sabato 7 gennaio 2012

MENTAL DEFECT - Longplayer


Informazioni
Gruppo: Mental Defect
Titolo: Longplayer
Anno: 2011
Provenienza: Germania
Etichetta: Equinoxe Records
Contatti: myspace.com/mentaldefectmetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Chronically Ill
2. Wasted Love
3. May The Force Be With You
4. Age Of Ashes
5. Behind My Pride
6. Feel It
7. Won't Grow Up
8. Sad Curiosity
9. Imhotep
10. Behind My Pride (La Magra remix)
11. Feel It (Zooash remix)

DURATA: 38:38

Metal melodico e female fronted, non capisco perché si usi il termine death legato a produzioni come quella dei Mental Defect "Longplayer".
Non credo che qualche passaggio in growl, l'uso dei synth e ritmiche blande lontane anni luce da qualsiasi produzione del genere possano accostarsi a tale filone, l'album è una release prettamente dall'appeal commerciale, la voce clean della cantante Clodi è interprete di ritornelli catchy, molto semplici da ricordare ma in più di un'occasione tutt'altro che memorabili e le varianti "electro" che dovrebbero apportare quel quid sono sì enfatizzate ma poco coinvolgenti.
Il platter suona come un incrocio fra heavy/melodic e quel death svedese edulcorato all'inverosimile divenendo una combinazione estremamente melensa, pensate ai Sonic Syndicate per farvi un'idea.
Mi è quindi realmente complicato calarmi all'interno di una sequenza di brani che non riescono a colpire in quasi nessuna delle occasioni offerte.
Se "Longplayer" fosse stato sviluppato seguendo con più costanza le linee tracciate dalle fasi rock e groove avrebbe avuto decisamente più chance e le strutture spesso lineari delle canzoni ne limitano ancor più la resa. Di certo non posso esaltarmi dinanzi a una "Behind My Pride" che seppur in parte fa il verso allo stile scandinavo, per una "Feel It" dall'intro "tamarroide"; forse, e dico forse, potrei salvare la ballad "Won't Grown Up" ma comunque non si parla di un pezzo trascendentale.
Sono presenti infine due bonus track, due remix francamente poco utili al fine del giudizio di "Longplayer", "Behind My Pride" sembra un pezzo uscito dalle colonne sonore dei Vanzina di "Vacanze Di Natale" degli anni Ottanta, primi anni Novanta, è il momento più bello del disco.
Ritengo il lavoro dei Mental Defect approssimativo, ancora acerbo, a sfavore gioca anche una produzione non perfetta, che in alcuni casi risulta estremamente cruda non fornendo spessore al sound.
Probabilmente in una collezione in stile "metal for the masses" potrebbe anche rientrarvi un'uscita simile, è quindi consigliabile solo a coloro che non hanno troppe pretese e vogliono qualcosa di leggero d'ascoltare in sottofondo.

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SUSHI RAIN - Breathless

Informazioni
Gruppo: Sushi Rain
Titolo: Breathless
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Madamadoré
Contatti: myspace.com/funkvalentine
Autore: Mourning

Tracklist
1. Shake Your Body To The Disco Hell
2. Something Illegal Inside My Life
3. Don't Waste More Tears
4. American Show
5. Happy For Another Night
6. Big Mistake
7. Midnight Queen
8. I Wanna Fall In Love
9. Fly
10. Chianti Wine

DURATA: 47:01

La musica è anche divertimento, alle volte si tende a dimenticare quanto possa essere festaiolo e coinvolgente il metal senza doversi per forza prendere troppo sul serio.
I toscani Sushi Rain combinano funk, metal, aor e voce rappata all'interno di un album di debutto, "Breathless", che lascia davvero senza respiro trovando nei suoi trequarti d'ora più volte il modo di far scatenare e rilassare l'ascoltatore.
Di carne al fuoco ce n'è davvero tanta, il sound è devoto alla musicalità oltreoceanica di gente come Extreme, Mr.Big, Toto e se non fosse per la vena metallica, l'esempio dei Red Hot Chili Peppers primordi, quelli del periodo con Jillel Slovak, quindi più casinisti e da party potrebbe farvi entrare nell'atmosfera creata dal loro cd.
È comunque abbastanza semplice entrare in contatto con la musica, il disco è chiaramente un piatto ricco che offre la possibilità di cibarci di brani hard-rock oriented nei quali è pregevole il lavoro del chitarrista ("Happy For Another Night"), calarsi in ambientazioni più intime e dolci ("Don't Waste More Tears" e "Big Mistake"), dimenarsi come pazzi facendosi trasportare da ritmi frenetici e goliardici ("Shake Your Body To The Disco Hell"), piazzando un paio di pezzi che potrebbero richiamare gli appetiti radiofonici ("American Show", "I Wanna Fall In Love" e "Fly") e la regina del platter, "Something Illegal Inside My Life", colorita, esagitata e incontrastata trascinatrice del lotto.
Zero noia, nessun attimo di "stop" evidente, le canzoni sono adornate con innesti di sax, tastiere e percussioni che vanno a supportare le ottime prestazioni del drummer Azusu e della sei corde di MADame MADness, è la produzione il punto sul quale si potrebbe discutere.
La tipologia di suoni e le scelte adottate necessitano di una pulizia e di una cura che in "Breathless" non sono presenti, certo questo lo rende particolarmente genuino, mettendo però il basso in più di una circostanza in rilievo in maniera invasiva si è corso il rischio di far qualche lieve ma percettibile "danno".
I Sushi Rain sono interessanti, se la giocano, si dilettano non ponendosi problemi ma impattando con la musica come si farebbe con un amico di vecchia data col quale poter condividere momenti spensierati e ciò fuoriesce emotivamente in ogni singola traccia.
Vedremo in futuro come matureranno, per ora è un piacere far girare nello stereo "Sushi Rain", si pone di lato il grigiore e si fa entrare in casa un po' di spensieratezza.

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lunedì 2 gennaio 2012

JESS AND THE ANCIENT ONES - 13th Breath Of The Zodiac

Informazioni
Gruppo: Jess And The Ancient Ones
Titolo: 13th Breath Of The Zodiac
Anno: 2011
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Svart Records
Contatti: myspace.com/jessandtheancientones
Autore: Mourning

Tracklist
1. 13th Breath Of The Zodiac
2. White Witch Of Rose Hall

DURATA: 8:40

I Jess And The Ancient Ones sono una band di Occult Rock, devo ringraziare Thomas Corpse (Deathchain, Forgotten Horror, Winterwolfe, ex Demilich), chitarrista della formazione, per avermi inviato il sette pollici limitato a 500 copie che anticipa l'uscita del debutto ufficiale che a quanto sembra sarà ancora legato alla finnica Svart Records.
La proposta può essere similarmente collegata a quella di act come Devil's Blood, Jex Thoth e Blood Ceremony, è una female fronted band che vede Jess, supportata da una schiera di validi musicisti, proporre a mo' di antipasto due brani, la titletrack e una cover, "White Witch Of Rose Hall" estratta dal debutto "Witchcraft (Destroys Minds And Reaps Souls)" (1969) degli immortali Coven della "strega" Jinx Dawson, capostipiti di un certo tipo d' approccio musicale affascinante ed esoterico che faceva convivere la natura femminile con il rock spiritualmente "impegnato" in una direzione ben precisa.
"13th Breath Of The Zodiac" possiede un buon flavour seventies, discreti intrecci di chitarra e l'aura scura che ben si addice al genere, la voce di Jess non è affascinante quanto quella di altre sue colleghe, più robusta, l'approccio sonoro è comunque riconducibile ai nomi citati anche se decisamente meno doom oriented rispetto alle band oltreoceaniche ma capace di affondare nella psichedelia, per questo vi consiglio di visitare il canale YouTube della band nel quale potrete guardare e ascoltare le esibizioni di altri due pezzi più evocativi: "Sulfur Giants" e "Into Starlit" più evocativi, come singolo apripista hanno infatti puntato sul brano più diretto sinora in loro possesso.
Nulla da dire per quanto concerne la cover dei Coven, ben interpretata ma che al pari di "13th Breath Of The Zodiac" evidenzia il fatto che i Jess And The Ancient Ones siano ancora alla ricerca di un'identità propria, è questa probabilmente la lacuna che rende ancor più interessante l'attesa di un album che potrebbe togliere più di un dubbio in tal proposito, aspettandone l'uscita iniziate a prender confidenza con loro tramite questo lavoro: sono in stato di "work in progress".

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SORGELDOM - Vithatten


Informazioni
Gruppo: Sorgeldom
Titolo: Vithatten
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: Frostscald
Contatti: myspace.com/sorgeldom
Autore: Mourning

Tracklist
1. Intro
2. Vithatten
3. De Gångnas Skalder
4. Inom Bergets Salar
5. Av Sten
6. Mylingsdimma
7. Vilsna Tankars Spökerier
8. I Fönstret Blickar Kvinnan
9. Skuggor Av Bläck

DURATA: 39:44

I Sorgeldom nascono come solo project di Jodöden (cantante/chitarrista) a cui si uniscono successivamente J. Marklund (batteria, voce, tastiere), Dr. Sundén e Fimpen (bassista in sede live).
La formazione è di quelle prolifiche e dopo due album pubblicati nel biennio 2009 - 2010, "Innerlig Förmörkelse" e "Inner Receivings", nel 2011 ne rilascia altrettanti nel mese di maggio: "Vithatten" e "...From Outer Intelligences".
Entrambi i dischi verranno esaminati, iniziando da "Vithatten".
Il sound di questa prima opera è decisamente retrò, influenzato dalla scena norvegese primorde, sia da quella più marcia e nera di gente come i Darkthrone, sia dal lato folkloristico di artisti come gli Ulver, alternando suoni fangosi e fuzzy ad ampie aperture naturalistiche nelle quali le chitarre acustiche si ritagliano spazio, vedasi l'incipit di "De Gångnas Skalder".
Il platter è spigoloso ma mai costantemente aggressivo, tiene in considerazione in primis l'aura silvestre, la stessa band ha dichiarato d'aver registrato "Vithatten" durante un periodo nel quale tali atmosfere li influenzarono particolarmente.
Se un brano come "Inom Bergets Salar" può rimembrare certe sensazioni di stampo Taake, con l'accoppiata che vede succedersi per ordine di tempo "Vilsna Tankars Spökerier" e "I Fönstret Blickar Kvinnan" invocano lo spirito dei "Lupi" delle creature "Bergtatt" e "Nattens Madrigal" e se per completare il mix aggiungete un pizzico di Ved Buens End a dare un'aroma ancor più etereo ad alcuni fraseggi aumentandone il valore evocativo, vedrete che bella storia narra questo lavoro.
In generale abbiamo a che fare con una prestazione solida a cui la produzione grezza e una prova strumentale dal gusto nineties non fanno altro che far acquisire punti, forse i Sorgeldom avrebbero potuto osare un po' di più spingendo sull'acceleratore dando così uno sfogo più "estremo" alla parte elettrica, "Vithatten" si rivela comunque abbastanza equilibrato e gli influssi progressivi che di tanto in tanto emergono a supporto lo rendono ancor più interessante, in tal senso è determinante la prova dietro al microfono varia quanto basta a garantire uno sviluppo capace di affascinare l'ascoltatore.
V'invito a non fermarvi alla sola musica, sfogliate e apprezzate anche l'opera messa a disposizione da Saint John, già al lavoro con Arckanum e Horna, che abbraccia senza mezzi termini il viaggio all'interno delle foreste oscure intrapreso dalla band.
Il percorso artistico degli svedesi è in piena evoluzione, cosa ascolteremo quindi in "...From Outer Intelligences"? Seguite Aristocrazia e lo saprete, per ora godetevi questo disco, non avrete molto da attendere per ricevere una risposta a quella domanda.

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SKOGEN - Svitjod


Informazioni
Gruppo: Skogen
Titolo: Svitjod
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: Frostscald
Contatti: myspace.com/skogensweden
Autore: Mourning

Tracklist
1. Dighra Dödh
2. Häxsabbat (Crimen Laesae Divinae Maiestatis)
3. Midnattens Glimrande Stillhet
4. Begraven
5. Vinterriket
6. Storm
7. Natthymn
8. Blodörnshämnd
9. Dauðaferð
10. Svitjod

DURATA: 01:02:32

Il duo black svedese degli Skogen è adesso diventato un trio, oltre ai membri originari Mathias Nilsson e Joakim Svensson (entrambi attivi anche negli Entrails) si è unito un ex compagno degli splitatti Devilry, buonissima band di cui recensii il primo demo "Heading For Salvation", il batterista L. Larsson, il che vuol dire niente più drum machine ma avere a disposizione un drumming "reale".
Non che il debutto "Vittra" abbia subito danni dall'utilizzo della drum machine, è però evidente il passo in avanti in termini di suoni e resa avvenuto grazie all'inserimento del nuovo elemento nel secondo capitolo rilasciato sempre sotto Frostscald e intitolato "Svitjod".
I Bathory andrebbero fieri di questi ragazzi, non possiedono la solennità vichinga del gruppo di Quorton, hanno però una visione splendida sia per atmosfere che incisività delle melodie in grado di scomodare un riferimento così imponente.
Il combo svedese non si distacca poi molto da quanto prodotto nel recente passato, l'importante era mantenere almeno un valore artistico che potesse risultare alla pari con quello insito nel primo lavoro, le aspettative sono state rispettate senza troppi problemi seppur qualche pezzo la tiri forse un po' per le lunghe.
Pezzi quali l'opener "Dighra Dödh", "Storm" e la titletrack miscelano fierezza e attimi meditabondi, vi sono poi tracce più emotivamente tortuose come "Häxsabbat (Crimen Laesae Divinae Maiestatis)", caratterizzata dalle agrodolci chitarre acustiche e da un finale in crescendo con tanto di tirata a smuoverne l'animo, "Midnattens Glimrande Stillhet" paragonabile al gelido vento che spira in una scintillante e turbinosa notte, "Vinterriket" che sembra mettere a confronto le anime silvestri e quella umana con sbalzi umorali netti e "Dauðaferð", lungo strumentale affidato alle cure del piano struggente in più di una circostanza, difficile trovare una "falla" che si possa definire realmente tale a "Svitjod".
Il disco anche nei frangenti d'intermezzo rappresentato da canzoni ponte come "Begraven" e "Natthymn" non perde mai contatto e feeling con ciò che sta rappresentando, con quel percorso in mezzo alle foreste che ha intrapreso e vuole portare a termine.
Come addentrarsi in un' opera simile se non attraverso i testi e immergendosi in un booklet che per scelta d'immagini e colori s'intona alla perfeziona alla musica composta dal combo, musica peraltro prodotta in modo da esaltare l'impianto atmosferico dei brani, tutto torna.
Siete rimasti affascinati da "Vittra"? Non potrete esimervi da acquistare questo "Svitjod" dato che n'è il logico successore, non aveste ancora avuto il piacere di ascoltare nulla di questi ragazzi e vi capitasse fra le mani quest'ultimo album? Compratelo e viaggiate insieme a loro in mezzo alla natura incontaminata delle lande scandinave, il pensiero, un pizzico d'immedesimazione e la voglia di fuggire dalla grigia realtà vi verranno in soccorso.

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WINTERWOLF / DISMA - Split



Informazioni
Gruppo: Winterwolf / Disma
Titolo: Split
Anno: 2011
Provenienza: Finlandia / U.S.A.
Etichetta: Doomentia Records
Contatti: Winterwolf - Disma
Autore: Mourning

Tracklist
1. Winterwolf - Eaters Of The Cross
2. Disma - Of A Past Forlorn

DURATA: 11:48

Death americano e scandinavo s'incrociano nello split rilasciato dalla ceca Doomentia Records che vede come protagonisti i Disma, band con membri di Funebrarum e Incantation, c'è il mitico Craig Pillard in line up, e i finnici Winterwolf fondati da Corpse dei Deathchain.
Due soli sono i pezzi per una durata di poco superiore ai dieci minuti confezionati all'interno di un packaging apribile davvero curatissimo.
Apre i giochi il combo europeo con "Eaters Of The Cross", nella fase iniziale un campione estratto dal film "The Curse Of Werewolf" si staglia sull'introduzione melodica scandita dal rintocco di una campana tutt'altro che a festa, è quindi con il growl maligno di Rotten che la canzone si anima e sia ritmicamente che nell'impostazione delle chitarre non ci si poteva attendere che una classica prestazione di stampo nordico, si viene accontentati.
I Disma in quanto a cattiveria e a suoni malevoli non sono di certo da meno e con "Of A Past Forlorn", fra le altre cose contenuto nel debutto "Towards The Megalith", ci consegnano un brano gutturalmente ineccepibile, malsano e retrò nell'animo come solo i grandi del genere sanno proporre.
Certo un'operazione simile non è consigliabile a tutti, la durata ridotta, il formato vinilico e la scelta dei pezzi, uno inedito e l'altro inserito in un contesto più ampio e ormai noto, rendono questo "Split" un orpello gradito soprattutto ai collezionisti che sicuramente non se lo faranno mancare.

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BLACK INSIDE - Servant Of The Servants


Informazioni
Gruppo: Black Inside
Titolo: Servant Of The Servants
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/black.inside
Autore: Mourning

Tracklist
1. Servant Of The Servants
2. Crossing The Desert
3. Another Me
4. Getsemani Suite
5. Tears Of Rain
6. Zombies Train

DURATA: 36:11

Nati come una cover band dei Black Sabbath, i Black Inside si sono evoluti in una vera e propria realtà personale e data l'esperienza di una line-up composta da musicisti nostrani navigati, il momento di produrre un primo lavoro sotto tale monicker era giunto, è così che mi trovo fra le mani "Servant Of The Servants".
L'anima rock che prende spunto dalla natura sabbathiana del genere si fonde perfettamente con quella heavy metal di matrice scura e raffinata classica delle lande scandinave, pensate a gente come gli Abstrakt Algebra dell'accoppiata Leif Eidling/Mats Leven quale punto di riferimento ideale.
È un disco di stampo vecchia scuola che si assesta perfettamente all'interno di un movimento in continuo rimpolpare di ranghi qual è quello del "destino", i Black Inside lo fanno mostrando i denti stretti in episodi veloci ma nei quali è presente quella componente che dilata il sound inserita "ad hoc" per far respirare il pezzo e poi ripartire accelerando improvvisamente come avviene in "Another Me" e "Zombie Train".
Se si limitassero a fornire una prova esclusivamente mascolina, rimarrebbero però incastrati in una sorta di limbo che attanaglia tante formazioni descritte con il "vorrei ma non posso", la bravura del quintetto, oltre che a sfoderare degli arrangiamenti minuziosi e indovinati, è quella di far confluire una sorta di progressione mai troppo marcata né lucida nella titletrack, rischiosamente quanto indovinatamente posta a coprire lo scomodo ruolo di opener piazzandole subito dopo una "cantilenante" "Crossing The Desert" dalle ritmiche più serrate a rendere febbricitante l'atmosfera.
Anche la più lunga e meditativa "Getsemani Suite" come "Servant Of The Servants" vede incunearsi nella sua struttra soluzioni di stampo prog, è però maggiormente evocativa e direzionata ad esaltare le qualità emotive del combo, diverso si presenta ciò che le succede, sono infatti frangenti ancor più intimi e delicati scanditi dalla soffusa malinconia sprigionata dalle note di "Tears Of Rain" a prendere vita.
Non so cosa si possa pretendere di più da un lavoro simile, sprazzi di classe e di carattere sono presenti, la produzione a cura di Maddalena Bellini (chitarrista dei Nameless Crime) è calzante, la domanda che rimane da farsi è: quando e chi li metterà sotto contratto?
Sperando per i Black Inside ci sia una svolta in tal senso in breve tempo, sempre che l'autoproduzione non sia la scelta artistica e professionale che meglio li inquadri e vogliano continuare per questa "dura" ma odiernamente anche gratificante strada, posso quindi solo fare i miei personali auguri alla band e consigliarvene l'ascolto.

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BIRTH OF JOY - Birth Of Joy

Informazioni
Gruppo: Birth Of Joy
Titolo: Birth Of Joy
Anno: 2011
Provenienza: Olanda
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/birthofjoy
Autore: Mourning

Tracklist
1. Dead Being Alive
2. Teeny Booping
3. Surfing A Go Go
4. Motel Money A Way
5. Drink The Cup
6. Make Things Happen
7. Monster
8. Keep On Moving
9. Battery Acid

DURATA: 35:27

Quando ascolti buona musica con un sound retrò come si deve ti viene solo che da metterla e rimetterla in continuazione, di sicuro questo semplice concetto vale per l'album dei debuttanti Birth Of Joy.
Il trio olandese suona rock/hard rock la cui matrice riconoscibile è quella del periodo fra la fine anni Sessanta e l'inizio anni Settanta con gruppi come Deep Purple, Mc5 e Doors fra le influenze più marcate e una venatura più "odierna" similare al sound dei Queens Of The Stone Age che si presenta nell'opener "Dead Being Alive" che fa praticamente sobbalzare dalla sedia.
Il trio composto da Kevin Stunnenberg (voce e chitarra), Bob Hogenelst (batteria e backing vocals) e Gertjan Gutman (organo e basso) è di quelli che sa benissimo come muoversi, gli assoli rimembrano in più di un'occasione le esecuzioni in stile Blackmore e l'operato organistico "derivante" da quello di John Lord e Ray Manzarek asseconda la piega presa dal brano nel quale si rivela offrendo spunti vivaci, accompagnamento ed eleganti fasi solistiche.
Difficile in tal senso non farsi trascinare da canzoni vibranti e iperattive quali sono "Teeny Booping", "Surfing A Go Go", "Monster" e "Battery Acid" con le ultime due nelle quali la formazione di Detroit si fa viva in maniera dirompente, dal fantastico omaggio blues doorsiano di "Motel Money Way", pezzo nel quale spicca anche la prestazione vocale di Kevin in versione "Jimbo mode on" anche se il trio non si può limitare a un semplice clone dello storico quartetto.
È bello anche il solo pensiero che ancora vi sia un movimento così fertile di band che proponga una miscela di musica divenuta immortale, l'andamento psichedelico guidato dall'atmosfera pacata e dalle note dell'hammond che contraddistinguono il mood di "Drink The Cup" ci mostra il lato più serio e suadente del trio, ma dura poco visto che già con la successiva "Make Things Happen" tornano a far intravedere quello ribelle con chitarra e organo che condividono la scena.
"Birth Of Joy" è uno di quei dischi che metti su e inizi a muoverti seguendo ogni singola nota, ti diverte, ti fa scatenare e te lo godi appieno grazie a una produzione praticamente perfetta che dona la giusta potenza alla sezione dei bassi e ne valorizza ogni parte.
Questi musicisti olandesi sono da seguire attentamente e chi ama quel periodo musicale così come gli act citati nel testo non si esenti dall'acquistare l'album, buona la prima!

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ENDNAME - Anthropomachy


Informazioni
Gruppo: EndName
Titolo: Anthropomachy
Anno: 2011
Provenienza: Russia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/endnameband
Autore: Mourning

Tracklist
1. Black Light
2. Neuros[e]
3. Under Asphalt
4. Old Star
5. Clouds Fly To The East
6. Not Dead
7. Horizon
8. Anthropomancy

DURATA: 01:13:36

Rientro a due anni di distanza dal debutto "Dreams Of A Cyclops" per i russi EndName, la compagine doom/sludge/post "only instrumental" ci presenta il secondo lavoro "Anthropomachy" e di strada questi già bravi musicisti sembrano averne fatta parecchia, sia in termine di scelte di sound che per quanto concerne l'ambito compositivo.
L'esperienza accumulata in questo biennio è sicuramente giovata al quartetto che nel frattempo ha subito anche un cambio in line-up, alla sei corde non vi è più Sergo Meskhidze a far da compagno a Sergey Kaplin bensì Dmitry Churilov.
La sensazione d'aver a che fare con un flusso di suoni orchestrato in maniera coerente in ogni singola variante viene confermata dall'opener "Black Light", il pezzo mostra di possedere un'ottima coesione strumentale e uno sviluppo sciolto, effervescente ma pur sempre mantenuto in vita da sonorità dalle tinte "scure", è però solo la prima delle facce che il disco ci permette di visionare.
È già diverso l'approccio della seconda "Neuros[e]" nella quale è palesemente il lato progressivo e sperimentale, caratterizzato da continui cambi di tempo e chitarre asincrone ridondanti con una quasi costantemente impegnata in ruolo solistico, a creare le melodie portanti del pezzo.
Le tonalità doom più pesanti e profonde cominciano a scavare nel terreno in "Under Asphalt", l'atmosfera diviene più ampia, si espande passaggio dopo passaggio assorbendo quella poca luce intravista in precedenza, schiacciandola sotto la mole imponente del riffing sovraccarico di sofferenza e da pattern di batteria mai troppo complessi a scandire le dinamiche dilatate nella quale vi è il dovuto spazio per sbalzi umorali non troppo accentuati ma adeguati a fornire personalità al brano che dopo la metà tende a "svegliarsi".
La differenza di base fra i due dischi pubblicati che fa pendere dal lato di "Anthropomachy" la bilancia dei segni più è insita nel reparto dedito all'esposizione musicale, offre una gamma di soluzioni a ventaglio capace di coinvolgere più seguaci sia del filone doomico che di quello post/metal.
I tratti orientaleggianti di "Old Star", traccia che coniuga severità ed esplorazione, sono la riprova di uno studio e di un provare con coraggio a guardare sempre un passo più in là di quanto fatto in passato attingendo anche dai lidi più odierni e anche quando si rimane all'interno di "recinti" artistici noti come avviene in "Clouds Fly To The East" e "Not Dead" il combo riesce nell'evitare lungaggini e ripetizioni eccessive che possano far approdare momenti di noia.
Dopo quella che si può definire come una fase di "stasi" e relax, con "Horizon" vengono alimentate ancora una volta le frange post del sound che, mantenendo inizialmente la quiete antecedentemente costruita, in sordina prendono a innalzare col passare dei minuti un muro sempre più alto, robusto avvolto dalle melodie chitarristiche che diventano presenti e accativanti.
La fine di "Anthropomachy" è quasi giunta, rimane solo la titletrack e stavolta è un oceano costituito da droni e approfondimenti in territorio noise, lenta, dispersiva nel conquistare un raggio d'azione sembra formare delle ellissi di suono che si allargano sino a svanire, bel trip.
Stavolta l'acquisto dell'album ci scappa, è un consiglio che in molti potrebbero voler seguire data l'evoluzione e l'equilibrio che la band è riuscita a trovare producendo un platter solido e sperimentale quanto basta, non ci rimane dunque che attenderne il capolavoro, arriverà? Vedremo.

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DIAPSIQUIR - A.N.T.I.


Informazioni
Gruppo: Diapsiquir
Titolo: A.N.T.I.
Anno: 2011
Provenienza: Francia
Etichetta: End All Life Productions
Contatti: myspace.com/431567034
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Ωlow
2. Peste
3. Fuel
4. A.N.T.I.
5. Ennui
6. Avant
7. Fais-le
8. Seul
9. Jet
10. Kmkz
11. Абcoлютний
12. A.M.A.C.C.

DURATA: 57:24

Tentare di parlare in maniera oggettiva di un gruppo come i Diapsiquir è un'impresa ai limiti dell'impossibile. Questi francesi infatti, attivi dal 1996 e con alle spalle altri due full, fanno parte di quella schiera di musicisti che non producono musica adatta ai timpani di tutti.
"A.N.T.I.", l'ultimo parto di questi signori, conferma senza dubbio la suddetta tesi.
La proposta è di quelle volutamente fuori da qualunque schema, sempre e comunque; non vi sono interessi commerciali o voglia di avvicinarsi a una forma musicale ben precisa. Ciò che muove i Diapsiquir non è null'altro che la loro stessa degenerazione compositiva.
Il disco inizia con "Ωlow", un pezzo formato da samples schizoidi, rapidi inserti di estrazione Rapcore (?), devianti partiture elettroniche e disturbanti momenti chitarristici: il tutto viene miscelato senza alcun apparente senso logico, allo stesso modo in cui un infante potrebbe unire le tessere di un puzzle. Vi è però un sottofondo di consapevolezza troppo pressante e notevole all'interno delle "strutture" di questi pezzi, il che ci porta a pensare che i Diapsiquir siano perfettamente a conoscenza di ciò che stanno facendo... e questo rende l'insieme ancora più insano.
Brani come "Peste" e la title-track si avvalgono di chitarre tremendamente malate e disturbanti, accostabili in qualche modo a (V.E.G.A.) e Alien Deviant Circus, corredate da vocals incredibilmente instabili, mentre "Fuel" è composta da note di piano, scariche elettrostatiche e samples di cori clericali o di atmosfere fiabesche, ovviamente stuprati, allungati e devastati a dovere.
Vi sono poi momenti come "Ennui", farcita da arpeggi flamencati, e "Seul", con il suo incedere Jazz, che farciscono di salsa Industrial Black gli elementi "inusuali" al loro interno colmandoli con voci e echi che mai essere umano sano di mente potrebbe emettere (se non sotto gli effetti di qualche sostanza particolare).
Questi folli francesi non hanno però smesso di attentare alla vostra salute psicologica: i riverberi e gli arrangiamenti presenti in "Avant" e in "Fais-le", se ascoltati attentamente in cuffia, svolgono infatti l'importante funzione di devastare i collegamenti neuronali e potrebbero ricordare (almeno in parte) alcune soluzioni adottate da creature nostrane come Redemption Curse e PCG666.
L'episodio forse più "consueto" (nei limiti di quanto questo termine sia applicabile ad un caso simile) è rappresentato da "Jet", la quale rende avvertibile una vena di similitudine con il lavoro svolto dai Diabolicum: certe incursioni di chitarra ricordano infatti da vicino quelle follie presenti in pezzi come "The War Tide (All Out Genocide)" e "Bloodspawn".
Insomma, come ho già detto, credo sia quasi impossibile fornire un giudizio su un album del genere. Ritengo infatti che un disco come "A.N.T.I." non sia facile da apprezzare per qualsiasi mente "sana" o comunque sprovvista di quella scintilla di pazzia che permette ad un ascoltatore di calarsi in una proposta simile.
Quindi, in conclusione, credo che potrei definire questo lavoro come musica deviata composta da gente deviata per gente deviata.
Vi ritenete abbastanza insani per inoltrarvi in un sentiero tanto degenerato?
Se la risposta è positiva, affrettatevi: "A.N.T.I." vi darà grosse soddisfazioni, ve lo assicuro.
Viceversa, se pensate di non essere all'altezza, non provateci nemmeno. Non vorrei che vi presentaste dal sottoscritto a reclamare il vostro "preziosissimo" senno perduto: tenetevelo pure, io preferisco i Diapsiquir!

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NIGHTWISH - Imaginaerum


Informazioni
Gruppo: Nightwish
Titolo: Imaginaerum
Anno: 2011
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Nuclear Blast
Contatti: nightwish.com
Autore: M1

Tracklist
1. Taikatalvi
2. Storytime
3. Ghost River
4. Slow Love Slow
5. I Want My Tears Back
6. Scaretale
7. Arabesque
8. Turn Loose The Mermaids
9. Rest Calm
10. The Crow, The Owl And The Dove
11. Last Ride Of The Day
12. Song Of Myself
13. Imaginaerum

DURATA: 74:28

PREMESSA
Al fine di interpretare le mie parole e calibrare il mio giudizio in rapporto al nuovo disco dei Nightwish vi informo che sono (stato) un grande fan della band e ho adorato la produzione cantata da Tarja Turunen, in particolare quel "Century Child" di cui vi avevo già parlato in passato. Un grande fan rimasto prima spiazzato dall'addio della bella finlandese e poi deluso per l'infelice scelta nella sostituzione, con la banale e scialba Anette Olzon. Solo dopo molto tempo sono riuscito a digerire, ma non nella sua interezza, "Dark Passion Play", apprezzando una manciata di pezzi, comunque molto al di sotto degli standard di un tempo. Oggi con "Imaginaerum", settimo capitolo di Holopainen e soci, ho offerto loro una chance per smentirmi, per smontare la mia tesi secondo cui "i bei tempi non torneranno più".

L'ATTESA
Al solito l'arrivo di un nuovo Nightwish genera lo scompiglio nel mainstream metallico, dato che si parla di una band con un giro economico non indifferente: per fare un esempio al 17 dicembre "Imaginaerum" risultava numero uno per vendite in Finlandia, terzo in Svezia e Svizzera, sesto in Germania e trentaduesimo in Italia. Insomma una bomba commerciale. A tutto ciò questa volta si è aggiunta addirittura la produzione di una pellicola cinematografica che seguirà il rilascio del disco, con riprese effettuate in Canada.

IL DISCO
Dopo questo lungo preambolo veniamo alla musica, l'album si compone di tredici pezzi per quasi settantacinque minuti totali: non certo una passeggiata. Dopo la sognante "Taikatalvi", intro che ci conduce nell'immaginario del disco, tocca a "Storytime" scuotere l'ascoltatore, si tratta del brano scelto come primo singolo, un pezzo diretto, incalzante, potente, siamo quindi lontanissimi dalla suite "The Poet And The Pendulum" posta in apertura di "Dark Passion Play" e che rappresentava perciò una scelta parecchio coraggiosa. Solo il ritornello di Anette ammorbidisce l'atmosfera, contrapposto ai classici "chitarroni" di Emppu Vuorinen e supportato per mantenere il pathos dalle solite magniloquenti orchestrazioni e dall'utilizzo del coro. L'incipit di "Ghost River" mostra il chitarrista esulare parzialmente dal proprio stile, nel prosieguo invece viene dato parecchio spazio vocale a Marco Hietala e al Coro dei Giovani Musicisti di Londra. Con "Slow Love Slow" ci allontaniamo per la prima volta dalle sonorità dure, qui sono Anette e il jazz a farla da padrone in un contesto molto intimo, minimale e delicato nel quale trova spazio pure una tromba. Grazie ad "I Want My Tears" si riprende la marcia con l'aggiunta di un tocco folk sulla scia di "Last Of The Wilds", peccato per il piatto contributo di Anette che pare tirare il freno a mano a un pezzo che così non esplode mai del tutto. "Scaretale" dal canto suo rivela per la prima volta il lato più complesso e ricercato del gruppo, mentre l'atmosfera si fa ora tesa e tenebrosa in un sali e scendi emotivo continuo nel quale è inserito pure un passaggio "circense"; qui Anette sembra tirare fuori gli attributi e finalmente donare un po' di grinta alla propria interpretazione. Giunti a metà tracklist l'intermezzo strumentale "Arabesque" da il là alla soave "Turn Loose The Mermaids" nella quale la cantante si trova perfettamente a proprio agio, supportata da un bel lavoro della The Looking Glass Orchestra, con i fiati in evidenza. "Rest Calm" tiene fede al proprio nome, crescendo di intensità grazie anche al contributo vocale di Marco senza però sfogarsi completamente, "trattenuta" dal ritornello; di nuovo i Nightwish rendono più complesso e ricco il proprio songwriting, evitando comunque eccessi penalizzanti. La decima posizione in scaletta tocca a "The Crow, The Owl And The Dove" nella quale duettano le voci con discreti risultati e le poderose orchestrazioni per una delle rare volte sono assenti. Assenza che persiste per un solo pezzo dato che "Last Ride Of The Day" non esita un secondo nel mostrare il proprio animo power sinfonico e un ritornello di facile presa. Leggendo "13:29" alla casella durata di "Song Of Myself" vi aspettereste la classica mega-suite targata Nightwish stile "Beauty Of The Beast" e invece devo smentirvi! Il pezzo in questione è sì complesso e dotato anche di un bel riffing serrato ma dopo sette minuti lascia spazio a un lungo parlato, fondamentale per capire il concept (cosa al momento impossibile al sottoscritto data la mancanza nel promo digitale ricevuto dalla Nuclear Blast dei testi e del booklet), inutilmente prolisso per l'ascoltatore che attende la conclusione di "Imaginaerum" che avviene con la traccia omonima. La chiusura consiste infatti nella ripresa dei temi melodici di alcuni brani del disco fusi in un brano di sei minuti, totalmente strumentale, e dal carattere cinematografico, spesso magniloquente. Scelta originale e a mio avviso riuscita.

UN TASTO DOLENTE: ANETTE
Ebbene sì, le lacune più gravi del nuovo album dei Nightwish stanno proprio nella svedese, spesso e volentieri zavorra del gruppo data l'incapacità di esprimere potenza col proprio cantato. Infatti Tuomas è spesso costretto a sostenerla con le onnipresenti orchestrazioni o addirittura coi cori (come avviene in "Storytime") ma non può niente quando fa precipitare il pathos di "I Want My Tears Back" oppure in duetto con Marco pare una triste controfigura generando lo sconforto di chi ricorda la splendida interpretazione di Tarja su "Phantom Of The Opera". A conferma della mia teoria sulla inadeguatezza della signora Olzon a cantare in una band power metal sta il fatto che sui brani più soft se la cavi bene ("Slow Love Slow" e "Turn Loose The Mermaids"). Unica concessione che devo farle, peraltro già accennata, è al lavoro più grintoso prodotto in "Scaretale": che Anette abbia margini di miglioramento per il futuro?

CONCLUSIONI
Evitando paragoni impossibili col passato ormai remoto della band, "Imaginaerum" dimostra di essere un album più compatto del precedente, forse facilitato in questo dalla narrazione del concept, e nel quale è stato messo da parte il pop-metal dei pezzi di più facile approccio (i vari "Bye Bye Beautiful", "Amaranth" ma anche "Nemo") in favore di una certa grandiosità orchestrale e sinfonica. Si nota insomma come la band risulti più affiatata. Difficile quindi, specie ai primi ascolti, che qualche singolo pezzo spicchi, ad eccezione di "Storytime"; "Imaginaerum" è quindi un disco da prendere intero, evitando di sezionarlo. Tutto sommato sarebbe potuto andare molto ma molto peggio...

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CONFUSED LITTLE GIRL - Southern Gentlemen

Informazioni
Gruppo: Confused Little Girl
Titolo: Southern Gentlemen
Anno: 2011
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Rotten Records
Contatti: myspace.com/clgmusic
Autore: Mourning

Tracklist
1. I’d Rather Booby Screw A Walrus
2. Jeebus Ate My Matchbox
3. Have Another Popover, Froggy
4. Ink To Paper
5. Hookers On Horseback
6. Honestly, Who Gives Their Genitals Pet Names?
7. We Got A Great Big Convoy
8. Books And Guns
9. (Hey Dad) Stop Looking At Porn On My Computer
10. Vegetarian Homeless People
11. Jordan Catalano Needs to Break Up His Shitty Band
12. How Satan Stole My Heart

DURATA: 48:30

L'inverno si avvicina, il tempo è di merda, spesso piove anche troppo, l'aura malinconica e triste che avvolge questo periodo pre-vacanze Natalizie per quanto in certi momenti l'adori, in altri mi fa rimpiangere il caldo estivo, come risolvere il problema? La musica può farlo.
È da un paio di giorni che nel mio stereo gira a volume sparatissimo l'album dei Confused Little Girl, un quartetto statunitense formato da Billy (voce, chitarra), Dave (chitarra), Josh (batteria) e Red (basso) che per l'uscita di "Southern Gentlemen" ha avuto il supporto di altri due musicisti, Allen Keene (batteria, percussioni) e Chad Denhard (basso).
La musica è un southern rock di quelli alcolici nel quale l'arsura creata dal calore viene combattuta con dosi massicce di whisky, composizioni dai ritornelli che ti colpiscono da subito, titoli strampalati vedasi "Honestly, Who Gives Their Genitals Pet Names?" e "(Hey Dad) Stop Looking At Porn On My Computer" e un piglio catchy che ben si incastra in brani che prendono ispirazione fra i tanti da ZZ Top, Black Label Society, Down, C.O.C. e Alabama Thunderpussy.
Il disco è puro divertimento, è travolgente e scura la rappresentazione di "Have Another Popover, Froggy", sono i riff che ti si piantano in testa a fare la differenza in una scapestrata "Hookers On Horseback" e "We Got A Big Convoy" dal buonissimo impatto groove, così come l'irriverenza di "Book And Guns" e il coinvolgente mood di "(Hey Dad) Stop Looking At Porn On My Computer" bastano già a garantirsi più di un passaggio con tanto di bollo d'approvazione nello stereo.
Tenete conto che il resto della tracklist vanta qualità similari esaltanti vedasi "Vegetarian Homeless People" e la conclusiva "How Satan Stole My Heart" e che ad eccezione della strana ed "estranea" per atmosfera e impronta musicale "Ink To Paper", più intima e dolciastra, tutto fila liscio e alla grande.
Robusto come un tronco centenario e prodotto in maniera impeccabile, "Southern Gentlemen" è un ottimo lavoro di compagnia, una fantastica prova adrenalinica e sarà di sicuro ben accetto alle orecchie degli assidui fruitori del sound southern. Fatevi un giro nei vari social-network nei quali i Confused Little Girl hanno postato tracce da poter ascoltare (Myspace/Facebook), puntateli e inserite il monicker in lista acquisti.

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DYSKINESIA - Dalla Nascita

Informazioni
Gruppo: Dyskinesia
Titolo: Dalla Nascita
Anno: 2011
Provenienza: Italia
Etichetta: Frohike Records
Contatti: dyskinesia.bandcamp.com - frohikerecords.com/dallanascita
Autore: Advent

25/12/11
Quanti anni son passati dalla prima volta Dyskinesia? Non me lo ricordo, la vita si è attorcigliata su se stessa, mi ha fatto urlare, piangere, scappare, sono rimasto solo aggrappato ai miei sogni; voi come ve la siete passata da allora? Mi sento parte di voi, perché ci ho voluto scommettere anche io su questo "Dalla Nascita". Non possiedo la copia fisica, ma leggendo il mio nome sulla lista delle donazioni sul sito della Frohike mi sento tranquillo: il disco uscirà prima o poi.

Avete proprio superato voi stessi con quest’album, è fottutamente perfetto. Vuoto, creazione, destrutturazione, ristrutturazione, cura nei particolari. L’ho ascoltato tantissime volte ma ancora non mi riesce di mettere su quattro righe adatte, figuriamoci una recensione. Il disco è un crogiolo caustico, un indefinibile amalgama tribale e industriale figlio dei Jesu ma completamente deviato, siete cinematograficamente Tarkovskijani, e questi complimenti sarebbero da fare solo ai Neuroris eh.
Dyskinesia, siete un problema, una rumorosa perversione post-Breach. Ascoltare "Dalla Nascita" vuol dire immergersi in un oceano di petrolio, toccare un fondale di corallo vermiglio, vuol dire marcire, affondare.

Ma chi se ne fotte? Io scommetto sui Dyskinesia e voglio giocarmi le palle sul fuoco. "Dalla Nascita" è un groviglio di fili, impossibili da recidere, ti avvolgono stretto, il tempo di soffocare e puoi vedere i colori dell’aldilà. Puoi farti quanto vuoi di questa roba, più il volume è alto e più la terapia funziona.
Esci dal tunnel dal quale ti trovi, entra nel sottosuolo insieme a noi, segui il culto, lascia che le radiazioni si diffondano nel tuo corpo. Il viaggio che la poesia, un romanzo, che il cinema con la musica non ti è ancora riuscito a dare lo avrai con i Dyskinesia.
Anche l'Italia ha i suoi Goodspeed You! Black Emperor, e sono dei giovinastri, buon 2012 bastardi.

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TREEHORN - Hearth

Informazioni
Gruppo: Treehorn
Titolo: Hearth
Anno: 2011
Provenienza: Hearth
Etichetta: Swarm Records / Riff Records / Escape From Today
Contatti: myspace.com/treehornrock
Autore: Mourning

Tracklist
1. Stockholm
2. Taurus, Not Bull
3. Wakin' Life
4. Senescence
5. Aluminium
6. Freeway To The Sun
7. Apostolic
8. Black Mirror

DURATA: 40:43

Alle volte si chiede esasperatamente alla musica di divenire personale e di provare sempre e comunque a fare il passo più lungo della gamba, altre ci si accontenta di un disco prendendolo per ciò che è.
In questi giorni le mie orecchie hanno piacevolmente impattato con "Hearth" disco dei piemontesi Treehorn, uno di quei lavori che ti fanno dire: "va beh, oh, non sarà nulla di nuovo ma suona proprio alla grande".
La miscela di grunge, stoner, blues, varianti post/hc ed echi sludge e tooliani messa in piedi dal trio cuneese è robusta, terrena, desertica, alcolica e melancolico, attinge da un background musicale ormai noto da circa un ventennio ma senza esserne totalmente schiava, riescono infatti a offrire un paio di prove maschie nelle quali vengono palesati tratti caratteriali propri sui quali sarà bene impostare il futuro per acquisire un sound a loro ricollegabile.
Il copione sembra di quelli già editi e pronti per essere unicamente interpretati, "Stockholm" e "Taurus, Not Bull" provengono direttamente dalla piovosa Seattle sponda Soundgarden la prima, Alice In Chains la seconda con infiltrazioni Kyuss e Metallica, quest'ultimi esclusivamente nella sezione voce con la figura di James tirata in causa in più circostanze.
Sono efficaci i pezzi che "pressano" l'ascoltatore come lo strumentale "Aluminium" e "Freeway To The Sun", un po' di psichedelia, affondi sludge, richiami in stile Black Sabbath e una massiccia dose di rabbia affluiscono al loro interno regalando una discreta girandola d'emozioni smantellata e sostituita in maniera repentina da altre data la piega hardcore assunta da "Apostolic".
Formalmente è complicato trovare un difetto a "Hearth", i tre pezzi su cui non mi sono soffermato: "Walkin' Life", "Senescence" e "Black Mirror" non hanno nulla meno di quelli presentati.
L'album è compatto, ben prodotto e vorrei anche vedere, è stato registrato nei Blue Record, gli studi di Massimiliano "Mano" Moccia (Uzeda, Dead Elephant, Three Second Kiss) con la scelta di lavorare esclusivamente in analogico per poi affidare il master ai Chicago Mastering Studio di Bob Weston (Shellac), non è che questi signori siano proprio gli ultimi arrivati, di cosa lamentarsi allora? Il punto debole e la forza al tempo stesso del platter è la sua alta "derivazione" dai grossi nomi, ovviamente è una tendenza che potrà essere livellata col tempo e l'esperienza, non lede comunque in termini di fruibilità che gioca nettamente a favore di "Hearth", le tracce sono semplicemente "belle" e vanno ascoltate.
Consigliato agli appassionati del genere.

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ISÄNMAA - Yli Peltojen, Vetten Ja Tunturien


Informazioni
Gruppo: Isänmaa
Titolo: Yli Peltojen, Vetten Ja Tunturien
Anno: 1996 / 2009
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Primitive Reaction
Contatti: primitivereaction.com
Autore: ticino1

Tracklist
1. Isänmaani
2. Sinä Luot, Tuhoat
3. Candalat (Sudet)
4. Kumpujen Kätköistä, Mullasta Maan
5. Siva (Tuho)

DURATA: 09:55

Se vi dico che questo lavoro è prettamente inerente alle creazioni degli Impaled Nazarene, me la berreste? No? Ci credo. V’immaginate questi finlandesi dedicare canzoni alla Natura e ai suoi elementi? Non penso. Qui però vi fregate. Kimmo Luttinen uscì dal gruppo del fratello e prese con sé delle registrazioni che sarebbero apparse più tardi sotto l’egida dello storico gruppo di Oulu, se i due fossero restati d’accordo.

Il risultato di quello scisma fu la nascita del progetto Isänmaa che produsse una sola cassetta limitatissima a cinquanta copie.

La Primitive Reaction approfittò subito dell’occasione per accaparrarsi il materiale e stamparlo in modo pulito e degno di un ascolto curato. L’aggiunta del pezzo "Siva" come bonus completa quest’uscita.

Musicalmente ci troviamo a un livello acustico in concordanza con gli Impaled Nazarene. Ritmiche veloci e senza compromessi si lasciano accompagnare da una voce acida e arrabbiata. Il pubblico in tumulto non riesce a restare dentro gli argini e sfascia tutto quello che trova sul suo cammino. Una raffica di metallo segue inesorabilmente l’altra, il sangue zampilla abbondante da fronti ferite e da nasi rotti. Sì, questa è la scuola finlandese come piace a noi: lineare, sporca e cattiva!

Chi non avesse avuto la possibilità di accaparrarsi una di quelle famose cinquanta copie ha qui la chance di rifarsi con un mini CD ben prodotto e di fattura impeccabile.

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WATCH YOUR SIX! - Green Fairy

Informazioni
Gruppo: Watch Your Six!
Titolo: Green Fairy
Anno: 2011
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/wy6band
Autore: Mourning

Tracklist
1. What Color?
2. Chief Seattle
3. 彌介
4. Mashed Potatoes
5. Cursed Euphorion

DURATA: 29:24

Nato originariamente con il monicker Death Of A Whisperer, il combo transalpino dei Watch Your Six! si presenta a noi con il primo ep "Green Fairy", cinque tracce che dimostrano di possedere un ampio background musicale ma che stentano ancora a decollare per quanto riguarda la personalità propria.
La commistione di sound hardcore, euforia punk e attitudine rock'n'roll si esprime lasciando da parte tutto ciò che è superfluo, poco meno di trenta minuti che non si risparmiano vibrando, sfruttando cambi di tempo non troppo complicati e una dirompenza che rimane intatta e genuina per l'intera durata del mini platter.
Appare evidente che la formazione si sia "imposta" come unico schema da seguire la proprio voglia, le composizioni sono abbastanza "free" nelle movenze, alternano fasi alquanto canoniche con altre che si dilettano a saltellare fra i generi movimentando e apportando atmosfera ai brani, piacevoli esempi di questa tendenza sono la terza traccia dal titolo in idioma giapponese e "Mashed Potatoes" che miscelano al meglio i vari influssi.
È un muro ben costruito, alto e solido quello che con il groove e un riffato prepotente prende forma nella urlata "Chief Seattle", divertente l'incedere punkeggiante dell'opener "What Color?" e particolarmente ben articolata la lunga e conclusiva "Cursed Euphorion" dal riffato in alcuni punti così splettrato ed emotivo da sfiorare il richiamo al post rock e capace di perdersi poi nell'hard rock seventies senza far mancare però la severità e le tonalità scure che per lo più hanno caratterizzato l'incedere di "Green Fairy".
I Watch Your Six! hanno un bagaglio di valore che si portano dietro e da cui attingono, tocca però mettere fuori la testa e provare a fornire una identità propria maggiormente distinta all'interno di un amalgama che ascoltato e riascoltato provoca sin troppi deja vù (i nomi vi salteranno fuori vedrete).
Un monicker da seguire attendendone ulteriori sviluppi, segnateli.

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FLOORSHOW


Informazioni
Autore: Mourning

Formazione
Dylan Vail - Voce
Luke Teardrop - Chitarra
Ray Bow Jacques - Basso
Mark Lawrence - Batteria


Aristocrazia ha oggi il piacere d'ospitare i Floorshow, una delle realtà che tengono ancora vivo in Italia il filone post-punk/dark. Ho avuto la soddifazione di scrivere del loro album "Son Of A Tape!", mi sembrava quindi dovuto approfondire tale conoscenza.

Benvenuti sul nostro sito, iniziamo subito col dare ai nostri lettori una serie d'informazioni basilari e presentare la band?

Un saluto a te e ai lettori di Aristocrazia, grazie per lo spazio che ci avete concesso e per l'interesse mostrato a noi e al nostro lavoro. La band è attiva dal 2005, è stata la nostra risposta alla noia e alla frustrazione del vivere in provincia. Veniamo tutti dallo stesso paese e ci conosciamo fin dall'adolescenza. Avevamo molta rabbia inespressa e non c'era un gran che da fare. È cominciato tutto in modo abbastanza naturale...


Cosa rappresenta e perchè scegliere il nome Floorshow?

Floorshow è un'espressione che può avere diverse chiavi di lettura. È un termine che va oltre la musica e abbraccia il concetto di spettacolo a 360°, il che si addice molto alla nostra attitudine sul palco, dove facciamo il possibile per far "apparire" la nostra musica esattamente nel modo in cui viene suonata. È una messa in scena ma anche un rito liberatorio. E poi a memoria di musicologo rimanda a svariati riferimenti musicali: il "Rocky Horror Picture Show", i Sisters Of Mercy, David Bowie...


Il disco ha una spiccata atmosfera retrò, il titolo "Son Of A Tape!" rispecchia il vostro viverlo? Siete figli degli anni Ottanta e di quel passaggio di cassette che in quel periodo era il modo più rapido per avere della musica nuova fra le mani?

In realtà siamo nati negli Ottanta e cresciuti nei Novanta. Abbiamo attraversato in maniera abbastanza passiva i primi anni dell'era digitale. Ci siamo avvicinati alla musica da ragazzini, maneggiando svariate quantità di cassette, ci passava tra le mani di tutto e tutto aveva un suono magnetico. Era una cosa molto passionale. Era anche molto più difficile procurarsi un album se non si avevano punti di riferimento. Oggi le persone vanno su Internet e in un attimo possono scaricare informazioni e discografie intere di quello che gli passa per la testa. Il mondo si è evoluto anno dopo anno e tutto sembra essersi trasformato in un film di fantascenza.


Quali sono i gruppi che vi hanno dato il là artistico? Intendo quelli che negli ascolti non vi hanno mai abbandonato e hanno influenzato positivamente il momento in cui avete intrapreso la via della composizione di vostra mano.

Abbiamo iniziato suonando cover degli Stooges, ancora oggi ogni tanto ci piace chiudere i nostri live set con un brano tratto dal loro repertorio. Per il resto ci influenza di tutto, da Eddie Cochran ai Throbbling Gristle... Ce ne sono moltissimi e ognuno di noi ha i suoi preferiti. Fare una lista sarebbe impossibile, ci sarebbero sempre figure importanti che rischieremmo di dimenticare.


"Son Of A Tape" è un album multisfaccettato sia musicalmente che atmosfericamente, com'è stato assemblarlo passo dopo passo? Come nascono le canzoni?

Ognuno di noi ha un background differente, non necessariamente ascoltiamo le stesse cose. L'album è la somma di tutti gli umori e gli stili che la band ha sperimentato nel corso della propria esistenza. Con l'arrivo di Mark abbiamo deciso di riadattare alcuni pezzi del repertorio e creare nuove composizioni, prediligendo le parti più istintive e dirette della nostra musica. La scrittura dei brani si avvale di molte possibilità: la nostra è in gran parte di stampo chitarristico, non mancano però occasioni in cui ci siamo concentrati più sul ritmo oppure altre in cui ci siamo evoluti sulle liriche.


L'aria melancolica, le frequenti ambientazioni di stampo dark e qualche passaggio che invita al ballo, un misto fra Bauahus, Joy Division e Ramones per fare i primi tre nomi che mi sono venuti in mente, cos'accomuna queste realtà?

Tutti questi temi possono apparire come un culto per la degenerazione e la trasgressione che a volte restano l’unica soluzione di emancipazione culturale. Li ritroviamo in tutte le influenze musicali che hanno cambiato la storia. Noi cerchiamo a nostro modo di fonderli e ridefinirli al meglio nel nostro "stile".


Pezzi come "Meet The Monsters" e "Sometimes I Forget" portano con sè un malessere che sembra espressivamente più che similare a quello che nel periodo eighties forniva linfa vitale ai generi dai quali traete ispirazione, non è cambiato proprio nulla nelle decadi successive o l'evoluzione umana ha reso questi disagi ancor più gravosi? Pare evidente che il carico di "mali" venga trasportato forse con "sufficienza" da una generazione all'altra, è per questo che il concetto di felicità o superamento del dolore in sè sono ancora questioni irrisolte e rimarrano tali?

Felicità o superamento del dolore sono ambizioni che l'uomo ha dalle origini della sua esistenza. Il disagio è inevitabile in questi termini. La musica ne trae ispirazione da sempre, amplificando le soluzioni per condividerlo con gli altri e lasciando aperta ogni possibilità di risposta.


Perchè la scelta di coverizzare "Paranoia Paradise"?

Siamo prima di tutto dei grandi fan della musica. Per questo ci piace tributare i grandi del passato. Wayne County non ha riscosso sicuramente il successo che meritava. Era veramente un personaggio in anticipo sui tempi, il primo transessuale della storia del rock! "Paranoia Paradise" l'abbiamo riscoperta al cinema con il "Jubilee" di Derek Jarman. È un manifesto, uno stato mentale... e poi a dire la verità era quella che ci veniva meglio [risate generali...].


Pensate che artisti come Wayne County e G.G. Allin nel mondo odierno sarebbero riusciti ad avere lo stesso impatto mediatico?

Forse no. Forse sarebbero solo due dei tanti. Anche se alle persone piace ancora scandalizzarsi per le stesse cose, nonostante ormai tutto sia già stato fatto e riassorbito da un sistema che provvede puntualmente a risputarlo sotto forma di tendenza. C'è una maggiore consapevolezza però, perchè ora piu che mai (sempre grazie ad internet) la conoscenza è alla portata di tutti. Gruppi come i Marilyn Manson ad esempio hanno il difetto di aver saccheggiato e screditato diverse sottoculture. Ma bisogna anche riconoscere loro il merito di aver avvicinato più gente possibile a generi che, discograficamente parlando, sono sempre stati considerati di serie B. Quello che contraddistinguerà sempre un G.G.Allin o un Wayne County dalle masse però è la loro autenticità e l’originalità del proprio genio, che in questa epoca di seguaci-imitatori farà sempre la sua porca differenza!


Cosa simboleggia la cover del lavoro e chi è l'artista che l'ha curata?

Ognuno a suo modo all'interno del gruppo ha sempre prestato le proprie qualità figurative. La rappresentazione finale è toccata al nostro bassista che si è coinvolto attingendo alla sua passione per la fotografia. Si è scelto di utilizzare delle cassette ripetute in direzione obliqua rispetto allo sfondo. Alcuni hanno visto in quella figura nera che si crea al centro un pipistrello, un corvo in volo, le nove e quindici! (?). Con questo tipo di artwork, anche se indebitamente e non per primi, tributiamo lo stile della Pop Art e il suo carattere di spettacolarizzazione del consumismo. Cogliamo qui l’occasione per ringraziare il nostro caro amico Vick "WHiTEDUST" Lorraine che condivide spesso con noi il suo tempo libero e ci ha aiutati curando l'impaginazione di prova e la regia del videoclip di "Fortress".


L'Italia è un paese strano o meglio è una di quelle nazioni dalle mille contraddizioni, il nostro panorama musicale è molto più ricco di quanto molti immaginano eppure molte della band di qualità come la vostra sono costrette a vivere all'interno di un circolo "underground". Ok, la cosa sono sicuro non sia un male, però secondo voi quali sono i motivi che danno a Germania e Svezia, per non parlare del mercato U.S.A., un così ampio raggio d'azione e di sviluppo? Siamo ancora troppo bigotti e ignoranti?

È una questione culturale. In Scandinavia ad esempio, i ragazzini studiano musica a scuola, in Italia no. Qui c'è gente che suona da trent'anni e a cinquanta si sente ancora chiedere quale sia il suo vero lavoro. In quest’ultimo periodo abbiamo visto riunirsi grandi band del passato che hanno fatto tour mondiali e in Italia non sono passati. A volte ti fa sentire come se facessi parte di una sorta di Terzo Mondo musicale. A livello underground comunque ci sono moltissimi gruppi validi che si spaccano il culo e vanno avanti a testa alta. Un tempo esistevano i talent scout che andavano in giro per i locali e osservavano le band muoversi nel loro ambiente naturale, il palcoscenico. Ora ci sono migliaia di persone che si spostano in massa per presentarsi davanti ad una giuria che pretende di saperti giudicare in trenta secondi. È inconcepibile. La vera musica nasce ancora dai piccoli circoli, non c'entra niente con la televisione.


Parlando di musica "made in Italy", ci sono formazioni nostrane che ritenete importanti da conoscere se uno volesse addentrarsi nel vostro tipo di sound? Quali dischi consigliereste a un neofita per intraprendere questo percorso musicale?

Abbiamo sempre apprezzato molto i Not Moving. Il loro atteggiamento e la componente contemporanea della loro musica, senza mai dover subire le mode e i costumi che arrivavano (in ritardo) dagli altri paesi. Non sono mancati anche gli ascolti ai Litfiba (con Maroccolo), i Diaframma, i Neon e tutto il punk e la wave all'italiana. I primi lavori di queste band restano pietre miliari per ogni generazione.


Siete entrati a far parte della famiglia BloodRock, com'è stato l'incontro con Enrico? Cosa vi attendevate da una collaborazione con un personaggio serio e preparato qual è lui?

L'incontro con Enrico è avvenuto in rete, si è interessato al nostro lavoro e appena abbiamo iniziato a parlare di musica ci siamo trovati. Solo dopo lo abbiamo incontrato di persona. Con noi ha aperto un capitolo punk/dark nella sua etichetta, facendo una scelta per la sua produzione che si muove a tutto campo nel rock. Noi lo vediamo come un estimatore della nostra musica e ci basta così. Anche la sua affinità con il mondo del metal ci ha mostrato come questo sia molto organizzato, aperto e interessato a livello di critica. Ciò non significa che dobbiamo saltare su un treno diverso, è semplicemente curioso che ci sia maggior simpatia verso di noi da parte loro. Gran parte dell’ambiente dark si dimostra spesso spocchioso e dedito ai suoi cliché.


Com'è il mondo dei Floorshow al di fuori della vita nella band?

Non c'è una vita al di fuori della band [risate].


Che risposta avete avuto in sede live? Ci sono stati concerti dei quali siete stati totalmente soddisfatti e occasioni che vorreste poter ripetere a breve?

Abbiamo avuto modo di suonare molto durante il 2011, ci siamo spostati dal nord al sud e abbiamo ricevuto ogni volta una risposta diversa. Possiamo dirti che scendendo la Penisola il clima si scalda.


Ci sono date in programmazione? Le vogliamo rendere note ai lettori in modo che possano parteciparvi?

Il 20 dicembre saremo al Sinister Noise di Roma insieme agli House Of Light (Germania). Nel frattempo stiamo definendo un calendario di date per il 2012.


C'è stata un'esibizione on stage di una formazione famosa o meno che vi ha cambiato la vita? Una di quelle che vi ha fatto pensare: è così che si sta su un palco.

Sicuramente Iggy Pop che a sessanta anni suonati è ancora un animale da palcoscenico! Ma non è l'unico. Alice Cooper, Prince, i Suicide... Esistono ancora personaggi con un carisma tale che a vederli dal vivo in qualche modo sembrano davvero non appartenere a questa terra.


Si muove già qualcosa riguardo un prossimo lavoro in studio?

Stiamo già lavorando su nuovi pezzi che cercheremo di inserire al piu presto in scaletta. Abbiamo molte idee valide per il prossimo lavoro e potrebbero anche essere molto distanti dalla nostra proposta attuale. È ancora tutto da vedere...


Siamo giunti al termine dell'intervista, a voi la parola per un saluto o un messaggio indirizzato a chi ci segue.

Il tempo è un trucco. Se credi veramente in quello che fai, alla fine dovranno convincersene anche gli altri. Grazie mille Lele, è stato un piacere.

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sabato 31 dicembre 2011

OMITIR - Cotard


Informazioni
Gruppo: Omitir
Titolo: Cotard
Anno: 2011
Provenienza: Portogallo
Etichetta: The Path Less Traveled Records
Contatti: myspace.com/omittere
Autore: Mourning

Tracklist
1. Foco Abrupto
2. Dor Submersa
3. Poço
4. O Dramaturgo
5. Perda
6. Em Vidro
7. Belle Indiference

DURATA: 58:58

Gli Omitir sono un solo project portoghese con alle spalle in full "Old Temple Of Depression", uno split con tre band connazionali, Defunct, Nargash e Bruma Oscura intitolato "Salubres Caminhos...", e un trio di ep, "Meu Fado", "Res, Non Verba" e "Tese Em Erro".
Il 2011 è per la creatura di Joel Fausto l'anno nel quale rilasciare il secondo disco "Cotard", la natura "depressiva" della prova non è lontana dal rimembrare il percorso iniziale degli Shining, così come l'alone di Burzum e dei Silencer si cela dietro l'angolo seppur non sia né vistoso, né tantomeno ostentatamente ricercato dall'artista.
Dopo aver fatto girare più volte le tracce, ciò che risulta evidente è che con tutta probabilità qualche minuto in meno per canzone avrebbe reso più snello e agevole il percorso "nebbioso" ricreato da musiche che umoralmente e per situazione necessitano di un vissuto in unica soluzione.
È una strada poco battuta, lasciata in mezzo all'oblio quella che Omitir costruisce, alle volte diviene surreale grazie a una semplicità che potrebbe ingannare portando alla luce aspetti di positività dove non ve n'è ombra, vedasi le chitarre acustiche che fanno da incipit a "O Dramaturgo", è una "farsa" che conduce invece in luoghi dove l'inquietudine diviene palpabile e si tinge di noir tramite l'uso quasi sbilenco del sax ("Foco Abrupto" ed "Em Vidro").
Il sentiero diviene straniante e desolante nel momento in cui sono le grigie note di pianoforte a fare la loro comparsa ("Perda" ed "Em Vidro") e produce una gabbia claustrofobica nel "ronzante" trascorrere dello strumentale "Poço".
Non ci troviamo di fronte a "paradisi artificiali" sconosciuti, sono luoghi che gli amanti delle lande depressive troveranno alquanto familiari, Joel si rivela abile anche nella scelta dei campioni da inserire come avviene in "Dor Submersa" e soprattutto il richiamo "In Heaven", brano di David Lynch (dev'essere di moda quest'anno, l'abbiamo già incrociata nella release dei greci Aenaon).
La voce fa la sua "sporca" figura sia nella versione "urlata/graffiata" che nei desolanti clean sparsi in sottofondo e la buona produzione gioca a favore della distinguibilità degli strumenti.
"Cotard" è da più punti di vista apprezzabile pagando però il dazio di una derivazione alta, le atmosfere e l'ambito emotivo sono ciò che lo rendono oltremodo sufficiente ma consigliabile per lo più a coloro i quali si nutrono con costanza di release del filone, sapranno sicuramente apprezzarne le doti.

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VAULTING - Nucleus


Informazioni
Gruppo: Vaulting
Titolo: Nucleus
Anno: 2011
Provenienza: Germania
Etichetta. Unundex
Contatti: myspace.com/vaulting666
Autore: Mourning

Tracklist
1. Place Of Fear
2. 80 Gy
3. Bob's Song
4. Biorobot
5. Permafrost
6. Arktis Winter
7. Guernica
8. They Always Return
9. Touched By An Unknowing
10. John(ny) Doe
11. To Dig A (W)hole In The Void
12. Concrete & Nosebleed
13. Behind

DURATA: 35:11

L'underground metal è davvero troppo vasto, è difficile da seguire e i nomi che ti scappano da sotto le mani son davvero tanti, i Vaulting a esempio non li avevo mai sentiti neanche nominare, eppure questo quintetto tedesco è da ormai un lustro che si sbatte e ha da poco pubblicato il secondo lavoro "Nucleus".
La band è presentata su M.A. come un act di death/grind, forse lo è stata in passato, quello che mi è arrivato ascoltando quest'album è una miscela che sembra attingere sì dal grind ma con partiture math-oriented. Le composizioni sono caotiche, a tratti deliranti e dissonanti, pensate a gente come i Botch che s'incrociano con la violenza e irruenza del genere "tritatutto": una prestazione energica, dinamica che sfrutta un riffing in costante evoluzione, una vocalità tesa al "grugnire" impazzito, mettendo in alcuni casi delle situazioni "soft sound" ad anticipare le carneficine "only violence" che scaturiranno in seguito, l'esempio più adatto è l'accoppiata che vede susseguirsi la delicata calma di "Permafrost" e la scatenata aggressività di "Arktis Winter".
"Nucleus" soffre però di questo spezzare in più circostanze il mood creato, l'altalena di emozioni portante a galla malinconia e rabbia, solitudine e collera, non sempre è efficace, sarebbe stato congeniale per il disco avere o una traccia centrale d'intermezzo oppure scorrere con magari una maggiore linearità d'intento ma tenendo alta la tensione.
Fatto questo piccolo appunto, non si può negare all'album di risultare interessante in più circostanze, episodi quali "Bob's Song", "They Always Return", la più lunga e articolata del platter, "To Dig A (W)hole In The Void" e la parte jazzata in "Behind" rendono appetibile l'ascolto a più fasce di "followers" del metal estremo. Siate amanti del grindcore, del math o di musica che abbia indiscutibilmente al proprio interno una dovuta dose di tecnicismo, "Nucleus" potrebbe rientrare nelle vostre grazie.
Riassumendo, una discreta personalità e un minimo di varianti sul tema ormai divenuto conosciuto fanno dei Vaulting una formazione da seguire, non forzatamente una priorità, comunque sia un "on air" gradito; se le coordinate sonore descritte s'identificano con ciò che passa con regolarità nel vostro stereo fate un pensiero a questo "Nucleus", sarebbe un buon acquisto.

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HAERTEFALL - Sundenbock


Informazioni
Gruppo: Haertefall
Titolo: Sundenbock
Anno: 2011
Provenienza: Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/haertefall
Autore: Mourning

Tracklist
1. Suendenbock
2. Ohne Dich
3. Zeig Mir Den Weg
4. Realitaet 2.0
5. Es war Einmal
6. Moment
7. Unter Die Haut
8. In Meinem Himmel
9. 21
10. Finsternis

DURATA: 42:48

Gli Haertefall sono un combo tedesco debuttante, "Sündenbock" è il primo album giunto a noi dopo l'ep "Daemmerung" del 2006 e un "Demo" del 2009.
La proposta è di quelle che dividono da sempre il mondo metal, abbiamo a che fare con musica dai tratti industriali rimembranti gli amati/odiati Rammstein, i controversi Dimmu Borgir, presenti soprattutto nella buona prova del tastierista Niklas Enns, membro anche della band folk Adorned Brood, e un paio di passaggi potrebbero ricordare il passato dei Die Apokalyptischen Reiter. È un connubio "strano" ma non del tutto stravagante quello che ne vien fuori, riuscendo in più occasioni a far convivere ampie atmosfere con fasi catchy dal piglio sicuro come avviene in episodi quali l'opener e titletrack "Zeig Mir Den Weg" e "Realitaet 2.0" nel quale compare anche il chorus in voce clean.
I brani sono orecchiabili, il cantato esclusivamente in lingua madre rafforza il legame con la prima delle formazioni chiamate a influenza, la percezione di già sentito ogni tanto si pone all'orecchio non divenendo mai "fastidiosa" o "lesiva" nei confronti di un platter che onestamente si porta avanti, il ritornello di "Es War Einmal" è forse un po' troppo sdolcinato ma sembra quasi che il pezzo, il più melancolico della tracklist, sia solo l'annunciazione della ballad che lo segue; "Moment" è agrodolce, leggera e "pulita", una visione più da goth/rock nella quale il lavoro di tastiere sul finire maggiormente "orchestrali" e l'inasprimento della prestazione dietro il microfono tramutano in una versione sinfonica dei Sentenced, paragone ovviamente da prendere con le molle.
È però nei momenti più industrialoidi e riconducibili a Lindemann e soci che gli Haertefall danno il meglio, è piacevole quanto divertente "Unter Die Haut", annerita ma con quei synth "circernsi" e samples tesi ad alleggerirne la "pesantezza" evidente scandita da un drumming robusto e pestato nelle sezioni accelerate, fa il suo buon gioco.
L'altalenante proposta di attimi irruenti e scanditi con severità e altri più romantici viene ripresa in "In Meinem Himmel", nulla di realmente nuovo, lo schema ha già impattato in precedenza l'orecchio, lo si assorbe senza esaltarsi, più intrigante è "21", marcetta iniziale, un riffato che in parte gode di un appeal rockeggiante e in questo caso è proprio il ritornello a smontarmi: la soluzione con apertura in clean è divenuta scontata, giungendo a "Fisternis" che proseguendo nel percorso "guidato" sinora esposto pone la parola fine su "Sündenbock" senza aggiungervi realmente nulla.
La band è ripartita da dove aveva lasciato, tenete conto che tre brani (l'ultima citata, "Zeig Mir Den Weg" e "Ohne Dich") seppur riarrangiati appartenevano al "Demo", è stato quindi un consolidarne la "bontà" e farli divenire quindi le basi per dar vita a questo gradevole "Sündenbock", un album che consiglio esclusivamente a coloro che sono abituali ascoltatori di musica similare o a chi vuole fuoriuscire dai propri ambiti provando qualcosa che non sia forzatamente esterno al mondo metallico.

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