lunedì 7 giugno 2010

MIDRYASI - Corridors


Informazioni
Gruppo: Midryasi
Anno: 2009
Etichetta: Iron Tyrant
Autore: Mourning

Tracklist
1. Corridors
2. Woman Of Doom
3. Steal My Breath
4. The Cave
5. Lize
6. Another Hell Within (Space Suite Version)

DURATA: 41:46

L'Italia sta vivendo un periodo storico in cui il doom e il rock stanno finalmente prendendo piede a macchia d'olio, siano essi combinati con attitudine stoner, heavy o psych l'importante è che il seme si diffonda, la band lombarda dei Midryasi rientra in questa ondata che fa del sound desertico o space una delle componenti fondamentali.
Attivi dal 2002, con un album omonimo e uno split con i romani Doomraiser dal titolo "Behind The Same Cross", si ripresentano nel 2009 con un disco nuovo di pacca "Corridors".
Il mondo musicale che la formazione ha assorbito e propone è fatto di trip veri e propri derivanti da ascolti che si possono inquadrare in act quali Black Sabbath, Pentagram, Iron Butterfly, Hawkwind, una fusione di dinamiche oscure, viaggi sognanti e momenti progressivi.
Quaranta minuti costellati da passaggi hardrockeggianti ricchi di sfumatore, variazioni di tempo e una prestazione vocale più volte al limite col teatrale per l'attitudine evocativa che Convulsion (basso/voce aka Geilt dei nostrani Doomsword) possiede e sfrutta egregiamente.
La musica, per quanto la derivatività sia forte e presente ma sostanzialmente naturale, non presenta minimamente ostacolo per l'ascolto dato che si percepisce l'energia e la personalità del trio in ogni scelta o solo minima esternazione umorale che esprime, certo che quando in "Corridors" è subentrato il flauto mi sembrava di essere avvolto da quel capolavoro di "Warriors On The Edge Of Time" con le sue atmosfere ancestrali.
"Woman Of Doom" è un esempio classico di proto-doom, quello che sul finire degli anni Settanta, avrebbe influenzato poi di rimando la NWOBHM portando alla ribalta act come i Witchfinder General, realmente stupendo l'assolo incastonato intorno al terzo minuto, suadente ed efficace tanto da far smuovere una statua.
La vena Hawkwind ritorna a scorrere fluida ed esasperatamente acida nell'accoppiata centrale del platter formata da "Steal My Breath" e "The Cave" lasciando a "Lize" il compito di spezzare il mood trasportandoci per un attimo in un universo parallelo rispetto a quello sinora udito.
La canzone in questione ha un incedere più dolciastro e carico di un fascino morbido dovuto ai passaggi di chitarra che alternano clean con sferzate elettriche prestanti che con il supporto del synth creano un effetto peyote costante (goduria!!!).
Posta in chiusura la mastodontica "Another Hell Within", già presente nello split antecedentemente rilasciato, viene proposta in una "Space Suite Version", il succo della storia è che finito un viaggio se ne intraprende un altro più lungo e devastantemente alterato, pensate d'essere la pallina di una roulette e che le note siano il croupier pronto a lanciarvi facendovi girare come una trottola tanto che, i vostri pensieri si compattano in un'unica sensazione dispersiva ma allo stesso tempo slanciata adrenalicamente parlando.
E' un centro pieno quello dei Midryasi con "Corridors", ogni buon ascoltatore di musica seventies rock, classic doom e psichedelica in genere dovrebbe dare un ascolto a quest'album.
Ancora una volta posso affermare che quando gli italiani ci mettono la vera voglia, togliendo dal piatto manie di protagonismo e pipparolate da ammazza strumenti, i risultati sono più che spettacolari, i ragazzi ne sono una prova tangibile.

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UNLUCKY BURIED - Blast From The Underground


Informazioni
Gruppo: Unlucky Buried
Anno: 2009
Etichetta: More Hate Productions
Autore: Mourning

Tracklist
1. My First God
2. Burn And Destroy
3. Burn Out My Eyes
4. No!
5. Inexplicable Need To Kill
6. No Fate
7. Sothis (Vader Cover)

DURATA: 33:52

La band bielorussa degli Unlucky Buried c'ha messo un po' a carburare, formatasi nel 2002 e dopo aver prodotto un demo "Ty U Nas Takaya Odna… Smert\'" nel 2004 si è dovuto attendere un altro lustro prima che un'opera più sostanziosa venisse messa a disposizione.
Nel 2009 viene rilasciato "Blast From Underground", platter dal gusto horririfico, riportato in note con discreta tecnica, brevi divagazioni tendenti al grindcore e assaggi melodici sparsi per rendere più ampia e varia la proposta.
I pezzi sono abbastanza omogenei anche se fraseggi inaspettati come le chitarre clean in "Burn In DestroY" o la ridondanza esasperata di "No!" possono spiazzare l'ascoltatore.
Le composizioni in genere si avvalgono sia di tempi classicamente andanti sia di blastato a manetta che intenso percuote le pelli mentre le sei corde fra riff crunchy e sferragliate dissestano, traendo ispirazione dall'estremo made in Poland rimembrando in più casi Vader, Decapitated ma non rinunciando a brevi ma incisive capatine oltreoceaniche.
Per quanto l'album nel complesso offra una performance positiva e la formazione riesca in più riprese a dimostrare di mettere del proprio, un lavoro che offre trentatré minuti di musica non può essere frammentato notevolmente con sampler di film o altro soprattutto se alcuni si pongono in maniera ingombrante, il rischio è quello di spezzare il feeling con l'ascolto facendone scemare l'interesse.
Posta a fine disco vi è la cover di "Sothis" dei già nominati Vader di "De Profundis" interpretata a dovere e c'è da riconoscere che gli Unlucky Buried con questo tipo di sound si trovano a proprio agio, ascoltatate "No Fate", sembra essere l'antipasto pre- portata vaderiana.
E' un primo passo positivo quello compiuto dai ragazzi, abbastanza curato sotto tutti gli aspetti, la solistica è più che apprezzabile e il cantato regge bene botta grazie a una discreta capacità nel giostrare i cambi di tonalità e impostazione vocale.
Se il supporto audio da solo non bastasse è stata inserita pure la traccia video della scapocciante "Inexplicable Need To Kill" così da poter vederli in azione on stage.
Se amate il death e la vostra preferenza tende a quello di matrice est europea un ascolto a "Blast From The Underground" datelo tranquillamente, gli ingredienti giusti per farsi apprezzare dai sostenitori dello stile non mancano.

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ELECTRIC MAGMA - Mudshovel


Informazioni
Gruppo: Electric Magma
Anno: 2009
Etichetta: Around Ahead Music
Autore: Mourning

Tracklist
1. Tokener
2. Thirty Thousand Too Much
3. Glen Zappa
4. Alexander Supertramp
5. Poisoned By Puppet Strings
6. It Seemed Important At the Time, But It Was Just A Moment In Time
7. Unsung One
8. Church of Mike Seaver
9. She

DURATA: 34:13

Che il Canada abbia una scena rock/metal di gran valore non è certo una scoperta o cosa poco nota, fatto sta che conoscevo gli Electric Magma solo di nome, mai mi sarei aspettato di essere trascinato in atmosfere psichedelico/desertiche da una formazione che non vive di sicuro in luoghi definibili "caldi".
Il trio strumentale infatti proviene da Toronto (Ontario) ma la musica che suonano e l'aria che si respira all'interno di "Mudshovel" sono quelle che potreste incrociare mettendo su album di Kyuss, Karma To Burn, Corrosion Of Conformity dove la vena sabbathiana viene inasprita e resa fangosa dalla presenza di richiami lievemente sludgy.
Platter che però in effetti non è totalmente privo di voce dato che in due tracce, "Thirty Thousand Too Much" e "Poisoned By Puppet Strings", vi è la partecipazione di Christhoph mentre in "She", cover dei Kiss, è lo stesso chitarrista Tim Reesor a metter la sua.
Deserto, trip e acidi, pensate a una bottiglia di tequila con peyote a seguito, una giornata soleggiata dove l'arsura vi scioglie con le note calde e travolgenti di brani come "Alexander Supertramp", la più scura e pesante del lotto tanto da ricordarmi i Down, le due già citate in cui la vocalità ottantiana di Chris fa assumere connotati ancor più primordi e ottantiani o una "Unsung One" con il basso in solo fuzzy esaltante.
Quando è arrivato il turno di "Church Of Mike Seaver" già il titolo mi ricordava qualcosa, inizialmente si percepisce chiara una canzone abbastanza nota almeno alle mie orecchie e poi un ragazzo che tossisce esclamando epiteti poco felici, riascoltando il pezzo mi son reso conto che la parte iniziale non è altro che la sigla di una sit-com adolescenziale di fine anni Ottanta che aveva come protagonista Matt Cameron (attore che interpretava Mike Seaver) dal titolo "Genitori In Blue Jeans". L'episodio in sé, dopo questo preambolo, prende vita con un riff in wah che slancia la song lentamente fino a farle prendere le sembianze più consone, quelle di un solido stoner/rock dal retrogusto doomish.
Posta a chiusura di "Mudshovel", la "She" degli Electric Magma è ancora più groovy e fuzzy rispetto all'originale contenuta in "Dressed To Kill" e di per sé fuori dai classici standard musicali dei K.I.S.S., la riproposizione non sfigura affatto, anzi spicca per personalità evidente acquisita, la vena propria dei canadesi se ne impossessa rendendola a tutti gli effetti un brano che se non conosciuto potrebbe appartenere tranquillamente alla loro discografia.
C'è ben poco da dire in definitiva, se non consigliare caldamente l'acquisto agli amanti del genere, l'album nei suoi trentaquattro minuti non possiede riempitivi, solo tanto pura attitudine stoner tesa ad allietare le vostre giornate. Che il trip abbia inizio!

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MIDNIGHT SCREAM


Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Fedaykin

Formazione
Jaro Sajgalik - Voce
Palo Duris - Chitarra
Marek Jamber - Basso
Laco Gilanik - Tastiera
Renato Sanda - Batteria

Ciao ragazzi, benvenuti su Aristocrazia Webzine. Possiamo avere una breve presentazione del vostro gruppo?

Paul: Allora breve. Posso dirti solo che i Midnight Scream suonano un metal melodico che va dritto al punto, con grosse influenze thrash e heavy metal. Tutto ciò con il supporto di tastiere e mid vocals melodiche.


Qual'è la causa che vi ha spinto a formare questo progetto?

Paul: In realtà, l'impulso primario di creare musica c'era già molto prima della formazione del gruppo. Certo, il motivo principale era di suonare la musica che amiamo. Ognuno di noi aveva già agito in precedenza in altri gruppi, ed è dalle ceneri di questi che nel 2000 è sorto il progetto MS. La band fu creata da membri passati dei gruppi Dark Mordor e Definition. Con vari cambiamenti di line-up i Midnight Scream hanno una formazione stabile dal 2007.


Ho avuto il piacere di ascoltare il vostro ultimo album, "War Never Changes". L'ho trovato molto piacevole, moderno e attrattivo. Ne volete parlare?

Paul: Grazie per l'apprezzamento. Abbiamo provato ad aggiungere un altro prodotto di valore nella discografia degli MS. Credo che siamo riusciti a migliorarci sia dal punto di vista compositivo che per il suono del disco. Sento comunque il bisogno di specificare che è sempre un classico album dei Midnight Scream, con tutte le nostre caratteristiche.


Quali sono i pezzi che preferite, e perchè?

Paul: É difficile per un autore dire quali pezzi preferisco o quali no. Questo è un compito che lasciamo ai nostri ascoltatori, che possono scegliere i loro pezzi preferiti. Posso comunque menzionarti delle canzoni: "Fuga Mortis", "Unspeakable", "Voice Of Deception"... alcuni pezzi sono eccezionali ai concerti, altre sono ottime da ascoltare a casa. Quelli che ti ho citato sono soprattutto adatti ai concerti, perchè energici e veloci.


Chi è che scrive i testi e chi compone invece le musiche?

Jaro: Fondamentalmente sono io che scrivo i testi. Ma nell'album "Shadowplay" puoi trovare anche un testo di Paul nella canzone "Timerunner". Tra l'altro tutti i testi fino all'anno 2007 erano stati scritti da precedenti bands. (voleva forse dire membri? ndt) Credo che i compositori principali siano Paul, Laco e Reno, ma non facciamo molte differenze perchè comunque lavoriamo insieme.


Potete dirci qualcosa sui vostri testi?

Jaro: Posso dirti che sono influenzato prevalentemente da esperienze di vita e dalla filosofia, poichè la sto anche studiando. Io cerco semplicemente di analizzare dei comportamenti umani, oppure stati mentali miei, e tutti questi pensieri li inserisco nel testo. I testi parlano solitamente di vita e morte, relazioni, problemi globali e così via. Nel nostro ultimo album tratto del principio dell'Universo, che dal mio punto di vista è qualche genere di guerra eterna tra vari aspetti dello stesso.


Cosa potete dirci del metal in Slovacchia? Potete suggerirci qualche buon gruppo proveniente dal vostro paese?

Paul: La scena è abbastanza ricca, non tanto in quantità, quanto come stile e rappresentazione. Fondamentalmente per ogni corrente del Metal abbiamo dei gruppi buoni e altri meno buoni. Il grosso problema è che bisogna scavare un po' per trovare i gruppi davvero eccellenti. Abbiamo anche un piccolo commercio nell'ambito, ci sono piccoli business e abbiamo una enorme pressione dai gruppi stranieri. I gruppi slovacchi che suonano materiale proprio sono molto pochi, e hanno un supporto scarso da parte dei fans.
Comunque, ci sono dei gruppi eccellenti, come Signum Regis, Castaway, Majster Kat, Depresy, Pyopoesy e molti altri.


Che genere di relazione avete con i vostri supporter? Che cosa pensate di comunità virtuali e social networks?

Paul: Mi piace questo genere di presentazione e comunicazione, e credo sia positivo; di certo mi piacciono anche le riviste musicali alla vecchia maniera, e ovviamente i supporti classici come il vinile o il cd. L'mp3 per me è solo un modo per informare e presentarsi.

Jaro: Per i fan e per i commenti siamo sempre disponibili, di solito sul nostro guestbook. I social network poi sono un grosso vantaggio. Abbiamo aperto tantissime relazioni con gruppi e fans stranieri e locali. Abbiamo il nostro sito web, myspace, facebook e molte pagine nel network slovacco. Ma ancora non abbiamo nessun tipo di management, quindi ci troviamo sotto pressione, a volte.


Che cosa pensate della scena Metal odierna?

Paul: Sono un appassionato di Metal da davvero molto tempo, posso dire che seguo la scena sin dalla metà degli anni '80. A parte i nuovi gruppi, mi piacerebbe che si tornasse al vecchio metal e ai classici dell'hard rock. Se si parla dei giorni nostri è molto difficile esprimersi... I gruppi metal sono più numerosi che mai. Sono talmente tanti che è difficile seguirli. Anche le differenze di stile sono enormi, i misti tra più stili, le influenze, persino combinazioni di generi totalmente diversi che magari prima erano considerati assolutamente incompatibili e ora invece sono suonati come un genere a sè da alcuni gruppi che hanno anche tanti fans, alcuni anche in ambito non Metal. Sicuramente dobbiamo realizzare che certi generi di metal hanno dei limiti ben precisi, ed è impossibile che vadano avanti, non c'è evoluzione, per quanto ci possa essere l'abilità dei musicisti e dei produttori che creano un sound interessante. Semplicemente, alcuni generi di metal sono spenti. Difficili da innovare. Magari gira tutto come una roulette e un genere che fu apprezzato in passato ne sostituisce un altro al top delle preferenze. Questa è anche una questione che riguarda l'alternarsi delle generazioni. Credo che la musica metal sia molto colorata e molto numerosa, e ci saranno sempre un sacco di supporter. Per questo il metal può vivere per sempre.


Vi vedremo mai in Italia?

Paul: Nulla è impossiible. Molte cose dipendono dalle condizioni in cui possiamo viaggiare e su quanti concerti potremo suonare. Certo aldilà di questo ci sono tante cose che vanno organizzate perfettamente e conseguentemente realizzate.


Grazie per il tempo che avete speso con noi, il vostro ultimo messaggio ai nostri lettori spetta a voi.

Paul: Date la vostra attenzione ai gruppi che vi interessano, e apprezzate il loro lavoro comprando i loro album originali. Grazie a voi per l'intervista.
Un saluto dalla Slovacchia ai lettori, ai fan e a tutti gli altri.

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GUIDO CAMPIGLIO - Saturn


Informazioni
Gruppo: Guido Campiglio
Anno: 2010
Etichetta: Sg Records
Autore: Mourning

Tracklist
1. Violet
2. Saturn
3. Desert Storm
4. Rubik
5. Keep On Dreaming
6. Mistery
7. The Wild One
8. India

DURATA: 27:23

Il chitarrista bergamasco Guido Campiglio dopo il debut "Wood" si rigetta subito nella mischia regalandoci un forse troppo frettoloso successore "Saturn".
Perché dico questo? Il ragazzo, dalle indubbie qualità e gusto musicale, si ripropone nella sua esecuzione da shredder con risultato altalenante, il platter completamente strumentale non è privo di pecche ma possiede anche i suoi perché.
L'esecuzione è innegabilmente perfetta, purtroppo però al disco mancano pathos e contatto emotivo o almeno a parte della release, vi sono infatti 3/4 tracce fra le quali spiccano l'orientaleggiante "Desert Storm" che rimanda a qualcosa di "Anya" dei Deep Purple di "Battle Rages On" e "Rubik" con lo sweep/picking più volte riproposto al suo interno che ne caretterizza l'andare che si fanno apprezzare non poco.
Seppur sopportato da compagni d'avventura di tutto rispetto, quello che di negativo si nota è una staticità e una sorta di monotonia compositiva che più volte appare nei momenti in cui lo shredder non è in fase solistica, ciò appiattisce non poco il trascorrere delle tracce, si viaggia sì sul neoclassico e l'heavy imbastardito ma sembra che il piglio quando la chitarra si pone nel ruolo di semplice ritmica perda impatto affievolendosi.
Per una produzione simile il suono leggermente sporco non aiuta, se è vero che il negativo salta subito all'orecchio, c'è da dire però che un basso così presente e pronto a supportare la tensione nei momenti clou dona belle sensazioni, vi è poi la prova solistica del Campiglio che come giusto che sia fa la parte del leone deliziandoci con assoli e fraseggi mai ostentatamente forzati e punto ancora positivo è la breve durata del disco, appena ventisette minuti che lo rendono gradevolmente fruibile senza dover chiedere aiuto come succede con gli ultimi Malmsteen a esempio (e lì c'è anche il cantato che dovrebbe dar una mano quindi figuratevi...).
"Saturn" è un album con alti e bassi ma che mostra un artista che sta maturando, gli amanti del genere diano quindi una possibilità al chitarrista e lo tengano d'occhio in prospettiva futura.

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MIDNIGHT SCREAM - War Never Changes


Informazioni
Gruppo: Midnight Scream
Anno: 2009
Etichetta: Autoprodotto
Autore: Mourning

Tracklist
1. War Never Changes
2. Fuga Mortis
3. Time For Silence
4. Unspeakable
5. Life Is So Devine
6. Vanity
7. Obsessive Love
8. Menticide
9. Voice Of Deception

DURATA: 42:31

Formazione power/thrash slovacca, "War Never Changes" è il quarto capitolo della loro discografia.
Band alquanto preparata e profondamente conoscitrice del genere che si muove fra ritmiche veloci e ficcanti e passaggi catchy, nel sound e per le aperture profondamente melodiche ha importante rilevanza il lavoro fatto dalla tastiera, efficace sia nelle fasi di tappeto sia nelle divagazioni solistiche.
Per alcuni aspetti ricordano l'evoluzione di una dei migliori act in assoluto nello stile che mischia classico, accelerazioni thrash e progressivo, parlo dei teutonici Angel Dust fautori di quell'"Enlighten The Darkness" capolavoro che vanta davvero pochi eguali.
I ragazzi li ho conosciuti per caso tramite la rete, è strano che una major non li abbia adocchiati e messi sotto le proprie ali dato che le qualità le hanno e spiccate pure.
Il songwriting di "War Never Changes" è vario ma equilibrato facendo in modo che il disco non abbia punti morti o brani che possano relegarsi al semplice status di filler, al contrario in più di un'occasione sferrano e bersagliano l'ascoltatore con prove a cavallo fra i già citati tedesconi, cavalcate heavy/power Nevermore/Iced Earth e passaggi Brainstorm (anch'essi tedeschi) concreti e precisi.
La melodia di "Unspeakable", la prestanza di canzoni come la titletrack "War Never Changes", "Fuga Mortis", l'andare più classicheggiante influenzato dal progressivo di "Time For Silence", una massiccia e compatta "Vanity Love" accattivante quando l'incedere si fa più hard/rockeggiante: ce n'è davvero per tutti i palati.
Il suono moderno ma non plastificato scandisce così le loro note traccia dopo traccia sino all'emotiva "Obsessive Love", la thrashy "Menticide" e la conclusiva e non meno bella "Voice Of Deception".
La prestazione complessiva è molto più che buona, riffing ispirato, fresco che si lascia ascoltare e assorbire con piacere, il batterista si destreggia bene sia in fase d'accompagnamento sia come apporto dinamico allo scorrere della release.
Il cantante sfoggia una prova che definirei quasi eccelsa se non per qualche puntata stridula che stona (non di nota) leggermente, si sentono influenze da parte di Warrel Dane e Matthew Barlow, nell'esecuzione c'è però altrettanta capacità propria nel svilupparle e dar loro forma.
Consiglio vivamente l'ascolto di "War Never Changes", un album che sa davvero il fatto suo e che mi porta ancora una volta a chiedermi cosa diavolo cerchino le label se non gente che ha qualità da vendere? La risposta la si trova nei cataloghi pieni di popstar pseudo metal e progettini che splittano dopo mezzo secondo.
Citando un noto comico: tristezza a palate.

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METHERRA - World Of Discord


Informazioni
Gruppo: Metherra
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Autore: Mourning

Tracklist
1. With Our Eyes Shut Blindly We Aim For The Next In Line
2. He Who Devours Our Land
3. Thou Whore Of This Haven
4. This Oblivion Gate
5. World Of Discord
6. Aftermath

DURATA: 28:22

La Norvegia è terra più conosciuta per il black che per il movimento death metal anche se di nomi buoni ve ne sono stati e ve ne sono tuttora, penso a esempio a Cadaver/Cadevr Inc. o ai Blood Red Throne.
I Metherra sono una giovane realtà ma che ha le idee molto chiare, già da un primo ascolto veloce la band mi aveva impressionato per l'impatto e la prestanza delle tracce di questo loro secondo demo intitolato "World Of Discord", dopo vari passaggi me ne sono innamorato.
Per fare un paragone, per quanto azzardato, pensate a una fusione fra gli Enslaved, il death svedese dell'era dorata Gothenburg e la passionalità più arcigna del death metal e avrete a che fare con il sound di questi ragazzi.
Sei brani che fra aperture melodiche, violenza sparata death, attimi quietamente malinconici e aperture in clean epicamente vichinghe si innalzano come muri solidamente ben costruiti.
Già nell'opener "With Our Eyes Shut Blindly We Aim For The Next Line" come nella titletrack "World Of Discord" gli echi della formazione di Grutle Kjellson si presentano, molto più presenti nella seconda citata che maggiormente espone il fattore dedito all'evocatività di stampo nordico.
"Thou Whore Of This Haven" nel momento in cui molla leggermente la presa da ritmiche sostenute fa emergere un lato sensibile e intimo che prende piede ancor più quando la chitarra solista inizia a ricamare un assolo melancolico che decadente segna l'incedere dopo la metà del terzo minuto, "Oblivion Gate" si distingue invece per la varietà nel riffato e per una progressiva brutalità che la rende la traccia regina del mini lavoro.
Curato nel dettaglio sia dal punto di vista della produzione ben definita e possente, sia da quello che riguarda l'artwork con un lavoro ben fatto, "World Of Discord" è un vero gioiellino.
Dato che è limitato a sole centocinquanta copie consiglio agli amanti del death metal di non farselo scappare.

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JANVS - Vega


Informazioni
Gruppo: Janvs
Anno: 2008
Etichetta: ATMF
Autore: Akh.

Tracklist
1.Torri Di Vetro
2.Saphire
3.Tarab
4.Dazed
5.Mediterraneo
6.Vega
7.Vesper II

DURATA: 49:05

Arrivatomi il promo da parte di una carissima amica e dopo il gia' buono "Fvlgvres", attendevo con una certa curiosita' l'uscita di questo "Vega" da parte dei genovesi Janvs.
Gia' certe dichiarazioni da parte del suo leader Vinctor (coadiuvato da Claudio "Malphas" Fogliato al Basso (Tronus Abyss) e Massimo "m:A Fog" Altomare (gia' con Mortuary Drape,Glorior Belli, Slavia) alla batteria) che premetteva cambiamenti e l'inserimento di nuove influenze nel suono della sua creatura mi facevano drizzare le antenne per rimanere sintonizzato sulle loro lunghezze d'onda.
Il fatto che le prime opinioni (senza che avessi ancora ascoltato il cd) fossero alquanto inorridite e si inalberassero tesi sul fatto che "Vega" non fosse piu' da etichettare come BM e che avessero tradito la Nera Fiamma, oppure la sclerotica accusa che gli Janvs siano una mera copia degli Spite Extreme Wings; non mi ha sviato, la curiosita' si faceva sempre piu' intensa e la voglia di ascoltare questo lavoro accresceva, come accresceva la polemica attorno al disco.

L'apripista "Torri di Vetro" si rifa' al riffing del precedente album, ma fin da subito si percepisce alcune novita' sostanziali, l'utilizzo marcato di tastiere cosmiche e intime (assolutamente sorprendenti ed evocative), l'uso fondamentale di parti lead che si fondono alla ritmica creando dei tessuti inaspettati e ariosi, ma il brano in se contiene delle parti BM assolutamente fantastiche in cui le influenze dei primi Rotting Christ emergono imperiose e furoreggiano nelle sequenze piu' tirate.
Ma è con pezzi come "Saphire" e "Vega" che si ode l'evoluzione degli Janvs, brani sognanti, vibranti, colmi di vibrazioni oniriche ed uraniche, proiettate in dimensioni atemporali, dove si formano i pensieri.
Come non riuscire a sentire la vena progressiva tipicamente italiana che viene a ricolmare le parti di voce pulita, lo stesso si puo' evincere da certe armonie e da certi fraseggi, in cui l'intrecciarsi delle chitarre rende palpabile l'Emozione che ci troviamo ad affrontare.

Da pezzi come "Tarab" e "Dazed" fuoriescono le inclinazioni piu' arabeggianti e allora comprendo quanto questo disco sia uno spaccato che visiona musicalmente la cultura di tutto cio che è Mediterraneo, infatti un altro punto a favore di questo gioiellino è il semplice fatto di sapersi orientare su influenze tematiche assolutamente nostre che ancora vivono e pulsano dentro i nostri geni e lo scorrere del nostro sanguee, sia nelle parti piu' agguerrite della prima, sia nella struggente strumentale.
Con "Mediterraneo" si torna sui livello dell'opener, un pezzo dalle inclinazioni piu' marcatamente black metal, che come l'incedere del mare in tempesta scatena in me risacche e furia, ma anche la pace e la distensione di una visione che torna ad agitarsi dirompente dopo i placidi stacchi.
La conclusiva "Vesper II" è il compendio di tutti i precedenti brani in cui l'estasi trova la sua soddisfazione e puo' tornare a rilasciarsi libera.

Ma devo tornare nuovamente su "Vega" in quanto lo trovo il brano in cui i nostri si superano e sul quale credo potranno costruire nuovi telai musicali (veramente intrisa di passione ed affascinate la prestazione vocale che mi ha saputo riportare alla mente i primi Banco del Mutuo Soccorso), in quanto l'intensita' qui raggiunta mi porta ad uno stato di commozione assoluta.
Non c'è piu' nessuna remora, non trovo piu' nessun blocco, non vi è niente che possa fermarmi dall'indicare questo album un vero e proprio capolavoro, mi trovo arreso di fronte alle visioni ed alla forza creativa degli Janvs, la mia Scintilla di Luce si scuote di fronte a queste vibrazioni, assaporando le sue origini e tormentandosi della sua prigione e mi spinge verso questa manifestazione superiore, che ha la forma di questa dimensione musicale.

Un disco che mi ha assolutamente rapito ed estasiato! Voltandomi indietro posso solamente dire che gli Janvs oramai sono oltre le voci, sono oltre i giudizi.
"Vega" fa parte indissolubilmente di un viaggio che è vivo in me.

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ONCE GODLIKE - Promo 2010


Informazioni
Gruppo: Once Godlike
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Autore: Advent

Tracklist
1. Once Godlike

DURATA: 20:18

Non sono i Viraemia, ma la tecnica c'è, a sufficienza per ammettere che sono duri.
Il monicker Once Godlike è nuovo, sono giovani freschi di infarinatura death metal e liquefano il loro genere con correnti evoluzionistiche che vanno dallo sperimentale, al black e passando per il doom. Potrebbe sembrare una band dalle idee confuse, invece non lo è. I ragazzi riescono a compattare vari stili in un'unica traccia chiamata "Once Godlike", questa si potrebbe dividere in cinque parti, dalla durata complessiva di venti minuti. Un demo abbastanza innovativo per essere un semplice "promo", non trovate? Autoprodotti e capaci di un genere dalla sostanza molteplice. Diverse inflessioni metalcore dall'inizio alla fine, ma su una struttura robustamente articolata tra riff, pesanti pattern, graffianti vocals e duri growl. Vanno veloce, pestano forte e lo fanno con cura certosina tra passaggi e assoli. Ai più tradizionalisti sapranno di band atipica, esecutrice selvaggia di un miscuglio senza anima, gli altri metallari open-minded invece sicuramente si interesseranno a questa variegata immagine fornita. Avvicinatevi dunque ad una nuova scoperta! Dal loro blogspot è scaricabile questo valido promo (http://oncegodlike.blogspot.com/2010/03/on...-demo-2010.html), dichiarano di non essere ancora arrivati al loro ultimo livello e noi non vediamo l'ora di ammirarli nella loro prossima evoluzione!

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DUSTEROID - Tyrannosonor


Informazioni
Gruppo: Dusteroid
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Autore: Mourning

Tracklist
1.Defy
2.Highroller
3.Tomahawk Storm Troopers
4.Whiskey Overdose
5.Imprisonment
6.The Rolling Head
7.Holy Sin
8.Dusty Road

Tracklist: 53:16

Lo stoner impazza, il movimento cresce e le realtà da seguire diventano innumerevoli e sempre più piacevoli: come può fare un povero cristo a seguire tutte le uscite? Impossibile.
Tocca oggi ai Dusteroid ricevere il mio omaggio, la band inglese, con un già un album all'attivo "Albedo Zero" datato 2004, si muove dentro una scena in fermento costante. Ritornano a distanza di sei anni con il nuovo "TyrannoSonor" e son dolori di gioia quelli che ci regalano, lasciate dietro le spalle le pecche dovute all'immaturità stilistica e a una forma derivativa malsfruttata del primo lavoro, con questo platter il centro è stato realizzato.
Tira aria fottutamente da party, riff grassi e massicci che incitano a scolarsi più velocemente possibile litri di bionda preferibilmente in buona compagnia, questo è lo scenario che i brani disegnano con la loro carica desertico/heavy dedita a un divertimento scatenato.
Corrosion Of Conformity, Alabama Thunderpussy e per rimanere in territorio britannico gli Orange Goblin appaiono a più riprese, non come semplici influenze ma come spirito guida, non rendono la prova un semplice frutto dovuto agli ascolti assimilati ma una devota e animata messa in moto di istinti.
Gli otto episodi, tranne qualche lieve zoppicata in "Imprisonment", sono pienamente trascinanti, uno sbatacchiare forsennato soprattutto quando le ritmiche southern appesantiscono facendo grondare il sound di calore sabbioso "Holy Sin" o pregne di ardore settantiano, combattuto fra lo spingere della psichedelia rock e la vena bluesy che contraddistingue tracce come "Tomahawk Storm Troopers" e "Whiskey Overdose".
Nella seconda citata sarà il giro o qualcosa al suo interno ma l'inizio sembra tirare in ballo il "Roadhouse Blues" mitico inno dei Doors del mai dimenticato Jimbo.
Lo stoner ruvido dei loro connazionali vien fuori invece in "The Rolling Head" e "Dusty Road", segnate così come le altre canzoni dalla prestazione vocale del chitarrista/cantante Dimitris Blanos che nelle tonalità più scure ricorda il miglior Phil Anselmo.
La coppia formata da Tjay Tarantino al basso e Sammy Forway alla batteria crea basi facendo quanto di meglio si possa chiedere a chi deve saper dare potenza al motore per poi delicatamente trovare attimi in cui prendersi pause dove offrire spazio a una piena espressività strumentale e anche in questo caso la vena solistica di Blanos supporta non poco la causa.
"TyrannoSonor" è curato nei minimi dettagli, produzione pulita e potente e un package cartonato apribile a più ante dove viene rappresentata la città di Londra sotto assedio da pioggia di meteoriti, un'opera veramente egregia.
I Dusteroid hanno fatto un salto di qualità evidentissimo, perché non dar loro una possibilità?
Amanti del genere l'acquisto è caldamente consigliato.

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AMYSTERY - All Hail The Cult


Informazioni
Gruppo: Amystery
Anno: 2010
Etichetta: Pestilence Records
Autore: Mourning

Tracklist
1. Arrival Of The Prophets
2. All Hail The Cult
3. Dark Aura
4. Back From The Tomb
5. Gazing Shades In Broken Glass
6. The Sacrifice
7. Infernal Kingdoms Rise

DURATA: 50:12

Terzo album per i tedeschi Amystery ma attitudine underground ancora ben salda, "All Hail The Cult" si presenta infatti come un album legato e composto per chi ancora si attiene a certe "regole" di base che rendono il black qualcosa di reale.
I sette brani del nuovo platter ricalcano lo stile scandinavo dei Darkthrone non facendosi mancare nulla sia dal punto di vista delle scelte stilistiche sia in quelle legate al suono.
Crudo e diretto, il disco non inventa proprio nulla proponendo canzoni di medio-lunga durata dove comunque un buon numero di variazioni di ritmo e una discreta vena compositiva complessiva della band permettono ai pezzi di decollare.
Già dalla prima "Arrival Of The Prophets" affiorano deja vù graditi che oltre la citata troveranno risultante migliore nella titletrack, "The Sacrifice" e nella lunga "Infernal Kingdom Rise" anche se personalmente la mia preferenza va alla dissacrante "Back From The Tomb".
Il riffing è maligno, sotto un'apparente coltre di monotonia ripetitiva si cela una vera e propria ipnotizzante dedizione alla cattiveria, la voce di Nephesus (Lost Life) vomita odio a più riprese e il drumming di Malphas (ex Lunar Aurora) percuote l'aria sprezzante e richiama quell'attitudine aggressiva e intollerante che Fenriz e Vicotnick hanno più volte esaltato nei loro lavori dietro le pelli.
"All Hail The Cult" lo si potrebbe definire un sostanzioso tributo al black primordiale, privo di compromessi, le melodie sono taglienti e affilate, la mancanza di fronzoli e ricerca è sopperita però da una produzione non pulitissima ma che rende onore agli strumenti facendo sì che sia possibile ascoltare in maniera degna la prova nel suo complesso come del singolo membro in azione.
La Pestilence Records, label distributrice del lavoro, ne ha prodotte solo mille copie in versione digipack, stesso andazzo per il merchandising relativo t-shirt e longsleeve anch'esse limitate rispettivamente a novantanove e trentatrè esemplari.
Gli Amystery non saranno innovativi, non diranno nulla che non avete già sentito ma quando un lavoro è fatto come si deve se ne riconosce la buona riuscita, per gli amanti del black metal ortodosso e adoranti della versione dei primi anni Novanta è un ascolto consigliato e da prendere semplicemente per ciò che è: Black Metal.

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INNER TERROR - Behold The Inner Terror


Informazioni
Gruppo: Inner Terror
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Autore: Mourning

Tracklist
1. Eternal Darkness
2. Behold The Inner Terror
3. Unresting Place
4. Techno Slave
5. Your Life
6. Self Human Genocide
7. The Perfect Killing Machine
8. Battleground
9. The Mark
10. Harder They Fall
11. Immortality
12. Winds Of Death

DURATA: 44:09

Non lasciatevi ingannare dal monicker, gli Inner Terror non sono una band di giovincelli o una realtà totalmente sconosciuta, infatti dietro a un nome nuovo di zecca si celano i membri della formazione ottantiana degli Axemaster.
Non comprendo il motivo della poca fortuna riscossa da questi musicisti in quel periodo visto che ritengo "Blessing In The Skies" un disco davvero niente male, fatto sta che ritornano sulla scena con una veste diversa ma con la stessa carica che li caratterizza da sempre.
"Behold The Inner Terror" è puro metallo di estrazione eighties, un heavy/thrash che fa della teatralità del sound e di un calore scuro e intrigante le proprie peculiarità di punta, le dodici tracce che ne compongono il corpo peccano forse di un'omogeneità troppo radicata specialmente nella basi dove la dinamica è ridotta, al tempo stesso però la solidità, il riffing spesso ispirato di Joe Sims e la vocalità di Dan Kaisk, che per certi versi richiama il miglior Phil Rind (Sacred Reich), sono tutti segni positivi ed evidenziano quanto gli Inner Terror abbiano tanto da offrire, questo primo album comeback dopo un letargo prolungato è di buon presagio per il futuro.
Nel complesso non vi consiglierei un brano piuttosto che un altro perché il disco è un monoblocco piacevole, qualche calo sì ma non così palese da allentare la tensione d'ascolto, se dovessi però sbilanciarmi "Unresting Place", "Battleground" e "Immortality" son quelle che mi hanno lasciato un ricordo migliore alla fine dell'on air.
La produzione è cruda, scarna, niente sovrastrutture, un sound sporco che perfettamente incarna la natura genuina che gli Inner Terror desideravano mantenere viva.
Chi avesse già avuto il piacere di fare la conoscenza dei ragazzi sotto il nome Axemaster saprà in un certo senso cosa aspettarsi visto che è quella la base da cui ripartono, chi invece non abbia ancora avuto tale piacere dia una possibilità a "Behold The Inner Terror", un classico esempio di metal fatto nel vero stile degli Ottanta.

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WITCHSORROW - Witchsorrow


Informazioni
Gruppo: Witchsorrow
Anno: 2010
Etichetta: Rise Above Records
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Agony
2. The Trial Of Elizabeth Clarke
3. Gomorrah
4. Thou Art Cursed
5. Impaler, Tepes

DURATA: 45:50

Witchsorrow, basterebbe una parola per definire la musica di questa band doom inglese: ortodossa.
Ci troviamo di fronte a un act che non ha nessuna intenzione di sperimentare né di aggiungere fattori esterni a uno stile che non fa altro che ricalcare alla grande le orme impresse storicamente dai Black Sabbath, su cui poi via via si son cimentati Cathedral, Saint Vitus, Reverend Bizzarre, Electric Wizard che ne hanno assorbito e ancor di più distinto il sound dando vita e sostentamento al lato più classicamente oscuro del genere.
E' una creatura primordiale, lenta, decadente, catacombale ma non funeral per come s'intende la derivazione legata a una sorta di death/doom estremizzato, qui l'aura è settantiana, naturale, sembra pervenire direttamente dal terreno esortata alla presenza tramite un sabba.
L'opener "The Agony" non potrebbe avere titolo più indicato, il suo trascinarsi macerante dal fascino nero opaco e impenetrabile unito alla voce lamentosamente malata di Ruskell è pura arte nera, non da meno la successiva e inquietante "The Trial Of Elizabeth Clarke" dove la musica con un riffato ipnotico crea una sorta di monotonia andante pregna di passionalità color cenere e toccherà attendere oltre la metà del pezzo per avere questo tombale percorso spezzato da un cambio di tempo accattivante che accelererà l'animo per poi riporlo all'interno del suo loculo malsano.
Se è vero che "Gomorrah" è la traccia di minor durata con i suoi soli sei minuti, è altrettanto vero che qui i ritmi prendono vita alzandosi lievemente e mostrando un'altra sfaccettatura della band, più decisa e minacciosa, l'assolo fuzzy inseritovi all'interno è perfettamente calzante e ci sveglia prima di ricadere nella classicità quadratamente ortodossa di una "Thou Art Cursed" che pone come unico accento di diversità una lieve inclinazione psichedelica che ne arricchisce l'incedere.
Tocca quindi a "Impaler, Tepes" decidere di quale morte colpire l'ascoltatore e qui una piccola sorpresa attende perché la canzone ha tre movimenti abbastanza diversi che la caratterizzano.
La prima parte è decisamente stoner/doom, la pancia tende a richiami ancestrali mentre il finale torna ad affondare il corpo in un abisso in cui sprofondare è inevitabile.
I testi sono incentrati come è intuibile anche dai titoli su storia medioevale e processi al reato di stregoneria, poggiati su musica arcana e che viaggia indietro nel tempo scandendo i rintocchi come se gli attimi fossero eterni.
Gli amanti del doom non si lascino scappare l'uscita dei Witchsorrow, questo disco è una piccola perla.

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ISCAROTH - Era Ov The Cadaver


Informazioni
Gruppo: Iscaroth
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Autore: Mourning

Tracklist
1. 1340 A.D
2. Bringers Ov Disease
3. Sadistic Addiction
4. As Thou Come Forth
5. Era Ov The Cadaver

DURATA: 17:44

Diciassette minuti, questa è la durata dell'ep degli Iscaroth, alcuni penseranno siano pochi, altri se li potranno far bastare per ora perché "Era Ov The Cadaver" è un bel massacro.
Le quattro mazzate che danno vita a quest'ep, precedute dall'intro "1340 A.D.", ci regalano una formazione che sa quello che deve fare, riffoni massicci e cambi di tempo incastrati alla perfezione scandiscono i secondi accompagnati da brevi porzioni melodiche e approcci che alternano groove e spietate tirate.
Le tracce per quanto siano spesso riconducibili ad act conosciuti non ne soffrono il peso destando interesse per una freschezza che è raramente riscontrabile in band al primo banco di prova reale.
Buona tecnica coadiuvata da un impatto prestante che tiene viva l'attenzione dell'ascoltatore per tutto il trascorrere del mini lavoro puntando in alto con l'accoppiata centrale "Saddistic Addiction"/"As Thou Come Forth" sugli scudi per il modo in cui esaltano le qualità prima indicate, se lo stile per alcuni versi rimembra la scena oltreoceanica non tralasciano comunque di ricordare la madre patria Svezia con fraseggi e ritmiche care al metal nazionale.
Sul lavoro dei singoli c'è poco da dire in quanto i ragazzi si esprimono nel migliore dei modi soprattutto le chitarre di Erik Söderlund/Vilhelm Bladin si presentano come asce pronte a demolire qualsiasi muro.
La voce è affidata allo stesso Vilhelm, possiede un buon growling non molto profondo ma alquanto cattivo, l'unica pecca sembra risiedere nel compartimento motore formato da Erik Norbeck al basso e Jonatan Hjalmarsson.
La colpa comunque non è della prestazione strumentale dei due dato che il drumming è alquanto fluido e ben elaborato magari non proprio vario ma diretto, l'inghippo sta in una produzione che diminuisce notevolmente l'incisività in fase d'accompagnamento/spinta puntando a evidenziare il guitarworking ma relegando il lavoro di Erik alle volte in un cantuccio aspettando di sentirlo rivivere per poi, ahimè, quando si accelera rischiare nuovamente di perderne traccia o quasi.
Gli Iscaroth possiedono le capacità per dar vita a qualcosa di realmente importante, un po' come successo agli Aeon se qualcuno avesse l'occhio un po' più lungo magari avremmo già sentito parlare di loro.
Consiglio agli amanti del death metal di ascoltare "Era Ov The Cadaver" a manetta più volte.
Anche il non old-school sa offrire emozioni, loro sono una delle tante realtà che lo testimoniano con i fatti.

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MENDOZZA - Cabra Noche


Informazioni
Gruppo: Mendozza
Anno: 2010
Etichetta: Reverse Records
Autore: Mourning

Tracklist
1. Sludgehammer
2. Testament Of Hate
3. Witch Hunt
4. The Offering
5. Wolf Of The Plains
6. Injustice For All
7. Dragonaut (Sleep Cover)
8. Fairies Wear Boots (Black Sabbath Cover)

DURATA: 41:13

I Mendozza, non so in quanti fruitori del sound doom/stoner ancora non conoscano questo trio canadese, se ve li siete persi è arrivato l'ennesimo momento utile per approcciarsi alla loro musica.
E' da poco uscito il loro nuovo album "Cabra Noche" e cosa si ritrova uno nelle orecchie? L'ennessima mazzata dai toni scuri che attinge da un background sabbathiano irrobustito con influenze Melvins e la tenacia dei migliori High On Fire, si può non esserne soddisfatti?
Il platter inizia subito a far male con l'opener "Sludgehammer" fangosa e pesante sino a quando un vero e proprio vortice seventies non si scatena sul finire risucchiandovi, effetto contrario a quello della successiva "Testamente Of Hate", incalzante, battente sin dai primi istanti per poi affievolirsi graniticamente mutando in una forma doomicamente accentuata al limite d'attinenza con il drone.
I restanti quattro brani sono quanto di più godereccio un platter del genere potesse regalarci, un attacco di heavy sound con tonalità scure e mid tempo efficaci fantasticamente interpretati in "Witch Hunt" e dal tratto orientaleggiante a scandire il tema dominante di "Injustice For All".
Il disco vede in chiusura due illustri cover, "Dragonaut" degli Sleep di "Sleep's Holy Mountain" e "Fairies Wear Boots" dei padri fondatori Black Sabbath di "Paranoid", entrambe riproposte col gusto di chi ama e conosce profondamente lo stile delle band in questione, c'è del loro ma non snaturano le fattezze primordi dei pezzi facendoli vibrare e regalando emozioni pari alle originali.
Prodotto e missato da Billy Anderson con cui avevano già collaborato ai tempi del precedente "White Rhino" negli Sharkbite Studios di Oakland, questo "Cabra Noche" è l'ennesimo buon lavoro che viene donato ai fan del filone musicale.
Non ci sono pecche evidenti o lamentele da poter riversare su di una band che mostra d'essere in forma smagliante, non vi resta quindi che da mettere mano al portafogli e comprare.
Acquisto consigliato senza tentennamenti: i Mendozza meritano d'entrare a far parte della vostra collezione.

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WHEN THE DEADBOLT BREAKS - The Last Day Of Sun


Informazioni
Gruppo: When The Deadbolt Breaks
Anno: 2010
Etichetta: Fuzztown Records
Autore: Mourning

Tracklist
Disc 1
1. A Million Miles Of Trouble Ahead
2. Just Before Twilight
3. Hope, Love, Solitude, Murder
4. Story Of A Dead River
5. As Flies For Flesh
6. Sever The Wound Culture
Disc 2
1. In Their Blood
2. Amidst The Heartache And Bloodshed
3. Sprawled In Seamless Time
4. Of Fallen Grace
5. Spinal Carve

DURATA: 01:46:06

I ragazzi del Connecticut, dopo quattro anni d'assenza e un solo split post primo album pubblicato tre anni fa (poca cosa a dire il vero), si ridestano per elaborare non un semplice album ma un doppio lavoro.
Già perchè la nuova creatura dei When The Deadbolt Breaks dal titolo "Last Day Of Sun" è un colosso di oltre un'ora e tre quarti di durata e, signori miei, cala dritto che è un piacere.
Lo sludge/doom, arma essenziale di base del combo, oltre a essere monolitico come e quando serve, ha nelle aperture psichedeliche ad ampio respiro, negli arrangiamenti minuziosi e negli orpelli vari che si vengono a presentare (a esempio la voce femminile in "Just Before Twilight") la marcia in più che serve a far sì che un'opera voluminosa sia come tempo sia come quantità sonora possa risultare fruibile a chi l'ascolta.
Le undici tracce si muovono su territori ben conosciuti che spaziano dal classico doom nero/avvolgente, alle profonde sferragliate sludge, passando per attimi veri e propri d'intromissione sonora psych che permettono alle lunghe canzoni di respirare e trovarsi quindi pronte per sferrare il colpo successivo.
Alle volte tinte epiche, altre volte una vena progressiva fortemente cupa si fanno strada fra chitarre robuste che creano un riffing ispirato e che offre continue varianti ricche spesso di dissonanze, il drumming stesso vanta una instaticità personale che lo pone come uno dei pezzi forti del disco.
La voce è un camion, tira da far paura, urla grevemente a squarciagola arrivando a dei picchi d'intensità da pelle d'oca accompagnata il più delle volte da una seconda che ne riprende le liriche o vi si alterna seguendo il mood del pezzo che viene interpretato, creando così un effetto adatto alla vocazione del brano.
Cimentarsi in un track by track per "The Last Day Of Sun" è assolutamente inutile perché una sana disquisizione su tale platter richiederebbe una bolla papale data la quantità di roba che si potrebbe tirar fuori e soprattutto per un motivo più che valido: le canzoni sono tutte, nessuna esclusa, degne d'esser apprezzate più e più volte.
La produzione ha fornito uno spessore, una sonorità piena tanto da poter definire "The Last Day Of Sun" un macigno, ogni amante dello sludge/doom si dia la possibilità d'ascoltare questo nuovo lavoro dei When The Deadbolt Breaks e verrà a contatto con un'ulteriore sfaccettatura di un genere che continua per nostra fortuna a regalarci delle gran belle sorprese.

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MIDNIGHT SCREAM (english version)



Informations
Author: Mourning

Line Up
Jaro Sajgalik - Vocals
Palo Duris - Guitar
Marek Jamber - Bass
Laco Gilanik - Keyboard
Renato Sanda - Drums

Hi guys, welcome on Aristocrazia Webzine. May we have a short presentation of your band?

Paul: So just shortly. I can only tell that Midnight Scream is playing melodic straightforward metal with big influence of heavy and thrash metal. All of this is supported by keyboards and melodic mid vocals.


Which is the main cause that pushed you in giving birth to this project?

Paul: Indeed, the first impulse of making music was created by far than this band. Certainly the main cause was to make music that we love. Every one of us reacted before in another bands and on this remains early in 2000 arisen project MS. The band was created by former members of bands Dark Mordor and Definition. Gradually, with various personall changes has MS, since 2007, current and stable formation.


I had the pleasure of listening to your latest album "War Never Changes", I found it very good, modern and attractive, there want to talk?

Paul: Thank you for your appreciation. We were trying to record another valuable product in discography of MS. I think that we managed to move on also compositionaly and with the sound of the record. Althought i need to tell that this is still classical album of MS with all characterics.
 


What are the songs that you prefer and why?

Paul: It is hard to say for an autor to choose which song I prefer or which not. This task we leave to our listeners so they can choose their favourite songs. But anyway I can mention songs: "Fuga Mortis", "Unspeakable", "Voice Of Deception"... Some of them are great on concerts some are good for listening at home. Above mentioned songs are mostly good for concerts, because they are energic and fast.
 


Who is the writer of the lyrics and who the composer of the music?

Jaro: So mostly I am the writer of the lyrics. But on album shadowplay you can find Pauls text in song "Timerunner". Also every text by the year 2007 was created by former bands. I think the main composers are Paul, Laco and Reno. But we don´t make some differences beacuse we are trying to work together.
 


Can you tell us something about the lyrics of your songs?

Jaro: I can tell you that I am mainly influenced by life experiences and philosophy because I am also studying it. Simply I am trying to analyze human moves or my state of minds and all this stuff I put into the text. Texts are usually about life and death, relations, global problems... and so on. On the latest album I polemize about the principle of universe which I think is some kind of eternal war between various aspects of the universe.


What can you tell us about metal in Slovakia? Can you suggest us some bands coming from your country?

Paul: The scene is quite rich, I don´t mean quantity, but style representation. Basically from any metal style are here bands good or less good. The big problem is to muddle through almost for an excellent metal band. We have also a small metal trade, there are is commercial business and huge overpressure of foreign bands. Slovak bands playing their own material are very limited, and they have weak support of fans. However, there are many excellent bands such as: Signum Regis, Castaway, Majster Kat, Depresy, Pyopoesy and many more.


What kind of relation do you have with your supporters? What do you think of virtual communities and social networks?

Paul: This type of presentation and comunication i like and I think it´s positive, of course I like old – school printed form of musical magazines and also classic musical mediums such LP and CD. Mp3 format is for me only som kind of information or presentation.

 
Jaro: I think for fans and for comments we are always ready, usually on our guestbook. Also social networks are big advantage. We acquired many relations from foreign and home bands or fans. We have our weppage, myspace, facebook and many slovak pages. But we still don´t have any managment so sometimes we are under pressure.



Can you tell us the best things that happened you on-stage? Do you have a live performance you would like to repeat?

Paul: Yes, maybe Paul´s performance on the stage when he was drunk and he could not find switch to his amplifier, or me when I was singing bad lyrics or singing in different places of the song, that was quite confusing for my band  I don´t know if it was a best thing but it was very funny instead. I think the best thing for the band is to see many people standing before them and enjoing your music, singing your lyrics. This was the best think what happend to us,so we would like to repeat this type of performance, I guess.


What do you think about the today metal scene?

Paul: I am engaging in metal for a long time, I can say, that I am watching the scene since the halves of 80´s. Beside new bands I likely return to old metal and hardrock classics. And towards to nowadays it is hard to express . Metal bands are more than ever. It is huge quantum that is impossible to watch. Also the style shift it´s big, the mixture of various styles and influences, even kombinations of music, which were before considered as dissociable are now serious genre in some bands and they have many fans, not only metal fans. Surely we must realize that, in some metal genres have their limits demarcated and it´s impossible to move forward or there is no evolution, possibly with musician skill or producers will to create some interesting sound. Simply, some metal genres are depleted. Hardly to inovate. Maybe is all turning like a roulette and one approved style form the past for certain time changes another, which was before on the top. This is also a question of new generation and alternating of generations. I think that metal music is very colorful and huge branch and there will be many of metal supporters. So the metal can live forever.


Would we ever see you live in Italy?

Paul: Nothing is impossible. Many things depends on conditions of how we will travel and how many concerts we will play. Of course there are many things behind that which must be perfectly arranged and consequently realized.


Thanks for the time you spent with us, the last message for our readers is up to you.

Paul: Devote your attention to bands you are interested in, appreciate their work with buying their original medium. Thanky you for interview. Greetings from Slovakia to the readers, fans and everybody.

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lunedì 31 maggio 2010

AS WE DIE - The Right Of Choices

Informazioni
Gruppo: As We Die
Anno: 2010
Etichetta: SG Records
Autore: Advent

Tracklist
1. It's Time To Free Your Soul
2. My Fire Will Burn Again
3. Angel
4. My New Star
5. Nightmare
6. The End Is Coming

DURATA: 19:06

Tante piccole cose spuntano fuori ultimamente, il metalcore ha favorito la nascita di band tutte simili tra loro. La furia -core frequentemente sposa gli standard plasticosi imposti da case di registrazione economiche che permettono di lavorare con velocità ed una discreta resa. L'unica cosa che però è lecito pretendere da questo ammasso informe è di possedere almeno qualche monicker originale.
As We Die è un nome sempliciotto. Sembra una rielaborazione dell'"As I Lay Dying" inventato dai californiani, eppure come musica si discostano dal metal/hardcore.
Pare di ascoltare una equilibrata miscela dei Thousand Foot Krutch di "The Art Of Breaking" e degli August Burns Red. Melodici sì, con quella vena deathcore anonima che ricorda tantissime band come anche nessuna. I Begamaschi toppano nella fase intermedia delle canzoni all'interno della quale risultano dei piatti esecutori di solite strofe metal/deathcore, mentre i ritocchi clean o più elaborati arpeggi finali sono sentiti come sinceri e non come mere imitazioni. Ed è qui che dovrebbero insistere, abbattere le banalità iniziali di "Angel" per dedicarsi a ciò che viene molto meglio: il metalcore melodico, senza alcuna finta parte incazzosa, perchè con loro non rende la formula vocale "conati di vomito per sembrare cattivi".
Meglio provare le belle toccate alla Trust Company come nella fine di "My New Star", perchè cadere nell'ennesimo breakdown nell'estate 2010 è quantomai palloso.
Il platter risulta validamente articolato ma bisognoso di ritocchi anche profondi. La proposta melodica è la parte più interessante di tutto l'album, appare come un esordio suonato bene dove spiccano una buona voce con piacevoli intrecci strumentali.
L'ultima traccia, "The End Is coming", mostra un gruppo affiatato ma poco maturo, volenteroso e compatto, questo act potrebbe dare forma a qualcosa che per tutta la sua durata non sembri "né già visto, né già sentito".

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ANTROPOPHOBIA - Lucifer's Scream


Informazioni
Gruppo: Antropophobia
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Autore: M1

Tracklist
1. Intro
2. Lucifer's Scream
3. Light Kills
4. Suicide Of Genius
5. Antropophobia (Thoughts Of An Angel)

DURATA: 25.49

Compito del recensore talvolta può essere quello di fare il talent scout, senza ovviamente la pretesa di lanciare i prossimi Metallica, bensì di dare spazio a realtà underground o neonate che meritano di mettersi in luce e che al momento sono ancora sprovviste di contratto. E' questo il caso degli Antropophobia, progetto russo del solo Dmitry.

"Lucifer's Scream" è la prima testimonianza di quanto fatto dal ragazzo, quattro brani più un'intro di un black metal a tinte vagamente doom e richiami depressive piuttosto intimo e struggente (scordatevi quindi gli eccessi fangosi di Nortt) in cui le tastiere giocano un ruolo fondamentale. La title-track è giocata su chitarre con effetto a zanzara che, insieme a screaming vocals discrete nel sottolineare i momenti più sofferenti, si contrappongono alle malinconiche keys, mentre l'andatura è cadenzata ma continuamente viva e pulsante. Nella seguente "Light Kills" le tastiere si fanno più fredde e fanno tornare alla mente il lavoro di ColdWorld nel gioiellino "Melancholie2", lo screaming invece, quasi filtrato, sembra provenire da una dimensione lontana e immateriale. Con "Suicide Of Genius" emerge poi tutta l'influenza dei Fear Of Eternity in questo progetto (il gruppo di Andrea Tilenni risulta fra i top amici di myspace: un caso?) senza però i limiti di staticità ritmica del progetto italico, le tastiere qui sono padrone e ossessive nel disegnare scenari di decadenza e disperazione senza via d'uscita. Giunge infine "Antropophobia (Thoughts Of An Angel)", il brano più tirato e incalzante di tutti in cui sono le chitarre a emergere e dove si palesano anche influenze di stampo dark / gothic.

Complessivamente "Lucifer's Scream" è un lavoro interessante, genuino e sincero, specie pensando che è l'opera di una singola mente perciò merita sicuramente una chance contrattuale.

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KLABAUTAMANN - Merkur


Informazioni
Gruppo: Klabautamann
Anno: 2009
Etichetta: Zeitgeister
Autore: Mourning

Tracklist
1. Unter Bäumen
2. When I Long For Life
3. Stygian
4. Herbsthauch
5. Morn Of Solace
6. Der Wald Ist Ein Meer
7. Merkur
8. Lurker In The Moonlight
9. Noatun

DURATA: 48:57

Il black metal è bello perché vario? Ascoltando i tedeschi Klabautamann probabilmente il pensiero potrebbe sobbalzarvi alla mente. La formazione teutonica, giunta al suo terzo lavoro "Merkur" a seguito del già promettente "Der Ort", aggiusta ancora il tiro fornendo una prestazione particolare, intrigante e alternativa ai classici cliché legati alla violenza sonora o al gelido tiro che la frotta di nuovi old schooler ci propina e non sempre con risultati incoraggianti all'acquisto.
Il platter appena uscito gode infatti di un impatto ancor più cerebrale e intenso rispetto al precedente, il duo è riuscito nel trovare le giuste combinazioni fra le parti più "cattive" e le atmosfere progressive che s'inanellano una dopo l'altra, aiutate dall'uso dell'acustica non ampio ma oculatamente dosato e da scelte in chiave di riffato particolarmente andanti.
Uno dei primi nomi come riferimento potrebbe essere quello degli Enslaved data la svolta intrapresa dalla band di Grutle Kjellson da "Below The Lights" fino ad arrivare all'ultima evoluzione "Vertebrae".
"Merkur" viene attraversato da una corrente seventies che lo rende retrò ma che allo stesso tempo punta con variazioni precise e peculiarità tendenti al jazzy, che evidenti si presentano in brani come "When I Long For Life", "Herbsthauch" e la titletrack, a un avanguardismo raffinato ma incisivo.
Lo stile vintage affiora prepotente in un altro episodio come "Stygian" dove una delle pause più soffici dedite ad arpeggi delicati fa capolino dopo averne superato seppur di poco la metà durata.
Due delle tracce citate in antecedenza sono quelle che hanno anche gli spunti più possenti e black nel senso stretto del termine, sia "When I Long For Life" che "Herbsthauch" vantano all'interno dei loro scheletri anche armi pungenti e spigolose.
La chiusura dell'album è affidata a "Noatun", il titolo deriva dalla mitologia norrena e identifica la dimora in riva al mare della divinità Njörðr. La canzone ci dona l'attimo più intimo e rilassante, una conclusione in cui l'animo acustico accompagnato dall'uso di mellotron, piano e flauto elimina la vivacità passata per consegnarci con le ultime note un pieno relax.
Non è sicuramente tutto rose e fiori "Merkur", ci sono una o due canzoni che tendono troppo a speculare nella ricerca del progressivo finendo per limitarsi come valore, qualche richiamo di stile opethiano che rimanda a dejà vù sì piacevoli ma che potevano essere bypassati come in "Der Wald Ist Ein Meer", nulla che incida comunque su un valore complessivo di un'opera ben più che discreta.
Se siete stanchi di ascoltare i milioni di cloni incazzati che girano nella scena e cercate una sorta di evasione pur rimanendo in territori legati al black, i Klabautamann e "Merkur" fanno decisamente per voi.
Chi ha orecchie per intendere, intenda!

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