lunedì 19 agosto 2013

DOGS FOR BREAKFAST - The Sun Left These Places

Informazioni
Gruppo: Dogs For Breakfast
Titolo: The Sun Left These Places
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Subsound Records
Contatti: facebook.com/pages/Dogs-For-Breakfast/137811169031
Autore: Mourning

Tracklist
1. January 21
2. Cypress Grove blues
3. Father Sea
4. The Lady
5. Vision
6. Last Run
7. Tsaatan
8. Red Flowers
9. Pull The Plug
10. The Chariot Of Death

DURATA: 49:52

I cuneesi Dogs For Breakfast si rifanno vivi ripartendo dalla solida collaborazione con l'etichetta Subsound Records per regalarci l'atteso debutto intitolato "The Sun Left These Places", a tre anni di distanza dall'ep "Rose Lane Was Tucker's Girlfriend", che li vedeva supportati dietro al mixer da Giulio "Ragno" Favero (Zu, Il Teatro Degli Orrori, One Dimensional Man) e al quale partecipò anche Luca T. Mai (Zu e Mombu). Stavolta in fase di missaggio c'è Massimiliano "Mano" Moccia, coadiuvato in due tracce da Gionata Mirai (Il Teatro Degli Orrori e Super Elastic Bubble Plastic).

Il trio piemontese è di quelli che hanno fatto il botto. L'album è una ruvida collisione di più stili amalgamati in maniera tale da disorientare e ossessionare l'ascoltatore: il post-hardcore dei maestri Neurosis e le visioni legate all'ultima versione dei Cult Of Luna vengono sporcati da una coltre che si avvale di caratteristiche dei panorami noise, sludge, psichedelici per aumentare la sua valenza decadente e incatenante. L'esempio lampante è racchiuso nella disturbata e altalenante immagine sonora inglobata in "Vision". I Dogs For Breakfast sono oltranzisti retrò: il calore delle scelte totalmente analogiche fa ribollire come un magma l'ondata "core" che trapela di traccia in traccia. Pezzi come "January 21", "Pull The Plug" e "The Chariot Of Death" ti ustionano con la pesantezza delle chitarre; altri brani, tipo la trilogia infernale posta in fase centrale-prefinale formata da "Last Run", "Tsaatan" e "Red Flowers", invece alimentano un flusso ambientale sulfureo e intossicante apocalittico. Del resto il titolo del disco, "The Sun Left These Places", non è che lasci poi molto spazio alla luce e al sentore di speranza che a essa solitamente viene riconosciuta. Speranza che viene peraltro ulteriormente tramortita e gettata di lato dalla loro versione del classico Delta Blues "Cypress Grove Blues" di Skip James, rivoluzionato e reso affine al mondo lisergico e riottoso della band.

Chiamatelo disagio, chiamatela espressione di accecata frustrazione, usate e nominate le sensazioni emanate da questi ragazzi come meglio credete: ciò che non muterà sarà la voglia di mettere nel lettore il disco e calarvisi dimenticando di possedere dei freni inibitori. Pertanto ve ne consiglio caldamente l'acquisto: è di quelli che valgono.

Continua a leggere...

MAMONT - Passing Through The Mastery Door


Informazioni
Gruppo: Mamont
Titolo: Passing Through The Mastery Door
Anno: 2012
Provenienza: Svezia
Etichetta: Ozium Records
Contatti: facebook.com/mamontsweden
Autore: Mourning

Tracklist
1. Mammuten
2. Jag Sår Ett Frö
3. Creatures
4. Blind Man (Part III)
5. Stonehill Universe
6. The Secret Of The Owl
7. Woods
8. Satans Fasoner

DURATA: 42:29

Il 2013 si è ormai lasciato alle spalle la sua prima metà e io vi scrivo di un disco dell'anno passato? Eppure si sa, uno guarda avanti, ma poi si accorge, girandosi un po', che si è perso sempre qualcosa per strada e onestamente non potevo evitare di presentarvi gli svedesi Mamont. Se siete famelici di stoner, e "fuzz" e "space" sono parole che soltanto a sentirle nominare andate in brodo di giuggiole, allora il quartetto proveniente da Nyköping diventerà di sicuro un vostro fedele compagno. I musicisti, dopo aver dato alle stampe un ep omonimo di tre pezzi nel 2011, hanno pubblicato il debutto "Passing Through The Mastery Door".

L'album è di quelli che ti conquistano ed eccitano continuamente, un lavoro che sa di Svezia, con artisti quali Truckfighter e Dozer rintracciabili innegabilmente fra le influenze, ma che gode anche del genuino, affascinante e inossidabile fascino degli anni Settanta emanato dal sound Black Sabbath e Mountain. Inoltre fa un utilizzo a dir poco inebriante della visione psichedelica odierna dei maestri tedeschi Colour Haze, un quadro che solo a raccontarlo ti stordisce e inebria. Calore e dispersione, viaggio e sogno sono sensazioni e situazioni che si vanno incrociando e unificando.

Una volta messi a proprio agio dall'apertura totalmente strumentale affidata a "Mammuten", canzone lenta e fortemente incentrata sull'atmosfera, si viene proiettati attraverso nebulose cosmiche da "Jag Sår Ett Frö", col contributo della voce ossessiva di Karl Adolfsson. Di lì a breve tutto può accadere e quindi come si districheranno i Mamont? Punteranno ancor più sull'effetto "stoner" oppure, visto che con "Creatures" e "Blind Man" la natura settantiana classica viene fuori in maniera prorompente e l'atteggiamento bluesy si mostra con maggior vigore e intensità, successivamente si porranno a metà fra le due immagini paesaggistico-sonore inviate alla nostra mente? Niente di tutto questo, gli scandinavi con "Stonehill Universe" accelerano inaspettatamente il passo, aggiungendo toni desertici spiccati e adrenalina "a go go", aspetti che entrano a far parte della scena in corso, rincarando la volontà di mettere in mostra il lato più duro anche nella sostanziosa "The Secret Of The Owl".

Una volta alzati i giri al motore era comunque prevedibile un attimo di pausa e il secondo pezzo strumentale "Woods" casca come si suol dire a fagiolo, offrendo quel frangente che serve a rilassare e recuperare le energie spese: la sua natura silvestre pretende l'esibizione acustica da parte delle chitarre, con l'armonica a bocca e l'accompagnamento delle percussioni a rendere l'ambiente privo di collegamenti urbani. Come dicevo però è solo una parentesi, alquanto piacevole, che tale rimane, dato che con "Satans Fasoner" il movimento fuzz torna più vivo e pulsante che mai, conducendoci per mano alla conclusione di "Passing Through The Mastery Door".

I Mamont viaggiano su altissimi livelli, questo è lo stoner che da amante del genere ritengo imperdibile, è una di quelle band non solo da prendere in considerazione, bensì da acquistare senza perdersi in domande. Le parole contano poco e una volta che avrete inserito il disco e sarà entrato in circolo, vedrete quanto rapidamente aprirete il portafoglio e collocherete il cd nello scaffale insieme ai vostri ascolti preferiti. Adesso però mi dirigo verso il frigo, prendo un'altra birra e premo nuovamente "play"; se voi non l'aveste ancora fatto, affrettatevi!

Continua a leggere...

COSMIC DESPAIR - Celebration Of The Wake


Informazioni
Gruppo: Cosmic Despair
Titolo: Celebration Of The Wake
Anno: 2012
Provenienza: Internazionale
Etichetta: Marche Funebre Productions
Contatti: facebook.com/CosmicDespair
Autore: Mourning

Tracklist
1. Nox Initium
2. Chains Of Frost
3. Infinite Halls
4. Angel Of Desolation
5. Leviathan
6. Poseidon
7. Celebration Of The Wake
8. Sunrise
9. The Unknown Kadath In The Cold Waste [cover Thergothon]

DURATA: 43:36

I Cosmic Despair erano un trio norvegese-polacco composto da Azathoth alla chitarra e alla batteria (già nei Beyond Life, Czarna Rozpacz, Gurthang ed ex Azathoth), Sam alle tastiere (Ecliptic Dawn) e Stormalv a ricoprire il ruolo di bassista-cantante (Ecliptic Dawn, Gurthang, Mortiferia ed ex Dark Side Of The Spoon, Ørkenkjøtt e Thorvi). Nella loro brevissima unione durata all'incirca tre anni rilasciarono uno split con i Guterthang intitolato "Journey To The World Of Nether" nel 2010 e due anni più tardi l'unico disco "Celebration Of The Wake", quello di cui sto per scrivere. Qual era il genere in cui si cimentavano? Funeral Doom. Vi riuscivano? Non erano dei cavalli di razza, ma si può affermare che l'ascolto non dispiace.

I tre quarti d'ora che compongono l'album sono palesemente influenzati dalla natura incorruttibile dei Thergothon, che non a caso vengono omaggiati con la cover di "The Unknown Kadath In The Cold Waste", canzone estratta da quella indiscutibile pietra miliare del settore che porta il nome di "Stream From The Heavens". Abbiamo quindi a che fare con una prestazione che pedissequamente tenta di ripercorrere i sentieri oscuri e funerei di quei grandi maestri, provando in contemporanea a infilarci dentro l'appeal melodico e struggente di un'altra realtà ahimè recentemente scomparsa, parlo dei finnici Colosseum, gruppo scioltosi nel 2011 dopo aver subito la prematura dipartita del cantante Juhani Palomäki e avergli tributato l'ultimo saluto con il rilascio postumo dell'opera finale "Chapter 3: Parasomnia".

Di base il lavoro non possiede grossissime pecche, difatti rispetta le movenze pesanti e allentate, infarcendosi di atmosfera buia e malinconica grazie alla discreta vena melodica delle chitarre e all'altrettanto discreto operato svolto dalle tastiere. Quella che però viene a galla sul lungo corso, dopo aver inserito più volte nel lettore il cd, è una omogeneità quasi collassante che rende l'ascolto lievemente monotono. Pur considerando, come fanno molti, questa caratteristica distintiva dello stile, tuttavia in questa circostanza diviene un fattore penalizzante, anche se non in maniera così grave; le cause sono da ricercare nell'assenza di vere e proprie svolte ritmiche, con il comparto alquanto quadrato e compatto, alle volte anche esageratamente. "Celebration Of The Wake" è un mattone che vi si schianta contro, profondo e scuro, dalla prima traccia "Chains Of Frost" ("Nox Initium" è una sorta d'intro strumentale alla quale si accoppia l'outro "Sunrise", che precede la cover dei Thergothon) sino a quella che prende il nome del disco, verrete così risucchiati in un gorgo che vi trascinerà al proprio interno ruotando con andatura costante.

I Cosmic Despair attirano l'orecchio utilizzando abbastanza efficacemente gli elementi basilari del genere, purtroppo però non potremo sperare nel rilascio di un secondo capitolo o di una qualsiasi altra prova che ci possa fornire ulteriori dati sulla validità del progetto. Il loro album è e rimarrà figlio unico, un figlio che mi sento di consigliare, anche solo per conoscenza, agli sfegatati fruitori di uscite del panorama funereo: non vi cambierà la vita, ma nelle giornate più grigie potrebbe rivelarsi una piacevole compagnia in qualità di colonna sonora.

Continua a leggere...

THE BLACK WIDOW'S PROJECT - Heavy Heart

Informazioni
Gruppo: The Black Widow's Project
Titolo: Heavy Heart
Anno: 2013
Provenienza: Svizzera
Etichetta: Shitstem Records
Contatti: facebook.com/pages/THE-BLACK-WIDOWS-PROJECT-THE-BWP/332176216737
Autore: Mourning

Tracklist
1. Ha Ha Ha Uh
2. Devil's Waiting For Us To Fail
3. Love's A Weapon
4. Cold Snakes
5. The 5TH
6. Aint' Gonna Tell You Lies
7. We Have To Be Free
8. These Little Pricks
9. Interlude
10. Got The Devil
11. Dead Man Walking
12. Spirits
13. Night's Damp
14. Innerwar

DURATA: 52:29

Quante soddisfazioni ci da quella piccola terra chiamata Svizzera? Se dovessi elencare il numero di band, fra vecchie e nuove, che mi hanno esaltato, in questo momento mi toccherebbe aggiungere alla già folta lista il nome dei The Black Widow's Project. Il trio proveniente da Ginevra è così composto: Al Castro alla voce e alla chitarra, Ralph Legenda al basso e Mathieu Sink nel ruolo di batterista. La formazione è nata di recente, infatti è il 2010 che li vede muovere i primi passi con la pubblicazione nello stesso anno dell'ep "Benefit Of The Doubt". Per ascoltare qualcosa di più concreto e completo si è dovuto però attendere questo 2013 con l'opera prima "Heavy Heart".

Quello che mi è piaciuto nel rock proposto dagli elvetici è che resta lontano dalle patinature e dalle mega produzioni che sembra stiano contagiando anche i rami più "genuini" del genere. Abbiamo a che fare con una creatura ruvida che in più di una circostanza ha mostrato di poter ricondurre a sé il feeling trasmesso da molti artisti, come ad esempio i primi Q.O.T.S.A. e Fu Manchu. Siamo davanti a una band con parecchia strada ancora da percorrere per regalarci l'album della vita, ma — grazie all'istinto — il lavoro risulta in più occasioni alquanto piacevole. Con l'accattivante "Ha Ha Ha Uh" posta in apertura, la semplice accoppiata di metà scaletta che vede succedersi "Aint' Gonna Tell You Lies" e le movenze bluesy di "We Have To Be Free", il groove insito in "Dead Man Walking" (nel quale filtrano sensazioni settantiane dirompenti) e il fascino senza tempo di una "Spirits" scura alla Alice In Chains, i The Black Widow's Project ci consegnano ciò che basta e avanza per cibarci.

Non posso però negare il fatto che alle volte si percepisca una sorta di ripetitività e omogeneità nell'uso di alcune soluzioni che a lungo andare potrebbe infastidire qualcuno: in fin dei conti c'è sempre da ricordarsi che "Heavy Heart" è solo l'inizio ufficiale della loro storia e quindi avranno tutto il tempo di limare o cancellare tali difetti.

I The Black Widow's Project con le quattordici tracce di "Heavy Heart" si sono presentati degnamente. Vedremo solo in futuro cosa ci attenderà ma, dalle premesse fornite da questo lavoro, c'è da essere ottimisti. Nell'attesa di novità all'orizzonte, l'ascolto dell'album è quantomeno consigliato a chiunque viva di pane e rock.

Continua a leggere...

VERGINE STUPRATA - Jungfernkuss


Informazioni
Gruppo: Vergine Stuprata
Titolo: Jungfernkuss
Anno: 2013
Provenienza: Ravenna, Italia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Vergine-Stuprata/150496075051116
Autore: ticino1

Tracklist
1. Eterno Olocausto
2. Demoniac Possession
3. Total Desecration
4. Poltergeist
5. Rape! Rape! Rape!
6. Jungfernkuss
7. Blitz Krieg

DURATA: 28:09

"Alla voce c'è una ragazza", vi dico mentre il disco gira nel lettore... Ok, non mi prendete sul serio e mi guardate come se io avessi bisogno di una camicia di forza. Jevàl, che in precedenza si presentava sotto il nome Sepulchral Vomit, si mostra dal lato più aggressivo e brutale, tanto che mi domando: sono gli uomini che si sono rammolliti, oppure sono le donne a diventare sempre più forti? Item, i membri del gruppo non sono degli sconosciuti e hanno già militato in altre formazioni come i Morbid Pest.

La Vergine Stuprata si rivelò alla comunità metallica nel 2011 con un demo intitolato "Preparing For The Assault Of Bethlehem". Questi conteneva già alcune delle piste presentate qui, le quali mi paiono però essere meno "innocenti" e "leggere" rispetto alla loro versione originale.

Dopo pochi ascolti posso dire in maniera convinta che i membri del gruppo si preoccupano poco di ciò che pensano gli altri e avanzano a testa alta con un'attitudine del tipo "andate a fare in culo tutti!". Le sezioni ritmiche sono chiare, lineari e contengono accordi che ricordano una volta gli Slayer dei primi dischi e l'altra il crust britannico, mentre nella prima parte del disco vi potrebbe sembrare di ascoltare qualcosa dei Black Witchery.

Con queste poche frasi dovrebbe essere chiaro a tutti gli amanti della musica complessa, ultra-tecnica o melodica che questo non è il loro campo. Per ascoltare il canto della Vergine Stuprata ci vogliono tanto pelo sullo stomaco e voglia di sfogarsi a ritmi crudi e selvaggi, magari adornati con bracciali irti di chiodi da venti. "Jungfernkuss" è un disco riuscito, malgrado certe malelingue possano additare alcune parti come un po' immature. Nessuno è perfetto e a me il disco va bene così com'è.

Continua a leggere...

MY INDIFFERENCE TO SILENCE - Horizon Of My Heaven


Informazioni
Gruppo: My Indifference To Silence
Titolo: Horizon Of My Heaven
Anno: 2012
Provenienza: Ucraina
Etichetta: BadMoodMan Music
Contatti: facebook.com/pages/My-Indifference-to-Silence/171016599605349
Autore: Mourning

Tracklist
1. Decline Of Your Consciousness
2. For You
3. Scream Of Despair
4. Around You
5. Your Easy Death
6. Horizon Of My Heaven
7. Falling Stars
8. I Lost Myself
9. We're All On The Other Side

DURATA: 57:17

Nella vita si cresce, si evolve o involve, si trovano nuove strade o si decide solamente di perseguire la propria via, mutando esclusivamente un paio degli aspetti che la rendono tale. Il discorso vale un po' per tutti e potrebbe essere applicabile alla quasi totalità degli ambiti artistici, di certo la musica non n'è immune. Chissà cos'è passato in testa a Vladimir Andreev, l'artista russo noto ad Aristocrazia in qualità di titolare degli On The Edge Of The NetherRealm e di ex cantante chitarrista dei Revelation Of Rain ha deciso di cambiare nome al suo progetto solista tramutandolo in My Difference To Silence, mantenendo il rapporto con la BadMoodMan Music (costola della sempre attiva Solitude Productions) e ha tirato fuori il debutto "Horizon Of My Heaven". Perché questa scelta? E soprattutto: sarà davvero cambiato qualcosa? Mah...

L'ascolto di questo primo capitolo non rappresenta un vero e proprio rinnovamento, né è reso significativo da una svolta compositiva netta, abbiamo la possibilità di ascoltare un buonissimo album di doom / death nel quale la componente gotica che caratterizzava gli On The Edge Of The NetherRealm è divenuta più rarefatta. Il riffato dal canto suo è più severo, mentre la voce in growl (in alcuni momenti sostituita dal parlato) svolge come sempre il suo dovere, appesantendo l'atmosfera, resa comunque discretamente languida e malinconica da una dovuta dose di melodie decadenti. In "Horizon Of My Heaven" sembra quasi che a governare l'andamento del disco sia la massiccia muscolarità dei brani più che l'aspetto emotivo; ciò non toglie però che le fattezze anni Novanta di gente come My Dying Bride, Anathema e dei nostrani Novembre incidano notevolmente nell'apportare quella sensibilità e quella delicatezza che sono necessarie per spezzare un andamento monolitico e statico altrimenti dannoso.

Non c'è nulla di formalmente sbagliato in quest'album, i pezzi sono piacevoli e scegliere fra una "Decline Of Your Consciousness", "Scream Of Despair" o "My Indifference To Silence" lo reputo inutile, in quanto il livello della composizione è sempre ben superiore alla canonica sufficienza, ma nessuno si dimostra realmente al di sopra degli altri. Inoltre come avvenuto con "Different Realms", l'operato del russo presenta evidenti punti di contatto col lavoro dei Raventale del collega Astaroth Merc intitolato "Mortal Aspirations", Vladimir pare quindi voler continuare a percorrere quella strada, ma non vi so dire dove lo condurrà. Asciugare la propria proposta potrebbe rivelarsi una soluzione azzeccata in quest'occasione, però in futuro potrebbe anche essere nocivo per la salute dei My Difference To Silence, riducendoli allo status di ennesima band che si muove su coordinate prestampate, uno dei tanti gruppi da ascoltare una volta e poi infilare nuovamente in bacheca. Dovremo attendere per capirci davvero qualcosa.

Chi avesse già avuto modo di conoscere la musica di questo artista, prenda in considerazione l'ascolto in quanto difficilmente riceverà una delusione, serve però uno scossone definitivo e chiarificatore delle intenzioni, poiché rimanere imbottigliato nella massa sarebbe realmente un peccato viste le doti in possesso. È quindi doveroso pretendere di più da uno come il signor Andreev, si spera fin dalle prossime uscite.

Continua a leggere...

THE MUGSHOTS - Love, Lust And Revenge


Informazioni
Gruppo: The Mugshots
Titolo: Love, Lust And Revenge
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Alka Records / Black Widow Records
Contatti: facebook.com/themugshots
Autore: Mourning

Tracklist
1. Nothing At All
2. Under My Skin
3. Curse The Moon
4. Free (As I Am)
5. Pass The Gun Around

DURATA: 27:59

I The Mugshots, nome traducibile come "foto segnaletiche", sono una band ormai avviata, essendo attiva da oltre una decade, e dal lontano 2001 a oggi hanno pubblicato due album ("House Of The Weirdos" e "Weird Theater") e due ep ("Doctor Is Out" e "In Disguise"). Arrivati nel 2013 hanno dato vita a un nuovo mini intitolato "Love, Lust And Revenge", supportati dalla figura di Dick Wagner (chitarrista che in passato ha collaborato con artisti del calibro di Alice Cooper, Lou Reed, Peter Gabriel, Kiss e ha scritto canzoni per Meat Loaf e Lita Ford) in qualità di chitarrista solista e pianista.

Le cinque tracce rappresentano un ottimo connubio di rock, pop e atmosfere noir, una proposta matura, ben elaborata e arrangiata che in apertura ci accoglie con la ballata "Nothing At All", spiritualmente legata al panorama musicale della seconda metà degli anni Settanta; non a caso sia "Under My Skin" che "Free (As I Am") pare abbiano raccolto in maniera esemplare gli insegnamenti raffinati elargiti dal miglior David Bowie. Il disco non è di semplice ascolto, l'alta fruibilità caratterizzante i brani potrebbe ingannarvi, così come potrebbero farlo le melodie e l'ambientazione che tende in alcuni momenti a rarefarsi. C'è un filo-logico preciso che alle gradazioni scure (in tal senso è bello come ci avvolge la cupa "Curse The Moon") assegna il gravoso compito di entrare nella mente, sfruttando una dolcezza ammaliante, ma nelle quale scivolano serpeggianti sensazioni morbose che nel loro evolversi omaggeranno Mr. Cooper con una particolarmente gradita cover di "Pass The Gun Around", pezzo originariamente contenuto nell'album "Dada" del 1983.

In "Love, Lust And Revenge" la passione della chitarra convive con la malinconia del piano, la quieta ossessività della voce di Mickey E.Vil rotola sulle onde create dall'accoppiata basso - batteria e se abbiamo la possibilità di poterne valutare in modo definito la prestazione è grazie all'ottimo lavoro svolto in sede di missaggio da parte di Otto D'Agnolo (Neil Diamond, Red Hot Chili Peppers e Kenny Rogers fra i tanti) presso gli Chaton Studios di Phoenix e al mastering realizzato da Dr. Gil Markle in Massachusetts.

In chiusura un paio di piccole curiosità che arricchiscono l'uscita: la donna che vedete distesa sul divano nella copertina dell'ep è Suzi Lorraine, attrice e modella coinvolta in progetti cinematografici di stampo horror ("Destiny To Be Ingested", "Bikin Girls On Ice" e "Wrath Of The Crows"), mentre le canzoni dei The Mugshots sono state inserite nella colonna sonora del thriller-noir "Reversed" del canadese Vince D'Amato, del quale lo stesso cantante della band è produttore.

Continua a leggere...

SCENT OF REMAINS - Under A Blackened Sky


Informazioni
Gruppo: Scent Of Remains
Titolo: Under A Blackened Sky
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/scentofremains
Autore: Mourning

Tracklist
1. F.Y.F.T.
2. The Forfeit
3. Hold You Under
4. From Ash We Rise
5. BTK
6. Exhale, Oblivion
7. Wakefield
8. This Present Darkness
9. Shepherd
10. Snake In The Grass
11. Parasite
12. Unholy
13. These Dying Days

DURATA: 55:34

In questi ultimi anni ho avuto modo di comunicare con tanti artisti, fra questi c'è anche Herb Himes, il chitarrista della band statunitense degli Scent Of Remains che mi ha tenuto aggiornato sull'evolversi della situazione interna alla formazione e sulle sue uscite. Oggi, dopo aver avuto occasione di scrivere del debutto "Mind.Thought.Fear" nel 2010 e del "Promo" nel successivo 2011, ho l'opportunità di dire la mia su "Under Blackened Sky". Il loro secondo lavoro è un album che in parte modifica il tiro, aggiungendo una componente melodica e una fruibilità maggiormente accentuate, soprattutto per quanto concerne le aperture in voce pulita.

La band di Knoxville continua a muoversi su coordinate perlopiù comuni a quelle del debutto tramite l'utilizzo del metodo del bastone e della carota, orchestrato in maniera più che soddisfacente per garantire alle tracce sia impatto che piglio orecchiabile, grazie al possente groove e al riffato spesso in bilico fra le due aree. Così facendo viene fornito lo spazio alle intrusioni solistiche di Herb e all'alternanza fra cantato aggressivo growl / scream e pulito per filtrare e apportare cambiamenti significativi all'atmosfera dei vari pezzi. Le migliorie procurate alla fase di composizione non fanno registrare chissà quale stravolgimento nell'operato del gruppo, che però ha acquisito una dimestichezza maggiore nello sfruttare le influenze da cui trae spunto. Troviamo quindi brani come "BTK", "Snake In The Grass" e "Parasite" (noti perché contenuti nel "Promo"; della seconda preferisco addirittura proprio quella versione) che ci ricordano quanto fossero già preparati in tal senso, mentre episodi quali l'acustica "Wakefield" (che potrebbe far pensare agli excursus in questi territori da parte di Corey Taylor degli Slipknot) e la scura e galleggiante "Shepherd" (nella quale inizialmente è possibile constatare l'intromissione degli Alice In Chains) mettono sul piatto ulteriori riprove del fatto che gli Scent Of Remains abbiano le idee ben chiare sul come e dove vogliano andare a parare.

"Under A Blackened Sky" è metallo ibrido composto, suonato e prodotto con cognizione di causa, adatto a coloro i quali seguono la scena groove e le correnti alternative, ma che al tempo stesso potrebbe risultare un ascolto non poi così indigesto anche per chi non necessariamente si rinchiude in scelte unicamente old school. Qua ci sono passione e buona musica.

Continua a leggere...

DARK TRANQUILLITY - Trail Of Life Decayed


Informazioni
Artista: Dark Tranquillity
Titolo: Trail Of Life Decayed Demo 1991
Anno: 1991
Provenienza: Svezia
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: Martin Henriksson, Labackavägen 53, S-430 50 Kallered, Sweden
Autore: ticino1

Tracklist
1. Midwinter
2. Beyond Enlightenment
3. Vernal Awakening
4. Void Of Tranquillity

DURATA: 18:43

Un annuncio fatidico nel Rock Hard tedesco, e già la mia letterina è partita verso la Svezia. Conosco già un poco il death metal americano e sentire che anche dall'Europa arriva qualcosa del genere è una lieta novella. Sarà simile? Totalmente diverso? Mi lascerò sorprendere dal momento.

La cassetta offre copertina e fattura professionali, questi sono i primi punti positivi che mi toccano all'apertura della busta. Come sarà la musica? Guardando la copertina, sogno paesaggi oscuri ma ameni... ora so che queste piste mi trasporteranno con loro durante le prossime settimane. Chi ha mai sentito riff tanto semplici, stimolanti in modo positivo e melodici allo stesso tempo? Non resta altro che lasciarsi andare scuotendo la testa come mai. Perché solo pochi si fanno trascinare da questi ritmi e da quest'atmosfera? Non capisco...

Niklas Sundin mi chiede nella sua lettera di commentare la musica. La mia risposta è semplice: "Magnifica. Resta solo da migliorare la tecnica strumentale".

Continua a leggere...

MUTILANOVA - Nera Lux


Informazioni
Gruppo: Mutilanova
Titolo: Nera Lux
Anno: 2013
Provenienza: Francia
Etichetta: Le Crépuscule Du Soir Productions
Contatti: myspace.com/mutilanovagroupe
Autore: Mourning

Tracklist
1. Phantasmagoria In Obscurity
2. The Dying Silence
3. Carnival Of Grotesque
4. The Outsider
5. Nera Lux
6. Dark Oniromancia
7. Leviathan
8. In The Abysses Of Time
9. Revelations

DURATA: 01:08:22

I transalpini Mutilanova sono in circolazione da più di una decade, però hanno prodotto ben poco sinora, solo un demo nel 2005 e il debutto "Fragments" nel 2008, mentre il 2013 è l'anno che ha visto partorire il secondo album "Nera Lux". L'impostazione sonora è rivolta verso un black melodico-sinfonico che ha nelle figure del chitarrista C. Avskrius e del tastierista M. Svärhandis i riferimenti principali che fanno la voce grossa all'interno del disco, con il primo autore di piacevoli incursioni solistiche e di un riffing che in molte delle sue pieghe rivela di possedere un'anima barocca. Le tracce traggono ispirazione dagli anni Novanta scandinavi: Limbonic Art, richiami che portano alla mente gli Emperor e i Dissection, ma la lista sarebbe ben più lunga.

La formazione proveniente da Grenoble adora letteralmente creare composizioni orecchiabili e dotate di un comparto ritmico dinamico, capace di innestare il cambio di marcia al momento giusto; ciò che fa un po' penare è invece la mancanza di coesione che colpisce proprio i due membri già citati, tanto è vero che la chitarra ritmica in alcuni momenti pare subire l'esuberanza delle tastiere, che a loro volta non convincono del tutto quando si cimentano in soluzioni d'ispirazione settecentesca o circense, si vedano episodi quali "Nera Lux" e "Carnival Of Grotesque".

Le atmosfere che si succedono di brano in brano sono piacevoli, qualche volta però potrebbero risultare eccessivamente "zuccherose", tuttavia non è questo che limita la prova dei Mutilanova. Si tratta di due fattori: la durata prolungata del disco, che in quasi settanta minuti racconta meno di ciò che vorrebbe e dovrebbe; e l'assenza di un pizzico di concretezza, che gioverebbe in qualità di collante a evitare le dispersioni che purtroppo si palesano e stroncano le ambizioni di una prestazione altrimenti di ben altro spessore.

"Nera Lux" è un lavoro che comunque dimostra di avere in sé un fascino non trascurabile e che gli abituali fruitori o affezionati di queste sonorità dovrebbero quantomeno ascoltare. Per ora andare oltre sarebbe chiedere troppo.

Continua a leggere...

PREHISTORIC PIGS - Wormhole Generator


Informazioni
Gruppo: Prehistoric Pigs
Titolo: Wormhole Generator
Anno: 2012
Provenienza: Italia
Etichetta: Moonlight records
Contatti: facebook.com/PrehistoricPigs
Autore: Dope Fiend

Tracklist
1. Swirling Rings Of Saturn
2. XXI Century Riots
3. Tafassaset
4. Interstellar Gunrunner
5. Primordial Magma
6. Entelodonts
7. Electric Dunes

DURATA: 55:05

Nelle ere preistoriche, in mezzo a bestie ben diverse da quelle che conosciamo noi oggi, esistevano anche i progenitori degli attuali suini: gli entelodontidi. La paleontologia ci dice che codeste creature sono ormai estinte da milioni di anni, ma sarà vero? Tre musicisti nostrani hanno unito le proprie forze sotto il nome di Prehistoric Pigs e, nell'anno passato, hanno tentato con "Wormhole Generator", loro debutto assoluto, di dimostrarci che la razza sopracitata forse non è scomparsa del tutto.

"Swirling Rings Of Saturn" e "Interstellar Gunrunner" sono prove muscolari ed energiche con un altissimo contenuto di ottani musicali: prove in cui non sarà difficile percepire l'influenza degli imprescindibili Kyuss, ma anche quella di Red Fang e Karma To Burn. Juri (chitarra), Jacopo (basso) e Mattia (batteria) ci avvolgono in un turbinio di note prosciugate e disseccate dall'aria ardente di qualche pianeta desertico disperso nell'universo, avvalendosi anche di digressioni dai toni acidi. In "XXI Century Riots" e "Entelodonts" si giovano altresì di un certo alone Doom che filtra tra le polverose proiezioni di enormi e compressissimi riffoni Stoner. Inutile rimarcare quanto tali apparati sonori rendano soffocante e opprimente l'atmosfera circostante, risucchiando ogni cosa in un infinito vortice di riottoso magma alieno. Chiaramente in un album del genere non potrebbero mai mancare pezzi come "Tefassaset", "Primordial Magma" e "Electric Dunes": escursioni Stoner drappeggiate di psichedelia astrale che agli amanti di queste sonorità non potranno che ricordare felicemente i Nebula.

Concentrati di musica greve ed estraniante, episodi di potente e sfacciata attitudine desertica, viaggi lisergici nelle profondità cosmiche, fughe mentali dilatate e degne dei migliori psiconauti: a "Wormhole Generator" non manca proprio niente! Nemmeno la completa assenza di un apparato vocale può essere considerato come elemento sfavorevole o "mancante", in quanto i Prehistoric Pigs tessono trame lunghe eppure semplici, mai ridondanti o eccessivamente prolisse. Insomma questo debutto non toglierà e non aggiungerà nulla a un panorama musicale che sta vivendo uno stato di grazia che pare inesauribile, però ha tutte le carte in regola per farsi apprezzare senza riserve di alcun genere da tutti coloro che si dilettano ad arare quotidianamente questo campo artistico.

E chissà che, prima o poi, i Maiali Preistorici non facciano ritorno per invadere l'intero globo terracqueo...

Continua a leggere...

THE MUGSHOTS


Informazioni
Autore: Mourning

Formazione
Mickey Evil - Voce e Tastiere
Erik Stayn - Tastiere
Eye-Van - Basso
Macfly - Chitarra
Gyorg II - Batteria


Oggi ho il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Mickey Evil dei The Mugshots. Ti do il mio personale benvenuto su Aristocrazia e in apertura ti domando: come state trascorrendo questa calda estate?

Mickey Evil: Io tendo soprattutto a inumarmi il più possibile nel loculo domestico nella penombra e in compagnia di tanta musica, a lavorare sulla promozione di "Love, Lust And Revenge" e sui progetti riguardanti il nuovo disco. Però passerò anche buona parte del mese di agosto trasmettendo musica (e facendo interviste) dalla Festa di Radio Onda D'Urto, emittente da cui trasmetto sin dal 1998.


Chi sono i The Mugshots? Come e quando è nata la band e come avete scelto questo nome?

I Mugshots nascono da una mia idea nella primavera del 2001, dopo la mia militanza in una band di Punk Rock teatrale di stampo politico-apocalittico. Mi trovavo — in perfetta solitudine — in quel di Manhattan in una microscopica stanza YMCA quando scelsi il nome, ascoltando "DaDa" di Alice Cooper e guardando una foto segnaletica di John Wayne Gacy (il "clown assassino" dell'Illinois). Sono l'unico membro originale sopravvissuto, in termini di band ovviamente... gli ex membri sono tuttora anagraficamente viventi!


Ogni componente della band si cela dietro uno pseudonimo, da cosa deriva ciascuno di essi?

Sono desolato, ma questo non posso rivelarlo, in quanto sono frutto di un complicato lavoro di ricerca di stampo cabalistico-esoterico!


Nel corso degli anni avete affinato la convivenza delle atmosfere noir con le varie influenze che "infestano" piacevolmente la vostra musica. Come si svolge il processo di composizione di un brano e del relativo testo?

Normalmente compongo i brani con un sequencer multitraccia, partendo da riff di chitarra o basso per poi arrangiare il tutto con batteria e tastiere. I testi nascono spontaneamente da alcuni fonemi che prendono la forma di parole; messe insieme, cercando di lavorare su rime e allitterazioni, danno vita a concetti, normalmente legati agli aspetti più oscuri della vita umana, anche se sovente la vena ironica emerge dai "racconti" presenti nei nostri testi.


Frequentemente trattate il tema della serialità omicida, ma avete un canone di selezione per ciò che concerne la storia da raccontare o è l'istinto a guidarvi?

Inizialmente l'idea era quella di "dedicare" ogni canzone a uno specifico serial killer, sulla scia dei Macabre di Chicago, che però affrontano l'argomento in maniera quasi demenziale (geniali, comunque!); poi gli anni sono passati e il serial killer è diventato una figura "modaiola" presente nei discorsi da massaie a causa di trasmissioni sensazionalistiche, libri, fiction, eccetera. Se leggete i nostri testi, quando parliamo di serial killer cerchiamo di sviscerare l'aspetto psicologico che caratterizza queste figure, non si tratta di una mera descrizione macabra di mutilazioni et similia. Il sensazionalismo non mi ha mai interessato, esistono fior di studi sulla psiche degli omicidi seriali, i quali altro non sono che esseri umani in grado, causa forti disturbi mentali, di mettere in pratica quello che in un qualche modo l'uomo medio "sogna" di fare in determinati contesti. Consiglio il libro, di difficile assimilazione ma interessantissimo, "I Buoni Lo Sognano, I Cattivi Lo Fanno" di Simon Robert: la sua tesi contempla il fatto che ognuno di noi possiede un lato oscuro e pensieri "cattivi", è poi la stabilità della condizione mentale a indurre gli esseri umani a metterli in pratica o a "congelarli".


Di "Love, Lust And Revenge" ho particolarmente apprezzato la maniera con la quale convivono una fruibilità più che discreta e un'aria densa di sensazioni morbose. C'è melodia, ma non si scade mai nello "zuccheroso". Quali sono stati i momenti più belli che hanno segnato le fasi di registrazione e com'è stato lavorare con Dick Wagner?

Un sogno divenuto realtà, dato che sin dall'adolescenza i miei album preferiti di Alice Cooper sono quelli composti e suonati da Dick Wagner. Se poi ci metti i dischi con Lou Reed e le prestigiose collaborazioni con Peter Gabriel, Kiss, Aerosmith, Ray Manzarek, Meat Loaf... direi che i momenti più belli partono dal giorno in cui Dick è sceso dall'aereo a Milano a quello in cui io ho messo piede sull'aereo del ritorno da Phoenix! Tre settimane indimenticabili, in studio e fuori dallo studio: abbiamo mangiato, bevuto, ci siamo divertiti e abbiamo lavorato sodo, sotto l'egida di un professionista che ha scritto una parte importante della storia del Rock. Indimenticabile anche il concerto fatto all'Aerosol di Villanuova sul Clisi (BS) con Dick Wagner ospite alla chitarra su "Pass The Gun Around"! Ora siamo forti di una grande esperienza umana, musicale ed emotiva: il futuro è già segnato e sarà fatto di elementi propriamente "nostri" e di insegnamenti del Maestro Del Rock!


Le vostre canzoni sono state inserite nella colonna sonora del film di produzione canadese "Reversed", inoltre se non mi sbaglio fra i produttori figura anche Mickey E.Vil, giusto? Com'è nata questa collaborazione?

L'amicizia ormai pluriennale con Vince D'Amato, il regista e responsabile della Creepy Six Films / Brivido Giallo Produzioni, nacque quando mi proposi per comporre colonne sonore per i suoi film. Nel 2007 scrissi la musica per "Sex And Death: 1977", nel 2010 per "The Hard Cut / Woke Up Screaming The Day I Died" e nel 2012 per "Reversed", girato in parte anche a Milano. Si tratta, sia cinematograficamente che musicalmente, di un tributo ai gialli italiani degli anni Settanta: i film di Dario Argento, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Luciano Ercoli, Pupi Avati, Lamberto Bava sono i riferimenti principali.


Gli italiani con le colonne sonore da brivido ci vanno a nozze. Nominandovi artisti come i Goblin e Fabio Frizzi, quali sono i primi pensieri che vi vengono in mente?

Guarda, hai fatto i nomi giusti! Nei prossimi mesi, per la mia trasmissione radiofonica ("Mystery Tour Radio Show"), ho in progetto interviste con Simonetti e Frizzi e ne sono davvero onorato! Questi artisti hanno realmente creato qualcosa di unico e inimitabile, originalità allo stato puro e sfido chiunque a non essere in grado di riconoscere una colonna sonora fatta da un italiano negli anni '60, '70 e '80, dal "mainstream" di Morricone, Trovajoli, Donaggio ai "minori" come Frizzi, De Angelis e Micalizzi!


Vi stuzzicherebbe l'idea di divenire parte integrante di un film esibendovi live al suo interno?

Assolutamente sì, possibilmente in un film diretto dal Magister John Carpenter!


Come siete entrati in contatto con Suzi Lorraine?

Qualche anno fa inviaii il nostro disco "House Of The Weirdos" a Suzi, perché fosse recensito sulla rivista — oggi defunta — "Horror Mania". Da allora si è dimostrata una grande fan dei Mugshots e un'amica. Ha accettato di buon grado di posare per la nostra copertina, seguendo le mie direttive: volevo fosse riprodotta la posa della Beata Ludovica Albertoni del Bernini; andate a vedere questo capolavoro se vi trovate a Roma, nella chiesa di San Francesco a Ripa a Trastevere. Quando Suzi tornerà in Italia per uno dei suoi film, sarà sicuramente coinvolta in un videoclip dei Mugshots.


Quali sono i dischi, le letture e i film che hanno avuto un peso importante nella tua formazione culturale e artistica? E quali di questi consiglieresti ai nostri lettori e perché?

Parlo per me: sicuramente il primo disco, da bambino, che mi ha segnato profondamente è stato "Sgt. Pepper" dei Beatles. Al di fuori della discografia "paterna", da adolescente hanno avuto un grande peso i seguenti dischi: "Blow Up Your Video" degli AC/DC (la scoperta dell'Hard Rock), "Killers" degli Iron Maiden (la scoperta dell'Heavy Metal), "Them" di King Diamond (la scoperta dei concept album), "Images And Words" dei Dream Theater (la scoperta della musica progressiva), "Nevermind The Bollocks" dei Sex Pistols (la scoperta del Punk Rock), "Trash" di Alice Cooper (la scoperta del Rock teatrale). Letture: il ciclo della "Fondazione" di I. Asimov, "A Scanner Darkly" di Philip K. Dick, i Vangeli Gnostici, "Sogni, Ricordi E Riflessioni" di C. G. Jung, il "Tao-Te-Ching", "Umano, Troppo Umano" di F. W. Nietzsche. Film: "Blade Runner", "Paura E Delirio A Las Vegas", "The Blues Brothers", "Excalibur", la prima trilogia di "Star Wars", "American Beauty", "E.T.", "Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo", "Per Qualche Dollaro In Più". Per quanto riguarda i consigli, partiamo con i dischi. Per capire la genialità nella musica progressiva: Twelfth Night - "Facts And Fiction". Per capire la genialità nel Punk Rock: The Adverts – "Crossing The Red Sea With The Adverts". Per capire la genialità nella New Wave: The Stranglers – "Feline". Per capire la genialità nell'Heavy Metal: Iron Maiden – "Seventh Son Of A Seventh Son". Per capire la genialità nel Metal estremo: Necromass – "Abyss Calls Life". Per capire la genialità nell'Hard Rock: Blue Oyster Cult – "Fire Of Unknown Origin". Per capire la genialità nel Pop: Dire Straits – "Making Movies". Libri consigliati: "Ubik" di Philip K. Dick per andare seriamente fuori di testa; "Fondazione E Impero" di Isaac Asimov per vivere una grande avventura; "I Vangeli Gnostici" di Elaine Pagels per dimenticarsi del Cristianesimo "ufficiale"; "Nietzsche" di Carlo Gentili per capire il pensiero "di rottura" di un pensatore sublime; "Gli Archetipi Dell'Inconscio Collettivo" di Carl Gustav Jung per capire come funziona la parte "nascosta" dentro di noi; "I-Ching" per avere l'opportunità di valutare il momento che stiamo vivendo. Film: "Rec" di J. Balaguerò e P. Plaza per morire di terrore; "Animal House" di J. Landis per morire dalle risate; "Inception" di C. Nolan per uscire pesantemente dal quotidiano; "Frost / Nixon" di R. Howard per capire cos'è la dialettica. "A Scanner Darkly" di R. Linklater per dubitare della realtà.


In America stanno producendo più di una serie televisiva incentrata su veri e propri culti che conducono all'omicidio, spesso anche di massa, una fra le tante, "The Following", ha per protagonista un omicida che s'ispira alla figura di Edgar Allan Poe. Ti è capitato di guardarla?

Onestamente no. Mi è però capitato di guardare un'intera stagione di "Dexter", regalatami da Eye-Van, bassista dei Mugshots. Davvero interessante e ben fatto, però trovo un po' inquietante questo fanatismo dell'uomo medio nei confronti dei fatti di cronaca più sanguinosi, oggi molto di moda, così come l'ergersi a "giudici-giustizieri". Dieci o quindici anni fa l'omicidio seriale era un interesse di poche persone, il materiale era molto meno reperibile e spesso era in lingua inglese, quindi dovevi essere davvero motivato per approfondire il lato oscuro dell'Uomo. Oggi invece sento la casalinga media parlare del Jeffrey Dahmer di turno come se si trattasse di un personaggio di una soap opera, inoltre trovo oltremodo disgustoso l'interesse morboso e voyeuristico nei confronti di trasmissioni agghiaccianti, che io vieterei, in cui si descrivono minuziosamente sparizioni, stupri e sofferenze. Come detto in precedenza, a me interessa l'aspetto psicologico di chi commette determinati atti e non provo alcuna attrazione nei confronti delle descrizioni dettagliate di mutilazioni, torture et similia. Per questo non ho mai visto in vita mia, e mai vedrò, film sullo stile di "Hostel" e compagnia bella: se parliamo di film horror mi interessa l'aspetto ironico, sociale e paranormale di una vicenda (lunga vita a John Carpenter!). Se poi parliamo di fatti reali di cronaca, mi interessa l'aspetto clinico, patologico della mente umana: perché una persona agisce in un certo modo, cos'ha vissuto nella vita, cosa lo ha portato a comportarsi in quella maniera?


I The Mugshots sul palco di cosa hanno bisogno per rendere al meglio?

Sul palco basta poco... il problema è SOTTO il palco! È sempre più rara la presenza di un pubblico interessato, motivato ed entusiasta. Iper-tecnologia alla portata di tutti, sconci reality show, le trasmissioni macabre di cui sopra... ormai la maggior parte della gente è completamente anestetizzata e non si stupisce più per nulla, né si appassiona ad alcunché. Credo che ci siano precise manovre da parte del "potere" dietro tutto ciò. Sono molto pessimista nei confronti del futuro, vedo schiere di anonime nuove generazioni senza arte né parte, senza forti passioni: oggi con un clic hai l'intera discografia di una band senza godere del percorso e dei sacrifici che vivevamo per ottenerla fino a poco più di dieci anni fa! I concerti, a parte quelli dei "big" (che purtroppo per motivi anagrafici presto si estingueranno), non sono più EVENTI e hanno perso l'aspetto rituale che li caratterizzava; l'interesse per le nuove proposte è vicino allo zero e si dà tutto per scontato: essere prodotti da una leggenda della musica Rock o suonare cover di basso livello è la stessa cosa... Anzi si ha più successo nel secondo caso!


Come si svolge una vostra esibizione e quale sinora ricordate con più piacere?

Quando siamo nella nostra zona d'origine, abbiamo la possibilità di avere sul palco tre o quattro performer che interpretano i ruoli del professore pazzo, dell'assistente, del prete e della suora; si tratta di performance grottesche che vengono inscenate su determinate canzoni con costumi, arti mozzati, parti di manichino, maschere antigas e altri ammennicoli. Quando non abbiamo gli "attori" al seguito, abbiamo comunque il volto truccato, i ragazzi hanno un abbigliamento da evasi e io da condannato a morte della Pennsylvania! Ricordo con piacere i concerti in compagnia di Damned, Stranglers, Brian James, Uk Subs, Hugh Cornwell, Tv Smith (The Adverts), Baz Warne (The Stranglers), Demented Are Go!, The Lords Of Altamont e Koffin Kats.


Qual è il tuo pensiero sulla scena musicale italiana e sul momento infelice che sta attraversando dal punto di vista dei concerti? In più di un'occasione ultimamente si è sentito di date annullate all'ultimo momento, fenomeno che "stranamente" sta colpendo a ripetizione la nostra nazione.

Sto soffrendo pure io per la data mancata dei Black Sabbath! Non so che dire... Certamente non sembra una coincidenza il fatto che proprio in Italia vengano annullati determinati concerti, però sono davvero ignorante in materia, lo ammetto! Per quanto riguarda la scena musicale italiana invece, ci sono sicuramente delle realtà molto interessanti e attive: nel nostro caso vorrei citare GCM Music come management, Alka Record Label come etichetta digitale, la storica Black Widow Records come etichetta discografica "tradizionale" e l'iperattiva Eagle Booking come ufficio stampa, ma anche promoter in grado di regalare grandi concerti nel nostro paese, grazie alla presenza di ottimi posti come il Live Club di Trezzo Sull'Adda (MI). Infine vorrei sottolineare la presenza di ottime riviste in edicola e webzine online, oltre a webradio e webtv. Non mi lamento dell'apparato promozionale e produttivo musicale in Italia, che è davvero encomiabile, sono però deluso dal pubblico odierno, spesso quello più giovane, che possiede una ricettività pari a quella di un organismo unicellulare afflitto da gravi ritardi.


Negli ultimi anni si è parlato spesso di "pay to play" e di organizzazioni guidate nell'ambito di selezione della band partecipanti a festival ed eventi di una certa importanza. Quanto di tutto ciò limita la crescita artistica delle nostre band?

Assolutamente sì! Mi dispiace ma, come probabilmente si sarà capito da questa intervista, sono parecchio all'antica! Secondo me le band emergenti inserite in contesti tipo festival o come supporti per grossi nomi dovrebbero essere scelte da gente competente che valuta l'effettivo valore artistico e la compatibilità con tali eventi.


Parliamo ancora di live, le prossime date programmate? I nostri lettori dove potranno ascoltare dal vivo i The Mugshots?

Una data fissata, per ora: il 21 settembre al Work In Progress di Albignasego (PD). Ne stiamo fissando altre per promuovere "Love Lust And Revenge" in varie situazioni, con sorprese e nomi grossi coinvolti! Ancora non posso anticipare nulla, tenete d'occhio il nostro sito www.mugshots.it e soprattutto la nostra pagina Facebook www.facebook.com/themugshots!


Siamo arrivati al momento dei saluti... A te la parola.

Come al solito non mi resta che consigliarvi di chiudere ermeticamente i loculi domestici, gli spifferi potrebbero creare qualche problema alle ossa! Problema che cesserà di esistere il giorno glorioso in cui si estinguerà il genere umano... Grazie per lo spazio!

Continua a leggere...

lunedì 12 agosto 2013

EVANGELIST - Doominicanes


Informazioni
Gruppo: Evangelist
Titolo: Doominicanes
Anno: 2013
Provenienza: Polonia
Etichetta: Doomentia
Contatti: facebook.com/evangelistmetal
Autore: Mourning

Tracklist
1. Blood Curse
2. Pain And Rapture
3. Deadspeak
4. To Praise, To Bless, To Preach
5. Militis Fidelis Deus

DURATA: 44:36

Vi ricordate dei polacchi Evangelist? Il 2011 ce li presentò inaspettatamente con un disco, "In Partibus Infidelium", che per il sottoscritto divenne un ascolto fisso: un album che non inventava nulla, piuttosto viaggiava su onde sonore che vedevano i Candlemass praticamente onnipresenti insieme a una schiera ampia di realtà gigantesche e riconoscibilissime, peraltro citate nella recensione, ma che al tempo stesso era letteralmente affascinante sia per la piacevole maniera ortodossa con la quale dava vita al doom che per l'ottima prova del cantante. È da quelle basi che la formazione proveniente da Cracovia è ripartita, basi che hanno modellato il secondo capitolo "Doominicanes", in tutto e per tutto sulla scia segnata dal predecessore.

Per portare a casa un buon risultato, mettendo a disposizione degli ascoltatori navigati prove così classiche e volutamente ancorate agli stilemi del genere epico, bisogna essere in possesso di una grande capacità compositiva, di incantare ed emozionare, oltre a una bravura esecutiva e una componente vocale ben al di sopra della media. Su tali punti sembra proprio che non vi siano lacune riscontrabili, difatti quella degli Evangelist è una prestazione permeata continuamente dal grigiore ancestrale e dalla fierezza, anche battagliera e rituale, grazie a spunti che sembrano uscire dall'operato dei britannici Solstice, dei nostrani Doomsword e dei maltesi Forsaken, che confluiscono in brani possenti e gravemente impegnati. Il trittico formato dall'iniziatica "Blood Curse", dalla seducente "Deadspeak" (dove spicca il ritornello) e dall'epopea conclusiva di "Militis Feudis Deus" (pezzo che racconta il periodo storico delle crociate, analizzandolo però attraverso gli occhi dei crociati stessi) guida un lotto breve, appena cinque gli episodi racchiusi nell'album, ma di gran valore. In "Doominicanes" non c'è una sola nota fuori posto, gli assoli sono perfettamente incastonati all'interno dei brani, le melodie evocano solitudine, malinconia e in generale quelle sensazioni derivate da epoche marchiate dall'incertezza, dalla decadenza e dal misticismo distruttivo dovuti al progressivo aumento di potere della follia religiosa.

Adesso che i Candlemass si sono ritirati, questi ragazzi potrebbero forse esserne i successori. Lo so, un'affermazione simile sa tanto di "bestemmia", eppure le atmosfere in stile "Epicus Doomicus Metallicus" che li accompagnano sono veramente belle ed è impossibile per me non tenerne conto, data la mia passione per Leif e soci. Purtroppo non si hanno notizie certe su chi siano i componenti della band, sarebbe da far loro i complimenti.

È vero che questo panorama ci offre una gamma di uscite ultra valide con una costanza che altre scene non hanno, e magari azzeccare due dischi brillanti di seguito non verrà visto come un vero e proprio miracolo, di sicuro però c'è che sia "In Partibus Infidelium" che "Doominicanes" lo sono. E dato che al tempo vi consigliai l'acquisto del primo, non posso esimermi dal fare altrettanto con quest'ultimo. Se il vostro orientamento religioso vi vede fedeli alla "Church Of Doom", allora non dovete proprio perdervelo.

Continua a leggere...

HIGHGATE - Survival


Informazioni
Gruppo: Highgate
Titolo: Survival
Anno: 2013
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Totalrust Music
Contatti: facebook.com/Highgatedoom
Autore: Mourning

Tracklist
1. Mother Abyss
2. There Will Never Be Light Again
3. Survival

DURATA: 47:26

La formazione statunitense degli Highgate sta dimostrando di essere affidabile e corrosiva, infatti rispetto alle prime uscite il secondo album "Shrines To The Warhead" ha evidenziato un cambio di marcia e miglioramenti sia nei suoni che nell'aspetto qualitativo, oltre a margini di crescita futuri. Il 2013 li vede tornare sulla scena con il terzo disco, quello che — come in tanti ormai ci ripetiamo da tempo — dovrebbe indicare l'avvenuta o meno maturazione di un progetto.

"Survival", per nostra fortuna, prendendo spunto dalle precedenti prestazioni, fa registrare l'ennesimo passo avanti, risultando a oggi il loro lavoro più completo e definito. Gli Highgate sono sempre gli stessi, la miscela di doom che si annerisce e si innervosisce, divenendo a tratti squilibrata con l'entrata in scena delle influenze drone, è quella che conosciamo, così come la voce di Greg Brown, che continua a essere lacerante e in alcuni frangenti stridula, avvicinandosi volutamente a una visione estrema che del resto non è mai stata celata o tenuta a bada. Si perpetua quindi l'incrocio di sonorità settantiane oscure, scanalature abissali e atmosfere funeste che chiamano a raccolta numi tutelari quali Black Sabbath, Winter, Celtic Frost e Khanate, pur potendone elencare altri. I quarantacinque minuti di "Survival" alternano passaggi "rumorosi" e altri altamente ipnotici, allentano la presa, allungando e appesantendo il riffato, poi di colpo presentano cambi ritmici che ne animano, seppur in maniera sparuta, l'incedere, ripiegandosi in seguito su se stessi e addensandosi fangosamente sino a sfiorare a più riprese lidi sulfurei. Stavolta però gli statunitensi vengono supportati da una produzione che, non essendo inquadrabile come "lo-fi", tende a favorire la definizione e l'inspessimento del suono in una maniera non riscontrabile in nessun'altra opera da loro pubblicata.

La scaletta include tre capitoli che confermano in blocco le doti in possesso di un gruppo che ha realmente qualcosa da offrire e che è in grado di garantire ai fan una continuità nel rapporto che si viene a creare fra artista e ascoltatore. Gli Highgate hanno raggiunto il loro traguardo, finalmente sono divenuti una band "adulta" sotto tutti gli aspetti e che con "Survival" vuole entrare prepotentemente a far parte delle nostre collezioni. Accoglieteli e buon ascolto.

Continua a leggere...

THE MOTH GATHERER - A Bright Celestial Light


Informazioni
Gruppo: The Moth Gatherer
Titolo: A Bright Celestial Light
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Agonia Records
Contatti: facebook.com/TheMothGatherer
Autore: Mourning

Tracklist
1. The Water That We All Come To Need
2. Intervention
3. A Road Of Gravel And Skulls
4. The Womb, The Woe, The Woman
5. A Falling Deity

DURATA: 44:55

Ho letto in giro molte recensioni prima di dire la mia sui The Moth Gatherer, duo svedese composto da Alex Stjernfeldt e Victor Wegeborn più volte etichettato, a mio avviso malamente, come figlio dei Neurosis e limitato al ruolo di nuova realtà dalle buone capacità, ma pur sempre non paragonabile a quella di Scott Kelly. In tutta onestà ritengo che sia ingeneroso limitare, seppur all'interno di una gabbia d'oro, questi scandinavi, poiché ciò che hanno racchiuso nella loro prima prova discografica intitolata "A Bright Celestial Light" è più di una derivazione dei Neurosis, più di una semplice condivisione di scelte stilistiche con i grandi Cult Of Luna e Breach. Hanno infatti trovato il modo di creare un album non innovativo, ma quantomeno veramente vario e fresco, inserendosi in un mondo ormai totalmente invaso, saturo e devastato da tutti i tipi di atteggiamenti sonori possibili.

Il connubio di sensazioni disturbate e frenetiche che va scontrandosi con le dilatazioni ambient celestiali e melancoliche è una caratteristica che si presenta all'interno dei brani in maniera ciclica, venendo così a crearsi un contrasto emotivo forte e sensato, alle volte reso più intenso dall'impatto dell'entrata in scena della voce. Nell'apertura "The Water That We All Come To Need" e in "The Womb, The Woe, The Woman" in certi frangenti si evoca la solenne figura di Tom G. Warrior, mentre in "Intervention essa diviene inaspettatamente pulita, facendo filtrare una strana teatralità che non so per quale arcano motivo mi ricorda, anche se alla lontana, Lars Nedland (Lazare) nelle sue prove con gli Age Of Silence.

La natura del disco è mutevole, così come le sensazioni che si vanno rincorrendo di passo in passo: collera e dolcezza, ira e solitudine, frenesia e torpore, solo per citarne alcune. Non c'è attimo in cui l'umore instabile non emani sensazioni che diversificandosi esprimono rassegnazione o voglia di viaggiare, utilizzando soluzioni che si tingono di prog-rock o scendendo a patti con l'ambient pura e la psichedelia, offrendo in tal modo il fianco all'ingresso dell'elettronica, tanto che "A Road Of Gravel And Skulls" e "The Womb, The Woe, The Woman" vi porteranno all'orecchio quasi venti minuti di perdizione musicale; un po' come se l'Inferno e il Paradiso decidessero di prendersi una tregua, preferendo banchettare e darsi spazio a vicenda. Non manca proprio nulla, la fine riposta nelle stremanti e angosciose note di "A Falling Deity" pare voler lasciare la situazione in sospeso: la morsa stringe fino quasi a soffocare, ma nell'attimo in cui l'asfissia sembra prevalere ecco arrivare un'improvvisa boccata d'ossigeno sotto forma di melodia, che comunque non riuscirà a tirarci fuori del tutto; rimarremo succubi del pezzo sino alla conclusione.

La personalità è una qualita che — se cercata a tutti costi — rende complicata la vita all'ascoltatore, perché al giorno d'oggi è alquanto difficile stabilire quali siano i canoni per riscontrarla in una band. Se in caso contrario però non la si tenesse in considerazione, si commetterebbe comunque un errore, perché non è vero che chiunque possa suonare come le grandi formazioni e non pagare lo scotto della derivazione. Che cos'è allora che conta davvero? Penso che i The Moth Gatherer, rispetto a molti loro colleghi, diano chiara dimostrazione non solo di avere assorbito la lezione impartita dai grandi del genere, ma anche di conoscere approfonditamente il panorama musicale in cui si collocano, evidenziando di essere in grado di sfruttare tali conoscenze per conferire a "A Bright Celestial Light" una concretezza che difficilmente è riscontrabile in una creatura al debutto. Di certo non è poco e pertanto gli amanti di questo filone si vedranno la lista acquisti allungata ulteriormente: perché farseli mancare? Entrate in loro possesso.

Continua a leggere...

BLACK FAITH - Jubilate Diabolo


Informazioni
Gruppo: Black Faith
Titolo: Jubilate Diabolo
Anno: 2013
Provenienza: Italia
Etichetta: Mother Death Productions
Contatti: Facebook - Myspace - Reverbnation - Soundcloud
Autore: Akh.

Tracklist
1. My Walk In The Dark
2. Beyond The Night
3. Seduced By The Evil One
4. Thy Vital Breath
5. Padre Mithra
6. Burnt Flesh Sculptures
7. Black Nocturnal Lithurgy
8. Jubilate Diabolo

DURATA: 44:56

Nati nel 2004 e.v, .gli abruzzesi Black Faith nascono come cover band degli svedesi Marduk, per poi esordire sulla lunga distanza grazie alla romana Mother Death Productions con "Jubilate Diabolo". Cosa ci ritroviamo quindi fra le mani se non un esempio di sano e belligerante Black Metal? Indubbiamente le loro radici si risentono: in certe metriche e nella tonalità vocale risalta l'influenza di Legion, con la sua carica ricca di irruenza e aspra, mentre nel riffing si può notare quanto Håkansson sia stato importante. L'esempio lampante è il brano d'apertura "My Walk In The Dark", chiaro esempio di intransigenza, ma dotato di alcuni arrangiamenti old school; il pezzo fila liscio e mena, pur se detto fra noi è forse il meno intrigante del lotto, complice un secondo riff che riporta in auge una vena Satyricon che a me non piace proprio. A prescindere dai gusti personali comunque è un brano che rimane piacevole.

Data questa partenza, mi aspetterei di intravedere una sorta di Hak-Ed Damm nostrani, invece già con l'avvento di "Beyond The Night" (pezzo che mi ha letteralmente rapito assieme a "Jubilate Diabolo") i tempi rallentano, dopo una sfuriata iniziale emerge una coltre severa e dall'incedere epico svedese che mi ha fatto tornare alla mente gli Allegience, ma con un trasporto maggiore. Una canzone così folgorante dimostra a mio avviso che i Blak Faith non si limitano a "campionare" le personalità altrui, anzi possiedono una componente personale che sa farsi valere, come si evince per tutta la durata del cd. Il riffing invece, per quanto rimanga costantemente all'interno dell'ortodossia B.M., è vincente e coinvolgente, tanto da farmi pensare al termine dell'ascolto che se "Jubilate Diabolo" fosse etichettato come nuova uscita dei Vinterland o disco postumo dei Vergelmer probabilmente avremmo orde di fanatici a proclamarne la bontà.

Mano a mano che i pezzi si sviluppano si nota come i nostri ragazzi ci sappiano proprio fare, grazie a melodie azzeccate inserite in contesti ritmici robusti e che trasudano una sana malignità. Qualunque genere di calo è assente, come provano le seguenti "Seduced By The Evil One" e "Thy Vital Breath", le quali inoltre verificano la buona salute delle mie vertebre, alternando in maniera ottimale parti serrate e altre più cadenzate. La seconda citata, come se non bastasse, evidenzia alcune influenze Dissection nello stacco e un dinamismo pennato.

Ci sono due osservazioni da fare a questo punto: la prima è che la produzione non è di quelle ultra definite o iper lavorata, lasciando così qualche riserva relativa al puro impatto sonoro; paradossalmente questo rafforza ulteriormente il valore delle composizioni, poiché la carica sprigionata è totalmente da attribuire alla qualità della proposta, sia che si parli di scrittura dei brani che degli arrangiamenti intrapresi, i quali a onor del vero mi hanno proprio convinto e preso enormemente. Il secondo punto è che con il passare del tempo l'influenza Marduk si affievolisce, lasciando spazio a pezzi maggiormente inclini allo spirito Italico, in una sorta di miscela fra scuola svedese, Criptum e Funera Edo; in altri accorgimenti invece risento l'incedere dei siciliani Visthia, pur senza quel loro particolare pathos, e "Padre Mithra" ne è la massima rappresentante assieme alla canzone che intitola il disco, altro brano in cui ho sentito l'esaltazione salire su eccellenti livelli.

Anche il lavoro della batteria è da elogiare, poiché — pur mantenendo i dettami della scuola — riesce a far risaltare la qualità delle chitarre, aggiungendo quel quid che fa risultare il tutto invitante e non ripetitivo. Il gruppo quindi sa ben concretizzare le proprie idee e riesce a renderle vincenti grazie a cambi di ritmo e a un'ottima distribuzione di tensione e violenza. Un pezzo terremotante come "Burnt Flesh Sculptures" comunque sa farsi ben volere e ci indica che i Black Faith sono qui per far male, attaccandoci alla gola senza alcuna remora; i giri possiedono sempre quella personalità oscura e incline a un cinismo spietato e privo di fasi di stanca, l'insieme è vario e ben organizzato, anche grazie all'assalto continuo delle metriche vocali, che si adattano perfettamente all'umore musicale, come nel caso di "Black Nocturnal Lithurgy", dove donano una marcia in più, dominando la scena in maniera eccelsa.

Ho già ho introdotto l'impeto classicamente nostrano della conclusiva "Jubilate Diabolo", che in un paragone assurdo, grazie a certe somiglianze nel ritornello, mi ha fatto notare come i Belphegor austriaci (soprattutto quelli degli ultimi tre lavori) potrebbero uscire con le ossa rotte, triturate al cospetto dei Black Faith sia per impeto, sincerità che qualità generale.

Se questo album fosse uscito quindici anni fa in Svezia, verrebbe osannato e incensato da legioni intere di black metaller puri e duri. Qualcuno potrebbe biasimare questa constatazione con argomentazioni ridicole ed evanescenti, ma io vi dico che se amate le sonorità descritte, questo è un lavoro dannatamente competitivo e che saprà elargirvi sangue nero a piene mani. Al di là di tutto questo è veramente un grande album.

La grande cerimonia dei Black Faith è arrivata, giubilate!

Continua a leggere...

CATHEDRAL - Forest Of Equilibrium


Informazioni
Gruppo: Cathedral
Titolo: Forest Of Equilibrium
Anno: 1991
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Earache
Contatti: facebook.com/cathedral
Autore: Duca Strige

Tracklist
1. Picture Of Beauty & Innocence (Intro) / Commiserating The Celebration
2. Ebony Tears
3. Serpent Eve
4. Soul Sacrifice
5. A Funeral Request
6. Equilibrium
7. Reaching Happiness, Touching Pain

DURATA: 54:09

Estate 1994: la noia che ti uccide. L'anno scolastico al Liceo Artistico di Novara è terminato e, nonostante le levatacce per raggiungere la scuola dal paesello in cui risiedo, devo ammettere che già mi mancano le amicizie metallare conosciute tra i banchi. I più canonici amici del paese, invece, hanno avuto la splendida idea di aderire a una gita organizzata dalla parrocchia. La meta? Assisi, con visite previste anche nei dintorni, tra le antiche colline umbre. Ci siamo aggregati pure io e il mio compare Luca, mica per motivi religiosi ovviamente. Per scacciare la monotonia piuttosto e, nel mio caso, per la curiosità di osservare dal vivo gli affreschi di Giotto e Cimabue visti sempre e solo sui libri di testo. Non ho alcuna intenzione di trascurare la musica, comunque. Ho richiesto dal catalogo di vendita per corrispondenza di Flying Records tre cassette che mi sono state recapitate proprio oggi, un giorno prima della partenza. Le porterò sicuramente con me. Si tratta del nuovo disco dei Napalm Death, "Fear, Emptiness, Despair", l'ultimo Bolt Thrower, "The IVth Crusade", e il primo album dei Cathedral, "Forest Of Equilibrium", che ho letto essere un capolavoro di lentissimo doom metal inglese. Sono parecchio curioso di scoprire di cosa si tratta, perché non ho proprio idea di come possa suonare un disco doom e sono rimasto subito attratto dal misterioso dipinto presente sulla copertina che, guarda un po', ricorda proprio lo stile figurativo dei maestri della pittura medievale come Giotto (con rimandi al fiammingo Hieronymus Bosh).

La mattina della partenza ci si alza molto presto. Il viaggio in pullman per raggiungere Assisi richiederà circa quattro ore e, terminati gli iniziali cazzeggi agitati con gli amici, tipici da gita, finalmente posso godermi un poco di pace. È giunto il momento di sfoderare il walkman. Le colline silenziose nella luce del mattino, che scorrono oltre il finestrino, mi spingono a scegliere "Forest Of Equilibrium", perché è il disco dei tre in mio possesso che sprigiona il fascino più antico. Ho già dato un'occhiata ai titoli dei brani e mi pare che si integrino perfettamente con le atmosfere oniriche della copertina. I Cathedral, fortunatamente, non sono uno di quei gruppi che utilizza dipinti fantasy e poi canta di donne e vita "on the road". Inserisco il nastro, schiaccio il tasto "play". Un dolce flauto bucolico accoglie le mie orecchie... Danza fatato e poi, piano piano, inizia a ingravidarsi di minacciosa elettricità: quando parte il riff di "Commiserating The Celebration" ho già capito che, sebbene le riviste metal indichino un certo Tony Iommi come il vero maestro della chitarra doom, per me il Dio del Riff Doom sarà per sempre il chitarrista dei Cathedral, Gary Jennings. I suoi accordi tremolano sinistri pur conservando un'indubbia carica rock, il suono della sua chitarra si sbriciola come alabastro e, grazie al pestare pachidermico della sezione ritmica, le note trovano il tempo di fluttuare, gocciolare e riempire lentamente i miei pensieri più ombrosi. Le melodie, poi, sembrano proprio una preghiera pagana, e quando il cantante Lee Dorrian intona i primi versi col suo tono stregonesco, che non è growl ma neppure vagamente limpido, so di essere già rapito per sempre dal sortilegio dei Cathedral. C'è sicuramente un enigma recondito in questa musica così pesante eppure spirituale ed eterea, e forse non lo afferrerò mai. Visito la basilica di San Francesco e, mentre mi perdo nella girandola di affreschi, sento risuonare la messa profana di "Serpent Eve", terzo splendido brano in scaletta. Sono sicuro che oggi Giotto canterebbe nei Cathedral, con Cimabue alla chitarra. Camminare tra i boschi del monte Subasio è proprio come percorrere la "Forest Of Equilibrium" ed infine, sulle note del flauto che ritorna per chiudere il disco nel brano "Reaching Happiness, Touching Pain", si conclude anche il mio viaggio in terra umbra. Questa particolare commistione di suoni e immagini lascerà in me un segno indelebile.

Per tutto il resto dell'estate la cassetta di "Forest Of Equilibrium" rimane sempre con me. La sera, dizionario di inglese alla mano, mi affanno a tradurre i testi e fantastico sulle parole di Lee Dorrian. Non vedo l'ora di tornare a Novara per procurarmi il disco successivo, "The Ethereal Mirror", e il nuovissimo ep "Statik Majik" che, ho letto sulla rivista "Rumore", aprono il suono dei Cathedral a mille nuove avventurose suggestioni. Sempre più spesso, svolgo la copertina della cassetta e vado alle note di ringraziamento, dove la band sciorina una miriade di influenze. Nomi esotici, mai sentiti: Black Widow, Mellow Candle, Forest, Pentagram, Solitude Aeturnus, Cirith Ungol, Paul Chain... Non so ancora come farò a recuperare tutto questo materiale, ma è ora di aggiornare la lista dischi e mettersi alla ricerca!

Continua a leggere...

NOCTURNAL PESTILENCE - Evangelium Aeternum


Informazioni
Gruppo: Nocturnal Pestilence
Titolo: Evangelium Aeternum
Anno: 2013
Provenienza: Repubblica Ceca
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: facebook.com/pages/Nocturnal-Pestilence/116946734999963
Autore: Mourning

Tracklist
1. Melancholia
2. Waiting
3. Rising
4. Unleashed
5. Victory Of Splendour
6. Evangelium Aeternum

DURATA: 45:53

I cechi Nocturnal Pestilence hanno impiegato un po' di tempo a carburare, difatti pur avendo pronto il debutto "Evangelium Aeternum" lo stavano facendo girare in rete sin dal 2012, attendendo di stamparlo in formato fisico, mossa messa in atto nel 2013. Le sei tracce dell'album sono state racchiuse in un semplice e funzionale digipak in cui dominano le tonalità grigio scure, intagliate da sprazzi di bianco.

Musicalmente la band si cimenta in un black / gothic sinfonico nel quale la seconda componente è massiccia, sono infatti le melodie, la voce femminile sia in scream che pulita (è la sola Alena a ricoprire il ruolo di cantante) e le tastiere a estendere l'atmosfera, diffondendo sensazioni che alternano toni drammatici ad altri epici, mentre le basi ritmiche sono discretamente varie. Sul lungo andare però i praghesi pagano pegno per colpa di una composizione che in più di una circostanza risulta essere sin troppo "allungata", perdendo parte del suo fascino.

"Evangelium Aeternum" è una prima prova e ci sono ancora ingranaggi da oliare: se da un lato abbiamo pezzi come "Melancholia", "Waiting", "Unleashed" e la titletrack che possono dire da loro (quest'ultima però necessiterebbe di essere accorciata); dall'altro ci sarebbe inoltre da considerare una produzione non perfetta, che talvolta pare inghiottire la voce, aspetto che si nota soprattutto nei frangenti in cui compare quella pulita.

La piattaforma sulla quale elaborare le idee per il successore di "Evangelium Aeternum" è stata fissata, i Nocturnal Pestilence adesso devono lavorare sodo, così facendo potrebbero dire la loro in un ambito in cui è facile perdersi in un bicchier d'acqua, rifilando album pacchiani e scontati all'inverosimile. Non rimane quindi che attenderne la maturazione e sperare di cogliere dei buoni ascolti.

Continua a leggere...

DRUG HONKEY - Ghost In The Fire


Informazioni
Gruppo: Drug Honkey
Titolo: Ghost In The Fire
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Diabolical Conquest Records
Contatti: facebook.com/drughonkey
Autore: Mourning

Tracklist
1. Order Of The Solar Temple
2. Ghost In The Fire
3. Weight Of The World
4. This Time I Won't Hesitate
5. In Black Robe
6. Dead Days (Heroin III)
7. Five Years Up
8. Out Of My Mind
9. Twitcher [cover Scorn]
10. Saturate / Annihilate

DURATA: 51:03

Il Male. Sì, avete capito bene: i Drug Honkey sono il Male, sono una raccolta di sensazioni negative che viene centrifugata e iniettata tramite endovena, distruggendo lentamente il corpo e l'animo dell'ascoltatore, una formazione che ti esaspera e ti fa godere nello stesso momento. Il gruppo di Chicago è da tempo attivo nell'underground: probabilmente coloro i quali amano affondare i propri timpani in prestazione devastanti e assuefacenti li avranno già incrociati.

Il 2012 li ha visti produrre il quarto capitolo discografico intitolato "Ghost In The Fire": l'album è un viaggio allucinante in una sola direzione che spinge e sotterra, una discesa nelle profondità fatta di affondi fangosi e torturanti ("Order Of The Solar Temple" e "Ghost In The Fire"), minacce all'udito con ronzii malevoli ("Ghost In The Fire" e "Weight Of The World), acide forme psichedeliche ("Heroin III") ed emozioni squilibrate che si instaurano nella nostra mente ("Out Of My Mind"). Un disco che fa del suo essere perverso, astioso e perennemente infoltito da una invalicabile coltre grigio-nera una corazza sulla quale fare affidamento duraturo, alla cui composizione contribuisce anche l'ipnotica e dissestante cover di una già di per sé tutt'altro che salutare "Twicher" degli Scorn.

I Drug Honkey sono cattivi, non lasciano adito alla speranza, sono dei cacciatori che attanagliano la preda, rinchiudendola in un angolino e portandola alla disperazione attendendone il collasso. È questo che si raggiunge dopo svariati passaggi nello stereo di "Ghost In The Fire": un soddisfacente collasso emotivo. Lo so, magari avrete già avuto modo di apprezzare il lavoro degli statunitensi, in tal caso prendete la recensione come un promemoria che vuole ricordarvene il valore. Se però non avete mai ascoltato l'opera in questione, vi consiglio vivamente di provare quest'esperienza musicale perché fa soffrire piacevolmente.

Continua a leggere...
Aristocrazia Webzine © 2008. Design by :Yanku Templates Sponsored by: Tutorial87 Commentcute