Informazioni
Gruppo: Alternative 4
Titolo: The Brink
Anno: 2011
Provenienza: Inghilterra / Australia / Argentina
Etichetta: Avantgarde Music
Contatti: non disponibili
Autore: Fedaykin
Tracklist
1. The Brink
2. False Lights
3. Alternate
4. Underlooked
5. Still Waters
6. The Dumbing Down
7. Automata
8. Autonoma
9. The Brink (Reprise)
DURATA: 59:38
 Quando sono venuto a sapere che il signor Duncan Patterson avrebbe prodotto un disco ispirandosi in maniera diretta a quell'"Alternative 4" a cui, personalmente, do tanto valore affettivo e che resta, nella mia classifica personale, il picco più alto della discografia degli Anathema, non sapevo se esserne più contento o più dubbioso. Se è vero che i vari volantini promozionali della nostrana Avantgarde Music annunciavano con giubilo un coraggioso ritorno al rock e al sound elettrico da parte del compositore inglese, è anche vero che è difficile spazzare via in un sol colpo l’ambient, l’introspezione e l’eclettismo degli Antimatter e le contaminazioni folk degli Ion. E infatti, "The Brink" non è solo retrospettiva, ma anche e soprattutto evoluzione. Occorre precisare, però, che questo lavoro è in realtà il frutto della stretta collaborazione, già maturata in precedenza, tra il già citato Duncan Patterson, personaggio che non ha bisogno di presentazioni, e Mark Kelson, altro artista estremamente poliedrico, mente, tra le altre cose, degli australiani The Eternal; al distinto duo si è poi aggiunto il batterista argentino Mauro Frison.
Riuscire a dare una definizione chiara di quello che i quasi sessanta minuti di musica di "The Brink" contengono è un’impresa a dir poco titanica. Le prime tre tracce parrebbero ricondurre in modo abbastanza chiaro all’omonimo lavoro degli Anathema, con una particolare predilezione per quelle sonorità che caratterizzavano pezzi come "Lost Control" e, soprattutto, la stessa "Alternative 4". Un depressive rock, dunque, dalle tinte cupe, accompagnato qui da un massiccio uso del pianoforte. "False Lights" è probabilmente uno dei momenti più "convenzionali" del disco, e, forse proprio in virtù di questa sua caratteristica, è stato scelto per comparire nello split con i Monumentum, in uscita insieme al disco. A partire dalla splendida "Underlooked", però, questo si fa decisamente più scuro: i ritmi calano, l’atmosfera è sinistra, tetra, il sound spazia in direzione ambient, con tratteggi quasi minimali, c’è un uso più vasto di rumori ed elementi elettronici. La stessa "Underlooked" è un inno alla ripetitività, l’ipnotico e ossessivo riprodursi per poco meno di dieci minuti di una linea di pianoforte inquietante, appoggiata da un basso possente ma discreto; la voce di Mark interpreta un testo enigmatico, con un timbro che può in effetti ricordare quello del buon Cavanagh. Quello che già colpisce, e che continuerà a colpire sempre di più, è l’enorme carica emotiva che l’impianto musicale riesce a trasmettere, un’amarezza di fondo che, anche senza leggere le parole del testo, inquina e dilaga in ogni singola nota. La successiva "Still Waters" è un break, un pezzo acustico dai richiami molto Floydiani, sempre pervaso di quell’irrequietezza peculiare, ma in modo meno opprimente; una bella apertura di chitarra elettrica lascia spazio però ad uno dei pezzi più significativi del disco, "The Dumbing Down", in cui poche parole iniziali, mascherate da un filtro elettronico, ci chiedono come possa morire il destino. È qui che il disco assume dei contorni più espliciti, per quanto i testi continuino a rimanere incredibilmente criptici, e il messaggio principale prende forma: la società è formata da automi, incapaci di seguire la propria voce interiore, che si comportano come viene loro detto, non sanno a cosa credere, comprano ciò che viene pubblicizzato; "dumb down" significa "instupidire", "banalizzare", ed è il processo che la realtà sta subendo, inesorabilmente e quasi senza lasciare traccia. Questo argomento è sviscerato in modo più completo ed intimista nella successiva "Automata", a cui quindi è dato un accento particolare, in quanto fulcro del percorso tematico del disco. "Autonoma" e "The Brink (Reprise)" compongono venti minuti quasi esclusivamente strumentali, e a mio avviso si possono considerare l’una il preludio dell’altra; "Autonoma" presenta uno sviluppo melodico quasi classicheggiante, che va a concludersi in una sessione corale accompagnata da una chitarra; "The Brink (Reprise)", elemento più coraggioso del disco, consiste, sinteticamente, in tre note che si ripetono, sempre uguali, accompagnate a tratti da linee di basso, chitarra, pianoforte. A confermare il carattere enigmatico dell’opera, va segnalata la presenza di tre messaggi in codice morse; il primo copre gli ultimi quaranta secondi di "The Dumbing Down", e gli altri due compaiono nel pezzo conclusivo.
"The Brink" è un’opera d’arte. È poesia, è ermetismo, talvolta astrattismo, sempre oscurità. Non sono rare le pause in cui la musica viene a mancare del tutto o quasi, a simboleggiare uno scivolamento verso il basso, il distante, ma la bellezza con cui questo lavoro è composto è in grado di farci apprezzare anche i suoi silenzi. Nonostante un certo sound, non sono poi così tanti gli elementi che riconducono agli Anathema di "Alternative 4", e probabilmente è meglio così. Questo non è solo un viaggio intimista attraverso le sensazioni negative dell’animo umano, "The Brink" ci fa vedere attraverso i suoi occhi una realtà meccanica e angosciante, davanti alla quale non è possibile rimanere indifferenti. Non è un album da ascoltare distrattamente, non è assolutamente adatto ad un ascolto disimpegnato. Dimenticatevi di caricarlo sui vostri I-Pod, va ascoltato in religioso silenzio, possibilmente su un impianto in cui si sentano i bassi belli corposi, e magari al buio: impossibile non lasciarsi sopraffare da una marea di sensazioni. Per quanto mi riguarda, una delle cose più belle che abbia sentito quest’anno. E non c’è molto altro da aggiungere!
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Informazioni:
Gruppo: Grá
Titolo: Grá
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: Unexploded Records
Contatti: grahorde.com
Autore: Bosj
Tracklist
1. I - Karon Kommer
2. II - Döden Ser, Döden Tar
3. III - Kraft
4. IV - An Empty Place
5. V - Det Sista Han Sade
6. VI - Om Livets Besudlade Harg
7. VII - Skelmisdrep
8. VIII - Allt Ljus Förtvina / All Light Fade
9. IX - Offerrök
10. X - Farväl
11. XI - Ett Sista Kapitel
DURATA: 49:06
 Nostalgici, accorrete! Un inizialmente secondario progetto di due musicisti di lungo corso (Dimman, batteria, e Heljarmaðr, voce e chitarre), dopo l'iniziale EP Helfärd (2010) ha definitivamente assunto una forma compiuta e completa e ci consegna oggi il proprio full lenght di debutto. "Grá" è infatti il disco d'esordio dell'omonima band, attualmente terzetto in cerca di un bassista, dedita ad un black metal dal sapore classico, molto onesto e per questo non sorprendente, ma godibile.
Dall'inesauribile Svezia arrivano questi undici brani intessuti con trame ben note agli abituali fruitori della scena. Dark Funeral, Marduk e compagni sono i nomi più facilmente accostabili alla neo-formazione partorita dai due membri dei Cursed 13, tuttavia va specificato che le corde su cui "Grá" si sviluppa sono più lente e malinconiche rispetto a quelle su cui si basano predetti acts. Niente accelerazioni al fulmicotone, batteria in perenne blast beat o riff asciuttissimi e gelidi; per quanto tutti gli ingredienti siano parte del disco, non è raro imbattersi in down-tempos ("Skelmisdrep"), linee di basso distintamente udibili e portanti (l'intro di "All Light Fade") e più genericamente elementi che potrebbero quasi ricordare il filone depressive black.
La voce di Heljarmaðr, inoltre, non è prossima allo scream esasperato di un Magus Caligula, ma si propone più cavernosa, lenta e ponderata, la pronuncia quasi distinguibile fluttuante sul mare di distorsioni buie e nere. Pronuncia che, tuttavia, non sarà poi comprensibile a molti, essendo quasi tutti i testi (eccezion fatta per "An Empty Place" e la traduzione di "All Light Fade" sul libretto) scritti in rima e cantati in lingua nativa, in quanto liberamente tratti ed ispirati da poeti svedesi di inizio XIX secolo. Tematica conduttrice dell'intero lavoro è la Morte in quanto entità ed in quanto termine del percorso terreno dell'uomo.
I pezzi, tendenzialmente omogenei, si attestano tutti su durate piuttosto brevi, eccezion fatta per la lunga "Offerrök", quasi dieci minuti dove le influenze più depressive trovano la loro maggior risonanza ed esposizione, rendendo quindi l'ascolto semplice e godibile, seppur senza grossi picchi di coinvolgimento.
Anche dal punto di vista ideologico, più o meno tutto già visto: il gruppo si dice non schierato con alcuna posizione religione, per quanto ci tenga a precisarsi "avverso alle religioni di Abramo e alle loro perversioni". Dal punto di vista "divulgativo", però, c'è una differenza: la band cura molto il proprio sito, da cui è possibile ottenere tutte le informazioni del caso relativamente a passato, presente e futuro del progetto. Niente trueness minimale, eremiti dei boschi o disprezzo delle nuove tecnologie: tutto è a disposizione dell'appassionato o anche solo dell'interessato.
Prendiamo atto della presenza dei Grá: non cambieranno la nostra vita, né intendono farlo. Se siete in cerca di un nome nuovo, per quanto gestito da blacksters navigati, cui dedicare attenzione e la scena svedese non vi stanca mai, avete trovato pane per i vostri denti.
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Gruppo: Mussorgski
Titolo: Chaos And Paranormal Divinity
Anno: 2011
Provenienza: Polonia
Etichetta: Eastside
Contatti: myspace.com/mussorgski
Autore: Dope Fiend
Tracklist
1. Industrial Technology Of Ancient Ones - Opening
2. To Wisdom Coming From The Abyss - v.2010
3. 7th Son's Blues Kill - J.Ch.'s Station
4. Born To Die For X - Question Of Nonentity
5. God - The Unusual Story
6. Paranormal Divinity - Chaos Inside
7. Big Communal Machine - New World Order
8. Paranormal Divinity - Chaos Outside
DURATA: 46:03
 Per chi non lo sapesse, Mussorgski è un progetto polacco formato attualmente da Khorzon e Witchlord (entrambi passati tra le file dei più noti Arkona), i quali hanno partorito quest'anno il secondo full sotto questo monicker. A quanto sembra il gruppo è attivo dal 1990 e il primo album, "In Harmony With The Universe", risale al 1995 ma, per cause sconosciute, il progetto ebbe termine nello stesso anno. La bellezza di quattordici anni dopo avviene la reunion che porterà alla nascita di questo "Chaos And Paranormal Divinity".
Andiamo con ordine: la proposta è di quelle che ricalcano stilemi accostabili alle evoluzioni/contaminazioni che il Black Metal ha subito negli anni addietro, ovvero l'inumano cinismo dell'elettronica e l'intimità dell'Ambient.
Il disco prende il via con "Industrial Technology Of Ancient Ones - Opening" nella quale si affacciano suoni siderali e sintetici, sicuramente stranianti, che si trasformano poi in un incedere maestoso e quasi rituale che potrebbe ricordare, in certe movenze e atmosfere, il percorso musicale intrapreso dagli elvetici Darkspace, seppur inondato di maggiori dosi di Black Metal classico.
Vi sono poi episodi come "To Wisdom Coming From The Abyss - v.2010" e "God - The Unusual Story" che mi hanno portato alla mente alcune soluzioni Xasthur (in particolare dell'era "Subliminal Genocide") immerse in un preparato omogeneo composto da Thorns, Dødheimsgard e Emperor.
Di pane ce n'è davvero per le dentiere di tutti però, in quanto pezzi come "7th Son's Blues Kill - J.Ch.'s Station" e "Big Communal Machine - New World Order" sono invece maggiormente accostabili a una visione più simile ai connazionali Iperyt, seppure modellata in maniera meno distruttice e più ragionata; ammirevoli oltretutto l'importanza e lo spazio lasciati al basso, comunque non soltanto nei due brani citati.
Il punto forte del disco è però forse rappresentato da momenti quali "Born To Die For X - Question Of Nonentity", "Paranormal Divinity - Chaos Inside" e "Paranormal Divinity - Chaos Outside", composizioni molto profonde e mentalmente devianti, arricchite da un costante crescendo in cui è l'Ambient (unito a una lieve spolverata Profanum) a costituire l'intelaiatura principale e in cui gli arrangiamenti creano scompiglio e disorientamento nel cervello dell'ascoltatore, il tutto amalgamato ad una forma di angosciante oblio che avvolge subdolamente tutto ciò che incontra.
Tante parole sono però forse superflue allo scopo di questo testo: infatti basterebbe forse dire che il risultato finale risulta pieno, corposo e penetrante e che le costruzioni atmosferiche sono permeanti e si reggono magnificamente grazie a una sensazione di Pathos costante.
Non credo sia necessario aggiungere molto altro.
"Chaos And Paranormal Divinity" è un ottimo disco (forse la definizione "capolavoro" non sarebbe nemmeno così distante dalla realtà), pieno di elementi solidi e che molto probabilmente piacerà a chiunque ami (come il sottoscritto) questo tipo di proposte.
Non fatevelo ripetere ancora dunque: andate e gustatevi questa perla!
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Gruppo: Thy Catafalque
Titolo: Rengeteg
Anno: 2011
Provenienza: Makó (Ungheria), ora Edimburgo, Regno Unito
Etichetta: Season of Mist
Contatti: thycatafalque.hu - facebook.com/thycatafalque
Autore: Insanity
Tracklist
1. Fekete Mezők
2. Kel Keleti Szél
3. Trilobita
4. Kő Koppan
5. Vashegyek
6. Holdkomp
7. Kék Ingem Lobogó
8. Az Eső, Az Eső, Az Eső
9. Tar Gallyak Végül
10. Minden Test Fű
DURATA: 59:54
 Nuova release per i Thy Catafalque, reduci da un cambio di line-up che definirei quasi drastico in quanto il duo si è trasformato in una one man band tenuta in vita dal solo Tamás Kátai. "Rengeteg" è la quinta fatica per il progetto ungherese che propone un sound originale in cui possiamo distinguere una base Black Metal condita da influenze folkloristiche (accentuate dall'uso della lingua madre), un pizzico di elettronica qua e là e molta, molta personalità.
Il compito di aprire le danze spetta ai nove minuti di "Fekete Mezők" che presentano le peculiarità del disco: melodia, atmosfera e compattezza caratterizzano questo brano con riff che entrano in testa fin dal primo ascolto appoggiati da una solida e per nulla banale base ritmica ed uno scream effettato alternato ad un clean che evoca paesaggi balcanici. Tutto ciò viene confermato da tracce quali le due successive "Kel Keleti Szél" e "Trilobita" ma anche "Kék Ingem Lobogó" e la conclusiva e molto blackeggiante "Minden Test Fű" che seguono la scia dell'opener, mentre il lato più elettronico viene fuori in "Holdkomp", quasi Noise nella sua prima parte, e nei synth molto presenti di "Tar Gallyak Végül"; non manca una sfaccettatura sognante, che possiamo sentire in "Az Eső, Az Eső, Az Eső", in cui le chitarre sono quasi un semplice supporto, o negli intermezzi atmosferici dove sono del tutto assenti.
C'è molta varietà in effetti in questa ora di musica riassunta alla perfezione dalla lunga "Vashegyek" che ne mostra tutte le facce in quattordici minuti, è un sound che muta in continuazione pur mantenendo costantemente un'identità ben precisa, tanto che spesso questo progetto viene definito come Avantgarde; fermo restando che sono comunque etichette che lasciano il tempo che trovano, a mio parere è abbastanza fuorviante per chi, come me, non conosceva la band, in quanto manca quell'imprevedibilità che caratterizza solitamente questo "genere". Ciò non toglie che la proposta dei Thy Catafalque sia decisamente originale e sperimentale, per cui quest'ultimo lavoro andrà a genio a chi ama sonorità particolari e ricercate.
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Gruppo: Deiphago
Titolo: Filipino Antichrist
Anno: 2009
Provenienza: Filippine
Etichetta: Hell's Headbangers Records
Contatti: deiphago.webs.com
Autore: ticino1
Tracklist
1. Intro: Annihilation
2. Christ Eater
3. Articles of Death
4. Storming Chaos
5. Command Destruct
6. Subliminal Satan
7. Satanic Metal
8. Hate (Sarcófago cover)
9. Satan, Semen and Blood
10. Filipino Antichrist
11. Outro
DURATA: 29:34
 Sognate di spiagge, di mari color smeraldo, di isole esotiche e delle loro bellezze? Troverete questo e anche più negli arcipelaghi delle Filippine, dove pescatori strappano il necessario per vivere alle acque salmastre, mentre i turisti si occupano di sfruttare la prostituzione per loro conveniente economicamente.
Non so dire se siano state queste realtà casalinghe che spinsero i Deiphago a produrre un suono tanto rumoroso e indigesto. Le influenze sono comunque le solite: Beherit, Blasphemy e tutte quelle formazioni che contaminarono la prima onda del black o che ne furono addirittura parte integrante.
Durante poco meno di mezz'ora questi asiatici annichiliscono il Mondo, l'Umanità e tutte le sue speranze, riducendo il tutto a una massa di atomi insignificanti. Questa macchina rumorosissima e perfettamente blasfema, vomitata da quel Moloch che è Manila, catapulta le sue sferzate brutali di scale velocissime accompagnate da una voce che pare uscire dal Purgatorio di Dante. Corpi scorticati tentano di svincolarsi dall'accurato trattamento di demoni esperti in ogni tecnica oscenamente perversa di sofferenza. Gli assoli rendono ancora più satanica l'atmosfera di questo disco raffinato come un Tank M1 statunitense che trapassa a piena velocità una casa abitata.
Questo lavoro dimostra chiaramente che i Deiphago non sono per nulla interessati a fare un minimo passo avanti e che preferiscono vivere nel sottosuolo più profondo, fornendo dischi molto difficili da sopportare e da digerire all'ampio pubblico. Una produzione più pulita contribuirebbe sicuramente a un gradimente più alto.
Non mi preoccupo troppo di questi dettagli e continuo ad apprezzare questi Anticristo filippini.
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Autore: M1
Formazione
Asmodevs Draco Dvx - Batteria e Percussioni
Antheres Atras Exitvm - Voce
Siderevs Ocvlvs - Chitarra, Seconde Voci
Dioskovroi Deimos Faol - Voce pulita, Basso
"The Shrine Ov All Hallucinations" ha portato alla luce una band esordiente di sicuro interesse, parlo degli Azrath-11, formazione dedita ad un sound che rimanda ai maestri Behemoth e Nile. Scambiamo qualche battuta col leader Asmodevs Draco Dvx.
Ciao Jonathan, grazie per essere qui sulle nostre pagine. Dato che la tua band è piuttosto giovane, potresti raccontare ai nostri lettori come è nata? Come avete scelto il vostro nome?
Jonathan: Ciao Simone e grazie mille a te per lo spazio concessoci, per noi è davvero un onore e un piacere poter esser presenti sulle vostre pagine! Azrath-11 nasce nel 2007 dopo il mio split dalla mia band precedente, gli Absentia Lunae. Il progetto nacque assieme all’oramai ex chitarrista Elvis "Absu T.D." Masut con il semplice intento di creare musica potente ed intensa, ispirata dal migliore death metal e black metal. Il nome Azrath-11 è stata una forzata decisione di cambio in conseguenza al precedente Azerate 218, siccome quest’ultimo era sotto copyright decisi semplicemente di renderlo più "anglofono" e direi che il risultato non è poi così negativo, anzi lo preferisco così!
Come descriveresti la vostra musica a un ragazzo che non ha ancora avuto la possibilità di ascoltarvi?
Beh, è un po' difficile dare una definizione a ciò che facciamo perchè ritengo che l’etichettare molte volte sia deletereo, al tempo stesso mi rendo conto che da un punto di vista professionale sia necessario per aiutare a comprendere coloro che vogliano avvicinarsi a noi e a questo genere musicale quindi direi che suoniamo death metal epico con sfumature lovecraftiane!
Nella mia recensione ho accostato il vostro sound a mostri sacri quali Behemoth e Nile: come giudicate queste band?
Innanzitutto ti ringrazio da parte mia e della band per tali accostamenti, che dire, sono due band che ci piacciono molto, che seguiamo da moltissimi anni e che sicuramente hanno dato un loro contribuito a livello d’ispirazione alla creazione del nostro sound.
Da quali altri gruppi ritenete di sentirvi ispirati? Oppure quali apprezzate particolarmente?
Personalmente ascolto moltissima musica e di diversi generi, ti potrei dire Hate Eternal come WASP oppure Diamanda Galas! In linea di massima Azrath-11 può ritenersi accostabile alle band che hai citato o anche a Morbid Angel, Decapitated e Vader ma ciò che per noi è fondamentale è ricercare una formula sonora identitaria e riconoscibile, certo pagare dazio ai mostri sacri del genere è normale ma comunque con umiltà proviamo ad esser noi stessi.
Di cosa trattano i testi?
Le liriche di Azrath-11 son frutto di riflessioni ed idee, che fondono realtà e trascendenza, magia e vigore, come già detto in altre interviste ogni singolo testo è un rituale, l’accesso ad un mondo parallelo, una distorsione velenosa della percezione della vita terrena in armonia con la concezione ultraterrena.
Quanto lavoro c'è dietro la composizione del disco? Le note del booklet informano che le registazioni hanno impiegato un lasso di tempo parecchio esteso.
"The Shrine..." ha richiesto un tempo considerevole, a causa di vari problemi, tra cui lo split di 2/4 della line up, infatti riscrissi completamente dal principio tutto il concept per poi cantarlo in prima persona, una gran faticaccia! Dall’altra parte volevo rilasciare un album che ci identificasse al 100%, pensato e piacevole, badando molto ai piccoli dettagli, da semplici samples a singoli vocalizzi perchè detesto non esser soddisfatto pienamente della riuscita di un mio lavoro, anche se è vero che non sarò mai veramente abbastanza soddisfatto! Per riuscire nel nostro intento lo registrammo in due studi differenti a cavallo tra 2009 e 2010; Audiomark Studio (batteria, chitarre e basso) e Dargoath’s Dungeon Laboratories (voci, synth, chitarre aggiuntive), questi ultimi proprietà di un mio carissimo amico e grande musicista, Claudio Stor, che è stato davvero importante per le registrazioni delle parti di synth dando un enorme contributo a livello d’idee ed arrangiamenti! Infine per la masterizzazione e finissaggio dell’album ci affidammo ai californiani Imperial Mastering Studios di proprietà del chitarrista Colin Davis (Vile), il quale ha dato anch'egli un contribuito non da poco dimostrandosi serio e professionalissimo!
L'album ti ha visto impegnato a tutto tondo: oltre che dietro la batteria, anche come compositore, scrittore dei testi, cantante, chitarrista aggiunto, curatore delle tastiere e dei samples, produttore e mente della parte grafica insieme a Ereshkigal Black Art. Dobbiamo considerare gli Azrath-11 quindi come un tuo progetto personale oppure una vera e propria band?
Azrath-11 ora la si può considerare una vera e propria band, con l’ingresso del nuovo chitarrista Siderevs Ocvlvs Mvndi e del cantante Antheres Atras Exitvm posso davvero dire che l’odierna line up è solida e forte come non lo è stata mai, il loro apporto musicale, che potrete gustare nel prossimo album (attualmente in lavorazione) è davvero significativo e determinante, donando al sound un’impronta fresca e ancor più personale! Tornando un attimo alla tua domanda, come ben avrai potuto capire su "The Shrine..." il team in seno ad Azrath-11 non era coeso nè sufficientemente determinato quindi di conseguenza dovetti prendere in mano le redini della situazione affinchè il lavoro risultasse di gran qualità e abbastanza competitivo a livello internazionale, nel corso della mia carriera ho imparato a suonare vari strumenti e quindi a rendermi autonomo sia in fase di scrittura che di registrazione nel caso fosse stato necessario. Per quanto riguarda la parte grafica il lavoro è stato ideato da Ereshkigal Black Art, un’artista di spessore e personalità, all’epoca le diedi qualche istruzione ed input ma lasciandole carta bianca sulla gestione e come si può ben vedere il risultato è davvero entusiasmante e ne siam davvero soddisfatti!
Quali riscontri sta ottenendo "The Shrine Ov All Hallucinations"?
L’album sta piano piano ottenendo riscontri positivi un po' ovunque in Europa ma anche Stati Uniti e Sud America, è ancora troppo presto per poter dire con sicurezza quale sia il generale giudizio, ci son pareri molto contrastanti, c’è chi lo apprezza e chi lo critica per varie ragioni ma noi sappiam accettare i giudizi al fine di imparare e fare meglio nel futuro.
Rispetto alla formazione che ha inciso "The Shrine Ov All Hallucinations", ora gli Azrath-11 hanno un assetto molto diverso. Chi sono i nuovi membri? Chi è uscito dal gruppo? Per quale motivo? Quanto potreste risentire della partenza di Absu, che insieme a te si era occupato della composizione?
Come già ti avevo accennato prima Azrath-11 a cavallo tra 2010/2011 subì un cambio di 2/4 della line up; Absu T.D., il chitarrista, e Svarog L.T. alla voce han deciso di lasciare il progetto per mancanza di motivazione, situazione un po' comune a molte band e al posto loro son giunti Siderevs Ocvlvs Mvndi e Antheres Atras Exitvm, rispettivamente chitarra e voce, io ed il mitico Dioskouroi Deimos Faol (bassista e seconda voce pulita) siamo gli unici superstiti della prima formazione. Con l’entrata in pianta stabile dei nuovi membri posso finalmente dire di avere un team vincente e stabile di persone motivate e serie, non ci son rimpianti per i vecchi membri che comunque han dato il loro dignitoso apporto nel passato ma come giusto che sia dobbiam guardare al futuro e i nuovi Azrath-11 son freschi e con un’energia rinnovata e travolgente, pronti a sfornare un secondo capitolo molto più interessante e monolitico del precedente.
Sul fronte live avete già qualche data fissata?
Per quanto riguarda il 2012 ci stiamo organizzando, ci son in programmazione diverse date e un probabile tour europeo verso primavera, contiamo di iniziare a seminare la peste ovunque sia possibile, siam smaniosi di poter portare la nostra musica nei palchi tutto il mondo.... se sarà ovviamente fattibile!
Piani per il futuro?
Beh, oltre alla schedula in programmazione per i prossimi live e le riprese del nostro primo video-clip stiam pre-producendo il nostro nuovo album, abbiam parecchio materiale e contiamo di entrare in studio verso fine estate/inizi del prossimo autunno, quindi rimanete sintonizzati perchè le novità non tarderanno a giungere!
In questi anni di attività della band qual è stato il momento più difficile e quale ti ha dato maggiori soddisfazioni?
Personalmente ti potrei dire che la realizzazione dell’album con tutte le sue relative problematiche ed il cambio di line-up son stati i momenti più difficili e quelli più piacevoli tutti gli altri, ogni volta che si suonava live, si usciva assieme, è sempre stato un piacere e lo è tuttora! Siamo un band di amici, persone semplici legate da una grande passione!!!
La nostra webzine da sempre è attenta a scandagliare l'underground nazionale alla ricerca di progetti meritevoli. Avresti qualche nome da fare per i nostri lettori?
Qualche anno fa ero molto più attento riguardo l’underground nostrano, ora per vari motivi non trovo il tempo ma spesso mi capita di ascoltare realtà interessanti. Di nomi te ne potrei fare tanti per esempio i nostri fratelli Morning Dew che, oltre esser nostri grandi amici, son una band davvero unica, gli Overtures, altra talentuosa e meritevole band di Gorizia con cui siamo legati molto, gli Infernal Angels, Chronic Hate, Antropofagus, te ne potrei dire altre di cui sono amico e stimo l’operato ma sarebbero veramente troppe! In ogni caso la nostra Penisola negli ultimi anni ha saputo davvero regalare ottimi esempi anche in campo internazionale; Hour Of Penance, Fleshgod Apocalypse, Septycal Gorge, Handful Of Hate, Grimness 69, Natron e altri che han portato in alto il nome dell’Italia all’estero!!!!
Quale rapporto avete con le moderne tecnologie? Facebook, Myspace, Twitter, mp3, file-sharing semplificano la vita oppure rendono tutto quanto troppo artefatto?
Azrath-11 è totalmente propenso alle moderne tecnologie di diffusione e promozione, certo, il selvaggio filesharing ha messo in ginocchio il mercato ma è anche stato utile per moltissime band underground per aver dato loro la possibilità d’emergere! Ovviamente abbiam Facebook (ben due profili), Twitter, Myspace, Reverbnation, Soundcloud, siam fermamente convinti che la diffusione e promozione sian l’animo della realizzazione di una band e noi ci facciamo sempre in quattro per raggiungere i nostri obiettivi!
L'intervista si chiude qui, a te la parola per la conclusione.
Innanzitutto ringrazio te Simone per lo spazio concessoci, per il supporto e la cordialità, un grazie a coloro che credono nel nostro progetto e leggeranno questa intervista! Invito tutti a seguirci on web sui nostri vari canali, vi basterà digitare AZRATH-11 e ci troverete con estrema facilità! Grazie mille ancora e rimanete sintonizzati, nuove e fresche novità stanno arrivando! LET THE REALMS RISE!
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Autore: Bosj
Formazione
Dis Pater - Tutti gli strumenti e voce
Sfruttando un sabato sera finito abbastanza presto, all'una del mattino mi trovo a scrivere queste domande ispirate dall'ascolto del bellissimo, malinconico "Funerals From The Astral Sphere" (di cui trovate la recensione su queste pagine), ultimo travolgente lavoro (e album dell'anno per chi scrive) di Dis Pater, musicista completo proveniente dall'Australia. Coloro che non dovessero ancora aver ascoltato alcuna delle sue produzioni (rimediate e dategli una possibilità), e chiaramente coloro che hanno già conosciuto i suoi estranianti lavori, speriamo possano trovare qualcosa di interessante in questa chiacchierata.
La prima domanda è: chi è Dis Pater? Inoltre, qual è il significato di questo soprannome e cosa ti ha portato a sceglierlo? Significa Padre di Plutone, divinità del mondo dell'oltretomba, giusto?
Ho scelto il nome Dis Pater per due motivi. Innanzitutto rappresenta un antico dio Gallico e Romano, Plutone/Ade, divinità originariamente della fertilità e della ricchezza, successivamente dio del mondo dei morti tutto, descritto per la prima volta da Giulio Cesare nel "De Bello Gallico". La seconda ragione per cui ho scelto questo nome è perchè Dis Pater rappresenta qualcosa di affine all'antico proto-dio indoeuropeo del cielo, cioè il padre del cielo, che in termini greco romani è Zeus/Giove. Secondo me è un perfetto esempio di come noi umani cerchiamo di ricostruire il nostro passato e, attraverso il tempo, come i veri significati vadano persi, che è poi il vero significato sotteso all'ethos di Midnight Odyssey.
Hai due progetti di cui Midnight Odyssey è il primo: com'è nato?
Midnight Odyssey è venuto a galla attraverso molti anni di scrittura di materiale black metal e ambient/neoclassico. Fu il culmine di circa otto anni di composizioni e registrazioni e, se vuoi, era in attesa del momento in cui mi sentissi maggiormente consapevole di me stesso e del mondo circostante. Ufficialmente tutto è iniziato nel 2007, ma ci sono registrazioni a nome Midnight Odyssey molto precedenti, anche se allora non era un nome serio.
Il tuo lavoro come Midnight Odyssey ha a che fare con energie cosmiche, il raggiungimento del firmamento, più in generale con qualcosa molto più grande degli uomini. Da dove arriva questa ispirazione per detti temi e come è cominciata questa ricerca?
Sono molto interessato alle mitologie create da tutte le culture del mondo, le quali arrivano tutte quante a porre l'uomo in una scala di minore significanza rispetto ad altre cose od altri esseri. Dopo tutto, non siamo certo gli unici a decidere del nostro fato, ci sono forze esterne che lavorano sia con che contro di noi; ad esempio, l'esistenza del nostro Sole non è qualcosa che un semplice mortale può controllare. È più importante di ciò che siamo noi. Sono queste forze esterne, forze naturali del cosmo, molte delle quali sono sicuro siano tuttora sconosciute, che fanno prendere forma alla musica e ai testi.
"Funerals..." è il tuo primo full lenght, poiché "Forest Mourners" e "Firmament", nonostante la lunghezza, erano solamente demo: cos'è cambiato da quei lavori? Personalmente sento un approccio più complesso, più completo al genere, oltre ad una produzione più funzionale. Il suono qui è più ricco, più "consapevole" direi, mi sbaglio?
"Funerals..." è un tentativo molto più maturo, un miglioramento. Volevo che suonasse più completo, forse anche più astratto rispetto agli altri capitoli della storia di Midnight Odyssey. Il suono è molto più ricco, ci sono numerosi livelli in più per ogni canzone, rispetto al passato.
Parliamo dell'altro tuo progetto, The Crevices Below. Il debutto "Below The Crevices" suona come la parte complementare della ricerca che stai portando avanti con Midnight Odyssey: quest'ultimo nei confronti dell'intero cosmo, il primo con riguardo invece a ciò che è sotto il terreno, presentando un suono più "criptico" e voci pulite. Ci vuoi dire qualcosa in più a riguardo?
Sì, The Crevices Below è concettualmente intesa come l'esatto opposto di Midnight Odyssey. Non musicalmente, certo, ma testualmente e tematicamente. Come Midnight Odyssey ha a che fare col cosmo e il cielo, così The Crevices Below esiste in un mondo dove non puoi vedere il cielo, dove potresti anche non sapere che esiste. È l'elemento "terra", se vuoi, ed è dedicato alle oscurità sotterranee e la pazzia che fa seguito a chi comanda nel profondo ["ruler", ndt] (lascio che i lettori elaborino questi argomenti con ciò che ho detto circa le ragioni che mi hanno spinto a scegliere il nome Dis Pater).
Metal-Archives dice che sei anche il vocalist live dei Wedard, black metal band tedesca, è corretto? Di che tipo di cooperazione si tratta?
Live vocalist? Decisamente no. Vivo in Australia, lui [Sternefrost - mastermind del progetto] è bavarese. Sono stato session vocalist per due brani sul mini cd "Eiskrieg", che credo sia uscito all'inizio di quest'anno. La canzone "Diminished" vaga per il web con un video di YouTube.
Tu vieni dall'Australia, una terra che, oltre ai "grossi nomi" come Disembowelment, Mortal Sin e così via, sta recentemente dando un enorme contributo alla scena black underground con artisti come Portal, Erebus Enthroned e molti altri. Cosa sta accadendo laggiù?
[ride] Haha, non ne ho idea. Isolamento? Seriamente, c'è sempre stata una piccola e molto dedita scena in Australia, con alcune ottime band in vita da molto tempo, ma che solo recentemente, nell'ultimo paio d'anni, hanno guadagnato attenzioni oltreoceano. Penso che il fatto che siamo così geograficamente distanti significhi che dobbiamo lavorare ancora più duro se vogliamo essere riconosciuti. Forse c'è anche un qualche tipo di fattore esotico, davvero non saprei.
Come sei finito sotto contratto con un'etichetta italiana, la I, Voidhanger?
La I, Voidhanger mi ha contattato dopo aver sentito i demo da qualche parte nel vasto vuoto di internet. È davvero sbucato dal nulla.
Cosa dobbiamo aspettarci da te nel prossimo futuro?
L'immediato futuro mi vedrà concentrarmi su un nuovo mio progetto, che presto svelerò, e sulla pubblicazione di materiale incompleto a nome Midnight Odyssey su uno o due split. Non ci sono piani per un nuovo disco di Midnight Odyssey per ora, ma forse si vedrà un nuovo album di The Crevices Below.
Entrambi i tuoi progetti sono one man band. Dobbiamo presumere che non intendi suonare live e che, soprattutto, non intendi avere a che fare con altri nel processo di songwriting, concentrandoti solamente sulle tue urgenze artistiche?
Sì, assolutamente. Nessun progetto finirà live, e nessun membro sarà coinvolto in questi progetti. È bello avere controllo completo sulla propria musica, non doverla insegnare e spiegare a nessun altro, non essere trattenuti dalla vita quotidiana di altre persone. Tra l'altro, sono un compositore abbastanza spontaneo, le canzoni sgorgano molto velocemente.
La mia tipica, banale ma (credo) significativa domanda: i cinque dischi senza i quali non potresti vivere.
Cinque è difficile. Direi: 1. Dead Can Dance - "Spleen And Ideal" 2. Emperor - "In The Nightside Eclipse" 3. Dimmu Borgir - "Stormblast" 4. Type 0 Negative - "October Rusut" 5. Arcana - "Dark Age Of Reason"
Bene, abbiamo finito con le domande. Grazie per la tua disponibilità. Un ultimo pensiero per i lettori?
Prima di tutto grazie per il vostro supporto. Spero i vostri lettori escano e vadano ad ascoltare il nuovo album di Midnight Odyssey con orecchie e mente aperte, sotto le stelle, da qualche parte, da soli...
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Information
Author: Bosj
Line Up
Dis Pater - All instruments and vocals
Taking advantage of a saturday night ended quite early, at 1 AM I find myself writing down questions inspired by the listening of the beautiful, gloomy "Funerals From The Astral Sphere", latest mindblowing work (to me, album of the year) by Dis Pater, complete musician coming from Australia. To those of you who might not have listened to his works yet (make it up and give him a chance), and of course to those who already faced his leading-astray works, we hope you find something useful in this talk.
First of my questions is: who is Dis Pater? Moreover, what is the meaning of your nickname and what led you to choose it? Is it Father of Pluto, god of the dead world?
I chose the name Dis Pater for two reasons. Firstly it represents an ancient Gallic-Roman god, acquainted with Pluto/Hades, as god of wealth and fertility originally, then god of the underworld in general, first described by Julius Caesar in his conquest of Gaul. The second reason why I picked the name is because the very name Dis Pater represents something of a stark resemblance to the ancient Indo-European proto-god of the sky, i.e. sky father, who in Greco-Roman terms is Zeus/Jupiter. This to me is a perfect example of how we as humans, try to reconstruct our past, and how over time, true meanings can be lost, which is actually the very story behind the Midnight Odyssey ethos.
You have two projects of which Midnight Odyssey is the first one: how was it born?
Midnight Odyssey came from many years of writing black metal and ambient/neo-classical music. It was the culmination of about 8 years of writing and recording, and if you like, awaiting the right time when I felt I understood myself and the world a little better. It officially began in 2007, though there are recordings I have with the name of Midnight Odyssey done well before that, but that wasn't a serious "band name" as such back then.
Your works as Midnight Odyssey deal with cosmic energies, reaching the firmament, generally with something much bigger than men. Where do you take the inspiration for such themes from and how did this research begin?
I'm very interested in the mythologies that have been created by all cultures of the world, all of which point to a somewhat appropriateness of placing humans on a scale of lesser significance to other things/beings. After all, we are not the only holders of our fate, there are outside forces that work both against and with us, for example, the existence of our sun is not something a mere mortal has control of. It is of more importance than we are. It is these outside forces, natural forces of the cosmos, which I'm sure many still remain unknown, that the lyrics and music take their form.
"Funerals..." is your first full lenght, since "Forest Mourners" and "Firmament", despite their lenght, were just demos: what changed from those works? I hear a more complex, complete approach to the genre, besides a more functional production. The sound here is richer, more "aware" I would say, am I wrong?
"Funerals…" is a much more mature attempt, a refinement. I wanted Funerals to be a more complete, and maybe perhaps also a more abstract chapter in Midnight Odyssey's story. The sound is much richer, there are a lot more layers for each song than on the previous releases.
Let's talk about your other project, The Crevices Below. Its debut "Below The Crevices" sounded as the complementary part of the research you are doing with Midnight Odyssey: the latter dealing with the whole cosmo, the former concerning what is under the ground, presenting more "cryptic" sounds and clean vocals. Would you tell us something more about it?
Yes, The Crevices Below is meant to actually be conceptually the exact opposite to Midnight Odyssey. Not musically of course, but lyrically and thematically. As Midnight Odyssey deals with the cosmos and the sky, The Crevices Below exists in a world where you can't see the sky, and may not know its existence. It is the "earth" element if you like, and is meant to be about the subterranean darkness, and the madness that ensues the ruler below (I will let your readers elaborate on the these topics with the reasons I gave for choosing the name Dis Pater).
Metal Archives states that you are also the live vocalist for Wedard, a german black metal band, is this correct? What kind of cooperation is this?
Live vocalist? Definitely not. I live in Australia, he [Sternefrost, Wedard mastermind] is from Bavaria. I did session vocals for two songs on the Eiskrieg II MCD which came out earlier this year I believe. The song "Diminished" is the one floating around the webs with the youtube video.
You are from Australia, a land which, in addition to the "big names" like Disembowelment, Mortal Sin and so on, is lately giving a great contribution to the underground black metal scene with names like Portal, Erebus Enthroned and many others. What is going on down there?
(Haha) I have no idea. Isolation? Seriously, there has always been a small and dedicated scene in Australia, with some great bands that have existed for a long time, only to recently gain attention overseas in the last couple of years. I think the fact that we are so far away means we have to work harder if we want to be recognised. Maybe there is an exotic factor to it as well, I don't know really.
How did you end up with an italian label, I, Voidhanger?
I, Voidhanger contacted me after hearing the demo albums somewhere in the vast emptiness of the internet. It came completely out of nowhere really.
What shall we expect from you in the immediate future?
The immediate future is going to be focusing on another new project of mine, soon to be announced, as well as releasing some unfinished Midnight Odyssey material on one or two split releases. There is no plan for a new Midnight Odyssey album just yet, but maybe we will see a new The Crevices Below album.
Both of your projects are one man band. Should we assume you do not intend to play live gigs and, most of all, have to deal with others in the songwriting process, just focusing on your artistic urge?
Yes absolutely. Neither band will be live, and no other members will be drawn into these projects. It's good to have complete control of your music, not have to go teach it to someone else, and not be held back by the daily lives of other people. Besides, I am quite a spontaneous writer, songs seem to come to me very quickly.
My tipical, banal but (I believe) meaningful question: the five albums you cannot live without.
5 albums are tough. I would list them as: 1. Dead Can Dance - "Spleen And Ideal" 2. Emperor - "In The Nightside Eclipse" 3. Dimmu Borgir - "Stormblast" 4. Type 0 Negative - "October Rust" 5. Arcana - "Dark Age Of Reason"
Well, here it is, we are done with questions. Thank you very much for your kindness. One last thought for our readers?
First of all thank you for your tremendous support. I hope your readers will go out and listen to the new Midnight Odyssey album with open ears and an open mind, under the stars, somewhere alone...
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Informazioni
Gruppo: Cherry Choke
Titolo: A Night In The Arm Of Venus
Anno: 2011
Provenienza: Inghilterra
Etichetta: Elektrohasch
Contatti: myspace.com/thecherrychoke
Autore: Mourning
Tracklist
1. Crying Out Loud
2. The Day She Came To Play
3. Winchester Geese
4. Domino
5. Evol
6. Blue Mass
7. Silver Crossed My Mind
8. I Need Not Know Redemption
9. Splinters
DURATA: 45:38
Il monicker Cherry Choke è l'ennesima realtà che vede la figura di Matt Bethancourt (Josiah e King Of Frog Island) alla guida, il mondo in cui questo musicista, coadiuvato da Greg Hunt e Dan Lockton, ci fa immergere è retrò, quel vintage heavy/psych che ha come riferimento il sound di Jimi Hendrix, dei Blue Cheer, dei Cream e qualcosa degli Hawkwind, quel finire degli anni Sessanta che influenzò in maniera notevole per non dire fondamentale l'evoluzione del rock e della psichedelia, questo è "A Night In The Arm Of Venus".
Chitarre acide, i pedali addetti al reparto effetti sono in costante "mode on", così come la voce che alle volte si cela volutamente distorta e distante, aggiungete giri di basso che vibrano, pulsano con una costanza dirompente e attacchi di batteria a dir poco adrenalinici e ne ricaverete un allucinogeno di quelli potenti ma estasianti.
È una escalation continua di sensazioni energiche e inebrianti quella che trapela da pezzi come le incalzanti e suadenti "Crying Out Loud", "Winchester Geese" e "Evol", dinamiche e istintive in "Splinters", più eteree e da "trip" quelle racchiuse in episodi voluttuosi e affascinanti quali "Domino" e "Silver Crossed My Mind", dei viaggioni nei quali la mente necessita di perdersi, di farsi cullare mentre il fisico ondeggia assecondandone le onde sonore, la seconda è "speziata" da un retrogusto agrodolce e anche echi di floydiana memoria vengono a galla, tutto ciò è molto più che gradevole.
La musica inquadra perfettamente quello che a quanto ho compreso è un concept album nel quale domina la figura di una prostituta dell'era vittoriana, la sifilitica Cherry Choke, che al tempo veniva curata tramite dosi di mercurio, il cloruro mercurico però non produceva nessun miglioramento, al contrario intossicava il paziente procurando sintomi anche similari a quelli della patologia stessa, un viaggio involontariamente diretto verso lo stesso inferno?
Siamo di fronte a un'opera altamente derivativa se non addirittura a un vero e proprio tributo a ciò che fu quel periodo storico del rock, "A Night In The Arm Of Venus" è dunque consigliato a chiunque ami o abbia amato visceralmente quegli anni, a chi segue la fiorente scena odierna che vi si rifà e in genere a chi adora la buona musica.
Non c'è una sola nota che suoni fuori posto nel lavoro dei Cherry Choke, un altro monicker che col tempo potrebbe divenire una certezza d'acquisto.
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Gruppo: Enthring
Titolo: The Grim Tales Of The Elder
Anno: 2011
Provenienza: Finlandia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: myspace.com/enthring
Autore: Mourning
Tracklist
1. I, The Exiled
2. Silent Chanter
3. Mellowheart
4. Rend Me Asunder
5. Citadel
6. The Last Heartbeat Of An Era
7. The Vengeance Orchestra
8. The Grim Tales Of The Elder
DURATA: 40:56
 Questi ragazzi finlandesi non li avevo mai sentiti nominare, quando ho ascoltato per la prima volta gli Enthring di "The Grim Tales Of The Elder", loro album di debutto autoprodotto, ho pensato: va beh, solita solfa melodic death con quello che alcuno definiscono viking (Ensiferum???), eppure ascolto dopo ascolto hanno cominciato ad acquisire valore.
Certo il platter si colloca all'interno di un genere che ha ormai detto e stradetto tutto, in molte occasioni però colpisce soprattutto per la maturità del riffato mai troppo melenso e per la prestazione delle tastiere capaci d'infondere una carica epica massiccia al già robusto lavoro delle chitarre, l'accoppiata in alcuni passaggi non è lontana dal rimembrare alcune atmosfere ed esecuzioni dei primissimi Children Of Bodom.
Il problema reale del disco è che vive costantemente una fase di "già sentito", oserei dire che è formalmente quasi perfetto ma totalmente privo di un'anima propria, ciò limita parecchio il numero degli "on air" perché per quanto valido la voglia di rimetterlo su dopo le sessioni iniziali d'ascolto scema proprio per i continui rimandi a tante realtà a esso ricollegabili.
Peccato, i pezzi di "The Grim Tales Of The Elder" meritano davvero, sia nei momenti in cui serrano i ranghi che nei frangenti in cui le melodie esplodono dirompenti possiedono quel tocco che colpisce, scivolano via uno dietro l'altro facendosi apprezzare e così "I, The Exiled", "Rend Me Asunder", "Citadel" e "The Last Heartbeat Of An Era" le ho fatte girare più e più volte.
Sarà solo un'impressione ma se fossero usciti con una decade d'anticipo a quest'ora si parlerebbe degli Enthring come una fra le band migliori di questo settore metal? Non lo so, le basi, le qualità e l'impostazione tesa a creare qualcosa di realmente interessante ci sono tutte, tocca forgiare assolutamente una propria personalità per uscire dall'angolo dell'anonimato perché la buona musica non manca.
Manterranno il ruolo di promessa o si tramuteranno in una solida realtà? Vedremo...
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Gruppo: One Inch Giant
Titolo: Malva
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: myspace.com/oneinchgiant
Autore: Mourning
Tracklist
1. Ripe And Bold
2. Fur Of The Lord
3. Train Of Lies
4. Feed The Fire
5. Echoes In The Night
6. Treasures That Betray
DURATA: 31:30
 Collegare la parola stoner alla Svezia è cosa praticamente naturale, le lande scandinave, di quella zona in particolare, producono act del genere in maniera industriale mantenendo peraltro degli standard qualitativi sempre ben più alti rispetto alla media già di per se cazzutissima.
Gli One Inch Giant provengono da Gothenburg, città conosciuta per tutt'altro genere, sappiamo bene come sia stata una delle fonti più importanti di death metal act anni Ottanta e Novanta, non è un caso quindi che membri della line-up suonino in progetti quali One Handed Skull Crushing e Rapacious Ravishment. Si presentano a noi con il debutto "Malva", sei brani di stoner/doom infarciti di blues e scanalature southern.
Gli svedesi sono bravi nell'apportare continui cambiamenti sia nelle atmosfere, sia nell'ambito della struttura compositiva favorendo l'utilizzo della melodia, di tempi più dilatati e spostandosi in territorio rockeggiante senza far mai risentire ai brani tale tipo di svolta.
L'opener "Ripe And Bold" presenta una situazione che per "passo" fangoso potrebbe ricordare alla lontana certe sensazioni estreme del doom ma che con un assolo blues e il cantato limpido di Filip Åstrand accompagna con serenità quanto sicurezza l'ascoltatore.
Con "Fur Of The Lord" un classico mid-tempo ci si para contro, ben piazzato, dai lievi tratti melodici che ci conducono alla differente botta per portata e suono di "Train Of Lies" nella quale il "macigno" diventa più strisciante, affonda nelle paludi del sud e che acuisce il valore delle melodie nella seconda parte. Il disco fila liscio e sembra prendere forma più completa e pesante pezzo dopo pezzo, la conferma arriva con "Feed The Fire" e il suo grasso riffing che padroneggia il mix delle influenze presenti nel background musicale del platter rigettandole all'orecchio con un risultato a dir poco affascinante.
È troppo breve, è questo il vero difetto di "Malva", durare poco più di mezz'ora quando finito il primo "on air" (e non me n'ero neanche accorto che fosse stato così rapido) rimetterlo su per altre tre o quattro volte è stato praticamente automatico, "Echoes In The Night" sprofonda letteralmente, in questo brano la presenza doomica diviene portante e "Treasures That Betray" ne prosegue l'operato con quelle onde cupe e annerite che emana travolgendo e conducendoci alla conclusione.
L'aura hard rock, passaggi rimembranti l'operato Alice In Chains di Layne e una padronanza delle sonorità stoner/doom eccellente fanno di "Malva" un grande album apripista per l'ennesima swedish band pronta a farci godere, in pratica quello che sto dicendovi è che gli One Inch Giant potete tranquillamente comprarli, ancora una volta dal Nord Europa arriva un centro senza mezzi termini, che necessita solamente
dell'acquisto.
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Gruppo: Hesus Attor
Titolo: Seńorai
Anno: 2011
Provenienza: Croazia
Etichetta: Geenger Records
Autore: Mourning
Tracklist
1. Pardonian Clouds
2. Señorai
3. Psyclick
4. Vox Of Archibald
DURATA: 17:39
La band croata degli Hesus Attor proveniente da Rijeka (Fiume) ha un modo d'intendere la musica riconducibile a uno stile "crossover", è una grassa mistura di sound quella che ho riscontrato nell'ep rilasciato in formato digitale intitolato "Senorai".
Dopo un'apertura affidata a un brano totalmente strumentale, "Pardonian Clouds", teso a creare atmosfera, è con la titletrack che s'inizia a far sul serio, hardcore/mathcore, fraseggi rock e melodie s'inframezzano portando a galla una più che discreta vena compositiva e una prestazione del cantante varia e incisiva.
Le ultime due tracce, "Psyclick" e "Vox Of Archibald", tendono un po' a complicarsi la vita, bella la presenza psichedelica che ne infarcisce lo scorrere così come le partiture funky che le rendono energiche e pazzoidi miscelate con accelerazioni musicalmente pesanti e voce urlata/delirante che ricordano non pocco l'estro follemente geniale delle creature di Mike Patton (Mr.Bungle).
Una formazione matura quella degli Hesus Attor e che in un panorama in continua ascesa e che attrae sempre più un'ampia gamma d'ascoltatori potrebbe trovare il proprio seppur piccolo spazio anche al di fuori della scena nazionale a cui appartiene.
Chi con costanza si è avvicinato divenendo un vero e proprio follower del genere dia una possibilità a "Senorai", per maggiori informazioni e apprendere cosa questi musicisti abbiano dato alle stampe dal 2003 a oggi vi rimando alla vostra voglia di ricerca, approfondite e chissà che non sia spunto per una fruttuosa conoscenza.
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Gruppo: Defilement
Titolo: Revel In Madness
Anno: 2011
Provenienza: Serbia
Etichetta: Rebirth The Metal Productions
Contatti: myspace.com/defilementofficial
Autore: Mourning
Tracklist
1. Emerging
2. Rotting Crypt
3. Mindless And Aggressive
4. World Cadaver
5. Baprism Of A Stillborn
6. Psychotic
7. Torture Room
8. Mountains Of Flesh
9. Closure
10. The Axe
DURATA: 28:11
 Il quintetto di Novi Sad (Serbia) dei Defilement dopo una gavetta iniziata nel 2003 giunge al debutto nel 2011 con "Revel In Madness" portandosi al seguito un bagaglio composto da due demo e un ep.
La band è di quelle che devono ancora crescere, le influenze di grandi act quali Cannibal Corpse, Suffocation, Dying Fetus, Deicide e qualcosa dei Devourment sono marcate e non sono il solo problema di un disco onesto, genuino e che compositivamente parlando non ha grossi problemi legati alla formalità d'esecuzione quanto invece riconducibili alla fase solistica da rivedere in toto sia per impostazione che stile e soprattutto una mancanza di personalità palese, su quest'ultimo punto si potrebbe anche soprassedere dato che al primo album non si pretende necessariamente il "capolavoro".
Sono buone invece la prestazione delle due voci growl/scream che si alternano e incrociano all'interno delle canzoni e la produzione che sostiene l'apparato strumentale, solida e scura quanto basta.
I ventotto minuti e pochi secondi di questo sparato, arrembante capitolo di death lasciano piacevoli ricordi in episodi quali "Mindless And Aggressive", "World Cadaver" e "Mountains Of Flesh", parliamo sì di musica già sentita e risentita, nulla toglie il fatto che una sana scapocciata sia sempre ben accetta.
Le basi ci sono, la voglia ai Defilement non manca di sicuro così come la conoscenza di un genere che però vive ormai di standard alti e nel quale non è diventato semplice inserirsi e soprattutto sopravvivere.
Non rimane quindi che affinare le doti in possesso e proiettarsi già sulla produzione di un secondo disco che dimostri come la maturità che manca a "Revel In Madness" sia stata trovata. Consiglio comunque l'ascolto agli sfegatati del genere, diamo loro fiducia.
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Gruppo: The Cosmic Dead
Titolo: The Cosmic Dead
Anno: 2011
Provenienza: Scozia
Etichetta: Who Can You Trust? Records
Contatti: facebook.com/thecosmicdead
Autore: Mourning
Tracklist
1. The Black Rabbit
2. Spice Melange Spectrum
3. Infinite Death Of The Godhead
4. Father Sky, Mother Earth
DURATA: 1:19:26
 Dalla Scozia un mastodontico "trippone" psych in stile old school mi giunge all'orecchio, come non condividerlo con voi?
I The Cosmic Dead, un quartetto che sembra sia rimasto ibernato per circa una quarantina d'anni, si mostrano alla scena musicale rock con un primo parto a dir poco "gigante", una tape limitata a 150 copie e ahimè sold-out contenente quattro brani per la "modica" durata di ben ottanta minuti.
Non c'è nulla di moderno nelle scelte di suono di questi musicisti, abbiamo a che fare con la spiritualità psichedelica di gente come i maestri Hawkwind, la visione del genere "cosmico" (Neu!, Schulze, Tangerine Dream) e la natura basilare dello stoner sound mischiati con la dovuta dose di elementi allucinogeni ciclico-ridondanti adatti a stendere un elefante e fargli sognare di esser diventato un cartone animato in stile Dumbo.
È difficile non rimanere compressi, stralunati e decisamente rilassati facendosi cullare, trasportare e disperdere nel cosmo infinito, gli scozzesi nel lato A della tape riservano, se così vogliamo intenderlo, un trattamento di favore, ci allietano infatti con i brani più "brevi" iniziando con "The Black Rabbit" nel quale è possibile percepire l'intrigarsi delle linee di synth, è però la chitarra lo strumento insignito del ruolo di "cerimoniere" che con l'accoppiata basso/batteria al pari di cerchi concentrici espandono il proprio raggio d'azione conquistando terreno, creando maggior "spazio" nel quale far confluire l'immaginario da "trip".
La seconda traccia "Spice Melange Spectrum", "la piccolina" del gruppo data la sua striminzita vita legata a neanche sette minuti di durata, si rivela essere la più lineare, una sorta di fase di passaggio scandita dalle sonorità basse, aumenta notevolmente il fattore evocativo modificando l'atmosfera che diviene più cupa e riflessiva lasciando poi all'ultima canzone del lato, "Infinite Death Of The Godhead", il compito di rientrare nel mondo precedentemente perlustrato e che necessita di approfondimento, il pezzo vive e si alimenta di una formulazione istintiva da "jam" perpetuata, è ancora una volta il basso di Omar Aborida a mettersi in mostra, è davvero pregevole la sua prestazione.
Il vortice atemporale che come un buco nero mi sta risucchiando in quale sperduto luogo mi condurrà? Non ho dovuto attendere molto per avere una risposta alla mia domanda, è bastato far partire il lato B per venir inghiottito all'interno di una sconfinata dimensione a titolo "Father Sky, Mother Earth", quaranta minuti (e dico quaranta) di "marmellatona" psych/drone con affluenze stoneriane.
Alla pari di una torta iperstratificata la traccia mostra di possedere personalità e una gamma di soluzioni e scanalature che tirano in ballo il compleso strumentale, strane linee di voce sottili, rituali e una serie di innesti melodici e venti "cosmici" attraversanti in lungo e largo la strabordante mole della quale è composta.
Certo in qualche momento si ha la sensazione di avere a che fare con un "periodo" sin troppo tirato per "i capelli", l'ascolto per quanto sia incantevole nel suo creare miraggi e illusioni che spalancano la mente, ha un paio di fasi di stanca ma che verrebbero per lo più notate da chi non è abituato a confrontarsi con opere del genere quanto piuttosto a usufruire di pezzi che si svincolino dopo un trascorso più "rapido".
"The Cosmic Dead" come le grandi opere che hanno come mezzo di base per trasmettere le sensazioni l'approccio psichedelico ha assolutamente bisogno di tempo per crescere e diramarsi al vostro interno insieme a una iniziale e costante concentrazione per entrare in contatto con tale essenza, una volta superato il "check in" non vi resterà che decollare con loro.
Tour mistico in partenza, vi aggregate?
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Gruppo: El Camino
Titolo: Satanik Magiik
Anno: 2011
Provenienza: Svezia
Etichetta: Night Tripper Records
Contatti: myspace.com/elcaminomusic
Autore: Mourning
Tracklist
1. Prelude To The Horns
2. Hail The Horns
3. The Ritual - We Are The Dark
4. Mountain Man
5. Rise Of The Snake
6. Family Values
7. Satanik Magiik
8. Avra Kehdavra
DURATA: 45:32
 Leggendo il monicker El Camino e il titolo del debutto "Satanik Magiik" due parole mi sono subito balzate in testa: stoner e doom, ho quindi pensato a una band al primo "reale" passo importante e compagna d'avventura di gente come gli Electric Wizard, magari con una spiccata vena rock in stile Kyuss o Fu Manchu?
Non è che poi sia andato molto lontano dalla verità, il quintetto svedese ha decisamente la componente stoner come fonte prima del sound direzionata però nettamente a favore del rock, c'è sì la presenza di qualche riff in stile "fangoso" ma non è quello che la collega al mondo del "destino" scuro e capace di scavare "fosse", sono le atmosfere votate a portare con se un alone fitto e scuro, del resto se si trattano tematiche di stampo ritualistico e si parla del signore del male si potrà mica pretendere che ci siano i coretti angelici?
Duro, minaccioso e gradevolmente alcolico, l'album si dipana per una durata di tre quarti d'ora soffrendo di qualche dislivello qualitativo a causa di un circolo di deja vù ricreato da alcuni cliché ben suonati e che non danno mai fastidio agli appassionati del genere, al tempo stesso però evita il pieno decollo pur possedendo in più di una circostanza i ganci, le ritmiche e le linee di voce adeguati per condurre per mano l'ascoltatore lungo il proprio nero percorso.
Canzoni quali "Hail The Horn", "The Ritual - We Are The Dark", la più elementare "Mountain Man" e l'accoppiata che vede succedersi in sequenza "Rise Of The Snake", dal ritornello abbordabile e semplice da ricordare (Hellbound/Rise Up ripetuti più volte), e "Family Values" accattivano e conquistano la fiducia durante l'ascolto.
La band è acida al punto giusto sfruttando la voce di Daniel che esula dal mantenere uno stile "clean", il cantante graffia e rende la sua prestazione "roca" e aggressiva, hanno poi il pregio di miscelare con destrezza il suono rock e le onde metalliche che attraversano "The Satanik Magiik", con le ultime che divengono una sorta di spinta in più per il disco.
Gli El Camino stanno viaggiando sulla strada giusta e per una formazione che è attiva del 2003 otto anni per un debutto sono forse stati anche troppi da far passare, beh questo tempo ha dato loro la possibilità di sfornare un platter che getta delle solide basi per il futuro.
"The Satanik Magiik" è consigliato a chiunque ami lo stoner, è uno di quei lavori che una volta inserito nello stereo i suoi giri se li conquista, ben fatto.
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Gruppo: Svin Killer
Titolo: Drowning Into The Green Mass
Anno: 2011
Provenienza: Ucraina
Etichetta: Eclectic Production
Contatti: myspace.com/svinkiller
Autore: Mourning
Tracklist
1. Intro
2. Four Times Irradiated
3. Hate, Sick And Disemboweled Human
4. Zaire
5. Conveyor
6. Cryptic Milk
7. Awakening Of The Something Abominable
8. Violence
9. Drowning Into The Green Mass
DURATA: 23:27
 L'Ucraina si è da tempo specializzata nel produrre band che uniscono death metal efferato, brutale e veloce con il grind più "zozzo", inutile dire quindi che gli Svin Killer fanno parte di questa cerchia di act che fa dell'impatto e degli "scarichi da lavandino" vocalmente interpretati due armi fondamentali per l'esplosione del sound.
Due album nel giro di due anni, dopo "Copropolitan" del 2010 è reperibile adesso "Drowning Into The Green Mass" composto da nove tracce che te la tirano dietro in venticinque minuti scarsi, scatenati e decisamente dediti al "suin cantare".
Sembra proprio che dai tempi di "Molesting The Decapitated" dei Devourment si sia aperto un mondo ancor più rancido e maligno, gente come i Disgorge, quelli messicani di "Chronic Corpora Infest", aveva sicuramente già intrapreso quella strada un biennio prima (1997 il secondo citato, 1999 il primo) eppure dopo quell'anno tanti li hanno presi a ispirazione, il goregrind di questi ucraini ha di sicuro reminiscenze che vanno a pescare anche da questi act fortunatamente non esagerando come fatto ultimamente dagli americani con le slammate perpetuate inutilmente.
Per quanto si parli di ritmi tutt'altro che costantemente blandi, il platter è sostenuto da un'alternanza di movenze rapide e assassine con altre cadenzate e basate su ondate groove il che lo rende alquanto appetibile oltre agli amanti del "vado diritto sempre e comunque" anche a una parte dei fan del brutallo più "classico".
Parlare di un pezzo piuttosto che un altro è inutile, la breve durata e la devozione con la quale gli Svin Killer affondano i colpi, tritano con le chitarre e assaltano l'ascoltatore con un drumming prestante (ma che potrebbe guadagnare punti in futuro se decidesse di sfruttare dinamiche lievemente più elaborate dato che in certi momenti sembra soffrire di fasi "di stanca") sono innegabili e agevolano l'ascolto
"Drowning Into The Green Mass" è una insalubre dose di "decomposizione umana" (morale o fisica, scegliete quale si addica di più al vostro pensiero), non diverrà un caposaldo del genere ma possiede le doti per garantirvi un tosto sbattimento e si sa che ogni tanto una prestazione simile nello stereo ci vuole proprio, è liberatoria.
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Informazioni
Gruppo: Planet Zeus
Titolo: Macho Libre
Anno: 2011
Provenienza: Grecia
Etichetta: B-Otherside Records
Contatti: myspace.com/planetofzeusgr
Autore: Mourning
Tracklist
1. Doteru
2. Dawn Of The Dead
3. Leftovers
4. Vanity Suit
5. Unicorn Without A Horn
6. Macho Libre
7. The Ballad Of Boston George
8. Apocalypse
9. The Game
10. Scream
11. Hazelnur(R.I.P)
DURATA: 46:10
 Stoner ancora ancora e ancora, che droga ragazzi e la Grecia si rivela essere una spacciatrice prolifica e qualitativamente valida, quindi andiamo subito a parlare dei Planet Of Zeus.
La band ellenica al secondo album, "Macho Libre" che arriva diretto dopo il buon successo del disco d'esordio rilasciato tre anni fa e intitolato "Eleven The Hard Way", è di quelle che ti mettono in corpo una carica godereccia da paura.
Le influenze di cui il sound è intriso passano per nomi quali Down, Corrosion Of Conformity, Kyuss, Orange Goblin, Alabama Thunderpussy, con reminiscenze dell'operato chitarrista di grandi quali Dimebag Darrell e Zakk Wylde, restringendo il campo in poche parole: groove southern con una gran dose di alcol.
Musicalmente sono pesanti, mai troppo fangosi, sempre pronti a piazzare quel riff più rockeggiante che ben si sposa con la natura metallica del platter, vedasi la struttura di "Leftovers", a ingrigirsi emotivamente forzando tale fattore con una massiccia spinta malinconica ossessiva in "Unicorn Without A Horn" e "Hazelnur (R.I.P.)", quest'ultima traccia più lunga, fiera e ronzante della tracklist.
Con l'additivo "spacey" che si dipana in "Dawn Of The Dead" e il southern sound palesato nell'approccio vocale di "Vanity Suit" che si aggiungono alla lista capirete che pur essendo solamente alcuni dei punti salienti di un platter che diverte e che si fa ascoltare con una facilità disarmante c'è di sicuro tanta buona carne al fuoco, certo in varie occasioni s'inciampa in dei deja vù palesi, non si può negare però che possegga una forte personalità.
Strumentalmente i Planet Of Zeus se la cavano alla grande, "Macho Libre" è ciò che un appassionato delle release "sabbiose" orientate verso la zona metal vuole avere nelle orecchie e la voce di Bibas ruvida e "aspra" quanto basta ben si sposa sulle tracce. Il piatto è cotto a puntino e servito, non vi resta in pratica che affondare le fauci e farne man bassa.
Fatevi un giro su Myspace, Facebook, Youtube o qualsiasi altra piattaforma dove si possa avere la possibilità di far girare un paio di loro brani, se amate il genere difficilmente non verrete conquistati dal sound dei Planet Of Zeus, una volta sedotti l'acquisto è quasi una conseguenza naturale.
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Informazioni
Gruppo: Comity
Titolo: The Journey Is Over Now
Anno: 2011
Provenienza: Francia
Etichetta: Throatruiner Records
Contatti: myspace.com/comity
Autore: Mourning
Tracklist
1. Part. I
2. Part. II
3. Part. III
4. Part. IV
DURATA: 51:08
I francesi Comity s'inseriscono nel mondo musicale suonando una mistura che fonde rock, math e sludge/core, la musica è violenta, gode di aperture atmosferiche ampie e di profonde scanalature che insieme allo scream roco e acido alimentano il primo full-lenght intitolato "The Journey Is Over Now".
Cinquanta minuti suddivisi in quattro sezioni denominate semplicemente con numeri romani e che concatenate per umori e potenza espressa rigettano sull'ascoltatore in maniera prorompente una forma di chaos entropico/melodico che conquista passaggio dopo passaggio.
Si viene come attraversati da un fiume di pensieri che dilagando sfonda gli argini per ricoprire tutto ciò che gli è attorno per poi quietarsi improvvisamente, fasi di "calma apparente" dedite a tranquillizzare l'inconsapevole che verrà nuovamente assorbito dal fluire burrascoso che di lì a poco si verrà a ricreare.
Sono un incrocio fra Neurosis e Breach ai quali si potrebbero aggiungere i Dillinger Escape Plan, è folle il modo nel quale accelerano e decelerano movimentando asimmetricamente i brani che strutturalmente passano di palo in frasca mantenendo però ben chiara l'intenzione dei Comity: annichilire colui che li ascolta trascinandolo all'interno del proprio mondo fatto di melodie agrodolci e tirate battenti, di hardcore pesante come un mattone e attimi puramente rock elaborati dalla sei corde. È una giostra che ama il sali e scendi, lo comprenderete quando, dopo aver udito cosa scatenano nelle due tracce iniziali, i Comity decidono di stoppare l'aura aggressiva per convogliare la "pressione" in una sostanza sonora più leggiadra ma non meno incisiva.
Con "Part III" è un altro pianeta che ci rapisce, l'apertura affidata al sitar, il lungo percorso scandito dalle chitarre pulite e un'animosità opaca e stranamente mai sfociante in turbinii, ma "frenata" da una sensazione di malinconia inesplosa scandita dal "noise" che supporta la fase conclusiva del brano, sembrano un ponte ideale fra il "prima" e ciò che "dopo" si porrà alla nostra attenzione, si cela dietro l'angolo la bordata che ci si aspetta, non è un caso che il finale sia delirante e in crescendo.
Ventuno minuti cervellotici, nevrotici, caratterizzati da continui cambi di tempo, da uno schitarrare extra-schematico che diviene cantilenante, più complesso e asincrono, rimbalzano da uno stile all'altro combinandoli e separandoli, dando vita a un'energica e sclerotica prestazione nella quale la cromatica mantiene però il colore grigio. Ne modificano sì le tonalità, è comunque unicamente quello il colore che ne tinteggia a più riprese i drappi atmosferici intensi ma non troppo fitti, sembra vogliano lasciarsi spazio per respirare per concedersi poi un finale a "rottura di collo", non sarà propriamente così, ve lo lascio scoprire.
"The Journey Is Over Now" è un disco da "sturbo mentale" che gli amanti delle formazioni citate, del resto così come dei compagni di roster dei Comity, Plebeian Grandstand e Nesseria anch'essi devoti a sonorità "particolari", dovrebbero trovare di proprio gradimento, è quindi a essi che rivolgo il mio consiglio d'ascolto, intriganti.
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Gruppo: Deadly Carnage
Titolo: Sentiero II - Ceneri
Provenienza: Italia
Anno: 2011
Etichetta: De Tenebrarum Principio
Contatti: Myspace - Facebook - Sito
Autore: Akh
Tracklist
1. Guilt Of Discipline
2. Parallels
3. Epitaph Part I
4. Epitaph Part II
5. Growth And New Gods
6. Ceneri
DURATA: 41:43
 Giunge a noi il nuovo capitolo dei Deadly Carnage "Sentiero II - Ceneri" sotto l’ala protettrice della ATMF nelle vesti della propria sub label De Tenebrarum Principio.
Il gruppo romagnolo cambia nuovamente pelle pur mantendo incorporate certe peculiarità del proprio suono, come sinonimo di evoluzione spontanea del modo di comporre; passando quindi da un tipico B.M. di stampo nordico a questa moderna espressione. La loro nuova epidermide è formata da molte influenze substratiche che si manifestano in maniera evidente all’interno stesso di un solo riff, ma creando certe specifiche che stanno sempre più divenendo un marchio di farbbrica; quindi ci ritroviamo con frangenti Death Metal, abbracciati a parti più darkthroniane o riffing di pura scuola Dark Tranquillity (epoca "The Gallery") su cui viene innestata una furiosa doppia cassa come si evidenzia nel caso dell’opener "Guilt Of Discipline".
Lo stesso accade per la scelta delle strutture dei vari brani, in cui atmosfere tipicamente D.M. aprono le porte a parti blackish, il tutto realizzato per valorizzare la nuova mentalità dei Deadly Carnage, che finalmente si avvicinano ai loro propositi originari, ovvero creare melancolia (come si evidenzia in "Ceneri", brano conclusivo che abbandona totalmente la lotta bellica per rimarcare una rassegnazione pura, figlia di un tormento mai sopito) e sentimento foriero di momenti violenti, dai tratti drammatici e emotivamente "fragili" e agitati, come lo possono esser certi stati d’animo come si dimostra in "Growth And New Gods" in particolar modo lo si evince nello stacco arpeggiato e nei momenti lead delle chitarre; di questa canzone è stato girato il video che viene inserito all’interno del cd, una maniera in più per comprendere l’anima pulsante di questo "Sentiero II - Ceneri".
Se posso permettermi un'opinione, i nostri si sono molto avvicinati alla sensibilità artistica dei My Dying Bride (quelli scuri e più votati all’estremo), in cui è la tragicità degli eventi quotidiani far leva per scardinare speranze ed illusioni, relegando l’essenza umana di vortici di un grigio profondo.
Rispetto a "Decadenza" il songwriting è maturato nelle peculiarità di cui abbiamo pocanzi parlato e la produzione ne sottolinea le caratteristiche ibride e ruvide, riuscendo a far risaltare la brillantezza di certi passaggi interiormente plumbei su cui i dubbi agitati delle varie composizioni gravano come marmi sepulcrali.
Il gruppo si percepisce affiatato e ne esce quindi un mosaico in cui ogni strumento si prende la libertà di immettere la propria personalità nel contesto di arrangiamento.
Ovviamente le reminiscenze black si odono ancora molto, ma è evidente l’intenzione di marciar oltre a tutto ciò inserendo molte altre sfumature ed influenze che si odono in maniera netta, sia nella scelta della versatilità delle soluzioni vocali, sia nello spirito più adulto nel suo insieme, andando avanti rispetto alla bontà della precende uscita, che comunque già aveva seminato l’incipit per questo lavoro.
I toni dei cinque pezzi iniziali ruotano quindi su una varietà musicale che passa da soluzioni raw, ad aperture di stampo chiaramente melodico, incrociandosi sovente con breaks arpeggiati o stop and go alimentando le dinamiche espresse da Andras e soci, il tutto a disposizione di una policromia musicale votata a tendaggi crespi e dai riflessi ombrosi (ottima la scelta dell’artwork in questo senso, che bene inserisce l’ascoltatore nella cripta emotiva dei Deadly Carnage), su cui spicca la volontà di continuare la propria "moribonda" evoluzione oltre alle etichette o certe barriere precostituite come dimostrano i due capitoli "Epitaph I" e "Epitaph II".
Se siete già fan del gruppo conoscerete le bontà della band e ne godrete ulteriormente per le scelte introdotte, gli altri avranno un motivo valido per scoprire un combo che non sta con le mani in mano, ma che suona per convinzione e continua a far passi avanti.
Avete amato "Decadenza"?
Amerete ancor di più "Ceneri".
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