Informazioni
Data: 14/09/2013
Luogo: Live Club, Trezzo Sull'Adda (MI)
Autore: Dope Fiend
Scaletta
Agony Face
Asgard
National Suicide
Death Mechanism
Cripple Bastards
Attacker
Asphyx
Tankard
Sodom
Quarta edizione per il Rock Hard Festival, terza in quel di Trezzo Sull'Adda e seconda a cui riesco a partecipare. La manifestazione svoltasi nel 2012 fu di quelle che lasciano il segno (ricordo ancora lucidamente il terremoto interiore che l'esibizione dei Marduk mi provocò) ed è quindi con grandi speranze che, con gentil donzella e amici al seguito, mi avvio alla volta del Live Club, uno dei pochissimi locali del Nord che possa ancora vantare la nomea di ottimo luogo per godersi un concerto. Nonostante tutto, però, sono un po' deluso dal cartellone dei gruppi in programma che, almeno secondo i miei gusti, avrebbe potuto essere composto in maniera migliore. Bando alle ciance, comunque: sono sicuro che non mancheranno le sanissime dosi di legnate metalliche per le quali tutti noi siamo qui presenti.

Facciamo il nostro ingresso nell'ampio salone del Live mentre i nostrani Asgard stanno terminando il tempo a loro disposizione. I cinque ferraresi vengono seguiti a ruota da altre due compagini italiane: i National Suicide e i Death Mechanism. Sebbene rapidi colpi d'occhio all'interno dimostrino che entrambi i gruppi sono ben apprezzati dal pubblico, i miei interessi sono catturati totalmente dalle bancarelle dei dischi, poste sia all'interno che nella sempre bella area esterna del locale, dal cibo e dall'aria aperta. Dunque è soltanto durante il soundcheck antecedente all'esibizione dei Cripple Bastards che rimetto stabilmente piede nei dintorni del palco. Non posso millantare un fanatismo assoluto nei confronti dei quattro astigiani, ma la violenza rovesciataci addosso da Giulio The Bastard e soci non può in alcun modo lasciare indifferenti. Pochi (rapidissimi) convenevoli e una marea di rabbiose mazzate: così si potrebbe riassumere quanto vedo e il ferocissimo mosh che si scatena davanti alle transenne lo testimonia. I nostri snocciolano una scaletta celebrativa del disco "Misantropo A Senso Unico" (appena ristampato dalla FOAD), senza tralasciare un pochino di spazio per pezzi più recenti. Episodi come "Quasi Donna... Femminista" e "Il Sentimento Non È Amore" non lasciano spazio a interpretazioni di sorta e l'indomito spirito live dell'Hardcore e del Grind che ci si abbatte addosso mette d'accordo davvero tutti.
Dopo la scarica di aggressività dei Bastardi, nulla possono gli Attacker che — nonostante la bontà della proposta — risultano poco adatti al clima creatosi. A ciò si aggiungano una spudorata derivazione maideniana sin troppo marcata e una prestazione generale non così imprescindibile; il risultato è che, seppure su disco gli americani risultino piacevoli e una piccola perla come "The Second Coming" sia sempre graditissima all'ascolto, l'attesa per il gruppo successivo divenga assolutamente pressante. E il gruppo successivo arriva, cazzo se arriva.

Gli Asphyx, tolte certe compagini svedesi, sono sempre stati la mia band Death preferita e, a dirla tutta, sono anche stati tra i pochi ad essersi riformati mantenendo altissimo il livello delle loro uscite. L'ingresso di quella leggenda vivente che risponde al nome di Martin Van Drunen è giustamente accolto con un'ovazione dalla folla e le prime incitazioni arrivano già durante il soundcheck. Da qui in poi la Morte in persona, coadiuvata dalla Putrefazione, dalla Malattia e dalla Brutalità, si è impossessata dell'intero Live Club. I quattro olandesi, poco prima persone simpaticissime, affabili e tenerissime, si trasformano in emissari di terrore allo stato puro e ci riversano addosso ininterrotte colate di Death marcio e cattivissimo. Le chiome roteano senza sosta, i velenosi rallentamenti che da sempre sono il marchio di fabbrica degli Asphyx infettano morbosi la platea intera e le nostre anime, poco a poco, vengono purificate dalla Nera Mietitrice. Da "Deathhammer" a "Scorbutics", da "M.S. Bismarck" a "Wasteland Of Terror", passando per "Food For The Ignorant" e un'immensa "The Rack": i nostri snocciolano le parti migliori di un repertorio solido come una catena montuosa, privo di sbavature, un ritratto devastante di una delle più compatte carriere musicali che il Metal estremo possa vantare. Un'apocalittica "Last One On Earth" chiude una tra le esibizione più belle a cui il sottoscritto abbia mai assistito e Van Drunen, visibilmente estasiato dalla risposta di un pubblico coinvolto come non mai, ringrazia a profusione con un'umilissima sincerità che ha davvero dell'ammirevole. "Insegnare vita, morte e metallo alle generazioni passate, presenti e future": questo è il manuale che dovrebbero scrivere gli Asphyx. Piccola nota personale a margine: il plettro donatomi da Paul Baayens rimarrà a vita uno dei miei cimeli preferiti.

Il turno successivo è quello dei Tankard, ma, in tutta franchezza, proprio non ce la faccio a sorbirmi i quattro di Francoforte dopo la lezione impartita dagli Asphyx e seguo quindi soltanto a spezzoni ciò che accade sul palco. E devo dire che quanto vedo mi disturba: togliendo la mera parte musicale, gli orrendi siparietti imbastiti da Gerre mi lasciano perplesso (eufemismo). Se da una parte gli astanti sembrano andare a nozze con tanta caciara, io non riesco a sopportare a lungo la visione della mastodontica epa del corpulento cantante, né i balletti improvvisati con una ragazza fatta salire dalla transenna. Poco onorato del fatto che Gerre dedichi una canzone alla mia dolce metà, passo oltre e attendo pazientemente che arrivi il turno degli headliner della giornata.

Ed ecco comparire finalmente Tom Angelripper, Bernemann e Makka, pronti a lanciare granate di storia in grembo a tutti quanti noi. Il trio appare in forma smagliante, nonostante un visibilissimo invecchiamento, e — sebbene non abbia apprezzato le ultime due uscite targate Sodom (soprattutto se paragonate ai classici più datati) — dal vivo pezzi come "In War And Pieces" e "Stigmatized" fanno la loro porca, porchissima figura. Il meglio della scaletta è però ovviamente rappresentato dai piacevolissimi salti nel tempo che ci vengono propinati: "Among The Weirdcong", "Proselytism Real", "Sodomy And Lust", "Outbreak Of Evil" e "Nuclear Winter" sono solo alcuni dei meravigliosamente distruttivi pezzi che ci vengono proposti. Non mancano nemmeno le cover di "Iron Fist" e di "Surfin' Bird" a intervallare altri assalti come "M-16" e "Ausgebombt": il comando imperativo è di non fare prigionieri e i Sodom assolvono senza remore al loro compito. Anche il sempreverde Onkel Tom si dimostra soddisfattissimo della risposta del pubblico e c'è ancora tempo per un piccolo bis prima di far calare definitivamente i tendoni sul palco del Live. Un'esibizione magnifica.
Pollici in alto, quindi, per la quarta edizione del Rock Hard che sarebbe stata vinta dai Sodom, se solo non ci fossero stati gli Asphyx a saccheggiare a man bassa qualsiasi ipotetico premio messo in palio.
Nota: un piccolo ringraziamento speciale a te, stupido figlio di puttana, che durante la performance dei Sodom hai pensato bene di spruzzare il tuo fottuto spray al peperoncino in sala, provocando irritazioni, starnuti e furiosi accessi di tosse a tutto il locale. Di concerti ne ho visti tanti, ma non ho mai incontrato un livello di idiozia tale e, sinceramente, mi dispiace soltanto che nessuno ti abbia potuto identificare. Ti lascio con un personale e sentito augurio di passare le prossime due settimane seduto sul cesso in preda a insostenibili spasmi intestinali e, se ci cadrai dentro, non potrò che essere sinceramente felice per l'avvenuto ricongiungimento con la tua genealogia, stronzo!
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Gruppo: Exhumed
Titolo: Necrocracy
Anno: 2013
Provenienza: USA
Etichetta: Relapse
Contatti: exhumed.bandcamp.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Coins Upon The Eyes
2. The Shape Of Deaths To Come
3. Necrocracy
4. Dysmorphic
5. Sickened
6. (So Passes) The Glory Of Death
7. Ravening
8. The Carrion Call
9. The Rotting
DURATA: 38:22
Quanto sarà necessario presentarvi gli Exhumed? Siete lettori assidui, dunque la risposta è... per niente! Nel 2011 vi parlai in maniera entusiasta di "All Guts, No Glory" che diventò la mia colonna sonora estiva.
Ora "l'estate sta finendo e un anno se ne va", come cantavano i Righeira, ma gli Exhumed restano e ci servono un lavoretto intitolato "Necrocracy". Il libercolo mostra una copertina poco abituale per il gruppo e la prima domanda che mi pongo è: "Sono diventati politici?". Fortuna vuole che sia ben fornito e che contenga quattro pagine redatte dal gruppo, nelle quali Matt ci racconta come Rob Babcock e Mike Hamilton sostituirono alle pelli e al basso i colleghi che non erano più disponibili per delle lunghe serie di concerti. Forse vi ricorderete che Danny Walker e Leon Del Müerte sono stati protagonisti di un viavai continuo, dentro e fuori dagli Exhumed. Chissà che un giorno li rincontreremo? Finalmente trovo la risposta che cercavo... sì, i testi sono socio-critici e si rivolgono verso il sistema nel suo complesso, particolarmente quello statunitense. Passiamo ora al prodotto musicale, quello che interessa maggiormente ai lettori.
La prima pista intitolata "Coins Upon The Eyes" è basata su una scala molto "carcassiana" e automaticamente mi chiedo se la scelta sia dovuta all'uscita di un nuovo disco degli inglesi. Calcolo? Omaggio? È un fatto che lo stile dei Carcass si trova come un filo d'Arianna nel corso dell'opera; combinato con ritmi thrash della Bay Area, crea tracce medio-lente come "Dysmorphic" che sono da divertimento puro. Gli Exhumed hanno forse tolto un poco il piede dall'acceleratore, ma non temete, voi amici della velocità starete forse un poco a dieta, trovando comunque abbastanza da masticare. "Necrocracy" ha bisogno di essere ascoltato più volte per permettere all'utente di scoprire tutte le sfumature e di apprezzarne la qualità fornita da musicisti esperti.
Il quartetto californiano ha forse regolato leggermente il suo stile oppure semplicemente non è riuscito a offrirci uno dei suoi dischi di livello più alto. È però indiscutibile il fatto che "Necrocracy" resti un lavoro solido e compatto, con alti e bassi dettati dalla percezione individuale del pubblico. C'è un solo modo per scoprire se vi garbi: ascoltarlo.
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Gruppo: Hebosagil
Titolo: Lähtö
Anno: 2013
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Ektro Records
Contatti: facebook.com/Hebosagil
Autore: Mourning
Tracklist
1. Ei Ole Mitään Mihin Palata
2. Valot Päälle
3. Valinta
4. Kävelet Pois
5. Matkalaulu
6. Padot
7. Valmis Mihin Vaan
8. Juippi
DURATA: 26:40
I finlandesi Hebosagil sono ormai in giro dal 2003 e pur avendo già alle spalle una decina di uscite fra demo, split e album non sono poi così conosciuti. Il loro decimo anno d'attività viene festeggiato con la terza prova di lunga durata depositata negli scaffali: "Lähtö" è infatti pronto a smontarvi con la sua efficace e abrasiva aggressione che sovrappone hardcore, thrash e sludge-doom all'interno di otto pezzi per neanche mezz'ora di botta.
Le canzoni sono ruvide e ossessive, fangose e rabbiose: immaginate di creare una maledettissima "Royal Rumble" sul ring dove se la vedono a muso duro Melvins, EyeHateGod, Superjoint Ritual e Pro-Pain, alimentando una melma pesante e stridente nella quale spicca sia il lavoro dei chitarristi Antti Karjalainen e Remi Rousselle, sparato in prima linea, che la prestazione coriacea e trascinante del cantante Tatu Junno.
Lo sporco affare nel quale sono invischiati è di quelli che rapisce per la sua essenza integralista, pervaso da una corrente rock marcescente che ne aumenta il fattore godereccio. Non c'è un attimo di pausa o un momento in cui gli Hebosagil tendono a mollare realmente la presa, tant'è che dall'episodio d'apertura "Ei Ole Mitään Mihin Palata", nel quale si percepisce un certo retrogusto stoner, alla conclusiva "Juippi", passando per lo stupendo prefinale offerto dall'ipnotica "Valmis Mihin Vaan", l'album tiene incollato a sé l'orecchio frustandolo con perseveranza.
"Lähtö" è un disco che non scende a compromessi: è brutale, diretto e il cantato in finnico di certo non è il miglior mezzo per rendere "commerciale" una proposta. Certo, non è il massimo per ciò che concerne l'inventiva e qualcuno potrebbe lamentare una sensazione di già sentito che in un paio di sezioni diviene maggiormente evidente; è chiaro come il sole a mezzodì però che questi finnici non abbiano voluto perdersi in chissà quale ricerca, preferendo puntare i piedi sul terreno con forza e ottenendo così il risultato voluto: un muro sonoro contro il quale sfondarsi la testa dedicato agli amanti del genere.
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Gruppo: An Apple A Day
Titolo: Yes We Can
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Tanzan Music
Contatti: facebook.com/keepsthedoctoraway
Autore: Mourning
Tracklist
1. Yes We Can [cover Allen Touissant]
2. Izabella [cover Jimi Hendrix]
3. Tunnel Vision [cover Lenny Kravitz]
4. Outside Man Blues [cover Blind Joe Reynolds]
5. Out On The Tiles [cover Led Zeppelin]
6. The Revolution Will Not Be Televised [cover Gil Scott Heron]
7. We All Had A Real Good Time [cover Edgar Winter Group]
8. It's A New Day [cover Ivan Woods]
9. Love Train [cover Wolfmother]
10. Heart And Soul [cover Claude Bolling]
11. Cochise [cover Audioslave]
12. Troglodyte (Cave Man) [cover Jimmy Castor Bunch]
13. Outside Woman Blues [traccia bonus versione cd - cover Blind Joe Reynolds]
DURATA: 45:07
Gli An Apple A Day non sono una semplice cover band, infatti nascono dai trascorsi del progetto Fred Leslies' Missing Links, all'interno del quale si muovevano le figure dell'organista Paolo Apollo Negri e del duo ritmico danese composto da Craig Kristensen al basso e Kapper Dapper alla batteria; a questi si è poi aggiunto il chitarrista Mario Percudani. Non parliamo quindi di musicisti sconosciuti, ma al contrario abbiamo a che fare con un quartetto di professionisti che arricchisce quest'esperienza, collaborando con svariati artisti pronti ad alternarsi dietro al microfono: Abdominal e BluRum13 in "Yes We Can Can", Lee Fields in "Izabella" e "Outside Woman Blues", Tyra Hammond in "Tunnel Vision", Rhiannon Giddens in "Outside Man Blues", Ria Currie in "Out On The Tiles" e "Cochise", Lyrics Born in "The Revolution Will Not Be Televised", Glen David Andrews in "We All Had A Real Good Time", Naomi Shelton e The Gospel Queens in "It's A New Day", Michelle David in "Love Train", Kylie Auldist in "Heart And Soul", Richard Roundtree in "Troglodyte (Cave Man)" ed Elisabeth Børch in "Yes We Can Can" e "We All Had A Real Good Time" (cori)."
Vi chiederete perché abbia esordito precisando il fatto che la band non fosse una normale cover band e perché abbia elencato l'intera lista dei partecipanti a quest'esperienza musicale. Il motivo principale risiede nel fatto che i tredici brani contenuti in quest'album (che sto analizzando nella versione cd) sono stati forniti di un vissuto personale che non sfigura al cospetto dei capolavori originali: il gruppo ha realmente compreso cosa voglia dire osare, evitando però di cadere nella trappola dell'immettere all'interno dei pezzi quel "troppo che stroppia". L'orecchio si confronta con versioni funk-soul in cui l'eleganza e il groove delle basi fornite dagli artisti danesi, dallo splendido lavoro d'accompagnamento e rifinitura di Negri e dal lavoro chitarristico dal suono moderno di Percudani pongono i tasselli fondamentali sui quali poggiare le varie interpretazioni che garantiscono alla proposta una varietà significativa.
Si passa dall'introduzione di liriche rappate in "Yes We Can" di Allen Toussaint e "The Revolution Will Not Be Televised" di Gil-Scott Heron, rispettivamente affidate al canadese Abdominal e al nippo-americano Lyrics Born (chissà come sarebbe venuta con Zach De La Rocha al suo posto?), al più classico degli esempi di quanto possa essere intensa la vocalità nera in "We All Had A Real Good Time" degli Edgar Winter Group, traccia nella quale è superlativa la prova di Glen David Andrews, sino a rimanere incantati dalla sicuramente inattesa versione di "Chocise" degli Audioslave realizzata dalla biondissima Ria Currie. Per non farsi mancare la nota di colore che ti sorprende in maniera definitiva, si può ascoltare "Troglodyte (Cave Man)" di Jimmy Castor Bunch eseguita da Richard Roundtree: proprio l'attore che impersonò il detective Shaft e icona della Blaxplotaition, vero e proprio omaggio rivolto nei confronti dell'amico scomparso nel 2012.
Ogni singolo episodio di questo "Yes We Can" racconta sia la storia che ne ha caratterizzato l'origine sia quella che odiernamente gli è stata cucita sopra. Numi tutelari quali Led Zeppelin ("Out On The Tiles") ed Hendrix ("Izabella") vengono a dir poco esaltati dalla prestazione di Mr Lee Fields; anche i non appassionati di questo panorama musicale, ma fruitori della disco più ricercata, lo ricorderanno di certo come uomo dietro al microfono di "Jealousy", pezzo del dj Martin Solveig.
Gli An Apple A Day con questo lavoro impartiscono una sonora lezione di classe ai tanti, pure troppi, gruppetti che occupano i palchi riproponendo della semplice minestra riscaldata: la band riesce a divertire, a coinvolgere ed emanare un'energia che ti fa veramente venire voglia di muoverti. Probabilmente potremo catalogare quest'opera come un gustoso diversivo... però magari fossero tutti così belli da ascoltare. Una mela al giorno toglie il medico di torno? In loro compagnia è probabile che accada. Volete esserne certi? E allora che state aspettando? Provate!
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Gruppo: Voight Kampff
Titolo: More Human Than Human
Anno: 2012
Provenienza: Francia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/robotbleugroupe
Autore: Mourning
Tracklist
1. Strange Obsessions
2. Cityscape Horizon
3. Unicorn
4. Emotional Response
5. Dangerous Days
6. I Am The Business
7. In The Name Of God
8. Tannhaüser Gate
9. Fatalist
10. You're So Perfect
11. World War Terminus
12. Prodigal Son
DURATA: 43:44
Voight Kampff: queste parole mi ricordavano qualcosa, ma cosa? Internet aiuta moltissimo quando si ha bisogno di collegare rapidamente un particolare a un film, un libro o un evento storico ed ecco infatti che il mitico "Blade Runner" di Ridley Scott appare come primo risultato della ricerca. Cos'è questo Voight Kampff? "Il test Voight-Kampff è concepito per provocare una reazione emotiva", e veniva utilizzato in quella splendida pellicola basata sul racconto di Philip K. Dick "Do Androids Dream Of Electric Sheep?" per svelare l'identità degli androidi che si mischiavano agli umani, e oggi è divenuto il nome di una band transalpina al debutto con "More Human Than Human", disco che da quella storia e quel mondo di fantascienza trae ispirazione.
Il quintetto bretone musicalmente sembra uscito dal periodo compreso fra il finire degli anni Ottanta e gli inizi della decade successiva, suona un thrash-death tecnico di vecchia scuola nel quale sono palesi le influenze compositive di stelle di prim'ordine quali Nocturnus, Coroner, Death, Pestilence e Watchtower, le cui lezioni sono state più che discretamente assorbite e riproposte all'interno delle dodici tracce da loro proposte. Il riffing di Grino e Virus è vorticoso e d'impatto, molla ogni tanto la presa, aprendo un paio di spiragli all'intrufolarsi di melodie ben assestate come avviene in "Tannhaüser Gate". I due perlopiù preferiscono farci spaccare il collo, mostrandosi determinati in pezzi quali "Dangerous Days", "In The Name Of God" (in puro stile Coroner) e "Fatalist", inoltre anche quando si dedicano all'esibizione solistica non deludono. L'aggressività espressa dai Nostri non la metto in discussione e del resto i francesi non perdono occasione per rimarcarla: grazie al buon operato dietro al microfono di Ramon e alla diligente prestazione in sede ritmica dell'accoppiata basso-batteria composta da Z e Oliv. A tali note positive si aggiunge una produzione che non fa segnalare sbavature particolari, dandoci la possibilità di apprezzarne le qualità esecutive.
"More Human Than Human" è un album che vale la pena godersi con calma e a un volume moderatamente alto: se poi nel corso degli anni foste letteralmente usciti di testa per capolavori come "Mental Vortex", "Human" e "Spheres", allora credo diventi difficile per voi non provare un minimo di naturale attrazione per la musica dei Voight Kampff. Non saranno originali, ma interessanti sì, questo decisamente sì.
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Gruppo: Súl Ad Astral
Titolo: Súl Ad Astral
Anno: 2013
Provenienza: Nuova Zelanda
Etichetta: Pest Productions
Contatti: facebook.com/SulAdAstral
Autore: LordPist
Tracklist
1. To Cherish
2. Amaurosis
3. In Solitude
4. The Clenching Void
5. The XIXth Wave
6. Mind’s Wandering
7. Persona I; Lunar
8. Persona II; Solar
9. All The Times... Forever
DURATA: 51:24
La Nuova Zelanda ha iniziato recentemente a ritagliarsi un piccolo spazio negli ambienti metal, gli Ulcerate sono chiaramente il nome più noto all'estero. In questo caso, però, ci troviamo in territori molto diversi da quelli della ormai nota band death metal, ci muoviamo verso le sonorità "post-black" tanto care alla Pest Productions, etichetta cinese in crescita e che inizia a vantare una discreta quantità di artisti internazionali tra le proprie file.
I Súl Ad Astral nascono come progetto del chitarrista Stephen Fortune nel 2011, la proposta si concretizza con la collaborazione di Michael Rumple, che ha contribuito con la voce e i testi. Questo disco d'esordio vide la luce già nel maggio 2012, e lo stile di Fortune e Rumple ha presto attirato l'attenzione della Pest (che produce vari altri gruppi di questo stile, come i Dopamine), portando a un'uscita fisica in digipak nel marzo 2013.
La copertina (opera dell'artista cinese Zhao Erdong) rappresenta una figura misteriosa, avvolta da uno spettrale mantello azzurro sullo sfondo di un bosco di stilizzati alberi neri, con una tecnica che ricorda la pittura tradizionale cinese. L'immagine dà quindi una direzione alle nostre aspettative, verso quella commistione di black metal con mondi evanescenti e onirici che è diventata tanto popolare da quando "Souvenirs D'Un Autre Monde" ha fatto la sua comparsa.
Bisogna dire che la traccia d'apertura "To Cherish" è di sicuro impatto e mette in mostra buona parte del potenziale di questo disco. Una strumentale di nove minuti che scorre attraverso le varie influenze in gioco, aprendo il sipario su un mondo dalle tonalità azzurrognole. La struttura concettuale del disco sembra rimandare grosso modo alla dimensione interiore che ha caratterizzato il progetto Alcest, descrivendo i pensieri che si rincorrono nella mente della voce "narrante", fino alla domanda che ci si pone in "The Clenching Void": "Why dive in the mud when you can float with stars?".
Da un punto di vista musicale, non ci si discosta molto da ciò cui ci siamo abituati negli ultimi anni della scena "blackgaze", anche se Fortune riesce a tratti a dare un'impronta più personale al proprio mondo. Il dittico "Persona" è una specie di manifesto delle influenze del duo (a tratti forse un po' disunito), nel quale anche la voce si cimenta in stili diversi: devo ammettere di preferire Rumple quando si dà allo scream anziché al pulito, che suona invece abbastanza generico.
In sostanza, l'omonimo debutto del progetto Súl Ad Astral è un disco che probabilmente gli ascoltatori del genere gradiranno, ma che difficilmente farà cambiare idea a chi non digerisce determinate sonorità. Il duo sta lavorando al momento sul nuovo album "Afterglow" e noi di Aristocrazia, naturalmente, ne seguiremo gli sviluppi.
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Information
Band: Súl Ad Astral
Title: Súl Ad Astral
Year: 2013
From: New Zealand
Label: Pest Productions
Contacts: facebook.com/SulAdAstral
Author: LordPist
Tracklist
1. To Cherish
2. Amaurosis
3. In Solitude
4. The Clenching Void
5. The XIXth Wave
6. Mind’s Wandering
7. Persona I; Lunar
8. Persona II; Solar
9. All The Times... Forever
RUNNING TIME: 51:24
New Zealand has recently started occupying a small space in the metal scene, Ulcerate being of course the best-known name abroad. In this case, though, we are confronted with coordinates very different from those of the afore-mentioned death metal band, entering the "post-black" sound so appreciated by Pest Productions, an emerging Chinese label that is getting more and more international bands signed up on its roster.
Súl Ad Astral started as a solo project of guitarist Stephen Fortune in 2011, his proposal took shape with Michael Rumple's cooperation, contributing on vocals and lyrics. This disc first came out in May 2012, when Fortune and Rumple's style stirred Pest's attention (the label also produces other bands in this style, such as Dopamine), leading to a physical digipak release in March 2013.
The cover (designed by the Chinese artist Zhao Erdong) depicts a mysterious figure, enveloped in an azure cloak on a background crowded with stylized black trees, done in a technique reminiscent of traditional Chinese painting. This image directs our expectations towards that mixture between black metal and ephemeral, dream-like worlds which has become so popular since the appearance of "Souvenirs D'Un Autre Monde".
I must say that the opener "To Cherish" successfully sets the tone and showcases a good deal of this album's potential: a nine-minute instrumental track which flows through the many influences at play, raising the curtains on a light-bluish world. The concept behind this disc somewhat refers to the inner world that characterized Alcest, portraying the thoughts running one after another in the narrator's mind, up to the question in "The Clenching Void": "Why dive in the mud when you can float with stars?".
In terms of music, we're not too far from what the "blackgaze" scene got us used to in the last few years, although Fortune manages to give it a personal twist every now and then. The diptych "Persona" is some sort of manifesto for the duo’s influences (perhaps a little disjointed at times), where the vocalist experiments different styles as well: I have to admit that I prefer Rumple when he screams more than when he sings clean, which struck me as quite generic.
In short, the self-titled debut by Súl Ad Astral is an album that fans of this genre might like, but that doesn't seem likely to make people who do not appreciate this sound change their minds. The duo is currently working on their new album "Afterglow" and Aristocrazia, naturally, will follow its course.
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Gruppo: Vollmond
Titolo: Rituals Of Conquest
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Le Crépuscule Du Soir Productions
Contatti: myspace.com/vollmondband
Autore: Akh.
Tracklist
1. Dawn Of The Limitless Fire
2. Mournful Ascension
3. Engravings
4. Silent Domination Of The Beyond
5. Outer Darkness
6. Rituals Of Conquest
7. Death Manifestation
DURATA: 48.53
Giungono al secondo lavoro sulla lunga distanza i Vollmond, band lombarda che si è accasata presso Le Crépuscule Du Soir Productions per far uscire questo "Rituals Of Conquest" (e da poco è annunciata pure la versione cassetta limitata a trecentotrentatrè copie), album dalle sfumature Cosmic Black Metal, sia nell’approccio visivo che artistico.
Dopo una breve intro in cui "Carmina Burana" e suoni distanti si miscelano per aprirci le porta alla dimensione dei mantovani, ci troviamo di fronte alle peregrinazioni astrali di “Dawn Of The Limitless Fire” in cui il Burzum (influenza assai importante assieme a quella dei Borknagar per questi ragazzi, che ritroveremo in maniera costante in certi giri) di "Dunkelheit" viene filtrato attraverso il corpuscolo impalpabile che regna oltre l'atmosfera terrestre, dando un forte impulso interiore. Il brano si sviluppa suadente, molto suggestive le ampie tastiere e lo scream filtrato di Pest che amplifica indiscutibilmente le sfumature costruite; il riff di chiusura infine mi riporta alla mente il Black Metal fortemente Blues dei Glorior Belli.
Sicuramente i Vollmond fanno dell’intimità la loro arma principale, alla quale asservire le proprie abilità: tutto gira e viene creato per indurre l'ascoltatore in questa fase di trasporto, come si nota pure nella successiva "Mournful Ascension", con il suo alternarsi ritmico che risulta come un unico flusso su cui le variazioni quasi hanno poco conto rispetto alla sensazione che viene generata. I validi camei di chitarra solista e gli arrangiamenti di tastiera (realizzati dal buon Peter, già all'opera con gli ottimi Blaze Of Sorrow) e batteria servono esclusivamente a esaltare la capacità del gruppo di evadere certi concetti fenomenici e trascendere lo spazio. Per certi aspetti potrei accostarlo alle microschegge degli Eclectika di "Lure Of Epheral Beauty" oppure alle migliori tastiere di Triste L'Hiver o a un certo incedere spaziale dei Progenie Terrestre Pura, il tutto con un approccio B.M. molto più incisivo rispetto ai transalpini e con un maggiore dinamismo rispetto al canadese, ma senza gli accenti progressivi dei P.T.P.
A tratti nella composizione affiora una sensazione di déjà vu che forse è l'unica pecca che trovo, in quanto tutto gira molto bene. Il fatto poi che la mia mente scovi forti similitudini con riff leggendari del panorama B.M. non rende giustizia al lavoro d'insieme dei Vollmond, anche perché le dilatazioni sonore che sanno ricreare permangono affascinanti e avvolgono nei loro momenti d'apice. Lo spaccato strumentale "Silent Domination Of The Beyond" è sintomatico di ciò, come lo sono tutte quelle soluzioni che si manifestano nel cuore pulsante dei vari brani e che indicano come questa formazione possa in realtà trovare linfa vitale in se stessa date le proprie peculiarità e potenzialità; si veda ad esempio la traccia che dà il titolo all'album.
Bisogna inoltre ammettere che la proposta è resa ottimale pure dalla produzione a cura di Magnus Devo Andersson (Marduk) e dal validissimo missaggio di Peter, a mio avviso entrambi hanno saputo trovare un bilanciamento davvero encomiabile, in maniera che tutto possa suonare come fosse un corpo unico senza rendere uno strumento invasivo rispetto alla visione di insieme. Questo ottimo tocco personalizzante fa chiaramente intuire cosa siano Vollmond e il suo Kosmos.
Se mai vi foste chiesti come avrebbero suonato i primi Dark Funeral in un tempo medio, la risposta la potreste ritrovare nella svedeseggiante "Outer Darkness" in cui l'oscurità si candida a paladina per le evoluzioni introspettive della band, riuscendo a essere crudele e affascinante, incisiva e sognante, grazie al break arpeggiato e al suo finale riflessivo. La chiusura invece viene dedicata a un frangente che arriva al limite della Dark Ambient, con chitarre effettate e sintetizzatori che vanno a tessere un lugubre trattato di morte (non a caso il titolo "Death Manifestation"), dove echi e sonorità nere avvolgono in maniera asfissiante, come se si cercasse di comprendere lo stato di ipotermia affrontato da un viaggiatore nelle lande vuote dell'Universo.
I Vollmond possono ancora crescere, il talento sicuramente è dalla loro parte, le soluzioni scelte pure e in questo "Rituals Of Conquest" si trovano già frangenti coinvolgenti e da gustare pienamente. Se amate fissare l’astro argentato e i suoi mari desolati, se il vostro inconscio va a sondare le vaste dimensioni notturne, se la vostra mente adora vagare per dimensioni lontane alla ricerca delle profondità dell’oscuro infinito, allora i Vollmond sono l'ideale...
I neri giardini della Luna Piena vi attendono, spalancate le visioni.
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Informazioni
Gruppo: Beyond Mortal Dreams
Titolo: Dreaming Death
Anno: 2013
Provenienza: Australia
Etichetta: Autoprodotto / Lavadome Productions
Contatti: facebook.com/beyondmortaldreams
Autore: Mourning
Tracklist
1. Feast Of Carrion
2. The Filth Of Their God
3. Dreaming Death
4. Beast Of Damnation [cover Beherit]
DURATA: 18:04
Violenza, rallentamenti da capogiro, tecnica e brutalità in neanche venti minuti di musica? Sì, tutto questo è possibile ascoltarlo infilando nello stereo "Dreaming Death", l'ep stellare rilasciato dagli australiani Beyond Mortal Dreams. Quest'uscita è la quarta ufficiale dopo il "Promo 2004", la demo "The Demon And The Tree Of The Dead" (2006) e l'album di debutto "From Hell" (2008), e arriva decisamente in ritardo sul nostro sito essendo stato partorita nel 2012. Ma visto che i quattro brani devastanti (tre originali ai quali si aggiunge la cover dei Beherit di "Beast Of Damnation", pezzo contenuto nel mini "Dawn Of Satan's Millennium"), prima rilasciati in versione cd, vengono adesso riproposti in formato vinilico limitato a trecentocinquanta copie targato Lavadome Productions, mi è sembrato doveroso cogliere l'occasione per dar spazio a questa macchina da guerra priva di scrupoli.
Il trio composto da Doomsayer (voce, chitarra, basso e sintetizzatori), Bloodspawn (chitarra) e Maleficus (batteria) è l'esempio eclatante di come si possa produrre metal estremo senza scadere nel becero tentativo di plagiare l'old school, avvalendosi di produzioni ridicole e suoni da scantinato, o ancora peggio sfoderando un'attitudine che guarda indietro coadiuvata da operati dietro al mixer moderni e piatti. Le loro armi vincenti sono le strutture dei pezzi e un lavoro di produzione buono, ma non scintillante, perfetto per mantenere vivida quella sensazione di cattiveria che trasuda attraverso le note incanalate nel loro nero flusso.
Sia "Feast Of Carrion", con il suo comprimersi ed espandersi, accelerando e decelerando nervosamente sfruttando la furia melodica delle cascate solistiche, che la successiva "The Filth Of Their God", mattonata nella quale le connotazioni stilistiche imposte dal dinamismo ritmico (pur avendo una durata decisamente ridotta) scavano un solco profondo dal quale sbuca ergendosi la traccia che da il titolo al disco, dimostrando che tecnica e malvagità sono tutt'oggi in grado di coesistere. Del resto Immolation e Incantation sono i modelli ideali, quelli da far conoscere a chiunque si avvicini a questa valle di lacerante dolore, e la strada intrapresa dalla band non è poi così distante. "Dreaming Death" è in parte altra storia: le atmosfere diventano più ampie, e l'ingresso in scena dei sintetizzatori, che le estendono a dismisura, è stavolta prominente, ed emana un'aura epica scura e minacciosa. È una colata lavica che implacabile deve adempiere al proprio compito: ci conduce a una morte che annienta, dandosi sfogo finale con la blasfemia a oltranza partorita negli anni Novanta dai finnici, ma assorbita e rimodellata alla Beyond Mortal Dreams, offrendo così degna chiusura a un lavoro veramente bello.
Gli assatanati seguaci del mondo death metal probabilmente avranno già reperito "Dreaming Death", tuttavia ci son quelli che non si negano il fatto di possedere il disco in doppio formato e dato il rifiorire della passione per il vinile farebbero bene a contattare la Lavadome per accaparrarsene una copia. Questi musicisti sono stra-consigliati per chiunque viva per il genere, i Beyond Mortal Dreams sono un porto sicuro, l'unico neo è che una volta che vi arrivate potreste non fare più ritorno. Micidiali.testa dedicato agli amanti del genere.
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Gruppo: Battle Dagorath
Titolo: Cursed Storm Of Ages
Anno: 2013
Provenienza: California, USA
Etichetta: De Tenebrarum Principio
Contatti: facebook.com/BattleDagorath
Autore: Bosj
Tracklist
CD 1
1. The Tomb Lies Deep Beyond At The End Of Time
2. Cloud, Shadow, Earth & Flesh
3. Processional Across Dreamed Landscapes
4. Macrocosmic Haunting Vision
5. The Infinite Darkness Awaits
CD2
6. Awakened By The Spell Of The Wind
7. Interdimensional Passageway Between Worlds
8. Myth Of The Cold Ghost Sea
9. The Last Dying Winter
DURATA: 100:50
È lungo, lunghissimo, il nuovo disco dei Battle Dagorath, stavolta per De Tenebrarum Principio, sotto-etichetta della nostrana ATMF; è un'opera talmente lunga che un disco solo non è sufficiente e per contenerla interamente sono necessari ben due cd. Un'occhiata alla durata ed è facile essere presi dallo scoramento: cento minuti. Oltre un'ora e mezza di registrazioni compone "Cursed Storm Of Ages", terzo album della formazione californiana. Di californiano oggi, in verità, si parla impropriamente, poiché la creatura di Black Sorcerer Battle assume connotati sempre più internazionali: dopo l'aggiunta di Vinterriket in formazione, il nostrano Radok, chitarrista degli alto-atesini Lorn, è l'ultimo membro a essersi unito al gruppo, qui in veste di batterista.
Superato lo scoglio della lunghezza, comunque, l'operato dei Battle Dagorath ha tutte le carte in regola per fare breccia: lunghissimi passaggi atmosferici, tastiere sapientemente declinate (e ci mancherebbe altro, con Ziegler a occuparsene), suoni bassi e pastosi a evocare le immense, gelide distese cosmiche. Il lungo minutaggio dei brani non fa che trascinare l'ascoltatore in un viaggio mistico, un'esplorazione dei più grandi misteri del creato, il cui minimo comune denominatore è il freddo: il freddo delle vette montane e delle nevi perenni, il freddo del vuoto e nero spazio profondo, il freddo dell'inverno, il freddo dell'animo umano votato alla ricerca della conoscenza.
"Cursed Storm Of The Ages" è un lavoro omogeneo, un continuo fluire di venti, tastiere e distorsioni, e possono passare decine di minuti tra un urlo di Black Sorcerer Battle a rompere le correnti dello spazio e il successivo. Le tracce possono avere una deriva più aggressiva ("Cloud, Shadow...") o assumere toni più maestosi ed epici ("Awakened By The Spell..."), ma la matrice resta invariata e il registro non subisce mutamenti per tutto l'album. Fanno eccezione rispetto al corpo centrale i due brani agli estremi: intro e outro sono infatti puramente dark ambient, che non mi stupirei di scoprire appannaggio del solo Vinterriket.
I Battle Dagorath hanno dato alle stampe un lavoro prolisso, è vero, tuttavia chi mastica questo genere non si lascerà certo demotivare dall'eccessiva decompressione. Un disco black metal atmosferico, niente più, niente meno, il cui immaginario è presto riassunto nelle uniche, lapidarie parole a corredo del libretto: Astral Winter Sorcery.
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Gruppo: Steak
Titolo: Corned Beef Colossus
Anno: 2013
Etichetta: Autoprodotto
Provenienza: Inghilterra
Contatti: facebook.com/stonersteak
Autore: Mourning
Tracklist
1. Black Milk
2. Liquid Gold
3. Glanshammar
4. Whiskey Mule
5. Acid Dave
DURATA: 26:13
I britannici Steak tirano fuori il secondo ep "Corned Beef Colossus" e io dopo averne guardato la cover, ancora una volta realizzata dall'artista brasiliano Eduardo Ferigato, e aver letto il seguito della storia incentrata sulla difesa di Cyclone City dalla figura dal malefico Lord Lazarus, potessi farmi vedere da voi, li applaudirei senza mezzi termini.
Il quartetto londinese, nel quale è doveroso segnalare il cambio di batterista, data l'entrata di Sammy nel ruolo ricoperto da Large in "Disastronaught", non ha modificato il suo approccio al panorama stoner: i punti di riferimento sonori citati nella passata recensione sono rimasti perlopiù gli stessi, con la figura svedese dei Truckfighters che ha però assunto una maggiore consistenza come influenza all'interno del sound. Ciò può essere dovuto al fatto che oltre alla presenza in qualità di ospite alla chitarra solista in "Brad Milk" da parte di Dango (Niklas Källgren), quest'ultimo e il suo compagno d'avventura Ozo (Oskar Cedermalm) abbiano curato l'operato dietro il mixer, svoltosi presso Bombshelter Studio di Örebro.
"Cornered Beef Colossus" è una grassa, esaltante e appagante fuga dal killer "The Corned Beef Colossus" creato da Lord Lazarus e dal suo genio del male personale, il professor Griz, nel tentativo di eliminare gli Steak e tenersi a distanza da questa creatura composta da sezioni differenti di carne prelevata da schiavi. I musicisti inglesi ci deliziano con cinque composizioni ricchissime di ottani stoner, fra le quali spicca l'accoppiata, a dir poco trascinante, composta da "Glanshammar" e "Whiskey Mule". I Nostri ci sguazzano proprio fra sonorità ruvide e atmosfere psichedeliche, quest'ultimo fattore non è mai esageratamente esposto, ma viene ben utilizzato in episodi come "Liquid Gold" e "Acid Dave", e il loro animo da rocker trova consistente sfogo nell'ennesima ottima prova dietro al microfono di un ispirato Kippa.
"Corned Beef Colossus" è il proseguire guardando avanti in una direzione che per gli Steak sembra essere ogni giorno di più quella adatta per divenire una band sulla quale poter contare, cosa manca adesso? Un album, un full, chiamatelo come volete, serve la ciliegina sulla torta, e una volta che anche questa verrà posta in cima, non ho dubbi, toccherà inserirli fra i grandi; onore che si stanno guadagnando sul campo.
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Gruppo: The King's Band
Titolo: Antichrist
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Autoprodotto / Necrotorture Agency
Contatti: facebook.com/thekingsband
Autore: Mourning
Tracklist
1. Radio Hell
2. Gypsy Night
3. Sex After Night
4. Trip In The Afterlife
5. You Are My Bitch
6. Death Or Glory
DURATA: 24:25
Karlage King e il suo progetto The King's Band rientrano in scena nel 2012 con l'ep "Antichrist": il mini contiene sei brani, tre dei quali sono stati ripescati direttamente dal primo lavoro, rilasciato nello stesso formato, intitolato "The King's Band". I musicisti che accompagnano Karlage in questa seconda uscita sono Matteo Pellegrini (chitarra, piano e cori), Antisocial (basso) e Luca Spinozzi (batteria). L'operazione "shock" portata alla ribalta dalla copertina raffigurante lo stesso King crocifisso in posizione inversa e che ricorda molto lo stile Ozzy è forse scontata, ma in fin dei conti non male, purtroppo lo stesso non si può dire del contenuto musicale racchiuso in questo disco.
Proprio così, i problemi presenti sono molteplici e non basta l'evidente passione riversata nei pezzi e la testardaggine con la quale il leader porta avanti la sua causa a eliminarli. Infatti tralasciando la derivazione da numerose band glam e street ben più note e l'incongruenza delle scelte effettuate in ambito compositivo alle volte decisamente tendenti a cozzare tra loro, ascoltando "Death Or Glory" capirete cosa intendo dire. Ciò che lascia perplessi è proprio la prestazione vocale che risulta poco incisiva in "Trip The Afterlife" e sconclusionata nell'episodio precedentemente tirato in ballo. "Antichrist", pur facendo notare una piccola e complessiva crescita nell'operato svolto dalla formazione, grazie anche a una produzione migliore rispetto a quella del primo ep, e facendo rilevare un paio di spunti che non dispiacciono in "Sex After Night" e "You Are My Bitch", rimane invischiato all'interno del mare di produzioni che lottano per arrivare alla sufficienza.
I The King's Band, ripartendo dai buoni propositi che da sempre spingono avanti il progetto e insistendo con tenacia, potrebbero eliminare un paio dei difetti sin qui mostrati, non sono comunque sicuro che il solo darci dentro basti, ma sì, da qualche parte bisogna pur cominciare no? Rimandati al prossimo giro.
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Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Dope Fiend
Formazione
U.W. - Voce
Jean-Jérôme - Chitarra
A.M. - Chitarra
A.B. - Basso
R.R. - Batteria
I francesi Regarde Les Hommes Tomber sono stati uno fra i miei ascolti fissi dell'ultimo periodo. L'album omonimo, che io stesso ho avuto il piacere di recensire, ci ha presentato una formazione sinora sconosciuta dalle grandi doti e che, grazie alla disponibilità dell'attivissima Les Acteurs De L'Ombre Productions e di Jean-Jérôme, tenteremo di conoscere meglio.
Ciao, è un piacere averti qui con noi, benvenuto su Aristocrazia Webzine. Come va la vita e come stai trascorrendo l'estate?
Jean-Jérôme: Ciao! Grazie per l'interesse. Sono Jean-Jérôme, chitarrista. È una bella estate, il sole splende.
Da cosa deriva la scelta del vostro nome?
Abbiamo speso molto tempo per scegliere un nome per la band. Abbiamo cercato di trovare un nome adatto alla musica e al tema generale dei nostri testi: il fallimento perpetuo dell'Essere Umano nella sua ricerca dell'assoluto. Volevamo che il nome rappresentasse il lato malinconico e disperato della nostra musica. Antoine, il secondo chitarrista, è stato davvero colpito dal film "Regarde Les Hommes Tomber", diretto da Jacques Audiard. Per questo ci ha proposto questo nome ispirato al film. All'inizio avevamo paura di essere penalizzati da un nome francese per la band, ma questo nome insolito è semplicemente perfetto per l'immagine che vogliamo dare di noi stessi e della nostra musica.
Come è nata la band e chi sono i componenti?
Ho iniziato a scrivere i pezzi per conto mio. Questo è stato un lavoro introspettivo e solitario, molto personale. Poi, a poco a poco, ho fatto ascoltare le demo delle canzoni ai miei compari. Siamo amici e avevamo già suonato insieme in varie band prima. Eccitati, tutti hanno deciso di prendere parte a questo progetto. Abbiamo lavorato insieme per un anno e mezzo prima di entrare in studio.
Avete un background musicale comune o venite da panorami e ascolti completamente differenti?
Abbiamo tutti radici musicali diverse. Il batterista e il chitarrista amano il Death Metal, il bassista il Punk Hardcore e il Post Hardcore, il cantante il Black e il Metal atmosferico e io ascolto Post Rock, musica classica e Black Metal.
Qual è la difficoltà maggiore che si può incontrare nel tentativo di far convivere più stili musicali, come avviene nel vostro album?
Come hai notato, abbiamo un sacco di influenze musicali e la cosa più difficile da fare è comporre una musica coerente. Quindi abbiamo scelto un concept, un tema principale, e lavoriamo principalmente sull'ambientazione e sull'atmosfera.
"Regarde Les Hommes Tomber" l'ho in un certo senso definito una caduta liberatoria che ci svincola dalle catene dogmatiche: è questo il messaggio che volevate trasmettere o c'è dell'altro?
Il tema principale tratta del fallimento perpetuo dell'Essere Umano nella sua ricerca dell'assoluto, ma anche dell'opposizione tra l'Uomo e il Divino. L'Uomo vuole essere superiore al Divino, più grande, e fallisce nella sua ricerca dell'assoluto perché la sua condizione senza senso di semplice mortale non gli permette di capire che una piccola parte di questa immensità. È una lotta senza speranza, con una conclusione inevitabile. L'Uomo sarà sempre in preda ai suoi istinti più bassi, ai suoi desideri e al suo egoismo. L'Essere Umano, partendo dalla volontà di diventare un Uomo migliore, fallirà sempre nella sua ricerca dell'assoluto come mezzo di dominio, al fine di controllare il suo mondo e le persone. Questa tematica è discussa in un sacco di storie bibliche. Quindi abbiamo chiesto a un nostro amico di ispirarsi a quei racconti per scrivere i testi delle canzoni. La storia di Babele, di Noè, di Caino e il percorso iniziatico di Dante con Virgilio sono tutti elementi trattati nei nostri pezzi. Questi esempi dimostrano che l'immensità che ci circonda, chiamata Dio dall'Essere Umano e dagli elementi naturali, riporterà sempre l'Uomo alla realtà, alla sua condizione mortale e senza senso.
In un mondo così globalizzato, eppure in realtà profondamente diviso da mille e più motivazioni radicali, a iniziare proprio da quelle di stampo religioso, qual è il mezzo che potrebbe tenerlo a galla?
Penso che non riusciremo mai a trovare un modo, un metodo o una soluzione perfetta. Gli Esseri Umani hanno già provato di tutto per porre fine alla loro divisione esterna o interna: la religione, l'ideologia, la dittatura, la democrazia, la meditazione, l'isolamento, ecc... Tutto ciò è stato fallimentare.
L'Uomo continua a fallire nel tentativo di essere sempre più perfetto, il futuro potrebbe vedere dominare le macchine e in quel caso la follia dell'integralismo religioso potrebbe essere soppiantata da una forma di razionalità schematica priva di scappatoie e che quindi andrebbe a eliminare il lato "artistico". Siamo una razza destinata a decadere automutilandosi in un progredire sconveniente?
Ciò che ci divide maggiormente è questo desiderio egoistico di essere migliori, di dominare... Al fine di evitare l'autodistruzione, abbiamo bisogno di un profondo cambiamento. Dovremmo fermarci e chiederci: "Cosa stiamo facendo? Abbiamo fatto un errore! Ricominciamo da capo". Ma siamo davvero pronti per un tale cambiamento nel nostro modo di pensare e di agire?
Come siete entrati a far parte della famiglia Les Acteurs De L'Ombre? Continuerete il vostro rapporto con loro anche in futuro?
Suonammo il nostro primo concerto nel maggio 2012, aprendo per i Wolves In The Throne Room, e fu lì che Gerald de Les Acteurs De L'Ombre Productions ci notò. Convinto dalla nostra musica, decise di offrirci un contratto con la sua etichetta e di produrre il nostro primo album. Siamo molto soddisfatti della nostra collaborazione con l'etichetta. La LADLO ci offre l'opportunità di divulgare la nostra musica su larga scala. Siamo molto grati a Gerald. Sta facendo un gran lavoro per noi. Grazie a lui, abbiamo aperto per gli Enslaved, in marzo, a Parigi. Trascorre giorni e notti per promuovere i suoi gruppi. Rispettiamo il suo lavoro. È anche un onore lavorare con la LADLO, perché gli altri gruppi sono eccellenti.
Il panorama musicale estremo francese è sempre stato ricco di proposte interessanti, ma in quest'ultima decade a parer mio ha sfornato molta più roba appetibile che in passato. Quali sono le band vostre connazionali che ascolti di più? E quelle che sono finite fra i tuoi ultimi acquisti?
Infatti, in Francia ci sono sempre più gruppi interessanti, non era così dieci anni fa. Le cose si stanno muovendo... grazie anche alle nuove generazioni che non sono state influenzate dal Neo Metal. La scena Black Metal si è affermata da lungo tempo e gruppi come Deathspell Omega, Blut Aus Nord, Celeste, The Great Old Ones, Svart Crown, Antaeus o Aosoth continuano a dimostrarlo.
Quali differenze hai notato nel modo di vivere la musica da parte di coloro che seguono i generi "più duri" da quando hai iniziato a muovere i primi passi sia come ascoltatore che come musicista? Il rapporto con l'arte è divenuto secondario?
Sfortunatamente i gruppi che hanno scelto la strada della musica estrema producono suoni molto violenti e tecnici. Lo scopo è quello di impressionare, ma spesso si dimenticano della musicalità.
Prendiamoci un attimo molto alla leggera. Ti elenco una serie di parole e per ognuna dimmi la prima cosa che ti viene in mente: sala prove, birra, live, strumenti musicali, donne, Black Metal, Sludge, Old School, Black Sabbath.
Sala prove: lavoro e divertimento.
Birra: non bevo alcolici.
Live: enorme piacere.
Strumenti musicali: passione.
Donne: la metà dell'umanità.
Black Metal: Emperor!
Sludge: Neurosis, Isis.
Old School: Bad Brains.
Black Sabbath: pionieri, il grande Tony Iommi!
Siete in giro per concerti? Ci sono date fissate che vuoi condividere con i nostri lettori nella speranza possano parteciparvi?
Questi sono i nostri prossimi concerti:
20/09/13: Bordeaux con The Great Old Ones, Lifestream @ Le Bootleg.
21/09/13: Tolosa con The Great Old Ones @ Le Saint Des Seins.
26/09/13: Strasburgo @ Le Molodoï.
27/09/13: Aiutateci! Fissateci un concerto, per favore!
28/09/13: Lille con Love Sex Machine, Hast @ Le Biplan.
01/12/13: Parigi - Black Metal Is Rising Festival.
Riguardo ai prossimi concerti, date un'occhiata alla nostra pagina Facebook ufficiale: www.facebook.com/rlhtband.
C'è differenza fra la strumentazione che avete utilizzato per registrare il disco in studio e quella che normalmente adoperate in sede live? E, nello specifico, che tipo di chitarre e bassi, amplificatori, cimbali per la batteria, ecc. utilizzate?
Noi usiamo la stessa attrezzatura sia in sala prove che sul palco. Siamo abituati a suonare con amplificatori Orange e Blackstar e con testate Marshall e Ampeg. Per quanto riguarda gli strumenti, suoniamo chitarre Gibson e LTD, un basso Warwick e una batteria Gretsch. E poi usiamo un sacco di pedali per l'effettistica!
State già lavorando al successore di "Regarde Les Hommes Tomber"? Ci sono pezzi nuovi pronti?
No, è troppo presto per un nuovo album. Attualmente promuoviamo ancora il primo disco.
Ok, siamo giunti al termine e ti lascio quindi l'ultima parola. Finisci come meglio credi e grazie per il tuo tempo!
Spero che vi piacerà leggere questa intervista e, quindi, conoscere meglio RLHT. La cosa più importante da sapere su di noi è che, prima di tutto, siamo grandi appassionati di musica: la sua storia, il suo contesto, la sua evoluzione e le sue differenti tendenze... Cerchiamo sempre di imparare e scoprire cose nuove. Siamo dei veri affamati bulimici di musica! Noi non lo facciamo solo per divertimento! Questa passione ci spinge e ci offre la motivazione per andare avanti. E abbiamo voluto trasmetterla ad un vasto pubblico!
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Information
Author: Mourning
Translation: Dope Fiend
Line Up
U.W. - Vocals
Jean-Jérôme - Guitars
A.M. - Guitars
A.B. - Bass
R.R. - Drums
The French band Regarde Les Hommes Tomber was one of my more frequent listenings in the last weeks. The self-titled album that I reviewed has presented an unknown band with great qualities that, due to the availability of Les Acteurs De L'Ombre Productions and Jean-Jérôme, now we'll try to know better.
Hi, it's a pleasure to have you here with us, welcome to Aristocrazia Webzine. How are you and how are you spending the summer?
Jean-Jérôme: Hi! Thanks for your interest. I'm Jean-Jérôme, guitarist. It's a nice summer, the sun shine.
How did you choose this name?
We took a long time to choose a name for the band. We tried to find a name fitting with the music and the general theme of our texts: the perpetual failure of the Human Being in his quest for the absolute. We wanted the name represents the melancholic and desperate side of our music. Antoine, the second guitarist, was really affected by the movie "Regarde Les Hommes Tomber" directed by Jacques Audiard. That's why he made us this proposal to be called like the movie. At the beginning, we were scared of being penalised because of a french name for the band but this unusual name RLHT is just perfect with the image we want to give of ourselves and our music.
How was the band born? Who are the members?
I started to write the songs on my own. That was an introspective and lonesome work, very personal. Then, gradually, I played the demo of the songs to my current fellows. We are friends and played together in several bands before. Excited, they all decided to take part of this project. We have been working together for one year and half before going into the studio.
Do you have a common musical background between the band's members or do you come from different listenings?
We all come from different listenings. Our drummer and guitarist are addict to Death Metal, our bassist to Punk Hardcore and Post Hardcore, our singer to Black and atmospheric Metal, and I'm addict to Post Rock, classical music and Black Metal.
What is the biggest challenge that you can meet in an attempt to merge many musical styles, such as in your album?
As you notice, we have a lot of musical influence. So the hardest thing to do is to write a coherent music. So we chose a concept, a main theme, and we work on ambiance and atmosphere.
I have portrayed "Regarde Les Hommes Tomber" like a fall that release us from the dogmatic chains: is this the message you would like to convey or is there more?
The main theme is about the perpetual failure of the Human Being in his quest for the absolute but also the opposition between the Man and the Divine. Man wants to be greater than the Divine, greater than he is and keep failing in his quest for the absolute because his meaningless condition as a mere mortal is unable to understand a tiny part of this immensity. It's an hopeless struggle with an inevitable conclusion. Man will always be caught by his lower instincts, his desires and his egoism. The Human Being, starting from a will to become a better Man, will always turn his quest for the absolute into a mean of domination in order to control his environment and people. This thematic is discussed in a lot of biblical stories. So, we asked our friend to get the inspiration from those biblical stories to write the lyrics of the songs. The story of Babel, Noah, Cain and the Dante's initiatory route with Virgile are all told and expressed in our songs. These examples show that the immensity which surround us, called God by the Human Being or natural elements, will always bring the Man to the reality; to his mortal and meaningless condition.
In a globalized world, but yet deeply divided by thousand reasons like the religious ones, what is the medium that could keep it alive?
I think we can't find a way, a method or a perfect solution. Human Beings have already tried everything to put an end to their external or internal division: religion, ideology, dictatorship, democracy, meditation, isolation, etc... Everything has failed.
The human race continues to fail in an attempt to be perfect, the future may will be dominated by machinery and the madness of religious fundamentalism could will be supplanted by some sort of schematic rationality that should to eliminate the "artistic" side of life. Are we a race destined to decay by self-mutilation?
What is dividing us the most, it's this selfish will to be better, to dominate... In order to avoid self destruction we need a deep and a true change. We should stop and wonder: "What are we doing? We made a mistake! Let's start all over again". But are we really ready for such a change of our way of thinking and operating?
How did you join to the Les Acteurs De L'Ombre's family? Do you will continue your relationship with them in the future?
We gave our very first gig in May 2012 in opening for Wolves In The Throne Room where Gerald from Les Acteurs De L'Ombre Productions noticed us. Convinced by our music, he decided to sign us up on his label and produce our first album. We are very satisfied with our label cooperation. LADLO give us the opportunity of streaming our music in large scale. We are very thankful to Gerald. He is doing a great job for us. Thanks to him, we did the opening of Enslaved, on March in Paris. He spends days and nights to promote his groups. We respect his work. It's also an honour to work with LADLO because the other bands are excellent.
The French extreme music scene has always been full of interesting proposals, but in these last years, in my opinion, it has churned out a lot of more awesome stuff than in the past. What are the band of your countrymen that you mostly listen and follow? And what are the ones ended up between your latest purchases?
Indeed, in France, there are more and more interesting groups, which was not the case ten years ago. Things are moving on... thanks in part to the new generations who hasn't been influenced by Neo Metal. The Black Metal scene has proven itself for a long time, and groups such as Deathspell Omega, Blut Aus Nord, Celeste, The Great Old Ones, Svart Crown, Antaeus or Aosoth keep proving it.
What differences have you noticed in music by those who follow the more "extreme" styles since you started to move the first steps both as listeners and as musicians? The relationship with art has become secondary?
Unfortunately, bands who chose the path of extreme music produce a very violent and technical sound. The purpose is to impress but they often forgot the musicality.
Let's take a lightly moment. I will list you a series of words and for each one tell me the first thing that you think about: rehearsal room, beer, gigs, musical instruments, women, Black Metal, Sludge, Old School, Black Sabbath.
Rehearsal room: work and good time.
Beer: I don't drink alcohol.
Gigs: huge pleasure.
Musical instruments: passion.
Women: the half of humanity.
Black Metal: Emperor!
Sludge: Neurosis, Isis.
Old school: Bad Brains.
Black Sabbath: pioneers, the great Tony Iommi!
Are you playing live now? There are already scheduled dates that you want to share with our readers, with the hope they can participate in?
There are our next shows:
20/09/13: Bordeaux w/ The Great Old Ones, Lifestream @ Le Bootleg.
21/09/13: Toulouse w/ The Great Old Ones @ Le Saint Des Seins.
26/09/13: Strasbourg @ Le Molodoï.
27/09/13: Help us! Book us, please!
28/09/13: Lille w/ Love Sex Machine, Hast @ Le Biplan.
01/12/13: Paris - Black Metal Is Rising Festival.
Concerning upcoming concert, please take a look to our official Facebook page to get in touch: www.facebook.com/rlhtband.
There is some kind of difference between the equipment you used to record the album in the studio and the one you normally have used in live? And, specifically, what kind of guitars and bass guitars, amplifiers, drums, etc., do you use?
We use the same equipment in rehearsal room and stage. We used to play on Orange amps, Blackstar amps, Marshall cabs and Ampeg cabs. Concerning instruments, we play on Gibson guitar, LTD guitar, Warwick bass and Gretsch drums. At last, we used a lot of reverb and delay pedals!
Are you already working on the new album? There are already some new song?
No, it's too early for a new album. Currently, we promote our first album.
We are at the end, thank you for the time spent with us. The final word is up to you.
I hope you'll enjoy reading this interview and thus to know RLHT better. The most important thing about us it's we are big fan of music above all: its history, its environment, its evolution and its differents trends... We always try to learn and discover new things. Real geeks and bulimics of music! We don't do that just for fun! It's this passion who drives us and gives us the motivation to go ahaead. We just wish to convey it to a wide audience!
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Informazioni
Gruppi: System Of A Down + Deftones + Lacuna Coil
Data: 27/08/2013
Luogo: Fiere Di Rho, Milano
Autore: Istrice
Ammetto di aver avuto parecchie perplessità nel momento in cui ho dovuto confermare la mia presenza all'evento in questione. I numerosi appuntamenti estivi avevano già ampiamente soddisfatto la mia brama di musica dal vivo, il prezzo folle imposto dalla Live e la location oscena erano forti deterrenti. Ma insomma, la compagnia è sempre di quelle buone, la sete di concerti non si placa mai e soprattutto questa volta i System sono accompagnati dai Deftones. Che, per inciso, sono l'ultima band fondamentale della scena Nu Metal di fine anni '90 che mancava al mio palmares, oltre a essere quella sulla carta meglio invecchiata dal punto di vista prettamente musicale, non volendo inserire in questa ipotetica classifica formazioni come gli stessi System o i Rage Against The Machine che di tanto in tanto tornano in tour, ma non producono più musica da un decennio. È quindi con la voglia di completare la mia collezione di eventi che mi dirigo verso Rho e il suo indescrivibile quartiere fieristico. Dopotutto io con questa gentaglia ci sono cresciuto, e il primo amore, è cosa nota, non si scorda mai.
Aprono l'evento sotto una pioggia torrenziale che decima il pubblico, rintanatosi in zone coperte, i nostrani Lacuna Coil, gruppo la cui monotonia è seconda solo all'avvenenza della Scabbia, che avrei voluto salutare calorosamente da vicino, ma insomma, la voglia di appropinquarmi al palco durante la loro esibizione è azzerata dalle condizioni meteo, e ancor di più dalla roba diabetica che esce dalle casse. Fatto presente che lo stupro di "Enjoy The Silence" avrebbero potuto benissimo risparmiarcelo, gioisco quando arriva il momento dei saluti e invito la piccola combriccola ad avvicinarsi finalmente al palco.
L'ingresso di Chino Moreno, Abe Cunningham e Stephen Carpenter mi fa venire i lucciconi agli occhi, e sebbene Sergio Vega, solidissimo al basso, non riesca a far dimenticare Chi Cheng, scomparso di recente dopo un lungo quinquennio di coma irreversibile, il quintetto rivela di essere in buona forma. Giusto il tempo di registrare il volume della chitarra e di portarlo da un livello oratoriale a uno da sagra di paese. Vergognoso. Organizzano concerti in quel posto di merda di Rho per essere fuori dalle zone abitate e ciononostante i volumi sono ridicoli. Ma veniamo alle note suonate, l'apertura è tutta per l'album "Diamond Eyes", apre il brano omonimo, il vecchio singolo "Rocket Skates" segue. Bravi e belli, però s'aspetta qualcosa d'altro, che arriva subito dopo. "Be Quiet And Drive" è solo il riscaldamento per la vecchia hit "My Own Summer (Shove It)", per quella sono venuto, per quella sono felice d'essere venuto, e poco conta se le urla di Chino ormai rasentano l'afonia, il riff di chitarra resta una delle due o tre cose meglio scritte a fine millennio, epocale. Ampio spazio viene giustamente dato all'ultimo "Koi No Yokan", disco di pregevole fattura, da cui vengono tratte "Rosemary", "Poltergeist", "Tempest" e "Swerve", intervallate dalla sempre splendida "Digital Bath" e da "Elite", entrambe tratte dal tanto incensato "White Pony". Arriva il momento della chiusura e la band di Sacramento sgancia le ultime bombe, direttamente dal debutto "Adrenaline". Le mazzate iniziano con Chino che cimenta con il rap di "Engine N.9" seguito a ruota da "7 Words" che spezza la mia schiena e pone fine alla loro esibizione.
Soddisfatto e in pace col mondo per aver compiuto il mio dovere, aspetto pazientemente l'arrivo sul palco degli armeni. I System, notoriamente, non sono gruppo da esibizione dal vivo, e sebbene negli anni siano nettamente migliorati, e la voce (per me adorevole) di Serj sia quasi ai massimi storici, non mi ricordavo questa capacità di controllo e modulazione in sede live. Tuttavia per la seconda volta ho l'impressione che al quartetto manchi qualcosa per fare il dollaro. Penalizzati dai suoni pessimi, che hanno caratterizzato l'intera serata, e da problemi tecnici che rovinano ulteriormente un paio di pezzi, riescono comunque a risultare coinvolgente per il pubblico, circa un terzo di arena riempita, flop di presenze, con Serj che si conferma il reale valore aggiunto alla band, che invece si conferma composta da musicisti appena sufficienti. Grandi idee all'epoca, grandi pezzi, incapacità di riprodurli con la medesima intensità quando calcano i palchi: "Chop Suey!", "Spiders", "Sugar" restano tuffi al cuore per chi ha condiviso con i System Of A Down l'adolescenza, ma non bastano a far scattare la scintilla che rende un concerto memorabile. Si aggiunga a questa sterilità di fondo un'esibizione da un'ora e venti, troppo poco per un gruppo di tale caratura headliner di una serata in cui comunque s'è esibita una band che ha snocciolato, di fronte al pubblico colpevolmente ignorante, buona musica per quasi la stessa durata. Spaesato in mezzo a una folla che reagisce con un boato all'orrenda "Lonely Day" e accoglie freddamente bordate come "Needles", "X" e vecchi capolavori come "Suggestion", capisco di essere davvero ormai fuori posto a certi eventi.
Forse è segno di un cambiamento mio, forse è semplicemente passata la loro epoca, forse in condizioni tecniche migliori avrebbero potuto dare di più, forse un'estate in cui Portal, Electric Wizard, Meshuggah e Carcass mi hanno devastato viscere e cervello è la stagione meno indicata per assistere a questo genere d'evento, ma di fatto qualcosa non ha funzionato. Restano nella memoria i Deftones, vera gemma della serata.
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Information
Band: Jex Thoth
Title: Blood Moon Rise
Year: 2013
From: U.S.A.
Label: I Hate Records
Contacts: jexthoth.net
Author: Dope Fiend
Translation: LordPist
Tracklist
1. To Bury
2. The Places You Walk
3. The Divide
4. Into A Sleep
5. And The River Ran Dry
6. Keep Your Weeds
7. Ehjä
8. The Four Of Us Are Dying
9. Psyar
RUNNING TIME: 46:31
We had to wait as long as five years for "Blood Moon Rise", the follow-up to Jex Thoth's eponymous debut. In 2008, when the first album came out, this band fronted by Jessica Bowen (aka Jex Thoth) was one of the most interesting new acts that I had chance to discover and, from that moment on, I have continuously waited for their second LP. I can't hide that my long wait has been fully compensated, and that the album has more than met my expectations
On a purely formal level, the main features from "Jex Thoth" haven't been changed, so there is an ossianic and arcane atmosphere that overwhelms us through "To Bury". Jex's mystical voice unfurls on dim and extremely long notes, slow and distinct drums, accompanied by archaic-sounding synths. With "The Places You Walk" and "Ehjä" there is a return to that sober sensuality that contributed making their first work a great album. Here I mean to stress the seducing quality of a heathenism drenched in naturalism, an acid darkness that silently explodes in the almost unlimited vastness of this imaginative mind. All of this is drowned in an ocean of typically sixties-seventies sounding vibes, helping raise a shroud of esoteric hypnotism, which in turn leads us into Napaeae's arms and into the realm of Pan. A shadowy and thick doomish cloak envelopes us in "The Divide" and "The Four Of Us Are Dying", with a feeling I have rarely felt with such intensity if we exclude legendary albums like "Black Sabbath", "Sacrifice" or "Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls". This tentacular quality dates back to acts such as Black Widow and Coven and, by intertwining with doom's languid heaviness and their highly personal spiritual features, breathes life into tracks of which immense beauty can't be described with words. There are more psychedelic traits in "Into A Sleep", the dreamy "Keep Your Weeds" and the sylvan grace of "Psyar": Pink Floyd's word is vehemently evoked, but it gets revisited and adorned with a lysergic esotericism, flowing between its seventies' roots and doom's obscure reflection. Jex Thoth's heavy sound doesn't necessarily need oppressive guitars, it creeps inside through a perfect musical framework instead, splendid in its pace, perennially accompanied by a mysterious and mystical aura that I have rarely had chance to enjoy in other works.
While "Jex Thoth" — notwithstanding its undeniable beauty — resulted at times slightly simple, uneven and somewhat uncertain, "Blood Moon Rise" has really attained an immortal soul, so elegantly wild, so filled with spirituality and conceptual depth to give you the chills. Yes, I will say that out loud: "Blood Moon Rise" is an amazing album, to be experienced with your heart and each one of your senses to grasp all of its many facets, it is a real Masterpiece. I would like to add, though, that this definition may not do this work justice, so I will go so far as to say that "Blood Moon Rise" deserves a spot in that small circle of musical gems that not only lead "albums of the year" lists, but also go straight on top of a whole artistic career's playlist!
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Informazioni
Gruppo: Jex Thoth
Titolo: Blood Moon Rise
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: I Hate Records
Contatti: jexthoth.net
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. To Bury
2. The Places You Walk
3. The Divide
4. Into A Sleep
5. And The River Ran Dry
6. Keep Your Weeds
7. Ehjä
8. The Four Of Us Are Dying
9. Psyar
DURATA: 46:31
Ben cinque anni si è fatto attendere "Blood Moon Rise", il successore del debutto omonimo dei Jex Thoth. Nel 2008, all'alba dell'uscita del suo primo disco, la formazione capitanata da Jessica Bowen (in arte Jex Thoth, appunto) fu una delle migliori rivelazioni musicali a cui avessi assistito e, da allora, ho sempre aspettato con impazienza il momento in cui poter ascoltare una seconda uscita sulla lunga distanza. E, inutile nasconderlo, la mia attesa è stata ampiamente ripagata, molto oltre le mie più rosee previsioni.
Su un piano puramente formale, le caratteristiche fondamentali di "Jex Thoth" non vengono mutate. È quindi un'atmosfera dal sapore ossianico e arcano che ci travolge in "To Bury": la mistica voce di Jex si appoggia su cupe note lunghissime, su lenti e scanditi colpi di batteria e su sintetizzatori dai toni arcaici. Con "The Places You Walk" e "Ehjä" torna invece a farci visita quella sobria sensualità che aveva reso l'esordio degli americani un bellissimo disco. Parlo di un paganesimo suadente impregnato di naturalismo, di un'oscurità acida che esplode silenziosamente nell'enormità di una capacità immaginifica pressoché illimitata; il tutto è annegato in un oceano di risonanze tipicamente sessanta-settantiane che innalzano una coltre di ipnotismo esoterico il cui effetto ci può solamente indurre a sprofondare tra le braccia delle napee, a vagare intontiti nel regno di Pan. Un'ombrosa e fitta cappa Doom ci permea invece con "The Divide" e "The Four Of Us Are Dying": una sensazione che ho sentito vibrare con tale intensità ben poche volte al di fuori di dischi leggendari come "Black Sabbath", "Sacrifice" o "Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls". Proprio la suggestiva capacità tentacolare proveniente da gente come Black Widow e Coven, intrecciandosi con la languida pesantezza del Doom e con i contorni di personalissima spiritualità evocata, dona la vita a episodi la cui immensa bellezza non può essere in alcun modo descritta a parole. Sono invece i tratti psichedelici ad adornare "Into A Sleep", la sognante "Keep Your Weeds" e la leggiadria silvana di "Psyar": il verbo dei Pink Floyd viene richiamato con forza, ma rielaborato e impreziosito da un esoterismo lisergico il cui flusso è favorito da suoni sempre in perfetto equilibrio tra il magnetismo del Rock occulto, la progressione stordente della venatura settantiana e lo scuro riflesso del Doom. La carica greve dell'impianto sonoro dei Jex Thoth non è spinta ad avvalersi necessariamente di chitarroni opprimenti, ma si insinua furtiva attraverso le maglie di un'intelaiatura musicale perfetta e splendida nel suo incedere perennemente ricolmo di una misteriosa aura mistica che, torno a ripeterlo, raramente ho avuto la gioia di sperimentare.
Se "Jex Thoth", nonostante la sua innegabile bellezza, risultava alla volte leggermente ingenuo, spigoloso e vagamente indeciso, "Blood Moon Rise" ha davvero acquisito un'anima immortale: un'anima così elegantemente selvaggia, un'anima ricolma di una spiritualità e di una profondità concettuale e sensoriale così complete da far venire i brividi. Ebbene sì, lasciatemelo dire, lasciatemelo urlare a gran voce: "Blood Moon Rise" è un disco splendido, da vivere con il cuore e con ogni senso teso a catturarne le minime sfaccettature, è un vero Capolavoro. Dal canto mio, però, temo che tale definizione non renda giustizia a un lavoro di simile caratura, quindi questa volta mi sbilancerò come non mi è mai successo in una recensione: "Blood Moon Rise" fa parte di quella piccola cerchia di epocali gemme musicali che non si limitano a finire in cima alla classifica dei migliori dischi dell'anno, ma che finiscono di diritto tra i primi posti della playlist di un'intera vita artistica!
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