvolgenti; come lo stare a osservare la legna che brucia nel falò, come respirare l'aria pungente di umidità in riva a un lago, come l'ascoltare il frinire e il cinguettare nel profondo del bosco.
Le aperture di voce pulita emozionano per la partecipazione con cui vengono interpretate, il lavoro avvolgente di tutto ciò che fuoriesce dal disco crea una combustione interiore difficile da spiegare e da motivare, così come diventa improbabile riuscire a contenere le emozioni dentro a un bicchiere colmo d'acqua. L'unica coppa ammissibile ora per questo scopo possono essere esclusivamente le mie mani.
Gli strumenti e le strutture dei brani hanno tutti il preciso intento di creare... di esistere, di riflettere, di portarci in territori inesplorati dal B.M., attraverso lunghi sentieri progressivi, seducenti e lontano dal Caos; spingendoci a osservare fino in fondo immagini tremule e indefinite, immagini che ritraggono l'ambiguità dello stato solido, tangibile e allo stesso tempo irreale.
Ogni minuzia di questo disco è fuoriuscita con la precisione di chi si è lasciato alle spalle artifici e preconcetti, lo spirito ondivago e pellegrino di "H.O.T.A." ci permette quindi di addentrarci su più portali differenti e di rimanere estasiati per la freschezza e l'intensità con le quali viene sviscerato l'insieme, senza perché o ma.
Ringrazio gli In The Woods... per la loro natura semplice e articolata, per essere riusciti a parlare tramite le loro emozioni, per essere andati oltre i limiti e i confini di certa musica, riecheggiando nei corsi d'acqua montana, nel sole pallido all'estremità delle coste nordiche, nei canti liberi del vento aspro della Norvegia, nei Sacri fuochi dei Solstizi, nel ghiaccio e nella neve che si posa sul terreno e sulle foreste, che ricoprono i fiordi e rendono immacolato tutto alla vista, tracciando linee impalpabili ed eteree come certi momenti che le orecchie possono ancora cogliere.
Osservando un pensiero particolare in memoria di Oddvar Moi: non ho trovato parole adeguate per potermi esprimere in quanto narrato... posso solamente raccogliere tutto dicendo un unico "grazie!".
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Gruppo: Haemorrhage
Anno: 1995
Etichetta: Morbid Records
Contatti: www.haemorrhage.es - www.myspace.com/haemorrhage
Autore: Advent
Tracklist
1. Nekromantik (Prelude) / Uncontrollable Proliferation Of Neoplasm
2. Decrepit Dejection
3. Dilacerate The Sweet Diabetic Diabolism
4. Deranged For Loathsome
5. Excavating The Iliac Fossa
6. Grotesque Embryopathology
7. Intravenous Molestation Of Obstructionist Arteries (O-Pus)
8. Via Anal Introspection
9. Fermented Post-Mortem Disgorgement
10. Cadaveric Metamorphose
11. Anatomized
12. Pernicious Dyseptic Inoculation
13. Foetal Mincer
14. Expectorating Pulmonary Mucu-Purulence
DURATA: 41:48
 Alcuni giorni mi sento un nostalgico, mi sveglio con l'immenso bisogno di ascoltare qualcosa di marcio e vecchio. Oggi volevo gli Haemorrhage ed ho messo su "Emetic Cult". 1995, in copertina un maschio e una femmina appesi dai piedi con uno squarcio che parte dai genitali e termina all'altezza del collo passando per l'ombelico. Titoli come "Via Anal Introspection" non lasciano dubbi a nessuno, si tratta dei migliori in questo campo, goregrind decomposto e allo stesso tempo purulento che in quanto a violenza riesce a battere anche i deathsters Cannibal Corpse. Batteria che va dal semplice tupa-tupa ai pattern con battito a raffica, riff che ricordano i cattivissimi Autopsy ma che sono devoti a chi ha inaugurato per davvero questo modo di suonare hardcore punk, i Carcass, un cantante che svolge il proprio lavoro con una modestia mostruosa.
Qui siamo lontani dal death metal sopraffino che tanto è osannato dai nostri contemporanei, ascoltare "Emetic Cult" è un'esperienza che vi farà rivivere i bei tempi andati. I tempi in cui metal e punk erano ancora rami dello stesso robusto tronco e di quando internet era solo fantascienza. Respirerete gli anni '90, come molto lontani. Il disco parte con una intro presa da "Nekromantik", pellicola semi-amatoriale horror dove vi erano una caterva di scene splatter e sulla necrofilia e si sviluppa sulle visioni più gore che i ragazzi spagnoli di allora riuscivano a vedere. "Grotesque Embryopathology", "Fermented Post-Mortem Disgorgement", "Foetal Mincer", sono puri esempi di quando suonare era una passione disinteressata da tutto, un album suonato per divertimento sì, ma mai ridicolo. Goregrind puro al 100%, c'è ben poco da descrivere.
Pensate alla genuinità del death metal dei primi Sepultura e riuscirete a capire con quanta cattiveria gli Haemorrhage si erano accinti alla registrazione di questo primo loro full-lenght.
Il primo di una lunga serie, uno stile che i ragazzi non hanno mai rinnegato ma anzi, del quale si sono rivelati una delle migliori band, con tanta personalità e coerenza, qualità che ancora oggi danno loro solo una cosa: onore.
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Gruppo: Pyogenesis
Anno: 1995
Etichetta: MDD
Contatti: non disponibile
Autore: Leonard Z
Tracklist
1. Underneath Orion's Sword
2. Progeny Of Lost Sadness
DURATA: 13:52
 7 pollici del 1995, contenente pezzi registrati nel 1992. La copertina fotocopiata, con tutte le informazioni scritte a penna, e le foto in bianco e nero di una discinta signorina in copertina non prospettano niente di buono. Se aggiungiamo la scritta interna (rigorosamente a mano libera in vero stile punk) che recita: "Questa non è una nuova uscita dei Pyogenesis, ma solo vecchie schifezze non ancora pubblicate. Non prendetele troppo seriamente... divertitevi!" il gioco è fatto. Cagata assicurata, penserete voi. E INVECE NO! Perché i due pezzi contenuti in questo vinile sono tra i migliori mai registrati da questa band. Due brani rispettivamente di sei e sette minuti contenenti puro Death Metal lento e oppressivo, con condimento di tastiere e voce growl, chitarroni potenti, riff macinanti. "Progeny Of Lost Sadness" sembra in tutto e per tutto un pezzo dei Bolt Thrower uscito da "Warmaster", ma con un tocco lugubre che lo avvicina al Death-Doom di My Dying Bride e soci. Un piccolo vinile a cui non si darebbe una cicca, oltretutto, a quanto pare, sottovalutato anche dai suoi stessi creatori (che invece si dovrebbero vergognare di ben altro!). Se lo trovate in giro (anche se la vedo dura) compratelo, non ve ne pentirete.
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Gruppo: Nemesi
Anno: 1995
Etichetta: Arexong
Contatti: giuseppe.festa@lingalad.com
Autore: Akh.
Tracklist
1. Idola
2. Gia' Non Hai Eroi
3.Fuoco O Cenere
4. Quante Storie
5. Vero Boia
6. Ombre
7. Re Di Stracci
8. Il Grande Volo
9. Solo Con Me
10. Salto Nel Buio
11. Un'Altra Volta
DURATA: 43:53
A volte con Aristocrazia andiamo a ripescare album che per un verso o l'altro fanno parte del passato; chi preferisce il lavoro che ha saputo esprimere situazioni intense, chi giustamente torna ad omaggiare certi capolavori sempre verdi, a volte come in questo caso vorrei omaggiare il lavoro nascosto di cinque ragazzi milanesi, che in un'epoca in cui HM di stampo classico se lo filavano in quattro gatti, facevano uscire questo "Re Di Stracci" sfidando critiche e giudizi, fieri di suonare Metallo.
La cosa curiosa è che dai Nemesi sia uscita poi l'ossatura base per i futuri Lingalad (realta' nazionale fra i cultori del folk/rock, unica band italiana a presenziare sul palco alla prima mondiale della trilogia de "Il Signore Degli Anelli" di P. Jackson), in cui Festa, Parato e Ardizzone hanno raccolto gli elogi per mezzo mondo.
L'introduzione è assai suggestiva pare come l'iniziazione rituale in cui i nostri ci spalanchino le porte alla loro dimensione, dove il cuore pulsante e sonagli fanno comprendere immediatamente che questo lavoro è vivo, figlio di una rabbia poetica che si ha in un certo periodo della propria vita; infatti la seguente "Gia' Non Hai Eroi" si rivela immediatamente come un urlo di rottura e frustrazione sociale, in cui Giuseppe "Aaron" Festa grida tutta la sua rabbia (coraggiosamente tutti i testi sono redatti e cantati in italiano, acquisendo valore in quanto perlustrano varie tematica, dal sociale, alle problematiche post adolescianziali o di vita quotidiana).
A tratti si avvertono richiami di certi Iron Maiden sia per impostazione vocale che in certa struttura del riffing, ma sempre rimanendo su soluzioni personali che mai fanno presupporre ad un'idolatria indefessa (come molto spesso altre situazioni commettono).
La produzione è ottima (forse solo la chitarra poteva essere messa piu' in evidenza in certi frangenti piu' battaglieri) se teniamo conto dell'anno in cui i nostri si muovevano e la risicata visibilita' che avevano.
Tutti gli strumenti hanno il giusto risalto e completano alla perfezione le varie strutture dei brani con validissimi arrangiamenti, seppur senza mai cadere nella trappola del tecnicismo fine a se stesso, ma anzi relegando il tutto con una sensibilita' melodica che si piega alla validita' dei brani, come è nel caso di "Fuoco O Cenere" dove vi ritroverete a cantare a squarciagola il ritornello assieme a Festa oppure la danzereccia e godibile "Quante Storie" che unisce sorprendentemente dosi di metallo e chitarra acustica ad un ritmo quasi latino americano.
Con "Vero Boia" torna alla carica il piu' puro HM dove Parato fa sentire che oltre alle ottime dinamiche di batteria sa anche piacchiare duro, andando a sfiorare soluzioni Speed Metal, per quella che risultera' la canzone piu' agguerrita del cd.
"Ombre" è una splendida ballata, struggente, suggestiva in cui risalta tutta la poesia che i Nemesi sapevano tradurre in sensazioni musicali, la delicatezza acustica di questo pezzo va' di pari passo con la tristezza del suo messaggio, da cui sicuramente verrete rapiti, per un altro pezzo che vi ritroverete a cantare con commozione.
"Il Grande Volo" ha invece al suo interno venature ed accenni epici (come non notare e scapocciare con le cavalcate realizzate dal sempre ottimo Montel alla chitarra, o dalle preziose tastiere di Matteo Oldani), altra canzone emotiva ed emozionante in cui i Nemesi alzano il vessillo del Metallo; per poi rigettarsi in una power ballad di altri tempi, in cui vi ribollira' il sangue, la chitarra acustica il pianoforte e le linee di basso di Ardizzone vi intrappoleranno sicuramente il cuore.
Le seguenti "Salto Nel Buio" e "Un'Altra Volta" completano degnamente un lavoro che ho trovato superbo; detto da uno che non mastica certamente questo tipo di soluzioni musicali, puo' essere considerato un buon apprezzamento.
In definitiva segnatevi Nemesi e se avete la fortuna di trovarvelo davanti, non lasciatevi sfuggire questo lavoro, in quanto la vostra collezione acquisira' un pezzo di un certo valore (vista la sua rarita'), ma soprattutto perche l'ho trovato veramente un piccolo e misconosciuto gioiellino metallico, vero ed emozionante.
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Gruppo: Athothep
Anno: 1995
Etichetta: Noise V Records
Autore: ticino1
Tracklist
1. Under The Black Wings Of The Battle Crow
2. Crying Havoc
3. Gateway To Infinity
DURATA: 9:09
 Armati di sapienza, pala e piccone, gli archeologi tentano la loro fortuna, basandosi spesso su scritti incompleti risalenti a millenni fa. Molte sono le delusioni che subiscono, ma di tanto in tanto il loro cuore batte più forte mentre il pennello libera dalla polvere millenaria chicche da cardiopalmo. Durante le mie ricerche nei sedimenti contenenti reliquie metalliche dimenticate, mi sento un poco come questi signori.
Come meravigliarsi apprendendo che gli Athothep, nati nel lontano 1992, provenissero dal Canton Berna, ospitante la capitale svizzera? Scrissi già in altra sede che questo cantone è molto prolifico musicalmente. È stupefacente che proprio icone del metal estremo come gli Hellhammer/Celtic Frost, di Zurigo e i Samaël, vallesani, rappresentino fenomeni rari per i loro cantoni di origine. Il Canton Berna invece sforna un pacco di cantautori, musicisti e soprattutto gruppi metal che hanno più o meno successo, anche se in parte solo a livello nazionale. Ciò malgrado le formazioni più gettonate non appartengano necessariamente alla categoria normalmente considerata come pioniere del genere oscuro. Cito solo Darkspace e Paysage D’Hiver, i classici.
Il primo demo degli Athothep era un lavoro grezzo, ma non ingenuo e lontano dal black affascinato dalla Scandinavia. Affermerei piuttosto che si tratti di una registrazione tipicamente nostrana, con tocchi Samaëliani.
Questo 7”, ultima registrazione pubblicata prima dello scioglimento del gruppo, invece, è un miscuglio fra Svizzera e Scandinavia. Mentre l’idea di base è chiaramente casalinga, l’esecuzione in generale ricorda un poco i lavori di gruppi d’obbligo norvegesi. Le canzoni contengono strutture più calme alternate a parti veloci come si conoscono dal black tipico. La produzione è di buon livello per un’uscita “low-budget” della metà anni Novanta. Il tocco di “trueness” è dato dalla tiratura limitata a cinquecento copie, di cui possiedo quella con il numero 332.
Si tratta di un gioiello contenente tre pezzi da non perdere che si trova facilmente su Ebay a prezzi più che abbordabili.
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Informazioni Gruppo: Celestial Season Anno: 1995 Etichetta: Displeased Records Autore: Leonard Z
Tracklist 1. Decamerone 2. Solar Child 3. Body As Canvas 4. Soft Embalmer Of The Still Midnight 5. Will You Waint For The Sun 6. The Holy Snake 7. Dancing To The Thousand Symphonies 8. Vienna 9. Fandango 10. The Scent Of Eve 11. A Tune From The Majestic Queen's Garden
DURATA: 48:08
Ma che meravigli a questo album!Lo comprai appena uscito e da allora non ha mai smesso di girare nel mio lettore cd. “Solar Lovers” fotografa un momento unico nella storia degli olandesi Celestial Season: il passaggio dal doom alla My Dying Bride allo stoner. Il bello è che questo album è il perfetto connubio tra atmosfera delicate, chitarre pesanti, violini e growl tipico del sound inglese e quello psichedelico, settantiano che si svilupperà negli album seguenti. Il risultato? Un capolavoro. Ci troviamo davanti a pezzi imperdibili come “Decamerone”, sostenuta dalle linee melodiche intrecciate dei due violini, per passare a pezzi come la seguente “Solar Child”, dove invece il versante stoner la fa da padrone e il basso ben in evidenza rappresenta il tappeto di tutto il brano. “Solar Lovers” è un album diviso tra due modi di concepire il doom, due mondi vicinissimi e distanti, che in questo lavoro vengono amalgamati al meglio. Da non dimenticare la presenza di “Vienna” (cover degli Ultravox) in una interpretazione stupenda. Questo lavoro rappresenta, almeno per me, una bella istantanea del periodo '94-'95, in cui il Death Metal si modificava per toccare punte progressive e contaminazioni con altri generi. Ebbene sì, perché alla fine questo album, almeno per noi del periodo, era puro e semplice “Death Metal”. Acquisto obbligato!
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Informazioni Gruppo: Elegy Anno: 1995 Etichetta: T&T Autore: Mourning Tracklist: 1. Lost 2. Everything 3. Clean Up Your Act 4. Always With You 5. Under Gods Naked Eyes 6. 1998 (The Prophecy) 7. Spirits 8. Crossed The Line 9. Live It Again 10. Spanish Inquisition DURATA: 48:09 Nel panorama metal ci sono formazioni che hanno da sempre riscosso meno di quello che meritassero in realtà, act importanti se non fondamentali per la crescita ed evoluzione del genere in cui trovavano collocazione. Fra l'heavy rivoluzionario dei Fates Warning e il prog aggressivo e neoclassico dei Symphony X l'anello di connessione viene rappresentato dagli olandesi Elegy. Il power progressivo della band nata sul finire degli anni ottanta era una variante innovativa e musicalmente prepotente che riusciva a dare uno spessore elevato a un metal classico di finissima ed elaborata fattura, facendo sì che l'opera nascitura fosse qualcosa di realmente innovativo. "Lost" è il terzo capitolo nonchè il concentrato degli sforzi e le prove fatte con i predecessori "Labyrinth Of Dreams" e "Supremacy". Il disco vanta melodie strabordanti, un uso del synth fantastico nel creare tappeti lussurreggianti su cui le chitarre ricamano trame avvolgenti che variano dalla slanciata esecuzione in velocità al tocco di fioretto. I brani stessi possono dividersi in due tranche: "Everything", "Clean Up Your Act", "Always With You", "Crossed The Line" e "Spanish Inquisition" esaltano l'animo ribelle, il cuore pulsante d'adrenalina che spinge all'impazzata. Le ultime due citate sugli scudi per la prova vocale di un Eduard Hovinga stratosferico quando sale di nota e un guitarworking da capogiro capace di inserire soluzioni AOR e catchy all'interno di vere e proprie "evoluzioni" strumentali. Gli episodi rimanenti "Under Gods Naked Eyes", la strumentale 1998 (The Prophecy) e "Live It Again" rappresentano l'altra faccia della medaglia. Il sound si fa dolce, accattivante, il richiamo allo stile ballad e a quel tipo d'emozione che intensa scorre su per la spina dorsale creando un brivido di sottile piacere è naturale con l'eccezione di "Spirits". La canzone in questione possiede infatti entrambe le caratteristiche delle due anime, evocatività e dinamismo a vendere, si pone a spartiacque fra l'irruenza delle prime e la sensibilità delle seconde. I quarantotto minuti che "Lost" ci regala non si fanno mancare nulla, dalla cavalcata indiavolata agli assoli tecnicamente e sentimentalmente incastonati all'interno di ogni pezzo, un percorso che non ha pause, non vi sono attimi di stanca ma solo una strada dritta da percorrere senza mai voltarsi indietro. Sarà anche l'ultimo dei capitoli che vedrà dietro il microfono Hovinga sostituito nel successivo "State Of Mind" da Ian Parry, personaggio alquanto dominante che porterà a una conseguente variazione sia sonora sia compositiva da parte della formazione che diverrà quasi una sua impersonificazione. Non commetteranno passi che si possano definire falsi ma neanche riusciranno a tornare ai fasti iniziali, se non appena sfiorarli con lo stesso "State Of Mind" e il buon "Forbidden Fruit". Chiunque segua il filone progressivo del metal "deve" ascoltare almeno una volta nella vita "Lost", uno dei capolavori bistrattati e sin troppo poco decantati da chi promuove la musica, scavare aiuta a conoscere. Con gli Elegy e la loro discografia avrete aggiunto un tassello importante alla vostra cultura musicale.
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 Informazioni Gruppo: Uranium 235 Anno: 1995 Etichetta: Autoprodotto Autore: Akh.
Tracklist 1. Nuclear Satan 2. A New Order, A New World 3. Sodom 1999 4. The Third World War
DURATA: 11:18
Proveniente dal Principato di Monaco dalla mente di Nuclear Exterminator (alias Duke Satanael dei Godkiller fautori del gia' buono "Ad Majorem Satanae Gloriam"), questo progetto fa della belligeranza pura e totale la propria arma ideologica e musicale. Titoli come i sopra indicati non possono che rendere l'idea di cosa vi troverete ad affrontare in questo demo, la guerra vista come mezzo per la totale distruzione dell'uomo e delle sue pateticita'. La musica proposta è molto piu' di un assalto all'arma bianca, è un bombardamento continuo a tappeto, una batteria che rasenta un mitragliatore da contraerea, chitarre oscuramente fragorose e dal riffing serrato e asciutto, quasi scarno di melodicita', a ricordare i cadaveri lasciati a putrefare ovunque. Non c'è una canzone che stacca le altre, qua ci sono quattro brani di una violenza paurosa, quattro blitzkrieg che lasciano solo rovine e distruzione, come poche volte ho sentito. Un demo black metal oltranzista nel midollo, da avere!!!
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Gruppo: Darkthrone
Anno: 1995
Etichetta: Moonfog Productions
Autore: Akh.
Tracklist:
1.En Vind Av Sorg
2.Triumphant Gleam
3.The Hordes Of Nebulah
4.Hans Siste Vinter
5.Beholding The Throne Of Might
6.Quintessence
7.Snø Og Granskog (Utferd)
Durata:39.03
I Darkthrone so  no fra gli alfieri di spicco della scena norvegese, nonostante le critiche della stampa "specializzata", hanno raccolto enormi consensi fra il pubblico che si nutre seguendo i dettami della fiamma nera, quindi è piu' che comprensibile l'attesa di questo "Panzerfaust".
Fenriz pare farla da padrone su questo album che è il quinto per il Trono Oscuro, che anche in questo caso si fregia di un contributo lirico da parte del galeotto Varg Vikerness (Burzum) sul brano "Quintessence".
C'è da notare immediatamente un certo cambiamento nella produzione che appare da subito piu' corposa e scura rispetto a "Transilvanian Hunger", sempre pero' risultando ruvida e tagliente, come il gruppo ha intrapreso da un po' di tempo a questa parte, medesimo discorso per l'artwork minimale e scurissimo, evocativo e tetro al contempo.
"En Vind Av Sorg" apre le danze con un riffing ispirato e melodicamente freddissimo, su cui un Nocturno Culto canta con cattiveria suprema, con le sue caratteristiche metriche pregne di un'asprezza senza fine; a mio avviso uno dei brani piu' belli che questo gruppo abbia mai partorito e non dubito che diverra' un pezzo portabandiera per il genere.
La seguente "Triumphant Gleam" ha un incedere che si ispira nettamente ai seminali Celtic Frost, a cui Fenriz & co. si sono sempre dichiarati apertamente ispirati, pero' filtrando il tutto per la matrice musicale che il duo norvegese oramai ha saputo ben costruire; mentre "The Hordes Of Nebulah" ha un riff iniziale devastante (come tutta la canzone in questione d'altronde), in cui si evince un'oscurita' pari alla lentezza del brano, che sfiora ritmiche doom nere come la pece, veramente un gioiello d'arte da cui farsi irretire per il carico d'odio trasmesso.
Anche le seguenti "Hans Siste Vinter", "Beholding The Throne Of Might" e la gia' citata "Quintessence" ripercorrono il medesimo filone delle precedenti songs; appunto da notare che la canzone "Quintessence" abbia in seno molti riff utilizzati nel progetto Storm (chi non possiede il capolavoro a nome "Nordavind", si flagelli in eterno), che qua comunque vengono appaiati da arrangiamenti assolutamenti differenti da "Noregsgard", con alcune aperture assolutamente malvagie.
La conclusiva "Snø Og Granskog (Utferd)" è un pezzo assolutamente fantastico, in cui la tastiera del "Lupo incatenato", crea visioni epiche e desolanti allo stesso tempo, facendoci ben immaginare il crepuscolo che avvolge sempre piu' fittamente le foreste gelide del nord, portando la Notte ed il Buio.
Nonostante cio' che la critica dira', ennesimo grandissimo disco da parte dei Darkthrone, il trono del "True Norvegian Black Metal" è ancora saldamente nelle loro mani!
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Gruppo: Morbid Angel
Anno: 1995
Etichetta: Earache Records / Giant
Autore: Mourning
Tracklist
1. Dominate
2. Where The Slime Live
3. Eyes To See, Ears To Hear
4. Melting
5. Nothing But Fear
6. Dawn Of The Angry
7. This Means War
8. Caesar’s Palace
9. Dreaming
10. Inquisition (Burn With Me)
11. Hatework
DURATA : 44:43
Parlare dei M  orbid Angel è un’impresa più che ardua, poichè si tratta di una band fondamentale per il death metal.
L’album in questione è sicuramente quello “di svolta”, soprattutto grazie all’opera dei due chitarristi, perchè oltre allo Storico Trey si aggiunge quell’Eric Rutan (si erano da poco sciolti i Ripping Corpse in maniera definitiva) che darà quel qualcosa in più alla band.
Se infatti sino a Covenant i Morbid Angel erano una perfetta macchina old style, Domination per l’epoca si presenta come un disco fresco, con un suono perfetto ed un trigger di batteria devastante. L’opener Dominate è un assalto frontale, dove il classico riffing del gruppo diventa base portante per la prova vocale di Vincent che richiama i dischi precedenti, nulla più di quanto già non si conoscesse.
Già da Where The Slime Live però la storia cambia, cosi come la struttura dei pezzi che diventa più articolata e ricca di stacchi.
Un Trey ispiratissimo ed un uso degli armonici stoppati rendono ancor più particolare questo pezzo lento e cadenzato, dove la batteria di Sandoval si limita al mestiere puro senza inventare nulla. Certo l’assolo di Trey è uno dei più belli dell’intero metal e Rutan supporta benissimo le ritmiche; mai coppia di chitarristi fu più azzeccata. Eyes To See, Ears To Hear e si torna a pestare: un pezzo veloce, compatto, nel loro classico stile dove il growl, di contrapposizione alla voce già effettata di Dave, particolareggia il chorus. Tutto è azzeccato, e quando ci si aspetta l’ennesima bordata, ecco che ci si pone dinanzi Meltingil primo dei due brani strumentali: un minuto e venti di accompagnamento leggero, tetro e bisbigliante che conduce diritto dentro la bocca infernale della triade Nothing But Fear, Dawn Of The Angry, This Means War.
La malignità dei Morbid non sta nella velocità esagerata dell’esecuzione, ma nelle note macabre che riescono a metter insieme; in questo terzetto infatti Pete ci mette del suo accellerando parecchio, ma non dimenticando mai il suo classico mid tempo e le parti lente che sono marchio di fabbrica del gruppo.
Si arriva cosi all’osannata Caesar Palace: decadente, ampia e profonda come un abisso senza fondo e con un lavoro costantemente rude delle due chitarre che si alternano in brevi soli.
Dreaming è il secondo strumentale che allggerisce i ritmi e fa in un certo senso da intro a Inquisition (Burn With Me), canzone ritmicamente perfetta, ma che non va oltre questo; il punto debole del disco, se così si può definire.
La successiva e conclusiva Hatework rende invece perfettamente l’idea di quello che il titolo propone. Un lacerante, nero e sporco lavoro, dove il growl diventa profondo e allunga le note come ad inseguire un’anima dannata, accompagnato dalla leggiadria delle brevi incursioni melodiche delle chitarre che per il resto tengono una ritmica scarna e decisa. L’odio fa il suo mestiere.
Il disco nel complesso è un’ottima prova, riascoltandolo ad anni di distanza meglio si comprende l’essenza dei veri Morbid Angel: il lavoro di produzione è perfetto, gli effetti alla voce di Dave, il trigger non tartassante di Pete e la solistica di due capiscuola della chitarra come Trey ed Eric non potevano che partorire una gemma del genere.
Pur non intaccando il primato dei primi due lavori, credo che questo sia il vertice massimo della band a livello compositivo, dove la bravura tecnica,lo spirito death metal e la produzione in studio si sono incontrate alla perfezione chiudendo il cerchio.
Il must have della svolta sonora in casa Morbid Angel!!!
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Informazioni Gruppo: Unanimated Anno: 1995 Etichetta: No Fashion Records Autore: Bosj Tracklist 1. Life Demise 2. Eye Of The Greyhound 3. Oceans Of Time 4. Dead Calm 5. Mireille 6. The Depths Of A Black Sea 7. Ruins 8. Dying Emotions Domain 9. Die Alone DURATA : 39:09  Una tra le più valide e giustamente rimpiante etichette del panorama scandinavo diede alle stampe nel 1995 un disco che passò ingiustamente sotto silenzio e non ricevette le lodi che meritava. Il secondo full lenght degli Unanimated, gruppo in cui milita il noto Richard “Daemon” Cabeza (ex-Dark Funeral, ex-Dismember), è un disco che racchiude in sé tutti gli ingredienti tipici del death svedese, di impronta quindi notoriamente melodica. Tematiche oscure, claustrofobiche, che vanno a svelare e mettere a nudo i più reconditi angoli della personalità umana, la quale viene sempre sconfitta dalla malvagità che permea l’esistenza stessa, contornate da un riffing chitarristico sempre potente, ma mai lanciato a folli velocità, e lo stesso dicasi per la parte ritmica, nella fattispecie un drumming precisissimo e nei giusti momenti rimpolpato dall’uso del doppio pedale, che però mai sfocia nella noiosità del cronico blast-beating. I nove pezzi che compongono Ancient God Of Evil, tralasciando l’ottimo interludio strumentale rappresentato da Mirielle, si muovono tutti sulle stesse coordinate, a riprova di come non sia necessario inventare qualcosa di nuovo per lasciare ai posteri un disco di una freschezza ed ispirazione raramente rintracciabili in una scena satura come quella svedese di metà anni ‘90. Una nota di particolare merito va alle liriche, in grado di tratteggiare in modo inquietantemente profondo lo sconforto di cui può finire preda l’animo umano; pezzi come Dead Calm o Dying Emotion Domain potrebbero essere scambiati per rimembranze di una psiche turbata e tormentata. Dall’opener Life Demise alla conclusiva Die Alone non c’è barlume di speranza, nessun possibile spiraglio di luce, soltanto un nero abisso di disperazione e di sconforto in cui far piombare la propria mente. Piccola nota storica: l’anno successivo alla pubblicazione di questo piccolo monumento allo sconforto e all’instabilità della condizione umana, la band di Stoccolma si sciolse; è di fine 2007 l’insperata notizia di una reunion dei Nostri, con tanto di una vociferata lavorazione di nuovi pezzi in studio. Dopo tredici anni è impossibile prevedere cosa ne salterà fuori, ammesso e non concesso che le notizie siano attendibili. In aggiunta, proprio grazie ad una ripresa delle attività, la Regain Records ha ristampato nel Giugno 2008 entrambi i lavori del gruppo, ormai difficilmente reperibili.
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